Il silenzio dei satelliti, di Clemens Meyer

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TITOLO: Il silenzio dei satelliti

AUTORE: Klemens Meyer TRADUZIONE: Roberta Gado, Riccardo Cravero

EDITORE: Keller PP: 224 PREZZO: 16,50

Tenerezza e durezza: oggi nessun autore tedesco balla questo tango con la flessuosità di Clemens Meyer. 
KATHARINA TEUTSCH, DIE ZEIT

Il silenzio dei satelliti mostra una volta di più la vastità di risorse espressive che Meyer sa racchiudere in uno spazio limitato. 
JÖRG MAGENAU, SÜDDEUTSCHE ZEITUNG

Il guardiano di un complesso che confina con il campo profughi; l’amicizia notturna tra due donne schiacciate dalla vita; il proprietario di un chiosco che s’innamora di una ragazza musulmana, ma non osa ammetterlo nemmeno a se stesso; un macchinista che ama la routine del suo lavoro finché il treno non incrocia un uomo che ride, immobile, sui binari. E ancora, un vecchio signore che scava nei ricordi guardando il Mar Baltico e un fantino fallito col sogno di gareggiare a St. Moritz, sul lago ghiacciato… 
Clemens Meyer torna, dopo lo straordinario romanzo Eravamo dei grandissimi, e incanta con storie che raccontano di battaglie perse e desideri travolgenti, mettendo a fuoco le mille facce del nostro tempo: l’immigrazione e la povertà, il disagio e la sofferenza che segnano ogni essere umano, ma anche l’amore e la speranza.
Una scrittura magnetica, materica, intrisa di una forza dirompente che difficilmente si dimentica.

STORIA DELLE LETTERATURE SCANDINAVE. DALLE ORIGINI A OGGI

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TITOLO: STORIA DELLE LETTERATURE SCANDINAVE. DALLE ORIGINI A OGGI

AUTORE: AA.VV CURATELA: Massimo Ciaravolo

EDITORE: Iperborea PP: 1088 PREZZO: 35,00

Storia delle letterature scandinave è un ampio racconto storico-letterario rivolto sia agli studenti in materia sia ai lettori interessati a orientarsi meglio nel panorama delle lettere nordiche. Rispondendo alla necessità di un manuale completo e aggiornato in lingua italiana, e all’interesse sempre più vivo nel nostro Paese per il Nord Europa, questo volume ricostruisce un millennio di storia letteraria scandinava, soffermandosi sulle voci e i movimenti più significativi di ogni epoca, inquadrando autori e opere all’interno delle dinamiche culturali e socio-politiche: dalle origini nell’età vichinga e delle saghe medievali alla grande stagione ottocentesca dei maestri Henrik Ibsen e August Strindberg, Hans Christian Andersen, Selma Lagerlöf e Knut Hamsun; dal Novecento di Karen Blixen, Halldór Laxness, Ingmar Bergman, Astrid Lindgren, ai contemporanei Per Olov Enquist, Dag Solstad, Peter Høeg, Karl Ove Knausgård
Protagoniste sono le letterature nazionali danese, faroese, islandese, norvegese e svedese, con le loro varianti antiche tra le quali spicca, per prestigio letterario, il norreno dell’Edda, e con l’aggiunta dell’attiva minoranza svedese di Finlandia, in cui figurano classici come Tove Jansson. 
Dedicando largo spazio alla contemporaneità, dal secolo scorso a oggi, Storia delle letterature scandinave abbraccia anche la vivace narrativa infantile e il cosiddetto «giallo nordico», esportati con successo in tutto il mondo, così come un’interessante letteratura della migrazione, rappresentata da autori di origine straniera di prima e seconda generazione che stanno arricchendo lo scenario culturale nordeuropeo di nuovi temi e prospettive. 

Questo volume è l’opera collettiva di un gruppo di docenti universitari, studiosi e traduttori tra i massimi esperti delle letterature scandinave in Italia: Massimo Ciaravolo, che ha anche curato l’edizione, Massimiliano Bampi, Bruno Berni, Laura Cangemi, Gianfranco Contri, Silvia Cosimini, Sara Culeddu, Giuliano D’Amico, Fulvio Ferrari, Davide Finco, Maria Cristina Lombardi, Andrea Meregalli, Camilla Storskog, Anna Wegener, Renato Zatti.

C'era una volta in America Latina

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TITOLO: C’era una volta in America Latina. Diciotto racconti dal continente magico

AUTORE: Giorgio Oldrini

EDITORE: Edizioni Interno4 PP: 176 PREZZO: 14,00

Questi racconti hanno in comune un'idea, teorizzata dallo scrittore cubano Alejo Carpentier. Sosteneva che la realtà dell'America latina è così magica che è di per sé meravigliosa. Chi scrive, piuttosto che inventare e inseguire sogni, deve semplicemente raccontare le immense foreste e i fiumi che sembrano mari. E deve fare la cronaca di fatti e persone vere che sono più fantasiose di quelle che un'immaginazione pur fervida può inventare. A me poi, che sono da sempre un cronista di mestiere, raccontare quello che vedo e sento viene del tutto naturale." "Ho voluto raccontare queste storie per esprimere due sentimenti, che spero si colgano sia nelle vicende tragiche che in quelle divertenti. Un grande affetto per luoghi, personaggi, tempi che riempiono ancora i miei ricordi più cari e la mia vita e che spesso, soprattutto nelle mie molte notti insonni, mi affiorano nella mente e continuano ad emozionarmi. Il secondo sentimento, legato strettamente all'affetto, è la nostalgia. Sono curioso, mi piace molto conoscere luoghi e soprattutto persone, alle quali irrimediabilmente mi sento legato per sempre. Qualcuno davanti alla parola nostalgia storce il naso perché la giudica l'espressione di un sentimento proprio di chi rifiuta di vivere il presente e si rifugia in un passato più o meno immaginato. Io invece penso che la nostalgia sia il segno ineludibile di chi ha attraversato Paesi, storie o persone e stretto legami forti con donne e uomini, di chi ha preso parte col cuore e con la ragione alle vicende che ha conosciuto. È il contrario dell'indifferenza ed ha più a che fare con la passione ed è per questo che credo aiuti a vivere il futuro. In fondo è la memoria che ci permette di creare per il domani. Anche se di tempi smemorati come gli attuali questa idea sembra soltanto una assurda eresia.

Foglie d'America, di Thomas Wolfe

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TITOLO: Foglie d’America

AUTORE: Thomas Wolfe

EDITORE: Corrimano PP: 86 PREZZO: 10,00

Nell’infinita varietà delle cose quotidiane, casuali,
cui spesso non facciamo caso, è possibile vedere la rete della vita così come viene intrecciata.

Quali sono secondo lei i cinque più grandi scrittori contemporanei?
1. Thomas Wolfe. 2. William Faulkner. 3. Dos Passos. 4. Hemingway.
5. Steinbeck.

(Da un’intervista a William Faulkner)

Thomas Wolfe è uno scrittore straordinario, sì, ma è senza forma. Ripetono meccanici i detrattori. La verità è che T.Wolfe presenta la forma in lotta contro se stessa. Wolfe straripa. Si tuffa avanti. Si irradia. Si catapulta. Come se sapesse che avrebbe vissuto poco, dice William Faulkner. Giusto. Ma lo fa captando, aspirando, centellinando “forme”. Forme sparse per l’America. Sparse è la parola cruciale. Come gli elenchi sventagliati nel territorio frastagliato-scintillante della sua scrittura. Come le foglie sparpagliate sul suolo americano. Queste nove prose intercettano le forme guizzanti nel vento dell’America. Risuonanti. Le foglie che costellano le scene di queste storie sono ora lustrini, ora oggetti di cristalleria, ora depositi di segni. Mentre rende giustizia alle metamorfosi che fibrillano in America, Wolfe canta la perdita della forma nella società e nel destino interiore/esistenza esteriore dei suoi personaggi. Come quell’ora violetta che in T. S. Eliot vede la dattilografa rincasare all’ora del tè, sparecchiare la colazione e tirare fuori i barattoli di cibo in conserva. Figura senza forma, appunto. Gesto privo di moto. E allora un attore che si disorienta e si polverizza nel labirinto dei personaggi shakespeariani che interpreta è come se si congiungesse sotto il cielo d’America con il cittadino qualunque, Green, che in un altro racconto si lancia da un grattacielo spappolandosi la faccia così come si accartoccia il giornale che recava ieri la notizia della sua morte. Wolfe canta con le forme l’ombra che cancella le linee ma che non avrà vittoria finchè la letteratura la sfoglierà.

Un attimo immobile, di Eudora Welty

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TITOLO: Un attimo immobile

AUTORE: Eudora Welty Traduzione: V. Mantovani, I.Zani

EDITORE: Racconti Edizioni PP: 188 PREZZO: 17,00


di Rossella Milone
Questo articolo è stato pubblicato su L’Espresso il 27 Gennaio 2019

Un bravo scrittore sa come tracciare un mistero ed Eudora Welty lo sa. La prima autrice la cui opera è stata pubblicata, in vita, nella Library of America, maneggia la parola come se fosse la parola stessa un ingranaggio misterioso con cui decifrare il mondo. Cresciuta nel Sud degli USA degli anni ’50, è stata una tra le più brave scrittrici del Novecento, e Racconti Edizioni è meritevole di avercela restituita, ripubblicando le sue raccolte di racconti: Una coltre di verde (2017) e la recente Un attimo immobile, entrambe tradotte dalla voce empatica di Isabella Zani e Vincenzo Mantovani. Maestra del racconto, anche in quest’ultima raccolta la Welty ci regala storie dal fascino maestoso, dove s’incrociano vecchie strade indiane (tutti i racconti sono ambientati lungo la Via di Natchez), sbocciano amori nelle tempeste del Sud, si consumano pettegolezzi, screzi e complotti che raccontano l’intimità di un Paese solitario e tenace. L’impeto inquieto dello stile, è lo stesso che anima un’altra magistrale storia nata dalla penna di Welty, pubblicata di recente da minimum fax per la nuova traduzione di Simona Fefè: La figlia dell’ottimista, premio Pulitzer nel ’73. Il ritratto di una figlia che deve fare i conti con un lutto improvviso, e con una matrigna portatrice di un presente scioccante. In entrambi i libri, la memoria è il nervo mutevole da cui si dirama la potenza evocativa della narrazione (Camminiamo nel tempo che cambia). Welty disegna le turbolenze emotive, sempre in attesa di un mistero in agguato, che accomunano i personaggi sia dei racconti che del romanzo, con la semplicità, la cura e la dignità di un artigiano, restituendo alle parole la loro primordiale capacità incantatoria.

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Racconti di demonologia, di Rick Moody

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TITOLO: Racconti di demonologia

AUTORE: Rick Moody Traduzione: Vighi L., Perroni S. C.

EDITORE: La Nave di Teseo PP: 378 PREZZO: 15,00

Madri borghesi alle prese con una sparatoria tra gang, coppie in crisi che trasferiscono parte dell’arredamento di casa sulla spiaggia, fratelli gelosi fino a diventare crudeli, trentenni problematici in vacanza sulle isole hawaiane, fanatici delle canzoni pop che articolano le proprie esistenze come una commovente hitparade: una fulminante collezione di racconti sui turbamenti e le inquietudini dell’America contemporanea.

Una fulminante collezione di racconti sui turbamenti e le inquietudini dell’America contemporanea.



“Audace ed emozionante. Moody non conosce le mezze misure. Questo è un libro vibrante,
oltraggioso, esaltante.”
  
Walter Kirn, The New York Times Book Review

“Rick Moody nella sua forma migliore.” -
Janet Maslin, The New York Times

Arenaria, di Paolo Teobaldi

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TITOLO: Arenaria

AUTORE: Paolo Teobaldi

EDITORE: E/O PP: 160 PREZZO: 16,00

«Teobaldi non scrive parole: le adotta, le alleva e le accudisce così quando viene il momento di impiegarne una risponderà docilmente alla chiamata dello scrittore». 
Stefano Bartezzaghi

«Per Teobaldi la realtà che ci circonda è piena di miracoli. Per nutrirsene, bisogna tenere i sensi all'erta e imparare le parole giuste per "dirli". Così come bisogna saper nominare la vita della gente umile e anonima, che svolge al meglio il proprio dovere e sopporta in silenzio le peggiori disgrazie». 
Franco Marcoaldi

Storie da ridere per non piangere. 
Una lingua tenera e sorprendente che mai diventa virtuosismo, ma è sempre al servizio della bellezza dei luoghi e delle persone, del racconto di una Storia vista dalla parte degli ultimi. 
Un finissimo umorismo con venature nere ma sempre gentili.

