Un bicchiere di rabbia, di Raduan Nassar

9788869981234_0_0_0_75.jpg

Per la vetrina di oggi, desideriamo proporvi l'incipit di un libro che non è né una raccolta di racconti né propriamente un romanzo. Lo facciamo per due motivi: il principale, è perché è un bellissimo libro. L'altro motivo, è perché con questa vetrina vi anticipiamo l'apertura di una nuova rubrica che inaugureremo a settembre e che si chiamerà CONFINI.

Un bicchiere di rabbia è di Raduan Nassar, ripubblicato recentemente da Sur, per la traduzione di Amina Di Munno, con una postfazione di Matteo Nucci.

 

L’arrivo


E quando arrivai la sera a casa mia, al 27, lei mi aspettava già camminando sull’erba, venne ad aprirmi il cancello per farmi entrare con la macchina e, appena uscito dal garage, salimmo assieme le scale che portavano alla veranda dove, appena giunti, aprii le tende centrali e ci sedemmo sulle sedie di vimini, restando con gli occhi volti in alto nella direzione opposta, lì dove il sole cominciava a tramontare, e stavamo entrambi in silenzio quando lei mi domandò «che cos’hai?», ma io, del tutto assorto, rimasi distaccato e taciturno, il pensiero perduto nel rosseggiare del ponente, e fu solo per l’insistenza della domanda che risposi «hai già cenato?» e, poiché mi disse «più tardi», mi alzai e andai senza premura in cucina (lei mi venne dietro), presi un pomodoro dal frigorifero, andai verso il lavandino e lo passai sotto il getto dell’acqua, poi andai a prendere la saliera dalla credenza e mi sedetti a tavola (lei dall’altro lato seguiva ogni mio movimento, benché io, indifferente, facessi finta di non accorgermi) e fu sempre sotto il suo sguardo che cominciai a mangiare il pomodoro, salando a poco a poco quello che mi restava nella mano, simulando un impegno nel morderlo per mostrare i miei denti forti come i denti di un cavallo, poiché sapevo che i suoi occhi non si staccavano dalla mia bocca e sapevo che sotto il suo silenzio lei si contorceva di impazienza e sapevo, soprattutto, che quanto più indifferente le sembrassi tanto più mi desiderava, so solo che quando finii di mangiare il pomodoro la lasciai in cucina e andai a prendere la radio che era sulla mensola della sala e, senza tornare in cucina, ci ritrovammo nel corridoio e, senza dire una parola, entrammo quasi assieme nella penombra della camera.

 

A letto

All’inizio nella stanza sembravamo due estranei che fossero osservati da qualcuno e questo qualcuno eravamo sempre io e lei e spettava a tutti e due badare a ciò che io facevo, non a ciò che faceva lei, perciò mi sedetti sulla sponda del letto e cominciai a sfilarmi lentamente le scarpe e le calze, prendendomi i piedi scalzi fra le mani, li sentivo deliziosamente umidi come se fossero stati strappati alla terra in quell’istante e cominciai, dopo, con uno scopo preciso, a camminare sul pavimento, facendo finta di avere qualche motivo per quell’andirivieni nella stanza, lasciando che l’orlo dei pantaloni sfiorasse leggermente il pavimento e allo stesso tempo mi coprisse in parte i piedi con un certo mistero, poiché sapevo che in essi, scalzi e molto bianchi, c’era il preludio possente della mia nudità preannunciata e sentivo subito il suo respiro profondo vicino a quella sedia dove lei forse già si abbandonava alla disperazione, mentre si spogliava, impacciata, le si impigliavano persino le dita sulla spallina che scivolava lungo il braccio e io, sempre fingendo, sapevo che tutto ciò era vero, conoscendo, come conoscevo, quel suo incubo ossessivo per i piedi e, soprattutto, per i miei, saldi nel portamento e ben scolpiti, con le dita un po’ nodose, segnati nervosamente sul dorso da vene e tendini, che non perdevano, tuttavia, l’apparenza timida di radice tenera, e io andavo e venivo con i miei passi calcolati, dilatando sempre l’attesa con piccoli pretesti, ma non appena lei lasciò la stanza e andò per qualche istante in bagno, mi sfilai velocemente i pantaloni e la camicia e mi buttai sul letto dove rimasi ad attenderla già eccitato e pronto, godendomi in silenzio il cotone del lenzuolo che mi copriva, e poi chiudevo gli occhi pensando alle diavolerie che avrei messo in atto (delle tante che sapevo) e così da solo cominciai a ripassare nella testa tutte le cose che facevamo, come lei vibrava alle prime smorfie della mia bocca e al luccichio che infondevo nei miei occhi, dove facevo affiorare quel che c’era in me di più turpe e sordido, sapendo che lei, trascinata dal mio doppio, avrebbe gridato sempre «è questa canaglia che amo», e ripassai nella testa quell’altra mossa triviale del nostro gioco, preambolo, tuttavia, di insospettate trame posteriori e così necessaria come fare avanzare da subito una semplice pedina sulla scacchiera e in cui io, chiudendo la mia mano nella sua, disponevo le sue dita, infondendo loro coraggio, sospingendole sotto il mio comando verso i peli del mio petto, affinché queste, sull’esempio delle mie stesse dita sotto il lenzuolo, svolgessero da sole una straordinaria attività clandestina o, allora, in una tappa successiva, dopo aver attentamente esplorato i nostri peli, ghiandole e tanti odori, quando tutti e due in ginocchio misuravamo il percorso più prolungato di un unico bacio, con i palmi delle nostre mani che si univano, le braccia che si aprivano in un esercizio quasi cristiano, i nostri denti che mordevano all’altro la bocca come se mordessero la carne tenera del cuore e, a occhi chiusi, abbandonando l’immaginazione nelle curve di queste circonvoluzioni, mi ritrovai avvinto in altri maneggi, sia quando, ormai in estasi, superbamente sollevato dalla sella del suo ventre, rispondevo intempestivo a una delle sue (delle mie) stravaganze più insolite, spruzzando getti improvvisi e violenti di vischio lattiginoso che le aderiva alla pelle del viso e alla pelle dei seni, oppure quando, svolgendo un esercizio meno impulsivo e di lenta maturazione, il frutto si sviluppava in un crescendo muto e paziente di turgide contrazioni, mentre io ero forte dentro di lei, senza muoverci, e arrivavamo con grida esasperate agli affanni della più alta esaltazione, e pensai ancora al salto pericoloso del rovescio, quando lei prona mi offriva generosamente un altro pasto, mentre le mie braccia e le mie mani, simmetriche e quasi meccaniche, la tiravano su per le spalle, comprimendo e adattando, punto per punto, la massa unta dei nostri corpi, e pensavo sempre alle mie mani dal dorso largo, che erano molto usate in tutta quella geometria passionale, così bene elaborata da me e che la portava immancabilmente a dire con franca perdizione «magnifico, magnifico, tu sei speciale», e a quel punto cominciai a pensare ai momenti in cui ci si rinnova, alle sigarette che fumavamo dopo ogni bolla avvelenata di silenzio, quando non accadeva nel corso delle conversazioni di fronte a un caffè mantenuto al caldo nel thermos (saltavamo dal letto nudi e andavamo a profanare il tavolo della cucina), e in cui lei cercava di descrivermi la sua confusa esperienza del godimento, menzionando sempre la mia sicurezza e audacia nel condurre il rituale, celando appena lo stupore per il fatto che io affiancassi spesso il nome di Dio alle mie oscenità, parlandomi soprattutto di quanto le avessi insegnato, specialmente della consapevolezza dell’atto attraverso i nostri occhi che molte volte seguivano, pietra dopo pietra, tutti i tratti di una strada dissestata, ed era allora che parlavo della sua intelligenza, che ho sempre esaltato come la sua migliore qualità a letto, un’intelligenza agile e operosa (sia pure solo sotto la spinta dei miei stimoli), eccezionalmente aperta a tutte le incursioni, e io come per caso finivo col parlare anche di me, meravigliandola con le contraddizioni intenzionali (alcune nemmeno tanto) del mio carattere, insegnandole tra le altre frottole che io, canaglia, ero puro e casto, e lì, sempre a occhi chiusi, pensavo ancora a molte altre cose mentre lei non arrivava, giacché l’immaginazione è molto veloce o il suo ritmo diverso, poiché prepara e mescola contemporaneamente cose spaiate e insospettate, quando mi accorsi dei suoi passi di ritorno nel corridoio, e fu solo allora che aprii gli occhi per controllare la posizione corretta dei miei piedi che uscivano fuori dal lenzuolo e mi resi conto come sempre che i peli castani, che spuntavano sul dorso e sulle dita più lunghe, conferivano loro allo stesso tempo grazia e gravità, ma cercai di richiudere subito gli occhi, poiché sentivo che lei stava per entrare in camera e indovinavo già il suo corpo ardente nelle vicinanze e sapevo come sarebbero cominciate le cose, voglio dire che lei, piano, molto piano, si sarebbe dapprima accoccolata sui miei piedi, che un giorno aveva paragonato a due gigli bianchi.
 

