Match Point: il bando del nuovo concorso a tema Ricordi

Ogni grande storia può stare in poche pagine.

Il racconto è una forma intensa ed essenziale che richiede cura e precisione.

Per questo
come Osservatorio dedicato al racconto anche quest’anno Cattedrale è orgoglioso di sostenere
Match POINT 2026, organizzato da
Il Circolo di Londra.

Il tema “Ricordi” si confronta con una materia delicata: la memoria.
Nella forma breve può trovare una forza particolare.

I tre racconti selezionati riceveranno un editing professionale e saranno pubblicati sulla nostra rivista.

£1000 al vincitore + iscrizione al Premio Calvino
£500 ai due runner-up
Premio speciale Mondo Nuovo
Menzione Premio Calvino
Pubblicazioni dei vincitori su Cattedrale

 

Racconti inediti in italiano (max 20.000 caratteri)
Deadline: 14 giugno 2026

 

Siamo pronti a leggere storie brevi capaci di restare a lungo.

Match Point: il primo racconto classificato

Match Point è la chiamata letteraria per racconti inediti scritti in italiano da residenti nel Regno Unito. Superando i tradizionali confini del concorso letterario, il progetto è diventato un laboratorio, un’esplorazione nell’immaginario di una nuova generazione di autori e autrici italofoni ed espatriati. Giunto alla quinta edizione, Match Point è organizzato dalla charity culturale Il Circolo, con il supporto del Consolato Generale d’Italia a Londra e in collaborazione con il programma di scrittura Londra Scrive, con il Premio Calvino e con Cattedrale – Osservatorio sul racconto.

Cattedrale ha il piacere di proporvi i tre racconti finalisti e il vincitore sulle nostre pagine, dove potrete leggere i singoli racconti.

Oggi è arrivato il tempo di presentarvi il primo racconto classificato al concorso: “Lo scambio di villaggi” di Claudia Bedin
QUI potete recuperare il secondo classificato, mentre QUI potete recuperare il terzo racconto classificato.
Buona lettura e buon viaggio!

Claudia Bedin, padovana, vive a Londra da oltre dieci anni e lavora nel settore fintech. Con il racconto Lo scambio di villaggi, vincitore di Match Point 2025, ci porta ai tempi del morente impero sovietico, tra le tensioni etniche in Armenia e Azerbaijan negli anni Ottanta. L’autrice si rifà a un episodio storicamente accaduto e lo ricostruisce con umanità, con l’istinto di una narratrice vera. Ne esce un racconto sfaccettato, narrato con voce insieme sobria e calda, immerso nella luce del recente passato.
Marco Mancassola

Lo scambio di villaggi

di Claudia Bedin

È la mattina della partenza. Lucine cammina nervosa tra una stanza e l’altra, ancora una volta. Sprimaccia i cuscini, aggiunge qualche ultimo oggetto a borse già piene, preparate da settimane. La camera da letto rassettata ha un’aria anonima senza le fotografie, che Lucine ha già messo in valigia insieme alle lenzuola del corredo e agli asciugamani buoni. La macchina da cucire è ancora sul tavolo della sala da pranzo. Finito il giro delle stanze si risiede al tavolo e riprende distratta il rammendo che aveva interrotto. Cerca di tenersi impegnata.
Fino a poco più di un anno prima la vita era semplice. Le piacevano le sue giornate cadenzate, la stanchezza della sera dopo le ore a cucire e a lavorare nei vigneti. Le piaceva quando Shmavon la svegliava entrando sudato nel letto, e si girava a cercarla. Le piaceva sapere che l’anno prossimo sarebbe stato come quello prima, che avrebbero preso una vacca e fatto il formaggio, che aveva un posto nel mondo e che non c’era niente di complicato da capire. Adesso invece non dorme finché Shmavon non rientra dalla ronda. Quando rientra, è troppo stanco per cercarla e lei si addormenta sollevata di sapere che è tornato.
Ci sono eventi che piombano su di te senza preavviso, ti sbattono al suolo e ti schiacciano la faccia nel marciume di una realtà che non conoscevi e che non avresti voluto vedere. Quindici mesi prima al villaggio era arrivata la notizia che a Sumqayit, a neanche due ore di macchina, erano state ammazzate decine di persone. Non morte, ammazzate. Di botte. Nelle loro case, per strada, persone normali di tutte le età, ammazzate così, senza motivo, senza preavviso. Qualcuno aveva deciso che non dovevano più vivere perché erano armeni. La polizia locale razziava le case lasciate vuote. 27 febbraio 1988. Quel giorno aveva cambiato tutto. Dopo tre giorni le autorità sovietiche erano intervenute e avevano riportato la calma a manganellate. La notizia era corsa veloce tra i paesi della zona, più veloce dei notiziari alla radio. Al paese di Lucine si erano improvvisate riunioni, si era pianto, ci si era ripromessi di fargliela pagare. Gli uomini si erano organizzati in squadre armate che a turno pattugliavano le strade, e le donne avevano preparato le valigie.
Lucine respira, ferma la macchina da cucire, tende la stoffa e ispeziona i punti ordinati sul tessuto. Con un gesto automatico alza il piedino premistoffa, riposiziona il tessuto, abbassa il piedino e riprende il lavoro, la mano sicura e la mente più calma. L’automobile c’è, la presta il cugino Grigor che arriverà da Baku prima di sera.
Finito il rammendo mette una maglia ed esce di casa, chiudendo dietro la porta la pila di ansia, scatole e borse. Sceglie la strada che dalla sua casa scende sinuosa verso i vigneti, allontanandosi dal paese. L’accompagnano i richiami dei merli. Non le va di parlare con nessuno, vuole viversi le ultime ore a tu per tu con le colline, senza distrazioni. Tanto i compaesani che ancora non sono partiti li ritroverà quasi tutti dall’altra parte; le colline invece le mancheranno da morire. Lei ci è nata tra questi vigneti, e così sua madre e la madre di sua madre. Le sue gambe conoscono tutti i sentieri e i suoi occhi i profili delle colline, l’odore dell’erba bagnata sa di casa. Non conosce altri posti e non le interessa conoscerli, tutto quello che ama è già qui. 
Due figure che da lontano risalgono la stessa strada interrompono il flusso malinconico dei suoi pensieri – Lucine riconosce Avag, uno degli uomini più influenti del villaggio, con l’amico Veysal. Prima che si accorgano di lei cambia bruscamente direzione e prosegue la sua camminata dentro il vigneto più vicino. Non le va di parlare con nessuno, vorrebbe solo piangere. 

Veysal accompagna Avag all’appuntamento telefonico settimanale con Samir. Arrivati all’ufficio postale tolgono i cappelli ed entrano strofinando i piedi. Non c’è nessuno in coda per il telefono, normale, lo sanno tutti che a quest’ora serve ad Avag. Il numero da comporre è lunghissimo e c’è da attendere qualche minuto al centralino.
“Ufficio postale di Kyzyl-Shafag, Repubblica Socialista Sovietica Armena, estensione 5478”.
Parlano azero.
“Avag, gliel’hai detto che si portino dei vestiti pesanti? Arrivano qui e si lamentano che fa freddo. Ma non lo sanno che fa freddo?” chiede la voce infastidita di Samir.
“Ne abbiamo già parlato, sì che lo sanno. Lo sanno ma non lo capiscono veramente, perché non fa mai freddo qui. Alcuni non ce li hanno neanche i vestiti pesanti. Di’ ai tuoi che ci lascino dei cappotti, tanto qui a Kerkenj non servono. Così chi arriva leggero può prendersi qualcosa.”

“Ah! Anche i cappotti vuole questo. Ma secondo te lo decido io cosa si portano dietro?”

