I poteri forti, di Giuseppe Zucco

Autore: Giuseppe Zucco Titolo: I poteri forti Editore: NN editore pp. 176  Euro 17,00

Autore: Giuseppe Zucco
Titolo: I poteri forti
Editore: NN editore
pp. 176 Euro 17,00

di Marina Bisogno

L’esistenza di ogni essere umano ha la sua dose di gioie e sgradevolezze, di euforia e bocconi amari. Giuseppe Zucco, classe 1981, autore di diversi racconti e del romanzo ll cuore è un cane senza nome, pubblicato qualche anno fa da minimum fax, lo sa bene e lo racconta con sfrontatezza e un sacco di metafore. Per Zucco ognuno di noi si imbatte in segnali, immagini, avvisaglie che alimentano un continuo parallelo tra intimità e esteriorità.
Quando in libreria è arrivato il primo romanzo di questo scrittore se ne è fatto un gran parlare: chi era questo giovane, che strizzando l’occhio a Kafka, trasformava un uomo sofferente per amore in un cane, mettendosi alla prova con la tenuta di un punto di vista insidioso, frattanto che ammantava di sarcasmo un evento doloroso come la fine di una relazione amorosa? Di questa stessa energia e passione per la vita, per la quotidianità, sono costellati i cinque racconti della raccolta I poteri forti NN editore. Sono storie che partono da eventi ordinari (il matrimonio, il compimento del quarantesimo anno d’età, l’adolescenza, per fare qualche esempio) e danno il via, nello stile dello scrittore, a paradossi, a una commedia umana che rievoca lo sguardo di Luigi Pirandello e di Woody Allen: se la vita è un teatro impermanente dove ognuno assume un ruolo diverso a seconda delle circostanze, tanto vale armarsi di ironia. Il linguaggio di Zucco è impastato di poesia, di riferimenti artistici: ciascun racconto, ad esempio, si accompagna a una citazione, cosicché, prima di entrare nel testo, il lettore incontra un poeta, un romanziere del passato a fargli da guida. Lo sguardo dell’autore persevera oltre la trama di ogni singolo scritto e propone il suo antidoto ai mali del vivere, a tutto ciò che è difficile arginare perché succede e basta, a tutto ciò che lasciamo accadere per pigrizia, ignoranza, sciatteria, pochezza. Le relazioni salvano, a patto che siano giuste, a patto che vi sia uno scambio; ma salva pure l’atteggiamento con cui si sta al mondo.
Il racconto che dà il titolo al libro è l’ultimo.  Seguiamo le vicende di un adolescente che si innamora di una coetanea: mentre i due ragazzi scoprono quello che l’intimità con un’altra persona può fare a un essere umano, il Mediterraneo ingoia uomini e donne disperati, che pur di sfuggire ai conflitti, alla povertà, sfidano il mare per approdare a nuove possibilità, mettendo in conto di poter morire. Frattanto che i ragazzi del racconto si legano, la loro preside prova a scuoterne la coscienza sociale e apre una breccia. Filtrano orrore, sgomento, disgusto, sentimenti ai quali si può rispondere con l’azione, con l’amore.

 

Per giorni i telegiornali non diedero altro che quella notizia. Il numero dei morti altissimo. Solo l’elicottero era riuscito a raggiungerlo sopra il mare grosso. E non ci fu pranzo o cena che non fosse funestata da quelle immagini. La gente annegava e non la finiva di annegare. E osservando il modo in cui lui fissava il barcone rovesciato, trattenendo la forchetta a mezz’aria, e da quel momento mangiando lentamente, o rifiutandosi proprio di continuare, la madre prendeva il telecomando e cambiava canale. Bisognerebbe appendere la preside per i piedi, diceva la madre
(da I poteri forti).

 

I riferimenti agli eventi della contemporaneità sono evidenti: lo scrittore costruisce intorno a questi fatti atroci una storia di formazione che, per contrapposizione, fa echeggiare il peggio dell’essere umano, un peggio che ci è rimasto addosso come un marchio. È un racconto intenso, doloroso, dove la consueta ironia dello scrittore si fa sarcasmo sottile al servizio di una causa precisa, ovvero denunciare. In una impalcatura che rispetta le sintonie, questo racconto dialoga col primo, Giuditta. Il carattere di questo scritto è più privato, esprime qualcosa che Yasmina Reza in Felici i felici ha investigato con ironia e consapevolezza: la vita di coppia è un mare calmo che un colpo di vento può increspare, portando in superficie non detti, bocconi mandati giù a stento; in questo modo un evento apparentemente insignificante si trasforma in uno determinante, definitivo. Zucco racconta il tormento di un uomo che, dopo anni e anni di matrimonio, scopre che sua moglie di notte sogghigna, tirando fuori una smorfia inquietante. Questo particolare apre una breccia e dà il via a una serie di aneddoti e situazioni strambe (il protagonista arriva persino a sentirsi in pericolo come Oloferne nel famoso quadro di Caravaggio Giuditta e Oloferne) che, tra risate e amarezza, evidenziano una relazione sfilacciata e piena di crepe.

 

Con timore infilò la fede all’anulare. Con timore aprì la porta chiudendola subito alle sue spalle. Entrò a casa, e fu tutto così definitivo, come il giorno delle nozze

(da Giuditta)

 

Straordinaria la citazione di Emily Dickinson in apertura del racconto Quarant’anni e che dice “Per richiudere un vuoto mettici la cosa che lo ha aperto”. Il vuoto è quello di un uomo che la mattina del suo quarantesimo compleanno esce di casa vestito di tutto punto per fare una passeggiata. La passeggiata si rivela un viaggio dentro se stesso, tanto più che un pappagallino gli si posa sulla spalla a fargli da coscienza (un grillo parlante di collodiana memoria).

 

Ma cosa avrebbe potuto dirgli? Che non sapeva bene com’era arrivato a quarant’anni? Che aveva lasciato il telefono a casa proprio perché nessuno lo avrebbe chiamato per gli auguri? Che i giorni si erano fatti lunghissimi e le notti così corte? Che la notte si svegliava di colpo senza più riprendere sonno, sentendosi così solo, ma in modo diverso e più atroce rispetto a un tempo?”

(da Quarant’anni).

 

Zucco è un esistenzialista caustico, approda al simbolismo per comunicare il punto di vista dei suoi personaggi che sono dei combattenti anonimi, alle prese con fragilità, ansie, spaventosi luoghi comuni. Come ci si relaziona con tutto quel che appare irrisolvibile, con tutto quel che appare lontanissimo dalla nostra portata e dalla nostra sfera di intervento? Zucco non propone ricette, ma un tratto fatto di coraggio, di capacità di analisi, autoironia, di impertinenza, di buone relazioni umane, di ascolto. A mio parere è uno dei narratori italiani più brillanti e va tenuto d’occhio.

 

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Proprietà, di Lionel Shriver

Autore: Lionel Shriver Titolo: Proprietà Editore: 66thand2nd Traduzione: Emilia Benghi pp. 344  Euro 18,00

Autore: Lionel Shriver
Titolo: Proprietà
Editore: 66thand2nd
Traduzione: Emilia Benghi
pp. 344 Euro 18,00

di Roberto Galofaro

Parto da lontanissimo. Più d’una volta, parlando di educazione civica e consapevolezza politica, un caro amico, studioso alla Law School di Harvard, ha ribadito di trovare assurdo che nel ventunesimo secolo l’economia non sia una materia nella scuola dell’obbligo. Non l’economia domestica, che la riforma Gentile introdusse in Italia alle medie, e che era incentrata sui servizi necessari alla gestione di una casa e di una comunità, e che sarebbe poi stata modificata in educazione tecnica (assai più neutra dal punto di vista del genere). No, l’economia come disciplina che studia, cito da Wikipedia, «la rete di interdipendenze e interconnessioni tra operatori o soggetti economici che svolgono le attività di produzione, consumo, scambio, lavoro, risparmio e investimento». Il mercato con le sue leggi, insomma, l’inflazione e la fluttuazione del valore delle monete, le borse e la finanza, tutti campi e argomenti imprescindibili per una vita consapevole e con i quali quotidianamente abbiamo a che fare, talvolta senza rendercene conto e persino quando pretendiamo di negarlo.
Confesso che, sulle prime, la formazione di umanista-letterato mi avrebbe portato a confutare la sua tesi: chi troverebbe mai giusto sacrificare un’ora di calda e trascinante letteratura per un’ora dei freddi numeri di una scienza che studia il prezzo e il traffico delle cose e degli umani?
Se l’arte figurativa (come la moda, sorella minore) ci ha abituato alle quotazioni stratosferiche e alle stravaganze del mercato, tanto che è quasi impossibile pensare ai capolavori del presente e del passato prescindendo dalla loro valutazione, per la letteratura il discorso – dal di fuori – è molto più sfumato. Sì, ogni tanto circolano notizie di anticipi stellari e di diritti internazionali disputati all’asta tra colossi, oppure tornano in voga ciclicamente discorsi sul costo eccessivo dei libri (discorsi piuttosto infondati, come dice Orwell qui), ma l’idea prevalente sembra essere quella che associa la lettura a un piacere privato, a un nobile mezzo che ha per fine l’elevazione dello spirito, sottratto e del tutto estraneo al vile denaro. L’otium, in sostanza, contrapposizione al negotium.
Ma le questioni economiche sono centrali anche in letteratura (e non c’è neanche bisogno di scomodare Marx e le sovrastrutture che rispecchiano le strutture). Se non bastasse il fatto che il romanzo è, nella sua origine, prodotto da e per la classe borghese con i suoi orizzonti di scalata sociale, a ricordarci dal di dentro quanto sia imprescindibile in letteratura (come nella realtà) ci sono infiniti capolavori, in cui l’economia è inevitabilmente caposaldo degli eventi. Non accade forse in un famoso romanzo francese che una moglie si indebiti oltremisura per acquistare abiti da sfoggiare con l’amante, fino a scegliere di uscire di scena suicidandosi? O in uno russo che un poveraccio decida di togliere di mezzo una vecchia usuraia, o ancora in uno americano che uno spiantato torni misteriosamente pieno di soldi a farsi bello con la sua amata di un tempo, dando feste a tutto spiano nella sua bella villa sul fiume?
M’è tornata in mente, a proposito, una delle raccomandazioni che Francesco Pacifico desume dalle opere esemplari esaminate in Seminario sui luoghi comuni. Imparare a scrivere (e a leggere) con i classici (minimumfax, 2012). Dal momento che lo spazio di Cattedrale è anche una palestra per scrittori di racconti, voglio condividere questo passaggio (ai tempi – e tuttora – per me illuminante).
Il libro di Pacifico è una raccolta di brevi articoli in ciascuno dei quali viene analizzato un passaggio di un autore (Gogol, Flaubert, Pontiggia, Busi ecc.), per sottolineare come attraverso un uso sapiente dei dettagli i grandi sappiano fornire concretezza e precisione all’immaginazione del lettore; il tutto per comporre un prontuario di consigli di scrittura.
Sulla difficoltà che si incontra ad affrontare le questioni economiche, osserva che «I soldi mettono imbarazzo, una scena come questa [in cui Fitzgerald enumera le rendite di Gloria e Anthony Patch, protagonisti di Belli e dannati di Fitzgerald] ci tocca più in profondità di una scena di sesso».
Eppure, indubbiamente, «dovremmo sempre avere le idee chiare sulla quantità di credito a disposizione dei personaggi da noi inventati, e sui modi in cui intendono spenderlo e amministrarlo. Non esistono vite in cui questo aspetto non esista: un monaco che ha fatto voto di povertà avrà dovuto risolvere la cosa con la propria famiglia, discutere la sua scelta, avrà magari venduto la sua macchina». E infine: «è proprio imbarazzante, certe volte, scrivere “casa di proprietà”: molto peggio che scrivere “sodomia” o “mutande lise”».

Nessun imbarazzo in tal senso mostra Lionel Shriver, e fin dall’eloquente titolo della sua nuova raccolta di racconti, Proprietà, tradotta da Emilia Benghi (66thand2nd, 2021). Scrittrice americana, classe 1957, vincitrice nel 2005 dell’Orange Prize con We Need to Talk About Kevin (da cui l’inquietante film con Tilda Swinton), finalista al National Book Award nel 2010 con So Much for That, di lei 6thand2nd ha già pubblicato il romanzo finanziario-distopico I Mandible 2029-2047: anche lì l’economia era assai più che un demone secondario e sottotraccia, era (come è fuori dal libro e dai libri) l’impalcatura su cui si fondava l’intera invenzione.

Dopo aver letto che a quindici anni ha deciso di cambiare nome di battesimo scegliendone uno maschile quasi per puro spirito di contraddizione; dopo aver letto il suo discorso al Brisbane Writers Festival del 2016, in cui rivendicava davanti a una platea scandalizzata che l’appropriazione culturale non è un reato come non lo è indossare mini sombreri a un party in stile messicano; considerando che è sia fautrice della sanità pubblica negli Stati Uniti che strenua sostenitrice della Brexit; io la immagino, Lionel Shriver, come una specie di Houellebecq donna, scomoda e non ortodossa ma decisamente più a sinistra e quindi socialmente presentabile, e non solo di un’intelligenza straordinaria ma anche, soprattutto, simpatica. Della simpatia spregiudicata e a volte tossica di chi ama esprimersi in barba a ogni convenzione stabilita e a ogni stupida regola del politicamente corretto.
Nessuna recensione può fare a meno di menzionare la fulminante epigrafe di Edward Morgan Forster, in cui l’autore inglese, a proposito di un quadrato di bosco che ha acquistato, si chiede esplicitamente «Se possiedi qualcosa, che effetto ha su di te? Che effetto ha il mio bosco sulla mia persona?» e si risponde altrettanto esplicitamente: «Primo, è un peso che grava su di me. […] Secondo, vorrei che fosse più grande». Meravigliosa sintesi dell’ingombro di responsabilità e di desiderio che il possedere comporta.
Ed è qui, dalla scaturigine di crucci e sicurezze, felicità e dolori, gelosie e invidie che il possesso comporta, che la narrazione di Shriver trova linfa vitale. Non è, quindi, un tema riduttivo ma è, e i dodici racconti stanno lì a dimostrarlo, un modo per entrare nella carne viva dell’essere umano e delle relazioni tra esseri umani.
Nel primo racconto, Il lampadario da terra, Shriver ci accompagna a conoscere la lunga amicizia tra Jillian e Baba, con gli alti e i bassi di un rapporto uomo-donna in cui non ci sono segreti, ci si confida ogni cosa, dalle ricette più complicate alle avventure e disavventure sessuali. Nelle chiacchiere tra loro, che seguono gli appuntamenti settimanali per il tennis, si insinua destabilizzante la nuova fiamma di Baba, Paige, che impone un aut aut: o me o lei (con cui immagina sia ancora viva l’attrazione). Ma questa scheletrica trama non rende affatto giustizia alla qualità dell’intreccio, e alla velenosa disamina delle personalità dei protagonisti.
È chiaro che Shriver non odia i suoi personaggi, ma non si spreca neanche a empatizzare con loro. Se c’è una partecipazione – e, almeno sulla carta, c’è – è a quella maniera composta che ci si aspetta da chi contempla sentimenti negativi come l’odio e l’invidia come mali naturali. È un tipo speciale di ironia, che mette a nudo senza fronzoli i tic, le fissazioni e i cattivi pensieri, come fossero nient’altro che elementi del paesaggio.
E poi, Shriver li fa collidere. Da una parte abbiamo la dedizione amatoriale all’arte di Jillian, che però finisce per produrre una sorta di capolavoro, il “lampadario” del titolo, un’opera che condensa la sua storia personale (con tanto di dente del giudizio incastonato) ed è il correlativo oggettivo della stratificazione dell’intimo rapporto intessuto negli anni con Baba, a lui donato come regalo di nozze; dall’altra l’irresolutezza di Baba, che fino all’ultimo indugia nel chiudere definitivamente con l’amica di un tempo. La proprietà contesa di quell’opera d’arte non è dunque il tema, non lo è neanche la proprietà in senso figurato di Baba, contesa tra amica e futura moglie: è un eccellente esempio del modus operandi di Shriver.
Così in Tassi di cambio il tempo trascorre calcolato sulle fluttuazioni del cambio dollaro/sterlina, in una contesa a distanza tra la tirchieria di un padre che vuole indietro il denaro prestato e il desiderio di rivalsa di un figlio.
Il burrocacao ha per protagonista un uomo che si è incaricato della cura – a distanza – dell’anziano padre, un padre che è stato quantomeno avaro di attenzioni nei confronti dei figli. Ed ecco un buon esempio del distacco, a metà tra ironico e cinico, dell’autrice:

 

Peter si era recato in missione umanitaria in North Carolina per la prima volta dopo che il padre, allora ottantaseienne, era caduto da una scala a pioli mentre puliva le grondaie, fratturandosi il bacino. Questo classico principio della fine aveva fornito l’occasione di preparare la successione ereditaria per garantire l’armonia familiare nel momento in cui si fosse verificato l’inevitabile.

Al pari dell’inevitabile, sembra dire Shriver, l’economia è una legge di natura. Che ci piaccia o no, non possiamo prescinderne.
Ne Il sicomoro spontaneo l’oggetto del contendere è l’albero del vicino che infesta il giardino di Jeannette. Ed ecco due esempi del politicamente scorretto di Shriver (se non proprio della sua cattiveria programmatica):

 

«Gli sforzi di Jeannette per estirpare dal terreno quegli intrusi non sortivano più effetto delle deboli iniziative del ministero dell’Interno per espellere i richiedenti asilo.»

«[Il vicino] le aveva crudelmente immobilizzato la caviglia con il nastro adesivo e l’“Independent” (mica il “Sun”, come pensava Jeannette).

 

In Terrorismo interno la contesa è tra i genitori e il figlio ultratrentenne che non vuol saperne di sloggiare da casa; in Il rubalettere è l’appropriazione dell’identità altrui attraverso il furto della corrispondenza; un racconto su un divorzio si intitola Bolla immobiliare e i due coniugi brindano nel finale «Al negative equity». Ma non serve fare il conto di tutte gli intrecci per arrivare a sottolineare che ciò che interessa a Shriver e ciò a cui noi lettori siamo agganciati è il modo in cui emozioni e transazioni si fronteggiano senza poter mai giungere a una sintesi: i due piani in cui gli esseri umani si muovono costantemente, esseri emozionali e homines oeconomici.
E la caratteristica più evidente di Shriver è proprio il fatto che leggerla è divertente, perché ha delle intuizioni geniali, perché i dialoghi sono sempre taglienti, e perché qua e là, da narratrice partecipe ma distaccata, si permette di infilare delle frasi che suonano come aforismi, intelligenti e scolpiti nella roccia:

 

«[…] a dire il vero il senso di territorialità ha origine ancestrale e a livello emotivo esiste un’enorme differenza tra un ospite e un invasore.» (da Animali infestanti)

«[…] l’indignazione politica è come il sesso: eccitante da fare, imbarazzante da guardare.» (da La coinquilina)

«Quando Harriet era giovane le donne tentavano di cancellare gli stereotipi di genere. Al giorno d’oggi invece si mantenevano gli stereotipi per meglio non corrispondervi.»
(da Terrorismo interno)

 

Leggendo in queste settimane la raccolta, pensavo che dalla penna di Shriver sarebbe bello leggere un reportage sulla vicenda Gamestop, lo short-squeeze che ha bruciato miliardi di dollari degli edge fund ma che potrebbe sgonfiarsi come una bolla rivelandosi l’ennesimo schema di Ponzi senza altra ideologia sottesa che il denaro. Ma anche qui, forse, questo desiderio ignora la peculiarità più evidente di Shriver, e a quella la sottrarrebbe senza motivo, che è il suo considerare in fondo il denaro un dato di fatto tra gli altri, e di divertirsi a lavorare sulle relazioni, inventare personaggi e scambi di battute, storie e dettagli, eventi e reazioni a quegli eventi. Con un’abilità da sceneggiatrice, senza troppo dar peso alla sociologia, né ai grandi ingranaggi della storia.