Un monte d’arenaria (che poi non è neanche un monte: 200 m slm il punto più alto): la prima altura che s’incontra scendendo dalla pianura padana, 60 km prima del monte Conero, lungo la costa adriatica. Con un versante, detto le Rive, che guarda verso nord-est, esposto ai venti di maestro, bora, greco e levante; l’altro, verso sud-ovest, benedetto dal sole e dalla storia.

Un mondo piccolo, di pochi chilometri quadrati (l’Adriatico da una parte, i fondali dell’Appennino dall’altro) coltivato a mezzadria, pieno di personaggi, carico d’amore, di rabbia e d’ingiustizia. 
Nessuna indulgenza per come si stava bene una volta, per il pane fatto in casa: neanche per le lucciole. 
Storie da ridere per non piangere, da tramandare da padre in figlio: nella fattispecie un lascito da nonno a nipote, nella speranza che le parole sommerse siano ancora comprensibili.


Novelle disincantate, di Jacques Bens

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TITOLO: Novelle disincantate

AUTORE: Jacques Bens Traduzione: Sofia Buccaro

EDITORE: Racconti Edizioni PP: 115 PREZZO: 16,00

«Il giorno in cui Guillaume Berlancourt scoprì che poteva, con un solo movimento delle orecchie, far piovere su una porzione ragionevole di terreno circostante,
comprese che la sua vendetta era ormai a portata di mano.»

Jacques Bens, Tempesta su tutti i fronti

Nel 1990 le Novelle disincantate vinsero il premio Goncourt dedicato al racconto salvo poi sparire dalla scena internazionale, mai pubblicate in Italia. Per Jacques Bens – fra i fondatori storici della celebre Oulipo, l’officina di letteratura potenziale di Perec e Queneau – si trattava quasi di un riconoscimento alla carriera, prima di morire a soli settant’anni dieci anni più tardi. Le novelle del resto sembrano il contraltare breve dei più famosi romanzi oulipensi: medesima leggerezza, ironia e vena di romanticismo concentrati in racconto. Eppure per vocazione pseudoscientifica si avvicinano più alle elucubrazioni di Jarry, o alle scienze inesatte dei Figli del limo. Gli inventori del moto perpetuo sono non a caso dei pescivendoli, a usufruire delle macchine del tempo sono musicisti impacciati con le donne, chi sa come far piovere a comando viene lasciato dalla moglie proprio per il meteorologo. È questa la cifra ironica di Bens. Scienziati impacciati, maghi che non chiedono troppo alla vita, maestri che per spiegare come si scrive un racconto finiscono per scriverselo addosso.

Amate Perec e il teatro dell’assurdo? Accomodatevi: Jacques Bens è il folle che fa per voi.

Gaia Manzini, da La Repubblica

Frotte di pesci rossi, di Kanoko Okamoto

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TITOLO: Frotte di pesci rossi

AUTORE: Kanoko Okamoto Traduzione: Fujimoto Yūko Prefazione: Dacia Maraini

EDITORE: Lindau PP: 160 PREZZO: 16,00

Ancora inedita in Italia, Okamoto Kanoko fu poetessa, narratrice e saggista.

Si segnalò sulla scena culturale nipponica della prima metà del ʼ900 anche per gli atteggiamenti spregiudicatamente disinibiti che potrebbero farla accostare ad alcune protagoniste dell’avanguardia artistico-culturale dell’Occidente, da Colette a Djuna Barnes, ad Anaïs Nin.

I tre racconti che compongono il volume sono rappresentativi di una vena narrativa che l’autrice coltivò soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Pur diverse nell’ambientazione e nello sviluppo, le vicende narrate finiscono per sciogliersi in una sorta di rivelazione, tanto imprevista quanto rasserenante.

Il protagonista di Frotte di pesci rossi è un giovane ittiologo che vive tormentato da una duplice ossessione, un amore che crede impossibile e il tentativo di ottenere finalmente la considerazione dell’amata selezionando una nuova, bellissima varietà di pesce rosso. Un’impresa che sembra destinata a fallire finché, allo stremo delle forze e delle speranze, non scopre che qualcosa è successo là dove meno se lo sarebbe aspettato. Nel secondo racconto, Nel Settentrione, il rapporto di tenero affetto che lega un ragazzo idiota a una adolescente in età da marito suscita in lei un sentimento materno che durerà quanto la sua stessa vita, inducendola a sperare in un improbabile ritorno dell’amico del cuore anche dopo che ne ha perduto le tracce. Nel terzo racconto, Il genio famigliare, a illuminare il futuro della giovane incaricata di gestire la trattoria di famiglia è la scoperta del misterioso conforto accordato dal destino alla vita scialba e rassegnata di sua madre: nulla è in realtà cambiato nella sua esistenza, se non l’animo con cui la affronterà da quel momento in poi, giorno dopo giorno. 

Sono sempre le donne ad avere un ruolo dominante nelle storie di questa scrittrice, donne con un fuoco nel corpo e nell’anima».
Dacia Marain
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Finché morte non sopraggiunga, di Amos Oz

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TITOLO: Finché morte non sopraggiunga

AUTORE: Amos Oz Traduzione: Elena Lowenthal

EDITORE: Feltrinelli PP: 144 PREZZO: 15,00


Un uomo che di fronte al proprio inesorabile declino constata l’amara dissipazione delle occasioni perdute, una banda di sgangherati crociati che non arriveranno mai in Terra Santa: due storie molto lontane fra loro nel tempo e nello spazio, ma che raccontano in fondo la stessa malinconia di vivere, la stessa disperata ricerca di un senso per se stessi e per il mondo.
Con il suo sguardo lucido e profondo, Amos Oz conduce
il lettore in una Tel Aviv e un Israele che non esistono più, in un’Europa arcaica e crudele: al cuore di tutto c’è un’umanità in cui, malgrado la distanza, non si può fare a meno di riconoscersi.

«Due racconti scritti negli anni Settanta. Un urlo cupo e estroso, dalla prosa magistrale, tenuto insieme da morte e paura, un grido che, dalla Tel Aviv moderna alle Crociate del 1100,
cattura il trauma inestinguibile di Israele»
 
 Robinson, La Repubblica

«Conciso, preciso, lineare, lo stile ricorda l’arte di Čechov o di Gogol’. Il fanatismo, l’odio e la morte, i temi fondamentali delle due storie che si rispondono a circa mille anni di distanza, da una parte all’altra del Mediterraneo.» – Claude Kiejman, Le Magazine Littéraire

FIABE FAROESI

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TITOLO: Fiabe Faroesi

AUTORE: AA.VV Traduzione e postfazione: LUCA TAGLIANETTI

EDITORE: Iperborea PP: 160 PREZZO: 16,00

Un nuovo volume nella serie delle Fiabe Nordiche di Iperborea dedicato alla tradizione popolare delle isole Faroe.

Dalle isole verdi del Nord Atlantico, sospese tra paesaggi primigeni e tradizioni immemori, un’antologia che raccoglie le più antiche fiabe tramandate a queste latitudini e pubblicate per la prima volta in Italia. Storie di orchesse che catturano i bambini e di troll a sette teste che rapiscono principesse, di giovani orfani come Senza-Papà e Figlia di Tizio o incompresi come Ceneraccio e Fanfarone che superano ogni prova di astuzia, coraggio e generosità, meritando l’aiuto di animali fatati che ribaltano le loro sorti. Storie di sirene incantatrici, giganti del mare, regni degli abissi e isole abitate da leoni, ispirate dall’oceano che con i suoi imprevisti e misteri circonda il piccolo arcipelago delle Faroe. Raccontate per secoli attorno al focolare nelle lunghe sere d’inverno, di solito da anziane narratrici nubili e prive di contatti con il mondo esterno, queste fiabe brillano spesso di un’originalità autoctona. Riprendendo motivi universalmente diffusi, li rimaneggiano e li intrecciano tra loro in avventure funamboliche, che mescolano humour, poesia e sangue, in cui si affacciano antiche saghe, miti pagani e leggende sui demoni, i folletti e le altre creature invisibili di cui è ricco l’immaginario faroese. Trascritte nell’Ottocento, quando i letterati romantici di tutta Europa ricercarono nel patrimonio orale le radici nazionali di ciascun paese, le fiabe faroesi hanno contribuito all’autodeterminazione di un popolo a lungo «provincia» del Regno di Danimarca, che attraverso la fantasia e un gusto contagioso per il narrare ha lottato per la propria identità culturale e indipendenza linguistica. 

Le “Fiabe faroesi” sono quindi rapidissime, con svolte fulminanti in vicende, che sono spesso sghembe e divertenti (“‘Se solo avessi un contenitore! Dove metterò tutti questi soldi?’ disse il parroco alla moglie. E lei rispose: ‘C’è una grande pentola lì vicino alla porta – non so come ci sia finita –, mettiamoli lì dentro dopo averli contati’. Così il parroco contava i soldi e li metteva nella pentola, che si riempì fino al colmo. ‘Voglio uscire’, disse allora la pentola e all’improvviso sfrecciò fuori dalla porta”). Ma soprattutto, anche tenuto conto dell’alto tasso di ultraviolenza delle fiabe di tutto il mondo, le storie faroesi si distinguono anche in questo, ma con quella serena levità da isolani nordici che durante il Grindadráp, cioè la caccia ai globicefali, stanno immersi fino alla vita nel mare colore del vino (che invece è sangue) .

Guido De Franceschi, da Il Foglio


Gli inconvenienti della vita, Peter Cameron

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TITOLO: Gli inconvenienti della vita

AUTORE: Peter Cameron Traduzione: Giuseppina Oneto

EDITORE: Adelphi PP: 122 PREZZO: 16,00


Queste storie raccontano due diverse e molto singolari forme di inquietudine: il malessere sottile che si allarga come una crepa nella vita in comune di due uomini, e la lunga guerra «misteriosa e mai dichiarata» in cui può trasformarsi un matrimonio di vecchia data. Le due coppie non potrebbero essere più distanti: lo scrittore in crisi creativa che divide un appartamento a Tribeca con un avvocato in carriera, e i due pensionati di una spenta cittadina di provincia, dove gli unici eventi degni di nota sono le periodiche inondazioni del fiume e gli appuntamenti della chiesa metodista. Casi da cui emana la sensazione di «un vivere fasullo, rabberciato, sempre lì lì per implodere o franare»; e infatti, sotto la superficie, questi rapporti vanno in pezzi davanti ai nostri occhi, lasciandoci attoniti e frastornati. Solo Peter Cameron sembra avere ancora il coraggio, e la forza stilistica, di trasformare storie simili in opere di varia lunghezza, fatte di dettagli che riconosciamo, e del vuoto spesso atroce che li separa. Perfette trappole narrative in cui scivolare è facilissimo, e istantaneo rimanere prigionieri. Senza però provare il desiderio di liberarsene.

Perché gli inconvenienti della vita hanno una tale capacità di abbattere o provocare collera? Perché la frustrazione di un incontro con l’orribile impenetrabilità di una confezione plastificata di crostacei è in grado di rovinarci la giornata? Come può una visita alla motorizzazione civile per rinnovare la patente renderci furiosi? Diamo i benefici e le gioie del vivere per scontati, a volte riconoscendoli appena, e tuttavia gli inconvenienti della vita, come certi metalli preziosi e gas nobili, possiedono una densità e un peso ingannevoli, ai quali sembra di non potersi sottrarre, e da cui si resta paralizzati. I protagonisti del mio libro, due persone assai diverse che fanno vite diverse in luoghi diversi del Paese, attraversano entrambi una crisi di fiducia, e hanno perso la capacità di vedere la luce contenuta e riflessa dalle loro vite. Come da una stoffa iridescente inclinata alla luce, ogni lucentezza è scomparsa.

(Peter Cameron, tratto da Vanity Fair )

La debuttante, Leonora Carrington

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TITOLO: La debuttante

AUTORE: Leonora Carrington Traduzione: Nancy Marotta, Mariagrazia Gini

EDITORE: Adelphi PP: 179 PREZZO: 17,00

Donna dall'eccentricità indomabile, Leonora Carrington fu una delle «muse inquietanti» del surrealismo, dal quale però non smise mai di tenersi a debita distanza, anche negli anni in cui viveva con Max Ernst. I suoi quadri, enigmatici e beffardi, sono oggi celebrati e ricercati, ma non meno rivelatrice è la sua opera in prosa – e in particolare questi racconti, nei quali già Breton riconosceva un vertice dello «humour nero» (definizione che a lui risale). Qui il lettore potrà incontrare per la prima volta le sue creature predilette, esseri dalla natura sempre mutevole e indecifrabile, oscillanti tra l'aria ingannevole della nursery – deposito di sogni e relitti infantili – e l'orrore puro. Come nel racconto da cui prende il titolo la raccolta, dove una giovane debuttante, per evitare di partecipare al ballo organizzato dalla madre in suo onore, chiede a una iena il favore di sostituirla: con conseguenze feroci e esilaranti. Tutti «fantasmi di famiglia», su cui sentiamo aleggiare la risata rauca e affettuosamente crudele della Carrington. Per lei, ciò che per altri fu la scoperta della surrealtà, era la normalità stessa – come constatò sin dall'infanzia passata in una magione goticheggiante, che si poteva trasformare facilmente in un'allucinazione.