“…”
“Va be’, vedo se si può organizzare una raccolta di vestiti invernali.”
Affrontano faccende pratiche, problemi logistici, si aggiornano sulle partenze delle famiglie dei rispettivi villaggi. Riportano le rimostranze dei compaesani quando ce ne sono, per evitare che litighino tra loro. Non discutono mai di politica e non nominano mai i rancori tra i loro popoli. Non si piacciono.
Veysal osserva Avag parlare al telefono e gli invidia la calma e il carisma. Lo ha sempre ammirato, fin da quando erano ragazzi. Anche allora Avag era diverso, più serio, più intelligente degli altri, aveva sempre mille idee e la determinazione di metterle in pratica. Gli altri lo rispettavano, ma non lo capivano; era perciò fondamentalmente solo. I suoi insegnanti avevano insistito perché la famiglia lo mandasse all'università, così a diciott’anni se n’era andato a Baku a studiare economia.
Era il 1981 e la tensione tra azeri e armeni non era ancora mutata in violenza, anche se a Baku c’erano quartieri che uno studente armeno faceva meglio a evitare. Ad Avag era capitato di essere insultato e minacciato per strada, ma non se ne preoccupava. Era entusiasta della nuova libertà, inebriato dalla vivacità intellettuale dell’ambiente universitario, così diverso dalla monotonia della campagna. Aveva lasciato crescere i capelli e preso a imitare il comportamento “urbano” degli studenti di Baku. Passava le serate a discutere nei bar, fumando sigarette ucraine Prima una dopo l’altra, imparando dagli altri studenti nozioni disparate di dinamica dei fluidi, linguistica generativa, psicologia cognitiva. Discuteva di letteratura, economia, e, nei posti giusti, anche di politica.
Aveva preso a frequentare il club del libro della facoltà di filosofia. Ci andava per scambiare idee sui libri letti e per sentirsi importante proponendo riflessioni che pensava originali e argute, ma soprattutto perché lì ci si passava manoscritti proibiti, si ascoltava la radio, e si sussurravano notizie che non circolavano nei canali ufficiali dell’università. Era lì che aveva saputo che una certa studentessa che distribuiva un giornale clandestino, e che non si vedeva più in giro, era stata ricoverata in un ospedale psichiatrico perché “incapace di intendere e di volere”; e che quel professore un po’ polemico che non si era più presentato a lezione sembrava essere finito a fare l’operaio. Era lì che aveva conosciuto Leyla, ed erano diventati grandi amici. Si vedevano spesso, rimanevano a conversare fino a tardi nell’appartamento che lei aveva in affitto con altri ragazzi azeri. Avevano imparato a fidarsi l’uno dell’altra e all’interno di quelle mura ammuffite si sentivano liberi di essere loro stessi. Si volevano bene perché si assomigliavano; Avag veniva da un villaggio di viticoltori, Leyla da uno di allevatori di bestiame. Entrambi vivevano l’euforia di essere da soli nella grande città, liberi dalle stringhe degli sguardi di una comunità intera che ti conosce e ti giudica, non accetta cambiamenti e guarda con sospetto l’entusiasmo della gioventù. Che lui fosse armeno e lei azera non importava, erano abituati alla lingua e ai costumi l’uno dell’altra: il villaggio armeno di Avag era in Azerbaijan, il villaggio azero di Leyla era in Armenia.

Avag non aveva fretta di tornare al villaggio. Ottenuta la laurea, era riuscito a prolungare la sua permanenza a Baku per altri tre anni di dottorato. Ma quando aveva saputo del massacro di Sumqayit, era corso a casa di Leyla e si erano abbracciati piangendo. Avag aveva intuito che la Storia si era messa in moto e non lo avrebbe lasciato essere un semplice spettatore. Aveva lasciato Baku senza finire il dottorato che all’improvviso gli pareva futile, ed era tornato a casa a occuparsi del suo villaggio. 

Samir riaggancia sbuffando. Quel ragazzo lo irrita e non vede l’ora di concludere questa faccenda per smettere di averci a che fare. Leyla gliene aveva parlato spesso nelle sue lettere da Baku, lo teneva in alta considerazione e passavano insieme una quantità di tempo decisamente inappropriata. Samir temeva di vederselo piombare a casa un giorno per chiedergli la mano di sua figlia e aveva preparato una risposta per ricacciarlo da dove era venuto. Invece Avag se n’era andato da Baku all’improvviso per tornare al suo villaggio, e le lettere di Leyla si erano fatte amare. Era molto preoccupata per la situazione politica dell’Azerbaijan. Gli aveva spiegato che gli animi si stavano scaldando per una regione che gli armeni rivendicavano come propria, ma che apparteneva all’Azerbaijan. Nagorno Karabakh si chiamava. Avrebbe imparato a maledire quel nome.
Samir sfoglia distratto la rendicontazione della fattoria, perso nei suoi pensieri. L’attività è al minimo, quasi tutte le vacche sono state vendute. 
Che brutti mesi. Tempi folli. Le inquietudini di Leyla gli erano sembrate tanto distanti, e poi da un giorno all’altro sui muri di Kalinino, la capitale del suo distretto, erano comparsi manifesti che reclamavano l’annessione del Nagorno Karabakh all’Armenia. Quella regione per lui così irrilevante e lontana faceva ribollire nei suoi vicini armeni una rabbia sepolta e potente. La gente aveva cominciato a manifestare, a marciare, a incattivirsi. Samir si era accorto che l’idea che i popoli sovietici fossero fratelli, con la quale era cresciuto senza mai dubitarne, non era più vera e forse non lo era mai stata. Lì in Armenia gli azeri come lui erano meno fratelli degli altri, e li volevano fuori dal paese. 
Un giorno di settembre, pochi mesi prima, quattro compagni erano andati a Kalinino per l’acquisto mensile del cibo del bestiame per la fattoria collettiva. In città una marcia bloccava la strada principale e la gente gridava: “Mer Karabakh! Mer Karabakh!”, “Il Karabakh è nostro!”. Alcuni tra i manifestanti li avevano riconosciuti. Avevano circondato la macchina, li avevano costretti a scendere, buttati a terra e colpiti con gli stessi bastoni che reggevano cartelli con su scritto: “Fuori gli azeri dall’Armenia”. 
E poi c’era stato quel vecchio ammazzato, sempre a Kalinino. C’era una protesta, un corteo marciava nella via principale gridando: “Turchi, turchi, andatevene dalla nostra terra!”. Parlavano di loro ovviamente, gli azeri. Un anziano signore di nome Karabogaz, azero, aveva perso le staffe e sulle sue gambe incerte aveva gridato improperi ai manifestanti. Questa era anche la sua, di terra. Quelli avevano riso, scagliando tre grosse pietre, e avevano continuato a marciare, lasciandosi alle spalle un corpo riverso dove prima c’era Karabogaz a difendere la sua dignità. Aveva quasi novant’ anni.  
A Kyzyl-Shafag la morte di Karabogaz a due passi da casa aveva reso evidente ciò che fino ad allora si erano tutti affannati a non vedere: che la loro stessa sopravvivenza era in pericolo. Samir aveva riunito i capifamiglia e organizzato i turni per le ronde di difesa del villaggio. Aveva messo insieme un gruppo d’azione e con loro cominciato a cercare un posto sicuro dove trasferire tutta la comunità.  
In Azerbaijan, il villaggio di Avag si era subito messo in allarme dopo il massacro di Sumquavit,. Con l’avanzare dei mesi, l’idea che gli armeni fossero degli intrusi nel paese era stata prima sussurrata, poi discussa, poi sbandierata. Intellettuali e scrittori azeri lo affermavano alla radio e lo scrivevano sui giornali senza vergogna: gli armeni dovevano andarsene. E gli attacchi alle comunità armene che si andavano intensificando – linciaggi nelle città, stupri e razzie nelle campagne – erano episodi esecrabili, certo, ma in fondo, insistendo a non andarsene, gli armeni se la stavano cercando.
Tornato da Baku, Avag si era messo al lavoro. Dopo essersi consultato con il consiglio degli anziani, si era preso il compito di raccogliere volontari e mettere in piedi delle ronde di difesa del villaggio con le poche armi malmesse a disposizione. Di notte lo si vedeva camminare sicuro per le strade del paese con le altre sentinelle. Di giorno discuteva dei piani sul futuro del villaggio, portando la sua pacatezza in riunioni concitate dove la paura e la rabbia confondevano gli animi. Un giorno di novembre alcuni compaesani al lavoro come muratori in una città vicina erano stati attaccati da un gruppo di uomini locali che li avevano sentiti parlare armeno. Se erano scampati a un linciaggio era stato grazie all’intervento dei loro colleghi azeri, che li avevano difesi lasciando loro appena il tempo di raggiungere la macchina e scappare.
Rimanere era pericoloso. Nel corso dell’anno qualche famiglia se n’era andata per raggiungere parenti in Armenia o in Russia, ma il grosso del villaggio se ne stava lì, braccato da un presente incomprensibile e minaccioso. Non sapevano dove andare, l’unica certezza era che non volevano separarsi. Avag avrebbe voluto spostarsi nel sud dell’Armenia dove il clima era favorevole alla viticoltura, di cui erano esperti. Chi aveva parenti laggiù si era informato, avevano visitato potenziali destinazioni, ma non avevano trovato nessun distretto che avesse posto per duecentocinquanta famiglie. E poi un giorno, poco dopo lo scampato linciaggio dei loro muratori, Avag era stato chiamato all’ufficio postale per rispondere a una telefonata. Era Leyla. “Non c’è più posto per noi qui in Armenia, né per voi in Azerbaijan. Ho una proposta che ci metterà tutti al sicuro.” 


