Mio padre la rivoluzione, di Davide Orecchio

Edizioni Minimum fax Di Davide Orecchio pp.313  Euro 18  

Edizioni Minimum fax
Di Davide Orecchio
pp.313  Euro 18

 

di Alfredo Zucchi

 

What if – Mio padre la rivoluzione

Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio (Minimum Fax, 2017) è un libro denso e stratificato. Il filo che tiene insieme le 12 prose che lo compongono è la rivoluzione russa: la sua memoria, l’analisi delle sue contraddizioni, i suoi finali alternativi.
Per affrontare un tema tanto complesso l’autore mescola forme, generi e modelli: la storiografia, il memoir e l’ucronia (what if: e se Trockij non fosse stato ucciso in Messico nel 1940?), le attribuzioni ambigue e le interpolazione borgesiane. Per tenere insieme una tale moltitudine di elementi, Orecchio fa una scelta precisa: è lo stile, sarà lo stile a tenere le cose insieme. Si tratta di una prosa poetica estremamente elaborata, che permette all’autore di saltare tra la miriade di riferimenti e livelli temporali.

“Entra l’anno cinquantasei del secolo d’oro, assomiglia a suo padre che fu il diciassette ed era l’androceo ed era il gineceo quando per gemmazione ebbe il tempo di dargli la vita;
avanti a che morisse troppo giovane, quel garofano – l’anno diciassette – partorì un biancospino: il cinquantasei.
Tra le rusalche infuriate nella tempesta petrosa di un mare di ferro e di coke già i bolscevichi istoriavano i fossili finché il garofano cadde e, raccolto da terra, i bugiardi gli ingenui i sofisti i fanatici gli utopisti lo traslitterarono in mummia e mentre il canto funebre si mascherava a leggenda quelli dissero Noi siamo i guardiani del diciassette,
noi siamo le guardie della rivoluzione.
Prima dell’acido fenico, dell’imbalsamatura, la rivoluzione ebbe la forza di sorgere, promettere, vendicare, uccidere e dare al mondo tra i tanti l’anno cinquantasei simile a un uomo sui quarant’anni, già successivo alla linea d’ombra ma senile per nulla, anzi vigoroso e coi dubbi risolti, con la forza e la voglia di fare, con una qualche sincerità tra gli zigomi alti e gli occhi più grandi, non interrotta dal battere di ciglia timide, non ridotta da fessure socchiuse delle palpebre, l’anno cinquantasei come un uomo che esclami trasparenza e lealtà persino nel pallore orientale dell’epidermide, nella peluria chiara orientale che non camuffa il suo volto rasato, perspicuo pure nello squarcio piccolo,
non minatorio che separa il labbro di sopra da quello di sotto
tra i quali si formano adesso le parole forse, mai più, d’ora in poi.”  
(pp. 8-9)

Ad accompagnare la prosa poetica Orecchio dispone un fitto apparato di note. Qui si manifesta il primo forte contrasto: se Borges e Bolaño hanno fatto delle false attribuzioni un’arte dell’enigma, l’autore di Mio padre la rivoluzione invece, alla fine di ogni capitolo, ci dice quale testo ha citato, interpolato o inventato. Nel caso più controverso (la biografia di Iosif Adolf Vissarionovic, in cui le vicende di Stalin e Hitler sono fuse insieme), ci dice persino come va letto questo “esperimento letterario sulle analogie” :

“Ma questo non nega le differenze tra la personalità di Stalin e quella di Hitler (sarebbe banale e stupido farlo), e le diversità tra stalinismo e nazismo. Gli storici ancora litigano sul concetto di totalitarismo, che può essere rigido come i regimi che vuole rappresentare, col rischio di renderli troppo uguali (nazismo, fascismo, stalinismo)
e di perdere le singolarità che a volte, o spesso, sono la storia.”  
(p. 133)

L’impressione è che, invece di usare lo stratagemma delle false attribuzioni, il libro ne sia usato. Il carattere metatestuale di Mio padre la rivoluzione sembra costringere la voce in una dimensione di costante reverenza rispetto alla fonte che di volta in volta è interpolata. Le prose meno riuscite, in questo senso, sono “Un poeta sul Volga” e “Zimmer Man”.

Al contrario la voce esplode in tutta la sua potenza (una potenza delicata) e raffinatezza quando la fonte è lontana – quando non c’è, o non si sente: è il caso dei capitoli “Bambini raccontano”, o di “Lettera ai cittadini sovietici nell’anniversario della rivoluzione”, in cui Orecchio tira le fila del dispositivo ucronico, generando una prospettiva diversa e parallela sul senso della rivoluzione russa e sulla Storia stessa.