La prosa dei racconti di Leonora Carrington si disgrega, dando vita ad una poesia la cui luminosità sarà quella di Phanes. La gratuità degli accostamenti e delle soluzioni narrative non ha mai l’aspetto di una ragione che compia sforzi sisifei per sragionare; essa, al contrario, si innerva di una coerenza che nulla ha a che vedere con quella che sillogismi o rappresentazioni incatenano, risalendo bensì alla natura anfibolica del mito il quale, nelle pagine de La debuttante, risuona delle stesse vibrazioni che una materia adeguata e affine alla propria sorgente potrà rilasciare. 

Marco Tagliaferri, da Treccani


I sogni di un digiunatore, di Paolo Albani

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TITOLO: I sogni di un digiunatore

AUTORE: Paolo Albani

EDITORE: Ex Orma PP: 312   PREZZO: 12,00

C’è la storia di quel tizio che trova due giovani sbandati che fanno l’amore dentro la propria casella postale, o quella dello scrittore che incontra un suo postero in un caffè di Firenze e scopre che i libri che ha scritto non li legge nessuno, o ancora la storia di quel giovane che sta per sposarsi con un’extraterrestre e intraprende un viaggio low cost per Marte o del tale che per tutta la vita è stato perseguitato dal successo.

Ma Paolo Albani racconta anche episodi realmente accaduti come quello dell’italiano Giovanni Succi, digiunatore di mestiere, che fece del digiuno uno spettacolo da fiera e che nel 1886 a Parigi digiunò per trenta giorni consecutivi.

I diversi punti di vista delle storie contenute in questo libro appaiono come riflessi di una visione instabile, fugace, che sembra scomporsi appena dopo essersi fissata sulla pagina. Alludono forse alla precarietà del nostro percepire il mondo e noi stessi come entità separate, un mondo dove tutto cambia di continuo e in fretta mentre noi abbiamo sempre più confusamente l’impressione di continuità, di essere sempre gli stessi.

«Ho bisogno di silenzio», ha poetizzato Alda Merini, senza accorgersi della palese contraddizione: bastava che non avesse scritto «Ho bisogno di silenzio» e la sua voglia di silenzio si sarebbe realizzata al di là di ogni dubbio, credo. «La più vera ragione è di chi tace», ha scritto Eugenio Montale, perdendo anche lui una buona occasione per tacere. A sentire José Saramago, «si dice che ogni persona è un’isola, / e non è vero, / ogni persona è un silenzio, / questo sì, / un silenzio, / ciascuna con il proprio silenzio, / ciascuna con il silenzio che è».
Sembra quasi, a proposito dei poeti (ma non solo), che più si accarezza il desiderio di stare in silenzio e più viene voglia di scrivere sul silenzio, di evocarlo.
Ora io non voglio sembrare troppo semplicista, o peggio ancora banalotto e superficiale, ma mi domando: Santissimo Iddio, se tu hai voglia di silenzio ma allora stattene zitto, taci e basta. Non c’è altra soluzione. Le parole hanno un suono, fanno rumore, scricchiolano come le travi di un vecchio pavimento di legno e perciò, dico io, se ami davvero il silenzio la sola cosa da fare è astenersi dall’uso delle parole, non parlare, non scrivere e godersi il silenzio conseguente.

(da “Il silenzio”)

Gràcia dei colombi, di Amaranta Sbardella

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TITOLO: Barcelona desnuda

AUTORE: Amaranta Sbardella 

EDITORE: Exorma   PAGINE: 192   PREZZO: 14,90

 

Da oggi nelle librerie, è il libro Barcelona Desnuda, un testo di Amaranta Sbardella. 
Nella Barcellona dei nostri giorni, i protagonisti di alcune delle maggiori opere letterarie sulla città catalana, Petra Delicado, Clara Barceló, Pepe Carvalho e molti altri con loro, scappano da una stanzetta malridotta del Raval e tornano come spettri in libertà alla Barcellona narrata nei libri. Vagano indisturbati, entrano in caffè e teatri, si calano di nuovo nei luoghi che conoscono, oggi mutati profondamente se non addirittura scomparsi, svelandoci una città più intima e segreta. Grazie a loro scopriamo una Barcellona a tratti sconosciuta, ben lontana dalla cristallizzazione turistica e modernista che da sempre ne accompagna l’immaginario.

Pubblichiamo uno dei racconti per gentile concessione dell'editore.


 

GRÀCIA DEI COLOMBI
LA CITTÀ DI COLOMETA A VOLO D’UCCELLO
(Liberamente ispirato a La piazza del Diamante di Mercè Rodoreda, 1962)

SULL’AMORE DELLA GIOVANE NATÀLIA PER QUIMET, CONOSCIUTO A UNA FESTA IN PLAÇA DEL DIAMANT — SARÀ QUIMET A CONVINCERLA A METTER SU UNA COLOMBAIA, CHE DOPO LA MORTE DI QUESTI IN GUERRA DIVENTERÀ PER NATÀLIA, “COLOMBELLA”, UNA VERA E PROPRIA OSSESSIONE.

L’occhio rosso, vivido, acceso. Veccia, bevitoio, piolo, colombaia: fuori! Tutto a spasso! Vola via il colombo, fugge da quella forsennata, scatta nel vuoto, come un grido. Le penne si distendono verso i pinnacoli di Palau Güell e poi le lontane baracche gitane di Somorrostro, virano ancora verso le punte in ferro battuto della Casa de les Punxes, i boschi di Collserola, la ruota panoramica del Tibidabo, la torretta di un quartiere signorile e verde dove, più di vent’anni prima, era nata in un bel palazzetto fiorito Mercè Rodoreda i Gurguí.

Aspetta agitato, attende che lei, Natàlia, si allontani, se ne vada dai suoi figli smunti, che lo faccia tornare alla cova. Assieme agli altri, ai cappucci, ai monaci, ai colombacci. Tutti assieme. Quieti, anche se affamati. Uniti, anche sotto le bombe. Sereni, come un tempo.
Era già cambiata, lei, pure se Quimet non se n’era ancora andato a combattere in Aragona con moto e rivoltella. Aveva preso a odiarli. Lo capivano, lo sapevano: dal modo in cui li toccava, li feriva con i mazzetti di ortiche o rigirava l’acqua allo zolfo, da come li fiutava nauseata, da come li scrutava, con gli occhi rossi, vividi, in fiamme.
Dal silenzio, calato in casa al pari di una coltre di gas. Dall’aria nervosa con cui si aggirava per ore e ore tra sedie e cesti di biancherie, avanti e indietro, indietro e avanti, in agguato, attenta a ogni loro mossa, a ogni ala stesa e a ogni collo rigonfio.
Vola via, il colombo, gira attorno a carrer del Montseny, perde tempo, aspetta. Poi torna, sporge la testa da un lato della botola e la sorveglia. È ancora lì, le pupille fisse su una corda di sparto.
E allora via, fuori, a spasso: giù a folle velocità per Gran de Gràcia, dopo il Café Monumental, lungo le rotaie del tram, fra i negozi, le balie con i passeggini e i gentiluomini in bastone, giù in direzione dei giardini che si affacciano sulla Diagonal.
Un tempo paesino di masie, campi e conventi, l’allegra e variegata Gràcia fa presto gola a Barcellona che, dopo averle concesso brevi periodi d’indipendenza, la richiama a sé e, pur di collegare al proprio centro quel chiassoso coacervo di gitani, anarchici, artisti e operai, dà il via a progetti urbanistici come il Passeig de Gràcia, culla dell’architettura modernista, o il piano Cerdà, all’origine dell’Eixample.

