Premio Settembrini a Furio Bordon: un racconto

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Furio Bordon ha vinto il 54° Premio Settembrini con Stanze di Famiglia, Garzanti.

Cattedrale pubblica un estratto di uno dei racconti, per gentile concessione dell'editore.

«Un’opera di acre bellezza, alla quale in nessun modo è possibile rimanere insensibili.»
«El País»

«Nessun sentimentalismo, ma solo la verità del quotidiano.»
«Le Monde»

«Un intelligentissimo connubio tra ironia ed emozione.»
«Le Soir»

«Ci sono cose laceranti e c’è il coraggio della delicatezza.»
«la Repubblica»

«Memorabile. Di una sincerità terribile e commovente.»
«El Mundo»

Stanza della madre
è demente, non sa quel che dice

Non scriverò bene. Non limerò le frasi né mi dilungherò in descrizioni. Ci sono queste voci da inseguire. Loro non si fermano per mettersi in posa, non rallentano. Esigono che le registri in fretta e corrono avanti. E dunque cominciamo subito. Ci sei tu, naturalmente. Età? Settanta, anno più anno meno. Il tuo aspetto? Grasso, magro, non importa. Ciò che conta è che sembri un bambino avvizzito. Sei accanto al letto di una vecchia signora, hai sollevato il lenzuolo e le osservi il ventre. Lei è tua madre, ma la chiameremo «la vecchia signora», o più semplicemente «la vecchia», perché c’è un’altra donna qui dentro, che ti sta guardando, e anche lei è tua madre. E così la chiameremo. Ha quarant’anni, è bella ed elegante. Accanto a lei c’è un uomo, ha la sua stessa età ed è anche lui elegante nel suo trench inglese appoggiato con negligenza sulle spalle. È tuo padre. È morto tanti anni fa, di infarto. Questo per il momento basta. Andiamo avanti. «Ti sei bagnata un’altra volta!» dici alla vecchia signora.
«Io…?» Si è bagnata, ma non se n’è accorta.
«E chi se no? Io?»
«Ti sei bagnato?» L’idea sembra divertirla.
«Non io. Tu! Tu ti sei bagnata.»
«Sei sicuro?»
«Sì.»
«Hai provato a toccare?»
«Non mi va di toccare.» «Non ho il pannolone?»
«Certo che ce l’hai. Te lo ha cambiato Luisa dieci minuti fa.»
«Me lo può cambiare di nuovo.»
«È andata via. Torna domattina.»
«Perché è andata via?»
«Va via sempre a quest’ora. Torna la mattina e ti cambia il pannolone della notte. Ma tu adesso lo hai già bagnato.»
 «Perché, è già notte?»
«Tra un poco sì.»
«Non si può cambiare lo stesso?»
«E chi te lo cambia?»
«Luisa.»
«Luisa è andata via.»
«Perché?»
«Perché aveva finito il suo turno.»
«Allora può cambiarmelo lei.»
«No, perché non c’è.»
«Quando torna?»
«Domattina.»
«E non può cambiarmelo adesso?»
«No.»
«Perché no?»
«Perché non è qui.»
«E allora chi me lo cambia?»
«Fino a domattina, nessuno.»
La vecchia signora riflette per qualche istante. «Tu no…?»
«No. Io no.»
«Perché tu no?»
È la voce di tua madre. Ti volti a guardarla. «Chi me li cambiava i pannolini quando ero piccolo?» le domandi.
«Questo cosa c’entra?»
«Me li cambiavi tu?»
«Te li cambiavo io», dice tuo padre. «Quando io non c’ero, lo faceva tua madre.»
«Perché non lo facevi tu?» le domandi ancora.
«Tuo padre era più bravo. Lui è sempre stato bravo in queste cose. Ha sempre avuto una gran manualità.» «Bisogna avere un talento particolare per cambiare un pannolino?»
«A lei non piaceva farlo», interviene tuo padre. «A me invece non dava alcun fastidio. Anzi, mi facevi ridere con quelle gambette per aria. E poi, quando ti sentivi asciutto, mi regalavi un bel sorriso.»
«A me non ha mai sorriso», gli dice tua madre. «Con me non faceva che strillare.»
«È per questo che non ti piaceva farlo?» le domandi.
«Anche per questo.»
«E cos’altro?»
«Eri piuttosto maleodorante.»
«Come tutti i bambini, immagino.»
«Non lo so. Non ho mai fatto la prova con altri bambini. Mi bastavi tu.»
«Soffriva di intestino», dice tuo padre. «Non era colpa sua.»
«Vedi che buon papà. Sempre pronto a difenderti. Comunque eri davvero un puzzone.» Indichi il letto con la vecchia signora.
«E tu là, adesso, pensi di profumare?»
«Temo di no.» «E allora?»
«E allora ognuno si comporta come gli pare. Se non ti va, non farlo.»
«Chi mi cambia il pannolone?» È di nuovo la vecchia signora. Guardando fisso tua madre: «Nessuno».
«E io come faccio?»
«Aspetti domattina.»
«Tuo padre me lo avrebbe cambiato.»
«Sì, lui sì.»
«Era meglio se morivi tu.»
«È andata così, che ci vuoi fare.»
«No, era meglio se morivo io.»
«Be’, siamo vivi tutti e due e dobbiamo sopportarci.»
«Sono tutta bagnata.»
«Fra un po’ ti asciughi.»
«Mi verrà il raffreddore.»
«Non c’è pericolo. Fa caldo.»
«Sei cattivo.»
Ti rivolgi a tuo padre: «Sono cattivo?».
«No.»
A tua madre: «Sono cattivo?».
«No, sei solo un po’ meschino.»
«Ho freddo», si lamenta la vecchia signora.
«Non puoi avere freddo. Fa caldo.»
«Povera me.»
«Poveri tutti!»
«Pensi di stare peggio di lei?» ti domanda tua madre.
«Si muove appena, è quasi cieca, deve chiedere aiuto per ogni piccolo gesto. Ha il cervello infestato di allucinazioni che la riempiono d’angoscia. E quando è lucida, i rari momenti in cui è lucida, capisce che la realtà è più dura delle sue allucinazioni. Stai peggio di lei?»
Rimani in silenzio. «Posso chiederti una cosa?» È la voce della vecchia signora. Incerta, quasi timida. «Dimmi.»
«Pensi che morirò presto?»
La guardi smarrito.
«Non mi rispondi?»
«È una domanda che potremmo farci tutti. E per nessuno esiste la risposta.»
«Non ho capito. Vuol dire che morirò presto?»
«Raccontale una bugia!» dice tua madre. «È questo che ti chiede.»
«Puoi vivere ancora molti anni.»
«Ma sono malata…»
«Sei solo molto anziana.»
«È vero. Dio mio, come sono vecchia! Quanti anni ho? Novanta?»
«Novantatré.»
«Novantatré…! Sei sicuro?»
«Sì.»
«Sono tanti.»
«Sì.»
«Però mi piacerebbe vivere ancora un poco.»
Ti giri di scatto verso tua madre. «Per fare cosa? Per passare un’intera giornata a piegare in quattro un fazzoletto? O a contare le tue bottiglie di acqua di violetta?»
«È sempre vivere», ti risponde.

2016, Garzanti S.r.l., Milano
Tutti i diritti riservati.

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Racconti al tramonto, di Bram Stoker

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Il primo Novembre 2017 è in libreria Racconti al tramonto, i racconti di Bram Stoker pubblicati da Elliot, con le bellissime illustrazioni di Francesca Rossetti. 
Pubblichiamo un racconto del testo con alcune delle illustrazioni, per gentile concessione dell'editore.