“Entra il sette novembre dell’ottantasei – quell’anno fu l’ultimo dente di cane del secolo d’oro, col suo fiore dal capo chino, con le sue foglie macchiate, e il secolo d’oro già si ossidava e contaminava, e prendeva un colore tra la ruggine e il marcio al quale diedero il nome di Cernobyl – e c’è un balcone grigio qui nel paese a pochi chilometri da Cernobyl, e c’è una neve bianca, ma forse non è una neve, e c’è un completo d’arredo soggiorno, quattro sedie imbottite di piuma o velluto, gli schienali divelti, il tavolo stracciato per terra nelle assi, nelle gambe, nel pianale, per terra anche vetro, sostanze che fanno pensare a grafite e plexiglas – un aereo ha bombardato un cesto da pallacanestro?,
sono forti a basket gli ucraini? –
Il parapetto di cemento è già un orfano, dal parapetto si sporge un bambino – ed è già un orfano –, indossa una casacca beige militare, stivali di cuoio, un cappello con la visiera, si solleva sulle punte dei piedi, è poco più alto di un metro, scruta grandi palazzi organizzati come una torta, traforati da finestre nere, disabitati, s’accorge di alberi magri e impercettibili come i graffi su una pellicola vecchia o sull’iride, o su un paio di occhiali usati da anni,
il cielo è bianco e grigio come dopo la vita, come dopo la morte.
Siete d’accordo se ci avviciniamo al bambino?, perché lui non si muove, non si volterà mai, allora lo raggiungiamo e lui ci guarda con affetto oppure senza il minimo affetto, non riusciamo a capire, e Da dove vieni?, quanti anni hai?, lo sai che qui è pericoloso?, c’è stato un incidente alla centrale, tu non dovresti essere qui, ma cosa sono quei baffi grandi?, e le tue guance rovinate?, hai avuto il vaiolo?, tu sei un bambino o che cosa?
Vengo spesso a passeggiare quaggiù, amo gli alberi magri e questa neve che forse non è neve – ci risponde il bambino dai baffi grandi, con una voce meccanica –, conoscete il sarcofago del reattore numero quattro?, io abito lì, nella parete ovest,
è un luogo comodo e caldo, ne esco solo per passeggiare quaggiù.
Sapete, la radioattività mi riscalda, laggiù s’è formata una lava stalagmitica, laggiù amo il vapore e le turbine, e il generatore diesel, e li mantengo e li curo, laggiù amo lo zirconio e il tellurio, e il reattore e il suo nocciolo,
e le barre e le radiazioni, e tutti i detriti, ma non amo l’uomo.”
(pp. 238-239)

In maniera analoga, l’intelligenza del libro viene fuori quando la voce si fa del tutto da parte. È il caso del capitolo “Cast”, in cui Orecchio lascia parlare le fonti. “Cast” mostra non solo al lettore la mole delle ricerche svolte dall’autore per pensare e comporre il libro, ma anche un percorso dialettico fatto di contraddizioni, superamenti, equivoci, conflitti essenziali, accidenti, rimorsi e possibili abortiti: tale è la Storia e questo capitolo, disposto al centro del libro, ne è il cuore pulsante.

“«Soltanto nella società comunista, quando la resistenza dei capitalisti è definitivamente spezzata, quando i capitalisti sono scomparsi e non esistono più classi (non v’è cioè più distinzione fra i membri della società secondo i loro rapporti coi mezzi sociali di produzione), soltanto allora “lo Stato cessa di esistere e diventa possibile parlare di libertà”».
Lenin (usando Engels), Stato e rivoluzione (1917), Edizioni Rinascita, Roma 1954, p. 99

«Persino i rivoluzionari – che dovremmo ritenere fermamente e anzi inesorabilmente ancorati a una tradizione che difficilmente potrebbe esprimersi, e ancor meno avere un senso, senza la nozione di libertà – sarebbero pronti a degradare la libertà al rango di un pregiudizio piccolo-borghese piuttosto che ammettere che lo scopo della rivoluzione era, ed è sempre stato, la libertà. Tuttavia [...] si resta sorpresi nel vedere come la parola stessa di libertà abbia potuto sparire dal linguaggio rivoluzionario».
H. Arendt, Sulla rivoluzione, Edizioni di Comunità, Milano 1989., pp. 3-4” (p. 139)

Mio padre la rivoluzione è un libro pieno d’intelligenza e di idee, in cui però la voce risulta castrata proprio dal dispositivo scelto dall’autore per affrontarne il tema: la prosa poetica non riesce ad andare d’accordo col carattere metatestuale del libro e solo a tratti supera lo scoglio del manierismo.

 

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I racconti chiaroscuri di Savyon Liebrecht

Edizioni e/o. Traduzione di Alessandra Shomroni. pp 304 Euro 19

Edizioni e/o.
Traduzione di Alessandra Shomroni.
pp 304 Euro 19

 

di Giuliana Riccio

La maestra soldatessa, con le sue mollettine colorate e i suoi ricordi d’infanzia, inaugura Perle alla luce del giorno, la raccolta di racconti di Savyon Liebrecht , scrittrice israeliana pubblicata in Italia da Edizioni e/o.  Come spesso accade nei suoi testi anche in questo libro le protagoniste sono donne alle prese con l’affermazione della propria personalità in un mondo che sembra sempre di più voler marginalizzare la loro presenza, e in cui il diritto alla felicità sembra essere oscurato dalla patriarcale organizzazione della vita.                                                                                                                                                                 In questo primo racconto una giovane donna decide di lasciare la base militare per intraprendere il difficile mestiere dell’insegnante con la speranza e l’ambizione di istruire ragazzini poveri e di portare loro, insieme all’istruzione, la possibilità di una vita diversa. Siamo a sud di Israele,  lei è Tamar e dovrà capire a sue spese che il solo modo per far breccia nelle menti dei giovani violati dalla vita, è l’autenticità, lo scambio di sguardi sinceri, il linguaggio semplice e poco forbito delle piccole cose quotidiane. Prima di provare a discutere di Charles Dickens e Jules Verne, dovrà imparare a scegliere le giuste cipolle e le giuste melanzane per preparare uno sformato di verdure.