© Raduan Nassar, 1978. Tutti i diritti riservati

La cosa marrone chiaro e altre storie dell'orrore, di Fritz Leiber

leiber.jpg

TITOLO: La cosa marrone chiaro e altre storie dell'orrore

AUTORE: Fritz Leiber

Traduzione e cura: Federico Cenci 

EDITORE: Cliquot   PREZZO: 18,00

 

Sette racconti finora inediti in Italia e il romanzo breve che dà il titolo all’antologia, prima stesura di Nostra signora delle tenebre, opera culmine della carriera letteraria di Fritz Leiber.

Otto tasselli fondamentali della carriera di uno dei più grandi maestri della narrativa fantastica del Novecento, dalle prime storie pulp degli anni Quaranta con scienziati pazzi e uomini atomici, agli orrori più personali ed elaborati dei decenni successivi, passando in rassegna tutti i temi cari allo scrittore compreso quello che l’ha reso più famoso al pubblico e più amato da romanzieri del calibro di Stephen King e Ramsey Campbell: l’incubo urbano delle oscure entità “paramentali” generate dagli umori malsani delle megalopoli moderne.

Le botteghe color cannella, di Bruno Schulz

shulz.jpg

TITOLO: Le botteghe color cannella

AUTORE: Bruno Shulz

A cura di Francesco M. Cataluccio

  Traduzione:  Anna Vivanti Salmon, Vera Verdiani, Andrzej Zelinski

EDITORE: Einaudi    PAGINE: 530    PREZZO: 25,00

 

Con il suo amico Gombrowicz, Bruno Schulz è il grande maestro della letteratura polacca del Novecento. Secondo Kantor, che ha costruito La classe morta da un suo racconto, «tutta la nostra generazione è cresciuta di fatto all'ombra di Schulz».
Le botteghe color cannella, la sua prima e più famosa raccolta di racconti, è un'autobiografia trasformata in una fantasiosa mitologia dell'infanzia. 
Uno dei massimi esempi di come la letteratura possa riscattare la banalità della vita quotidiana con le armi del grottesco e dell'invenzione linguistica.
Questo volume, oltre a tutti i racconti di Bruno Schulz, con le illustrazioni originali dell'autore, ripresenta i frammenti, i testi critici e quelli politici dello scrittore, nonché Il libro idolatrico, una storia per immagini che dimostra il grande talento di Schulz anche come disegnatore.

Il punto di partenza della fantasia visionaria di Bruno Schulz è l'affollata e disordinata bottega di stoffe del padre: un vecchietto-demiurgo che sconvolge in modo imprevedibile tutte le regole della fisica e della ragione. Jacob si arrampica come un ragnetto per gli scaffali, inseguendo i ragni; elabora arzigogolate cosmogonie interpretando a modo suo i segni del cielo; si circonda di specie bizzarre e variopinte di volatili, diventando anche lui una sorta di feroce condor; si trasforma in pompiere con tanto di divisa rosso fiammante e alamari d'oro... 
Metamorfosi, travestimenti, viaggi nello spazio e nel tempo (basta come pretesto, ad esempio, un vecchio album di francobolli) si accavallano con l'ausilio di una lingua poetica scoppiettante di metafore. Scettico sulle possibilità di conoscenza umana, Schulz aveva dato libero sfogo alla fantasia e alla «mitizzazione» della realtà. Nell'infinita varietà dei suoi aspetti, l'opera di Schulz ha una sua unitarietà. I racconti, assieme ai disegni, costituiscono un Libro: una sorta di Bibbia dell'infanzia perduta. 

Dalla posfazione di Francesco M. Cataluccio

 

 

 

Amore che viene, amore che va, di Camilla Salvago Raggi

cover_amore che viene, amore che va.jpeg

TITOLO: Amore che viene, amore che va

AUTORE: Camilla Salvago Raggi  

EDITORE: Lindau  PAGINE: 232    PREZZO: 18,00

 

Gli amori vanno e vengono, si sa, perché tutto alla fine va e viene. 
Le esperienze si susseguono, gli incontri ci aprono talvolta nuove prospettive, le convinzioni mutano, si raggiunge una maggiore comprensione di sé stessi e degli altri. 

Nelle storie vecchie e nuove qui riunite è proprio un tratto di questo percorso esistenziale che l’autrice coglie e fissa, partendo da un momento preciso della vita di ciascuno dei protagonisti – un’infatuazione, un funerale, un’asta di antichi arredi, un congresso e così via. Ogni volta, nella misura contenuta di poche pagine, si snoda il filo dei loro pensieri, insieme a dubbi, emozioni, rimpianti e gioie. 

«Momenti di essere», li definiscel'autrice, riprendendo il titolo di una raccolta di scritti autobiografici di Virginia Woolf. In realtà, proprio nel racconto breve Camilla Salvago Raggi trova uno spazio di manovra maggiore rispetto alle storie familiari di cui ha nutrito i suoi romanzi. È nel «momento», fissato «nel suo essere e divenire», che assapora il piacere di scrivere in totale libertà. 

 

La mite, di Fëdor Dostoevskij

bf0eed52bb3bfe8b68498162af961bdf_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpg

TITOLO: La mite

AUTORE: Fëdor Dostoevskij   A cura di: A cura di Serena Vitale

EDITORE: Adelphi  PAGINE: 103    PREZZO: 11,00

 

«Immaginate un uomo la cui moglie, suicidatasi alcune ore prima gettandosi dalla finestra, sia stesa davanti a lui su un tavolo» scrive Dostoevskij nel presentare ai lettori questo racconto perfetto, che di quell'uomo restituisce, con stenografica precisione, il soliloquio delirante e sconnesso, tutto esitazioni, ripetizioni, contraddizioni, pause, balbettii, ripensamenti. Di lui sentiamo i gemiti, e perfino l'eco dei passi che tornano in continuazione al cadavere steso sul tavolo. L'uomo, quarantuno anni, ex capitano cacciato da un illustre reggimento con l'accusa di viltà e ora titolare di un banco dei pegni, non è un giusto, ma nemmeno un inveterato criminale. È semmai parente stretto dell'Uomo del sottosuolo, con cui ha in comune la rabbia dell'individuo rifiutato dalla società, l'istinto dell'animale braccato. Sragionando ad alta voce, cerca di capire e ricostruire le cause della catastrofe. Ha amato la Mite, ma torturandola con le parole e ancor più con il silenzio, con il perverso «sistema» ideato per vendicarsi di un'antica offesa e ritrovare la dignità perduta. E ora continua a chiedersi: «Perché questa donna è morta?».
Genio guastatore, maestro nel far saltare i ponti dei legami causali, Dostoevskij gli nega – e lo nega ai lettori – il sollievo di una spiegazione univoca, definitiva. E il monologo si sgretola in un dialogo con immaginari interlocutori: giudici? avvocati d'ufficio? fantasmi?

 

Soglie, Alberto Giordani

Soglie.jpg

TITOLO: Soglie

AUTORE: Alberto Giordani

EDITORE: Il Poligrafo   PAGINE: 140   PREZZO: 18,00

prefazione di Luciano Violante | introduzione di Marco Filoni

 

Quante volte siamo rimasti immobili, di fronte a una scelta? Un unico passo, e quella soglia da varcare sarebbe stata soltanto un ricordo, una tappa nel percorso senza fine del nostro sguardo, una perturbazione nel paesaggio della nostra interiorità: paesaggio sempre mutevole, in continua evoluzione, dove ogni decisione, presa o no, affrontata o elusa, si manifesta in un limite dai contorni spesso aspri.
Nei cento brevi racconti di questa raccolta, legati da un filo comune e da uno stile denso ed evocativo, si affrontano percorsi imprevedibili che stabiliscono tappe, senza che alcuna sia definitiva; percorsi che si modificano costantemente, fissandosi a volte in istanti precisi; percorsi sospesi di fronte ai limiti che di continuo si manifestano.
È in questi limiti che si incontrano le soglie: luoghi del possibile che ci si svela, dell’ignoto che è ancora da affrontare, spiragli per osservare gli infiniti da realizzare.