Vola piano adesso il colombo, scanzonato, allunga le zampette sul busto di Cervantes in cima al tetto di Casa Servent, fa capriole davanti al grosso gatto nero che dormicchia dietro le trifore di Casa Fuster, celebre opera liberty di Lluís Domènech i Montaner. Nel primo dopoguerra, negli anni più bui della sua vita, da lì il vate catalano Salvador Espriu osserva l’umanità dei giardinetti, oggi a lui intitolati, il viavai disordinato di uomini d’affari e poveri bigliettai del tram. La Barcellona di Espriu, la Lavínia corrotta dai rumori, dalla tristezza e dall’oblio, trascorrerà affranta proprio tra questa verde insenatura e l’inizio del Passeig de Gràcia, dove il rassegnato poeta lascia scivolar via le giornate presso il notaio Antoni Gual.
Sotto il becco rosato dell’animale si distende ora un reticolo confuso di vie e piazze, dai nomi libertari e dai colori terrigni, con le grida scomposte in caló, cui tanto attingerà Espriu, e i boleri animati. Da qui si elevano al cielo i ritmi di Antonio González, “El Pescaílla”, da molti ritenuto il creatore della rumba catalana, come testimonia la targa in carrer de la Fraternitat, al numero otto; salgono i primi gorgheggi della grande soprano Montserrat Caballé; giungono gli accordi delle numerose orchestrine che suonano alle feste di Gràcia, tra cui pure quella che aveva permesso al tronfio Quimet di avvicinare la timida orfana Natàlia, allora vestita di bianco come una colombella.
Non fossero mai nati, quei suoni… Non fossero mai nate, quelle idee, che Quimet girava a divulgare per Gràcia sventolando la bandiera repubblicana, prima di partire e morire nella guerra contro i ribelli di Franco.
Gli odori confondono il suo volo, lo distraggono, richiamano, respingono. Si abbassa, lentamente: il pane non profuma come quello di prima della guerra, ma sempre meglio di ortiche e zolfo. A volte, quando Quimet trascurava Natàlia bighellonando per le osterie con Mateu e Cintet, lui, il colombo, aveva seguito i passi di lei, di nascosto, dall’alto dei palazzi modesti: l’aveva vista dirigersi verso il mercato de la Llibertat o dell’Abaceria Central. Dai banchi delle trippaiole veniva sempre un odore dolciastro di morte, con i fegati ancora umidi di sangue appesi ai ganci, le trippe bagnate, le teste bollite. E attorno gli scampanellii sordi di cozze e vongole, che le venditrici in manichette azzurre spostavano da un cesto all’altro smuovendo attorno il profumo di mare. Dall’alto della pensilina il colombo aveva osservato Natàlia svuotarsi, cedere, sedersi davanti a muggini, pesci volanti, branzini, l’aveva vista impallidire e tacere al cospetto di pizzicagnoli, trippaiole e pesciaiole. E uscire sempre a mani vuote.
Ora è ormai spoglio e lugubre il mercato dell’Abaceria, sorto sull’ossatura della fabbrica rossa che aveva attirato centinaia di lavoratori nella Vila de Gràcia: il cotonificio Vapor Nou. Dal 1892 banchi e verdure, bestie e grembiuli avevano sostituito sgranatrici, spazzole e griglie; lo scalpiccìo dei passanti, le urla dei venditori e il fruscìo dei rami d’erica degli spazzini avevano messo a tacere i rumori assordanti e monotoni di fusi e filatoi.
L’umile gente del paesino divenuto quartiere si ritrova qui o negli altri mercati, nelle numerose e disordinate piazzette che i proprietari terrieri avevano edificato al centro dei loro possedimenti, e che per lungo tempo ne hanno conservato il nome. Una di queste piazze, a qualche centinaio di metri verso la montagna, non porta però il nome di un abbiente latifondista ma quello di un architetto, Antoni Rovira i Trias, lo stesso che aveva progettato la torre del campanile di plaça de la Vila, il mercato di Sant Antoni e, per Barcellona tutta, un elegante piano urbanistico a espansione radiale.
Nel lontano 1859 il progetto di Trias aveva vinto il concorso indetto dal Municipio, ma poi l’appalto era andato al Signor Ingegner Ildefons Cerdà i Sunyer, nominato direttamente dal monarca spagnolo. Nella lontana Madrid preoccupava già allora che Barcellona potesse darsi le arie da capitale europea, emulare Haussmann o ambire all’atmosfera maestosa di Vienna…
E infatti oggi Antoni Rovira i Trias se ne sta seduto su una panchina in marmo nella piazza omonima: portamento dignitoso ed eretto, sguardo fiero e triste, mostra ai propri piedi il progetto che tanti consensi aveva guadagnato in terra catalana.
I suoni si diradano, così come i passanti; le gonne sporche, di cotone grezzo, diventano nuovamente plissettate e morbide al tatto; i bambini tornano a rincorrere composti il cerchio con le asticelle in legno. Il colombo si avvicina a Vallcarca, alle villette con giardino, alle dimore signorili, ma prima risale l’ultimo tratto di carrer Verdi, quello in cui il charnego Faneca dell’Amante bilingue di Juan Marsé si innamora della povera cieca Carmen e dove uno scelto pubblico attende la trita conferenza sulla struttura mitica dell’eroe di Cyrano, protagonista del romanzo di Vila-Matas Strana forma di vita.
Ed eccolo giungere nell’ariosa plaça de Lesseps, l’antica plaça dels Josepets, dal convento dei carmelitani scalzi che un tempo ne occupava il posto, punto nevralgico della città. Sfiora i fili del B23, partito dalla Boqueria, vola rasente a due smilzi gendarmi in bicicletta, si rialza sul campo vuoto di bocce e plana quindi sullo stagno senza barchette di carta. Qualche rado bimbetto gioca a nascondino tra gli alberi, spingendosi su fino alle scale della chiesa della Mare de Déu de Gràcia i de Sant Josep.
Quarant’anni più tardi, la stessa piazza che nel 1924 aveva assistito all’inaugurazione della prima linea metropolitana vedrà cadere molti suoi edifici, casette e masie, sacrificati in nome della moderna urbanizzazione voluta dal sindaco franchista Porcioles. Spruzzi di luce, piccole oasi di colore nel grigio del vetro e del cemento rimarranno solo le palazzine moderniste, come Casa Vicens, in carrer Carolines numero ventiquattro, opera di un giovanissimo Antoni Gaudí i Cornet. Costruita tra il 1883 e il 1888 perché Manuel Vicens i Montaner, industriale nel ramo delle ceramiche, potesse trascorrervi le estati lontano dal caos barcellonese, Casa Vicens mostra a tutti le sue meraviglie policrome, d’ispirazione mudéjar-moresca e gotica, dietro un suggestivo cancello in ferro dai motivi vegetali.
Proprio lì sosta un momento il pennuto, sulla punta di un torricino biancoazzurro. E, prima di riprendere il volo di ritorno verso carrer del Montseny, si concede uno dei pochi, pericolosi lussi che un colombo possa offrirsi: girare all’impazzata lungo il muro rosso e frastagliato di Casa Vicens, lungo gli inserti in ceramica, per poi infilarsi nella veranda d’angolo e mandare così all’aria il vassoio che la servetta sta portando al nipotino del signore. Piatti, bicchieri, spremuta d’arancia, fragrante pane caldo con pomodoro e corned beef, anche durante la guerra, tutto a spasso!
Non si volta a vedere la cameriera in lacrime. Quel giorno perderà il lavoro, come Natàlia, e mesi dopo scenderà in strada, come Natàlia, con in mano una cesta di vimini e una bottiglia, regalo per i suoi tre bambini fiaccati dalla guerra. Andrà dritta dal droghiere: acido muriatico. Stavolta, però, non ci sarà il droghiere delle vecce a parlarle, a offrirle una vita tranquilla e sicura.
Finalmente il colombo è tornato a casa, tra la paglia e gli escrementi, gli occhi iridescenti color malva e cangianti verde mela. Lei non si è mossa, non ha sceso i gradini di logora graniglia. Possibile che sia ancora lì? Sì, la pazza, la serpe. Sta infilando la mano sotto il petto dei suoi colombi. Loro fanno cenno di beccarla, arruffano le piume, svolazzano. Afferra un uovo, poi un altro. Un cappuccino febbricitante allunga la testa in avanti, apre il becco, prova a prenderla. Niente, lei è più forte, più ostinata. Scuote le uova, le sbatte, le agita con forza, le rimette a posto.
Ed ecco, in un angolo dimenticato, il suo, di uovo. Pure lei l’ha scorto, in mezzo alle piume che cadono, nel grugare dei colombacci, le grida dei pennuti. Si avventa sul povero uovo, su quella scorza ancora calda che profuma di vita. Occhiaie, rughe di fame: sembra un fantasma. Ma i fantasmi non uccidono le uova. Il braccio fine e la mano screpolata si precipitano su quel pulcino non ancora nato, gli percuotono la testa contro il guscio. Marcirà pure lui, immobile, in mezzo al nido di sparto.
Il colombo si fa in avanti, guizza dalla botola, la colpisce, nulla può. E allora di nuovo via, affranto, folle di dolore. Su, colombo, vola, colombo… Con la faccia come una macchia bianca sul nero del lutto… Su, colombo, ché dietro di te c’è tutta la pena del mondo. Vola, vola, con gli occhietti tondi e il becco con sopra i buchi del naso.
Sopra Gràcia, sulle case basse. Sopra plaça del Sol, con le fucilazioni nella guerra civile, la chiassosa movida di oggi. Non vede niente, cieco dal dolore, non sente nulla, sordo per l’angoscia. S’inclina, smarrito, si confonde, sbatte contro il campanile di plaça de la Vila, prima di Rius i Taulet. L’ala si spezza in alto, su un lato della torre progettata da Rovira, vicino all’orologio di Albert Billeter, proprio sotto la Marieta, la mitica campana che in quei sette giorni dell’aprile 1870, durante la rivolta de les Quintes, la popolana Herbetes de Montserrat aveva suonato notte e giorno per incitare la sua gente, le madri e le mogli, a opporsi al generale spagnolo Eugenio de Gaminde y Lafont. A non lasciare che i loro cari morissero in una guerra estranea. Erano stati bombardati, dopo, erano morti in molti, come ora. La campana azzittita e distrutta, i palazzi sventrati, gli insorti lasciati per strada, con l’asfalto a mo’ di bara.
Sofferente, il colombo torna indietro, passa ancora per carrer del Montseny, attirato da una calamita di morte, verso casa, ma perché? E allora ancora via… Sfiora stordito l’angelo modernista di Can Pardal, quindi si lancia nel vuoto, nella trama di viuzze. Terol, Or, Jaén, Topazi, Verdi, Robí, Guilleries, Perla, Astúries…
Diamant, plaça del Diamant, dove tutto era cominciato. La banda suonava, i festoni variopinti coloravano palazzi e lampioni, la siepe di asparagina faceva da ringhiera attorno alla pedana, addobbata di fiori di carta: ritmi e confusione, allegria e spensieratezza che da lì si ripetono ed espandono ancora oggi, a quasi duecento anni dal primo accordo, subito dopo ferragosto.
A plaça del Diamant il giovane ridanciano con gli occhi da scimmietta e la camicia bianca a righine blu, Quimet, aveva invitato la schiva commessa Natàlia a ballare. Una canzonetta, poi un’altra, e un’altra ancora. Vorticano volti, scarpe della festa, colombi. Bambini, bottiglie, vecce, risate acute, occhi iridescenti, spille, cappellini.
Un volto di ragazza nella folla giuliva: Mercè Rodoreda, adolescente triste perché i suoi le proibiscono di partecipare alle danze. Per questo nell’esilio di Ginevra, nei primi anni Sessanta, tornerà con la piuma alla piazza e alla storia d’amore e oppressione.
Pure Natàlia, ormai moglie del droghiere delle vecce, tornerà alla piazza, una cassa svuotata, fatta di tante cose vecchie con il cielo per coperchio. In mezzo a quel coperchio vedrà volare ancora delle piccole ombre, e le pareti delle case si allungheranno verso l’alto, cominceranno a piegarsi l’una contro l’altra e il buco del coperchio si stringerà sempre più a formare una sorta di imbuto.
Un vento di tempesta inizierà allora a vorticare in quell’imbuto di dolore e ricordi finché finalmente Natàlia esploderà in un grido di inferno.
Ma non ci pensare ora. Un’ultima corranda, su, Colometa, Colombella, un ultimo volteggio, un ultimo sorriso.
Volteggia Natàlia raggiante, volteggia Quimet spaccone, con la camicia bianca.
Volteggia il colombo morto.
Cade a terra.
Lì, a plaça del Diamant, colpito da una fionda, dove sorgerà la statua di Xavier Medina Campeny, bruna come le piume dei piccioni cappuccini, imprigionata nella lava della disperazione, còlta in quell’urlo straziante che scaccerà finalmente via da sé colombi e morte, balli e miseria.

Il vizio di smettere e l’attimo straziante della sincerità

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TITOLO: Il vizio di smettere

AUTORE: Michele Orti Manara     

ILLUSTRAZIONI: Francesca Protopapa    

EDITORE: Racconti Edizioni   PAGINE: 170   PREZZO: 14,00

 

Esce oggi 22 Marzo 2018, per Racconti Edizioni Il Vizio di Smettere, di Michele Orti Manara, il secondo titolo italiano della casa editrice romana.

Andrea Cafarella ha letto il libro per Cattedrale, che vi propone la sua recensione.

 

È che quando racconti qualcosa, diceva, per certi versi stai già mentendo, e se menti per certi versi è come se non esistessi neanche, e il tuo racconto fosse, che ne so, il sogno di un fantasma. Perfino quando racconti qualcosa di te, come fai a essere sicuro di aver detto la verità, come verifichi che il racconto sia una cronaca fedele di quel che è successo, e non una specie di bugia bianca, o almeno non tanto sporca?
da «Piccole cose con le zampe»

 

Quando ho letto per la prima volta Michele Orti Manara già sapevo che sarebbe uscito questo libro: Il vizio di smettere (Racconti edizioni, 2018). Lo aspettavo.
Le informazioni che girano tra gli addetti ai lavori, a volte, sembrano voci di corridoio clandestine, come sussurri carcerari dopo l’ora del coprifuoco. E sono quelle voci ad appassionarmi. Perché gli editori custodiscono i propri assi nella manica come il segreto delle sorprese più attese. Come quando prepariamo un regalo speciale per una persona vicina e vorremmo dirglielo, ma proviamo a non farlo per non rovinargli l’effetto-sorpresa, anche se, lo sappiamo: ce lo si legge in faccia. Glielo si leggeva in faccia a Emanuele e a Stefano. Questo libro è un dono e questo Michele Orti Manara è lo scrittore che quelli di Racconti edizioni stavano aspettando: un vero scrittore di racconti. La misura breve gli calza a pennello, come un vestito sgualcito, comodo, vintage (diremmo oggi). Orti Manara manipola la forma breve con grande mestiere; ci si tuffa come un palombaro e s’intrufola nei suoi cunicoli come uno speleologo. Contemporaneamente, però, mantiene il distacco emotivo dell’artigiano, modella i tempi e gli spazi seguendo le pieghe della materia, senza forzarne le curve ma agendo in armonia con la storia, con quella sua «specie di bugia bianca» che altro non è che «il sogno di un fantasma», la spaventosa e profonda Verità.