 

Il Paese del tramonto

Lontano, molto lontano, c’è un Paese bellissimo che nessun occhio umano ha mai visto durante le ore di veglia. Giace ai piedi del Tramonto, là dove l’orizzonte lontano delinea il giorno, e dove le nuvole, risplendenti di luce e colore, regalano una promessa della gloria e della bellezza che lo cingono.
Qualche volta ci è concesso di poterlo vedere in sogno.
Ogni tanto gli Angeli arrivano, dolcemente, e con le loro grandi ali bianche sventolano i visi sofferenti e posano le loro mani fresche sugli occhi addormentati. Così lo spirito del dormiente si libra in aria. Balza al di sopra della penombra e della foschia della fase notturna. Veleggia lontano attraverso le nubi di porpora. Si affretta tra la vastità della luce e dell’aria. Attraverso il blu profondo del cielo esso vola e, spargendosi sopra l’orizzonte infinito, riposa infine sulla bella terra del Paese del Tramonto.
In qualche modo questo Paese è come il nostro. Ci sono uomini e donne, re e regine, ricchi e poveri e poi case, alberi, campi, uccelli e fiori. C’è il giorno e anche la notte;  il caldo e il freddo, e la malattia e la salute. I cuori degli uomini e delle donne, e dei ragazzi e ragazze, battono come da noi. Ci sono gli stessi dispiaceri e le stesse gioie. Le stesse speranze e le stesse paure.
Se un bambino di quel Paese stesse accanto a un bambino di qui non vedreste alcuna differenza tra loro, a parte i vestiti. Parlano la nostra stessa lingua. Non sanno di essere diversi da noi e noi non sappiamo di essere diversi da loro. Quando nei loro sogni vengono da noi, non sappiamo che sono stranieri. E quando, nei nostri sogni, noi andiamo nel loro Paese, ci sentiamo a casa nostra. Forse la causa di questo sta nel fatto che la casa delle persone buone è nel loro cuore e dovunque esse siano sono in pace.
Il Paese del Tramonto è stato per molti anni una terra meravigliosa e piacevole. Tutto era splendido e dolce e piacevole. Finché non arrivò il peccato e le cose restarono prive della loro perfetta bellezza  Oggi è di nuovo una terra fantastica e gradevole.
Poiché lì il sole è forte, ai lati delle strade sono stati piantati grandi alberi che allargano dovunque i loro grossi rami.
Così i viandanti trovano riparo durante il loro passaggio. Le pietre miliari sono sostituite da fontane di dolce acqua fresca, così limpida e trasparente che una volta arrivato il pellegrino siede sulla pietra intagliata che si trova lì accanto e tira un sospiro di sollievo, perché sente che lì può riposare.
Quando qui è il tramonto, lì è mezzogiorno. Le nuvole si riuniscono e proteggono la Terra dal grande calore. Poi per un po’ ogni cosa si addormenta.
Quest’ora così dolce e piena di pace è chiamata il Tempo del Riposo.
Quando arriva gli uccelli interrompono il loro canto e si posano sotto agli ampi cornicioni delle case o sui rami degli alberi. I pesci non guizzano più nell’acqua e si fermano accanto ai sassi, con le pinne e le code così immobili che sembrano morti. Le pecore e le mucche si sdraiano sotto gli alberi. Gli uomini e le donne salgono sulle amache appese tra gli alberi o si riposano sotto le verande delle loro case. Finché il sole non è più così accecante e le nuvole si dissolvono e ogni essere vivente si sveglia.
Le uniche creature che non cadono addormentate durante il Tempo del Riposo sono i cani. Giacciono buoni buoni, addormentati solo a metà, con un occhio aperto e un orecchio all’insù, restando sempre all’erta. Se poi uno straniero dovesse arrivare nell’ora del Riposo, i cani si alzano sulle zampe e lo guardano, con dolcezza e senza abbaiare, per timore di disturbare gli altri. Loro capiscono se il nuovo arrivato è innocuo e, in questo caso, si sdraiano nuovamente così come lo straniero che attenderà la fine del Tempo del Riposo.
Ma se i cani pensano che lo straniero possa essere pericoloso, allora iniziano ad abbaiare con forza e a ringhiare.
Le mucche cominciano a muggire e le pecore a belare, gli uccelli a cinguettare e a intonare le loro note più alte, ma senza alcuna traccia di melodia. E anche i pesci cominciano a saltare e a spruzzare l’acqua. Gli uomini si svegliano, saltano giù dalle loro amache e afferrano le loro armi. Allora è un brutto momento per l’intruso. Viene condotto immediatamente  davanti alla Corte e processato, e se viene dichiarato colpevole, lo si mette in prigione o bandito dal Paese.
Poi gli uomini tornano alle loro amache, e tutti gli esseri viventi si ritirano di nuovo finché il Tempo del Riposo non finisce.
La stessa cosa accade di notte, se arriva un estraneo per fare del male. Di notte sono svegli soltanto i cani, oltre ai malati e le loro infermiere.
Si può andar via del Paese del Tramonto solo da una direzione. Quelli che vanno là nei sogni, o che arrivano in sogno nel nostro mondo, vanno e vengono senza sapere come. Ma se un abitante cerca di andarsene, può farlo da un’unica strada. Se tenta per qualsiasi altra via va sempre avanti, gira senza rendersene conto, finché non arriva all’unico punto da cui si può partire.
Questo luogo si chiama Il Portale e ci sono gli Angeli a sorvegliarlo.
Proprio nel centro del Paese si trova il palazzo del Re, dal quale si diramano le strade in ogni direzione. Dalla cima della torre, che si erge altissima al centro del palazzo, il Re può guardare lungo tutte le vie, che sono tutte piuttosto dritte.
Sembra che diventino sempre più strette via via che si allontanano, finché alla fine non scompaiono del tutto.
Intorno alla reggia sono riunite le case dei nobili, la cui vicinanza è stabilita a seconda del rango del suo proprietario. Aldilà ci sono poi quelle dei meno nobili e poi quelle di tutti gli altri, che diventano sempre più piccole man mano che si allontanano.