La Voyeuse, di Eleonora Tarabella

download (2).jpg

TITOLO: La voyeuse

AUTORE: Eleonora Tarabella

EDITORE: l'Iguana   PAGINE: 80   PREZZO: 12,00

 

La voyeuse, colei che guarda, raccoglie tante vedute sulla vita quotidiana delle donne. Inezie che scatenano svolte minime, gesti consueti che si trasformano in atti quasi eroici, ricordi d’infanzia che rivelano campi minati. Dalla donna che spia le esistenze degli altri, all’adolescente innamorata della sua vecchia maestra a quella molestata in parrocchia, nella routine si apre ogni volta una fenditura da cui scorgere prospettive inedite.
In linea con la ri essione delle donne che ha restituito valore al sapere dell’esperienza e interrogato il quotidiano come luogo di senso, Eleonora Tarabella mostra che anche la ripetizione, qualche volta, lascia spazio all’invenzione e che un solo dettaglio insolito può inaugurare situazioni sorprendenti.
E quale poteva essere la forma narrativa perfetta per delineare la vita di tutti i giorni, se non quella fulminea e circoscritta del racconto?

Mi piace molto guardare. Detta così sembra una perversione. Eppure è vero. Amo starmene sul balcone di casa mia e osservo la gente lungo il canale oppure più in là, nella pineta striminzita, dove i vecchi acchiappano al volo una chiacchiera da panchina e i giovani lasciano scorrazzare i cani.
Me ne sto ferma mentre la vita si arrabatta sotto di me senza ferirmi, senza coinvolgermi. Su di lei vinco perché la posso inventare.

 

ANIME PERSE, Umberto Piersanti

Schermata-2018-03-14-a-13.49.17.png

TITOLO: Anime perse

AUTORE: Umberto Piersanti

EDITORE: Marco Y Marcos   PAGINE: 192   PREZZO: 18,00

 

Diciotto storie vere, raccolte da Ferruccio Giovanetti nei suoi centri di recupero del Montefeltro, trascritte e interpretate da Umberto Piersanti.
Diciotto lampi di vite smarrite che non sempre han trovato la pace.

Enrico ha tagliato la gola a un pescatore per un commento fuori luogo; Mario ha sparato al vicino perché gli rubava la terra. Claudia doveva porre fine alle sofferenze di Lucia; Luisa aveva tutte le ragioni per brindare con la madre, alla morte del padre.
Un tempo si chiamavano manicomi criminali, ora sono centri di recupero: ci arrivano persone che non hanno ucciso per interesse o per calcolo, ma in preda alla follia.
Da dove vengono, cos’è scattato nella loro testa, e cosa pensano ora, come vivono, al riparo dal mondo?
Con delicatezza e immaginazione poetica, senza facili morali e senza mai giudicare, Umberto Piersanti ha condensato in queste pagine le loro storie.

Chi ha amato bene, Matteo De Chiara

de-chiara_copertina.jpg

TITOLO: Chi ha amato bene

AUTORE: Matteo De Chiara

EDITORE: Italic Pequod   PAGINE: 136   PREZZO: 14,00

 

Chi ha amato bene parte dal fuoco e si conclude con il fuoco. Amori traditi, speranze mal riposte, abbandoni e dolori sembrano in queste storie trovare una consistenza, una dimensione attraverso il legame con elementi materiali come l’acqua e il fuoco. Che sia una madre in cerca della figlia tossicodipendente, o una turista straniera spinta nella notte di Roma giù da un ponte, o una solitaria ventenne che infrange il voto della vita in un appartamento vuoto, i personaggi di questi racconti sono solitarie comparse del mondo in cerca di una redenzione senza riuscire a trovarla, protagonisti di fatti che i notiziari e i giornali descrivono appena, vite che restano nell’ombra e vengono dimenticate anche quando la cronaca si occupa di loro.

Potete leggere un racconto di Matteo De Chiara nella sezione Osservatorio Esordiente, pubblicato da Cattedrale.

Strategie del comico, Luigi Malerba

cover__id3882_w302_t1524065072__1x.jpg

TITOLO: Strategie del comico

AUTORE: Luigi Malerba

EDITORE: Quodlibet   PAGINE: 156   PREZZO: 14,00

 

 

Un libro scritto e preparato da Malerba ma rimasto finora inedito.
Una variopinta passeggiata attraverso esempi di comicità di ogni tipo, il faceto, l’arguto, il filosofico, e poi la scempiaggine, il comico quaresimale e il comico deperibile, con abbozzi di classificazioni, comiche esse pure, perché del comico – dice Malerba – non si danno definizioni o regole definitive. E si gode seguendo il suo accumulo di casi, presi anche in Cina, Turchia, Armenia, Rinascimento, avanguardie, cinema di Buster Keaton e presidenti americani che saltano una pagina del discorso senza avvedersene.
Si gode seguendo questo accumulo accelerato di storielle senza alcuna pedanteria teorica, col gusto bizzarro del narratore che spazia nel campo vasto del riso.

 

Mucho Mojo Club

12_mojo_piatto1015.jpg

TITOLO: Mucho Mojo Club

AUTORE: AA.VV

EDITORE: Casa Sirio   PAGINE: 192   PREZZO: 10,00

 

Prendi gli scrittori più cattivi del panorama internazionale. Falli affacciare sull’orlo dell’abisso. Uniscili sotto la bandiera del Mojo di Joe Lansdale. Poi leggili, non ne potrai più fare a meno.

Sono ladri, detective e assassini. Sono prostitute e homeless. Sono il lato oscuro delle storie. Si muovono nel buio, ti tolgono il fiato e troppo spesso non te lo restituiscono. Sono tra noi. E sono pronti a colpire.

Racconti di John Connolly, Tim Willocks, James Oswald, Peter Blauner, Christopher Cook, Dave Zeltserman, Jeremy Robert Johnson, Joe Clifford, Les Edgerton, Gabino Iglesias e Greg Gifune

 

«Assolutamente imperdibile»
MilanoNera

Tutti i racconti, di Beppe Fenoglio

978880623874GRA.jpg

TITOLO: Tutti i racconti

AUTORE: Beppe Fenoglio

EDITORE: Einaudi   PAGINE: 602   PREZZO: 17,00

Racconti della guerra civileRacconti del parentado e del paeseRacconti del dopoguerraRacconti fantastici: è in base a quest'ordine voluto dallo stesso Fenoglio che vengono qui raccolti tutti i suoi racconti. Oltre alle storie partigiane il cui nucleo tematico fu inaugurato dai Ventitre giorni della città di Alba, la parte piú cospicua del volume è costituita dai racconti «langhigiani», che tra vari progetti occuparono lo scrittore piemontese prima e dopo Il partigiano Johnny. Dietro ad essi sta l'enorme lavoro di Fenoglio, dagli anni Cinquanta fino ai suoi ultimi giorni: i personaggi e le vicende raccontati con un linguaggio vero e preciso penetrano il «mistero» della spietatezza dei rapporti umani e riportano a un paesaggio esistenziale che, attingendo a una memoria parentale o collettiva, rivela stralci di vita di una provincia per sempre perduta. In appendice il Diario e un breve testo velatamente autobiografico.

«Ci sarà sempre un racconto che vorrò fare ancora…»
Beppe Fenoglio

I racconti di guerra, Mario Rigoni Stern

978880623892GRA.jpg

TITOLO: I racconti di guerra

AUTORE: Mario Rigoni Stern

EDITORE: Einaudi   PAGINE: 622   PREZZO: 17,00

Dalle storie della Grande Guerra, scaturite dall'album di famiglia e dai bollettini ufficiali, a quelle della seconda guerra mondiale che ripercorrono la campagna di Francia, la tragica spedizione albanese, il drammatico fronte russo, la prigionia, il ritorno sull'Altipiano: pagina dopo pagina, attingendo alla sua memoria personale e a quella collettiva, «il sergente» Rigoni costruisce un quadro scarno e spietato di un tempo che non è il nostro ma che ci viene lasciato in eredità.
Tutti i racconti che Rigoni Stern ha dedicato al tema della guerra nelle sue opere precedenti, oltre a numerosi altri testi sparsi in giornali e riviste, vengono qui pubblicati in un ordine storiconarrativo a cura dell'autore.