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Il buio a luci accese, di David Hayden

Autore: David Hayden Titolo: Il buio a luci accese Editore: Safarà editore Traduzione: Riccardo Duranti pp. 200   Euro 16,50

Autore: David Hayden
Titolo: Il buio a luci accese
Editore: Safarà editore
Traduzione: Riccardo Duranti
pp. 200 Euro 16,50

di Marina Bisogno

Qualche settimana fa, durante una diretta Facebook, una scrittrice italiana condivideva con i lettori che non capire fino in fondo quel che uno scrittore mette nero su bianco è un falso problema. Se uno scrittore ricrea una lingua, uno stile, non è detto debba rispondere a tutti i costi al criterio della coerenza, della verosimiglianza, diceva la scrittrice. Questa riflessione mi è venuta in mente leggendo Il buio a luci accese, la raccolta di racconti di David Hayden, tradotta da Riccardo Duranti per Safarà Editore.
Hayden è irlandese di nascita, vive in Gran Bretagna, ha lavorato per librerie e case editrici, e ha abitato in diversi luoghi. I suoi venti racconti non hanno un tema comune, non sono concepiti come pezzi di un corpo unico, non si parlano se non per un aspetto: ogni volta l’autore se ne infischia di farsi comprendere, perché il suo obiettivo è stupire, a volte scioccare. Un lavoro del genere poteva nascere nella nostra lingua? Non saprei. In genere agli autori di racconti nostrani viene richiesta quanto meno una sistematicità tematica, di camuffare l’impianto complessivo dell’opera da romanzo. David Hayden è lontano da questo perimetro, la sua ricerca è stilistica, punto. In una intervista su The Irish Times afferma che se nel rileggere quello che scrive qualcosa gli risuona familiare, già sentito, cancella e riscrive. Gioca a riprodurre espressioni uniche, a descrivere gli oggetti come nessuno fa, ad alterare i punti di vista, a non servire al lettore l’emozione che si aspetterebbe in quel preciso istante. La composizione delle frasi e le descrizioni eccentriche sono la fissazione di questo scrittore che sta lavorando al suo primo romanzo. È come se il narratore si divertisse a stare qualche passo avanti, a mostrare al lettore dettagli sui quali senza una guida non si soffermerebbe e soprattutto a intrecciare nuove occasioni per esprimere la realtà. Per questi motivi un autore come Hayden non passa inosservato: egli onora il suo ruolo di rabdomante ed esploratore mettendosi continuamente alla prova. Scrivere, per lui, significa imbastire un combattimento con le parole a sua disposizione. Di tutte le soluzioni verbali praticabili, Hayden preferisce quella stramba, quella che risulti balzana, peculiare; si impegna affinché il suo marchio distintivo stia nella forma, mentre il contenuto trova senso e collocazione nell’architettura verbale.

 

Ne La casa dei ricordi la voce narrante si destreggia tra oggetti casalinghi e scherzi della mente per ricostruire certi  sentimenti appartenuti a un tempo passato.

 

La casa dei ricordi è nella mia mente. Oggi e ogni giorno. Ogni cosa è se stessa ed è un varco verso un altro oggetto o verso un evento temporale che è avvenuto o quasi avvenuto o non è mai avvenuto.
Io sono il piatto rotto sul pavimento della cucina.
Otto pezzi principali sono raggruppati sul linoleum ingiallito che è fresco sotto i miei piedi nudi.
Una quantità di frammenti più piccoli sono sparsi nell’ombra unta o si sono infilati sotto le zampe del tavolo
.
(da La casa dei ricordi).

È evidente la provocazione dello scrittore che sceglie di esprimersi con un linguaggio che destabilizza il lettore, a tratti lo confonde e non gli offre punti fermi. Avviene in tutti i racconti del libro, anche in Sortita, dove un uomo prima cancella i dati dal suo p.c. trasportandoli su una pennetta e poi sale su un cornicione attraverso una finestra del suo ufficio. In alto, con una buona dose di sarcasmo, osserva i suoi colleghi e quanti sotto di lui sono intenti a vivere. Vorrebbe raggiungere il suolo, ma il suolo pare allontanarsi e il tempo dilatarsi. In questo frangente, si lascia andare a riflessioni esistenziali.

 

La notte è scesa senza che me ne accorgessi. La luce arancione dei lampioni al sodio e il pallore effervescente della luna sono comparsi come conseguenza delle rispettive cause. A ogni piano qualcuno lavorava solitario, illuminato dalla lampada della propria postazione o della scrivania degli studi personali. Il mio ufficio, elegante e confortevole, stava in alto, vicino alle nuvole.
(da Sortita).

Tragedia e sarcasmo sono il codice emozionale preponderante. Succede anche in Ultima chiamata per gli odiati, un racconto nel quale un uomo viene licenziato dalla sua azienda che ne comprende il valore, e quel che è peggio, il ruolo, solo dopo averlo liquidato. Viene reintegrato ma da remoto, finendo con lo svolgere lo stesso lavoro ma con meno garanzie. Nonostante tutto, la lontananza dall’ufficio pare giovargli.  

Ad ogni modo, Michael era più contento di non lavorare in ufficio. Le poche persone che all’inizio gli erano sembrate riflettere una luce amichevole al lavoro si erano poi rivelate carta stagnola, non certo argento. La sua minuscola speranza di intrattenere rapporti amichevoli con i colleghi gli era stata restituita solo una volta. Era facile interpretare erroneamente quel genere di cosa come gentilezza.

(Ultima chiamata per gli odiati)

In ciascun racconto i personaggi attraversano un momento delicato: sono vittime ironiche delle amarezze della vita o artefici di situazioni che sta allo sguardo di chi legge interpretare o, meglio, tingere di tragico o di grottesco. Il buio e le luci accese sono le forze che governano l’esistenza, il quotidiano di ogni donna e di ogni uomo: la mente, ciò che ciascuno sceglie di tenere o di lasciare andare, marcano il confine, la differenza tra gli stati d’animo. Le short stories di Hayden non hanno nulla di distopico, sono piuttosto dei rebus con soluzioni molteplici a seconda di chi si mette in gioco e si cimenta nella lettura. La sua narrativa non è rilassante, fa a pezzi i luoghi comuni, a tratti può persino irritare perché sfugge, sguscia via dai tentativi di definizione. Comunque la si veda, è di certo qualcosa che vale la pena tenere d’occhio.

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La luna di miele di Mrs. Smith, di Shirley Jackson

Autore: Shirley Jackson Titolo: La luna di miele di Mrs. Smith Editore: Adelphi Traduzione: Simona Vinci pp. 279   Euro 19,00

Autore: Shirley Jackson
Titolo: La luna di miele di Mrs. Smith
Editore: Adelphi
Traduzione: Simona Vinci
pp. 279 Euro 19,00

di Debora Lambruschini

La scrittura si nutre di ossessioni. Le ossessioni di Shirley Jackson, maestra del gotico americano, si trasformano in pagine di rara meraviglia letteraria. La casa e l’ambiente domestico che può essere rifugio o maledizione, l’elemento soprannaturale, il sospetto e la paura, l’emarginazione, la profondità psicologica dei personaggi, il mistero non sempre pienamente svelato, sono alcuni tra gli elementi fondanti della produzione letteraria di Jackson, di cui ogni pagina è intrisa ma sempre declinati in formule ed esiti differenti. Ecco, è Jackson stessa per una nuova generazione di lettori, la vera ossessione. Questa scrittrice schiva, questa donna che solo in quelle due ore rubate alla vita famigliare, davanti alla macchina da scrivere, ritrovava se stessa. Demoni da tenere a bada, tormenti da trasformare in storie, Jackson ha saputo infrangere stereotipi e portare il gotico, la narrazione dell’orrore, la fiaba, allo stato letterario, impresa che solo a pochi riesce davvero. Una produzione letteraria piuttosto nutrita, cui adesso Adelphi aggiunge un importantissimo tassello nella ricostruzione bibliografica, un primo volume di racconti che si completerà con la pubblicazione di tutta la produzione breve di Jackson. La storia editoriale di questi scritti vale già una narrazione: decenni dopo la scomparsa della scrittrice, in un fienile del Vermont viene ritrovato uno scatolone contenente pagine e pagine di racconti e recapitato senza particolari spiegazioni o enfasi ai figli dell’autrice; ne scaturisce un’attenta ricerca e la scoperta di un corpus letterario ben più vasto di quanto ci si sarebbe aspettati, conservato alla Library of Congress di Washington e alla San Francisco Public Library. Trent’anni dopo la prematura scomparsa di Shirley Jackson, c’era materiale sufficiente non soltanto per mettere insieme un volume inedito, ma per aggiungere una tessera fondamentale nella lettura di questa autrice. 
La luna di miele di Mrs Smith, curati da Laurence Jackson Hyman e Sarah Hyman, per la traduzione della scrittrice Simona Vinci, comprende testi inediti, alcuni dei quali apparsi su rivista e altri mai pubblicati prima ma, soprattutto, rende perfettamente l’idea della vivace creatività di Jackson, la sua versatilità, le molteplici declinazioni del proprio sentimento letterario.

Accanto a temi e alle modalità narrative ricorrenti nella sua produzione, troviamo infatti racconti profondamente diversi da quanto riconosciamo come tipico dell’autrice: a colpire il lettore è l’ironia, la leggerezza di certe scene, le incursioni nel privato famigliare, gli sketch, un mosaico ricchissimo di forme, tono, punti di vista. A osservare attentamente, tuttavia, la vivace creatività di Jackson non dovrebbe sorprenderci: dentro ogni storia che conosciamo, dentro ogni incubo narrato o, all’opposto, ogni scena umoristica, c’è sempre lei, che cesella le parole con cura artigianale, che si addentra nelle pieghe della psiche umana con un’attenta accoglienza.

Credo non esistano mezze misure con Jackson, la si odia o la si ama, e nel secondo caso è amore per tutta la vita. La luna di miele di Mrs Smith non è probabilmente il punto di partenza ideale per scoprire questa scrittrice, ma è senza dubbio un passaggio fondamentale per i suoi lettori. Dei numerosi racconti che compongono il volume, alcuni restano memorabili, a partire dalla duplice versione di quello scelto come titolo per la raccolta: una stessa storia, ma diametralmente opposta grazie a un dettaglio. Una novella sposa non più giovane, i preparativi per la luna di miele, il dubbio e le chiacchiere del paese: quello che sembra ben più di un semplice sospetto; la colpevolezza di Mr. Smith, pluriomicida, è solo un “dettaglio”, mentre la narrazione è tutta costruita nella consapevolezza o nel dubbio della nuova moglie e nella sua reazione.

Ai loro occhi lei era diversa, segnata; se quell'atroce vicenda non era vera (e tutti speravano che lo fosse), lei si trovava in una posizione talmente imbarazzante da meritare ancora di più la loro sollecitudine. Se l'atroce vicenda era vera (e tutti speravano che lo fosse), nessuno di loro - la bibliotecaria, il droghiere, i commessi, il farmacista - aveva vissuto invano, tutti potevano dire di aver provato la suprema eccitazione di essere stati vicinissimi a una situazione insostenibile, pur essendone al riparo. Se l'atroce vicenda era vera (ee tutti speravano che lo fosse), Mrs Smith rappresentava, per loro, la salvezza, un'eroina, una creatura fragile e amabile la cui tutela si trovava in mani che non erano le loro.
(da "La luna di miele di Mrs Smith" versione II)

Entrambe le versioni scritte da Jackson appaiono godibilissime, ricche di spunti, aprendosi a interpretazioni diverse. L’oscurità, i mostri, sono uomini e donne come tanti, le incursioni del soprannaturale sono una sorta di anomalia perché l’orrore più spaventoso è dentro gli esseri umani. E sono le crepe sulla facciata, la rottura dell’equilibrio, a rappresentare il punto di non ritorno, lo spiraglio da cui si intravede l’abisso di oscurità nei racconti più tradizionalmente riconducibili alla penna di Jackson.

Una rottura ancor più brutale perché inattesa, a spezzare l’armonia di una scena – domestica, matrimoniale, quotidiana – che solo in quel momento rivela la sua perfezione incosisteentee. Ecco, quel preciso momento di svelamento, le spaccature che si vanno formando, sono il centro nevralgico della narrazione, mentre il compimento dell’azione o la risoluzione del mistero non hanno corpo o importanza ed è per questo che Jackson ammalia i lettori con finali quasi mai pienamente espressi, risolutivi. Ci richiede uno sforzo, un altro ancora: la sospensione di ciò che siamo abituati a considerare reale, l’accettazione di un mondo popolato di diavoli o dove l’oscurità erompe nel quotidiano senza apparente motivo. Soprattutto, ci chiede di colmare gli spazi bianchi della narrazione, di addentrarci in questo mondo di ombre, o sorridere ironicamente di fronte a scene di nevrosi quotidiane che nascondono una più profonda riflessione su quel misto di armonia e oppressione che la vita domestica cela. «Sono una scrittrice?» si chiede più volte la protagonista di uno dei racconti – la stessa Jackson –, o sono “solo” una madre, una moglie, che per tornare a respirare ha bisogno di una fuga momentanea?
La violenza compare brutale ancor più perché inaspettata, così come l’orrore o la morte, accostata a gesti o situazioni di tenerezza e affetto: un uomo che si prende cura di una ragazza riversa in strada ubriaca, la leggerezza dei giochi d’infanzia, l’irrazionale a squarciare la pagina, il cambiamento, che porta alla follia.
Inizio a credere potremmo addentrarci in ogni pagina di Shirley Jackson, soppesarne ogni parola, indagare atmosfere e parti sommerse della narrazione, senza mai davvero riuscire a svelarne fino in fondo il mistero della scrittura.

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Nell'antro dell'alchimista, di Angela Carter

Autore: Angela Carter Titolo: Nell’antro dell’Alchimista Editore:  Fazi Editore Traduzione: Angela Tranfo, Cristina Iuli, Barbara Lanati e Rossella Bernascone pp. 392    Euro 17,50

Autore: Angela Carter
Titolo: Nell’antro dell’Alchimista
Editore: Fazi Editore
Traduzione: Angela Tranfo, Cristina Iuli, Barbara Lanati e Rossella Bernascone
pp. 392 Euro 17,50

di Debora Lambruschini


Tremate tremate, la strega è tornata. Angela Carter, autrice eclettica, anticonformista, irrequieta, a distanza di quasi vent’anni dalla sua precoce scomparsa non smette di far sentire la propria voce, ancora così forte e sperimentale. Se nel panorama editoriale italiano se ne erano un po’ perse le tracce, le recenti traduzioni dei suoi racconti ad opera di Fazi hanno nuovamente portato il nome di Carter in circolo, fra critici e lettori ammaliati dalla scrittura barocca, la mescolanza di lirismo e dialogato, dramma e commedia e, soprattutto, la chiave femminista con cui leggere ogni sua storia. La ricostruzione bibliografica della produzione breve di Carter è iniziata lo scorso anno con la pubblicazione di Nell’antro dell’alchimista, che comprende le prime tre raccolte dell’autrice: Primi racconti, con scritti che vanno dal 1962 al ’66, Fuochi d’artificio, del 1974, e La camera di sangue e altri racconti, del ’79; a questo si è di recente aggiunto il secondo volume, che riunisce le raccolte Venere nera del 1985, Fantasmi americani del 1993, più alcuni racconti sparsi scritti fra gli anni Settanta e Ottanta. Una polifonia e ricchezza narrativa adeguatamente resa dalla traduzione a più voci, affidata ad Angela Tranfo, Cristina Luli, Barbara Lanati, Rossella Bernascone (quest’ultima, insieme a Susanna Basso aveva già lavorato sul primo volume), che si sono confrontate con la scrittura visionaria e stratificata di Carter, riuscendo a renderne la varietà stilistica senza perdere in unitarietà di fondo. Leggere Carter, anche nella puntuale traduzione italiana, non è impresa semplice: lo stile fastoso, la lingua strabordante, le contaminazioni, la miriade di rimandi e chiavi di lettura a tratti ne appesantiscono la scrittura; ma concedendosi il giusto tempo di lettura, lasciando sedimentare i racconti e calandosi nell’oscurità di queste storie prive di protezione e pregiudizi, ecco che si compie la magia della scrittura. Oggi, che abbiamo a disposizione in italiano entrambi i volumi, ci è possibile seguire le mutazioni della fantasia carteriana e individuarne ossessioni, rimandi, spunti ricorrenti. Appare evidente come il fil rouge che lega tutte le storie – ma potremmo anche spingerci a dire tutta la produzione letteraria e giornalistica di Carter – sia la riflessione sulla femminilità: vergini ingenue, streghe, vampire, mogli oppresse, figlie assassine, ragazze abusate, madri salvatrici, amanti abbandonate, sono le mille incarnazioni delle donne di Carter, attenta a raccontare una femminilità non stereotipata, indagando le pieghe più oscure dell’animo umano, il desiderio, la brutalità.

 

È tanto bella da essere innaturale; la sua bellezza è un’anomalia, una deformità, perché nei suoi tratti non vi è traccia di quelle imperfezioni commoventi che sanno riconciliarci con i difetti della condizione umana. La sua bellezza è sintomo della sua alterazione, della sua empietà.

(p. 323, “La signora della casa dell’amore”, Nell’antro dell’alchimista volume I)

 

Addentrarsi nell’antro dell’alchimista significa lasciare fuori ogni pregiudizio e perbenismo, per ritrovare una dimensione in cui non esiste nulla di indicibile, inenarrabile e dove innumerevoli sono le maschere indossate dai personaggi in storie in cui quasi nulla è ciò che appare, e i mostri, quelli veri, molto spesso sono semplici esseri umani.
Come spesso succede nelle raccolte, non tutti i racconti sono all’altezza delle aspettative. La seconda è forse nel complesso la più debole fra le due. Eppure, vi sono in entrambe racconti che da soli varrebbero lo sforzo, che continuano a ossessionare il lettore che vi è inciampato. La camera di sangue, dalla raccolta omonima, è senza dubbio il capolavoro della produzione breve di Carter, in cui si intrecciano tematiche e spunti cari all’autrice: il richiamo del gotico inglese, la violenza e l’orrore, l’erotismo, la solitudine lacerante della protagonista, l’oppressione patriarcale e una tensione crescente con cui inchioda alla pagina. Scomporre il racconto alla ricerca di tutti gli spunti e le influenze su cui saldamente poggia, rimanderebbe a una tradizione che affonda le radici nelle fiabe gotiche, negli sperimentalismi della fin de siècle e, tra i tanti, nel meraviglioso e angosciante racconto The Yellow Wallpaper di Charlotte Perkins Gilman, dalla similare rappresentazione di un sistema patriarcale e un matrimonio sempre più opprimenti. Ecco che da queste radici si sviluppano i racconti di Carter e la rappresentazione di una femminilità piena di ombre, selvatica, forte, spesso brutale. Ne è massima espressione la giovane protagonista di Delitto con accetta a Fall River, il cui intento omicida è chiaramente espresso fin da principio; Lizzie, giovane e all’apparenza innocente, nell’istante prima di uccidere la propria famiglia. Ma inutile aspettarsi una qualche consolazione, una giustificazione possibile per la violenza che andrà a consumarsi entro quelle mura opprimenti, Carter non fa sconti e rinchiude il lettore dentro quella casa di porte sbarrate, claustrofobica, intollerabile:

 

È una casa tappezzata di porte chiuse a chiave che si aprono su altre stanze unicamente attraverso altre porte chiuse a chiave perché, sia al piano di sopra che a quello di sotto, tutte le stanze sono collegate l’una all’altra, come un labirinto in un brutto sogno.