Samir sorride tra sé. Un’idea così folle solo a sua figlia poteva venire! Verso Natale Leyla aveva invitato Avag dall’Azerbaijan, quel suo amico armeno che aveva conosciuto all’università, e insieme avevano fatto al consiglio dei capifamiglia la proposta che avrebbe cambiato il destino delle loro comunità: lo scambio di villaggi. Gli abitanti di Kyzyl-Shafag, azeri, si sarebbero trasferiti tutti a Kerkenj, in Azerbaijan, e gli abitanti di Kerkenj, armeni, si sarebbero tutti trasferiti a Kyzyl-Shafag, in Armenia. 

L’automobile di Grigor è carica di borse, valigie e scatole incastrate nel bagagliaio, sui sedili posteriori, ai piedi di Lucine seduta sul sedile del passeggero. Il portapacchi sul tetto è vuoto, per non attirare attenzione. Niente complimenti, chiacchiere, pettegolezzi sui parenti che non vedono da tanto. I saluti tra Lucine e suo cugino Grigor sono frettolosi e pragmatici. Partono in comitiva con altre due famiglie, più per farsi coraggio che per ragioni pratiche – sono d’accordo che se una di loro venisse fermata le altre proseguirebbero il viaggio senza aspettarla. Una volta arrivati a Kyzyl-Shafag, Lucine e Shmavon lasceranno l’automobile a una famiglia azera che la caricherà con gli oggetti di una vita, e rifarà il tragitto al contrario per trasferirsi a Kerkenj. 
L’atto del distacco è così banale, insignificante se paragonato ai mesi strazianti che l’hanno preceduto, e alle sue conseguenze irreversibili. Caricare le valigie, mettere in moto, far scivolare l’automobile su quella strada di paese percorsa centinaia di volte. Gesti sobri, quasi leggeri. Basta notti insonni, basta corse alle armi al rumore di un camion che si avvicina al paese, nel timore che trasporti uomini armati. Basta cucire vestiti per i disperati che arrivano di notte al villaggio, in pigiama, piangendo gli amici che non sono riusciti a fuggire dalle case in fiamme. Partono, ce l’hanno fatta, sono vivi.
Lucine stringe la mano di Shmavon, lo sguardo sul paesaggio che scorre rapido fuori dal finestrino aperto. Allo scompiglio dei loro capelli mossi dal vento si mescolano lacrime di un’angoscia che si scioglie in sollievo. Né la polizia, né il partito né alcuna altra autorità sono intervenuti per proteggerli; Kerkenj è rimasta unita e si è salvata da sola. 

Match Point: il secondo racconto classificato

Match Point è la chiamata letteraria per racconti inediti scritti in italiano da residenti nel Regno Unito. Superando i tradizionali confini del concorso letterario, il progetto è diventato un laboratorio, un’esplorazione nell’immaginario di una nuova generazione di autori e autrici italofoni ed espatriati. Giunto alla quinta edizione, Match Point è organizzato dalla charity culturale Il Circolo, con il supporto del Consolato Generale d’Italia a Londra e in collaborazione con il programma di scrittura Londra Scrive, con il Premio Calvino e con Cattedrale – Osservatorio sul racconto.

Cattedrale ha il piacere di proporvi i tre racconti finalisti e il vincitore sulle nostre pagine, dove potrete leggere i singoli racconti tutti i venerdì, fino al 13 Febbraio.

Oggi vi presentiamo il secondo racconto classificato al concorso: “La vita fragile” di Aquiles MartÍnez.
Mentre QUI potete recuperare il terzo racconto classificato.
Buona lettura e buon viaggio!

Aquiles Martínez vive a Londra dove lavora nel settore delle costruzioni navali. E c’è proprio una nave all’inizio del suo La vita fragile – una nave che ritorna sbucando dalla nebbia, un giovane aristocratico che la osserva da un castello su una collina, un’isola inglese fuori dal tempo. Un racconto in cui l’atmosfera è densa e si può quasi toccare; e ovunque aleggia una sottile energia malinconica. La giuria di Match Point 2025 lo ha premiato senza esitazioni, conferendogli il premio secondo classificato.
Marco Mancassola

La vita fragile

di Aquiles Martínez

 