«Se ripenso ai compagni di allora rivedo i volti giovani, ricordo le voci… I primi caddero su quelle stesse montagne nel giugno 1940, poi venne la campagna di Grecia e altri restarono per sempre sulle montagne dell'Albania; e i Balcani, ancora; e le steppe della Russia. Sempre piú pochi ci contavamo. Vennero i Lager dei tedeschi e la Resistenza. Furono i nostri vent'anni».

 

Gràcia dei colombi, di Amaranta Sbardella

Barcellona_COP_filo.jpg

TITOLO: Barcelona desnuda

AUTORE: Amaranta Sbardella 

EDITORE: Exorma   PAGINE: 192   PREZZO: 14,90

 

Da oggi nelle librerie, è il libro Barcelona Desnuda, un testo di Amaranta Sbardella. 
Nella Barcellona dei nostri giorni, i protagonisti di alcune delle maggiori opere letterarie sulla città catalana, Petra Delicado, Clara Barceló, Pepe Carvalho e molti altri con loro, scappano da una stanzetta malridotta del Raval e tornano come spettri in libertà alla Barcellona narrata nei libri. Vagano indisturbati, entrano in caffè e teatri, si calano di nuovo nei luoghi che conoscono, oggi mutati profondamente se non addirittura scomparsi, svelandoci una città più intima e segreta. Grazie a loro scopriamo una Barcellona a tratti sconosciuta, ben lontana dalla cristallizzazione turistica e modernista che da sempre ne accompagna l’immaginario.

Pubblichiamo uno dei racconti per gentile concessione dell'editore.


 

GRÀCIA DEI COLOMBI
LA CITTÀ DI COLOMETA A VOLO D’UCCELLO
(Liberamente ispirato a La piazza del Diamante di Mercè Rodoreda, 1962)

SULL’AMORE DELLA GIOVANE NATÀLIA PER QUIMET, CONOSCIUTO A UNA FESTA IN PLAÇA DEL DIAMANT — SARÀ QUIMET A CONVINCERLA A METTER SU UNA COLOMBAIA, CHE DOPO LA MORTE DI QUESTI IN GUERRA DIVENTERÀ PER NATÀLIA, “COLOMBELLA”, UNA VERA E PROPRIA OSSESSIONE.

L’occhio rosso, vivido, acceso. Veccia, bevitoio, piolo, colombaia: fuori! Tutto a spasso! Vola via il colombo, fugge da quella forsennata, scatta nel vuoto, come un grido. Le penne si distendono verso i pinnacoli di Palau Güell e poi le lontane baracche gitane di Somorrostro, virano ancora verso le punte in ferro battuto della Casa de les Punxes, i boschi di Collserola, la ruota panoramica del Tibidabo, la torretta di un quartiere signorile e verde dove, più di vent’anni prima, era nata in un bel palazzetto fiorito Mercè Rodoreda i Gurguí.

Aspetta agitato, attende che lei, Natàlia, si allontani, se ne vada dai suoi figli smunti, che lo faccia tornare alla cova. Assieme agli altri, ai cappucci, ai monaci, ai colombacci. Tutti assieme. Quieti, anche se affamati. Uniti, anche sotto le bombe. Sereni, come un tempo.
Era già cambiata, lei, pure se Quimet non se n’era ancora andato a combattere in Aragona con moto e rivoltella. Aveva preso a odiarli. Lo capivano, lo sapevano: dal modo in cui li toccava, li feriva con i mazzetti di ortiche o rigirava l’acqua allo zolfo, da come li fiutava nauseata, da come li scrutava, con gli occhi rossi, vividi, in fiamme.
Dal silenzio, calato in casa al pari di una coltre di gas. Dall’aria nervosa con cui si aggirava per ore e ore tra sedie e cesti di biancherie, avanti e indietro, indietro e avanti, in agguato, attenta a ogni loro mossa, a ogni ala stesa e a ogni collo rigonfio.
Vola via, il colombo, gira attorno a carrer del Montseny, perde tempo, aspetta. Poi torna, sporge la testa da un lato della botola e la sorveglia. È ancora lì, le pupille fisse su una corda di sparto.
E allora via, fuori, a spasso: giù a folle velocità per Gran de Gràcia, dopo il Café Monumental, lungo le rotaie del tram, fra i negozi, le balie con i passeggini e i gentiluomini in bastone, giù in direzione dei giardini che si affacciano sulla Diagonal.
Un tempo paesino di masie, campi e conventi, l’allegra e variegata Gràcia fa presto gola a Barcellona che, dopo averle concesso brevi periodi d’indipendenza, la richiama a sé e, pur di collegare al proprio centro quel chiassoso coacervo di gitani, anarchici, artisti e operai, dà il via a progetti urbanistici come il Passeig de Gràcia, culla dell’architettura modernista, o il piano Cerdà, all’origine dell’Eixample.