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Ogni casa, grande o piccola, è al centro di un giardino che ha una fontana e un ruscello, grandi alberi e aiuole con bellissimi fiori.
Lontano da lì, andando verso il Portale, la campagna si fa sempre più selvaggia. Ci sono foreste intricate e alte montagne piene di grotte profonde, oscure come la notte. Qui hanno la loro tana gli animali selvaggi e tutte le creature più crudeli.
Poi ci sono paludi, acquitrini, sabbie mobili e una giungla fitta fitta. Tutto è così selvaggio che la strada scompare completamente.
Nessun uomo sa cosa si nasconda oltre questi luoghi. Qualcuno afferma che lì vivano i Giganti ancora esistenti e che vi crescano tutte le piante più velenose. Si dice anche che un vento stregato trasporti i semi delle cose malvagie e li sparga per tutta la terra. Altri dicono che lo stesso vento maligno propaghi da lì malattie ed epidemie. Pare che anche la Carestia viva
lì tra le paludi e che si propaghi quando gli uomini divengono cattivi, talmente cattivi che gli Spiriti di guardia al Paese piangono così amaramente che non riescono a vederla passare.
Si sussurra che la Morte abbia il suo regno nelle Solitudini, oltre le paludi, e viva in un castelli con orribile da guardare che nessuno è riuscito a vederlo e a sopravvivere per raccontarlo. Si dice anche che tutte le cose malvage che vivono nelle paludi siano i disobbedienti Figli della Morte che hanno abbandonato la casa e non riescono più a trovare la strada per tornarvi.
Ma nessuno sa dove sia il castello del Re della Morte. Tutti gli uomini e le donne, i ragazzi e le ragazze, persino i bambini più piccoli dovrebbero essere pronti a non avere paura di fronteggiare il suo volto, una volta costretti ad entrare nel Castello e a guardare il lugubre Re.
Per molto tempo il re della Morte e i suoi Figli rimasero fuori dal Portale, e all’interno tutto era gioia.
Poi tutto cambiò. I cuori degli uomini divennero freddi e duri per via dell’orgoglio e dalla prosperità, e non diedero più ascolto agli insegnamenti imparati in passato. Quando ci furono solo freddezza, indifferenza e disprezzo, gli Angeli di guardia videro negli orrori di cui erano privi le punizioni e le lezioni che potevano far bene.
Le buone lezioni arrivarono – come spesso succede con le cose positive – dopo il dolore e le tribolazioni, e furono di grande insegnamento. La storia del loro arrivo è una lezione per chiunque sia saggio.
Due Angeli erano sempre di guardia al Portale. Erano così grandi, così vigili e risoluti nel loro compito, che si usava un nome solo per entrambi. Uno o entrambi potevano essere interpellati con lo stesso nome se si voleva parlare con loro. Sia l’uno che l’altro sapevano tutto ciò che si poteva sapere su un argomento. Non era così strano, perché entrambi conoscevano tutto. Il loro nome era Fid-Def.
Fid-Def stavano di guardia al Portale. Accanto a loro c’era un Angelo-bambino, più chiaro della luce del sole.
Il profilo del suo bellissimo corpo era così armonioso che sembrava fondersi nell’aria; appariva come una luce di vita sacra.
Non restava mai fermo come gli altri Angeli, ma si librava su e giù e in ogni direzione. Talvolta era solo una macchiolina, poi all’improvviso, senza che si notasse alcun cambiamento, diveniva più grande dei grandi Spiriti guardiani che erano sempre uguali.
Fid-Def amavano l’Angelo-bambino, e le volte in cui egli si sollevava, essi aprivano le grandi ali bianche sulle quali talvolta si posava. Le sue stupende, soffici ali oscillavano gentilmente sui loro volti quando si voltavano per parlare.
Ma l’Angelo-bambino non andava mai oltre la soglia. Guardava le terre selvagge lontane, ma non metteva mai fuori dal Portale nemmeno la punta di un’ala.
Faceva domande a Fid-Def, voleva sapere cosa c’era là fuori, e in cosa era diverso da quel che c’era dentro.
Le domande e le risposte degli Angeli non erano come le nostre domande e le nostre risposte, perché non c’era bisogno di parlare. Nel momento in cui si voleva sapere qualcosa, la domanda veniva fatta e la risposta data.
Ma se la domanda fosse stata posta dall’Angelo-bambino e la risposta fosse giunta da Fid-Def, e se noi conoscessimo la non-lingua che gli Angeli stavano non-parlando, questo è ciò che avremmo sentito:
Fid-Def parlava con Fid-Def.
«Non è bello Chiaro?»
«È bellissimo. Sarà una nuova potenza nella Terra».
Ecco allora Chiaro, che stava con un piede sulle piume di un’ala di Fid-Def, disse:
«Ditemi Fid-Def, cosa sono quegli esseri dal terribile aspetto oltre il Portale?»
Fid-Def risposero: «Sono i Figli di Re Morte. Il più terribile, quello avvolto nel buio, è Skooro, uno spirito maligno».
«Come sono brutti!»
«Davvero orribili, caro e questi Figli della Morte vorrebbero passare attraverso il Portale ed entrare nella Terra».
Sentendo queste terribili notizie, Chiaro si alzò in aria, e divenne così grande che l’intera Terra del Tramonto si illuminò. Poi, divenne subito via via sempre più piccolo, finché divenne solo una macchiolina, come il raggio colorato che si vede in una stanza buia quando il sole entra da una fessura. Chiese agli Angeli del Portale: «Ditemi, Fid-Def, perché i Figli della Morte vogliono entrare?»
«Perché, caro bambino, sono cattivi, e vogliono corrompere i cuori degli abitanti della Terra».
«Ma, ditemi Fid-Def, sono in grado di entrare? Sicuramente se il Grande Padre dice “No!” essi devono restare fuori dalla Terra».

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Ci fu una pausa, poi arrivò la risposta degli Angeli del Portale:
«Il Grande Padre è più saggio di quanto persino gli Angeli possano concepire. Egli rivolta sui malvagi i loro stessi progetti, e cattura il cacciatore nella sua stessa trappola. Quando i Figli della Morte entreranno – dato che stanno per riuscirci – faranno un gran bene alla Terra, che vorrebbero invece distruggere. Perché, ahimè!, i cuori della gente sono corrotti. Hanno dimenticato gli insegnamenti che gli sono stati impartiti. Non sanno quanto dovrebbero essere grati per la loro felice sorte, perché non conoscono la sofferenza. Che abbiano un po’ di dolore, di pena e di tristezza, così che possano rendersi conto dei loro errori».
Mentre parlavano, gli Angeli piangevano di tristezza per i misfatti del popolo e per il dolore che avrebbero dovuto sopportare.
L’Angelo-bambino rispose intimorito: «Allora anche l’essere peggiore sta per entrare nella Terra. Aiuto!Aiuto!»
«Caro bambino» dissero gli Spiriti guardiani, mentre l’Angelo-bambino gli si arrampicava in grembo «su di te ricade un grande compito. I Figli della Morte stanno per entrare. A te è stata affidata la sorveglianza di Skooro, un essere tremendo. Dovunque vada, tu devi essere lì perché non accada niente di grave, a meno che non sia voluto e permesso».
L’Angelo-bambino, intimorito dall’enormità della missione, comprese che l’incarico doveva essere fatto nel modo migliore possibile.
Fid- Def proseguirono:
«Devi sapere, caro Bambino, che senza l’oscurità non c’è paura dell’invisibile; ma neanche l’oscurità della notte può spaventare se c’è luce nell’anima. Per chi è buono e puro non c’è timore né del male terreno, né delle forze invisibili. Confidiamo in te per proteggere i puri e i sinceri. Skooro li immergerà nelle sue tenebre, ma a te è concesso di penetrare nei loro cuori e di rendere invisibile e inefficace il buio del Figlio della Morte con la tua luce gloriosa. Ma dovrai restare lontano dai malfattori, dai cattivi, dagli ingrati, dagli spietati, dagli impuri e dagli insinceri; così, quando ti cercheranno per essere confortati – come spesso avviene - non ti troveranno. Vedranno solo l’oscurità che la tua luce lontana renderà ancor più nera, perché l’ombra sarà proprio nelle loro anime.
«Ma, oh, bambino, nostro Padre è incredibilmente buono. Egli ordina che, in caso qualcuno di questi scellerati si pentisse, tu dovrai volare immediatamente da loro e confortarli, aiutarli, rallegrarli, allontanandone l’ombra. Se dovessero invece fingere di pentirsi, con l’intenzione di essere ancora malvagi non appena fosse passato il pericolo, o se dovessero agire solo per paura, allora dovrai nascondere la tua luce, così che il buio possa divenire ancor più scuro su di loro. E ora, caro, dovrai diventare invisibile. Si avvicina il momento in cui sarà permesso al Figlio della Morte di entrare nella Terra. Cercherà di intrufolarsi, e noi glielo lasceremo fare, perché dobbiamo procedere senza essere visti e scoperti, per portare a termine il nostro compito».
Allora l’Angelo-bambino si dissolse lentamente, così che nessun occhio, nemmeno quelli di Fid-Def, potesse vederlo e gli Angeli guardiani ripresero il loro posto di sempre accanto al Portale.
Venne il Tempo del Riposo e tutto divenne tranquillo nella Terra.
Quando i Figli della Morte, dalle paludi lontane, videro che non si muoveva nulla, tranne gli Angeli di guardia come sempre, decisero di tentare un nuovo assalto per entrare nella Terra.
Perciò decisero di assumere diverse sembianze. Ognuno prese una forma diversa, ma tutti insieme avanzarono verso il Portale. Così i Figli della Morte riuscirono a raggiungere l’ingresso della Terra.
Arrivarono sulle ali di un uccello in volo; su una nuvola che scivolava lentamente nel cielo; nei serpenti che strisciavano sulla terra… nei vermi, nei topi e nelle talpe che si muovono sotto terra; grazie ai pesci che nuotavano e agli insetti che volavano. Giunsero via terra, via acqua e dall’aria.
Così, senza permessi od ostacoli e per molte strade, i Figli della Morte entrarono nel Paese del Tramonto e da quel momento tutto cambiò in quella bella Terra. I Figli della Morte non si fecero riconoscere subito. Uno ad uno gli spiriti più sfrontati, dilagando per tutta la Terra con passo marziale, riempirono tutti i cuori di terrore.
Eppure fu proprio ciascuno di loro a lasciare un benefico insegnamento nei cuori degli abitanti della Terra.