Poco prima che iniziasse a imbrunire, Lucian Hollow, Conte di Great Auk Island, abbassò il volume della radio, si affacciò alla finestra del suo studio e puntò il binocolo in direzione del mare.
Era una giornata scura d’autunno, uno strato di nebbia fondeva le acque quiete con un cielo di piombo. Ovunque si guardasse sembrava tutto uguale: grigio, solido, immobile. Lucian scrutò paziente l’orizzonte, regolò la messa a fuoco e, dopo alcuni minuti, riconobbe a sud la prua nera e massiccia della MS Revenant che emergeva nella coltre come una bestia di acciaio dal respiro lento.
C’era qualcosa di tetro nella nave. La nebbia che l’avvolgeva riverberava la luce rossa dei fanali mescolata a quella gialla degli oblò. Sembrava portarsi addosso un incendio, e il ponte di coperta, solitamente carico di casse, reti e qualche animale d’allevamento proveniente dalla terraferma, era spoglio. Eppure la rotta era decisa, lo scafo tagliava l’acqua con grazia, e una nuvola pigra si alzava dal fumaiolo: tutto lasciava intuire che fosse in perfette condizioni.
Un uomo con un impermeabile giallo uscì in coperta. Era il vecchio marinaio Morley, con la sua pancia da birra e la barba trascurata. Camminava a capo chino verso prua, reggendosi alla balaustra. Ogni passo sembrava costargli fatica, anche se il mare era calmo come un lago. Giunto alla campana di bordo, afferrò la corda e la suonò a colpi regolari, come fanno i sagrestani nelle chiese. Lucian ovviamente non sentì nulla; la nave era ancora troppo lontana. Ma intuì che non era un richiamo festoso. Se non altro perché, al terzo rintocco, il marinaio Morley si coprì il volto con la mano tozza e il suo corpo massiccio sussultò, come scosso dai singhiozzi.
Lucian abbassò il binocolo e la nave si ridusse a un puntino di luce sfocata. Si passò la mano sulla giacca di pelle nera e premette leggermente sul petto, poi si voltò verso lo studio e lo guardò spaesato, come fosse la prima volta.
Era nato lì, lo stesso giorno in cui sua madre era morta, spezzata dalla gravidanza e dal parto. Allora era la camera da letto padronale, ma Lucian non ricordava né la biancheria d’altri tempi, orlata di merletti, né la toeletta con la bacinella in ceramica, accompagnata da una brocca in peltro. Poco dopo la morte della madre, la stanza era stata riadibita a studio, per cancellare ogni traccia di dolore, e d’allora non era più cambiata. A destra, dietro la scrivania, s’innalzavano le vertiginose librerie in mogano del padre di Lucian, stipate di volumi che profumavano la stanza di carta e di cuoio. Per lo più erano guide ornitologiche, atlanti di zoologia, e innumerevoli trattati di oologia vittoriana, molti dei quali portavano la firma Hollow. Mentre sul lato opposto, incorniciando la porta d’ingresso, c’era un mobile a tutt’altezza con i vinili di Lucian. Ma ciò che dominava la stanza, e che per qualche motivo pareva dolergli di più, era la vetrina a parete, opposta alla finestra. Lunga più di dieci metri e alta quattro, esponeva gusci di uova di tutte le dimensioni e colori, accompagnati da nidi e uccelli impagliati, provenienti da spedizioni negli angoli più remoti del mondo.
Lucian osservò il proprio riflesso nella vetrina e gli parve di essere anche lui una creatura da esposizione. I capelli lunghi e biondi, la pelle quasi trasparente, gli occhi di ghiaccio; i tratti eleganti di un nobile, ma vestito con pantaloni e giacca di pelle di una taglia più grande per nascondere una complessa armatura imbottita, rinforzata con ginocchiere, gomitiere, spalliere e polsiere, fatta su misura per proteggere le ossa fragili che aveva ereditato dalla madre.
I primi rintocchi della MS Revenant s’insinuarono dalla finestra. Lucian sentì le costole tendersi contro l’imbottitura e un brivido gli percorse la schiena. Al quinto colpo, i passi precipitosi di Mrs. Barlow echeggiarono lungo la scala che portava allo studio. E il castello, che fino a un attimo prima sembrava immerso nella quiete, si riempì della sua voce eccitata.
«Lord Hollow! Lord Hollow!» urlava. «Arrivano! Lord Hollow, arrivano!» E poi, dopo aver spalancato la porta dello studio: «Lucian! Sta arrivando Mr. Finch!»
Era tutta contenta, le guance paffute erano arrossate e sudate per la corsa, i riccioli bianchi che le sfuggivano dalla cuffia si erano incollati alle tempie.
«Lo so, Mrs. Barlow» disse Lucian alzando con calma il binocolo.
«E non mi dici niente?» lo ammonì, e si terse il sudore con il dorso di una mano impolverata di farina. «Su! Andiamo, che aspetti lì impalato!»
Lucian finse uno sguardo molto serio.
«Prima di tutto, non dovrebbe rivolgersi a me in questo modo» disse. «Fino a prova contraria, per lei io sono Lord Hallow».
Mrs. Barlow alzò gli occhi al cielo.
«Ancora con questa storia? Come si fa a chiamare “Lord Hallow” uno vestito così? Ah Lucian, se tu non avessi le ossa fragili…» disse minacciandolo con una mano aperta. «Altro che “Lord Hallow”! Ti farei vedere io! Ora su, non ho tempo per i tuoi giochini, andiamo!»
Lucian le andò incontro con un sorriso sornione, scesero insieme le scale, e poco dopo furono fuori dal castello sul sentiero di ghiaia che portava in paese.
C’era un’aria lattiginosa. Il banco di nebbia che precedeva la MS Revenant si stava arrampicando rapidamente sull’isola, nascondendo gli ultimi raggi di sole. Non molto lontano si sentivano i belati tristi delle pecore di Miss White e, da quella stessa direzione, arrivava puzza di bruciato.
Lucian regolò la sua lampada a cherosene e la luce calda, offuscata dalla nebbia, lambì appena il sentiero e gli arbusti colmi di rugiada che lo fiancheggiavano.
«Domani le vado a dire che deve bruciare le sterpaglie da un’altra parte» disse Lucian.
«È inutile. Tanto, finisce che lo rifarà di nuovo» disse Mrs. Barlow.
«E di nuovo le ricorderò che non lo deve fare».
 «Ma che senso ha, Lucian? E poi che ti cambia? Dentro il castello manco si sente».
«Quando c’era mio padre non lo faceva».
«Vorresti dire, quei due mesi all’anno che non era in giro per il mondo…»
«Sì, proprio quelli. Esattamente quelli. E ora che sono io Lord Hallow, Miss White deve fare allo stesso modo ogni giorno che sarò su quest’isola».
«Che sarebbero tutti quanti» disse Mrs. Barlow, con una punta d’ironia.
«Sì, tutti. Tutti!» sentenziò Lucian.
Entrambi rimasero qualche minuto in silenzio, ascoltando i loro passi croccare sulla ghiaia. In fondo al sentiero si vedevano sfocate le finestre accese del pub del paese e, appena oltre, la chiesa in penombra e il faro che gettava il suo cono di luce sul mare.
Mrs. Barlow, sentendo più vicini i rintocchi della MS Revenant, cambiò argomento.
«Ah Lucian, non vedo l’ora!» disse, giungendo le mani al petto. «Sono sei mesi che aspetto questo giorno. Sei mesi esatti, ci puoi credere? Ma non mi stupisce da Mr. Finch, sai quanto ci tiene a essere puntuale... Lo sai che mi scrisse…»
«Una lettera due settimane fa» completò la frase Lucian.
Mrs. Barlow si portò le mani alle guance.
«Te l’ho già detto? Oh mio Dio, dove ho la testa!» disse, arrossendo.
«Solo tredici volte, Mrs. Barlow» rispose Lucian ridendo. «Ma sono pronto a sentirlo per la quattordicesima. Scommetto che mi sarò già dimenticato di qualche particolare fondamentale».
Lei tacque per qualche secondo. Ma non seppe resistere e si mise a raccontare un’altra volta il contenuto della lettera che Mr. Finch le aveva scritto da San Simón de Cocuy, una minuscola località fluviale in Amazzonia, sul triplo confine tra Venezuela, Colombia e Brasile.

Cara Mrs. Barlow,

            Nove giorni fa, appena partiti da Manaus, l’equipaggio della precaria imbarcazione in cui mi trovo pescò da questo fiume torbido una creatura incredibilmente grande. Come può immaginare, fu impossibile non ricordare quel giorno di agosto del ‘29, in cui Lord Hollow, che Dio l’abbia in gloria, si presentò nella vostra cucina con un grongo lungo più di un metro. Lei, me lo ricordo come fosse ieri, non credeva ai propri occhi e le scappò, per lo stupore, una frase volgare totalmente inappropriata, che il piccolo Lucian memorizzò all’istante. Non smise di ripeterla per una settimana, e allora fu solo Lord Hollow a ridere di questo grave inconveniente. Ma a distanza di quasi trentatré anni, credo che una risata ce la possiamo concedere anche noi.

            Vi ricordo con affetto,
Vostro amico,
Mr. Finch.