(p. 143, “Delitto con accetta a Fall River”)

 

La scrittura indaga le ombre, si sporca le mani, abbonda di erotismo, bestialità – talvolta mostrata, altre solo insinuata - , di visioni, senza concedere sconti o consolazioni. Racconta i mostri che hanno il volto di uomini e donne, i segreti e le pulsioni più oscure – l’incesto, un altro tema ricorrente, nella seconda raccolta pienamente svelato nel racconto Peccato che sia una puttana di John Ford – plasmando la lingua a proprio piacimento, giocando con punti di vista, luoghi e tempi narrativi. Rilegge le fiabe, riporta in vita i fantasmi di Poe e Baudelaire, le apparizioni, i sogni, mescolando storia e finzione.

 

A quel punto, sotto lo sguardo sconvolto dei figli, prese a smaterializzarsi poco per volta. A sfarsi. Perse tutt’a un tratto i contorni della figura e cominciò a vacillare leggero nell’aria. Era il tramonto. La mamma dormiva sul letto con un bocciolo fresco di carne, color della malva, poggiato in un cestino, sulla sedia accanto al letto. Fu l’inizio dell’assenza e l’aria rabbrividì.

 (p. 71, “Il gabinetto del dottor Edgar Allan Poe”)

Un’autrice di culto che, pur nelle debolezze e mancanze, ci ricorda il tratto primario della narrativa e uno dei tratti peculiari della short story: sperimentare, spingere il lettore a uscire dalla propria personale comfort zone. Dire l’indicibile.

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Lasci la stanza com’è, di Amilcar Bettega

Autore: Amilcar Bettega Titolo: Lasci la stanza così com’è Editore: Del Vecchio Editore Traduzione: Daniele Petruccioli pp. 200  Euro 16,00

Autore: Amilcar Bettega
Titolo: Lasci la stanza così com’è
Editore: Del Vecchio Editore
Traduzione: Daniele Petruccioli
pp. 200 Euro 16,00


di Marina Bisogno

La citazione di Raymond Carver in epigrafe trae in inganno: Amilcar Bettega, autore della raccolta di racconti Lasci la stanza com’è (Del Vecchio Editore, traduzione di Daniele Petruccioli) non è uno scrittore che tende alla vena minimalista. O meglio: il minimalismo è il codice che Bettega utilizza per una ricerca tematica che ha a che fare con l’irrazionale. Le storie di questo scrittore brasiliano - critico letterario, traduttore, che ha iniziato a scrivere da adulto in preda a una crisi esistenziale profonda - sono esagerazioni. Non hanno nulla a che vedere con il realismo, la sensatezza dei gesti e dei pensieri. Piuttosto, disvelano visioni, incubi, paure, ossessioni: una matassa inconscia che lo scrittore manipola ad arte, rendendo credibile ciò che chiunque di noi, nel quotidiano, riterrebbe illusorio, folle. Non si tratta di realismo magico, di contaminazioni sud americane: nei racconti di Bettega l’assurdo è effettività, presenza. Ne “Il volto” un uomo è coinvolto nell’inseguimento del viso di un ragazzo da una stanza all’altra della casa. È una faccia senza corpo: svolazza nell’appartamento sfidando la voce narrante che, però, non riesce ad acciuffarla.

“Il fatto è questo: la casa non si scopre mai del tutto. Anche qualora mi liberassi del volto, dovrei comunque accettare i suoi segreti come elemento necessario alla nostra convivenza. Devo ancora assimilare la cosa fino in fondo, ma so di dover cominciare a rifletterci”
(“Il volto”).

La casa posseduta da spiriti è un classico della letteratura latina, ma in questo racconto brevissimo, il volto potrebbe alludere a un narcisismo che sconfina in un destino fatale. Questa, però, non è l’unica esegesi possibile. La consistenza prismatica delle storie di Bettega lascia percorribili molti binari interpretativi. Prendiamo ad esempio il racconto “Il coccodrillo I”: un uomo disteso sul letto si accorge che sul materasso, accoccolato ai suoi piedi, c’è un coccodrillo. I due entrano in confidenza, finché, dopo una serie di avvenimenti, il narratore si accorge, guardando dalla finestra, che ogni passante ha attaccato alle spalle un animale. Cosa rappresentano questi animali che cingono la schiena degli esseri umani e procedono con loro per il mondo? C’è dentro una visione esopica che dialoga con le favole greche e le riporta in auge.

“Sono sempre stato convinto che avrei finito coll’impazzire prima o poi, ma non avevo mai pensato di dover affrontare la pazzia in questo modo,
sotto forma di un coccodrillo dal passo stanco che mi saliva sul materasso”
(da “Il coccodrillo I”).

Un racconto del genere ci fa accettare come plausibili circostanze inverosimili: il lettore si affida allo scrittore e al suo punto di vista, facendo spazio a personaggi che diventano interpreti di quanto scaturisce da qualche angolo della loro mente. La maestria di Bettega sta nel convincerci che chiunque una mattina possa svegliarsi e trovarsi davanti un animale totem che concentra vizi e virtù dell’uomo a cui si manifesta. In un’intervista per Brazil, rivista di letteratura brasiliana, il nostro autore chiarisce che il fantastico irrompe non per dissolvere e sostituire la realtà, ma per ampliarla e per permettere il superamento di confini (forse limiti) che solitamente riteniamo invalicabili. Sta qui la chiave di accesso alla narrativa di questo scrittore che di Carver apprezza la reticenza stilistica; ma è a Kafka che torna di continuo. Non passa inosservato neanche il racconto “Esilio”: la voce narrante è di un commerciante che - sebbene consapevole di poter migliorare la sua quotidianità - si accontenta, lascia andare. Finché non prova a partire, ma sorpresa delle sorprese, il treno che dovrebbe traghettarlo in un’altra vita non riesce a uscire dalla stazione.

“Il treno faticava a staccarsi da quel paesaggio pallido di strade e case e luci vuote. Mi sono riaddormentato e risvegliato, diverse volte ancora, e il treno continuava ad attraversare la città”
(da “Esilio”).

Questo treno immobile, che illude il passeggero - neanche troppo convinto -  di poter raggiungere posti nuovi e giorni inaspettati, è la metafora dello stato d’animo del protagonista. Egli è irritante nella sua rassegnazione, nella rabbia mascherata da abitudine e non può essere certo un cambiamento di luogo a determinare un’evoluzione che riguarda anzitutto il suo spirito. Lo stile autoriale è il risultato di una rifinitura certosina: il lettore è davanti a testi fulminei, laconici. Con questa lingua Bettega architetta storie labirintiche come gli esseri umani, come il pensiero, la fantasia. Attraverso la narrazione betteghiana accediamo al fuoco della tradizione scritta e orale di un Paese che non si è accontentato di essere sud americano. Mixando miti della classicità, storie popolari, elementi di psicologia e peculiarità della short story, si compone la tela dell’esperienza di uno scrittore che anche l’Italia può leggere e apprezzare.


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Nel passato sempre presente: La costa di Chicago di Stuart Dybek

Autore:Stuart Dybek Titolo: La costa di Chicago Editore: Mattioli 1885 Edizioni  Traduzione: Silvia Lumaca pp. 168  Euro 16,00

Autore:Stuart Dybek
Titolo: La costa di Chicago
Editore: Mattioli 1885 Edizioni
Traduzione: Silvia Lumaca
pp. 168 Euro 16,00

di Fabrizia Gagliardi

Ci sono visioni cristallizzate nell’esperienza comune: il potere catartico di una passeggiata notturna in città ha creato un inconscio collettivo che si è trasformato in topos letterario. Il flâneur, passeggiatore solitario e assorto, ha tradotto l’inquietudine europea per l’industrializzazione fino a trasporla nell’emarginazione, lo sfruttamento e la velocità d’oltreoceano.
Ci vuole un potere evocativo non indifferente per viaggiare tra l’icona e l’immaginario di Chicago. Stuart Dybek è riuscito nell’intento con La costa di Chicago, arrivato in Italia a trent’anni dalla prima edizione americana, tradotto da Silvia Lumaca e pubblicato da Mattioli 1885. È difficile allontanarsi dai toni seppia e dalla grana puntellata di una pellicola mentale: la Chicago degli anni Venti, traviata dalle lotte intestine, da vizi, corruzione dell’alta società e, più tardi, da Al Capone, mossa dal ritmo bepop e blues, altrettanto prosperosa e culturalmente poliedrica. Una scenografia americana che torna alla mente con Saul Bellow, ed è riportata nella sua spietatezza da puttane, ladri, criminali ed emarginati de Le notti di Chicago di Nelson Algren. Ma come inserirsi in uno scenario letterario già codificato?

I quattordici racconti di Dybek non hanno la pretesa di scostarsi dal realismo di visioni precedenti, ma mostrano la differenza sostanziale tra il ricordare e il vivere la memoria. Farewell, il racconto che apre la raccolta, inizia proprio con la rievocazione di una passeggiata insieme al crepitio della neve, il frustare del vento e un umore malinconico che si spande man mano che il ricordo sta per concludersi. È in Chopin d’inverno che il panorama dell’infanzia dell’autore prende vita: una voce da un edificio, un appartamento, lungo le scale, ascolteremo odori e musicalità dei migranti colmi di speranza: polacchi, messicani, irlandesi intrecciano parentele inedite tra storie del vecchio continente e un clima che insieme alla miseria li stringe l’uno con l’altro.
C’è un momento nello sguardo diretto alla realtà in cui intimità, suono e ambientazione servono come un lento scivolo verso il metafisico:


In confronto alle apparizioni diurne, le sagome sembravano quasi invisibili, mimetizzate nel buio della notte, ombre che avevano spezzato il loro legame con qualsiasi cosa le avesse sbattute fuori, e ora vagavano libere, come sogni fuggiti ai sognatori. Emergevano dai viadotti nelle notti in cui i viadotti esalavano nebbia e i coperchi dei tombini fumavano. Quando sostavano davanti ai portoni d’ingresso gocciolanti, rendevano i portoni bui. Quando uscivano in piena luce – ombre, ma ombre non più supportate dai muri o seguite da un marciapiede – la pioggia, che cadeva obliqua nel bagliore dei lampioni e delle insegne dei negozi, si imperlava su di loro come elettricità fusa. I fari in arrivo gli si curvavano intorno, il fascio di luce ne delineava il profilo.


A scandire i contorni temporali sempre più indefiniti contribuiscono spazio e buio: le sagome architettoniche trasmettono il chiaroscuro alle figure che partoriscono. Non a caso il riferimento più immediato è ai Nottambuli di Hopper, e infatti il titolo omonimo del racconto di Dybek anima l’immobilità del dipinto: sguardi di sconosciuti attraversano la città da un capo all’altro, dai bassifondi alla Gold Coast, tutti accomunati dalla contemplazione estatica della propria condizione immersa nel paesaggio. Sugli occhi dei giovani non grava tanto il peso del tempo quanto il bisogno di crescere e ripartire dalla distruzione. Lo sanno bene i bambini che intravedono il futuro con il ritrovamento del cadavere di un uomo in Morte di un esterno destro («Forse volevamo che il nuovo esterno destro, chiunque fosse stato, la notasse, e si facesse delle domande su chi aveva giocato lì prima di lui, capendo che adesso lui era l’unico legame tra passato e futuro») o il ragazzino che usa tappi di bottiglia per costruire un cimitero d’insetti in Tappi di bottiglia.
L’infanzia è vissuta in una strada che non nasconde mai la propria corruzione. In Disagio con una carrellata liberatoria, che ricorda Sulla strada di Kerouac, assistiamo impotenti a un’evoluzione: la corruzione e il degrado fagocitano parti di una città tra le speranze e la fallibilità della memoria quando si allontana dal luogo d’origine («Erano sparite cose che non potevano ricordare ma che gli mancavano; ed erano sparite cose non erano nemmeno sicuri che ci fossero mai state»).

Ai sette racconti di più ampio respiro se ne affiancano altri sette che suggeriscono come la flash fiction si presti benissimo al ritmo senza tempo della città. Il flâneur si evolve in un’entità immanente: diventa la moltitudine di suoni e colori all’apparenza scostanti per uno sguardo straniero, ma che ben presto significheranno casa.

 

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Cose impossibili di tutti i tipi, di John McGahern

Autore: John McGahern Titolo: Cose impossibili di tutti i tipi Editore: Racconti Edizioni Traduzione: Stefano Friani pp. 229   Euro 17,00

Autore: John McGahern
Titolo: Cose impossibili di tutti i tipi
Editore: Racconti Edizioni
Traduzione: Stefano Friani
pp. 229 Euro 17,00




Di Debora Lambruschini


Nel mare magnum delle uscite editoriali che ogni giorno arrivano sugli scaffali, capita di frequente che libri di una bellezza assurda si perdano un po’, fagocitati da nomi ben noti, pubblicità pressante, pile ben riconoscibili nelle librerie, disattenzione; se a questo si aggiunge che in generale le raccolte di racconti non vengono accolte con standing ovation, è abbastanza ovvio che il lettore entra in contatto con un numero ben limitato dei titoli pubblicati. È proprio qui, a mio avviso, che il lavoro di critici, giornalisti e redattori culturali, gioca un ruolo importantissimo e molto delicato. Non per ricercare l’originalità e la nicchia a tutti i costi, uno snobismo controproducente e un po’ antipatico, ma davvero per tratteggiare un quadro quanto più variegato delle produzioni letterarie che hanno una qualche valenza, artistica o sociale. Cose impossibili di tutti i tipi, la raccolta di John McGahern da poco in libreria per Racconti edizioni, è appunto uno di quei libri di cui si sta parlando troppo poco, nonostante meriterebbe di arrivare a un numero ben più ampio di lettori.
Va detto che McGahern non gode di molta fortuna editoriale nel nostro Paese – nonostante nel mondo anglosassone la valenza letteraria della sua opera sia ben riconosciuta – con un paio di pubblicazioni per Einaudi negli anni Novanta e la più recente uscita di The Dark (il suo romanzo più celebre) per minimum fax. I racconti, in cui la prosa di McGahern è al suo meglio, non erano mai stati tradotti prima. Chi meglio di Racconti edizioni poteva portare in Italia la produzione breve di questo autore, più volte definito dalla critica anglosassone il Čechov irlandese? Cose impossibili di tutti i tipi presenta quindi una ricca e molto interessante selezione di short story, curata e tradotta da Stefano Friani e arricchita da una sentita prefazione a firma di Colum McCann che sottolinea la valenza letteraria di questi racconti e la straordinaria capacità di trascendere lo spazio e il tempo.
Ecco, il tempo nelle sue diverse implicazioni è a mio avviso una delle chiavi di lettura imprescindibili di questa raccolta, insieme alla riflessione sull’Irlanda – intesa quasi come uno stato d’animo – , rapporti famigliari, vita quotidiana e ambiente rurale.
È il tempo che non sembra scalfire la prosa, resa magistralmente dalla traduzione di Friani, che permette alla narrazione di arrivare fino al lettore contemporaneo senza avvertire lo straniamento di una scrittura ancorata al tempo e allo spazio della composizione; ma è anche il tempo sospeso della narrazione, in cui si scivola dentro per poi accorgersi improvvisamente dei riferimenti temporali che collocano i racconti in un contesto cronologico solo allora meglio definito.

Si è detto di McGahern che è stata e in parte è tuttora, la voce dell’Irlanda rurale. Di questa sua “irlandesità” e interesse per un ambiente ben definito, i racconti sono impregnati e ne rappresentano le sfumature più variegate e interessanti. La voce irlandese è complessa, non smette mai di esserlo, come dimostrano le tendenze degli ultimi anni con autori sorprendenti quali, per esempio, Ali Smith, Sally Rooney, Eimear McBride, solo per citarne alcune. Nei racconti di McGahern quella con l’Irlanda – quella stessa che lo censurò e lo costrinse per un periodo ad allontanarsi – è una relazione complessa, intima, mutevole come l’amore. È patria e casa, a cui legare le domande che percorrono tutta la narrazione: restare o andarsene? E come affrontare un complicato ritorno?

Un rapporto complesso che si esplica soprattutto nel confronto tra padri e figli, tema ricorrente in tutta la raccolta, su cui McGahern concentra le sue pagine più intense, con “Ruote” e “Orologio d’oro” gli esempi più significativi per sensibilità, stratificazione, spunti di riflessione. Uomini semplici e ruvidi, incapaci di dare parole ai propri sentimenti, spesso orgogliosi e distanti, su cui l’autore costruisce il proprio personale scenario di incomprensioni, solitudini e mancanze, talvolta acuite da una lontananza fisica e anche in questo caso legata alla tensione fra andare o restare che, come si diceva, ritorna in tutta la raccolta.

 

«Ma dico, mettiamo che tu vada bene, non ci faresti un pensierino a mollare del tutto questo paese e andartene in America?» […]

«Perché l’America?»

«Bè, è la terra delle opportunità, no? Un grosso paese in espansione. Non c’è spazio per l’ambizione in questo bugigattolo di posto».
(“Corea”, p. 44)

 

Alla spinta ad andarsene, a cercare altrove un’opportunità che la propria casa non sembra poter garantire, si oppone il rancore, il senso di tradimento nei confronti di chi alla terra ha preferito altre vie di affermazione:

 

Mio padre non mi aveva mai perdonato per aver colto l’occasione di andare all’università. Avrebbe voluto che rimanessi a casa a lavorare alla terra. Avevo sempre combattuto il suo bisogno di tramutare il mio rifiuto in tradimento […].

(“Orologio d’oro”, p. 122)

 

Le parole sono importanti, soprattutto in un racconto: “tradimento” non è un termine scelto con leggerezza. E spiega da solo la complessità di un rapporto padre-figlio come quello rappresentato dai protagonisti di “Orologio d’oro”.

Lo sguardo di McGahern si concentra sulla vulnerabilità, sul silenzio e le distanze che sembrano impossibili da colmare, sull’umana fragilità e sulla ricerca di una felicità possibile di cui ogni pagina, ogni parola è pervasa. Pagine scolpite da una prosa elegante, che poco indugia nel gergale, piana e immediata, illuminata da brevi istanti di lirismo quasi sempre legati alla descrizione dell’ambiente, alla luce – una delle “ossessioni” di McGahern – al mutare della campagna nell’alternanza delle stagioni e del lavoro. Ambiente che è ben più di semplice sfondo, ma parte integrante della narrazione, del personaggio stesso; anzi lo accompagna, mutevole per sua natura, nelle solitarie riflessioni, nel quotidiano tra lavori e fatiche, nei silenzi. Umanissimi nelle loro fragilità e dubbi, i personaggi di McGahern si confrontano con i limiti dell’esistenza, con la complessità delle relazioni, con le distanze e la perdita, con la morte, ovviamente; la caducità umana, il ricordo, la malinconia, occupano la riflessione intima e sentita di preti di campagna, figli che hanno preso le distanze, uomini soli che tentano di venire a patti con quel senso di finitezza.
E, ancora, con la domanda che sembra percorrere tutta la narrazione, se un certo grado di felicità sia possibile anche sotto il cielo d’Irlanda, tra quelle vite minime, che la letteratura sa rendere straordinarie.