«Lo sai perché è successo tutto quel casino in classe?».
«No, perché?».

«Perché sei troppo bella».
«Troppo bella?» Tamar era sbalordita.
«Ovvio (…) »

«E allora cosa devo fare?» chiese alla ricerca di una soluzione a quell’inaspettato problema.
«Essere meno bella».

 

A suggerirle la strada per cambiare veramente le cose è Zachi, suo alunno e figlio del fruttivendolo del paese.  Zachi ha occhi che, a differenza dei suoi coetanei, sanno sognare un futuro migliore; la sua voce, sottile e fugace, si ripresenterà anche nei successivi due racconti legati insieme come pagine di un romanzo o come ulteriori possibilità di raccontare un’analoga vicenda: quella del dramma di una famiglia, gli Amsalem, le cui vicissitudini si delineano con più precisione in D. Amsalem e in Ricordi?                                                                   

Scrittrice e lettore, in questi tredici racconti, si fondono spesso in uno sguardo ampio e fagocitante in grado di ingoiare un ampio corollario di situazioni, dalle più drammatiche alle più fiabesche, attraverso una tecnica che ricorda molto quella del chiaroscuro. Luci e ombre ricamano immagini di una precisione e di una bellezza schietta e decisa priva di inceppamenti lirici, ma, allo stesso tempo, intrise dal tono mistico di una preghiera. Sono gli occhi malati della piccola Dina Amsalem a introdurre questa silente sacralità con cui l’autrice racconta le cose, occhi che bruciano, irritati e costretti al buio,  che per essere curati necessitano di un unguento speciale fatto con il latte materno:

 Quell’ora in cui veniva privata della vista si trasformava in un tempo senza rumori. Con gli occhi chiusi sotto la benda imbevuta di latte materno rimaneva seduta nell’angolo più buio della stanza, con il viso rivolto al soffitto secondo le istruzioni dell’irachena, pensando a se stessa, principessa malata, e al medico che di lì a poco avrebbe trovato per lei una pozione magica.

 

E, come in Nero latte dell’alba di Celan, anche qui, il bianco indiscutibile del latte viene acuito dal buio di una cecità momentanea e la guarigione degli occhi di Dina è accompagnata da un disvelamento di eventi tragici e cupi, a cui non è possibile porre rimedio se non attraverso la celebrazione del ricordo.

Lo stesso avviene nel racconto che dà il titolo alla raccolta, in cui il dramma della Shoa viene raccontato dal punto di vista di una famiglia di cristiani e attraverso una vicenda che tiene fuori dal campo visivo del lettore  le  immagini consuete del genocidio per evocarle con angoscianti e drammatiche presenze/assenze: una cittadina della Polonia viene svuotata dagli ebrei e i cristiani ne occupano abusivamente le case. La famiglia del fabbro Klimas si impossessa di una villa piena di oggetti preziosi e abitata da un devastante senso di colpa che piano piano annienterà la mente della nuova padrona.

Nelle prime settimane Regina ebbe l’impressione che la casa osservasse con sospetto i nuovi inquilini, soprattutto lei. Le pareva che alcuni oggetti si ribellassero, le cadessero di mano e si rompessero di proposito, come se volessero ferire gli usurpatori e proclamare in maniera misteriosa la propria fedeltà a chi li aveva scelti con amore, non a chi se li era trovati tra le mani per caso.

A rendere concreto  il buio dell’umanità distorta, ai tempi del nazismo, è l’immagine di una collana di perle bianche che non può essere indossata alla luce del giorno, che deve restare nascosta e attendere che il tempo rimetta le cose al loro posto ristabilendo i confini tra ciò che è giusto e ciò che giusto non è.

Di tanto in tanto si rintanava in camera da letto, chiudeva la porta a chiave, sfilava la collana dal nascondiglio e se la metteva al collo con dita tremanti, rimanendo a lungo davanti allo specchio ovale con gli occhi calamitati alla propria immagine. Allora si vedeva come un’aristocratica principessa illuminata dalla luce irradiata dal gioiello. Immaginava di aver visto la collana in alcune fotografie della signora Brand che avevano buttato via ma, decise in cuor suo, quando avessero restituito la casa, lei l’avrebbe tenuta in ricordo. E affinché nessuno dei compaesani sapesse che se n’era appropriata lei e lo riferisse ai Brand al loro ritorno, non l’avrebbe indossata per andare in chiesa.