           PS. Si prenda cura dell’argenteria

La lettera era del 23 giugno, e non di due settimane prima come ricordava Mrs. Barlow, che confondeva il giorno in cui l’aveva ricevuta con quello in cui era stata effettivamente scritta. Nella busta c’era anche una foto che ritraeva Mr. Finch in piedi sulla poppa di una rugginosa imbarcazione fluviale. Aveva il solito volto impaurito, lucido dal caldo, ed era in mezzo a due uomini dell’equipaggio dalla pelle scura che reggevano un pesce enorme. Mrs. Barlow aveva studiato a lungo quella foto e poi l’aveva mostrata più volte a Lucian, facendogli notare piccoli particolari: il fiume nero fiancheggiato dalla vegetazione rigogliosa; le amache colorate che pendevano dai bagli della nave; le squame del pesce, grandi quanto l’orologio di Mr. Finch, verdi come il fango e con i bordi di un rosso vivissimo.
Lucian conosceva ormai a memoria quella lettera, così come tutte le altre che Mr. Finch aveva scritto a Mrs. Barlow durante i numerosi viaggi che, per volere di Lucian, aveva compiuto in giro per il mondo. E sapeva (o almeno così gli riferiva Mrs. Barlow) che altrettante ne erano state inviate a tutte le famiglie di Great Auk Island.
Mr. Finch era un uomo d’altri tempi, e ci teneva molto a coltivare rapporti cordiali. Non tanto per trarne vantaggi personali, quanto per il bene della famiglia Hollow, che ora, sull’orlo dell’estinzione, si era ridotta a Lucian. Infatti scriveva sempre quelle postille per assicurarsi che l’argenteria fosse in ordine, che il latte arrivasse ogni mattina al castello, che il marinaio Morley non si dimenticasse le provviste nel porto di Mistford, che Miss White non facesse pascolare le pecore nei giardini del castello, e così via.
In ogni caso, le sue lettere erano diventate un successo a Great Auk Island. Tutti i quarantasei abitanti, persino i bambini, le aspettavano con impazienza, e si raccontavano a vicenda i brani più curiosi, mai ripetuti e sempre accompagnati da fotografie. Mettevano insieme le storie e ricostruivano i percorsi di Mr. Finch, segnandoli su una grande carta geografica appesa al muro del pub che il marinaio Morley aveva comprato appositamente a Mistford.
Lucian, però, credeva che le uniche righe sincere, in cui davvero traspariva il carattere di Mr. Finch, fossero quelle indirizzate al “Conte Hollow”, che non raccontavano aneddoti esotici o teneri ricordi, ma solo resoconti minuziosi, privi di ogni intento epico. Più o meno quello che si poteva leggere in qualsiasi diario di cinque generazioni di Conti Hollow: dove, come e quando aveva catturato uccelli, trovato nidi e raccolto uova; che posti intendeva visitare nei prossimi giorni ed eventuali imprevisti sulla serrata tabella di marcia; quanto aveva speso per il trasporto, il vitto, l’alloggio e “altre spese” che Mr. Finch non dettagliava per decoro ma che Lucian sapeva servivano a oliare le dogane. E poi, naturalmente, decine e decine di fotografie di gusci d’uova, immortalati con rigore scientifico, destinati a tornare sull’isola stipati in un grosso baule metallico che viaggiava in nave insieme a Mr. Finch.
«Mi ricordo la prima volta che gli ordinai di partire» disse Lucian, quando furono vicini al paese. «Altro che spirito avventuriero! Sembrava sul punto di piangere».
«Povera creatura» disse Mrs. Barlow, scuotendo la testa.
«Fosse per lui, passerebbe il resto dei suoi giorni a lucidare l’argenteria».
«Quanto si fermerà questa volta?» chiese lei, timorosa.
«Un paio di settimane, massimo tre».
Mrs. Barlow sospirò. «Oh Lucian, lascialo stare almeno un mese. Fallo per me, figliolo»
«Lei sa bene, Mrs. Barlow, che se la mia salute me lo permettesse, partirei io, come abbiamo sempre fatto noi Hollow. Ma non posso e bisogna…»
«Bisogna! Bisogna!» l’interruppe lei. «Ah Lucian, ma che te ne fai di tutte quelle uova e di quelle povere bestie impagliate?»
Lucian rimase senza parole. Si fermò di colpo e illuminò il volto di Mrs. Barlow, che lo guardava con la stessa faccia supplichevole di Mr. Finch.
«Ma che discorsi sono questi, Mrs. Barlow?»
«Figliolo, io ti ho cresciuto. Ti conosco bene. E non capisco perché ti sei fissato… Cioè, capisco, sì, ma tu non sei come tuo padre, figliolo, e non devi fare come lui, se non vuoi. Ah, tutto questo Lucian…» e aprì le braccia come volesse abbracciare l’intera isola. «Tutto questo non sei tu. E non lo penso solo io! Anche Mr. Finch, che ti vuole bene come a un figlio, lo pensa. Sì, anche lui, ma non lo dice… E io… Io… Insomma, io non mi esprimo bene. Ma lui sì. Lui ti farebbe capire… E se tu parlassi con lui, come un figlio a un padre…»
Lucian, ormai al limite della sopportazione, l’interruppe: «Ma come si permette, Mrs. Barlow? Io non son più un bambino e ho già un padre e una madre che riposano in quella chiesa» accennò con il mento verso la sagoma della cripta, che la nebbia stava già inghiottendo. «Mr. Finch resterà qui il tempo necessario per preparare il prossimo viaggio, e non un giorno di più. E se lei…» si contenne, chiuse gli occhi e sospirò forte dal naso. «Andiamo» disse infine.
Arrivarono davanti al pub quando il sole stava tramontando. Nell’aria alleggiava ancora l’odore dei sigari degli avventori. Lucian guardò all’interno da una delle finestre appannate.
Non c’era nessuno, ma tutte le luci erano accese. Alla radio si sentiva la voce perentoria di un uomo, ma il senso delle sue parole si perdeva, attutito dai muri. Sui tavoli riposavano boccali di birra semivuoti con la schiuma sui bordi. Sul muro, di fianco al bancone, c’era la grossa carta geografica con una ragnatela colorata disegnata sopra che aveva come centro un punto minuscolo: Great Auk Island.
Proseguirono oltre la chiesa, completamente al buio, e giunsero ai piedi del faro, che segnava l’inizio della discesa verso il porticciolo. Lì, con lo sguardo fisso sul mare, c’era il vecchio Reverendo Harold Hatch.
«Torna il nostro Ulisse!» disse, appena sentì i passi di Lucian e Mrs. Barlow.
«Buonasera Reverendo» risposero all’unisono.
Si misero accanto a lui, e tutti e tre rimasero in silenzio, come di solito accade durante l’attracco delle navi.
Giù nel porticciolo gli abitanti di Great Auk Island si erano radunati sotto la luce gialla dei lampioni. La nebbia si ritirava verso il mare, sfiorando la scogliera, la banchina, le persone, e infine la MS Revenant, che avanzava lenta sull’acqua, con la pazienza delle imbarcazioni nate per il carico. A prua c’era il marinaio Morley con la cima di ormeggio in mano, pronto a lanciarla a terra.
Quando la nave fu abbastanza vicina, Mrs. Barlow si voltò verso Lucian con un’espressione costernata.
«Ma è… vuota…» mormorò.
Lucian non rispose.
«Ma come è possibile?» insistette lei, rivolta al reverendo.
«Non lo so, figliola… forse…» mormorò il reverendo con voce incerta, aguzzando lo sguardo. «È meglio che scendiamo. “Venite e vedrete”, disse il Signore ai suoi discepoli».
Il marinaio Morley, quasi li avesse sentiti, sollevò lo sguardo verso il faro e incrociò gli occhi di Lucian. Ma non riuscì a reggerli. Si voltò verso la banchina e lanciò la cima di ormeggio a terra.
Lucian, Mrs. Barlow e il Reverendo si avviarono lungo il sentiero, e a metà del percorso videro il marinaio Morley scendere dalla nave a parlare con la gente sul molo, che si voltò tutta insieme verso i nuovi arrivati con uno sguardo compassionevole.
Mrs. Barlow capì all’istante. Emise un gemito di orrore e cadde sulle ginocchia tenendosi alle braccia di Lucian e del Reverendo.
Poco dopo, seguita da un grosso baule metallico, la bara con il corpo di Mr. Finch venne portata fuori dal portellone di murata da sei uomini che con cautela la trasportarono in silenzio verso la chiesa.
Il marinaio Morley raccontò che Mr Finch, appena arrivato a Mistford, era stato portato d’urgenza in ospedale con la febbre molto alta. I medici, dopo averlo esaminato, avevano spiegato che si trattava di una malattia rara, mai vista a Mistford, che doveva aver contratto ai tropici.
«È morto poche ore dopo» disse il marinaio Morley, guardando per terra. «Pregava i medici di lasciarlo tornare all’isola».
Più tardi, quando la bara fu sistemata in chiesa, Lucian e Mrs. Barlow tornarono al castello senza dirsi una parola.
La nebbia si era ormai dissolta. Il sentiero bianco e gli arbusti risplendevano nitidi sotto la luce gialla della lampada a cherosene. Una brezza leggera aveva allontanato la puzza di bruciato di Miss White, e le sue pecore, finalmente addormentate, non belavano più. Invece, dalla scogliera buia, sotto il castello, arrivava il verso disperato di un cucciolo di foca grigia. Forse aveva perso la madre.
Lucian salì nel suo studio. Qualcuno aveva spento la radio. In mezzo alla stanza avevano già collocato il baule metallico, e lui vi si sedette sopra con lo sguardo perso fuori dalla finestra. Sotto di lui, lo sapeva, c’erano decine e decine di gusci di uova immersi nella segatura.
Qualche ora dopo, quando il verso del cucciolo non si sentiva più, il sole spuntò all’orizzonte e gettò i primi raggi iridescenti su un mare che si era fatto mosso, ma non abbastanza da infrangersi in onde schiumose. Sembrava piuttosto respirare piano, come il petto di un gigante. Si gonfiava e si abbassava, muovendo i ciottoli nella spiaggia che, tutti insieme, emettevano il suono di un grande sospiro.
Lucian Hollow, ultimo Conte di Great Auk Island, pensò che, trascorsa una settimana, quando i funerali e il cordoglio per Mr. Finch fossero ormai conclusi, la MS Revenant sarebbe salpata di nuovo dal porticciolo dell’isola, diretta a Mistford.
Lui, in trentasei anni di vita, non ci era ancora mai andato.