 

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La frontiera, il West, la malinconia nelle storie di Sam Shepard

Autore: Sam Shepard Titolo: Attraverso il Paradiso Editore: Il Saggiatore Traduzione: Andrea Buzzi pp. 399   Euro 22,00

Autore: Sam Shepard
Titolo: Attraverso il Paradiso
Editore: Il Saggiatore
Traduzione: Andrea Buzzi
pp. 399 Euro 22,00


di Debora Lambruschini

Mio padre si tolse il grembiule e posò il forchettone accanto alla griglia. Lo sguardo fisso sulle braci, la faccia inespressiva. Non c’era rabbia, solo una vecchia angoscia che sembrava ritornargli addosso come se lui sapesse che quei brevi intervalli di felicità non erano altro che maschere del suo vero destino.
(“Un gruppetto di amici”, p. 68)

 

«Brevi intervalli di felicità»: nelle storie di Sam Shepard non c’è spazio per la consolazione. Attore, commediografo, scrittore premio Pulitzer (nel 1979, per “Il bambino sepolto”), Shepard è il cantore dell’America di frontiera, brutale e desolata, che si illumina di squarci di bellezza inaspettata; di uomini e solitudini, sogni infranti e un destino già scritto a cui sembra impossibile opporsi. Sospeso nel tempo, è immutato il fascino della frontiera, del West: una provincia malinconica, dove ogni cosa è avvolta dalla polvere del deserto, gli spazi sono sconfinati e tutto porta su di sé tracce di abbandono e decadenza, che sia un diner in mezzo al nulla o una pompa di benzina in pieno deserto. Attraverso il paradiso, quaranta storie di spietato realismo, è un tassello importante nella ricostruzione bibliografica dell’autore e prosegue l’opera di riscoperta e traduzione di Shepard da parte de Il Saggiatore, dopo “Il grande sogno” e “Hotel Chronicles”. Sono storie crude e dense di malinconia, minimaliste, in cui si avverte il gioco autobiografico dell’autore: il confine si fa labile, la narrazione avvince il lettore e la parola sempre misurata, scarna, inchioda alla pagina, insinuandosi sotto pelle, attraverso un lavoro di sottrazione reso abilmente dalla traduzione di Andrea Buzzi. Non c’è spazio per la consolazione, si diceva, la malinconia il fil rouge che lega le storie. Si avverte nei racconti di Shepard, nella sua sensibilità letteraria, l’eco dell’umanità dolente di Denis Johnson, un comune interesse per quelle vite ai margini, antieroi alle prese con la dipendenza dall’alcol, la solitudine, la sconfitta. Il West di Shepard appare sospeso nel tempo nonostante non manchino i riferimenti temporali, lontanissimo dall’epopea e dalla grandiosità della sua leggenda: sono i titoli di coda di quel mito, ogni cosa ricoperta di ruggine e polvere. L’ambientazione che non può essere semplice sfondo, ma protagonista alla pari – e forse anche più – di quegli uomini che tentano disperatamente di sopravvivervi. Allevatori, mezzosangue, ragazzini mandati a imparare un mestiere, mandriani, eccentrici attori: un’umanità che non può esistere altrove, non in questa forma, respira la polvere e abitua lo sguardo agli spazi sconfinati; le mani rese ruvide dal lavoro incessante, le lunghe distanze da percorrere a cavallo o su macchine scassate, da una desolazione a un’altra. Come da miglior tradizione, è nei silenzi, in quegli spazi vuoti della narrazione, che si compie il miracolo del racconto. Se la frontiera è il cuore pulsante della raccolta, è nelle descrizioni dell’ambiente che la scrittura si apre a un lirismo inaspettato, tanto nella fugacità di un attimo di bellezza e meraviglia, quanto nella desolazione di un luogo:

 

Era una di quelle mattine in cui la California settentrionale mostra davvero il suo volto paradisiaco. Non c’è schifezza umana che possa impedire di vederlo. Candidi aironi che planano sulle paludi. Falchi appollaiati sui pali di cinta, che osservano il traffico. Holstein che pascolano nella lussureggiante erba verde smeraldo. (“Pellicina”, p. 92)

 

Ma è solo un istante, prima di avvertire di nuovo quel «nodo di dolore che non riusciva a trovare uno sfogo», l’angoscia di fronte a un destino ineluttabile.
Non tutti questi quaranta racconti hanno la stessa forza, non tutti resteranno memorabili. Eppure, la struggente malinconia e bellezza di alcuni è sufficiente a raggiungere vette narrative di rara efficacia.
“La natura alla natura”, è il ritratto di una stagione, un’età, in cui iniziano a delinearsi le vite che saranno, ma ancora per un attimo sospesi in quei giochi tra ragazzi, i battibecchi, i sogni ingenui, l’avventura. Anche qui, tuttavia, lo strappo è inevitabile ed ecco che un cancello chiuso alle proprie spalle sembra assumere un più profondo significato, in una scena di così chiara impronta cinematografica da fissarsi nella memoria come se davvero fosse il fotogramma di un film visto molto tempo prima.

Ancora dei ragazzini, in “Attraverso il paradiso”, che dà il titolo alla raccolta e in cui ritroviamo uno dei temi ricorrenti nella narrazione, la perdita e il rapporto padre figlio:

 

Il padre di Crewlaw era morto bruciato nel letto di un motel. La storia era questa.

 

Nient’altro che questo con cui far partire il racconto. Non è importante scandagliare le ragioni per cui il padre si trovasse in un motel, il fallimento di quella vita, l’alcol. Resta l’avventura, lo sfregio della morte, del vuoto con cui dover fare i conti. L’esplosione, non soltanto metaforica.

Di padri e figli, di mancanze e assenze, è impregnata tutta la raccolta, specie nelle sue pagine migliori: la mancanza di un padre che non si è mai conosciuto o perennemente distante, una distanza che è prima di tutto emotiva, incolmabile, con cui nemmeno da adulti si potrà venire a patti:

 

A Price sembrò di avere di nuovo nove anni. Aveva paura che gli scappasse un altro grido, senza nessuna ragione, o di sprofondare in quella orribile ferita che si portava dentro per non aver mai avuto un padre. (“Polvere”, p. 156)

 

È uno squarcio in un racconto che sembra parlarci di tutt’altro, ma alla fine è a quelle poche parole, brutali e assolute, che torneremo e anche in questo sta, a mio avviso, la grandezza di Shepard. Scava sotto pelle, ci costringe a guardare ragazzini già irrimediabilmente perduti, uomini soli, compagni manchevoli. Pochi personaggi femminili in un mondo che sembra popolato quasi solo di uomini, eppure quelle donne che vi compaiono colpiscono per la forza del personaggio: una forza fisica, carnale, magnificamente impersonata dalla giovane a cavallo di “Polvere”, quasi selvaggia, con «i suoi occhi violenti, splendidi», o la moglie in fuga di “A ciel sereno”, che lascia il marito e la vita fino a quel punto vissuta, perfino il proprio nome.

Nell’ultima parte della raccolta, il gioco meta letterario si fa ancora più importante e distinguere l’invenzione dall’episodio autobiografico è impresa ardua, per quell’io narrante in prima persona che indossa le vesti dell’attore e che inevitabilmente ricolleghiamo a Shepard stesso. Poco importa a mio parere scandagliare i racconti a caccia di spunti autobiografici e se qualcosa la scrittura e tanti anni di lettura ci insegna è che in ogni narrazione c’è un pezzo di noi e, allo stesso tempo, ogni cosa è finzione. Quello che conta, quello che resta, è il personaggio ideale chiamato a chiudere questa raccolta: non poteva essere che un attore, eccentrico e malconcio, a farci prendere congedo da quelle strade polverose, dal rumore di uno sparo, dall’odore dell’alcol e del sudore. Dopo, solo i titoli di coda. 

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Gli effetti invisibili del nuoto, di Alessandro Capponi

Autore: Alessandro Capponi Titolo: Gli effetti invisibili del nuoto Editore: Hacca Edizioni pp. 160   Euro: 15

Autore: Alessandro Capponi
Titolo: Gli effetti invisibili del nuoto
Editore: Hacca Edizioni
pp. 160 Euro: 15

di Roberto Galofaro

Hacca Edizioni pubblica la raccolta di racconti Gli effetti invisibili del nuoto di Alessandro Capponi, uscito nel Settembre del 2020. L’autore, nato nel 1970, non è propriamente un esordiente, avendo all’attivo già un romanzo (L’amore dei nudi, Salerno editore, 2007) e il resoconto narrativo su Valerio Verbano scritto a partire dai ricordi della madre Carla (Sia folgorante la fine, Rizzoli, 2009). Alla prova con la forma breve sceglie di raccontare fragilità e drammi sentimentali legati da un sottile filo rosso: la pratica del nuoto. Approcciando il libro viene da chiedersi se e quanto possano essere stati d’ispirazione l’inarrivabile pathos del celebre Nuotatore di Cheever o la densità di sguardo della assai meno nota Nuotatrice di Alessandra Sarchi.

L’assunto è dichiarato nel primo dei racconti, Il giorno in cui il signor Alfredo capovolse il mondo:

«La meraviglia della piscina è tutta in una specie di leggenda che alcuni istruttori amavano raccontare, probabilmente dopo averla inventata: ogni uomo che vi nuoti, che lo faccia ogni giorno o non lo faccia da secoli, si trasforma in un altro animale. Così ci sono rane e delfini, certo, e balene, naturalmente, e ci sono cani e perfino insetti, perfino serpi e topi.»


E così è dichiarato anche l’altro filo conduttore della raccolta, ovvero la parentela stretta tra uomini e animali. Quello che lega un uomo o una donna al proprio soprannome è però un’esteriorità cucita addosso dai giudizi altrui, che ha sì la forza di cristallizarsi diventando un destino ma che, tutto sommato, conserva qualcosa di infantile e ingenuo (così quando l’identificazione è dichiarata senza mezzi termini, come nell’incipit di Il topo: «Sia chiaro, era vero che quell’uomo somigliava a un topo: ma soprattutto lo era»). L’accostamento non discende da un’osservazione naturalistica, non da un’idea di mimesi dei regni animali contigui all’umano, più spesso è ricavato da un modo di dire: così nel caso del gambero che nuota al contrario o del pesce all’amo, o della tartaruga senza guscio.
L’animale, insomma, non è interrogato in questi racconti come vicario del sacro e del selvaggio, non è un dio incarnato, né l’alterità atavica che è mossa dagli istinti, è né più né meno un come se: una metafora urbana, nata in un contesto quotidiano e umanissimo.
Così accade nell’incedere goffo di un animale marino imperfetto quale è il tricheco, nella lentezza metodica rivelata dalla scia di una lumaca, nella furtiva impostura del topo. Questa precisa riduzione della metafora animale è indirizzata da Capponi nella ricerca quasi di una favola senza mistica, compiaciuta di piccole cose: una bracciata dall’ampiezza contenuta.
Capponi indugia sugli effetti del nuoto sul corpo (per esempio, alla fine dell’allenamento, ci si sente «la spina dorsale d’acciaio, i capelli ancora umidi rivolti al sole, la pelle profumata, i muscoli schiusi»), si lascia andare a dettagli precisi sull’esercizio del nuoto. Ma quel che ci racconta sono principi di cambiamento, il colpo di reni che dà slancio a un’emersione; l’abbandono di un’abitudine o dell’abitudine cicatrizzata per l’inizio di una vita nuova. È come se in ultimo la sua attenzione fosse tutta per il movimento che porta un’esistenza a virare, cambiare indirizzo e direzione. Le epifanie avvengono come ultime volte e prime volte. Uscite di scena ed esordi. La meschinità che si ritira, la magnanimità che prende il largo.
Se i corpi hanno definizioni precise («il seno, generoso per quanto nascosto da maglioni e felpe ben più abbondanti della sua taglia…»; «aveva perso l’esplosività dei muscoli e trovato morbidezze»), i gesti avvengono in un’aria di incertezza, come impressioni o vibrazioni la cui percezione ambigua aleggia nel dubbio di chi osserva («un’impressione o poco più»; «Alfredo stava piangendo, forse, prima ne era stata sicura ora non più»; «credevo dormisse, e sorridente, e sorrideva davvero»; «nel suo sguardo cominciavano ad essere visibili tracce di fastidio, forse anche di dubbio e di preoccupazione»).
Tutte le piscine sono “piccole” (è forse una sola quella raccontata, visto il ricorrere dell’istruttrice Barbara in più di un racconto, ciò che lega ancora più stretto il nodo della raccolta), perché gli uomini sono pesci d’acqua dolce, abituati a piccole pozze profumate di cloro; prendere il largo è pericoloso: nei fiumi e nel mare i personaggi rischiano il naufragio.
C’è la giornata attraversata a nuoto da una donna di trentasette anni (soprannominata la lumaca all’epoca del liceo perché molto lenta in vasca), che prende a muoversi nuotando da un luogo all’altro della sua vita: l’ufficio, la scuola della figlia, le stanze della casa che divide con il marito, lasciando interdetti e meravigliati gli altri-spettatori. C’è il ragazzo infelice che si ritrova a nuotare sulla Prenestina allagata come una tartaruga miracolosamente uscita dal guscio. C’è il malato che in piedi dinanzi al letto d’ospedale, il filo della flebo attaccato al braccio, si muove simulando un crawl nell’aria, sognando di poter tornare in piscina una volta guarito.
Se la lingua di Capponi scorre senza sussulti, attestandosi su un piano di empatia immediata con i propri personaggi, può forse migliorare la scansione degli eventi. Non aiuta l’indeterminatezza di certi riferimenti temporali: «In quei giorni l’istruttore di nuoto Germano stava preparando una gara di body building: non era certo la sua passione ma […] si convinse di poter trovare nei muscoli una risposta alla crisi di quei tempi.»; «Tra i due, negli anni, c’erano stati momenti di incolmabile distanza e altri di simbiosi […] Non era facile capirsi, non sempre almeno, non in quei giorni sicuramente. […] In quegli anni padre e figlia vivevano […]».

L’andamento dei racconti vorrebbe essere mimetico del lento modificarsi delle intenzioni e delle emozioni che porta i personaggi alla rottura o alla catarsi finale. È però una linea di confine molto netta, con pochi chiaroscuri: di qua il passato, l’errore, il dolore, di là la rinascita, il futuro, la consapevolezza. Il cimento che aspetta Capponi è forse proprio questo: cominciare a lasciare qualche porta socchiusa e ombreggiare le “finestre” dei suoi racconti, ché non sembrino spalancate.

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Lot, di Bryan Washington

Autore: Bryan Washington Titolo: Lot Editore: Racconti Edizioni Traduzione: Emanuele Giammarco pp. 226  Euro: 18

Autore: Bryan Washington
Titolo: Lot
Editore: Racconti Edizioni
Traduzione: Emanuele Giammarco
pp. 226 Euro: 18


di Debora Lambruschini

Stratificato. La prima parola che mi viene in mente pensando a Lot, di Bryan Washington, è “stratificato”. Tanti sono gli spunti, le chiavi di lettura con cui potersi confrontare nel corso della lettura, fino ad arrivare idealmente allo strato primario, al cuore di questo libro dalla forma ibrida, tra romanzo e raccolta di racconti, un centro della narrazione che riassumo ancora in una parola, identità. Lot è un esordio narrativo che è valso al suo autore numerosi premi e riconoscimenti e che è arrivato in Italia grazie a Racconti edizioni, da sempre attenta a dare spazio alle voci più innovative, sperimentali, vibranti, della narrativa breve. Ed è un testo che si muove al confine tra due forme letterarie, riassumendo in sé caratteristiche di entrambe, piegando la narrazione alle necessità della storia, delle voci che la compongono, quel mosaico di esistenze che, più di ogni altra cosa, sono la parte viva e pulsante di questo libro: dal romanzo deriva lo slancio verso una narrazione ampia, lo sviluppo di una vicenda che sovrasta le altre voci del libro e ne è il filo conduttore; dal racconto – da un certo tipo di racconto, almeno – Lot ricava l’interesse per il frammento, l’istante, la fotografia letteraria di momenti precisi di innumerevoli vite che, si diceva, compongono il mosaico di questa narrazione, con le loro sporadiche epifanie e rivelazioni, lampi che squarciano la pagina. E, ancora, quel desiderio di lasciare ampi spazi vuoti nella narrazione che sarà compito del lettore colmare, con la stessa libertà con cui ci si concentra su un’immagine, un oggetto, un sapore – la narrazione è ricchissima di riferimenti al cibo – per trovare la propria personale chiave di lettura. Washington, con una lingua priva di orpelli e artifici, ma che a tratti sa farsi quasi lirica, compone un mosaico di esistenze ai margini, raccontando gli Stati Uniti delle minoranze, nella Houston dei quartieri popolari, di quelle stesse zone che danno il nome a ogni capitolo, degli immigrati. E forse la cosa più sorprendente è la capacità di maneggiare una materia tanto attuale e complessa senza restare invischiato nella retorica, senza cedere a sentimentalismi o banali semplificazioni. Eppure in Lot il tempo storico è solo un dettaglio marginale, conta molto di più lo spazio preciso entro cui queste esistenze si consumano – termine che non scelgo per caso – quasi a suggerire l’idea che un certo tipo di conflitto, di difficoltà, sono in fondo sempre le stesse, da un decennio all’altro, perché mai risolti. È il colore della pelle, l’appartenenza a una certa minoranza (soprattutto neri e latinoameicani), a determinare a quale America si appartiene. Un Paese che viaggia su due binari e, non a caso, è proprio vicino a essi che queste vite si svolgono. La narrazione quasi sempre in prima persona maschile, la scrittura cruda, infarcita di slang e richiami culturali, con cui la traduzione di Emmanuele Giammarco ha dovuto fare i conti per restituire al lettore italiano quella complessità linguistica che è specchio di una moltitudine di esistenze, un melting pot linguistico e culturale ben reso sulla pagina.
In questa Houston di case popolari, macchine scassate, quartieri di droga e degrado, periferia di una città che sembra lontanissima, Bryan Washington non cala i suoi personaggi su un ideale sfondo narrativo, piuttosto è come se fotografasse quegli uomini e quelle donne colti nella realtà del proprio quotidiano, senza edulcorare nulla o, al contrario, regalare al lettore improbabili catarsi. C’è poca consolazione in queste storie, ma c’è molta umanità, che l’autore racconta svincolata da intenti di riflessione politica e sociale, verso cui, semplicemente, proietta il lettore. Manca l’urgenza e la forza politica di Colson Whitehead, James Baldwin, Angela Davis, Ta-Nehisi Coates, solo per citare alcuni tra i più importanti intellettuali che si sono confrontati ognuno a modo proprio con la questione razziale, eppure anche il testo di Washington, pur svincolato da tali intenti, non si sottrae alla situazione civile, restituendola con il racconto dei fatti.  