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Le mele, di German Sadulaev

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Dal Marzo 2017 è in libreria la raccolta Falce senza martello, racconti post-sovietici che raccoglie alcune delle voci più interessanti di autori russi degli ultimi anni. Il libro, pubblicato da Stilo Editrice, è curato e tradotto da Giulia Marcucci. Pubblichiamo il racconto LE MELE, di German Sadulaev, per gentile concessione dell'editore.

 

LE MELE
di German Sadulaev

La storia del peccato originale la conosciamo dalle labbra di Eva. La raccontò così: arrivò strisciante il Serpente, convinse a mangiare il frutto. Sempre, ma soprattutto se a testimoniare è una donna, occorre ascoltare l’altra parte. Ma chi era in questo caso l’altra parte? Adamo? No. Lui ed Eva sono complici. L’altra parte è l’infamato Serpente. Bisognava ascoltarlo il Serpente. Forse avremmo saputo che non era coinvolto, oppure che non c’è stato nessun Serpente.
Eva stessa era il serpente.
Non ci si vede chiaro nell’intreccio biblico del peccato originale. Perché era vietato mangiare i frutti dall’albero della conoscenza? Perché il Signore non permise di distinguere il bene dal male? Che c’è di male? Se il male è stato creato alle stesse condizioni del bene, dovrà pur esserci qualche differenza. So che i teologi dispongono di migliaia e migliaia di trattati astrusi sul senso e i significati simbolici del peccato originale di Adamo ed Eva, ma io non ho alcun desiderio di comprendere simboli indecifrabili e spiegazioni sconclusionate.
La gente semplice, non i teologi, per reticenza crede che il frutto proibito sia una metafora del sesso. Eva aveva istigato Adamo ad avere con lei un rapporto sessuale. E ogni cosa in questa storia si fa ancora più incomprensibile.
Non serve a niente la spiegazione del peccato. Non vi è né capo, né coda. Scheggia di un vecchio mito su di un qualche antico tabù di una qualche antica tribù. Forse nella prima redazione del peccato originale Adamo ed Eva erano fratello e sorella, e infransero il divieto d’incesto. Non avevano scampo, in fin dei conti solo così poterono popolare di uomini la terra. Ma il Padre severo li castigò, votandoli alla fatica e alla sofferenza. Non c’è giustizia in questo, ma una logica sì che c’è.
In India si è conservata una storia speculare. Il dio della morte, che si chiamava Yama, aveva una sorella gemella, Yamî. Lei cercava di sedurre il fratello. Dopo l’atto sessuale, avrebbero potuto raggiungere l’immortalità e la perfezione. Ma Yama preferì morire e iniziare il cammino nell’aldilà. Fu ricompensato per probità e divenne il signore del regno dei morti.
Talvolta penso: che cosa sarebbe cambiato se Yama avesse ceduto alla tentazione? O se Adamo si fosse trattenuto?
A suo tempo io seppi resistere alla tentazione. Non ho rimpianti. Non c’è alcun senso nell’avere rimpianti. Ci sono state in seguito, più tardi, molte donne con cui ho peccato. E ancor più quelle con cui il peccato l’ho evitato. Ma né dell’uno né dell’altro caso io oggi, ora, mi lamento. Perché tanto ormai fa lo stesso. Non cambia più niente. Cosa resterà? La memoria? Non ha senso. Ed è anche un testimone inaffidabile. I volti e le storie ecco che già si confondono, e io non sono sempre convinto di riconoscerli. In quell’occasione però, a quanto pare, seppi tener duro.