Vola piano adesso il colombo, scanzonato, allunga le zampette sul busto di Cervantes in cima al tetto di Casa Servent, fa capriole davanti al grosso gatto nero che dormicchia dietro le trifore di Casa Fuster, celebre opera liberty di Lluís Domènech i Montaner. Nel primo dopoguerra, negli anni più bui della sua vita, da lì il vate catalano Salvador Espriu osserva l’umanità dei giardinetti, oggi a lui intitolati, il viavai disordinato di uomini d’affari e poveri bigliettai del tram. La Barcellona di Espriu, la Lavínia corrotta dai rumori, dalla tristezza e dall’oblio, trascorrerà affranta proprio tra questa verde insenatura e l’inizio del Passeig de Gràcia, dove il rassegnato poeta lascia scivolar via le giornate presso il notaio Antoni Gual.
Sotto il becco rosato dell’animale si distende ora un reticolo confuso di vie e piazze, dai nomi libertari e dai colori terrigni, con le grida scomposte in caló, cui tanto attingerà Espriu, e i boleri animati. Da qui si elevano al cielo i ritmi di Antonio González, “El Pescaílla”, da molti ritenuto il creatore della rumba catalana, come testimonia la targa in carrer de la Fraternitat, al numero otto; salgono i primi gorgheggi della grande soprano Montserrat Caballé; giungono gli accordi delle numerose orchestrine che suonano alle feste di Gràcia, tra cui pure quella che aveva permesso al tronfio Quimet di avvicinare la timida orfana Natàlia, allora vestita di bianco come una colombella.
Non fossero mai nati, quei suoni… Non fossero mai nate, quelle idee, che Quimet girava a divulgare per Gràcia sventolando la bandiera repubblicana, prima di partire e morire nella guerra contro i ribelli di Franco.
Gli odori confondono il suo volo, lo distraggono, richiamano, respingono. Si abbassa, lentamente: il pane non profuma come quello di prima della guerra, ma sempre meglio di ortiche e zolfo. A volte, quando Quimet trascurava Natàlia bighellonando per le osterie con Mateu e Cintet, lui, il colombo, aveva seguito i passi di lei, di nascosto, dall’alto dei palazzi modesti: l’aveva vista dirigersi verso il mercato de la Llibertat o dell’Abaceria Central. Dai banchi delle trippaiole veniva sempre un odore dolciastro di morte, con i fegati ancora umidi di sangue appesi ai ganci, le trippe bagnate, le teste bollite. E attorno gli scampanellii sordi di cozze e vongole, che le venditrici in manichette azzurre spostavano da un cesto all’altro smuovendo attorno il profumo di mare. Dall’alto della pensilina il colombo aveva osservato Natàlia svuotarsi, cedere, sedersi davanti a muggini, pesci volanti, branzini, l’aveva vista impallidire e tacere al cospetto di pizzicagnoli, trippaiole e pesciaiole. E uscire sempre a mani vuote.
Ora è ormai spoglio e lugubre il mercato dell’Abaceria, sorto sull’ossatura della fabbrica rossa che aveva attirato centinaia di lavoratori nella Vila de Gràcia: il cotonificio Vapor Nou. Dal 1892 banchi e verdure, bestie e grembiuli avevano sostituito sgranatrici, spazzole e griglie; lo scalpiccìo dei passanti, le urla dei venditori e il fruscìo dei rami d’erica degli spazzini avevano messo a tacere i rumori assordanti e monotoni di fusi e filatoi.
L’umile gente del paesino divenuto quartiere si ritrova qui o negli altri mercati, nelle numerose e disordinate piazzette che i proprietari terrieri avevano edificato al centro dei loro possedimenti, e che per lungo tempo ne hanno conservato il nome. Una di queste piazze, a qualche centinaio di metri verso la montagna, non porta però il nome di un abbiente latifondista ma quello di un architetto, Antoni Rovira i Trias, lo stesso che aveva progettato la torre del campanile di plaça de la Vila, il mercato di Sant Antoni e, per Barcellona tutta, un elegante piano urbanistico a espansione radiale.
Nel lontano 1859 il progetto di Trias aveva vinto il concorso indetto dal Municipio, ma poi l’appalto era andato al Signor Ingegner Ildefons Cerdà i Sunyer, nominato direttamente dal monarca spagnolo. Nella lontana Madrid preoccupava già allora che Barcellona potesse darsi le arie da capitale europea, emulare Haussmann o ambire all’atmosfera maestosa di Vienna…
E infatti oggi Antoni Rovira i Trias se ne sta seduto su una panchina in marmo nella piazza omonima: portamento dignitoso ed eretto, sguardo fiero e triste, mostra ai propri piedi il progetto che tanti consensi aveva guadagnato in terra catalana.
I suoni si diradano, così come i passanti; le gonne sporche, di cotone grezzo, diventano nuovamente plissettate e morbide al tatto; i bambini tornano a rincorrere composti il cerchio con le asticelle in legno. Il colombo si avvicina a Vallcarca, alle villette con giardino, alle dimore signorili, ma prima risale l’ultimo tratto di carrer Verdi, quello in cui il charnego Faneca dell’Amante bilingue di Juan Marsé si innamora della povera cieca Carmen e dove uno scelto pubblico attende la trita conferenza sulla struttura mitica dell’eroe di Cyrano, protagonista del romanzo di Vila-Matas Strana forma di vita.
Ed eccolo giungere nell’ariosa plaça de Lesseps, l’antica plaça dels Josepets, dal convento dei carmelitani scalzi che un tempo ne occupava il posto, punto nevralgico della città. Sfiora i fili del B23, partito dalla Boqueria, vola rasente a due smilzi gendarmi in bicicletta, si rialza sul campo vuoto di bocce e plana quindi sullo stagno senza barchette di carta. Qualche rado bimbetto gioca a nascondino tra gli alberi, spingendosi su fino alle scale della chiesa della Mare de Déu de Gràcia i de Sant Josep.
Quarant’anni più tardi, la stessa piazza che nel 1924 aveva assistito all’inaugurazione della prima linea metropolitana vedrà cadere molti suoi edifici, casette e masie, sacrificati in nome della moderna urbanizzazione voluta dal sindaco franchista Porcioles. Spruzzi di luce, piccole oasi di colore nel grigio del vetro e del cemento rimarranno solo le palazzine moderniste, come Casa Vicens, in carrer Carolines numero ventiquattro, opera di un giovanissimo Antoni Gaudí i Cornet. Costruita tra il 1883 e il 1888 perché Manuel Vicens i Montaner, industriale nel ramo delle ceramiche, potesse trascorrervi le estati lontano dal caos barcellonese, Casa Vicens mostra a tutti le sue meraviglie policrome, d’ispirazione mudéjar-moresca e gotica, dietro un suggestivo cancello in ferro dai motivi vegetali.
Proprio lì sosta un momento il pennuto, sulla punta di un torricino biancoazzurro. E, prima di riprendere il volo di ritorno verso carrer del Montseny, si concede uno dei pochi, pericolosi lussi che un colombo possa offrirsi: girare all’impazzata lungo il muro rosso e frastagliato di Casa Vicens, lungo gli inserti in ceramica, per poi infilarsi nella veranda d’angolo e mandare così all’aria il vassoio che la servetta sta portando al nipotino del signore. Piatti, bicchieri, spremuta d’arancia, fragrante pane caldo con pomodoro e corned beef, anche durante la guerra, tutto a spasso!
Non si volta a vedere la cameriera in lacrime. Quel giorno perderà il lavoro, come Natàlia, e mesi dopo scenderà in strada, come Natàlia, con in mano una cesta di vimini e una bottiglia, regalo per i suoi tre bambini fiaccati dalla guerra. Andrà dritta dal droghiere: acido muriatico. Stavolta, però, non ci sarà il droghiere delle vecce a parlarle, a offrirle una vita tranquilla e sicura.
Finalmente il colombo è tornato a casa, tra la paglia e gli escrementi, gli occhi iridescenti color malva e cangianti verde mela. Lei non si è mossa, non ha sceso i gradini di logora graniglia. Possibile che sia ancora lì? Sì, la pazza, la serpe. Sta infilando la mano sotto il petto dei suoi colombi. Loro fanno cenno di beccarla, arruffano le piume, svolazzano. Afferra un uovo, poi un altro. Un cappuccino febbricitante allunga la testa in avanti, apre il becco, prova a prenderla. Niente, lei è più forte, più ostinata. Scuote le uova, le sbatte, le agita con forza, le rimette a posto.
Ed ecco, in un angolo dimenticato, il suo, di uovo. Pure lei l’ha scorto, in mezzo alle piume che cadono, nel grugare dei colombacci, le grida dei pennuti. Si avventa sul povero uovo, su quella scorza ancora calda che profuma di vita. Occhiaie, rughe di fame: sembra un fantasma. Ma i fantasmi non uccidono le uova. Il braccio fine e la mano screpolata si precipitano su quel pulcino non ancora nato, gli percuotono la testa contro il guscio. Marcirà pure lui, immobile, in mezzo al nido di sparto.
Il colombo si fa in avanti, guizza dalla botola, la colpisce, nulla può. E allora di nuovo via, affranto, folle di dolore. Su, colombo, vola, colombo… Con la faccia come una macchia bianca sul nero del lutto… Su, colombo, ché dietro di te c’è tutta la pena del mondo. Vola, vola, con gli occhietti tondi e il becco con sopra i buchi del naso.
Sopra Gràcia, sulle case basse. Sopra plaça del Sol, con le fucilazioni nella guerra civile, la chiassosa movida di oggi. Non vede niente, cieco dal dolore, non sente nulla, sordo per l’angoscia. S’inclina, smarrito, si confonde, sbatte contro il campanile di plaça de la Vila, prima di Rius i Taulet. L’ala si spezza in alto, su un lato della torre progettata da Rovira, vicino all’orologio di Albert Billeter, proprio sotto la Marieta, la mitica campana che in quei sette giorni dell’aprile 1870, durante la rivolta de les Quintes, la popolana Herbetes de Montserrat aveva suonato notte e giorno per incitare la sua gente, le madri e le mogli, a opporsi al generale spagnolo Eugenio de Gaminde y Lafont. A non lasciare che i loro cari morissero in una guerra estranea. Erano stati bombardati, dopo, erano morti in molti, come ora. La campana azzittita e distrutta, i palazzi sventrati, gli insorti lasciati per strada, con l’asfalto a mo’ di bara.
Sofferente, il colombo torna indietro, passa ancora per carrer del Montseny, attirato da una calamita di morte, verso casa, ma perché? E allora ancora via… Sfiora stordito l’angelo modernista di Can Pardal, quindi si lancia nel vuoto, nella trama di viuzze. Terol, Or, Jaén, Topazi, Verdi, Robí, Guilleries, Perla, Astúries…
Diamant, plaça del Diamant, dove tutto era cominciato. La banda suonava, i festoni variopinti coloravano palazzi e lampioni, la siepe di asparagina faceva da ringhiera attorno alla pedana, addobbata di fiori di carta: ritmi e confusione, allegria e spensieratezza che da lì si ripetono ed espandono ancora oggi, a quasi duecento anni dal primo accordo, subito dopo ferragosto.
A plaça del Diamant il giovane ridanciano con gli occhi da scimmietta e la camicia bianca a righine blu, Quimet, aveva invitato la schiva commessa Natàlia a ballare. Una canzonetta, poi un’altra, e un’altra ancora. Vorticano volti, scarpe della festa, colombi. Bambini, bottiglie, vecce, risate acute, occhi iridescenti, spille, cappellini.
Un volto di ragazza nella folla giuliva: Mercè Rodoreda, adolescente triste perché i suoi le proibiscono di partecipare alle danze. Per questo nell’esilio di Ginevra, nei primi anni Sessanta, tornerà con la piuma alla piazza e alla storia d’amore e oppressione.
Pure Natàlia, ormai moglie del droghiere delle vecce, tornerà alla piazza, una cassa svuotata, fatta di tante cose vecchie con il cielo per coperchio. In mezzo a quel coperchio vedrà volare ancora delle piccole ombre, e le pareti delle case si allungheranno verso l’alto, cominceranno a piegarsi l’una contro l’altra e il buco del coperchio si stringerà sempre più a formare una sorta di imbuto.
Un vento di tempesta inizierà allora a vorticare in quell’imbuto di dolore e ricordi finché finalmente Natàlia esploderà in un grido di inferno.
Ma non ci pensare ora. Un’ultima corranda, su, Colometa, Colombella, un ultimo volteggio, un ultimo sorriso.
Volteggia Natàlia raggiante, volteggia Quimet spaccone, con la camicia bianca.
Volteggia il colombo morto.
Cade a terra.
Lì, a plaça del Diamant, colpito da una fionda, dove sorgerà la statua di Xavier Medina Campeny, bruna come le piume dei piccioni cappuccini, imprigionata nella lava della disperazione, còlta in quell’urlo straziante che scaccerà finalmente via da sé colombi e morte, balli e miseria.