Match Point: il terzo racconto classificato

Match Point è la chiamata letteraria per racconti inediti scritti in italiano da residenti nel Regno Unito. Superando i tradizionali confini del concorso letterario, il progetto è diventato un laboratorio, un’esplorazione nell’immaginario di una nuova generazione di autori e autrici italofoni ed espatriati. Giunto alla quinta edizione, Match Point è organizzato dalla charity culturale Il Circolo, con il supporto del Consolato Generale d’Italia a Londra e in collaborazione con il programma di scrittura Londra Scrive, con il Premio Calvino e con Cattedrale – Osservatorio sul racconto.

Cattedrale ha il piacere di proporvi i tre racconti finalisti e il vincitore sulle nostre pagine, dove potrete leggere i singoli racconti tutti i venerdì, da oggi fino al 13 Febbraio.

Cominciamo con il terzo racconto classificato al concorso: Il Lavoro, di Marco Toschetti.
Buona lettura e buon viaggio!

Marco Toschetti vive a Londra da oltre vent'anni e lavora in ambito finanziario. Con il suo racconto Il lavoro ha partecipato a Match Point 2025 e si è aggiudicato il premio terzo classificato. C’è qualcosa di radicale in questo racconto, che ha colpito la giuria e chiunque lo abbia letto finora. Le vie della salvezza sono crudeli e imprevedibili, e nessuno lo impara meglio di Padre Diego de Alvarado, missionario cristiano in viaggio verso la Mesoamerica del XVI secolo.
Marco Mancassola

Il Lavoro
di Marco Toschetti

 

Tenochtitlán, 1 Ācatl

Il sole aveva raggiunto la sommità del tempio maggiore, riflettendosi sulla pietra intrisa di rosso. Chontalcoatl, Sacerdote Piumato di Huitzilopochtli, potente divinità del sole e della guerra, sollevò il cuore ancora pulsante verso il cielo. Il vapore si levava lento dal muscolo nel freddo dell'alba.
In pochi istanti, un nuovo prigioniero sarebbe arrivato, divincolandosi urlante sull’altare sacrificale, i giovani accoliti pronti a immobilizzarlo. E poi un altro, e un altro ancora. Il Dio Sole avrebbe avuto la sua energia per continuare la quotidiana lotta contro le tenebre.
Sotto, la folla aveva iniziato a congregarsi, mormorando in un’estasi di terrore e venerazione.
Chontalcoatl abbassò lo sguardo sul petto squarciato dell’uomo ormai inerte. Il sangue scorreva copioso lungo gli scoli in pietra, segnati da generazioni di rituali, giù lungo la ripida piramide fino alle sottostanti pozze cremisi, nutrendo la terra, nutrendo gli dei.  
È davvero necessaria tutta questa morte, questo dolore? Ma questo è il mio compito; non posso dubitare, non ora.

Una nuova vittima veniva trascinata verso l'altare. Il lavoro doveva continuare.

 

Dal diario di Padre Diego De Alvarado: 12 Ottobre, Anno Domini 1515 - In navigazione, Oceano Atlantico

La costa della vecchia Spagna è ormai un ricordo sbiadito all'orizzonte, inghiottita dall’immensità dell’oceano. Ogni giorno a bordo dell’Esperanza è un passo più lontano dal mondo che conoscevo, un miglio in più verso luoghi sconosciuti, pronti a riceverTi.
Il mio cuore è gonfio di trepidazione, gioia e timore.
L’Esperanza è salpata ormai da venti giorni. Dopo una breve sosta all’isole di Canaria, i giorni si sono susseguiti uniformi e sereni. L’equipaggio ascolta volenteroso l’Alabado, cantata da un mozzo con una voce propriamente angelica, e la Salve Regina che intono io ogni sera, chiedendo perdono per le mie inadatte doti canore. Sono felice che fino ad ora tutti dimostrino la loro devozione in tanti piccoli gesti, da un cenno del capo al mio passaggio, alle preghiere che percepisco mutamente la sera, attraverso le sottili paratie che separano le nostre cabine.
Il moto costante delle onde contro la chiglia mi rasserena anche ora, conforta il mio animo nella perfezione del Tuo Creato.
Mio Signore, mi hai chiamato a un compito arduo ma glorioso: portare la Tua Luce nelle terre selvagge del Nuovo Mondo, e così facendo salvare le tante anime che là risiedono, ignare della Tua Gloria. Questa è la fonte della mia trepidazione, la ragione della mia gioia.
Il timore invece deriva da quanto narrato dai miei confratelli. Ho ascoltato resoconti agghiaccianti: Padre Leopoldo menziona sacrifici umani, cuori strappati da petti pulsanti per compiacere idoli demoniaci, di cristiani torturati con abbandono e crudeltà. Ma sono ben conscio anche degli atti compiuti dai nostri valorosi esploratori, non sempre immacolati; ho udito Padre Bernardo bisbigliare al priore di massacri perpetrati dai nostri fratelli cristiani, di avidità mascherata da zelo religioso, di crudeltà inflitte per orgoglio e vendetta, di villaggi bruciati, donne violate e infanti dissacrati. Quanto sangue, quanto dolore.
Eppure, devo confidare nel percorso che Tu hai deciso di pormi innanzi. Per un vero servo del Signore, questa è la vocazione, questo è il lavoro. Dio agisce per vie misteriose, e la Tua volontà si compirà, anche attraverso la sofferenza e il dubbio.
La fede sarà la mia bussola, la mia armatura. Sempre sia lodato il Tuo Nome.

Tenochtitlán, 1 Ācatl

Chontalcoatl pulì il tecpatl di ossidiana immergendo il pugnale nell’acqua, lisciando accuratamente l’impugnatura incastonata di turchese e malachite nel contenitore di ceramica.
Il prezioso sangue del dodicesimo sacrificio della giornata vorticava mescolandosi a quello degli altri, rosso su rosso nella torbida mistura. Quel liquido sarebbe stato presto donato ai bisognosi, affinché il potere vitale raccolto nelle cerimonie li aiutasse a guarire.
La mia fede, rifletté, è come questo coltello. Deve essere affilata, precisa e risoluta. Non ammettere esitazioni. Dicono che, se dubitassi anche solo per un istante, l'intero universo potrebbe aver fine. Di certo, la mia fine non si farebbe attendere.
Osservò i suoi giovani accoliti, i loro volti tesi e concentrati. Stanno imparando. Stavano imparando il lavoro.