Tornando alla narrazione pura, ciò che l’autore calibra magistralmente sono i silenzi: le parole che mancano, le distanze, l’incapacità di comunicare. Alcuni silenzi sono così ingombranti e assoluti che sembrano farsi corpo:

Riempivamo gli angoli con il nostro silenzio. E questo filtrava nel corridoio. Avresti detto che eravamo sereni. Ci avevano costruito accanto un centro commerciale, e le cantilene degli ubriaconi squillavano attraverso le finestre. Ma in generale era più il silenzio. Di quelli che ti sigillano le orecchie.
 (“610 North, 610 West”, p. 42)

I silenzi di figli che non sanno come venire a patti con la propria identità o colmare quella distanza generazionale in cui sono avvolti; i silenzi dentro cui si cela la solitudine, la disperazione per l’abbandono, la paura che attraverso la parola quello che siamo diventi davvero reale e rompa definitivamente quei fragili equilibri su cui poggia un’esistenza; la parola ha un potere straordinario, da forma e dignità alle cose o può distruggerle. Il nome stesso del protagonista che fino alla fine non viene pronunciato – e mi ricorda in questo, fra tanti, “Il nome della madre” di Roberto Camurri, una mancanza così totalizzante da non riuscire a farne il nome, fino alla fine – e il senso di intimità che ne deriva, lo svelamento, scoprirsi nudi e vulnerabili quando il nostro nome scorre sulla bocca di un altro.
I silenzi sconcertati, per un abbandono che non doveva sorprendere più di tanto forse, eppure quando infine si concretizza davvero lascia ugualmente basiti, a pezzi:

Quando nostro padre si era defilato per sempre, si era portato con sé ogni suono della casa. Mamma non avrebbe parlato per un altro paio di settimane, almeno non con noi; così le ultime parole che gli aveva dedicato erano le uniche ad aleggiare nell’aria.
(“Lot”, p. 110)

Ecco, insieme ai silenzi, alle parole mancanti, sono le assenze l’altro grande perno della narrazione: famiglie che si disgregano, un pezzo dopo l’altro, fantasmi che aleggiano tra le stanze di cui si conserva ancora, ostinato, il ricordo. Uomini che fuggono dalle proprie responsabilità, padri assenti; figli che si allontanano, per sopravvivere, per mettere una distanza con il luogo d’origine; uomini incapaci di restare perché vorrebbe dire svelarsi, completamente, e rendere concreta una possibilità.

 

Ecco quanto è facile andarsene da una vita. Me l’ero sempre chiesto, e ora lo sapevo.
(“Navigation”, p. 145)

 

C’è, a tratti, un vago senso di possibilità che pervade questo romanzo-racconto; possibilità effimere, fugaci e troppo fragili per il luogo cui appartengono da poter essere considerate davvero. Ci si ripiega su se stessi, allora, si affonda ogni giorno un po’ di più, mentre tutto intorno sembra cambiare – si badi bene, non per forza migliorare. Cambia il quartiere, che inizia a popolarsi di bianchi e di nuove case e negozi, cambia la città, le macerie dell’ultimo uragano (Harvey, nel 2017) ben evidenti, ma, ancora una volta, anche il mutamento corre su due binari diversi, in una città che ben esemplifica le contraddizioni di una società tutta:

Houston sta cambiando muta. […] Ma dopo la tempesta ci hanno sbattuti fuori anche a noi: se non puoi permetterti la ricostruzione, allora te ne vai. Se hai prosciugato il tuo conto per ricostruire, allora non puoi rimanere. Se non puoi permetterti di andartene, e non puoi permetterti di rimettere a posto la tua vita, allora quello che devi fare è restare a guardare il tuo quartiere mentre cresce via lontano da te.
(“Elgin”, p. 207)

 

E così quello di Washington è un canto disperato, illuminato da squarci di possibilità e cambiamento. È storia di un luogo e di individui, di comunità e famiglia. Di una periferia che somiglia a un ghetto, raccontata con cruda onestà, per quello che è, senza false mitizzazioni o eccessi romantici, ma in tutta la sua brutale realtà.  Di un protagonista senza nome, che cerca di venire a patti con se stesso, con la propria sessualità, con il disgregamento di quello che conosceva, in una sorta di Bildungsroman feroce, ma non privo di bellezza, perfino di ironia e lirismo. È fuori dal tempo e, allo stesso modo, attualissimo, perché tali sono gli spunti della narrazione. Ma, soprattutto, Lot è ricerca della propria identità, nelle varie accezioni del termine: identità come individui e cittadini che cercano di mediare fra due culture, identità come giovani che faticano a trovare un posto nel mondo, identità come scoperta e accettazione della propria omosessualità.

Giorni terribili, di A. M. Homes

Autore: A. M. Homes Titolo: Giorni terribili Editore: Feltrinelli Traduzione: Maria Baiocchi e Anna Tagliavini pp. 256   Euro 17,00

Autore: A. M. Homes
Titolo: Giorni terribili
Editore: Feltrinelli
Traduzione: Maria Baiocchi e Anna Tagliavini
pp. 256 Euro 17,00

di Debora Lambruschini

È settembre, e per quanto abbia finito di studiare da decenni, il calendario accademico ancora esercita il suo fascino, si sente invadere dalla voglia di nuovi inizi. È la stagione dell’abbondanza: i meli carichi di frutti, l’erba alta sul ciglio dell’autostrada. Il vento investe gli alberi. Ogni cosa respira a fondo, il sospiro di fine estate della natura. Nel giro di un paio d’ore si scatenerà il temporale del tardo pomeriggio a ripulire l’aria.
(p. 31 “Giorni terribili”)

Settembre è finito da poco, le immagini reali ben sovrapposte a quelle letterarie suggerite da questo breve passo tratto da Giorni terribili, il racconto di A. M. Homes contenuto nella raccolta omonima di recente pubblicata da Feltrinelli. Di immagini e atmosfere, di silenzi e parole che mancano è attraversata tutta la raccolta: dodici racconti in cui la voce dell’autrice statunitense sa farsi ora nostalgica, ora ironica, a tratti cinica, per poi aprirsi alla compassione verso i suoi personaggi e quelle vite che appena emergono dalla pagina. Chiariamo subito un punto: è una raccolta molto bella, per tematiche e spunti, per lo sguardo diretto e la parola misurata resa dalla traduzione puntuale di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini. Ma non è perfetta, le aspettative non vengono pienamente soddisfatte. O forse, più semplicemente, ci siamo lasciati ingannare da titoli e stralci di commenti che etichettavano anche questo nuovo lavoro di Homes come l’ennesimo esempio di quella voce tagliente, innovativa, originale, grazie alla quale ha ricevuto premi e pubblicazioni sulle principali riviste culturali del Paese. Perché questi racconti sono belli sul serio e, spesso, la scrittura sa spogliarsi di convenzioni e reticenze per mettere a nudo contraddizioni e meschinità del mondo contemporaneo e degli individui; uomini e donne di cui Homes rappresenta con cruda onestà gli equilibri fragili, le mancanze, le quotidiane cattiverie, non priva talvolta di compassione verso questi piccoli esseri umani. Allo stesso tempo sono racconti meno sperimentali e audaci di quanto ci si aspettasse. Messo da parte “l’equivoco”, restano quindi dodici storie ben costruite, che si aprono a spunti interessanti a partire da tematiche riconoscibili, familiari, in cui, come si diceva, l’ironia si fonde allo sguardo più malinconico, doloroso, ma anche ai piccoli, fugaci, squarci di luce, fino ai toni surreali e fantastici che arricchiscono efficacemente la narrazione.  
Quello che, vividissimo, traspare dalla pagina, da ogni racconto, è il ritratto di una società dolente, di esseri umani vulnerabili, meschini, un universo narrativo caro ad Homes di cui già aveva dato prova di pregio nella raccolta d’esordio, La sicurezza degli oggetti, in cui imperava lo sguardo dissacrante a distruggere pezzo dopo pezzo ipocrisie e finto perbenismo della società contemporanea. In “Giorni terribili” ritorna la stessa tipologia di personaggio, che, stavolta, sfoga nell’alcol, nelle droghe o nelle manie alimentari per far fronte alla propria infelicità; coppie che non sanno più come comunicare senza cedere alla rabbia; uomini e donne che si muovono in equilibrio precario sull’abisso. Questo senso imminente di qualcosa che sta per implodere, pervade tutta la raccolta, come se Homes mettesse a nudo la debolezza di ogni cosa intorno ai suoi personaggi: gli oggetti, i rapporti, la società stessa. Quella che tratteggia sulla pagina sono gli Stati Uniti del terzo millennio, eppure questi racconti non appaiono così strettamente ancorati alla realtà, al contemporaneo, per gli spunti di surreale verso cui talvolta virano, per una certa tendenza alla dissolvenza, alla sospensione, che ne sfumano i contorni.
Come sfumano e si dissolvono i legami. I personaggi di Homes si perdono dentro famiglie disfunzionali, distanze che il tempo dilata sempre di più, antichi segreti e rivalità tra fratelli, tradimenti e un senso di estraneità che colpisce proprio dove non ci aspetteremmo di trovarla: in quei legami che per sangue o per scelta dovrebbero essere famiglia, comprensione, dialogo. Ecco, il dialogo, le parole che mancano: le distanze sono amplificate da antichi traumi che non si sanno colmare. Le parole, spesso solo sussurrate, non sembrano mai quelle giuste, costruite in dialoghi taglienti che da soli valgono tutta la raccolta e che, a tratti, risolvono un’intera scena.

Si erano sedute nella stanza di Billy e avevano parlato di com’era strano che nessuno parlasse di niente. Abigail era la custode dei sentimenti; ci si aggrappava.
La mamma diceva: “Porti i sentimenti come fossero gioielli”.
(Se n’è andata, p. 228)

Come se i sentimenti andassero repressi, vissuti nel proprio intimo e non mostrati al mondo. Le manie, le ossessioni, prendono il sopravvento, sono l’unico modo possibile per ottenere una parvenza di controllo su una vita che altrimenti rischia di andare in pezzi.

«Sei sotto farmaci?» chiede lei.
«Un po’. E tu?»
«Moderatamente» dice lei.
«Non è facile essere depressi da queste parti» dice lui. «È un paradiso».
(Hello Everybody, p. 75)

Per tentare di arginare il vuoto, l’alcol diventa la panacea per tutti i mali; oppure il rifiuto del cibo attraverso cui sperimentare il controllo almeno sul proprio corpo, sfinirsi ancora e ancora fino a scomparire davvero. Può succedere che il ricordo di una stagione più felice, prima che tutto cambi per sempre, possa risultare la distrazione più attraente per allontanarsi dai fallimenti e paure dell’età adulta.
Resta, alla fine della lettura, la sensazione di una manchevolezza, di attese non pienamente soddisfatte, cosicché molti racconti scivolano via senza lasciare poi molto al lettore; ma, d’altra parte, ce ne sono almeno un paio che si insinuano sotto pelle, e le domande con cui ci troviamo a confrontarci vanno ben oltre il tempo della lettura. Racconti come “Giorni terribili”, “Hello Everybody”, “La grande fiera degli uccelli da gabbia”, “Punto Omega”, reggono la raccolta, con la profondità degli spunti, le sperimentazioni narrative, la complessità dei personaggi, l’equilibrio tra ciò che è espresso sulla pagina e l’abisso del non detto che si insinua fra gli spazi bianchi. Che siano brevi lampi o narrazioni più distese, è comunque innegabile che Homes sappia cogliere l’anima del personaggio e le contraddizioni della società entro cui si muove, spiazzando il lettore più nella riconoscibilità del mondo e degli individui, che negli spunti immaginifici. Le dinamiche che mette a nudo, specie nei racconti sopracitati, sono familiari, anche nella loro crudeltà. Spogliate di ambiente ed elementi accessori, appaiono alla fine in tutta la loro brutale onestà: un flirt che allevia il dolore per una distanza sempre più incolmabile con il proprio partner e la tensione di un lavoro emotivamente impegnativo, l’esplorazione dei corpi che diventa una lotta, la rabbia che si riversa in un incontro fugace; la familiarità di una vecchia amicizia, i ricordi comuni, le ferite; la scoperta delle proprie radici e i vecchi segreti di famiglia a minare un equilibrio già precario; le parole che finalmente fluiscono libere, ma solo perché protette dall’anonimato della rete, dalla distanza, la terribile meraviglia di mettersi a nudo con un estraneo, l’amicizia che nasce in una bolla di sospensione momentanea dalla realtà della guerra o della solitudine.
E forse, alla fine, è proprio in questo che consiste l’audacia di A.M. Homes e il pregio della raccolta: lo svelamento di un mondo che riconosciamo, l’umorismo graffiante che talvolta riesce a farsi capace di commozione e tenerezza, lo sguardo penetrante dell’autrice che spinge anche il lettore a scavare oltre la superficie e colmare gli spazi vuoti perché è proprio lì che si insinua la storia.

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The New York Stories, di John O'Hara

Autore: John O’Hara Titotlo: New York Stories Editore: Bompiani Traduzione: Maurizio Bartocci pp. 480  Euro 16,00

Autore: John O’Hara
Titotlo: New York Stories
Editore: Bompiani
Traduzione: Maurizio Bartocci
pp. 480 Euro 16,00

di Debora Lambruschini


Lo scrittore del futuro saprà intonarsi alla voce di Lincoln a Gettysburg, e sentire il rumore dei boccali di peltro alla Sirena, ma non conoscerà mai il senso di soddisfazione che si ha quando si cambia il nastro della macchina da scrivere. Uno scrittore appartiene al proprio tempo, e il mio è il tempo passato. Nei giorni o negli anni che mi rimangono, mi dedicherò alla contemplazione del mio tempo, lasciandomi ammaliare dal modo in cui le cose si uniscono fra loro, l’una con l’altra.

(Amici di nuovo)

John O’Hara è stato uno scrittore perfettamente radicato nel suo tempo e lui e le sue storie vi appartengono. Un tempo e un luogo - New York dagli anni Trenta agli anni Sessanta - fissati sulla pagina ma di cui ancora forte riconosciamo l’eco, le contraddizioni, i vizi e le inquietudini. Leggiamo i trentadue racconti di The New York Stories tra la nostalgia per un mondo che non è più, e il riconoscimento di istinti, fragilità, insoddisfazioni, che esulano dal tempo e dallo spazio. Non sono certa che in Italia i racconti di John O’Hara abbiano avuto finora il riconoscimento che meritano, quantomeno fuori dall’ambito editoriale, eppure qualcosa si sta muovendo negli ultimi tempi, e questa raccolta edita da Bompiani – traduzione di Maurizio Bartocci del volume Penguin del 2013 curato da Steven Goldleaf – è senza dubbio un ottimo mezzo per addentrarsi nella scrittura di O’Hara: riconosciuto dalla critica come uno dei maestri del realismo americano, questi racconti rappresentano senza dubbio un esempio eccellente, non solo della sensibilità letteraria dell’autore ma anche di quel canone “New Yorker” che ha contribuito a definire.

Autore di romanzi e racconti, O’Hara resta ancora oggi, con duecentoquarantasette short story, lo scrittore più pubblicato sulla rivista The New Yorker di cui, appunto, ha delineato lo stile. Il riconoscimento di critica e pubblico, ricchezza e lusso, non hanno mai del tutto alleviato il senso di frustrazione per non aver frequentato l’Ivy League e il Nobel mancato, che unito a un carattere decisamente difficile gli hanno inimicato buona parte dell’ambiente culturale del tempo, di cui restano leggendarie le baruffe, i malumori, le liti con gli editor. Inquietudine e insoddisfazione, seppur per ragioni e in forme diverse dal dato biografico, attraversano tutte le storie riunite in questa raccolta, una sorta di fil rouge che lega i trentadue racconti. Prima mi si permetta però un appunto: pur apprezzando la scelta di proporre al pubblico italiano una ricca selezione dei racconti di O’Hara, si avverte la mancanza di un apparato critico bibliografico adeguato, anche semplicemente una semplice prefazione, pratica, editoriale che purtroppo sembra andare scomparendo. Sull’ordine dei racconti la casa editrice si è riferita alla versione inglese del testo curato da Goldleaf sulla base delle scelte editoriali delle ultime raccolte di O’Hara, non ordinate cronologicamente ma per titolo; un ostacolo facilmente aggirabile, perché ogni racconto è per fortuna datato e per il lettore è quindi possibile scegliere il percorso più congeniale.
Fatte le dovute premesse, resta, ovviamente, tutta la potenza della scrittura di O’Hara, le influenze dell’ambiente culturale entro cui si muove e quella sua stessa pressione esercitata sugli scrittori a lui contemporanei o che, in qualche modo, hanno tentato di raccoglierne il testimone, tra short story e romanzo. È quel realismo americano di cui si accennava in partenza, che assume nel corso del Novecento sfumature e forme differenti, ma a partire da una base comune, di cui i racconti newyorkesi di O’Hara sono esempio ideale. Si dispiega davanti al lettore una città di contraddizioni, sogni infranti, alcool, frustrazioni e miserie quotidiane, da un lato all’altro della scala sociale. Ecco, in questo O’Hara è senza dubbio un maestro: raccontare gli uomini e le donne da un estremo all’altro, non con intento di denuncia sociale, ma da un punto di vista “umano”, per restituirne, quindi, un ritratto privato di solitudini e di ordinaria insoddisfazione. Laddove sembra mancare l’impegno per la denuncia sociale, per così dire, O’Hara risponde con la fotografia di un mondo cinico, in cui l’ironia resta l’unica forma di difesa possibile, e la felicità una meta difficile da raggiungere indipendentemente dalla propria collocazione sociale. Non impossibile, ma senza dubbio difficile. Umanissimi, inoltre, sono i personaggi che compongono queste storie, perché pieni di imperfezioni, vizi, fragilità, a prescindere dall’appartenenza a un gruppo sociale o all’altro, perfino al tempo o allo spazio. Non fa sconti, con la sua inforcatura di sguardo durissimo proprio verso i suoi personaggi: O’Hara non da mai l’idea di amarli o anche solo di provare empatia nei loro confronti, esseri umani difettosi ma mai davvero crudeli, malvagi o per contro totalmente positivi. Sono uomini e donne che si muovono negli ambienti più differenti, di cui l’autore riesce di volta in volta a restituirci l’essenza: delinquenti, attori – per lo più vecchie glorie cadute in disgrazia – , scrittori, giornalisti, uomini d’affari, pubblicitari; O’Hara riporta uno spaccato ricchissimo di dettagli del mondo dell’editoria, dello spettacolo – fra Broadway e sogni hollywoodiani – della comunicazione e, soprattutto, delle crepe sulla facciata, che sono da sempre l’aspetto più interessante di un certo sentire letterario. Quelle stesse crepe che raccontano un matrimonio, in cui lo scrittore svela il crollo di qualsiasi velo di conformismo:

Era quel che si poteva definire una situazione famigliare americana, nella quale la moglie si trovava senza granché da fare, e il marito era talmente preso dal lavoro da non trovare il tempo per cambiare le cose prima che peggiorassero.

(La cervellona)

Le donne, all’interno di queste relazioni, pagano lo scotto della solitudine, cadono nella dipendenza per mancanza di comprensione, o di una propria identità definita, di un posto, di un ruolo che si scolli da quello della canonica moglie.

Cosa sono? Non ho mai combinato niente. Non sono mai stata niente.

(A vita privata)

Colpisce, di alcuni passaggi, la capacità di certe tematiche di trascendere il tempo e la collocazione geografica, a partire dall’incomunicabilità dentro certi rapporti, le solitudini che lentamente uccidono. Ecco, le parole, quelle giuste, che mancano, la superficialità di certi rapporti, le menzogne, l’immagine che di noi diamo al mondo, i silenzi, la frustrazione: mutano forma, ma sono ancora terribilmente riconoscibili. Come la sensazione, terribile, di estraneità, proprio con qualcuno che si suppone dovrebbe esserci riconoscibile:

 

Conoscevo quest’uomo benissimo, e con il suo permesso, ma non l’avevo mai sentito fare una dichiarazione d’amore tanto schietta nei confronti della moglie; e tornando a casa, ho capito che fino a quel momento, non l’avevo conosciuto poi tanto bene. Non fu quella scoperta a lasciarmi sgomento. Cosa sapeva lui di me? Cosa sappiamo, veramente, gli uni degli altri, e perché dobbiamo dare tanta importanza alla solitudine se è ciò che è in serbo per tutti noi? E cosa sarebbe l’amore, senza solitudine?