Il grande giorno, Jack Ritchie

Il-grande-giorno-Jack-Ritchie.png

TITOLO: Il grande giorno

AUTORE: Jack Ritchie

EDITORE: Marcos Y Marcos   PAGINE: 240   PREZZO: 18,00

 

Dal maestro del noir più amato da Alfred Hitchcock, quattordici storie dal meccanismo perfetto e senza una parola di troppo.
 

Fred dice che cento la settimana è abbastanza onesto, e si può anche vederla così. Non che sia in grado di provare alcunché. Non c’è nulla che dimostri che l’ho assoldato, e in realtà non l’ho fatto. Forse dovrei smettere di pagare, ma non posso correre rischi. Non si sa mai, con questi ubriaconi. E comunque sia, è pur sempre il denaro di Fay.

Han detto di lui che avrebbe potuto scrivere I miserabili in due paragrafi, perché l’arte della sintesi è una sua grande virtù.
Hitchcock lo amava per questo, e per l’eleganza con cui ti avvince subito e ti spiazza sempre.
Gli bastano pochi tratti per far vivere un personaggio; due frasi per catapultarti nella storia.
Assassini per caso, killer professionisti, studentesse, cuochi, scrittrici, alcolizzati, cassiere, detective, ereditiere, maggiordomi e gigolò ci attirano in case confortevoli, nella cella di un carcere, in una tenuta di campagna, al tavolo di un locale o in vicoli bui, dove c’è stata una vittima, ci sarà presto, o magari non ci sarà.
Ben non sa usare la pistola e chi gliela mette in mano se ne pentirà; fare jogging lungo la scogliera è salutare solo se tua moglie ti vuol bene.
Mentire sul suo piatto preferito può salvare la vita a un condannato a morte, e il sesso con un altro non è la forma più pericolosa di infedeltà.
E se la cassiera uccisa durante una rapina tornasse al mondo con l’unico scopo di redimere il suo assassino? E se il cugino dato per morto, unico erede del castello, ti rubasse le sigarette dal cassetto per farti capire che tanto morto non è?
Nei racconti di Jack Ritchie non ci sono eroi, e il male è sempre relativo: prontezza di spirito, intuito, freddezza e una buona dose di cinismo sono armi vincenti nel gioco delle parti di una possibile realtà.

Non è un caso che Anthony Boucher, celebro e severo recensore di gialli del San Francisco Chronicle, abbia detto che in lui "brilla l'arte lapidaria del racconto".
Angelo Molica Franco, Il venerdì

I diari della Kolyma, Jacek Hugo Bader

260-KOLYMA-COVER.png

TITOLO: I diari della Kolyma

AUTORE: Jacek Hugo Bader   TRADUZIONE: Marco Vanchetti

EDITORE: Keller   PAGINE: 352  PREZZO: 18,00

 

Dall’autore del premiato Febbre bianca (traduzione Marzena Borejczuk, Keller) arriva I diari della Kolyma, viaggio in una delle ultime badland rimaste al mondo, un luogo pieno di fantasmi, gulag e sopravvissuti, radunatisi tutti – sembra – lungo i 2000 chilometri dell’autostrada della Kolyma. Bader ascolta e ci riporta gli incantevoli, talvolta devastanti, racconti che hanno condotto i suoi “compagni di viaggio” in questa terra “benedetta”.
Si tratta di un libro sui discendenti dei prigionieri che riescono a malapena a vivere, dei truffatori, dei veterani, dei commercianti di ferro, dei politici corrotti e della criminalità organizzata…
Le storie narrano di figli dati via, di mariti che ricompaiono dopo decenni, di studiosi che ora sopravvivono andando alla ricerca di funghi e bacche, di scultori che raccolgono le teste sparse delle statue di Lenin, di minatori che scavano nelle fosse comuni cercando oro e di tutti i tossicodipendenti, i condannati, gli eroi decaduti e anche degli sportivi che, in fuga da tutto, finiscono nella regione più remota della Russia e forse del mondo…

Uno dei libri di viaggio più memorabili che abbia letto, con storie a volte esilaranti e a volte quasi insopportabilmente tristi, storie di morte, coraggio, crudeltà e vodka. Jacek Hugo-Bader ha viaggiato in alcune delle più strane e più remote propaggini della Siberia, ma quello che ha riportato sono storie dei confini più remoti dello spirito umano. Magnifico! 
Andrew Brown THE GUARDIAN

Manuale di sopravvivenza per bambini invisibili, di Luca Martini

martini_cover2.jpg

TITOLO: Manuale di sopravvivenza per bambini invisibili

AUTORE: Luca Martini

EDITORE: Italic&Pequod   PAGINE: 140  PREZZO: 15,00

 

Ci sono momenti nella vita di tutti in cui ci si sente invisibili, o si vorrebbe diventarlo per evitare di star male e smettere di aver paura. Attimi dell’esistenza delle persone fotografati controluce da Luca Martini che, in questi quindici racconti, narra di assenze, di solitudini, di cambi di rotta e manutenzione di piccole felicità malmesse. Un libro duro e commovente, che raccoglie istantanee in cui i protagonisti sono i bambini, a volte sovraesposti per il troppo amore, altre sfuocati per la troppa distanza, altre ancora assenti del tutto dall’inquadratura, come immortalati in momenti sempre sbagliati in cui si dovrebbe correre e si ha invece solo la forza di rimanere fermi, in attesa di un qualsiasi gesto d’affetto che ci faccia sentire veri e reali.
Un gesto di speranza. Un manuale necessario, questo, per sopravvivere al dolore di crescere, alla paura di diventare grandi e al doloroso distacco da quel candore innocente che ogni bambino, nel passaggio all’età adulta, deve per forza lasciarsi alle spalle.

“I racconti di Luca Martini sono di una agghiacciante bellezza.”
(Gianluca Morozzi)

“Tutti i personaggi di questi racconti cercano una svolta che cambi per sempre la loro vita. Ed è in questo attimo di buio che nascono i racconti di Luca Martini, nel confronto col passato che torna all’improvviso nello strappo dell’abbandono o del passaggio all’età adulta.”
(Giusi Marchetta)

Non risponde mai nessuno, di Simone Ghelli

Non-risponde-mai-nessuno-cover.jpg

TITOLO: Non risponde mai nessuno

AUTORE: Simone Ghelli

EDITORE: Miraggi Edizioni    PAGINE: 128   PREZZO: 12,00

 

Cosa succede all’essere umano quando, messo ai margini della società, prende coscienza dell’irreversibilità del suo stato? Dopo Voi, onesti
farabutti, Simone Ghelli torna a parlare di abbandono e resistenza quotidiana in una chiave più intima e privata, dando voce a dieci esseri umani, eroi in minore che, con dignità e fierezza, condivideranno le loro storie, lasciando a noi lettori la scelta di scoprire le loro “chiamate
mai risposte”.
La prosa di Ghelli, con il suo andamento piano e sapido, riesce a scavare dentro ognuno di noi estraendone sensazioni e ricordi che non abbiamo vissuto, ma ci si presentano vivi come e più dei nostri. I personaggi e le situazioni le conosciamo già, in qualche modo ci hanno toccato, che sia un parente “particolare”, una vecchia casa di famiglia che cade a pezzi sui ricordi che vi sono racchiusi, una difficoltà quotidiana o di relazione, un animale domestico sofferente per cui “bisogna” fare qualcosa, e così via. Ci troviamo coinvolti con delicatezza, ma senza riguardi. Ci si commuove e ci si arrabbia, si resta anche frustrati.
Si resiste, appunto. Si reagisce. Siamo noi, e sono così quelli che ci circondano. O meglio potremmo essere noi, come ci piacerebbe riuscire a essere, almeno a volte.