Il modo in cui Orti Manara costruisce le sue storie si basa su un esercizio di credibilità e di verificazione (nel senso di «rendere vero») della menzogna. Si basa sulla forza del tanto millantato patto col lettore, vale a dire: credere al racconto di quello che è accaduto – per quanto bizzarro e irreale possa sembrare – cercando di entrare nell’universo in cui si svolge la narrazione e, rispettandone le regole, comprendere il significato profondo della storia. Tutto ciò in un rapporto di reciproco convincimento. Per dare la possibilità a chi legge di stringere il suddetto, lo scrittore dev’essere estremamente rigoroso nella costruzione del suo «mondo fittizio» e delle regole che lo caratterizzano. Alcuni autori, diversamente, si basano su fonti storiche sulle quali poggiare la credibilità della loro storia, oppure autobiografiche, o ancora su un sistema linguistico in grado di alterare le regole e sostituirle con le proprie. Quello di Orti Manara è forse il modus più tradizionale di costruire storie. E, da un certo punto di vista, il più difficile ed elaborato. Gli aspetti tecnici fondamentali, a mio modo di vedere, perché funzioni questo tipo di costruzione della fabula, sono tre: Stile, Voce e Sincerità. Sempre loro, sempre i soliti. Che per Orti Manara sono tutto l’opposto che ignoti. Spiccano.
Mi spiego: lo stile non è altro che il complesso apparato di scelte espressive che pertengono a un’opera. Dalla struttura, alle tematiche trattate, ai punti di vista e come essi si legano tra loro, fino al linguaggio e ai linguaggi e alla materia che vanno plasmando in un unicum di singole scelte, che risulti più o meno omogeneo e compatto. Il vizio di smettere ha una conformazione stilistica forte e armonica. Si muove su piani molto diversi e su argomenti e mondi molto distanti, eppure possiede una struttura solida, che segue una direzione precisa. Andiamo da racconti di un verismo spiccato, a storie oniriche e surreali, fino addirittura a incontrare una sorta di Gesù Cristo del nuovo millennio legato al cielo da nervi senza fine; poco più avanti leggiamo l’analisi lucida, molto ironica, di un uomo e del suo rapporto con il gatto, definitivamente umanizzato, evidentemente utilizzato a simbolo di un’ipotetica compagna, all’interno della coppia ideale formatasi tra i due. Ancora: la raccolta inizia con una nascita: una maternità/paternità e le difficoltà, le ansie (le ossessioni? a questo arriveremo più in là...) che ne conseguono; e verso la fine troviamo la senilità di una vecchina «svitata» che perturba la notte tranquilla del ragazzo che ci racconta la storia. C’è un percorso, anche se non c’è una meta cui protendere. Ogni passo tiene conto di quelli già fatti e di quelli che ancora mancano. E lo notiamo quando il figlio della vecchina di cui sopra, nel racconto che ha per titolo «Vera», chiede al ragazzo protagonista: «Vuoi una sigaretta?». Esattamente come abbiamo già visto fare al padre in «Quello che non sono riuscito a scrivere». Ed è questo «il segnale» – ormai lo sappiamo – di quell’istante preciso, presente, quel prezioso, essenziale «incantesimo di breve durata» che lega tutti i racconti di Orti Manara: l’attimo di sospensione che squarcia il reale.
E se lo Stile è la tara, sostanziale, per guardare a questo libro, esso risulta inscindibile dalla Voce. Il suono della prosa. Il motivo per cui riconosciamo un autore quando leggiamo una sua pagina. La voce di Orti Manara ha un tono asciutto, secco, sicuro di sé. Vario, ogni racconto trova un suo tono, diverso dagli altri, ma comunque riconoscibile. Il suo pregio è la grande consapevolezza: un controllo estremamente lucido della lingua, delle sue parole, dei suoi periodi. Orti Manara non si lascia prendere da lirismi barocchi, eppure sa far librare in volo la sua lingua fino al momento perturbante della poesia, che tutto illumina. In questo senso non posso che rimandare alla lettura di «Agnese», un racconto senza punti, se non i tre che aprono e i tre che chiudono lo sproloquio da bar di cui si confà. Un testo molto tecnico, difficile, reso con un’intensità tagliente, crudele e sincera, che non lascia scampo.

Infine, il terzo aspetto cardinale: la Sincerità.
«Nulla è più meditato della sincerità degli scrittori» scriveva André Gide. Ed è vero: Stile e Voce sono gli strumenti grazie ai quali vestire la verità con l’abito della festa, fatto di piccole «bugie bianche» cucite tra loro: un vestito appariscente, sensuale, che ci fa venire voglia di strapparlo con violenza o sfilarlo delicatamente per guardare e toccare finalmente il corpo nudo della Verità.
E in fondo è proprio questo che cerchiamo nei libri: un brandello, un attimo di sincerità, un istante di comprensione ulteriore. E cerchiamo la nostra verità in quella altrui, per immedesimazione. La catarsi: questo cerchiamo.

«Sono [...] stanco di quel che mi succede, di quel che non mi succede, stanco dell’antico teatro romano in mezzo alla piazza che attraverso tornando a casa, acquattato come un animale che ti fa la posta da centinaia d’anni e che ti osserva con tutti quegli archi, stanco di questa città, e di me, e di tutto» (da «Sulla colonna»).

Chi ci parla in questo libro è Michele, in persona, sentiamo la sua carne viva in queste parole sanguinolente, tristi, definitive. Questo è il tipo di sincerità che pervade tutto il libro. Come quando, attraverso l’io narrante di «I tacchi sul pavimento» chiude il racconto chiedendosi, strappando palesemente il piano narrativo: «E allora, mi dissi guardando prima il cielo e poi la punta delle mie scarpe, cosa corri dietro alle stelle a fare?». Oppure quando, per tramite dell’assassino de «La missione», che nel momento fatidico si blocca e «che sto facendo?, si chiede, e la domanda gli risuona in testa come un diapason a cui si accordano altre domande uguali a quella, ma poste in momenti del passato e del futuro insieme».

Lasciate stare gli ossessi

Riflettendo su come scrivere questo pezzo mi sono venuti in mente degli autori. Sono tutti giovani scrittori esordienti (o quasi) italiani. Tutti lavorano nel mondo dei libri, con ruoli «marginali» ma sostantivi, concreti, effettivi. C’è chi fa il libraio, chi aiuta come consulente nella casa editrice che ha fondato con amici e colleghi, chi fa il social media manager per un’importante editore nazionale (come il nostro Orti Manara). Lettori eccezionali, appassionati esploratori delle lettere. Ho avuto il piacere di incontrarli personalmente, in diverse occasioni. Parlano sempre di libri. Sono i classici tipi di cui si dice: «lui ha letto tutto».  Eppure non è solo questo: vivono la letteratura come un’esperienza: un percorso di accrescimento dell’anima, una pratica magica, un atto esoterico. In sostanza: sanno leggere. Sono veri intellettuali, nel senso latino del termine: tutto ciò che concerne l’intelletto come attività teoretica di conoscimento del sé.
E lo dimostra quella che è, a mio parere, l’unica (escludendo la grande consapevolezza tecnica e stilistica, ché pure sarebbe un dato interessante)  caratteristica che i loro libri hanno in comune: l’ossessione. Perché chi lavora con la propria anima, chi «fa qualcosa» è sempre una persona ossessionata. Me lo ha ricordato uno di loro, oggi, davanti a una birra. E ce lo dice benissimo anche Michele Mari, nel suo incredibile e definitivo I demoni e la pasta sfoglia (Il Saggiatore, 2017), che si fonda proprio sull’idea che la Letteratura – con la maiuscola – corrisponda all’ossessione e infatti inizia proprio così: «Céline, Gadda, Gombrowicz, Kafka, Borges, Conrad, Canetti, Manganelli, Perutz, Melville, Landolfi, Maupassant: molti dei nostri scrittori sono degli ossessi». E allora non conta che i loro personaggi siano ossessionati dai serpenti, dagli alieni, dalla voragine che hanno al posto del cuore, dai misteri nascosti nelle profondità del sottosuolo o semplicemente da se stessi. Quel che conta è l’Ossessione, sentire l’ossessione, vivere l’ossessione e raccontare l’ossessione.
Credo che oggi, più che mai, in Italia, sarebbe importante ascoltare queste voci e capire cosa hanno da dire. Sia perché sono l’espressione – forse la più alta ed eterna – di un disagio generazionale contingente e attuale. Sia perché sono uomini e donne che riescono a conciliare una vita «normale» con una passione (chiaro: un’ossessione) insensata, che richiede una dedizione totale. Una passione così forte che a volte bisogna nasconderla. Una passione che è un esempio bellissimo e concreto di controcultura, di ribellione ai dettami di questa nostra società. Società che chiede agli scrittori una standardizzazione del lavoro che possa rispettare i tempi ciclici del mercato, imponendo la pubblicazione di obbrobri, spreco inutile di carta preziosa e spazio e un mostruoso accumulo di polvere. Una società che non concepisce il valore della riflessione, dell’attesa, della lentezza.
E allora forse dovremmo leggerli questi giovani autori esordienti, estremamente consapevoli, in grado di darci un esempio virtuoso, una possibilità per il destino di pensatori, scrittori, poeti... Però, ripensandoci, forse – e penso che alla fin fine è questo ciò che loro vorrebbero davvero – dovremmo lasciarli in pace, leggerli più in là, quando saremo pronti a guardare nei loro sogni distorti, difficili da capire, mistici, profondi, disperati, strazianti. E attraverso i loro incubi rivedere le nostre manie, rileggere il mondo che abbiamo attorno. Probabilmente sarebbe meglio se li leggessimo quando, finalmente, saremo pronti a sbattere la faccia ossessivamente contro il portellone chiuso di un’astronave, oppure a solcare i mari, statue immobili, al posto di una bellissima polena senza senso e senza scopo. Per poi inabissarci, in una solitudine eterna. E a posto così.

 

Faccio quasi solo tre sogni, sempre gli stessi, ho detto io. In uno sbatto di continuo la faccia contro il portellone di un’astronave aliena da cui non riesco a uscire; in un altro sono una di quelle statue sul davanti delle navi, e la nave su cui sono io si sta inabissando; nel terzo sono uno di quei filosofi, tipo eremiti, hai presente? Quelli che vivevano sopra una colonna senza scendere mai. E quindi nel sogno sono lì, sopra la mia colonna, larga abbastanza da starci disteso. In tutti e tre i sogni però sono inspiegabilmente molto felice.
O mangi pesante o sei molto ansioso, mi ha detto lei. Forse tutte e due le cose, ho risposto.
O forse – ma questo a lei non l’ho detto – forse i sogni vogliono solo farmi capire che farei meglio a starmene da solo.
E a posto così.
(da «Sulla colonna»)

 

Birdwatching notturno, di Sherman Alexie

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TITOLO: Danze di guerra

Autore: Sherman Alexie  Traduzione: Laura Gazzarrini

EDITORE: NN editore   PAGINE: 208   PREZZO: 18,00

 

Al centro dei racconti e delle poesie di Danze di guerra ci sono uomini che, di fronte a una scelta che cambierà le loro vite, cercano la propria strada e una risposta alle paure dell’infanzia o ai dilemmi della maturità. Ogni storia parte da un errore, da un rimpianto o da un conflitto: un padre di famiglia che per legittima difesa uccide un giovane ladro, un figlio che ricorda con dolcezza e rancore il padre morto alcolizzato, un marito incapace di provare ancora desiderio per la bellissima moglie.
Con una lingua poetica e una disincantata ironia, Sherman Alexie ci consegna un libro costruito come un mosaico, dove ogni tassello illumina il precario equilibrio di un’identità, quella dell’uomo di oggi, che rivela la sua natura sfuggente, insicura anche della propria forza, in costante ricerca di un’assoluzione per la propria dolorosa fragilità.

Cattedrale vi propone Birdwatching notturno, contenuto nella raccolta.
 

Che uccello è quello?

Un barbagianni.

Che uccello era quello?

Un altro barbagianni.

Oh, quello era troppo piccolo e veloce per essere un bar­bagianni. Che cos’era?

Un barbagianni piccolo e veloce.

Una notte, quando avevo sedici anni, ero in macchina con la mia ragazza a Little Falls Flat e questo barbagianni è sceso in picchiata sulla strada, forse a una quindicina di metri da noi, volando dritto verso il parabrezza. Era enorme, grande quanto uno pterodattilo, e la mia ragazza si è messa a gri­dare. E, be’, ho gridato anch’io, perché quella cosa ci stava venendo addosso, ma sai che ho fatto? Ho premuto l’acce­leratore e gli sono andato incontro. E sai perché l’ho fatto?

Perché volevi vedere chi era il pollo fra te e il barbagianni?

Esatto.

   E cos’è successo?

Un secondo prima di scontrarci, il barbagianni ha sbat­tuto le ali, ma appena appena. C’è una parola più giusta di “sbattere”? Qual è la parola che vuol dire “sbattere”, ma uno “sbattere” un po’ più leggero?

Che ne dici di “flettere”?

Ecco sì, perfetto. Allora, come dicevo, proprio quando stava per schiantarsi contro il parabrezza, il barbagianni ha flesso le ali ed è sparito nell’oscurità. Ed è stato veramente incredibile, sai? Io ho inchiodato e sono quasi caduto nel fosso. Io e la mia ragazza siamo rimasti lì al buio con il mo­tore che tic-tic-ticchettava come una specie di bomba, ma una bomba esistenziale, come se stesse dosando il niente in­finito delle nostre vite perché quel barbagianni ci era quasi venuto addosso ma se n’era andato per sempre. E ho detto qualcosa tipo: «È stato magnifico» e la mia ragazza, vuoi sapere che mi ha detto?

Ti ha detto qualcosa tipo: «Ti mollo».

Accidenti, è proprio quello che ha detto. E io le ho chie­sto: «Perché mi molli?». E sai lei che ha risposto?

Ha detto: «Ti mollo perché non sei un barbagianni».

Sì, sì, sì, e sai una cosa? Non ho mai smesso di pensare a lei. Sono passati ventisette anni e ancora mi manca. Come mai?

Fratello, non ti manca lei. Ti manca il barbagianni.