Nel racconto Occhi l’ossimoro narrativo della Liebrecht si dichiara del tutto attraverso la figura di Rachel, giovane donna dal marito infedele il cui sguardo acquista la capacità di vedere oltre le cose proprio nel momento della cecità.
L’obiettivo è sempre  quello di mettere in luce le ombre e in ombra le luci, scardinando luoghi comuni e scompaginando l’ordine delle cose, la loro comune percezione.

Questo meccanismo si evince benissimo in Figli in cui il dialogo interiore di un medico, inizialmente deciso a far pagare a una madre gli anni di assenza nella vita del figlio morente e colpevole di essere omosessuale, si sfalda in un sentimento solidale determinato da un comune senso di impotenza di fronte alla fatalità della vita, di fronte al dolore tacito e assordante della perdita di un figlio e alla comprensione del difficile ruolo di donna e madre all’interno di un universo ristretto e punitivo come quello degli ebrei osservanti.

Nel racconto finale del libro, la Liebrecht riflette, invece, sulla scrittura, sulle possibilità tecniche che essa ci offre per orientarci tra gli equilibri incerti che la vita ci pone davanti.

Nel Narratore onnisciente, infatti, ci troviamo in compagnia di una ragazza alle prese con la definizione del suo più grande sogno: diventare scrittrice. Nelcorso di un’estate a Tel Aviv diventerà adulta, di un’ ‘adultità’ che ha poco a che fare con le preoccupazioni dei genitori:

La città, le aveva detto sua sorella roteando gli occhi, è piena di gente malvagia, è una trappola per ragazze ingenue come te. E con voce perentoria aveva aggiunto: «E quando torni, per prima cosa, mamma ti spedisce a un consultorio per controllare se sei ancora vergine». 

La città, invece, regalerà ad Ofira la maturità per osservare le cose da differenti punti di vista, per scorgere spunti di narrazione in oggetti e soggetti quotidiani, per rivedere situazioni, per ergersi al di sopra di uomini ed eventi e narrarli al di là di qualsiasi preconcetto.

Poi lei avrebbe annunciato di avere imparato cose nuove su se stessa e sugli altri e di essere pronta a fare ciò che il destino le riservava: scrivere storie, riferirle con scrupolosità, vedere le sofferenze degli altri, evitare di giudicarli, osservarli, leggere nel loro cuore, esaminare gli aspetti nascosti delle loro azioni, celati dietro la realtà visibile, raccontare le loro vicende con maggiore fedeltà di quanto potessero fare loro stessi, prodigarsi con amore pe raggiungere quel fine, essere una narratrice onnisciente…

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Intima apparenza, Edith Pearlman

Bompiani. Traduzione: Stella Sacchini. pp. 242 Euro 12

Bompiani. Traduzione: Stella Sacchini. pp. 242 Euro 12

di Caterina Bonvicini

Che scrittrice straordinaria, Edith Pearlman. Perché non ce ne siamo mai accorti? Del resto, anche negli Stati Uniti ha raggiunto la fama solo nel 2012, a settant’anni, con la raccolta Visione Binoculare (Bompiani), grazie alla cinquina del National Book Award. Anno che per lei è stato anche uno schiaffo, perché il Pulitzer, per cui era in gara, ha deciso di non premiare un’opera di narrativa. Nessuna era all’altezza, secondo loro.

Invece basta leggere Intima apparenza (traduzione di Stella Sacchini, Bompiani) per accorgersi che Pearlman appartiene alla preziosissima generazione di scrittrici che hanno reso grande la storia del racconto, mentre la gente non ci faceva caso. L’unica premiata, quasi per tutte, Alice Munro. Edna O’Brien, che sarebbe da Nobel quanto la sua amica Alice, a Milano mi raccontava che Munro, dopo avere ricevuto la notizia da Stoccolma, le ha scritto per ringraziarla, perché alla sua opera doveva molto. «Il Nobel, io?», rideva, «pensa che non ho mai ricevuto un premio importante in vita mia».Lucia Berlin è stata riscoperta dieci anni dopo la morte. In ogni caso, non ci sapeva fare con i premi. Quando vince una borsa di studio del National Endowment for the Arts, se la spende per andare a Parigi, dove fa di tutto fuorché scrivere. E alla fine della vacanza, invece di mandare il testo richiesto, spedisce una lettera di ringraziamento in cui racconta nel dettaglio come ha buttato quei soldi.

Sono tutte donne nate negli anni Trenta – Pearlman, Munro, O’Brien e Berlin –  e tutte capaci di trasformare la normalità in una rivelazione. Sanno cos'è il quotidiano e sono così profonde da trattarlo come una miniera: vite apparentemente insignificanti nelle loro mani diventano portatrici di misteri, nemmeno da risolvere. Questa magia esce al suo meglio attraverso il racconto. Una forma che non ha bisogno del superfluo per incantare, perché in un racconto conta solo il necessario, cioè lo sguardo sugli altri. E ci si può liberamente concentrare su cose che di solito non interessano a nessuno, anche se sono un patrimonio di silenziosa sofferenza, tenerezza, rassegnazione, ordinaria felicità e tanti altri sentimenti che non fanno rumore. 