Il vizio di smettere e l’attimo straziante della sincerità

oertico.png

TITOLO: Il vizio di smettere

AUTORE: Michele Orti Manara     

ILLUSTRAZIONI: Francesca Protopapa    

EDITORE: Racconti Edizioni   PAGINE: 170   PREZZO: 14,00

 

Esce oggi 22 Marzo 2018, per Racconti Edizioni Il Vizio di Smettere, di Michele Orti Manara, il secondo titolo italiano della casa editrice romana.

Andrea Cafarella ha letto il libro per Cattedrale, che vi propone la sua recensione.

 

È che quando racconti qualcosa, diceva, per certi versi stai già mentendo, e se menti per certi versi è come se non esistessi neanche, e il tuo racconto fosse, che ne so, il sogno di un fantasma. Perfino quando racconti qualcosa di te, come fai a essere sicuro di aver detto la verità, come verifichi che il racconto sia una cronaca fedele di quel che è successo, e non una specie di bugia bianca, o almeno non tanto sporca?
da «Piccole cose con le zampe»

 

Quando ho letto per la prima volta Michele Orti Manara già sapevo che sarebbe uscito questo libro: Il vizio di smettere (Racconti edizioni, 2018). Lo aspettavo.
Le informazioni che girano tra gli addetti ai lavori, a volte, sembrano voci di corridoio clandestine, come sussurri carcerari dopo l’ora del coprifuoco. E sono quelle voci ad appassionarmi. Perché gli editori custodiscono i propri assi nella manica come il segreto delle sorprese più attese. Come quando prepariamo un regalo speciale per una persona vicina e vorremmo dirglielo, ma proviamo a non farlo per non rovinargli l’effetto-sorpresa, anche se, lo sappiamo: ce lo si legge in faccia. Glielo si leggeva in faccia a Emanuele e a Stefano. Questo libro è un dono e questo Michele Orti Manara è lo scrittore che quelli di Racconti edizioni stavano aspettando: un vero scrittore di racconti. La misura breve gli calza a pennello, come un vestito sgualcito, comodo, vintage (diremmo oggi). Orti Manara manipola la forma breve con grande mestiere; ci si tuffa come un palombaro e s’intrufola nei suoi cunicoli come uno speleologo. Contemporaneamente, però, mantiene il distacco emotivo dell’artigiano, modella i tempi e gli spazi seguendo le pieghe della materia, senza forzarne le curve ma agendo in armonia con la storia, con quella sua «specie di bugia bianca» che altro non è che «il sogno di un fantasma», la spaventosa e profonda Verità.

Il modo in cui Orti Manara costruisce le sue storie si basa su un esercizio di credibilità e di verificazione (nel senso di «rendere vero») della menzogna. Si basa sulla forza del tanto millantato patto col lettore, vale a dire: credere al racconto di quello che è accaduto – per quanto bizzarro e irreale possa sembrare – cercando di entrare nell’universo in cui si svolge la narrazione e, rispettandone le regole, comprendere il significato profondo della storia. Tutto ciò in un rapporto di reciproco convincimento. Per dare la possibilità a chi legge di stringere il suddetto, lo scrittore dev’essere estremamente rigoroso nella costruzione del suo «mondo fittizio» e delle regole che lo caratterizzano. Alcuni autori, diversamente, si basano su fonti storiche sulle quali poggiare la credibilità della loro storia, oppure autobiografiche, o ancora su un sistema linguistico in grado di alterare le regole e sostituirle con le proprie. Quello di Orti Manara è forse il modus più tradizionale di costruire storie. E, da un certo punto di vista, il più difficile ed elaborato. Gli aspetti tecnici fondamentali, a mio modo di vedere, perché funzioni questo tipo di costruzione della fabula, sono tre: Stile, Voce e Sincerità. Sempre loro, sempre i soliti. Che per Orti Manara sono tutto l’opposto che ignoti. Spiccano.
Mi spiego: lo stile non è altro che il complesso apparato di scelte espressive che pertengono a un’opera. Dalla struttura, alle tematiche trattate, ai punti di vista e come essi si legano tra loro, fino al linguaggio e ai linguaggi e alla materia che vanno plasmando in un unicum di singole scelte, che risulti più o meno omogeneo e compatto. Il vizio di smettere ha una conformazione stilistica forte e armonica. Si muove su piani molto diversi e su argomenti e mondi molto distanti, eppure possiede una struttura solida, che segue una direzione precisa. Andiamo da racconti di un verismo spiccato, a storie oniriche e surreali, fino addirittura a incontrare una sorta di Gesù Cristo del nuovo millennio legato al cielo da nervi senza fine; poco più avanti leggiamo l’analisi lucida, molto ironica, di un uomo e del suo rapporto con il gatto, definitivamente umanizzato, evidentemente utilizzato a simbolo di un’ipotetica compagna, all’interno della coppia ideale formatasi tra i due. Ancora: la raccolta inizia con una nascita: una maternità/paternità e le difficoltà, le ansie (le ossessioni? a questo arriveremo più in là...) che ne conseguono; e verso la fine troviamo la senilità di una vecchina «svitata» che perturba la notte tranquilla del ragazzo che ci racconta la storia. C’è un percorso, anche se non c’è una meta cui protendere. Ogni passo tiene conto di quelli già fatti e di quelli che ancora mancano. E lo notiamo quando il figlio della vecchina di cui sopra, nel racconto che ha per titolo «Vera», chiede al ragazzo protagonista: «Vuoi una sigaretta?». Esattamente come abbiamo già visto fare al padre in «Quello che non sono riuscito a scrivere». Ed è questo «il segnale» – ormai lo sappiamo – di quell’istante preciso, presente, quel prezioso, essenziale «incantesimo di breve durata» che lega tutti i racconti di Orti Manara: l’attimo di sospensione che squarcia il reale.
E se lo Stile è la tara, sostanziale, per guardare a questo libro, esso risulta inscindibile dalla Voce. Il suono della prosa. Il motivo per cui riconosciamo un autore quando leggiamo una sua pagina. La voce di Orti Manara ha un tono asciutto, secco, sicuro di sé. Vario, ogni racconto trova un suo tono, diverso dagli altri, ma comunque riconoscibile. Il suo pregio è la grande consapevolezza: un controllo estremamente lucido della lingua, delle sue parole, dei suoi periodi. Orti Manara non si lascia prendere da lirismi barocchi, eppure sa far librare in volo la sua lingua fino al momento perturbante della poesia, che tutto illumina. In questo senso non posso che rimandare alla lettura di «Agnese», un racconto senza punti, se non i tre che aprono e i tre che chiudono lo sproloquio da bar di cui si confà. Un testo molto tecnico, difficile, reso con un’intensità tagliente, crudele e sincera, che non lascia scampo.

Infine, il terzo aspetto cardinale: la Sincerità.
«Nulla è più meditato della sincerità degli scrittori» scriveva André Gide. Ed è vero: Stile e Voce sono gli strumenti grazie ai quali vestire la verità con l’abito della festa, fatto di piccole «bugie bianche» cucite tra loro: un vestito appariscente, sensuale, che ci fa venire voglia di strapparlo con violenza o sfilarlo delicatamente per guardare e toccare finalmente il corpo nudo della Verità.
E in fondo è proprio questo che cerchiamo nei libri: un brandello, un attimo di sincerità, un istante di comprensione ulteriore. E cerchiamo la nostra verità in quella altrui, per immedesimazione. La catarsi: questo cerchiamo.

«Sono [...] stanco di quel che mi succede, di quel che non mi succede, stanco dell’antico teatro romano in mezzo alla piazza che attraverso tornando a casa, acquattato come un animale che ti fa la posta da centinaia d’anni e che ti osserva con tutti quegli archi, stanco di questa città, e di me, e di tutto» (da «Sulla colonna»).

Chi ci parla in questo libro è Michele, in persona, sentiamo la sua carne viva in queste parole sanguinolente, tristi, definitive. Questo è il tipo di sincerità che pervade tutto il libro. Come quando, attraverso l’io narrante di «I tacchi sul pavimento» chiude il racconto chiedendosi, strappando palesemente il piano narrativo: «E allora, mi dissi guardando prima il cielo e poi la punta delle mie scarpe, cosa corri dietro alle stelle a fare?». Oppure quando, per tramite dell’assassino de «La missione», che nel momento fatidico si blocca e «che sto facendo?, si chiede, e la domanda gli risuona in testa come un diapason a cui si accordano altre domande uguali a quella, ma poste in momenti del passato e del futuro insieme».