Nel maggio del 1987, a quindici anni, stavo finendo la nona classe nella gialla e polverosa Kizljar. La cittadina si trova sul fiume Terek, sulla sabbia, su un terreno argilloso ed esposto ai venti. All’epoca popolavano Kizljar i cosacchi del Terek, i cumucchi, gli armeni e pochissimi montanari. Adesso è il contrario. Da quando la città si è vestita di asfalto e pietra, c’è meno polvere. E il Terek si è insabbiato. E i venti, stanchi, si sono zittiti.
Di solito passavo le vacanze estive a casa. Si poteva fare il bagno nel fiume, andarci a pesca. Attorno a Kizljar c’erano giardini e vigneti per le scorrerie. Avevo una banda di amici, briganti infaticabili, con i quali di certo non ci si annoiava. Non chiedevo di mandarmi nei campi per pionieri, non mi interessava nemmeno quello di Artek. Papà e mamma usufruivano dei luoghi di villeggiatura sovietici, una volta mi portarono con loro, ma io al mare mi annoiavo e non vedevo l’ora di tornare a casa. Non mi costrinsero più. Andavamo spesso a far visita al parentado cosacco nelle stanicy vicine: Šelkovskaja, Aleksandrijskaja, Červlennaja. I nostri genitori avevano ovunque parenti, kunaki, nonni, nonne, zii, zie, fratelli e sorelle. In cinquecento anni, sulle terre del Terek, le tribù dei primi cosacchi avevano affondato le radici nella sabbia della steppa, avviluppando la terra e intrecciandosi come ife fungine. Stavo bene nei villaggi. Lì ogni cosa era esattamente come a casa: il fiume, le graminacee, il vento e il sole bianco nella calda steppa. Ovunque c’erano giardini e vigneti, e anche briganti, coetanei e compagni di gioco. Durante l’infanzia era tutto facile e leggero. Ma d’improvviso l’infanzia finì. E allora, durante quell’ultima primavera, me ne accorsi di colpo. Anche se non successe niente. Lo stesso sole, e il Terek, e maggio con le sue ciliegie mature. Ma i divertimenti di sempre non attiravano più. Non avevano né luce né felicità. La banda si disperse fra altri interessi, interessi da grandi: qualcuno aggiustava il motore della barca, chi la motocicletta, la sera non si bighellonava più nei giardini, ma nei locali dove si ballava, e anche il modo d’azzuffarsi era cambiato: con cattiveria, ma anche con accortezza, per non uccidere o ferire nessuno. Le mani erano diventate pesanti, ma nessuno desiderava ricevere il biglietto per ‘il cammino verso la vita’ passando prima da un riformatorio.
In quel periodo torbido, gli ospiti che venivano a trovarci erano rari. La sorella di mio padre, zia Liza, da tanto tempo si era sposata con un ceceno e si era trasferita al suo villaggio. Da allora viveva là con il marito e i figli. Dalle nostre parti capitavano, a dir tanto, una volta ogni due anni. Non si era creato il legame. Sebbene il ceceno fosse tranquillo, istruito, e insegnasse matematica a scuola. Parlava il russo in modo semplice ma corretto, come parlano in televisione, e non come da noi nei nostri villaggi o a Kizljar, con ghirigori cosacchi. E anche le sue usanze erano normali, umane. Poteva bere il vino e a tavola stava seduto con tutti, mangiava di tutto, non faceva lo schifiltoso. D’intralcio era stata la vecchia generazione, i nonni e le nonne da entrambe le parti. Nutrivano gli uni contro gli altri vecchi rancori etnici. Mio padre era un uomo moderno, internazionalista, e si sentiva in imbarazzo con sua sorella per questi deboli legami familiari.
Ma arrivò per i vecchi il momento di farsi da parte. Molti furono sepolti, mentre altri divennero infermi e non autosufficienti. Adesso erano gli adulti, quelli come mio padre, a decidere come organizzare la vita. Il babbo voleva giustificarsi con zia Liza per i lunghi anni di rapporti tesi e accoglieva gli ospiti come poteva, con sfarzo e calore. Si mettevano i tavoli nel cortile, dalle cantine si tiravano fuori le damigiane, si friggeva e si cuoceva nella cucina estiva. E come ultima vittima sacrificale, in qualità di tenero agnello, alla zia fui offerto io: portati via Maksim per l’estate!
Povera la mia mamma: poco mancò che non cadesse con la brocca d’acqua bollente sul selciato del cortile, dove la famiglia stava banchettando. E la notte, la sentii, piangeva e si lamentava che mio padre, senza cuore, mandava il suo unico figlio nella selvaggia e malvagia Cecenia, e chissà quali pericoli attendevano ora il tenero ragazzo. Papà non era più così convinto e si giustificava dicendo che gli storici registravano questa usanza presso i cosacchi, di affidare alle popolazioni montanare i propri giovani, per farli crescere da uomini, e perché facessero amicizia con la gente del posto. La mamma si lamentava sempre più forte e ripeteva: come un amanat! Dai tuo figlio come un amanat!
A quel punto papà si arrabbiò e iniziò a offendere la mamma. Le rammentò che presto il potere sovietico avrebbe compiuto settant’anni, e lei invece, la ritardata, continuava a parlare di amanati. Disse che mi avrebbe fatto bene vivere tra i ceceni. E che, in fin dei conti, Liza era la mia vera zia e suo marito, Chamzat, era una persona meravigliosa, per bene. La mamma, tuttavia, riuscì a contrattare ottenendo un’attenuazione della condanna: papà acconsentì a mandarmi non per tutta l’estate, ma solo per un mese. E solamente nel caso in cui non avessi avuto da obiettare.
Io ero afflitto perché la mia infanzia di colpo s’era assottigliata ed era volata via, a sproposito, proprio alla vigilia dell’estate! Proprio quando è il momento giusto per dimenticarsi della scuola troppo adulta e tuffarsi in un divertimento senza fine. E invece ora raggiungevi la riva del lago spensierato e non vedevi che sabbia asciutta. E tutti i compagni occupati. Cosa c’era da fare, bighellonare per l’estate come un estraneo? No. Se dev’esser la Cecenia, la Cecenia sia. Non mi misi a fare obiezioni.
A metà giugno la mamma mi preparò una grande borsa e mi accompagnò all’autobus. Cercava di non piangere, per non attirarsi disgrazie, e più volte mi fece il segno della croce bisbigliando una preghiera.
Forse è merito suo, della preghiera materna, se mi sono salvato dal peccato.
Nel villaggio, vicino alla fermata dell’autobus, mi aspettava lo zio Chamzat a bordo di una Volga bianca di lusso. I dettagli della mia visita erano stati concordati in anticipo per telefono. Il viaggio era durato in tutto un paio d’ore, ma l’autobus mi aveva condotto in un altro mondo. Il villaggio ceceno non assomigliava affatto alle nostre stanicy cosacche. Le case erano costruite in modo diverso, le strade erano diverse, diversi i giardini e gli orti, la terra era cupa e pesante, e intorno non c’era la steppa bensì alte vallate. Lo sguardo abbracciava all’orizzonte nere colline oltre le quali, ricoperte di neve perenne e ghiaccio, erano le scintillanti bianche montagne.
La Volga si avvicinò al cortile e zio Chamzat suonò il clacson. Corse fuori una ragazzina e si mise ad aprire il pesante cancello di ferro dipinto di verde. Per me era tutto una novità. Nelle stanicy perfino le famiglie benestanti mettevano attorno al cortile tutt’al più recinti di vimini, qui invece erano alti, ad altezza d’uomo e anche più, e obbligatoriamente con cancelli di ferro. A casa di zio Chamzat mi stavano aspettando. Zia Liza uscì in veranda e mi abbracciò, e anche le sue due figlie mi vennero incontro per abbracciarmi. La zia mi abbracciava normalmente, alla russa, e mi baciò in fronte, le sorelle invece, in modo strano, mi stavano di lato e mi cingevano alla vita sfiorandomi con il fianco e la spalla, come se fossimo pronti per iniziare a ballare proprio in quell’istante. Dopo il viaggio mi lavai, pranzammo insieme e la zia mi portò nella casetta per gli ospiti che mi avevano destinato.
Sistemai le mie cose e andai a fare una passeggiata per il cortile e il giardino.
Zio Chamzat era benestante. Il suo terreno si estendeva per non meno di duemila metri quadrati. Una metà era occupata dal cortile con la casa e le costruzioni d’uso domestico, l’altra dal giardino e dall’orto.
La casa era grande, di mattoni bianchi, con una casetta indipendente e la cucina estiva.
Come venni a sapere in seguito, la ricchezza della famiglia di Chamzat si fondava sull’edilizia e sul commercio. Lo stipendio di un insegnante all’epoca sovietica era dignitoso, tuttavia non sufficiente per costruire magioni e andare in giro in macchina. In estate, durante il periodo delle vacanze scolastiche, Chamzat insieme ai suoi parenti andava a lavorare in Kazakistan per un paio di mesi. Costruivano stalle per i grandi allevamenti con il metodo dell’appalto a squadra e guadagnavano bene. Zia Liza non lavorava da nessuna parte, però era nel commercio, ovvero faceva contrabbando di articoli di scarsa reperibilità. A volte partiva per Mosca o Baku dove aveva conoscenze nel settore, trasportava stivali italiani, jeans americani e via dicendo, e li rivendeva a sovrapprezzo recandosi su invito nelle case di clienti ricchi e fidati, tra i quali vi erano direttori di sovchos, di industrie e negozi, revisori, procuratori, shabbashniki e tutto il resto della borghesia locale.
Nella famiglia c’erano quattro figli. Il più grande quell’estate era via per il lavoro stagionale. Il secondo stava facendo il servizio militare. Restavano le due figlie. La più grande aveva finito la scuola, ma sarebbe andata all’università solo l’anno successivo, e avevano deciso che, nell’attesa, avrebbe aiutato la madre a casa. La più piccola aveva finito la settima classe. Si chiamava Toita, che vuol dire ‘basta’. Quando videro che arrivavano le femmine, zio Chamzat e zia Liza smisero di mettere al mondo figli. La più grande la chiamavano alla cecena Aset. Ma la madre, come del resto anche il padre, nella quotidianità familiare non ufficiale chiamavano le figlie con i nomi russi: Tanja e Nastja. Nastja.
Il solo nome induce in travolgente tentazione.