Dal Diario di Padre Diego de Alvarado: 2 Novembre, Anno Domini 1515 – Oceano Atlantico

Mio Pastore, ti rendo grazia per la costante guida con cui indirizzi la mia fede.
La vita sull’Esperanza è una sfida incessante. Questa nave è un microcosmo di vizi e virtù umane, che mi mette alla prova ogni giorno. Gli odori di salmastro, sudore e malattia sono compagni costanti per tutti noi.
Mi adopero a portare conforto, a celebrare la Santa Messa, ad ascoltare le tante confessioni dell’equipaggio. Ma l'aria è greve.
Un paio di giorni fa avevo cercato di aiutare un giovane mozzo, accusato ingiustamente di un furto. Un tozzo di pane, tra tutte le cose! La fame non può certo essere un crimine. Ho parlato in sua difesa, e per questo il capitano, devoto e severo com’è giusto sia, mi ha guardato con sospetto. Per redimermi ai suoi occhi, ho confermato io stesso la pena al ragazzo. Venti frustate, a sangue.
Ho forse ecceduto? Aiutare un uomo, sì, ma non devo mai dimenticare che il mio primo dovere è verso di Te, Signore, non verso le fragilità umane.
Il mio compito non è facile. Vorrei essere più sereno, ma mi trovo sovente a vagare verso pensieri oscuri e timori – spero – infondati.
Segni infausti iniziano a manifestarsi. Ieri, un marinaio di nome Juan è caduto dall'albero maestro. Il corpo contorto ha gridato per ore. C’era chi chiedeva un atto di misericordia, stroncare il suo dolore con una lama. Ma non è questa la Tua Via, fatta di pazienza e sopportazione.
La morte è sopraggiunta misericordiosa, portando sollievo dopo ore di agonia a quel corpo martoriato. Ho pregato per la sua anima, ma ho visto lo sguardo indurito del nostromo. Uno di meno a cui dar da mangiare, ha mormorato.
Devo essere più saldo. Questo è il mio lavoro, servirTi, non compiacere gli uomini. La fede e la disciplina sono la chiave. La mia, e quella di coloro che mi circondano.


Tenochtitlán, 1 Ācatl

La fatica, sia fisica che spirituale, iniziava a farsi sentire, il calore del tardo mattino un pesante manto che rendeva ogni azione, ogni pensiero sempre più laborioso. Gocce di sudore adornavano la fronte di Chontalcoatl, concentrato nel suo compito.
Con occhi innalzati verso la sommità del tempio, i Guerrieri Aquila osservavano intenti il terribile rito che seguiva ineluttabile la loro vittoria sul campo di battaglia. I fastosi abiti di piume dalle punte nere, che dimostravano la loro vicinanza al Dio Sole, fremevano a ogni nuova immolazione. Cuore dopo cuore, vita dopo vita, il terribile inno a Huitzilopochtli proseguiva incessante. I corpi, gettati cerimoniosamente giù dalle lunghe scalinate, venivano portati via uno dopo l’altro per la raccolta dei teschi, e per la mietitura della carne che avrebbe sfamato i soldati vincitori.
Poco prima, un messaggero era giunto con notizie inquietanti. Altri uomini dalla pelle chiara e con barbe folte erano stati avvistati sulla costa. Non era la prima volta.
Chontalcoatl si torse le mani. Perché continuano a venire? Che sia un presagio? Una speranza? Salvezza, o dannazione?
Qualunque cosa serbasse il futuro, il lavoro non poteva fermarsi, ora più che mai.

Dal Diario di Padre Diego de Alvarado: 15 Dicembre, Anno Domini 1515 – Oceano Atlantico

Signore Onnipotente, abbi pietà della mia anima, e di tutti noi. Il viaggio procede a rilento, le provviste scarseggiano e la compassione per i miei fratelli peccatori mi abbandona, ogni giorno di più.
Oggi un marinaio, un rozzo uomo di nome Mateo, è venuto a confessarsi. Tremava, gli occhi sbarrati. Ha confidato di aver giaciuto con un altro uomo, un giovane marinaio. Un peccato abominevole, contro natura, un affronto diretto a Te, oh Signore!
Ho sentito il sangue ribollirmi nelle vene. Forse avrei dovuto riflettere più a lungo, ma la fame e la preoccupazione permettono poca lassitudine misericordiosa, lasciando solo spazio per la Tua giusta Ira.
Gli ho comunicato la scomunica latae sententiae ad alta voce, senza esitazione alcuna. Gli ho proclamato che la sua anima era dannata e che nulla avrebbe più potuto salvarlo dalle fiamme degli inferi.
So che non può essere che così, ma ora mi cruccio delle mie parole forse affrettate, e temo, troppo urlate. E se qualcuno avesse sentito? Non so cosa sia successo dopo. L'ho visto allontanarsi senza dire nulla, cinereo in volto. Poco più tardi, grida dalla ciurma. Pedro si era gettato in mare. Il capitano, cappello alla mano e ferreo in volto, ha detto che è stato un incidente. Ma mentiva, io so la verità. Il peso della sua colpa lo ha trascinato negli abissi.
Ho fatto ciò che dovevo. Il mio lavoro è estirpare il peccato, a qualunque costo. La debolezza non ha posto nel servizio di Dio.

Tenochtitlán, 1 Ācatl

Chontalcoatl osservava il cielo. Il cocente celeste del mezzodì, scevro di nubi, era di conforto ai suoi occhi che da ore scrutavano soltanto rosso e morte.
Sotto l’apice del sole, i giaguari che decoravano la cima della piramide scintillavano come creature divine. Oro massiccio, l’escremento degli Dei, il segno incontrovertibile della loro presenza tra noi. Quante follie compiono gli uomini per queste mere briciole di misericordia?
Il sacerdote avvertì un brivido nonostante la canicola: era forse lui la preda di quegli idoli silenti? Il prezioso bagliore, testimone di infiniti sacrifici, gli portava pensieri sgraditi. Li mise da parte, concentrandosi sul suo lavoro.
La fede non deve vacillare.

Dal Diario di Padre Diego de Alvarado: 28 Febbraio, Anno Domini 1516 – Oceano Atlantico, alla deriva

Lode sia a Te, oh Signore, anche nei momenti più bui. Siamo persi. Una tempesta terribile ha spinto l’Esperanza fuori rotta settimane fa. Le provviste sono quasi esaurite. La fame è un mostro che divora viscere e ragione. I primi giorni sono stati i più duri, quando l’illusione di poter sopravvivere era ancora viva. Risse e furti si sono susseguiti senza tregua, malgrado i miei tentativi di pacificazione. Varie volte ho dovuto mietere tristi sentenze.
Ora, la bieca realtà sta falciando lo spirito della ciurma intera. Il cibo manca, e nulla può essere fatto se non confidare nella Tua Misericordia. Ci trasciniamo deboli sopra queste traballanti assi di legno, gli occhi infossati, le guance scavate, la disperazione dipinta sui volti. Siamo in piena Quaresima, e condividiamo la Tua Passione.
Oggi, una nuova tragedia. Un ingenuo mozzo, non più di tredici anni, si chiamava Thomas. Poco più di un bambino, un’anima ancora innocente. La fame lo stava straziando. Lo hanno trovato nascosto, mentre masticava con foga una delle sue scarpe di cuoio. Cuoio. Pelle animale. Carne, in sostanza.
Il caso è stato portato davanti al capitano, e quindi a me. Il capitano mi ha chiesto se avesse commesso peccato. Con il cuore pesante, ma con la certezza della Tua Legge Divina, ho dovuto ammettere che sì, aveva commesso peccato mortale. Mangiare carne durante la Quaresima è un atto di sprezzo a Te Stesso, alla Tua Sofferenza, alle Sacre Scritture.
La punizione è stata immediata e brutale. Lo hanno picchiato a sangue, davanti a tutti, come monito. Non ho potuto fare nulla, se non benedire la resa della Tua Giustizia in terra. Questo è il mio lavoro, far conoscere e rispettare la Tua Parola oltre le debolezze umane.
Thomas è morto poco fa, tra le mie braccia, mormorando parole sconnesse. Ho pregato per la sua anima, e reso grazie per la Tua Volontà. Io sto solo facendo il mio lavoro. Osannato sia il Tuo Verbo.

 Tenochtitlán, 1 Ācatl

Il sole aveva iniziato la sua lenta discesa verso l’orizzonte. Chontalcoatl si sentiva provato, i corpi ammassati ai piedi della piramide un monito all’Universo intero.
L’odore ferreo dell’ecatombe pervadeva i suoi sensi, malgrado i fumi delle resine sacre che lo avvolgevano. Gli occhi gli caddero sulle frenetiche attività in basso; si stavano troncando teste e membra, approntando banchetti. Il suo stomaco sussultò.
Ma non c’era spazio per una tregua, doveva continuare. Doveva realizzare il proposito divino.
I sacrifici continuarono.