Un bel posto per fare l’amore, di Sergio Oricci

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TITOLO: ODI.Quindici declinazioni di un sentimento

Autore: AA.VV  A cura di: Gabriele Merlini

EDITORE: Effequ   PAGINE: 256   PREZZO: 14,00

Quindici giovani autori che, ciascuno con percorsi differenti, si stanno affermando nel variopinto spazio narrativo italiano, sono chiamati a cimentarsi intorno al tema dell’odio, parlando di contrapposizioni, di crisi, di rancori e ancora oltre.
Cattedrale vi propone il racconto di Sergio Oricci Un bel posto per fare l'amore, accompagnato da un'illustrazione di Stefano Cardoselli.

 

Un bel posto per fare l'amore

1.

«Ti piace qui?»
«Insomma».
«Cos’ha che non va?»
«Niente. È che fa freddo».
«Vieni, ti scaldo io».

Ride. La guardo mentre lo fa. Non è bellissima, ma va bene. Ha i denti storti e la lingua corta. Si sente anche quando mi bacia quanto sia corta la sua lingua.

«Va meglio?»
«Sì».
«Lo vedi il fiume?»
«Certo che lo vedo. Non sono mica cieca».
«Sì, ma dico: lo vedi com’è bello?»
«È un fiume».
«E il ponte?»
«Cosa?»
«Il ponte. Ti piace?»
«Oggi sei strano».
«Voglio sapere se ti stai divertendo, ecco tutto».
«Ce ne andiamo?»
«Perché vuoi andartene, piccola?»
L’ho davvero chiamata piccola?

«Perché fa freddo. E c’è puzza».
«Puzza?»
«Puzza di fiume».

Stavolta non posso darle torto. C’è puzza di fiume. Ma non voglio andare via adesso. La stringo più forte, le do un bacio sul collo e la sento contorcersi. Quante scene per un bacetto.

«Ti piace?»
«Mmmsì».

Si struscia su di me. I capelli mi finiscono in bocca e la cosa mi infastidisce. Non profumano come dovrebbero. Non hanno odore.

«Ma è vero che stai con me perché sono più grande?»

Ride ancora.

«Più grande. Ma dai. Abbiamo due anni di differenza, forse meno».

2.

«Quindi sono più grande di te di due anni».
«Ma due anni non sono niente».
«Ero una persona diversa due anni fa. Completamente».
«Io due anni fa ero uguale a oggi. Identica».

La cosa più angosciante è che, molto probabilmente, è la verità.

«Facciamo l’amore?»
«Qui? Sei pazzo».
«Perché? È un posto stupendo».
«Qualcuno potrebbe vederci».
«Sarebbe interessante».
«Cosa?»
«Se qualcuno ci vedesse».
«Per te, forse. Ma per chi mi hai preso?»

Le accarezzo la testa come fosse un cagnolino. So che lo odia. Non dice niente, mi lascia fare. Poi le metto entrambe le mani addosso, le tocco le tette. Non sono piccole. È piacevole stringerle. Così lo faccio con più forza e lei non trattiene un gemito.

«Mi fai male».
«Scusa».
«Guarda che ti sbagli se pensi di convincermi. Qui non si fa niente».

Riprendo ad accarezzarle i capelli. Stavolta sbuffa.

«Guarda che non sono il tuo cane, eh».
«Guarda che non sono il tuo cane, eh».

Ripeto quello che dice imitando la sua voce. Se c’è una cosa che odia più delle carezze sulla testa, è proprio questa.

«Oggi sei peggio del solito. Me ne voglio andare».
«Ma no, dai. Si scherza un po’».
«Il tuo modo di scherzare non mi piace. Mi fai sentire stupida».

La faccio sentire stupida. Dovrebbe ringraziarmi.

«Va bene, scusa. La smetto».
«Occhei».

La vedo sorridere anche se mi dà le spalle. È questo il bello delle persone stupide, dimenticano subito.

«Senti, ce l’hai una gomma?»
«No, piccola. Ma ho un preservativo, se vuoi».

Cerca di divincolarsi. Ora vuole andarsene davvero. Forse ho esagerato troppo presto.

3.

«La smetto davvero, promesso».
«Hai rotto».
«Lo so, piccola. Scusami. Lo sai come sono fatto».
«Male. Però mi piace quando mi chiami piccola».
E questo dice tutto.

«Lo vedi quel punto laggiù?»
«Quale?»
«Quello. Segui il mio dito, là dove l’erba è tutta schiacciata».
«Ah... sì. E allora?»
«Lo sai cosa è successo proprio lì, ieri?»
«Cosa?»
«Hanno violentato una donna».

Rido.

«Ma che cazzo dici? Cosa ci trovi da ridere?»
«Dico la verità. Di divertente ci trovo il contrasto. Tra quello che è successo ieri e quello che sta succedendo oggi».
«Non ti capisco. È un altro dei tuoi scherzi idioti? Ora mi hai davvero rotto».

La stringo di più.

«Non ti sembra bellissimo? Nello stesso posto in cui ieri una tizia è stata costretta a fare qualcosa contro la sua volontà, adesso io e te possiamo fare l’amore desiderandolo tantissimo».
«Vaffanculo. Lasciami».

Tra un attimo si metterà a piangere. Mollo un po’ la presa, comunque non abbastanza da permetterle di liberarsi. Piange, singhiozza. Mi fa quasi pena. Quasi.

«Basta. Basta. Mi fai paura quando fai così, non ne posso più di te».
«Mi stai lasciando?»
«È che non ti capisco».

Tira su col naso. Il rumore che produce è disgustoso.

«Sì, hai ragione. Sono strano».
«A volte sei così dolce. Poi sembra quasi che impazzisci».
«Impazzisco?»

È smarrita. Si vede che non ne può più.

«Sì. Diventi un mostro».
«Ma ti piaccio ancora».
«Voglio andare a casa».
«Va bene, ti porto a casa. Ma non sono un mostro. I mostri sono quei tizi che ieri hanno violentato la ragazza. Non mi puoi paragonare a loro soltanto perché la mia ironia è discutibile». 
«Non ti sto paragonando a loro».
«Ma cazzo. Dicendomi che sono un mostro è come se lo facessi, no?»

Ogni tanto dico una parolaccia per farla sentire più a suo agio. Non è abituata a parlare con persone che non ne dicono mai.

«Dopo tutto quello che mi hai fatto oggi, adesso ti arrabbi tu?»
«Non sono arrabbiato. Sono triste. La mia ragazza pensa che io sia un mostro. Anche se adesso non so se sei ancora la mia ragazza...»
«Sì».
«Sì cosa?»
«Sì sono ancora la tua ragazza. Ma ora lasciami andare».

Non capisco: mi parla in questo modo solo perché è spaventata? Forse cerca di assecondarmi, forse pensa davvero quello che dice.

4.
«Non posso lasciarti andare».
«Perché non puoi? Devi. Te lo chiedo per favore».
«Non posso. È mio dovere proteggerti».
«Ma da cosa? Non ho bisogno di essere protetta».
«Da tutte le cose brutte. Come quella banda di violentatori».

Geppo, l’animale e Marchino vengono fuori dai cespugli davanti a noi. Sono tutti nudi, Geppo ha addirittura il pene eretto. È sempre il migliore, su di lui si può fare affidamento. Lei urla, è disperata. Sembra la stiano scannando mentre si avvicinano saltellando. Si mettono a cantare quella dei tre porcellini. Devo trattenermi e non ridere, altrimenti salterà tutto.

«Tranquilla, non sarai sola. Mi sa che stavolta violenteranno anche me, già che ci sono».

Lei riesce a voltarsi. Ha gli occhi più spalancati e increduli che abbia mai visto. Le guance rigate di trucco.
Urla di nuovo. Scommetto che per i prossimi tre giorni non riuscirà neanche a parlare, da quanto sta urlando. E sono convinto che le stia passando per la testa la possibilità che siamo d’accordo, io e i tre porcellini. 
Sono a pochi passi da noi. La lascio andare. Tira uno strillo peggiore di tutti gli altri messi assieme quando si rende conto di essere libera. Si alza di scatto ma perde l’equilibrio e finisce a terra con la faccia rivolta verso di me. Terrore puro. Vorrei immortalare l’espressione in una fotografia però non lo faccio mai. Troppo rischioso.

«Scappa, non pensare a me.»

Vorrei aggiungere se è un culo che vogliono, sarà il mio che avranno, ma ho paura che così la situazione appaia troppo grottesca. Non voglio che capisca, o almeno non fino in fondo. Lei sembra titubante. È incredibile che ancora si faccia scrupoli a lasciarmi lì, visto il modo in cui l’ho trattata nelle ultime settimane. Ma dopo ancora qualche istante di indecisione si volta e parte. Corre. Geppo, come da programma, la sfiora e quasi l’acchiappa, però poi la lascia andare.

5.

A quel punto è l’animale a mettersi davanti a lei, come un rugbista pronto a placcarla. Il suo sorriso storto è meraviglioso. Io le urlo di correre più veloce che può. E lei corre. L’animale si fa scartare, poi tocca a Marchino che si lancia verso di lei e le sbatte contro. La fa finire a terra con la faccia nel fango. Marchino finge di essere stordito, gli altri due invece le si avvicinano, più lentamente di quanto potrebbero fare. Grugniscono, i tre porcellini. Io, lupo cattivo diventato per una volta complice, mi godo la scena.
Riesce a rialzarsi. Si gira ancora verso di me. Le faccio dei gesti come per invitarla ad andare. E lei va, tra le urla e le lacrime. Appena svolta e risale verso il ponte, io, l’animale, Marchino e Geppo scoppiamo a ridere tutti insieme.

«Rivestitevi, presto. Dobbiamo toglierci da qui in meno di un secondo».

Geppo non ce la fa, sta morendo dalle risate. È piegato in due e gli si è anche ammosciato. Alla fine si ricompone.
È andata, anche stavolta.
«Andiamo a prenderci una birra?»
«Ma sì, dai. Il tempo per cercarcene un’altra non manca».

Ci allontaniamo fischiettando un motivetto a noi tanto caro. Adesso siamo in quattro. Ma fa lo stesso.

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La sfortuna di Bidarshik, di Jack London

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TITOLO: Il grido del corvo

Autore: Jack London  A cura di: Lorenzo di Paola 

EDITORE: Alessandro Polidoro Editore   PAGINE: 176   PREZZO: 12,00

A fine Febbraio 2018 sarà in libreria Il grido del corvo, di Jack London, pubblicato da Polidoro Editore, che riporta tra gli scaffali un classico della narrativa breve, dimenticato e scomparso dalle librerie.

Cattedrale ve ne da un'anticipazione, pubblicando uno dei racconti della raccolta.
 