Mi è capitato di recente, a luglio, di percorrere un lungo tragitto da Valdaj a Mosca, costeggiando vasti campi scottati dal sole. I campi erano in parte seminati, in parte ricoperti d’erba infestante. Il paesaggio bucolico, piatto, mi infuse sonnolenza, e mi appisolai. Mi risvegliò un forte odore che penetrava attraverso i filtri dell’aria condizionata.
O meglio, non mi risvegliò subito, bensì inizialmente partecipava a un fluttuante dormiveglia, era la base di una storia che aveva cominciato ad appiccicarsi all’interno delle palpebre come i disegni di un cartone animato. Era la prima volta che sognavo gli odori, per questo iniziai a dubitare e mi svegliai. Succede sempre così: il dubbio nella solidità, affidabilità e real tà del sogno, nella legittimità della sua coscienza, conduce al risveglio. Un giorno potremo risvegliarci da tutti i tipi d’illusione terrena, non senza aver prima messo in dubbio che ogni cosa qui, inclusi noi stessi, esiste per davvero.
Risvegliatomi, chiesi al conducente di fare una sosta e l’auto si accostò al ciglio sassoso della strada.
Scesi dalla macchina, attraversai il fossato stretto e, passando lungo un sentiero appena visibile, mi inoltrai nel campo coperto d’erbacce. Chiusi gli occhi e inspirai. Allora un denso impasto di sapori pungenti d’erbe cotte mi pervase dalla punta dei piedi alla testa. E ricordai quel profumo di peccato.
Il campo deserto dietro gli orti dello zio Chamzat e dei vicini non era incluso nella rotazione delle colture e nel suo centro era disposta un’opera progettata per la difesa dei civili: un rifugio in cemento costruito nell’anno delle Olimpiadi di Mosca e immediatamente abbandonato. Intorno erano cresciute invalicabili malerbe. Solitamente uniformi, quelle attorno al rifugio erano invece variopinte, come ad affrontarsi in una grande battaglia di popoli, a volteggiare per il campo in una danza marziale, passando all’offensiva e sbaragliandosi a vicenda, senza tuttavia mai conquistare, respingere e cancellare la composizione eterogenea. Considerevole in questo equilibrio era il ruolo dell’uomo che si batteva ora dalla parte d’una potenza verde ora dell’altra, falciando gli avversari o per nutrire il bestiame con l’erba migliore, o per segnare un limite al rigoglio delle giungle velenose nel luogo abbandonato.
Noi eravamo là, l’odore dolce dell’erba ci dilatava le pupille e le narici, l’oppio si piegava verso terra, l’ambrosia appiccicosa solleticava la pelle bagnata dal sudore, mentre le estremità affilate dei cappellini dei prati con le loro punte ci spingevano a voltarci sul morbido letto della gramigna. Lungo lo steccato biancheggiava come un velo steso a terra senza cura l’achillea, e la rovente canapa faceva fluire dentro di noi raggi verdi di sogno diurno inebriante, e l’ortica per non farci addormentare e non farci cogliere in flagrante si arrampicava lungo la nuda gamba; il nostro respiro lo soffocavano api, vespe, grandi bombi, e qualche altro animale alato che si nutriva sui fiori della forbicina, dell’ibisco e dell’erba di Santa Barbara. Il fedele cardo stava dritto come una parete robusta, e il giusquiamo nero teneva d’occhio il mondo circostante affinché, in caso d’allarme, le campanelline del camenerio ci dessero segnale.
E doleva in fondo alla pancia, e si arrestava il respiro, e una tachicardia furiosa al petto, mentre nella testa, o che fosse musica celeste o dolce lamento del demonio: eccolo, il tuo peccato, sognato e tanto atteso, tendi la tua mano, avvicina le tue reni e svela ciò che il Padre geloso ti ha celato.
So che poi dovrei raccontare qualcosa dei seni bianchi sudati con i capezzoli marroni, del valloncello tra le scapole tremanti, dell’aroma dei capelli mescolato ai profumi del giusquiamo e dell’oppio, della scossa elettrica al fianco casualmente avvicinatosi, e poi di come turbinano gli elicotteri e un vento caldo trascina via la coscienza della propria identità dal confine esteriore del corpo in una buia profondità pulsante, e nemmeno è chiaro di chi sia, se mia o sua, la profondità. E qualcosa sullo stelo del diaspro, sebbene mi torni sempre in mente il granturco maturo.
Ma sapienti sat, basta così con gli odori, non ne parlerò più. In parte perché non mi pongo l’obiettivo di rendere il peccato attraente. Anche senza di me ne è piena tutta l’arte umana. E l’intelletto se la cava bene da solo, oh, che fiori del male vi crescono! Incredibilmente belli! Tutto il peccato, prima del peccato, dopo, e durante il peccato si compie con la mente e nella mente, invece all’inferno si trascina l’anima legata dalle corde della perdizione. Adesso vi sarete già immaginati tutto quello che è stato e non è stato con Nastja. Ma fino a un certo punto.
Anche perché io stesso non sono sicuro di tutto. In fin dei conti stiamo parlando del peccato, del peccato mortale, per di più della violazione di tutti i tabù e divieti, e ogni trovata, languida fantasia di una mente malata, può essere interpretata come ammissione sincera e presa come base per ogni accusa ventura, o come luogo dove collocare la mia povera anima nella condizione d’esistenza che si confà al peccatore e corruttore: per esempio, nel corpo del verme. Narrando della virtù, possiamo parlarne senza scendere nei dettagli, affinché il nostro ragionamento non appaia come vanteria. Bisogna aggiungere che basta un buon proposito per essere ampiamente ricompensati, e i dettagli di un buon proposito non sono così importanti. Però nella descrizione del peccato occorre essere precisi.
Una volta, da piccolo, mi ruppi un braccio saltando senza il permesso degli adulti dal tetto della baracca. Per presentare l’accaduto come un incidente del quale non ero affatto colpevole, mi inventai una storia su come ero caduto inciampando sulla soglia, la molla era saltata e la porta aveva completato il fattaccio. Ogni volta, già ingessato e rispondendo alle persone che mi chiedevano come mi fossi fatto male, esponevo questa storia che pian piano si arricchiva e portavo a una perfezione sempre più convincente.

