Lasci la stanza com’è, di Amilcar Bettega

Autore: Amilcar Bettega Titolo: Lasci la stanza così com’è Editore: Del Vecchio Editore Traduzione: Daniele Petruccioli pp. 200  Euro 16,00

Autore: Amilcar Bettega
Titolo: Lasci la stanza così com’è
Editore: Del Vecchio Editore
Traduzione: Daniele Petruccioli
pp. 200 Euro 16,00


di Marina Bisogno

La citazione di Raymond Carver in epigrafe trae in inganno: Amilcar Bettega, autore della raccolta di racconti Lasci la stanza com’è (Del Vecchio Editore, traduzione di Daniele Petruccioli) non è uno scrittore che tende alla vena minimalista. O meglio: il minimalismo è il codice che Bettega utilizza per una ricerca tematica che ha a che fare con l’irrazionale. Le storie di questo scrittore brasiliano - critico letterario, traduttore, che ha iniziato a scrivere da adulto in preda a una crisi esistenziale profonda - sono esagerazioni. Non hanno nulla a che vedere con il realismo, la sensatezza dei gesti e dei pensieri. Piuttosto, disvelano visioni, incubi, paure, ossessioni: una matassa inconscia che lo scrittore manipola ad arte, rendendo credibile ciò che chiunque di noi, nel quotidiano, riterrebbe illusorio, folle. Non si tratta di realismo magico, di contaminazioni sud americane: nei racconti di Bettega l’assurdo è effettività, presenza. Ne “Il volto” un uomo è coinvolto nell’inseguimento del viso di un ragazzo da una stanza all’altra della casa. È una faccia senza corpo: svolazza nell’appartamento sfidando la voce narrante che, però, non riesce ad acciuffarla.

“Il fatto è questo: la casa non si scopre mai del tutto. Anche qualora mi liberassi del volto, dovrei comunque accettare i suoi segreti come elemento necessario alla nostra convivenza. Devo ancora assimilare la cosa fino in fondo, ma so di dover cominciare a rifletterci”
(“Il volto”).

La casa posseduta da spiriti è un classico della letteratura latina, ma in questo racconto brevissimo, il volto potrebbe alludere a un narcisismo che sconfina in un destino fatale. Questa, però, non è l’unica esegesi possibile. La consistenza prismatica delle storie di Bettega lascia percorribili molti binari interpretativi. Prendiamo ad esempio il racconto “Il coccodrillo I”: un uomo disteso sul letto si accorge che sul materasso, accoccolato ai suoi piedi, c’è un coccodrillo. I due entrano in confidenza, finché, dopo una serie di avvenimenti, il narratore si accorge, guardando dalla finestra, che ogni passante ha attaccato alle spalle un animale. Cosa rappresentano questi animali che cingono la schiena degli esseri umani e procedono con loro per il mondo? C’è dentro una visione esopica che dialoga con le favole greche e le riporta in auge.

“Sono sempre stato convinto che avrei finito coll’impazzire prima o poi, ma non avevo mai pensato di dover affrontare la pazzia in questo modo,
sotto forma di un coccodrillo dal passo stanco che mi saliva sul materasso”
(da “Il coccodrillo I”).

Un racconto del genere ci fa accettare come plausibili circostanze inverosimili: il lettore si affida allo scrittore e al suo punto di vista, facendo spazio a personaggi che diventano interpreti di quanto scaturisce da qualche angolo della loro mente. La maestria di Bettega sta nel convincerci che chiunque una mattina possa svegliarsi e trovarsi davanti un animale totem che concentra vizi e virtù dell’uomo a cui si manifesta. In un’intervista per Brazil, rivista di letteratura brasiliana, il nostro autore chiarisce che il fantastico irrompe non per dissolvere e sostituire la realtà, ma per ampliarla e per permettere il superamento di confini (forse limiti) che solitamente riteniamo invalicabili. Sta qui la chiave di accesso alla narrativa di questo scrittore che di Carver apprezza la reticenza stilistica; ma è a Kafka che torna di continuo. Non passa inosservato neanche il racconto “Esilio”: la voce narrante è di un commerciante che - sebbene consapevole di poter migliorare la sua quotidianità - si accontenta, lascia andare. Finché non prova a partire, ma sorpresa delle sorprese, il treno che dovrebbe traghettarlo in un’altra vita non riesce a uscire dalla stazione.

“Il treno faticava a staccarsi da quel paesaggio pallido di strade e case e luci vuote. Mi sono riaddormentato e risvegliato, diverse volte ancora, e il treno continuava ad attraversare la città”
(da “Esilio”).

Questo treno immobile, che illude il passeggero - neanche troppo convinto -  di poter raggiungere posti nuovi e giorni inaspettati, è la metafora dello stato d’animo del protagonista. Egli è irritante nella sua rassegnazione, nella rabbia mascherata da abitudine e non può essere certo un cambiamento di luogo a determinare un’evoluzione che riguarda anzitutto il suo spirito. Lo stile autoriale è il risultato di una rifinitura certosina: il lettore è davanti a testi fulminei, laconici. Con questa lingua Bettega architetta storie labirintiche come gli esseri umani, come il pensiero, la fantasia. Attraverso la narrazione betteghiana accediamo al fuoco della tradizione scritta e orale di un Paese che non si è accontentato di essere sud americano. Mixando miti della classicità, storie popolari, elementi di psicologia e peculiarità della short story, si compone la tela dell’esperienza di uno scrittore che anche l’Italia può leggere e apprezzare.


unnamed (1).jpg