Edith Pearlman, come le altre, ama le storie di periferia. Questa raccolta è ambientata a Godolphin, Massachusetts, un sobborgo immaginario di Boston. C’è un anestesista che sposa una paziente terminale per farla morire contenta (Castello 4). Una newyorkese che inaspettatamente trova la felicità in campagna, dai parenti, e torna nel suo mondo dorato solo perché non vuole affidare a loro la sua vecchiaia come una punizione (Pietra). Una donna rovinata per sempre dalla morte improvvisa  del suo amante nel letto, un infarto che causa «diciannove cuori infranti» (Sua cugina Jamie). Ricorrente è la figura di Rennie, una specie di Olive Kitteridge della Pearlman. È un’anziana antiquaria e dal suo negozio passa tutto il vicinato perché si è data due regole: uno, ascoltare con discrezione, due, mai dare consigli. Uno dei racconti più belli è Puck, la storia di una statua di bronzo che manda in crisi queste regole. C’è una donna che organizza incontri in chiesa contro la mutilazione femminile e scopre la felicità in amore proprio con una somala mutilata (Quello che la scure dimentica l’albero ricorda). E due cugine in crociera, un po’ troppo grasse. Una delle due impara che alla fame si può sostituire la curiosità, magari per la cameriera nana che silenziosamente le pulisce tutti i giorni la camera (La Golden Swan). L’ultimo, Melata, è un capolavoro. É la storia della direttrice di un collegio e di un’allieva anoressica che studia le formiche. Si parla molto di sofferenza, ma anche di felicità, nelle sue accezioni meno scontate. E felicità, per un lettore raffinato, è trovare dei racconti così. 

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Stelle ossee, Orazio Labbate

Liberaria Editore. pp. 200 Euro 10

Liberaria Editore. pp. 200
Euro 10

di Alfredo Zucchi

Orazio Labbate è uno studioso del genere gotico: numerosi sono i suoi articoli di approfondimento, apparsi su svariate riviste letterarie negli ultimi anni; il suo stesso romanzo d’esordio, Lo scuru (Tunué, 2014), presenta originali tratti d’unione tra i codici propri del gotico e un elemento locale e identitario: la lingua siciliana, la sua letteratura e le sue figure ancestrali.

Se in Lo scuru Labbate riesce, attraverso un’adesione forte della lingua all’oggetto narrativo, a innovare il genere, trovando una cifra personale proprio attraverso le distorsioni e le impennate della lingua, nella raccolta di racconti Stelle ossee (Liberaria, 2017), l’autore sembra invece mimare stilemi già codificati. Il risultato è ambivalente: le immagini e i simboli ossianici, ripetuti fino all’ossessione, finiscono per perdere quella forza straniante, tenebrosa da cui sono venuti fuori. È invece in racconti come “Lavanderia slava”, in cui l’autore abbandona “il catalogo delle navi gotiche” (il cimitero, le candele, le bare, Lucifero e le anime in pena) per lanciarsi a capofitto nella narrazione, dove la sua cifra viene fuori: il lettore qui non è preso per mano nell’esegesi delle figure del paranormale, ma confrontato a continui ribaltamenti. Il cuore del gotico è una relazione intima dell’aldiqua con l’aldilà:

“Un fiumiciattolo di sangue macchiò la maglietta. Il cielo ruttava stelle, ed io lo sapevo senza sollevare la testa. Io lo sapevo perché il sangue sulla mia maglietta bianca me lo mostrava. Astri nel sangue, sangue negli astri.” (Lavanderia slava)

 

Il lavoro di Labbate sulla lingua resta uno dei punti forti del libro – per quanto appaiano, di tanto in tanto, costruzioni sintattiche più incompresibili che stranianti. Nei loro momenti migliori, i racconti di Stelle osseeriescono a tirare fuori epifanie potenti da elementi narrativi minimi (una ferita, un rumore, il riflesso di una lampada, la camicia di una donna):

“Al piano di sotto stanno bruciando qualcosa. Piccole grida strozzate salgono dalla parete. Da questa posizione sono verticali [...] Come correnti nella bocca di un annegato.”
(Buio sotto il letto)

Queste epifanie sono l’elemento narrativo più importante: esse legano le due dimensioni (aldiqua e aldilà), o meglio rivelano la loro coappartenenza:

Di mani nere e cinte annodate le nuvole avevano forma e colore”
(La Madonna verde)

Stelle ossee è una raccolta di racconti interessante, per quanto diseguale – non mancano i picchi, in cui l’estro di Labbate viene fuori senza mediazioni, realizzando in modo efficace e originale quel transfert che è alla base del racconto fantastico (e dunque anche di quello gotico) ; né mancano le cadute, in cui la voce sembra crollare sotto il peso degli stessi stilemi del genere che l’autore ha inteso rinnovare.

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Tutti i racconti, Andrea Carraro

Melville Editore. Postfazione: Fabrizio Ottaviani. pp 247. Euro 17,50.