(Amici di nuovo)

È lo spettro, ancora una volta, della solitudine, contro cui non smettiamo, sempre, di combattere.
In una produzione ricca e variegata come quella di O’Hara e, di conseguenza, in questa specifica raccolta, non tutti i racconti hanno lo stesso valore letterario eppure, ogni storia, anche quella meno significativa o riuscita, riesce ad aprire squarci. Storie non prive di difetti, ma in cui riconoscere O’Hara: per le tematiche ricorrenti nella sua produzione letteraria, per l’attenzione ai dialoghi – insieme al sesso, l’aspetto tecnicamente più complesso da scrivere e verso la quale l’autore dimostra sempre di possedere un orecchio straordinario – , per la schiettezza con cui si presenta il racconto, che a tratti sembra farsi cronaca, e quella cifra peculiare di spostare il racconto altrove, in una zona di narrazione inaspettata per il lettore.

Si diceva, appunto, dell’universalità di certe tematiche e spunti qui ritrovati e, come sempre, di quelle personali chiavi di lettura da cui ognuno di noi sceglie – consapevolmente o meno – per osservare una storia: per me, dei racconti di O’Hara, sono le cadute e le miserie di questi uomini e queste donne, la loro malinconia per qualcosa che è sfuggito, forse perduto per sempre o mai davvero conquistato, l’illusione della felicità, le solitudini dentro certe relazioni. E, non da ultimo, il mondo degli uomini nello sguardo femminile, osservato da chi è riuscita con fatica e determinazione a farsi strada in un ambiente oltraggiosamente maschile: La macchina del nulla è una storia che, come in molti casi di questa raccolta, parte da un’idea per poi spostare l’attenzione del lettore verso qualcosa di altro, ma aprendo qui e là alla riflessione su tematiche interessanti e solo all’apparenza estranee alla narrazione. A colpire di questa storia è la protagonista femminile, con il racconto della sua scalata al successo, in un mondo dominato dagli uomini, la fatica per conquistarsi di diritto il proprio posto:

Tutto quello che aveva, se lo era guadagnato con il lavoro, aveva combattuto per averlo, combattuto sporco se era stato necessario. Aveva attraversato gli anni in cui dicevano cose terribili sul suo conto, e lo sapeva; era acqua passata, ormai; la posizione che aveva raggiunto imponeva l’altrui rispetto […].

(La macchina del nulla)

 

Ai poli opposti della realizzazione di sé: le due donne protagoniste di La macchina del nulla, la vicepresidente di un’agenzia pubblicitaria, e A vita privata, con la moglie infelice e alcolizzata che non ha avuto opportunità e coraggio per essere qualcun altro. In entrambi i casi, intuiamo le crepe sulla superficie: nel mondo di Judith Huffacker, sono l’amarezza di essere sempre e comunque inquadrata come una donna, a cui un estraneo può permettersi di rivolgere domande scomode, e intime:

Ho lavorato con gli uomini per moltissimi anni, e con un discreto successo, da pari a pari. Non mi piace quando un uomo fa il tipo di domande che non farebbe a un altro uomo.

(La macchina del nulla)


Personalmente mi mancano nella scrittura di O’Hara la disperazione e il sarcasmo di Dorothy Parker – inarrivabile nei suoi ritratti femminili e nel raccontare lo snobismo della società newyorkese tra le due guerre – la tensione narrativa di dramma imminente e la parola scelta con precisione chirurgica di Richard Yates – lui, a mio avviso, sempre il più grande maestro del realismo americano – ma, è innegabile, i racconti di O’Hara rappresentano un tassello imprescindibile nella costruzione del patrimonio letterario del novecento americano, capace ancora oggi di sorprendere e affascinare il lettore.

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Tra corpo e anima, di Ludmila Ulitskaya

Autore: Ludmila Ulitskaya Titolo: Tra corpo e anima Editore: La nave di Teseo Traduzione: Margherita De Michiel  pp. 240   Euro 18,00

Autore: Ludmila Ulitskaya
Titolo: Tra corpo e anima
Editore: La nave di Teseo
Traduzione: Margherita De Michiel
pp. 240 Euro 18,00



di Marina Bisogno

Ludmila Ulitskaya, scrittrice russa tradotta in tutto il mondo, è nota soprattutto per i suoi romanzi. Una storia russa, ad esempio, si incastra bene nella tradizione della letteratura degli Urali: un testo denso, ambizioso, che ripercorre cinquant’anni della società sovietica attraverso le esistenze dei personaggi che provano a sfuggire alle limitazioni del KGB. La Nave di Teseo propone invece la Ulitskaya come autrice di racconti e pubblica con la traduzione di Margherita De Michiel Tra corpo e anima, una raccolta che ha al centro soprattutto personaggi femminili. Questa attenzione da parte di Ludmila Ulitskaya, non solo come stato esistenziale ma anche come ricettacolo di discriminazioni e soprusi, è nota. Nel 2011 la Francia le consegna il premio Simone de Beauvoir riconoscendole un lavoro di esplorazione sui diritti e sulla condizione delle donne. I suoi testi sono definiti politici e lo sono nella misura in cui ci consegnano una visione dello stare al mondo che assomiglia a un impegno, come faceva Grace Paley, sebbene la lingua delle due scrittrici sia differente. Ludmila Ulitskaya non conosce il minimalismo, la sua scrittura ha una componente arcaica, un che di antico che rende le sue frasi inestricabili, per niente scivolose. C’è una solennità in questi racconti che li allontana dalla sfera della finzione più pura per avvicinarli alla verità delle favole esopiche, con ragionamenti su vita vissuta e tanto di insegnamento. Succede nel racconto Alice acquista la morte: Alisa, la protagonista, rifugge l’innamoramento per non finire come sua madre, con il cuore a pezzi per un uomo e suicida sotto un treno nello stile di Anna Karenina. Alisa è una perfezionista, finché ha un malore. Si convince di avere i giorni contati e si organizza per evitare sofferenze, tenendo a portata di mano alcuni dosi di sonnifero. Contro ogni previsione, a sessant’anni suonati si innamora e si sposa, ma offusca la gioia dell’amore con la certezza di dover morire a breve. Poi, avviene un fatto che le dimostra che nulla può essere dato per scontato e che l’esistenza ha più fantasia di noi.

La paura di cadere sotto il potere altrui era più forte di ogni altro femminile timore: di restare sola, di non avere figli, di finire in miseria

(da Alice acquista la morte).

 

Altrettanto spaventata, anche se apparentemente smargiassa, è Vera Ivanna, uno dei personaggi de La straniera, racconto incentrato sull’ossessione di lei di maritare sua figlia Lilja che a sposarsi neanche ci pensa. Tuttavia, per seguire i desideri della madre, la ragazza si ritrova in una vita che non ha immaginato, con le conseguenze del caso.

 

Ottobre volgeva al suo mezzo. Lilja si sentiva mortificata, ingannata; soprattutto non mandava giù di aver dato alla luce un essere che adesso le legava le mani. Guardava smarrita la bimba,
non vedeva il senso di averla concepita

(da La straniera).

 

Zenja, la protagonista di Animali o anime, rievoca con il suo temperamento certe esperienze della stessa Ludmila. È una donna anticonvenzionale, figlia degli anni Sessanta, dedita a un’occupazione scientifica, che rifiuta i tacchi a spillo per la praticità di scarpe basse, adatte a lunghe camminate a piedi.  “Zenja non era una donna che si sforzasse di seguire la moda: tuttavia, sapeva cogliere il flusso generale con lieve anticipo sul gusto comune”. La conosciamo sicura di sé e la lasciamo in preda alla frustrazione e al disgusto per essersi ritrovata, per lavoro, in un laboratorio dove ammazzano gli animali. La vista del sangue, il fetore diffuso la mandano in crisi e si convince dell’impossibilità di una carriera come ricercatrice.

Nei racconti di Ludmila Ulitskaya respirano madri e figlie, sorelle, amiche, donne mature o acerbe che accarezzano l’inconscio del lettore, riflesso nella loro fragilità costellata di finte certezze e continue esposizioni a traumi e cambiamenti. Sono personaggi tremanti, che provano a resistere, a difendersi dagli imprevisti. In altri casi, sono donne reattive, con il cuore e la mente aperti. Gli uomini risalgono i perimetri emozionali tracciati da queste eroine moderne, universali, a volte attoniti e spaventati, altre solo innamorati. Il sentimento dominante nel libro lo esprime il titolo: è un disarmo, un’arrendevolezza difronte a certi avvenimenti che richiedono allineamento dei sensi ed esercizio di consapevolezza per la salvaguardia del corpo, della salute. Come sostengono le filosofie orientali, non c’è una separazione netta tra il fuori e il dentro, quello che conta è come interpretiamo ciò che viviamo.  
Mosca è molto presente nella raccolta, come è presente nella biografia della scrittrice. Qui studia genetica ed entra all’Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica, da dove viene licenziata con l’accusa di diffondere libri proibiti. Come Zenja, Ludmila si scontra con una mortificazione che la getta in una crisi profonda. Negli anni Ottanta, però, le viene offerto di dirigere il teatro ebraico di Mosca e inizia a scrivere sceneggiature e romanzi. La sua fama tocca gli Stati Uniti, l’Europa e quindi la Russia, che non si accorge subito del suo talento autoriale. In questi racconti, d’altronde, ci sono molti riferimenti al teatro, ma anche alla medicina, alla biologia: è il lascito di una formazione variegata, umanista e scientifica insieme. Il filo conduttore di Tra corpo e anima non è solo l’interesse per le donne, che sono al centro degli eventi con le loro personalità, decisioni, solitudini, passioni, ma anche l’esperienza dell’esistere, dell’incoerenza che ne è alla base. La scrittrice conosce l’amore e il suo contrario, la nostalgia, il trasporto, la spontaneità. Con queste storie brevi non si pone l’obiettivo di srotolare politica, ideali, costumi: nessuna epica, solo osservazione dell’umano, con personaggi tormentati, in mezzo alle correnti dei giorni, figli dell’acume di un’autrice internazionale ma profondamente radicata in patria.

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Olive, ancora lei

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di Debora Lambruschini


Qualche anno fa, a settembre del 2017 per la precisione, ho avuto il privilegio di incontrare Elizabeth Strout, in un evento a porte chiuse organizzato dalla casa editrice Einaudi, il suo più recente editore italiano.
Come lettori ci leghiamo a un autore o una storia che arriva a noi in un momento particolare e ci si rivela a livelli di umana connessione che ogni volta sono un piccolo miracolo: per me Strout sarà sempre questo, un incontro pieno di grazia e generosità in un momento particolare della mia vita, il sincero interesse per le persone sedute intorno a quel tavolo e la curiosità di una scrittrice per la quale sono appunto gli altri a catturare l’attenzione, ben più della storia. E, coerentemente con questo, anche l’ultimo libro di Strout è arrivato esattamente quando doveva, aiutando a fare ordine nel caos del mondo in pieno lockdown, per ritrovare una dimensione intima, umana, di connessioni possibili, meraviglia e bellezza. 

L’estate era cominciata e, pur facendo ancora fresco a metà giugno, il cielo era sereno e affollato di gabbiani nella zona del porto. C’era gente a spasso, molti giovani con bambini e carrozzine, e sembravano tutti presi a conversare. Il fatto la colpì. Con quanta disinvoltura davano per scontato l’essere insieme, il parlarsi tra di loro!
(L’arresto, p. 3)

Olive, ancora lei, tradotto da Susanna Basso, è un rientro a casa, tanto per i suoi lettori che per la stessa autrice, a conferma di un legame fortissimo con i propri personaggi su cui ritorna a più riprese – vedi, per esempio Lucy Barton, protagonista di due libri – perché c’è ancora qualcosa da raccontare, personaggi e storie da cui non è disposta ad allontanarsi del tutto, e noi con lei. Olive ritorna dopo più di dieci anni da Olive Kitteridge appunto, dal premio Pulitzer, dal successo internazionale di critica e pubblico, da una scrittura sempre più consapevole eppure fresca, vitale. C’è un’altra ragione del tutto soggettiva per cui amo così tanto i libri di Strout ed è quella forma di “romanzo per racconti” con cui spesso affronta le sue storie, un ibrido fra romanzo e short story che ritorna anche in questo ultimo lavoro. Una struttura particolare, che sembra derivare il meglio da entrambe le forme, per costruire la propria narrazione: del romanzo c’è l’ampio sguardo, la tendenza all’universalità, le ricorrenze; del racconto sono gli spazi bianchi, il particolare minimo che si carica di senso, il frammento, la parola misurata e puntuale. Un attento lavoro di sottrazione, frutto di anni di esperienza e di scrittura che in quest’ultimo libro si rivela in tutto il suo potenziale.
E a distanza di un decennio, si diceva, il lettore ritrova Olive Kitteridge, più vecchia ma non ammorbidita; tutto osserva e sente, umanissima in ogni difetto e mancanza, irrisolta, la stessa donna schietta e umorale dei primi racconti. La stessa eppure diversa, più incline alla riflessione e a un certo grado di autoanalisi, consapevole del tempo, delle perdite, delle distanze e delle fratture cui ormai sembra impossibile porre rimedio. Intorno a lei, ancora una volta, il microcosmo di Crosby, l’immaginaria cittadina sulla costa del Maine entro cui si muovono personaggi più diversi, ognuno con il proprio carico di desideri, solitudini quotidiane, assenze, traumi, vite che Olive non può limitarsi a osservare da lontano ma a cui prende parte in qualche modo, cercando di trovare un punto di connessione, che sia anche una parola brusca, per non arrendersi, per riconoscere che in fondo siamo ancora lì, forse non del tutto interi, ma ci siamo ed è possibile salvarsi.

 

E pensava a sua madre che era sempre stata una donna assente e che adesso aveva un lavoro part-time in uno studio dentistico in paese; non pareva avere un granchè da dirle la sera, e questo molte volte a Kayley faceva male; si sentiva proprio una piccola onda di dolore attraversarle il torace, e pensava: Per questo si dice ferire i sentimenti delle persone, perché fanno proprio male come una ferita.

(Pulizie, p. 47)

Sono le persone, si diceva, a interessare Strout, non la storia, ed è evidente come non mai nei racconti di Olive, di dieci anni fa e di oggi, su cui l’occhio della scrittrice si posa privo di ogni forma di giudizio ma solo di umanissima partecipazione e grazia. Anche quando il racconto scava negli angoli più bui, nelle mancanze e nelle colpe che non possono essere perdonate, anche quando l’indicibile prende forma, Strout squarcia la pagina con lampi di bellezza abbagliante. Olive stessa è manchevole, imperfetta, contraddittoria e volubile e in queste complessità e sfaccettature risiede la meraviglia del personaggio, con le sue ombre e inadeguatezze. Una madre distante, anafettiva a tratti, incapace di comuni gesti di tenerezza e pazienza, verso il figlio ormai adulto, verso i nipoti, eppure non priva di cuore e affetto. Olive non ha mai le parole giuste, perde la pazienza, sbotta e pronuncia frasi che feriscono come lame, alza muri fra lei e le persone che ama. Forse a certe cose, a certe mancanze, non si può porre rimedio, sulla pagina che ricrea così perfettamente la vita.
Non leggiamo Elizabeth Strout per trovare ordine nel caos dei rapporti reali, per trovare risposte sui meccanismi che fanno funzionare le relazioni, le famiglie; leggiamo Strout perché ci riconosciamo in quelle mancanze, perché scacciamo il fantasma delle piccole solitudini quotidiane che uccidono, perché riconosciamo la bellezza di un mattino di primavera di una qualsiasi cittadina costiera; per quel senso di possibilità, speranza, umanità e grazia di cui è intrisa ogni parola sulla pagina. Perché non abbiamo bisogno di grandi epifanie e verità universali, ma di sottintesi, di tante piccole rivelazioni per provare a dare un senso a questo caos che è la vita.
Innumerevoli spunti di riflessione e tematiche a colpire in maniera del tutto soggettiva la sensibilità del singolo lettore, pur con alcune evidenze strutturali che riconosciamo come cuore della narrazione: la riflessione sul tempo che passa, che nonostante tutto si lega a un desiderio inesaurito di vita e possibilità, la paura della solitudine, appunto, le connessioni con gli altri. Ecco, quest’ultimo punto spiega la ragione per cui accennavo in apertura alla capacità di Strout di arrivare con le sue storie sempre nel momento ideale, anche stavolta: le distanze dei primi giorni di lockdown ci hanno colti del tutto impreparati, ci siamo scoperti fragili e per alcuni la solitudine si è fatta quasi materia; chiusi nelle nostre case, al sicuro, abbiamo osservato il mondo fuori rinascere nella primavera in arrivo, attenti come non mai ai silenzi e ai suoni cui troppo sbadatamente non si presta attenzione in tempi “normali” e, soprattutto, abbiamo riscoperto il valore assoluto delle connessioni umane, quei legami che non sono le sterili parole della burocrazia a poter definire, ma sono sangue, cuore, pancia, affinità. Ecco, come Strout ho desiderato ancora di più riconoscere la bellezza, le possibilità. Riconoscere gli altri, immaginarmi nella loro pelle, «raccontami come ci si sente a essere te» dice Olive a una giovane infermiera musulmana, per infrangere il vetro delle innumerevoli solitudini che ci portiamo dentro.

 

E capì che non bisogna mai prenderla alla leggera, la profonda solitudine della gente, che le scelte fatte per arginare quella voragine di buio esigevano molto rispetto.
(Esuli, p. 176) 

In tutto c’è grazia e bellezza, è la mia personale chiave di lettura per ogni pagina di Strout. Anche questa, anche stavolta.

 

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Il buio e altre storie d'amore, di Deborah Willis

Autore: Deborah Willis Editore: Del Vecchio Traduzione: Paola Del Zoppo, Costanza Fusini, Michela Sgammini pp. 304 Euro 18

Autore: Deborah Willis
Editore: Del Vecchio
Traduzione: Paola Del Zoppo, Costanza Fusini, Michela Sgammini
pp. 304 Euro 18

di Marina Bisogno

Se Alice Munro, premio Nobel per la letteratura nel 2013, si prodiga per sostenere un’altra scrittrice, noi non possiamo che prestare attenzione alla fortunata. Deborah Willis, classe 1982, canadese, è già nella lista delle autrici di narrativa breve più promettenti, e non solo in patria. In Italia la sua ultima raccolta di racconti Il buio e altre storie d’amore è stata tradotta da Paola Del Zoppo, Costanza Fusini e Michela Sgammini per Del Vecchio Editore ed ha appassionato i lettori e la critica. È un lavoro denso, variegato, composto da dieci racconti più tre in appendice che compongono “Steve e Lauren: tre storie d’amore”. La gestazione ha richiesto anni e il risultato è un progetto editoriale che - se fosse nato in Italia - probabilmente sarebbe stato stroncato sul nascere, complice il proverbiale timore di investire in racconti che non potrebbero essere mascherati da romanzo. La Willis delinea un gran numero di personaggi e costruisce situazioni differenti tra loro, ricorrendo anche ad atmosfere eterogenee. Il filo conduttore è l’interesse della scrittrice per gli esseri umani, per il grottesco e l’ironia come codici espressivi, sebbene anche questo non sia sempre vero. Il primo racconto della raccolta, ad esempio, “Il buio” è una storia di formazione raccontata attraverso lo sguardo di Jessica, la voce narrante, e di Andrea, una ragazzina esuberante e indomita che movimenta una noiosa vacanza al campo estivo, coinvolgendo Jessica in gite notturne al chiaro di luna. L’estate è la metafora di una stagione della vita, fatta di amicizie totalizzanti.