Finii io stesso per credere alla mia versione. E a lungo ricordai solo quella. Di recente, oramai già adulto, inaspettatamente ho ricordato la verità sull’incidente, che prima avevo rimosso dalla coscienza.
Penso che forse tra me e Nastja ci sia stato qualcosa. Alcuni giorni del torrido mese nel villaggio ceceno si aprono come voragini d’una oscurità scintillante. Non ricordo niente da tempo, ma ho la vaga sensazione che sia successo qualcosa d’importante. Dimenticato a forza, per costrizione. Per l’impossibilità, l’incompatibilità fra la memoria e il desiderio di conservare la personalità nel comfort morale e nell’integrità psichica. Ci sono anche indirette conferme, per esempio nel carattere dei nostri successivi rapporti. Nella reticenza che mette soggezione. E nei frammenti di alcune sensazioni-memorie assolutamente fisiologiche che alle volte vengono a galla dal fondo limaccioso della mia memoria redatta. Comunque è possibile anche il contrario. Mi viene in mente un aneddoto accaduto allo scrittore rumeno Mircea Eliade. Mircea, allora era ancora un giovane studente, ricevette una borsa di studio dal ragià e si recò in India per studiare le dottrine dello yoga e del tantra.
All’inizio svolse le sue ricerche nell’università di Calcutta, ma presto si avvicinò al famoso insegnante di sanscrito e maestro yoga di nome Surendranath Dasgupta, e divenne il suo allievo personale. Dasgupta propose a Mircea di stabilirsi a casa sua. E Mircea si stabilì a casa del guru. Alcuni mesi più tardi fu cacciato via dalla casa, dall’università e dalla città con disonore. Dasgupta aveva una figlia, Maitreyj, una ragazza di sedici anni con la quale lo studente rumeno aveva stretto una relazione biasimevole.
Rientrato in Europa, Mircea divenne scrittore, insegnante, conoscitore dell’Oriente e interprete delle pratiche mistiche nel campo dell’antropologia comparata. Tra le altre cose scrisse il romanzo autobiografico Maitreyj. Incontro bengalese, sull’amore vietato tra lui e una ragazza indiana. Quarant’anni dopo Maitreyj stessa pubblicò un libro dal titolo Na hanyatè. Ciò che non muore mai, su quello che veramente c’era stato fra lei e lo studente rumeno. Il libro in India divenne un bestseller, anche oggi è possibile trovarlo in tutte le grandi librerie.
Tralascio che Maitreyj sia stata a modo suo parziale e che, nel tentativo di proteggere il proprio nome e l’onore della famiglia, tratti il passato come quando si diluisce con l’acqua la spremuta troppo agra. Ma bisogna sempre dare ascolto all’altra parte. In questa storia l’altra parte è Maitreyj, che ha taciuto per quarant’anni mentre Mircea dilettava l’Europa con fandonie sulle sue avventure romantiche. Non sappiamo chi dei due fosse il serpente, e se in tutta questa storia ci sia stato o no un serpente. Ma ecco il quadro che deduciamo da un confronto: Mircea Eliade, noto specialista di cultura e filosofia indiane, conoscitore dello yoga e del tantra, interprete di pratiche mistiche e rituali, rumeno erudito e poliglotta, in realtà non aveva capito niente dell’India. Non aveva capito chi fosse un guru, cosa rappresentassero la famiglia e la casa per un individuo, e come una persona educata si comporta nella propria abitazione. Non aveva capito come e che cosa insegnano i Veda. Non uno dei mantra Upaniṣad aveva illuminato il suo cupo e rude cuore rumeno, popolato da scarafaggi e cimici. Mentre il cuore caloroso e morbido della ragazza indiana era rimasto per lo studioso totalmente Terra Incognita.
Mircea suppone che Dasgupta lo avesse invitato a vivere nella sua casa al fine di stringere amicizia con un occidentale istruito e avere in futuro la possibilità di trasferirsi in Europa. A Mircea era sembrato anche che Dasgupta incalzasse i due ragazzi ad avvicinarsi, con il piano di fare del futuro genero un suo seguace. Et cetera.
Cosa puoi dire in questi casi? Con tutto il rispetto per la memoria di un pensatore per davvero originale e interessante, in questa storia egli appare ai nostri occhi nelle ridicole sembianze dell’idiota narciso. Un misero rumeno, studente, che viveva facendo l’elemosina al ragià. Un europeo istruito, un buon partito, certamente no.
Non aveva capito niente, proprio niente.
Surendranath Dasgupta invitò lo studente a vivere a casa sua perché aveva visto il suo zelo nello studio del sanscrito e dello yoga. Voleva fare dell’uomo bianco un suo vero e proprio allievo. Secondo i Veda l’allievo vive nella casa del guru e lo serve. La famiglia del guru diviene la sua famiglia. Maitreyj divenne sorella di Mircea. Fare con lei il cascamorto? Lo stesso risultato l’avrebbe ottenuto andando a letto con la moglie del guru: il karma nero è uno dei peccati più gravi, paragonabile per le terribili conseguenze all’uccisione del bramino e all’offesa della divinità. Mircea rovinò tutto, profanò i rapporti sacri fra il maestro e l’allievo. Il guru lo cacciò via quando capì che nemmeno lo studio dei Veda e del sanscrito avrebbe potuto fare di un rumeno primitivo un eletto. Sono come bestie, questi occidentali. Ovunque non vedono che sesso. E perfino nella casa del guru sono capaci di compiere il peccato più sporco, come ratti di fogna che si accoppiano striduli sull’altare di un vecchio tempio. Non vedono Dio in nessun dove, in compenso trovano ovunque la possibilità di solleticarsi i genitali da ratto. Oh, esseri infelici, traviati!
Non sappiamo se per davvero Maitreyj avesse provocato in Mircea la sensualità o se tutto questo sia stato il delirio dell’immaginazione malata di un rumeno ripudiato. Il passaggio di Eliade sul fatto che lei di notte andasse da lui, Maitreyj con sdegno lo ha dipinto come una menzogna. Può darsi che lui abbia interpretato erroneamente i suoi slanci familiari, da sorella. O l’interesse, proprio delle giovani ragazze, per tutto quello che vi sia di nuovo, insolito. Più probabile è che la ragazza fosse realmente innamorata. E avesse conservato per tutta la vita quest’amore impossibile.
Ma assolutamente impensabile è che lei si fosse offerta al coito come una Lolita indiana. Può darsi che avesse visto nei suoi sogni il sari rosso, la cerimonia nuziale addobbata d’oro e di fuoco, e che, avendo capito che mai sarebbe stato possibile, avesse riposto il tutto nei sogni. Perché non era né rumena, né inglese, non era polacca o francese. Non apparteneva nemmeno a una delle specie di animali raffinati. Era la figlia di un guru illuminato, la promessa sposa di una famiglia di bramini, la sua dote era la consapevolezza dell’Assoluto.