La sfortuna di Bidarshik

«Fare la mia cucina al vostro fuoco, e dormire sotto il vostro tetto questa notte».
Ecco quel che avevo detto al vecchio Ebbits, entrando nella sua capanna; egli mi aveva guardato con un occhio cisposo e vago, mentre Zilla mi aveva gettato uno sguardo corrucciato e un grugnito di disprezzo. Zilla era la moglie, e sullo Yukon non si sarebbe trovata una vecchia squaw più implacabile, né una lingua più cattiva. Non mi sarei fermato lì se i miei cani fossero stati meno stanchi o se il resto del villaggio fosse stato abitato; ma quella capanna era la sola occupata, e fui costretto a cercarvi ricovero.
Di tanto in tanto il vecchio Ebbits raccoglieva le sue idee, mentre scintille e segni d’intelligenza andavano e venivano nei suoi occhi. Durante la preparazione della mia cena, cercò varie volte di rivolgermi qualche domanda cortese a riguardo della mia salute, dello stato e del numero dei miei cani e della distanza che avevo percorso quel giorno. E ogni volta Zilla aveva assunto un’aria più imbronciata e aveva brontolato ancora con maggiore disprezzo.    
Tuttavia, confesso che non c’era nulla che potesse incoraggiarli alla gioia. Erano lì entrambi rannicchiati accanto al fuoco, alla fine dei loro giorni, vecchi, pieni di acciacchi, senza forza, lancinati dai reumatismi, morsi dalla fame e tentati dagli odori di frittura e di carne che io avevo in abbondanza. Si dondolavano in avanti e indietro con un movimento lento e macchinoso, e ogni cinque minuti, regolarmente, Ebbits gemeva sordamente. Non era tanto un gemito di dolore, quanto un lamento che derivava dal peso e dal tormento di quella cosa chiamata vita, e più ancora dal timore della morte.
Quando la mia carne di alce crepitò vivamente nella padella, notai che le narici del vecchio Ebbits si contraevano e si aprivano all’odore del cibo. Cessò un momento di dondolarsi e dimenticò di gemere, mentre un lampo d’intelligenza sembrava illuminargli il volto.
Zilla, dal canto suo, si dondolava più presto, e per la prima volta diede voce al suo dolore con piccoli gridi acuti. Pensai che agivano come cani affamati, e dopo tutto non sarei stato sorpreso se Zilla avesse improvvisamente mostrato la coda e l’avesse dimenata sul pavimento alla maniera dei cani. Ebbits cessò a varie riprese di dondolarsi, per chinarsi in avanti e avvicinare il naso palpitante al focolare.
Quando passai loro un piatto di carne fritta, mangiarono golosamente facendo rumore; si udiva lo stritolare dei denti logori, le aspirazioni fischianti accompagnate da mormorii e da grugniti continui. Dopo questo, quando diedi a ciascuno di loro una tazza di tè bollente, i rumori cessarono. Il sollievo e la soddisfazione apparvero sul loro volto. Zilla rinunciò per un istante alla sua smorfia amara, per lanciare un sospiro di soddisfazione. Né l’uno né l’altro si dondolavano più; sembravano caduti in una meditazione placida. Poi gli occhi di Ebbits si bagnarono e compresi che era il dolore della pietà di se stesso. Le ricerche che fecero per trovare le loro pipe mi mostrarono chiaramente che erano stati senza tabacco per lungo tempo, e l’impazienza del vecchio per il narcotico lo rese impotente al punto che mi occorse accendergli la pipa.
«Perché siete così soli nel villaggio?» domandai. «Sono forse tutti morti? O vi sono state molte malattie? Siete i soli viventi che restano?».
Il vecchio Ebbits scosse il capo, dicendo:
«No, non ci sono state molte malattie. Il villaggio è andato a caccia per avere della carne. Noi siamo troppo vecchi, le nostre gambe non sono forti e non possiamo più portare sulle spalle i pesi del campo e del viaggio. Perciò restiamo qui e ci chiediamo quando i giovani torneranno con la carne».
«Supposto che i giovani torneranno con la carne!» disse Zilla bruscamente.
«Forse torneranno con molta carne» riprese con voce tremula il vecchio.
«E anche con molta carne!» continuò la squaw ancora più bruscamente.
«Ma che ne guadagneremo, tu e io? Qualche osso da rosicchiare nella nostra vecchiaia sdentata. Ma il grasso, i rognoni, la lingua, tutto questo andrà in altre bocche e non nella nostra, vecchio!».
Ebbits dondolò il capo e pianse in silenzio.
«Non ci sarà nessuno per cacciare della carne per noi!» gridò la donna, volgendosi con collera dalla mia parte.
C’era un’accusa nel suo gesto, e io mi strinsi nelle spalle per mostrare che non ero colpevole del delitto sconosciuto di cui ero accusato.
«Sappi, Uomo Bianco, che proprio a causa della tua razza, a causa di tutti i bianchi, il mio uomo e io non abbiamo cibo nella nostra vecchiaia, e siamo seduti senza riparo contro il freddo e senza tabacco».
«No» disse gravemente Ebbits, il cui senso di giustizia era più sviluppato. «Ci hanno fatto torto, è vero, ma l’uomo bianco non aveva intenzione di farci torto».
«Dov’è dunque Moklan?» chiese lei. «Dov’è il tuo figlio vigoroso, e il pesce che egli era sempre pronto a portare affinché tu potessi mangiare?».
Il vecchio dondolò il capo.
«E dov’è Bidarshik, il tuo figlio forte? Era sempre un gran cacciatore e sempre ti portava il buon grasso, e le lingue secche dell’alce e del caribù. Il tuo stomaco è pieno di nulla per giorni interi e deve venire un uomo di una razza miserabile e bugiarda perché tu possa mangiare».
«No» interruppe il vecchio Ebbits con bontà; «l’uomo bianco non è bugiardo. L’uomo bianco dice la verità: dice sempre il vero».
Si fermò guardandosi intorno come per cercare delle parole che addolcissero la severità di quello che stava per dire.
«Ma il bianco dice la verità in differenti modi. Oggi dice il vero in una maniera, domani dirà il vero in un’altra maniera, ed è difficile comprenderlo o comprendere i suoi modi».
«Dire oggi la verità in un modo, domani dirla in un altro, è mentire» concluse Zilla.
«Non si può comprendere il bianco» continuò Ebbits ostinato.
La carne, il tè e il tabacco sembravano averlo ricondotto alla vita, ed egli padroneggiò più fortemente la sua idea dietro gli occhi cisposi di vecchio. Si raddrizzò, s’irrigidì, la sua voce perse la nota lamentosa e divenne ferma e positiva. Si girò verso di me con dignità e mi parlò come un uomo si rivolge a un suo simile.
«Gli occhi del bianco non sono chiusi» cominciò. «Il bianco vede tutte le cose, pensa profondamente ed è molto saggio. Ma il bianco d’un giorno non è quello del giorno successivo e non lo si può comprendere. Non fa sempre le cose nello stesso modo: quale sarà la sua prossima azione, non si sa».
Tacque, tirò una boccata dalla pipa, vide che era spenta e la passò a Zilla, le cui labbra, rinunciando a dimostrare lo sdegno per l’uomo bianco, si appoggiarono sul cannello della pipa. Ebbits sembrava ricadere nella sua insensibilità senza aver finito la storia, quando gli domandai:
«Che avvenne dei tuoi figli Moklan e Bidarshik? E com’è che tu e la tua vecchia siete senza carne fino alla fine dei vostri giorni?».
Egli sembrò uscire da un sonno e si raddrizzò con sforzo.
«Non è bene rubare» disse. «Quando il cane prende la vostra carne, voi picchiate il cane col bastone... è la legge. È la legge che l’uomo diede al cane, e il cane deve seguirla sotto pena di essere bastonato. Quando l’uomo prende la vostra carne, il vostro canotto, la vostra donna, voi uccidete quest’uomo... È la legge e una buona legge. È male dunque rubare, è legge che l’uomo che ruba dovrà morire. Chiunque infrange la legge deve soffrire. È una grande sofferenza morire».
«Ma se tu uccidi l’uomo, perché non uccidi il cane?». Il vecchio Ebbits mi guardò con una sorpresa infantile, mentre Zilla ghignava apertamente, tanto la mia domanda era assurda.
«È la maniera dei bianchi!» brontolò Zilla.
Allora il vecchio Ebbits insegnò la saggezza all’uomo bianco e disse dolcemente:
«Il cane non è ucciso perché deve tirare la slitta dell’uomo. Nessun uomo tira la slitta di un altro uomo: per questo l’uomo è ucciso».
«Oh!» mormorai.
«È la legge» continuò il vecchio Ebbits. «Ora ascolta, Uomo Bianco, e ti racconterò una grande follia. C’è un indiano, il suo nome è Mobits. Egli ruba due libbre di farina a un bianco; che fa il bianco? Picchia forse Mobits? No... Lo uccide? No... Che fa a Mobits? Te lo dirò, Uomo Bianco. Egli ha una casa, vi mette Mobits. Il letto è buono, i muri sono spessi. Egli accende un fuoco affinché Mobits abbia caldo, dà a Mobits molto da mangiare, e buon nutrimento. Mobits non ha mai mangiato così bene in vita sua: c’è del lardo, pane, e fagioli in quantità.
«C’è una grossa serratura alla porta, affinché Mobits non fugga:anche questa è una grande follia. Mobits non se ne va... perché ha tutto il tempo molto da mangiare, coperte calde e un gran fuoco. Sarebbe sciocco andarsene e Mobits non è sciocco. Per tre mesi, egli resta in questa casa: ha rubato due libbre di farina, e a causa di ciò il bianco ha gran cura di lui. Mobits mangia molte libbre di farina, molte libbre di zucchero, lardo e fagioli in quantità. Dopo tre mesi, il bianco apre la porta e dice a Mobits che deve andarsene. È come un cane che è stato nutrito a lungo in un posto; egli vuole restare in quel posto, e il bianco deve cacciare Mobits. Così Mobits torna al suo villaggio ed è molto grasso. È il modo di fare del bianco e non si comprende. È una grande follia».
«Ma i tuoi figli» insistei «i tuoi figli così forti e la fame che ti segue negli ultimi tuoi giorni di vita?».
«C’era Moklan» cominciò Ebbits.
«Un uomo forte» interruppe la madre. «Poteva manovrare la pagaia tutto un giorno e tutta una notte senza mai arrestarsi per riposare. Conosceva il salmone e conosceva l’acqua. Era molto saggio».
«C’era Moklan» ripetè Ebbits, senza considerare l’interruzione. «Durante la primavera discese lo Yukon coi giovani per trafficare a Fort Campbell. Là c’è un posto pieno di cose dell’uomo bianco e un commerciante che si chiama Jones. C’è anche uno stregone bianco che voi chiamate missionario. C’è pure a Fort Campbell un sito pericoloso, dove lo Yukon diventa sottile come una fanciulla e le acque sono rapide e le correnti si slanciano da tutte le parti e s’incontrano, e ci sono dei mulinelli e dei buchi. Le correnti cambiano senza posa e le acque cambiano in modo che non è mai la stessa cosa. Moklan mio figlio, è coraggioso».
«Mio padre forse non era un uomo coraggioso?» domandò Zilla.
«Tuo padre era coraggioso» ammise Ebbits, con l’aria di un uomo che vuole la pace domestica a ogni costo. «Moklan è mio e tuo figlio, dunque è coraggioso. Forse a causa di tuo padre che è coraggiosissimo. Moklan è troppo coraggioso. È come quando si mette troppa acqua in un vaso, esso trabocca: così il troppo coraggio in Moklan, lo fa traboccare.
«I giovani temono molto le cattive acque di Fort Campbell, ma Moklan non ha paura. Ride fortemente, oh! oh! e va nelle acque pericolose. Ma là dove le acque si incontrano, il canotto è capovolto. Un gorgo prende Moklan per le gambe, egli gira e gira, scende sempre più giù e non lo si rivede».
«Ahi! Ahi!» gridò Zilla. «Era bravo e saggio, il mio primo nato!».
«Io sono il padre di Moklan» disse Ebbits, dopo aver pazientemente atteso che la moglie avesse finito la sua rumorosa interruzione. «Montai nel canotto e discesi il fiume fino a Fort Campbell per farmi pagare il debito».
«Il debito?» esclamai. «Quale debito?».
«Il debito di Jones che è il capo commerciante» fu la risposta. «È la legge, quando si viaggia in paese straniero».
Scossi il capo in segno d’ignoranza; Ebbits mi guardò con compassione, mentre Zilla sbuffava sdegnosamente, secondo la sua abitudine.
«Ascolta, Uomo Bianco; nel tuo campo c’è un cane che morde; quando il cane morde un uomo, tu dai a quest’uomo un regalo perché ti rincresce e perché è il tuo cane. Tu paghi, non è vero? Così pure, se c’è nel paese cattiva caccia o acqua pericolosa, bisogna pagare. È giusto, è la legge. Il fratello di mio padre non andò forse al paese di Tanana, dove fu ucciso da un orso? La tribù di Tanana non pagò forse a mio padre molte coperte, e belle pellicce? Era giustizia: la caccia era stata cattiva e la gente di Tanana pagò per la cattiva caccia.