Melville Editore. Postfazione: Fabrizio Ottaviani. pp 247. Euro 17,50.

 

di Filippo La Porta

Il genere del racconto è quello più congeniale alla nostra letteratura, dal Novellino e dalDecameron fino alle novelle diPirandello e alla narrazione breve prediletta da Calvino. Eppure è un genere di cui l’editoria diffida, per ragioni che restano incomprensibili. Anche perciò segnalo volentieri la raccolta di Andrea Carraro - Tutti i racconti, Melville pp. 247, euro 17,50, con bella postfazione di Fabrizio Ottaviani) -  autore di romanzi importanti come Il branco e Non c’è più tempo, e certamente uno dei nostri maggiori autori di racconti (cito solo Antonio Debenedetti e, tra gli esordienti di questi anni,  Rossella Milone). Nel libro si potrebbero rintracciare due diversi filoni, tra loro congiunti: la nuda descrizione della violenza del “branco” (“L’altalena”, “Dopocena”)  -  feroce, esplicita, legata alla cronaca nera (e anche memore dei film di Scorsese), e poi laindagine su una   violenza più nascosta, sottile, latente, quella della piccola borghesia, con tutto il suo carico di frustrazioni non dette e angosce inespresse (“Il gioco della verità”, “La lucertola”). Al centro unadisincantata fenomenologia del male, del sadismo, dell’odio (che nasce, si direbbe, dal disagio di vivere: sono storie piene di suicidi e di anziani soli), della follia distruttiva (e autodistruttiva):  “La carrozzina”, “L’inaugurazione”, “Il barista”, forse il più bello di tutti (quasi una variazione su America di Kafka rivista da Buster Keaton, con il protagonista umiliato, percosso, brutalizzato e senza che abbia la minima volontà e capacità di reagire). Ma qual è il punto di vista diCarraro? Cosa rende il suo sguardo morale così affilato? La risposta si svela in alcuni racconti finali, soprattutto in  “I grandi sono spariti”(che fa pensare alla fantascienza di Ballard). Si tratta del punto di vista dei bambini, forse in parte debitore verso il miglior neorealismo, tra De Sica e Rossellini (il cinema è fondamentale nella formazione di Carraro). La narrazione crudamentenaturalistica è qui come straniata da una surrealtà (che però ha sempre un saldo fondamento psicologico), da uno scatto onirico  e imprevisto dell’immaginazione. Non si insegue una improbabile purezza dell’infanzia. I bambini sono in partegià  irretiti dentro le dinamiche e le relazioni di potere dei grandi (i quali ne minacciano continuamente l’integrità). Eppure riescono ancora a formulare le domande giuste, e continuano a stupirsi del male (“La nuvola di organza”). Conservano una alterità che permette appunto uno sguardo dal di fuori.  Carraro ci suggerisce che occorrerebbe riprendere un contatto con la propria infanzia, e con quello stupore, senza tradirla. Come il protagonista della “Replica”, che dopo una folle corsa in autostrada raggiunge la sua piccola Livia: “dormi piccina, dormi, no, papà non se ne va…”

"La prima cosa che incontra il lettore che si imbatte nei racconti di Carrara è una scrittura attenta ai dettagli fino a generare effetti di disturbo paranoide, dove a volte una strategia che, per l'accumulo di dati, potremmo definire di compressione, si apre ad un esito che lungo la direttiva euforica della verticalità dispiega un contrasto fra ciò che è in basso - e in basso di solito c'è una forma greve di delirio, stati alterati di coscienza per droga, alcol o per la rabbia che in Carrara è dappertutto - e un firmamento che attira magneticamente lo sguardo, ponendosi come luogo utopico di dispersione e cupio dissolvi. Chi conosce Carrara per II branco, il romanzo che gli ha dato notorietà, privilegerà il descrittore dei sobborghi e delle periferie, dell'hinterland della metropoli e della gente che vi vive. Si tratta di una geografia sociale universale, perché ovunque vi sono periferie depresse. I personaggi sono tutti dei balordi: ecco il "tipo" umano che da sempre Carrara descrive e che forse è la versione estrema e radicale dell'italiano "normale". Non basta dire che il balordo è chi, nel giro di minuti, ore o al massimo di qualche giorno viene assalito dalle furie e si trasforma in una specie di invasato. Al centro della questione c'è il rapporto fra pensiero e violenza, fra raziocinio e protervia. Balordo è chi esegue l'ordine aberrante che gli ha dato il cervello senza curarsi delle conseguenze, né della dismisura che tale atto comporta. È una mente che agisce comunque, indifferente all'incoerenza o inutilizzabilità dell'ideologia che la domina. I personaggi di Carrara hanno statura e sono, a loro modo, uomini superiori perché vogliono fare grandi cose e poi le fanno, con la particolarità che le loro azioni rispondono alle esigenze aberranti di sottoculture depresse, comprese quelle goliardiche, pseudo-mondane, ipo-letterarie e così via. È per questo che la maggior parte dei racconti stampati in questo volume innesca una catastrofe che sfocia in un teatro della crudeltà e in una gogna."
(dalla postfazione di Fabrizio Ottaviani)

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La lince rossa, Rebecca Lee

Edizioni Clichy. Traduzione di Sara Reggiani. pp. 240 Euro 15

Edizioni Clichy. Traduzione di Sara Reggiani. pp. 240 Euro 15

di Gianluca Nativo

Lince Rossa e altre storie è una raccolta di racconti della scrittrice americana Rebecca Lee, portati in Italia dall’editore Clichy, con la bella traduzione di Sara Reggiani, nella collana Black Coffe.