 

“La nostra amicizia non finì. Continuammo a passare tutti i giorni insieme, prendendo il sole con le altre ragazze, partecipando alle partite di basket e alle passeggiate nella natura e ai lavoretti. L’estate seguente eravamo di nuovo nella stessa baita, ma ognuna di noi aveva una nuova migliore amica”
(da Il buio)

 

La stessa profondità si ritrova in “Valuta di scambio”, il racconto dell’esperienza di uno scrittore russo, emigrato negli Stati Uniti, che si reca nei luoghi dove è cresciuto per rievocare una parte di sé stesso, senza riuscire a capire perché in Russia non riesca ad affermarsi, nonostante il successo in America. Questo dispiacere incrementato dall’orgoglio ferito si dissolve nella nostalgia di un’altra età, fatta di abbracci, accoglienza e cose semplici.

 

“Invece lì sentiva l’acqua fredda che gli colpiva la testa, niente a che fare con il piacere delle mani si Sylvia. Era così che sua nonna gli lavava i capelli quando era piccolo. Lo faceva prima di andare a letto, si toglieva la maglietta, si chinava sul lavandino della cucina, un lavandino che perdeva sempre, una goccia lieve che scandiva tutti i giorni e le notti passate a casa di sua nonna”

(da Valuta di scambio)

 

Tutt’altro registro in “La mia ragazza su Marte” o “Todd”, che si sviluppano intorno a situazioni da sit-comedy: in uno c’è un ragazzo che non si capacita che la sua compagna si sia organizzata in gran silenzio per partecipare ad una missione spaziale su Marte. La decisione di lei manda in crisi la coppia, concentrata a sbarcare il lunario coltivando nell’appartamento piantine di cannabis. La missione sul pianeta rosso è un obiettivo stravagante, ma diventa il pretesto per allungare lo sguardo su altalene sentimentali che assomigliano ad implosioni silenziate dalla routine.

 

“Amber e io eravamo un punto fermo, una stella nel centro di una galassia, si girò verso di me e sorrise. E quel sorriso letteralmente illuminò la stanza: la luce tornò con un ronzio”

(da La mia ragazza su Marte)

 

Nell’altro, c’è un padre che prova a rimettersi in piedi dopo un periodo confuso e a riscostruire, seppure a distanza, il rapporto con la figlia, finché nella sua solitudine fa irruzione un uccello. Il volatile gli piomba in casa e tra i due si sviluppa, se possibile, un’amicizia, a riprova del fatto che può esserci comunicazione anche tra un umano e un pennuto, fino all’epilogo. Deborah Willis assume, a seconda delle circostanze, le vesti di adolescenti in rivolta, di padri ammaccati dagli eventi, di madri rampanti, di scrittori sperduti, di uomini e di donne fragili, alle prese con disavventure e pene emotive o piccoli segreti che contengono la chiave di un’esistenza. Sceglie una porzione di realtà, una crepa, anche minima, e osserva i suoi personaggi. È una scrittrice visuale, immaginifica. Lei stessa ha rivelato in un’intervista al Prism International, osservatorio sulla narrativa canadese e non solo, di scrivere a partire da un’immagine. Nella mente le si imprime una visione e la insegue utilizzando lo strumento del racconto. Questa inconsapevolezza in partenza rispetto al plot e all’evolversi della trama, implica una disposizione di tempo e di pazienza. L’attitudine a ricorrere all’esagerazione, alla farsa, per esprimere la complessità delle relazioni umane deve averla alimentata da bambina, quando si divertiva a comporre sceneggiature e a riscrivere il finale delle novelle che la emozionavano. Le sue protagoniste sono ostinate, non del tutto rassicuranti per chi vive loro accanto. Gli uomini che tratteggia, al contrario, appaiono disordinati, in contemplazione o in attesa di approvazione. Guardano con sospetto ed estraneità verso le loro compagne, mogli, figlie, così beffarde e irrefrenabili. Possono esserci molteplici versioni di uno stesso fatto e ogni personaggio della Willis ha la sua: ciascuna è plausibile, prendersi troppo sul serio è un rischio, un macigno da evitare. La sua scrittura è un lampo: saette di parole, essenzialità nello stile, nella voce. Una osmosi con gli elementi naturali è parte integrante delle storie che propone: il cielo, il lago, le stelle, la vegetazione, gli animali, persino altri pianeti. Non si sfugge a madre natura e questa coscienza o prospettiva è un cardine delle pagine di questa raccolta della scrittrice.

A chi le ha fatto notare un femminismo di ritorno, la Willis ha risposto che i suoi personaggi sono ex adolescenti degli anni Novanta, sessualmente più consapevoli delle loro nonne e delle loro madri. Le donne, poi, sono state essenziali nella sua carriera letteraria. Ispirandosi a Alice Munro, a Margaret Atwood e a Miriam Toews, Deborah Willis ha realizzato di poter fare la scrittrice e si sa, potere è diverso che volere. Questa autrice ci piace perché è spiritosa, riflessiva, vigile, un sismografo sull’esistente. Scrive racconti che sembrano favole esistenzialiste, pregne di modernismo, ma anche del desiderio di una dimensione diversa rispetto a quella in cui siamo (o eravamo, chissà) confinati. Il privato è un punto di partenza: anche secondo Deborah Willis si finisce, in ogni caso, a fare i conti con il mondo e la sua complessità.

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L’INTERSEZIONE DI VIE, TEMPO, IDENTITÀ NEI RACCONTI DI ZADIE SMITH

Autore: Zadie Smith Editore: Mondadori Traduzione: Silvia Pareschi pp. 240 Euro 19,50

Autore: Zadie Smith
Editore: Mondadori
Traduzione: Silvia Pareschi
pp. 240 Euro 19,50

di Debora Lambruschini

Tutto è ispirazione letteraria. Per Zadie Smith, tra le scrittrici più iconiche della sua generazione, la capacità di osservare la realtà e darle forma letteraria, in vent’anni di scrittura si è tradotta in romanzi, saggi, ibridi e racconti, accomunati dallo sguardo lucido e attento di un’interlocutrice che trae spunto da ogni cosa la circondi, accostando tra loro elementi talvolta diametralmente opposti e che lei riesce in qualche modo a far dialogare. Vent’anni di carriera letteraria e insegnamento durante i quali si è messa più volte alla prova con la forma breve: suoi racconti sono apparsi sulle più prestigiose riviste internazionali, da The Paris Revies al New Yorker, e da cui ora, per la prima volta, è nata una raccolta di racconti, pubblicata in Italia da Mondadori ancora una volta nella puntuale traduzione di Silvia Pareschi, mantenendo il titolo originale, Grand Union. Diciannove testi, fra racconti e scritti vari, alcuni già apparsi su rivista e altri inediti, a comporre la prima raccolta organizzata dell’autrice londinese, cui era preceduta qualche anno fa la pubblicazione di un singolo racconto, L’ambasciata di Cambogia, sempre per Mondadori.
Grand Union, con tutte le sue potenzialità e debolezze, è Zadie Smith nella sua essenza: è la vivacità intellettuale che traspare da ogni pagina e mescola forme, tematiche e spunti, sperimenta e osserva le contraddizioni dell’uomo e della società in cui si muove. Ecco, il contemporaneo, ciò che fin da principio è sempre stato al centro della riflessione intellettuale di Smith, un presente conflittuale e problematico su cui concentrare lo sguardo nel tentativo di costruire l’identità dei personaggi. Identità e razza, conflitto di classe, relazioni e desiderio, maternità, luoghi e cultura, sono i poli intorno a cui ruota tutta la narrazione di Zadie Smith, ogni volta caricata di nuove sfumature o punti di vista inusuali. Grand Union è, di conseguenza, una raccolta ricca e variegata, per tematiche e forma, specchio di una società altrettanto eterogenea, contraddittoria, complessa. È l’ultimo libro da cui consiglierei di partire per avvicinarsi a questa scrittrice, ma è allo stesso tempo la sintesi ideale del suo stesso essere scrittrice e intellettuale, come lo era in certa misura – e con le dovute differenze date dal genere letterario scelto – Feel Free, la raccolta di saggi vari uscita lo scorso anno per Sur. Se nel romanzo, infatti, Zadie Smith domina la pagina con un microcosmo perfettamente ordinato di personaggi, trama, considerazioni e spunti con cui spingere il lettore a confrontarsi e domande a cui non è sua intenzione fornire risposte, ogni volta inquadrando perfettamente le urgenze del periodo in cui la storia prende vita, è nei suoi articoli e nei racconti che la vivacità intellettuale di questa scrittrice pare rivelarsi pienamente, libera da costrizioni formali. D’altra parte, è nell’essenza stessa della forma breve una maggior possibilità di sperimentazione – linguistica, tematica, strutturale – che al romanzo è concessa fino a un certo punto, intrappolato in una tradizione da cui è difficile affrancarsi davvero. Ecco, nei pensieri sparsi di Feel Free e nei racconti di Grand Union, la libertà di Zadie Smith di osservare, riflettere, interrogarsi, si esprime al suo meglio e con buona probabilità saranno proprio queste le sue opere che meglio reggeranno alla prova del tempo.
Il tempo, appunto, che è a mio avviso una delle chiavi di lettura più interessanti della raccolta in questione, con cui l’autrice si confronta da punti di vista differenti: è il tempo della narrazione, che talvolta si fa sfumato in racconti in cui gli appigli temporali sono scarsi e confusi, a sottolineare problematiche e motivi che trascendono il tempo e lo spazio; è il tempo del ricordo, di eventi passati osservati da una certa distanza e che assumono così nuove sfumature, significati, ma che si velano anche di una malinconia sottile per qualcosa di irrimediabilmente perduto; è il tempo storico di narrazioni che alternano racconti costruiti su un reale pienamente riconoscibile a forme distopiche e società apocalittiche; è il tempo che si comprime e si dilata, un attimo che sembra racchiudere una vita, una vita che scorre in un istante; è il tempo che scivola e sfugge, mentre ci si interroga sulle strade che non sono state percorse, sulle possibilità che restano, un po’ attoniti per quanta vita sia già dietro le spalle; è, infine, il tempo costruito e fissato nell’immagine virtuale che scegliamo di mostrare di noi stessi e delle nostre vite, il tempo della società contemporanea che rivela un egocentrismo ai massimi livelli, online quanto nel mondo reale, in cui sembriamo tutti sempre in scena, dove «non esiste il dietro le quinte, solo il palco».

Pensò alle varie indicazioni del tempo della sua vita, a come si erano svolte con quell’uomo sentimentale, come un brano musicale di cui loro stessi erano stati le note. Un trotto regolare all’inizio, rallentato moltissimo nel primo anno di matrimonio, quando aveva confessato a sé stessa la mancanza di attrazione fisica. Dopodiché tutto era diventato veloce – orribilmente, gioiosamente veloce, quasi inafferrabile – perché non c’era modo di rallentare i figli, né gli anni della sua vita che i figli avevano stretto nei loro pugnetti sudati. ( da Settimana intensa).

Ritornano in questi scritti, si diceva, molte delle tematiche care a Zadie Smith, a partire dalla riflessione su identità, questione razziale – su tutti, magnifico “Kelso decostruito”, che trae spunto da un terribile fatto di cronaca –  e famiglia , esplorate talvolta in modo convenzionale e caricate del pathos che ci si aspetta di fronte a storie di soprusi, discriminazione, violenza, altre– che, neanche a dirlo, sono gli esperimenti più interessanti – raccontate da punti di vista differenti, brevi frammenti che illuminano in maniera inaspettata una storia, pensieri che si liberano dal peso delle costrizioni per fluire privi di argini. Pensieri violenti, talvolta, che contrastano con scene di ordinaria tranquillità come nel finale del racconto d’apertura, “La dialettica”, o la cruda onestà con cui una donna pensa al suo ruolo di madre lontanissimo da quelle rappresentazioni di illuminate, sante, sempre amorevoli. Le madri e le figlie di Zadie si scontrano, non si comprendono, celano ostilità e un certo grado di insoddisfazione e accusa reciproca, sono madri di sangue o ne assumono il ruolo per qualche istante, sono custodi di tradizioni e luoghi remoti, sono fantasmi, sono donne che si osservano e si trovano inadeguate, confuse.

Possibile? Era davvero andata a letto con tre persone in dodici ore? Cosa non infliggiamo al nostro corpo, da giovani! E poiché non si può ricordare in avanti, avrebbe dovuto aspettare molto, molto tempo per trovare una debole eco futura di tali eccessi: allattare un figlio e poi, qualche ora dopo, sdraiarsi accanto a un altro figlio per farlo addormentare; poi svegliarsi in una terza stanza – tutto nel giro di una sola notte – e spingersi indietro contro l’amato per annullare la sua carne nella propria, e viceversa.
(da Educazione sentimentale).

Nel suo gioco di sperimentazione, Zadie Smith piega a suo piacere il racconto realista e la distopia, la satira, l’allegoria e la metafora, l’analisi sociale. Costruisce mondi dai confini labili, in cui l’ambiguità è della narrazione stessa sospesa fra narrativa e testi ibridi, una rete che avvince ma anche genera un certo grado di straniamento. Ci sono passaggi di perfezione narrativa e acute osservazioni sul presente e le sue contraddizioni, che si scontrano con racconti che scivolano via privi di slancio adeguato o confusi dal gioco di sperimentazione e libertà immaginifica. Ne scaturisce una raccolta imperfetta, ma che funziona, abbondante di forme e spunti, un vortice in cui è facile restare intrappolati e confondersi per poi trovare appiglio in brevi istanti di pura maestria narrativa, in un paio di pagine appena che compongono un racconto come il già citato “La dialettica”; è la conclusione di una “Settimana intensa” che nel finale devia da quanto fino a quel punto narrato e si illumina di profondità in quelle domande che restano senza risposta; o, ancora, nel brano che chiude “Educazione sentimentale”, il corpo, il tempo, il desiderio, la maternità, che si intrecciano a indagare il significato.

[…] la vita di una donna appare spesso dettata dal tempo: tempo biologico, tempo storico, tempo personale. Pensavo alla mia amica Sarah, la quale una volta scrisse che una madre è una sorta di orologio per il bambino, perché il tempo della vita del bambino viene misurato in relazione al tempo della madre. La madre è lo sfondo sul quale si svolge la vita del bambino. Forse è comprensibile che una creatura così oppressa dal tempo fatichi a consentire al piacere di annullare completamente il tempo. (da Per il re).

Zadie Smith è mescolanza di tradizioni, influenze letterarie che vanno da Forster a George Saunders, Vonnegut, Eggers, che si intrecciano all’osservazione del presente tra New York e Londra, a registrare le manie degli uomini e delle donne di oggi, le complesse dinamiche sociali e la difficile conciliazione con la propria identità, qualunque essa sia. È osservazione e domande, cui non mira a fornire risposte ma a porre gli interrogativi necessari. Poiché proprio questo, in fondo, è il ruolo dello scrittore.

 

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Il posto dove muoiono gli uccelli di Tomás Downey

Autore: Tomás Downey Editore: Gran Vìa Traduzione: Olga Alessandra Barbato pp. 120 Euro 13

Autore: Tomás Downey
Editore: Gran Vìa
Traduzione: Olga Alessandra Barbato
pp. 120 Euro 13



di Fabrizia Gagliardi



Una letteratura in grado di stare al passo coi tempi sublimandone continuamente il significato: è il processo che coinvolge da anni la letteratura sudamericana contemporanea. A volerla immaginare non esiteremmo a scegliere un fiume che riserva a ogni ostacolo del percorso, tronco d’albero o roccia che sia, un’erosione mai uguale a se stessa. Il fiume rappresenterebbe una terra come l’Argentina, gli ostacoli sarebbero il procedere della storia attraversata da profondi cambiamenti politici, uno stato di povertà che coinvolge un terzo della popolazione e un equilibrio sociale costantemente a rischio. A farsene carico, in modo del tutto inedito, sarebbero correnti differenti: lo stile degli autori argentini come Samanta Schweblin, Luciano Lamberti, Mariana Enríquez, Marcelo Cohen che stanno raccontando il mutamento. Ognuno di loro, in maniera del tutto inedita, ha raggiunto la libertà stilistica per rappresentare con tinte surreali e a tratti gotiche sia l’esperienza collettiva della crisi, sia la solitudine della vita umana.



In caso di penuria, c’è sempre qualcuno che offre per poi ricevere quando non ha. Ma persino questa solidarietà ha un sapore rancido, la gente regala cibo come se se lo togliesse di bocca. E quelli che non ne hanno lo ricevono senza averlo chiesto, quasi come una zavorra.



Anche Il posto dove muoiono gli uccelli di Tomás Downey e tradotto da Olga Alessandra Barbato, entra a far parte del catalogo Gran vía e aggiunge un tassello distintivo alla letteratura sudamericana.
Ogni storia è percorsa dallo strano e dall’inquietudine che non fanno immediatamente identificare il genere di appartenenza. Non che questo costituisca la priorità della lettura, ma l’azzardo di una narrazione dai contorni sfuocati fa sì che l’effetto corale componga uno stato d’animo che si muove tra la curiosità del fantastico e l’intuizione del perturbante. Lo si nota in racconti come Sorelle in cui il gioco di tre bambine apparirà gradualmente come un rito magico volto a eliminare il padre.
Nel racconto che dà il titolo alla raccolta sono ancora una volta i bambini a nascondere, dietro l’innocenza del divertimento e un ambiente famigliare problematico, un baratro di orrore.

Tomás Downey si serve di uno stile essenziale ripulito da ogni metafora: un inno alla semplicità della frase e alla priorità della sequenza immaginifica e narrativa. Ai racconti che hanno come protagonisti i bambini si affiancano altre dinamiche dell’umano che interessano fasi della vita individuale e collettiva. La morte aleggia nel comportamento spavaldo di un anziano che mostra per la prima volta la vulnerabilità al nipote ne Il primo sabato del mese; la perdita insegue una vedova di guerra facendole rivivere per un tempo indefinito la notizia della morte del compagno nel racconto Gli uomini vanno in guerra; ne La pelle sensibile la presenza taciturna del defunto ragazzo accompagna la vita privata di una donna. Neanche la coppia e la famiglia si salvano completamente nella visione di Downey: l’unità familiare e il sentimento amoroso non arriveranno mai a comporre un quadro unitario perché saranno frammentati da individui che scavano sempre di più nella solitudine in maniera ossessiva. Lo leggiamo in Variabili, uno dei migliori racconti della raccolta, dove una donna impegnata in calcoli statistici tenderà a dedicarsi al lavoro e non più alla cura personale e del suo bambino.



Il primo non l’abbiamo seppellito molto in profondità. Pochi giorni dopo siamo tornate e aveva mezzo corpo fuori; pieno di formiche che gli camminavano sulle piume, tutto gonfio. Lo abbiamo annusato e ci è venuto da vomitare. La pala era lì, nella casa abbandonata. Ora le buche le faccio io. Castro non ci riesce. Nel posto dove muoiono gli uccelli ci sono più alberi che nel resto del bosco, i rami si aggrovigliano e il cielo quasi non si vede.