«Dunque io, Ebbits, andai a Fort Campbell per recuperare il debito. Jones, il capo commerciante, mi guardò e rise. Rise fortemente e non volle pagare. Andai dallo stregone, voi lo chiamate missionario, e gli parlai a lungo delle acque cattive e del pagamento che mi era dovuto. E il missionario parlò di altre cose. Mi parlò del posto dove era andato Moklan, ora che era morto: c’è molto fuoco in quel posto; se il missionario dice il vero, io so che Moklan ora non avrà più freddo. Il missionario mi disse anche dove andrò io quando morirò e disse cose cattive. Disse che sono cieco, che è una menzogna. Disse che sono in una grande oscurità, che è un’altra menzogna. E gli risposi che il giorno e la notte vengono ugualmente per ciascuno, e che nel mio villaggio non c’è più buio che a Fort Campbell. Dissi pure che la luce e le tenebre e il posto dove andiamo quando moriamo non hanno nulla a che fare col pagamento di un debito giusto per le acque cattive. Allora il missionario si mise in grande collera, mi diede dei brutti nomi e mi disse di andarmene. Così partii da Fort Campbell, dove non mi pagarono affatto: e Moklan era morto, e nella mia vecchiaia sono senza pesce né carne».
«Per colpa del bianco» disse Zilla.
«Per colpa del bianco» approvò Ebbits. «Ci sono altre cose che sono colpa del bianco. C’era Bidarshik. L’uomo bianco lo trattò in un modo e tuttavia trattò Yamikan in un’altra maniera. E devo dirti che Yamikan era un giovane di questo villaggio al quale accadde di uccidere un uomo di un’altra razza: ciò ha sempre gravi conseguenze.
«Non fu colpa di Yamikan se uccise un bianco. Yamikan parlava sempre dolcemente e fuggiva la collera come un cane fugge il bastone. Ma quel bianco beveva molto whisky, e una sera andò alla casa di Yamikan e voleva battersi. Yamikan che non voleva morire, uccise il bianco.
«Allora tutto il villaggio ne fu scosso; temevano molto di dover pagare una grossa somma ai parenti del bianco: nascondiamo dunque le nostre coperte, le nostre pellicce e tutta la nostra ricchezza allo scopo di sembrare poveri e di pagare solo una piccola somma.
«Molto tempo dopo vennero i bianchi. Erano soldati, condussero via Yamikan con loro. La madre fece un gran chiasso e mise le ceneri nei capelli perché credeva che Yamikan stesse andando incontro a morte certa. Tutto il villaggio lo sapeva e si rallegrava di questo, perché nessuna somma era stata richiesta.
«La cosa accadde in primavera, quando il ghiaccio era scomparso dal fiume. Un anno passò, due anni. La primavera tornò, il ghiaccio sparì. Allora Yamikan, che era considerato morto, ritornò. Ma non era morto ed era molto grasso, e scoprimmo che aveva dormito caldamente e che aveva avuto molto da mangiare. Aveva begli abiti ed era in tutto come un bianco; aveva acquistato molta saggezza, così che divenne presto capo del villaggio.
«Aveva strane cose da raccontare sulle maniere del bianco, perché aveva visto molti bianchi e aveva viaggiato molto nel loro paese. In principio, il soldato bianco lo condusse lontano discendendo il fiume: lo condusse fino in fondo al fiume, in un posto dove le acque cadono in un lago che è più grande di tutte le terre e più grande del cielo; sembra una cosa impossibile, ma Yamikan giura di averlo visto. Egli mi disse anche che le acque di quel lago sono salate, e ciò è strano e difficile da comprendere.
«Ma il bianco conosce anche lui tutte queste meraviglie, e io non lo stancherò raccontandogliele. Soltanto, voglio dirgli quel che accadde a Yamikan. Il bianco diede a Yamikan molto buon cibo; tutto il tempo, Yamikan mangiava e ce n’era sempre ancora. Il bianco viveva sotto il sole, a quanto dice Yamikan, in un paese dove c’era molto calore. Lì gli animali avevano solo peli, non pelliccia, le piante verdi erano grandi, e là coltivavano la farina, i fagioli e le patate. E sotto il sole la fame non si soffriva. C’era sempre molto da mangiare: io non so come, diceva Yamikan. Una cosa strana accadde a Yamikan: il bianco non gli fece mai alcun male. Gli diedero un letto caldo la notte e molto buon cibo. Lo condussero attraverso il gran lago salato che è grande quanto il cielo. Egli era sul battello a fuoco del bianco, quello che voi chiamate battello a vapore; ma il battello era venti volte più grande di quello dello Yukon. Quel battello è fatto in ferro, eppure non affonda. Questo non lo comprendo; ma Yamikan disse: “Ho viaggiato lontano sul battello di ferro, e, guardate, sono ancora vivo”. È il battello per i soldati dei bianchi, con molti soldati a bordo.
«Dopo molte notti di viaggio, tanto, tanto tempo dopo, Yamikan arrivò in un paese dove non c’era neve. Questo non posso crederlo. Non è nella natura delle cose che quando l’inverno viene non ci sia neve. Ma Yamikan ha visto: ho chiesto ai bianchi e loro hanno detto che non c’è neve in quel paese. Ma non posso comprenderlo, e ora domando a voi se veramente la neve non cade in quelle contrade. Vorrei anche sapere il nome di quel paese: l’ho inteso già; ma vorrei udirlo ancora, se è lo stesso. Saprò così se ho udito delle menzogne o la verità».
Il vecchio Ebbits mi guardò; gli occorreva la verità a ogni costo, quantunque il suo desiderio fosse di conservare la propria fede in quella cosa meravigliosa che non aveva mai visto.
 «Sì» risposi «è la verità che avete sentito. Non c’è neve in quel paese e il suo nome è California».
«Ca-li-for-ni-a» mormorò due o tre volte, ascoltando con attenzione il suono delle sillabe che cadevano dalle sue labbra. «Sì, è lo stesso paese di cui Yamikan ha parlato».
Compresi che l’avventura di Yamikan era avvenuta quando l’Alaska era da poco passata nelle mani degli Stati Uniti. Un caso di assassinio di quella natura, prodottosi prima dell’istituzione dei tribunali sul territorio, era stato giudicato negli Stati Uniti, davanti alla corte federale.
«Quando Yamikan giunse nel paese dove non c’è neve» continuò il vecchio Ebbits «lo condussero in una grande casa dove numerosi uomini parlano molto. Essi parlano a lungo e domandano a Yamikan molte cose. Più tardi gli dicono che non gli daranno noie. Yamikan non comprende, perché non l’hanno mai annoiato; perché tutto il tempo gli hanno dato un posto caldo per dormire e molto da mangiare.
«Ma dopo questo gli diedero un cibo ancora migliore, gli diedero del denaro, lo condussero in molti posti del paese dei bianchi ed egli vide tante cose strane che sono al di là della comprensione di Ebbits, che è un uomo vecchio e che non ha viaggiato lontano. Dopo due anni, Yamikan tornò al suo villaggio, e divenne il capo pieno di saggezza fino alla sua morte.
«Ma, prima di morire, egli sedeva spesso accanto al fuoco, e raccontava le cose strane che aveva visto. E Bidarshik, che è mio figlio, sedeva accanto al fuoco e ascoltava, e i suoi occhi s’ingrandivano a causa di quello che ascoltava. Una sera, dopo che Yamikan era rientrato nella sua casa, Bidarshik si levò così, altissimo, e, battendosi il petto col pugno, disse:
«“Quando sarò un uomo, viaggerò lontano, anche fino al paese dove non c’è neve e vedrò le cose coi miei propri occhi”».
«Bidarshik ha sempre fatto dei viaggi lontano» interruppe Zilla fieramente.
«Questo è vero» assentì Ebbits gravemente: «e sempre egli tornò per sedersi accanto al fuoco e sospirare per altri paesi più lontani ancora».
«E sempre ha ricordato il lago salato che è così grande come il
cielo, e il paese sotto il cielo, dove non c’è neve» disse Zilla.
«E sempre ha detto: “Quando avrò tutta la forza di un uomo, andrò a vedere io stesso se le parole di Yamikan sono vere”» disse Ebbits.
«Ma non c’era mezzo di andare al paese dei bianchi» disse Zilla.
«Non è andato fino al lago salato grande come il cielo?» domandò Ebbits.
«Ma non c’era mezzo per lui di attraversare il lago».
«Tranne nel battello a fuoco dei bianchi, che è fatto con ferro e che è più grande di venti battelli a vapore dello Yukon» disse Ebbits.
Guardò con aria corrucciata Zilla, le cui labbra avvizzite già si aprivano per parlare, e le impose silenzio.
«Ma il bianco non voleva lasciarlo attraversare il lago nel battello a fuoco» riprese Ebbits «ed egli tornò al focolare, sospirando per il paese sotto il sole dove non c’è neve».
«Eppure, aveva visto sul lago salato il battello a fuoco fatto in ferro e che non andava giù» gridò Zilla, incorreggibilmente.
«Sì» disse Ebbits «e vide che Yamikan aveva detto il vero, parlando di quello che aveva visto. Ma non c’era alcun mezzo perché Bidarshik viaggiasse nel paese dei bianchi, ed egli divenne malato e scoraggiato come un vecchio e non volle lasciare il fuoco. Non uscì più per cacciare la carne».
«Né mangiò più il cibo che gli mettevamo davanti» aggiunse Zilla. «Scuoteva il capo e diceva: “Non voglio mangiare che il cibo dei bianchi e ingrassare come Yamikan”».
«E non mangiò il cibo» continuò Ebbits, «e la malattia di Bidarshik aumentò a tal punto che credetti stesse per morire. Non era una malattia del corpo, ma della testa: era una malattia del desiderio. Io Ebbits, suo padre, feci una grande riflessione. Non ho più figli e non voglio che Bidarshik muoia. È una malattia della testa e non c’è che una cosa per guarirla. Bisogna che Bidarshik faccia il viaggio attraverso il lago grande come il cielo, nel paese sotto il sole e dove non c’è neve. Penso a lungo e allora trovo un modo.
«Così una sera che egli è seduto accanto al fuoco, molto malato, la testa bassa, gli dico “Figlio mio, ho appreso il mezzo col quale tu andrai al paese dei bianchi”. Egli mi guarda, e il suo viso è gioioso. “Va”, dissi, “come Yamikan è andato”. Ma Bidarshik è malato e non comprende. “Va”, dissi, “e trova un bianco, e come Yamikan uccidilo. Allora il soldato bianco verrà a prenderti e, come hanno fatto per Yamikan, tornerai molto grasso, con gli occhi pieni di quel che avrai visto e con la testa piena di saggezza”.
«E Bidarshik si leva subito e la sua mano si tende per afferrare il suo fucile. “Dove vai?”, dico. “A uccidere il bianco”, risponde. E vedo che le mie parole sono state buone per le orecchie di Bidarshik e che egli sta per recuperare la salute. Vedo anche che le mie parole sono sagge.
«Un bianco venne nel villaggio, non cercava l’oro nel suolo, né le pellicce nella foresta. Cercava tutto il tempo mosche e scarabei. Non mangiava né le mosche, né gli scarabei, perché li ricercava? Non so. Tutto quel che so, è che egli era un bianco di aspetto strano: cercava le uova degli uccelli, non mangiava le uova; tutto quello che è nell’interno, lo gettava via e conservava solo il guscio. I gusci d’uovo non sono buoni da mangiare; egli non li mangiava, ma li metteva dentro scatole molli dove non si rompono. Prendeva molti piccoli uccelli, non prendeva che le penne e le metteva dentro scatole. Amava anche le ossa; le ossa non sono buone da mangiare: quell’uomo strano preferiva le ossa vecchie che dissotterrava dal suolo.
«Ma non era un bianco pericoloso e sapevo che sarebbe morto molto facilmente. Allora dissi a Bidarshik “Figlio mio, ecco il bianco che devi uccidere”; e Bidarshik disse che le mie parole erano sagge. Allora andò in un posto dove sapeva che c’erano molte ossa nel suolo, dissotterrò molte di queste ossa e le portò al campo dello strano uomo bianco. Il bianco ne fu molto contento, il suo volto brillava come il sole, sorrideva con molta felicità guardando le ossa. Abbassò la testa, così per vedere le ossa, e allora Bidarshik lo colpì fortemente sulla testa con l’ascia una sola volta, in questo modo, e il bianco strano diede un colpo di piede e morì.
«“Ora” dissi a Bidarshik “il soldato bianco verrà a prenderti per condurti nel paese sotto il cielo dove tu mangerai molto e diverrai grasso”. Bidarshik era felice: la sua malattia era già passata, stava seduto accanto al fuoco e attendeva l’arrivo dei soldati bianchi.
«Come potevo sapere che la maniera del bianco non è mai due volte la stessa?» domandò il vecchio, volgendosi verso di me con ferocia. «Come potevo sapere che ciò che il bianco ha fatto ieri non lo farà oggi, e che quello che ha fatto oggi non lo farà domani?».
Ebbits scosse il capo tristemente:
«Impossibile comprendere il bianco: ieri conduce Yamikan nel paese che è sotto il sole e lo ingrassa con molto cibo. Oggi prende Bidarshik e che ne fa? Lasciami dire quello che fa di Bidarshik. «Io, Ebbits, suo padre, te lo dirò. Egli condusse Bidarshik a Fort Campbell, gli annodò una corda intorno al collo, e così, quando i suoi piedi non toccarono più il suolo, morì».
«Ahi, ahi» pianse Zilla «e mai egli attraversò il lago grande come il cielo, né vide il paese sotto il sole dove la neve non discende mai».
«E così» disse il vecchio Ebbits con una dignità grave «non c’è nessuno per cacciare il cibo per me nella mia vecchiaia, e io seggo accanto al fuoco e dico la mia storia al bianco che mi ha dato il nutrimento, il tè e il tabacco per la mia pipa».
«A causa del bianco miserabile e bugiardo» disse Zilla.
«No» rispose il vecchio con dolcezza «a causa della maniera del bianco che non si comprende, e che non è mai due volte la stessa».