Il primo racconto, Lince Rossa, ha un incipit all’apparenza innocuo:

“È la terrina a farmi paura”

La storia -  che si svolge durante una cena in cui la protagonista, moglie di uno scrittore, nella vita avvocato, ha invitato un po’ tutti, amici, nemici, alleati – è alimentata da un terrore più simile a un presentimento, la paura che qualcosa debba avvenire – e forse sta già avvenendo – ma nessuno sa bene quando e come.
Certo, noi lo possiamo capire già da quando, nelle prime pagine, lei accusa il marito di tradirla con la sua editor, ma è un’accusa vana, una supposizione. E in questa vaghezza, dietro continue distrazioni e a false piste – tra cui il tradimento, vero questo, che demonizza i Donner-Nilson, una coppia di amici del marito – che il racconto e la voce della protagonista ritardano colpevolmente la verità. Chi invece sembra riportare tutti in riga è Susan, anche lei scrittrice, che sui monti del Nepal ha incontrato una lince che le ha sbranato il braccio. La lotta con l’animale, raccontata durante la cena, lancia un allarme a tutti i presenti: forse la vita è altrove. Il moncone che ha al posto del braccio, sbranato via dal felino, è la conferma di quanto tremenda sia la quantità di cose che possono succedere fuori dalle nostre vite:

“Non volevo un addio al nubilato, non volevo una casa con lui, non volevo un conto corrente in comune. Dove sono l’estasi, la gioia, o anche solo la realizzazione?
Dove sono?”.

È una situazione da elephant in the room: si continua a spettegolare sui Donner-Nilson, c’è chi mette addirittura in dubbio la storia della lince, anzi vorrebbe quasi che Susan mostrasse a tutti il moncherino.
Quando la serata sta per finire, la verità si presenterà come un’ospite inatteso della cui venuta però eravamo in qualche strano modo ben consapevoli.

“Ogni cena verso la fine è un po’ come una sconfitta. Superata la metà della serata, quando eravamo ancora tutti su di giri, alcuni perfino brilli, e il dessert doveva ancora arrivare, c’è stato un momento in cui sembrava che quello fosse il ritrovo più interessante di tutta Manhattan, che ci volessimo tutti bene e che avremmo dovuto rifarlo più spesso, perché non lo facevamo più spesso? Tutti che calcolavano quando poter ospitare a casa la propria cena successiva. Ma poi è iniziata la discesa. Qualcuno ha alzato un po’ troppo il gomito. [...]


Una frase dell’archeologo Ernest Beker spesso mi attraversa la mente al termine di lunghi pasti, che cioè l’uomo se ne sta in piedi sopra un mucchio di ossa e proclama che la vita è bella.
Io ho imparato da mia madre, ospite impeccabile, che è importante presentare agli invitati piccoli doni – cioccolatini, liquori – dopo il pasto, in modo tale che, mentre la serata rallenta,
non subentri la disperazione”.

I racconti di Rebecca Lee derivano tutti da voci confuse, prese da una gioia disperata (Fialta), da una depressione infantile (Da qui al sole), finanche dalla confusione interculturale (Min), e ogni volta la verità viene sempre fuori in modo semplice ma tremendo, grazie anche a una scrittura sostenuta, il cui tonoipnotizza il lettore fino alla fine. C’è molta letteratura americana in questi racconti scritti dagli anni settanta fino a oggi (Raymond Carver, Flannery O’ Connor, Alice Munro), narrazioni minime capaci di spezzare la catena di senso dell’esistenza. 

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In un palmo d'acqua, Percival Everett