Nessun elemento soprannaturale è necessario a creare la tensione straniante che soggiace alle storie. Al mondo di Downey bastano atmosfere claustrofobiche e universi alternativi prodotti dalla più profonda normalità della quotidianità. Cogliere il momento in cui il sovvertimento diventa la norma, lascia al lettore la libertà d'interpretazione e un immaginario che non costituisce mai la fine della storia. A quel punto sarà difficile discernere con certezza il bene e il male: questo è l'incantesimo di Thomas Downey.


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LA GENEROSITÀ DELLA SIRENA, di Denis Johnson

Autore: Denis Johnson Editore: Einaudi Traduzione: Silvia Pareschi pp. 168 Euro 18

Autore: Denis Johnson
Editore: Einaudi
Traduzione: Silvia Pareschi
pp. 168 Euro 18

di Debora Lambruschini

Per voi è ovvio che, mentre scrivo queste parole, non sono morto. Ma forse lo sarò quando le leggerete.
(Trionfo sulla morte, p. 113)

Ci sono numerose chiavi di lettura con cui attraversare La generosità della sirena, l’ultima antologia di racconti di Denis Johnson pubblicata da Einaudi. La prima, per esempio, è considerarla il suo testamento letterario e, anche, leggerla in parallelo alle opere che l’hanno preceduta, soprattutto Jesus’ son, che contiene alcuni dei suoi racconti migliori.

Questi cinque racconti – nell’ottima traduzione di Silvia Pareschi – sono infatti la lettera d’addio di Jonhson al suo pubblico, e chiudono una carriera letteraria segnata da alti e bassi, pur sempre nel rispetto di molti colleghi che nella scrittura di Johnson hanno trovato un modello e una fonte di ispirazione, da George Saunders a Zadie Smith. La generosità della sirena contiene gli ultimi racconti su cui ha lavorato prima di spegnersi per un cancro a sessantotto anni e, inevitabilmente, sono pervasi dallo spettro della morte, della vecchiaia, della riflessione su rimpianti e rimorsi con cui i personaggi si ritrovano a fare i conti. Eppure, nonostante questo fil rouge, gli antieroi di Johnson, questa umanità ai margini sconfitta dalla vita, dalle scelte sbagliate, dal tempo, conservano un’ostinata speranza che è un lampo di luce proprio perché tanto inaspettata. È una lettura dolorosa a tratti e la scrittura di Johnson, così asciutta, diretta, intima, priva di artificio, contribuisce ad avvicinare il lettore a questo mondo di disgraziati, alle loro solitudini, senza mai cedere al giudizio o a facili moralismi. Ci racconta la vita, nelle sue sfumature più tragiche e quotidiane, si confronta con il dolore e la sconfitta e costringe il lettore stesso a farlo lasciando fuori ogni giudizio. Attraverso un delicato umorismo nero, che è un po’ la sua cifra stilistica, e l’uso della prima persona in tutti e cinque i racconti, contribuisce ad avvicinarci ancora di più alle storie, a partecipare al dolore ma anche ad avvertire più intimamente quella scintilla di speranza che ogni volta, ostinata, si accende. Non ha paura di sporcarsi le mani Johnson, di indagare tra le pieghe più oscure del quotidiano e dell’animo umano, rivelando le debolezze dello spirito e del corpo: racconta la dipendenza, l’alcol e la droga, il delirio, la caducità dell’uomo, il decadimento fisico e la vecchiaia, la perdita della lucidità. Indaga le ossessioni, il confronto con la morte e, soprattutto, il peso della solitudine, da un lato all’altro della scala sociale.

Ne “Lo starlight sulla Idaho” la narrazione – frammentaria, sempre più delirante – indaga la dipendenza di un uomo ricoverato in un centro di recupero e i deliri indotti da un farmaco contro l’alcolismo. Il vago desiderio di liberarsi dei propri fantasmi e quello di ricostruire la propria vita in modo da riuscire un giorno a «guardare le persone negli occhi», sembra impossibile perfino da immaginare. Come per il protagonista di “Bob lo strangolatore” e dei suoi compagni di detenzione, in una piccola prigione di provincia dove ognuno di loro paga il prezzo della propria colpa. Stare ai margini determina la loro solitudine, rinchiusi ciascuno con i propri fantasmi ed errori, costretti a confrontarsi con altri derelitti, con la violenza, con la brutalità.
Lo spettro della vecchiaia, del decadimento fisico, della morte, attraversa tutto il racconto “Trionfo sulla morte”, nel quale il protagonista si trova più volte a confrontarsi con essa, con la perdita di persone conosciute, a partire da una telefonata casuale che lo mette a conoscenza della scomparsa di un vecchio amico. La narrazione è irregolare, rincorre pensieri e flashback del protagonista, ne insegue i ricordi di piccoli episodi del passato, talvolta banali, per lasciare spazio subito dopo a profonde riflessioni sui legami e sulle connessioni umane, sull’incidenza delle nostre vite nelle persone che incontriamo e, infine, sulla caducità dell’uomo. È un narratore interno a raccontarci questa storia, che osserva con intima partecipazione quanto riportato sulla pagina, ma ancora una volta abbandonando ogni giudizio o sentimentalismo. Osserva e descrive la vita, che fugge e diviene ricordo.
Allucinato e a tratti oscuro è il racconto che chiude la raccolta, “Doppelgänger, poltergeist”: storia di un’ossessione delirante: un poeta e accademico affermato che per tutta la vita rincorre il mito di Elvis Presley e della sua misteriosa morte. E mentre immagina congiure, scambi di persona, rituali oscuri, la vicenda si colora di tinte sempre più fosche, le atmosfere richiamano racconti di Shirley Jackson e Angela Carter, mentre, per contro, la scrittura si fa limpida, puntuale, misurata. Apparentemente un racconto che stona entro i confini di questa raccolta, eppure nell’insieme funziona, grazie anche ad alcuni spunti appena oltre la superficie che si ricollegano alle altre storie.
Il rimpianto, lo spettro della solitudine, la dipendenza, le ossessioni, la morte: sono alcune, si diceva, della tematiche ricorrenti nei cinque racconti di cui si compone l’ultima raccolta di Johnson, questo testamento umano e artistico di un autore come pochi altri capace di raccontare un mondo di reietti e sconfitti, senza cedere a paternalismi, senza condannare né assolvere i suoi protagonisti ma semplicemente consegnandoli al lettore in tutta la loro umana debolezza. È il ritratto di un’America dolente e lo sguardo dell’autore si sofferma anche sul mondo medio borghese, restituendo ancora l’immagine di una simile sofferta solitudine e sconfitta, come nel caso di “La generosità della sirena”, il racconto di apertura e, a mio parere, il migliore di tutta la raccolta. Nella disperata solitudine del protagonista, un pubblicitario di successo prossimo alla pensione, c’è tutta la tradizione letteraria da Yates e Saunders, la fine del mito borghese e di un ideale di perfetta felicità, che si infrange nella superficialità dei rapporti descritti, nei silenzi e nelle incomprensioni coniugali, nella sfilata di volti e legami senza importanza. In questo racconto è racchiuso tutto il mondo di Johnson, la sua poetica e sensibilità artistica e umana, e il senso dell’intera raccolta:

Considero di avere ormai vissuto più a lungo nel passato di quanto possa aspettarmi di vivere nel futuro. Ho più cose da ricordare che da aspettare. La memoria si indebolisce, del passato non rimane molto, e non mi dispiacerebbe dimenticarne parecchio di più. […] Poi a volte mi alzo, mi infilo l’accappatoio ed esco nel nostro quartiere silenzioso in cerca di un filo magico, di una spada magica, di un cavallo magico.
 (La generosità della sirena, p. 31)

C’è un uomo che fa i conti con le proprie scelte e con la memoria che si oscura. C’è la superficialità di un mondo dorato in apparenza ma privo di contenuti. C’è l’arroganza di un uomo che confonde le sue due ex mogli e ne sovrappone voci e storie. C’è la solitudine all’interno di un matrimonio, che dura da venticinque anni e forse è stato felice, forse soltanto è durato, che ormai osserva quasi con distacco:

Sono strisciato fuori dai miei vent’anni lasciandomi dietro un paio di matrimoni brevi e infelici, e poi ho trovato Elaine. Venticinque anni lo scorso giugno, e due figlie. Ho amato mia moglie? Siamo sempre andati d’accordo. Non abbiamo mai pensato di congratularci con noi stessi. Sto per compiere sessantatré anni. Elaine ne ha cinquantadue ma ne dimostra di più. Non per l’aspetto, ma per l’atteggiamento appagato. Manca di entusiasmo. Sembra che le interessino soprattutto le nostre figlie. Si mantiene in stretto contatto con loro. Sono entrambe adulte. Sono cittadine innocue. Non sono né belle né intelligenti.
(La generosità della sirena, p. 31)

A mio avviso, una delle chiavi di lettura più interessanti di questo racconto e dell’intera raccolta è il discorso sulla scrittura, forse il più forte fil rouge che l’attraversa. In “Trionfo sulla morte”, per esempio, Johnson in un solo passaggio scardina tutte le credenze da corsi di scrittura creativa e consegna al lettore la sua personale interpretazione del mestiere di scrivere:

Scrivere. È un lavoro facile. L’attrezzatura non è costosa, ed è un’attività che si può svolgere ovunque. Decidi tu gli orari, gironzoli per casa in pigiama, ascolti dischi jazz e bevi caffè mentre un altro giorno scappa via. Non devi essere particolarmente efficiente, anzi, in genere non devi esserlo affatto. […]
(Trionfo sulla morte, p. 79)

Come a dire che non c’è niente di più facile, devi solo metterti davanti alla macchina da scrivere e iniziare a sanguinare, lo diceva anche il buon vecchio Ernest. E, ancora, Johnson ci regala tra le migliori descrizioni del peso, della pressione, dell’altalenanza di favore, con cui convive uno scrittore:

Si vivono periodi di povertà, ansia, debiti spropositati, ma niente dura per sempre. Sono andato dalle stalle alle stelle e ritorno, e più di una volta. Qualunque cosa ti succeda, la metti sulla pagina, le dai una forma, la interpreti in un certo modo. Di fatto non è molto diverso dal riprendere una sfilata di nuvole in cielo e definirlo un film – anche se bisogna ammettere che le nuvole possono venire giù, trascinarti via e portarti in posti di ogni tipo, alcuni terribili, e poi per anni e anni non riesci a tornare indietro.
(Trionfo sulla morte, p. 79)

Quei posti terribili in cui le nuvole lo hanno trascinato, Johnson li aveva vissuti sulla propria pelle, altri li aveva immaginati sulla pagina, eppure entrambi reali e concreti, dolorosi nello stesso modo. È questo, il testamento artistico di Denis Johnson e della sua ultima grande lezione di scrittura.

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FUTURE. IL DOMANI NARRATO DALLE VOCI DI OGGI

Autore: AA.VV A cura di : Igiaba Scego Editore: effequ pp. 224 Euro 15

Autore: AA.VV
A cura di : Igiaba Scego
Editore: effequ
pp. 224 Euro 15

di Debora Lambruschini

«Fino a quando dovremo provare la legittimità delle nostre esistenze?»

(Alesa Herero, “Eppure c’era odore di pioggia”, p. 156)

 

C’è un termine abusato, nell’ambito della critica letteraria, in cui prima o poi rischiamo tutti di inciampare: “necessario”, in riferimento a un testo, un autore, il cui valore appare assoluto ma che, appunto, l’abuso del termine – come già qualche anno fa la formula “onestà intellettuale” – ha reso meno efficace e da cui, personalmente, cerco sempre di tenermi alla larga. Ecco, nel caso dell’antologia Future, edita da effequ, “necessario” è esattamente il termine che cerco e devo usare: perché le undici voci, le undici donne, che firmano queste storie, aprono uno squarcio nella letteratura contemporanea e nella società in cui viviamo, mostrando, con la forza delle loro parole, l’Italia e gli italiani da un punto di vista originale, mai esplorato prima in questo modo. Per la prima volta, undici autrici afroitaliane si confrontano con tematiche fondamentali quali razzismo, patriarcato, radici, migrazione, cultura, dando voce alla propria personale esperienza, a quanto osservato e vissuto: un coro polifonico che a partire dall’oggi si interroga sul futuro possibile.
Nell’ambiguità del titolo, “Future”, c’è già buona parte del senso di questa antologia: il futuro (prestito dall’inglese), ma anche la connotazione femminile a rimarcare il fatto che a prendere la parola sono tutte donne, giovanissime, per le quali interrogarsi sul futuro è un’urgenza.
La giovane età delle autrici è semplice dato anagrafico, perché i racconti e le testimonianze qui riunite – nell’ottima curatela di Igiaba Scego che ha progettato l’antologia e cercato le scrittrici da coinvolgere – denotano una generale confidenza con la parola scritta, talvolta con risultati stilisticamente molto interessanti, in racconti che hanno valore sociale e letterario. Il libro diviene quindi un faro su una realtà su cui quasi mai ci siamo confrontati o quantomeno non tanto da vicino, e, allo stesso tempo, una piacevole esperienza di lettura di storie ben congeniate. Da quando l’antologia è stata pubblicata, le autrici si trovano a portare in giro, da sole o in piccoli gruppi, questo piccolo gioiello, come è capitato anche a Genova quando le abbiamo incontrate in occasione di Book Pride. Un incontro che ha sicuramente arricchito la lettura appena conclusa e che è stata l’occasione per addentrarsi più nel profondo di questi testi, grazie alla generosità e alla genuina emozione delle due scrittrici coinvolte: Marie Moise (autrice di “Abbiamo pianto un fiume di risate”) ed Esperance H. Ripanti (“Lamiere”), con cui ho avuto il piacere di dialogare prima dell’incontro pubblico alla libreria Bookowski; per riflettere insieme sul significato e sul valore di un progetto come questo, sulla comune responsabilità che condividono, sulle tematiche al centro dei racconti e, in generale, sul futuro che immaginano.
La scrittura diviene il mezzo per fare i conti con il proprio passato, come nel caso di Marie Moise, che grazie ad essa ha compiuto un viaggio simbolico e concreto nella storia della sua famiglia, alla ricerca di quelle «radici recise», fino ad Haiti. Un luogo immaginato, perché «Haiti non si trova sui libri», alla scoperta di una terra che ha tantissimo da raccontare e una storia famigliare di lotta politica, di negazione, di abbandono. Marie ha voce delicata, ma le parole che usa sono precise, crude: «ho tanta rabbia per la vita che mi è capitata, sono donna e sono povera. Per me ha placato la rabbia scoprire di non essere sola, scoprire che la mia rabbia è quella di tanti altri simili a me anche se ha provenienze e ragioni diverse»
La rabbia è un sentimento che ritorna, più volte, nel corso della lettura, e con cui ci siamo confrontati direttamente con le due autrici conosciute. Per Esperance H. Ripanti, discendente ruandese, «La rabbia è quella provata nell’estate 2018 di fronte all’impossibilità di sentirmi al sicuro nel posto dove io sono cresciuta». Sono parole che pesano come macigni, che escono dalla letteratura, dalla fiction, per farsi vita, quotidiano. Come per Haiti, anche della storia del Ruanda e del terribile genocidio del 1994 non si trova traccia sui libri di storia, se non brevi accenni, e la ricerca delle proprie radici diviene quindi, anche per Esperance, uno studio difficoltoso, talvolta frustrante. Il razzismo con cui si scontra Esperance è immediato e feroce: «volevo essere come gli altri ma non potevo esserlo, perché tutto di me, fuori, dimostrava il contrario», mancano i punti di riferimento in quella piccola comunità dove è cresciuta, dove gli adulti intorno a lei non assomigliano all’immagine che vede riflessa nello specchio. E la questione razziale, crescendo, si fa sempre più urgente, la rabbia per la discriminazione e quel senso perenne di paura viene incanalata nella scrittura, nell’attivismo, nella presa di posizione.

«Questa storia è partita da un incubo che ho fatto, che mi ha perseguitata per un anno intero e non è stato per niente facile raccontarla», rivela Esperance, ricordando quel crescendo di rabbia e violenza razziale che si percepiva chiaramente nell’estate del 2017, ma di fronte a cui ancora ci si interrogava: «È davvero così grave la situazione o me lo sto immaginando io?»

I fatti vengono rielaborati da Esperance nel racconto distopico “Lamiere”, in cui il confine tra fiction e realtà si fa sempre più labile e la società rappresentata, il clima di paura e la violenza crescenti sono un incubo che a un certo livello, purtroppo, è reale:

 

Alla tv si sono sentite novità assurde; censimenti, controllo dei documenti, convocazioni in questura per chi fosse di origine straniera, revoca di cittadinanze senza motivazioni ben precise e strade affollate di corpi spaventati e sperduti. È successo così in fretta che non ce ne siamo resi conto. È successo così piano che non abbiamo nemmeno pianto.
(Esperance H. Ripanti, “Lamiere”, p. 205)

 

 

[…] quando mi lamentavo ad alta voce per quei vecchi viscidi che mi davano della puttana negra e mi volevano portare a letto. E gli dicevo che quando sei una ragazza nera e scendi dal pullman, che tu abbia uno zaino, una borsa o un bambino, quei vecchi uomini in macchina si avvicinano come dei coccodrilli che spiano una preda da ore, ti fissano con uno sguardo losco e vorace, ti osservano con insistenza, e quando ti giri e i vostri sguardi si incrociano, gesticolano. Abbassano i finestrini. Muovono la testa, invitandoti. (Leaticia Ouedraogo, “Nassan tenga”, p. 110)

 

 

Questo è il mondo in cui stiamo vivendo, e questo libro ci pone dinanzi alla concretezza di fatti e di sentimenti che non possiamo più ignorare.

«L’editoria è mettere in circolo qualcosa, farsi venire delle idee sufficientemente politiche perché così deve essere», ha sottolineato Francesco Quatraro, editor Effequ che insieme a Silvia Costantino ha ideato il progetto. «Volevamo fare un’antologia che parlasse di futuro - non distopia o fantascienza, ma le generazioni, le storie – e di un inespresso potente. Volevamo delle voci nuove. A noi interessa la nuova narrazione e la possibilità di incrociare voci che si riconoscano a vicenda e si crei una nuova storia e proseguano». Di Igiaba Scego la decisione di affidarsi alla scrittura di undici giovani donne, «che è un ulteriore posizionamento politico», conferma Silvia Costantino. Attraverso quelle voci, si compone un’antologia polifonica, nello stile e nel sentire, in cui a tematiche e spunti condivisi – radici, discriminazione, razzismo, misoginia, famiglia, sradicamento – si aggiungono di volta in volta punti di vista nuovi, esperienze e vissuto differente, approccio alla scrittura. 

È difficile, in pagine tanto dure, trovare un messaggio positivo, eppure, a mio parere, c’è, chiaro e forte: la speranza sta tutta in quella parola scelta a dare il titolo alla raccolta, un futuro che va costruito oggi, giorno per giorno.

Che cosa vi aspettate quindi dal futuro, chiediamo alle due autrici incontrate? Per Esperance il futuro «è qua, io lotto per quello che c’è adesso, perché il futuro si costruisce». Attraverso la scrittura, attraverso la presa di posizione e l’attivismo. Perché «ogni forma di lotta di oggi è uno spazio di liberazione», risponde Marie, «lottare, fare attivismo è liberatorio e mi fa stare bene, fa scoprire persone e sentirsi in una rete. Se ce l’hanno fatta degli schiavi a liberarsi da catene vere non vedo perché non dovremmo riuscirci noi a cambiare questa società».
C’è un bambino che ha seguito paziente tutta la presentazione, con la sua famiglia; ha la pelle scura, avrà cinque anni al massimo. E mi chiedo se un giorno ricorderà qualcosa di questo incontro, in una piccola libreria nel cuore di Genova.