 Dal Diario di Padre Diego de Alvarado: 06 Marzo, Anno Domini 1516 – Costa del Nuovo Mondo

Benedetto sia il Tuo Santo Nome! Terra, finalmente! Dopo settimane alla deriva, ormai certi che il Tuo Regno ci avrebbe presto accolti, la voce della vedetta ha rinfrancato i nostri spiriti.
Verdi boschi e gialle pianure si stagliano innanzi a noi. Seguiremo la strada segnata, ci dirigeremo verso la città che i nostri predecessori avevano individuato. E lì, finalmente, salverò anime, costi quel che costi.
Staremo in guardia. So di simili spedizioni cadute in imboscate tese da selvaggi urlanti, dipinti come demoni, abbigliati alla pari di creature dell’abisso. Il sangue cristiano ha già cosparso come santa pioggia questa terra arsa da un sole pagano. Sta a noi raccogliere ora i frutti di tanto tormento.
Sia ciò che Tu vorrai che sia. Se mi aspettano la morte, il martirio, la celebrazione finale del Tuo Nome attraverso il mio umile sacrificio, sono pronto. Sia fatta la Tua Volontà.

 Tenochtitlán, 1 Ācatl

La lama saliva, la lama calava, un’incessante litania di morte e devozione. Dopo che il petto era stato squarciato, il cuore ancora palpitante veniva sollevato verso il Dio Sole, grondante e fecondo, prima di essere posto con cura nel braciere sottostante la statua di Huitzilopochtli.
Chontalcoatl osservava con occhi socchiusi il bagliore pomeridiano riflettersi sulla madreperla ormai scurita delle sue maniche, e sulla pietra sazia del pugnale.
Ricordi, vicini nel tempo ma lontani nello spirito, riecheggiano in lui. Un’arma simile, ma d’acciaio. Lui stesso l’aveva scorta nel mezzo dello sparuto gruppo di prigionieri in marcia verso l’area sacra di Tenochtitlán, nascosta sotto una lurida casacca, pronta a essere usata come disperato gesto di sfida. Momenti di incertezza, e poi la ferrea convinzione che può venire soltanto dall’alto. Conscio della portata del suo gesto, aveva gridato un avvertimento, allungato un dito accusatorio, e così facendo salvato la vita al sovrano, Tlatoani Citlalmin. Due vite, in realtà.
Gli uomini dalla pelle chiara erano stati ineluttabilmente puniti, trucidati in modi crudeli e inenarrabili. Quanto dolore, quanto sangue. Ma anche questo faceva parte del sacro compito cui era stato chiamato.
Infamia, speranza, redenzione.

 Dal Diario di Padre Diego de Alvarado: 23 Marzo, Anno Domini 1516 – Costa del Nuovo Mondo

Mio Signore, benedetto sia il Tuo Regno in questo santo giorno della Tua Risurrezione.
Mi inchino a Te per la benevolenza di cui mi hai cinto, per la costanza con cui hai guidato ogni mio passo, ogni mia azione fino ad oggi. Il mio apparente tradimento è stato accolto inizialmente con cauta gratitudine, e a seguire offrendomi misurata liberà, il mio diario restituito con reverenza e una strana forma di rispetto.
Non provo sensi di colpa, soltanto di appagamento nella mia fede incrollabile. La voce che ha gridato l’avvertimento, condannando i cristiani e salvando il re pagano, è stata la Tua, non la Mia. E così facendo hai salvato la mia indegna vita.
Tu agisci tramite me, conducendomi per mano lungo le Tue vie misteriose. Per questo, Ti rendo grazia. Ma imploro ancora una volta il Tuo benigno aiuto.
Ho iniziato a vivere tra loro, a conoscere i loro costumi, a imparare la loro lingua.
Non sono soltanto dei selvaggi spietati, come inizialmente credevo. Hanno una cultura complessa e affascinante, ma amano il sangue, e il sacrificio. Ritrovo in loro la Tua Passione; nella Tua Bontà hai donato speranza e possibilità di redenzione a queste genti pagane.
Ho scoperto la loro parola per "sacerdote": tlamacazqui. Ho parlato a lungo con i loro saggi; così gli ho spiegato, e loro hanno capito, quale fosse il mio ruolo, il mio lavoro nella società voluta da Te, nostro Signore.
A quel punto mi hanno posto innanzi una scelta, un dilemma terribile che ancora non comprendo appieno. Signore mio, ti supplico di guidare con la Tua Luce la mia inutile esistenza ancora una volta, così che possa realizzare la Tua Volontà.
Non so se scriverò più in questo diario, che ormai appartiene a un passato al quale non posso tornare. Lascerò sia la Tua Mano a guidarmi.

 Tenochtitlán, 1 Ācatl / Anno Domini 1519

Padre Diego de Alvarado, da tempo conosciuto come Chontalcoatl, si trovava sulla sommità della piramide.
L’ardente luce del tramonto colpiva con ferocia il suo capo adorno di piume, le vesti decorate con oro e conchiglie iridescenti. Nella mano imbrattata di sangue, teneva ancor saldo l’affilato coltello di ossidiana. Davanti a lui, l’ennesimo prigioniero giaceva tremante.
Abbassò lo sguardo sul petto che stava per aprire. Alzò poi gli occhi al cielo blu, assaporando il mormorio della folla sottostante.
La scelta era stata ardua, ma una volta compiuta il suo nuovo ruolo gli era apparso naturale. Sangue e sacrificio, fede e disciplina. Durante una sfarzosa e violenta cerimonia gli era stato imposto il nome rituale di Chontalcoatl, il Serpente che giunge dall’esterno. Il suo diario era stato sepolto con reverenziale superstizione in un tumulo ormai dimenticato. Assieme al mio passato, e alla mia coscienza. Il compito divino procedeva ineluttabile. La sua anima gemeva, come le membra stremate. Fede e sacrificio.
Questo è il mio lavoro, mormorò, tanto a se stesso quanto alla volta celeste. Dio agisce per vie misteriose. Il coltello calò.

Le nostre cartoline di auguri per questo Natale!

Come ogni anno, anche per queste feste natalizie vogliamo salutarvi e augurarvi felici giorni con i nostri consigli, tra raccolte di racconti, novelle e romanzi con cui passare le vostre vacanze!

Questa volta abbiamo deciso di raccogliere spunti, idee e suggestioni attraverso lo sguardo di alcuni dei nostri allievi, sempre attenti e appassionati dei libri e delle parole, una comunità di lettori che si allarga sempre di più in nome della buona letteratura!

Noi vi auguriamo tanto riposo e tanta buona lettura, e vi diamo appuntamento al 12 Gennaio 2026!
Buone vacanze!

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Arterie, l'e-book con i racconti degli allievi, Racconti Edizioni

Officina del Racconto, la scuola di Cattedrale, è orgogliosa di presentarvi ARTERIE: l’e-book di racconti pubblicato da Racconti Edizioni che contiene i racconti di alcuni dei nostri allievi, con alcuni dei racconti degli allievi di Scuola del Libro.

Da otto anni, infatti, Cattedrale e Scuola del Libro collaborano in un percorso altamente formativo per gli allievi, che li vedi coinvolti nel processo che coinvolge tutti i mestieri che danno vita a un libro.
Gli allievi del corso Trenta Cartelle di Cattedrale, scrittori in erba e autori in formazione, con i loro racconti hanno incontrato gli allievi del Master in Editoria di Scuola del Libro, collaborando così in un percorso che potenzi le specificità di ciascuno: autori da una parte, ed editor dall’altra, per dare vita a un processo che simuli il lavoro che si svolge in casa editrice. Dalla scrittura all’editing, quindi, ma anche al lavoro di redazione fino ad arrivare alla realizzazione della copertina.
Quest’anno, Racconti Edizioni si è fatta portavoce di questo progetto, pubblicando il libro che contiene i racconti migliori sia del corso Trenta Cartelle che del corso Scrivere tutto l’anno di Scuola del libro.
Questo libro è il frutto di un lavoro costante, impegnativo, altamente formativo che mira alla qualità della scrittura e del lavoro editoriale.

L’e-book può essere scaricato in forma gratuita qui di seguito. Intanto vi auguriamo buone letture e vi diamo appuntamento alle prossime presentazioni!