Nutrimenti editore. Traduzione: Letizia Sacchini. pp. 192. Euro 17

Nutrimenti editore. Traduzione: Letizia Sacchini. pp. 192. Euro 17

di Giuliana Riccio

Nove racconti per dipingere il romanzo di un luogo al di là dei luoghi, il fascino del West dove il deserto si accumula a ridosso dei giorni e tratteggia uno scenario tutto pieno nonostante lo spazio, l’interminabile spazio, che sembra suggerire. Nove storie per familiarizzare con la vita dei ranch, di quel mondo noto più per i suoi luoghi comuni che per i suoi reali connotati, che qui, invece, in In un palmo d’acqua, ultimo libro di Percival Everett edito da Nutrimenti, si dispiegano in tutta la loro schiettezza. Le riserve indiane appaiono non per evocare scenari nostalgici ma semplicemente come dati di fatto, esistenze presenti nel reale, prive di quell’eccezionalità che l’etnocentrismo letterario è portato ad evidenziare. Niente di speciale sembra nascondersi negli squarci di vita altrui che Everett ci regala o, almeno, niente di apparentemente speciale, perché tutto si presenta immerso nella minuzia del quotidiano, in una realtà che si fa forte proprio  nell’esplicitare la serialità dei giorni che la caratterizzano. In questo mondo immoto compaiono figure silenti, dai confini noti ma dalle problematicità in divenire, proprio come i luoghi di frontiera in cui si rivelano le loro esistenze. Esistenze che si ritrovano ad inciampare, a un certo punto, in un fatto straordinario; un fatto, però, non da indagare, ma da registrare come uno dei tanti scenari del possibile.
Da questo punto di vista, Il primo di questi racconti, Un po’ di fede, sembra suggerirci quasi una modalità di lettura, un patto con il lettore il cui indispensabile occhio razionale non può e non deve chiudere le porte all’eventualità di un accadimento inconsueto a metà strada tra il miracolo ed il miraggio.  Protagonista di questo racconto è Sam Innis un veterinario che ritroveremo, nel ruolo di comparsa, anche in alcuni dei racconti successivi. Un uomo che non ha simpatia per le chiese, poco incline alla spiritualità, che si trova coinvolto nella ricerca di una bimba perduta, smarritasi lì, tra quelle Montagne rocciose che i vecchi indiani, nella loro saggezza, considerano maledette. Una bambina sorda, morsi di serpenti e apparizioni sciamaniche, ingredienti che necessitano di fede per tornare alla vita quotidiana e recuperare uno sguardo un po’ soul, indispensabile per cogliere l’interezza delle esperienze.

Nei racconti successivi ci si trova coinvolti in situazioni analoghe: in Un lago d’alta quota, è una donna solitaria e forte della sua solitudine a smarrirsi, durante la consueta cavalcata mattutina, in uno spazio altro, una dimensione parallela, forse il confine tra la vita e la morte o solo una proiezione dei suoi desideri, del suo dolore, di una vita connotata di perdite e fatta solo di attesa, attesa della fine del tempo.

Sua figlia e suo marito erano sepolti al ranch. Anche lei sarebbe finita lì,
ma non aveva idea di chi
sarebbe venuto a guardare le erbacce crescere sulle loro tombe.
Non le era rimasto un solo parente a cui lasciare la terra.

Anche quando non viene chiamata direttamente in causa l’ambiguità metafisica, la realtà suggerisce, attraverso gli elementi naturali, un’occasione per fare i conti con se stessi e ritornare, poi, a vivere secondo ritmi che non ci è dato sapere, perché i finali sempre aperti di questi racconti ci impediscono di trarre conclusioni. Così in Plecottero è una trota gigante, la pesca di una trota gigante, a spingere il quattordicenne Daniel a pacificarsi con il proprio passato, a sciogliere in neve quel dolore per la morte della sorella maggiore che da bambino aveva ghiacciato la sua vita imbalsamandola in un’apatia irrisolta.

Cavalcando verso casa gettò indietro la testa e guardò il cielo.
Per quanto ne sapeva i fiocchi di neve erano stelle, e lui sorrise.

In Congelamento, invece, un bosco e i suoi imprevisti, faranno da sfondo ad una rinnovata complicità tra un padre e una figlia adolescente e ribelle.

“Voglio che strilli a pieni polmoni mentre procediamo molto, molto piano. Strillerò anch’io, dunque cerca di non restare scioccata dal vocione del tuo vecchio.”
“Dici sul serio?”

“Comincia adesso”. Così strillarono entrambi.

 La figura di Everett viene spesso accostata a quella di Carver per l’indubbia propensione a disegnare personaggi poco fuori dal comune e per questo motivo straordinari nella loro umanità. Come Carver, Everett, ama catapultare il lettore in storie già avviate e condurlo in finali-non finali nel tentativo di sottolineare il viavai della vita e l’impossibilità di poter contenere il reale in una percorso lineare e pacificante.

Everett cerca di conciliare surrealismo e realismo attraverso una scrittura analogica ma non metaforizzante. I silenzi, le ambientazioni, gli animali, gli oggetti e gli accadimenti che ci offre sono esattamente ciò che sono, non vogliono sottintendere in modo esplicito ad altro ma non possono fare a meno di intrecciare relazioni con i soggetti coinvolti fuggendo da qualsiasi gabbia monosemica.

In Direzione sbagliata si ha quasi la sensazione di essere davanti ad una dichiarazione meta testuale, dichiarazione che, dati i precedenti narrativi di Everett non appare come una novità. Il discorso sulle possibilità retoriche della narrativa si manifesta nelle vicende che vedono l’allevatore Jake protagonista di una serie di equivoci a causa del suo parlar schietto e della tendenza del mondo a cercare significati nascosti dentro le cose.

“Non sto cercando di dire un bel niente.
Perché cazzo pensate tutti che stia cercando di dire più di quello che dico?”

Everett in In un palmo d’acqua non ha detto un bel niente. Perché cazzo pensiamo tutti che stia cercando di dire più di quello che dice?

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