Lasciate stare gli ossessi

Riflettendo su come scrivere questo pezzo mi sono venuti in mente degli autori. Sono tutti giovani scrittori esordienti (o quasi) italiani. Tutti lavorano nel mondo dei libri, con ruoli «marginali» ma sostantivi, concreti, effettivi. C’è chi fa il libraio, chi aiuta come consulente nella casa editrice che ha fondato con amici e colleghi, chi fa il social media manager per un’importante editore nazionale (come il nostro Orti Manara). Lettori eccezionali, appassionati esploratori delle lettere. Ho avuto il piacere di incontrarli personalmente, in diverse occasioni. Parlano sempre di libri. Sono i classici tipi di cui si dice: «lui ha letto tutto».  Eppure non è solo questo: vivono la letteratura come un’esperienza: un percorso di accrescimento dell’anima, una pratica magica, un atto esoterico. In sostanza: sanno leggere. Sono veri intellettuali, nel senso latino del termine: tutto ciò che concerne l’intelletto come attività teoretica di conoscimento del sé.
E lo dimostra quella che è, a mio parere, l’unica (escludendo la grande consapevolezza tecnica e stilistica, ché pure sarebbe un dato interessante)  caratteristica che i loro libri hanno in comune: l’ossessione. Perché chi lavora con la propria anima, chi «fa qualcosa» è sempre una persona ossessionata. Me lo ha ricordato uno di loro, oggi, davanti a una birra. E ce lo dice benissimo anche Michele Mari, nel suo incredibile e definitivo I demoni e la pasta sfoglia (Il Saggiatore, 2017), che si fonda proprio sull’idea che la Letteratura – con la maiuscola – corrisponda all’ossessione e infatti inizia proprio così: «Céline, Gadda, Gombrowicz, Kafka, Borges, Conrad, Canetti, Manganelli, Perutz, Melville, Landolfi, Maupassant: molti dei nostri scrittori sono degli ossessi». E allora non conta che i loro personaggi siano ossessionati dai serpenti, dagli alieni, dalla voragine che hanno al posto del cuore, dai misteri nascosti nelle profondità del sottosuolo o semplicemente da se stessi. Quel che conta è l’Ossessione, sentire l’ossessione, vivere l’ossessione e raccontare l’ossessione.
Credo che oggi, più che mai, in Italia, sarebbe importante ascoltare queste voci e capire cosa hanno da dire. Sia perché sono l’espressione – forse la più alta ed eterna – di un disagio generazionale contingente e attuale. Sia perché sono uomini e donne che riescono a conciliare una vita «normale» con una passione (chiaro: un’ossessione) insensata, che richiede una dedizione totale. Una passione così forte che a volte bisogna nasconderla. Una passione che è un esempio bellissimo e concreto di controcultura, di ribellione ai dettami di questa nostra società. Società che chiede agli scrittori una standardizzazione del lavoro che possa rispettare i tempi ciclici del mercato, imponendo la pubblicazione di obbrobri, spreco inutile di carta preziosa e spazio e un mostruoso accumulo di polvere. Una società che non concepisce il valore della riflessione, dell’attesa, della lentezza.
E allora forse dovremmo leggerli questi giovani autori esordienti, estremamente consapevoli, in grado di darci un esempio virtuoso, una possibilità per il destino di pensatori, scrittori, poeti... Però, ripensandoci, forse – e penso che alla fin fine è questo ciò che loro vorrebbero davvero – dovremmo lasciarli in pace, leggerli più in là, quando saremo pronti a guardare nei loro sogni distorti, difficili da capire, mistici, profondi, disperati, strazianti. E attraverso i loro incubi rivedere le nostre manie, rileggere il mondo che abbiamo attorno. Probabilmente sarebbe meglio se li leggessimo quando, finalmente, saremo pronti a sbattere la faccia ossessivamente contro il portellone chiuso di un’astronave, oppure a solcare i mari, statue immobili, al posto di una bellissima polena senza senso e senza scopo. Per poi inabissarci, in una solitudine eterna. E a posto così.

 

Faccio quasi solo tre sogni, sempre gli stessi, ho detto io. In uno sbatto di continuo la faccia contro il portellone di un’astronave aliena da cui non riesco a uscire; in un altro sono una di quelle statue sul davanti delle navi, e la nave su cui sono io si sta inabissando; nel terzo sono uno di quei filosofi, tipo eremiti, hai presente? Quelli che vivevano sopra una colonna senza scendere mai. E quindi nel sogno sono lì, sopra la mia colonna, larga abbastanza da starci disteso. In tutti e tre i sogni però sono inspiegabilmente molto felice.
O mangi pesante o sei molto ansioso, mi ha detto lei. Forse tutte e due le cose, ho risposto.
O forse – ma questo a lei non l’ho detto – forse i sogni vogliono solo farmi capire che farei meglio a starmene da solo.
E a posto così.
(da «Sulla colonna»)

 

Birdwatching notturno, di Sherman Alexie

danze.jpg

TITOLO: Danze di guerra

Autore: Sherman Alexie  Traduzione: Laura Gazzarrini

EDITORE: NN editore   PAGINE: 208   PREZZO: 18,00

 

Al centro dei racconti e delle poesie di Danze di guerra ci sono uomini che, di fronte a una scelta che cambierà le loro vite, cercano la propria strada e una risposta alle paure dell’infanzia o ai dilemmi della maturità. Ogni storia parte da un errore, da un rimpianto o da un conflitto: un padre di famiglia che per legittima difesa uccide un giovane ladro, un figlio che ricorda con dolcezza e rancore il padre morto alcolizzato, un marito incapace di provare ancora desiderio per la bellissima moglie.
Con una lingua poetica e una disincantata ironia, Sherman Alexie ci consegna un libro costruito come un mosaico, dove ogni tassello illumina il precario equilibrio di un’identità, quella dell’uomo di oggi, che rivela la sua natura sfuggente, insicura anche della propria forza, in costante ricerca di un’assoluzione per la propria dolorosa fragilità.

Cattedrale vi propone Birdwatching notturno, contenuto nella raccolta.
 

Che uccello è quello?

Un barbagianni.

Che uccello era quello?

Un altro barbagianni.

Oh, quello era troppo piccolo e veloce per essere un bar­bagianni. Che cos’era?

Un barbagianni piccolo e veloce.

Una notte, quando avevo sedici anni, ero in macchina con la mia ragazza a Little Falls Flat e questo barbagianni è sceso in picchiata sulla strada, forse a una quindicina di metri da noi, volando dritto verso il parabrezza. Era enorme, grande quanto uno pterodattilo, e la mia ragazza si è messa a gri­dare. E, be’, ho gridato anch’io, perché quella cosa ci stava venendo addosso, ma sai che ho fatto? Ho premuto l’acce­leratore e gli sono andato incontro. E sai perché l’ho fatto?

Perché volevi vedere chi era il pollo fra te e il barbagianni?

Esatto.

   E cos’è successo?

Un secondo prima di scontrarci, il barbagianni ha sbat­tuto le ali, ma appena appena. C’è una parola più giusta di “sbattere”? Qual è la parola che vuol dire “sbattere”, ma uno “sbattere” un po’ più leggero?

Che ne dici di “flettere”?

Ecco sì, perfetto. Allora, come dicevo, proprio quando stava per schiantarsi contro il parabrezza, il barbagianni ha flesso le ali ed è sparito nell’oscurità. Ed è stato veramente incredibile, sai? Io ho inchiodato e sono quasi caduto nel fosso. Io e la mia ragazza siamo rimasti lì al buio con il mo­tore che tic-tic-ticchettava come una specie di bomba, ma una bomba esistenziale, come se stesse dosando il niente in­finito delle nostre vite perché quel barbagianni ci era quasi venuto addosso ma se n’era andato per sempre. E ho detto qualcosa tipo: «È stato magnifico» e la mia ragazza, vuoi sapere che mi ha detto?

Ti ha detto qualcosa tipo: «Ti mollo».

Accidenti, è proprio quello che ha detto. E io le ho chie­sto: «Perché mi molli?». E sai lei che ha risposto?

Ha detto: «Ti mollo perché non sei un barbagianni».

Sì, sì, sì, e sai una cosa? Non ho mai smesso di pensare a lei. Sono passati ventisette anni e ancora mi manca. Come mai?

Fratello, non ti manca lei. Ti manca il barbagianni.