Non si può dire che la storia di Mircea e Maitreyj sia la copia del mio caso. Ma io non voglio cadere nella stessa trappola dell’erronea interpretazione in cui finì il letterato rumeno. Dal punto di vista del canovaccio esteriore degli eventi ecco cosa successe: per circa un mese, da metà giugno a metà luglio del 1987, fui ospite a casa di zia Liza e della sua famiglia. Dormivo in una stanza a parte, nella casetta per gli ospiti. Da solo. Di giorno aiutavo nelle faccende domestiche: lavoravo in giardino, nell’orto, mi prendevo cura del bestiame di casa. A volte frequentavo i giovani ceceni del posto, ragazzi che mi sembravano normali, non diversi dai nostri cosacchi. Un paio di volte capitò che mi azzuffai, senza cattiveria, cose da ragazzetti, per un regolamento di conti. Poi feci amicizia con quelli che poco prima erano stati gli sparring-partner, insieme andavamo a fare il bagno al torrente. Tutto come d’abitudine, come fanno i ragazzini che stanno cominciando a diventare grandi. A volte stavo seduto in cortile e leggevo. A volte facevo una camminata. L’esile Tanja mi stuzzicava, per scherzo poteva tirarmi le prugne oppure, dopo essersi avvicinata quatta quatta, rovesciarmi giù per il collo una brocca d’acqua fredda.
Nastja, la più grande, era lontana dalle birichinate infantili. Nastja leggeva con me, mi si sedeva vicino e apriva il suo libro. Parlavamo spesso, di libri e di ogni cosa. Capitava che passeggiassimo insieme. E insieme ogni giorno finivamo qualche lavoretto in cortile, andavamo a tagliare con la falce l’erba o a raccogliere le mele cadute nel giardino del sovchoz per gli animali di casa.
Mele cadute. Suona quasi come anime cadute.
Con questo terminano gli avvenimenti e iniziano le interpretazioni. Di tanto in tanto ci ritrovavamo soli. In due, troppo vicini. Sfiorandoci con i corpi seminudi. Mescolando il nostro sudore. Una volta di notte facemmo insieme la doccia in giardino, aiutandoci a vicenda con le mani insaponate. Era notte, eravamo allegri e spaventati.
La presenza degli adulti e degli estranei, anche se non facevamo niente di strano, ci disturbava sempre, se questo può voler dire qualcosa. Se ci sia stato qualcos’altro, non so.
Quello che successe tra noi, perfino se non fosse niente di serio, ricorda il romanticismo nobiliare russo del passato. Il flirt sottile, e talvolta nemmeno così tanto, fra cugini era molto diffuso. In virtù della relativa severità dei costumi e della mentalità chiusa delle famiglie nobili, erano pochi i ragazzi e le ragazze che potevano trascorrere il loro tempo e frequentare da vicino i coetanei di sesso opposto senza il biasimo degli educatori. A meno che non si trattasse di cugini e cugine che venivano considerati come familiari. Le prime acerbe passioni i giovani nobili le provavano sempre per cugini e cugine. E gli adulti si rapportavano con pazienza alle infatuazioni incestuose dei figli. Si ricordavano di quando avevano la loro età. E riconoscevano in questi legami un insegnamento innocuo e inoffensivo della scienza dell’amore e delle relazioni romantiche rivolto ai giovani.
Una situazione simile quanto a severità di costumi si osservava in Cecenia, però dubito che mia zia e suo marito fossero pronti a dar prova di pazienza nobiliare. Una relazione tra cugino e cugina sia qui, in zone montuose, che da noi, sul Terek, era considerata un tabù assoluto. Se qualcuno avesse potuto dubitare della purezza del mio rapporto con Nastja, sarebbe stato meglio per noi non imbatterci in quella persona. E non ci imbattemmo in una situazione simile. Così pare. A meno che non sia successo qualcosa di così vergognoso che la mia memoria ne blocchi il ricordo, e le nostre famiglie avessero deciso di interrompere le indagini, archiviare il caso e non affrontare mai l’ignominiosa faccenda. A casa nostra di rado ricordavamo Nastja, per motivi che si chiariranno in seguito.
Certe volte io e Nastja parlavamo di quando saremmo scappati via, insieme, da qualche parte, lontano lontano, là dove nessuno avrebbe potuto sapere che eravamo cugini. Sarebbe stato semplice nasconderlo, avevamo cognomi diversi! Non svelavamo perché avremmo dovuto nascondere la nostra parentela. Non parlavamo di come avremmo vissuto insieme, o del fatto che ci saremmo sposati. Sembrava sottinteso. Ma discutevamo apertamente della nostra fuga come se non dovesse essere che un gioco. Era romantico ed enigmatico nascondere la verità su noi stessi, come se fossimo agenti segreti. Saremmo stati bene là dove non ci conosceva nessuno.
Mi piacerebbe capire come tutto ebbe inizio. Tuttavia non ricordo alcun evento in particolare né alcuna svolta. Tra me e Nastja subito si protese un filo, sembrava che un ragno fosse balzato dalla sua alla mia testa, spiegando una ragnatela collosa, sottile, invisibile. Comunque, in principio tra noi ci furono le mele.
Dopo aver preso il secchio, ci incamminammo per gli orti verso il meleto vicino alla sede del sovchoz. Le mele erano ovunque, ma noi chissà perché ci inoltrammo in un luogo selvaggio, dove non v’era anima viva. Ivan Bunin, viali oscuri, mele antonovka: eravamo figli della letteratura russa e ci sentivamo sempre un po’ eroi della sua melanconica narrativa. Nastja era davanti, io la seguivo. Parlavamo, parlavamo. Di Bunin e di ogni cosa al mondo. Sapete come succede. Poi ci stancammo e ci sedemmo. Stavamo zitti, ad ascoltare come qua e là cadevano con tonfi sordi le mele mature. Ricordammo Newton. Decidemmo di restare seduti e attendere finché una mela non fosse caduta sulla testa di uno dei due. Scommettemmo: chi per primo avesse ricevuto la mela, sarebbe stato Isacco. E si sarebbe chiamato Isacco tutto il giorno fino a sera, e avrebbe reagito solo a quel nome. Ridevamo. Finalmente cadde una mela, ma non sulla testa, bensì dritta tra le mani di Nastja. La mela era rossa e bella. Nastja la strofinò con il lembo dell’abito e la morse. E me la allungò. Io la presi e portai la mela alle labbra, dalla parte dove l’aveva morsa. Per quanto mi sforzassi del contrario, non potevo non pensare che avevano sfiorato la tenera polpa i bianchi denti di Nastja, le sue labbra rosa (oh, magari conoscere il loro gusto e il loro tatto!), e perfino la sua arcana lingua scarlatta. Staccati delicatamente i denti dalla mela, la restituii a Nastja. Mi parve che avesse letto i miei pensieri, e che anche lei pensasse la stessa cosa, nei miei confronti. Portò la mela alla bocca e lentamente fece passare la lingua lungo i segni lasciati dalla mia bocca, come ad analizzare il mio sapore e ogni informazione che mi riguardasse. Poi ci prendemmo per mano e ci stendemmo. Guardavamo il cielo che faceva capolino con lembi celesti attraverso le chiome degli alberi, vedevamo i frutti riempirsi di succo, le foglie verdi nutrirsi dei raggi del sole, l’acqua piovana conservata dalla terra previdente scorrere dalle radici ai rami. In quegli istanti comprendevamo il mondo intero, la lingua degli uccelli, il fruscio del serpente nelle tane, e il tragitto del verme, e il rombo rilassato di un trattore lontano. In sostanza, la stessa musica. E il bene e il male.

I filosofi e i teologi ritengono che il peccato sia un abuso del libero arbitrio. Che il libero arbitrio debba esserci, altrimenti non ci sarebbe né peccato, né responsabilità. Questa tesi si trova in contraddizione indissolubile con le affermazioni sull’onnipotenza e onniscienza di Dio. Ma gli studiosi sono d’accordo nel sacrificare l’assolutezza dell’Assoluto, per conservare l’idea di libertà.
In realtà non esiste libertà alcuna. E l’arcana verità è che non c’è libero arbitrio, ma il peccato sì.
Nessuno è libero, nessuno sceglie il bene o il male, le tenebre o la luce. Al contrario, le tenebre e la luce scelgono loro le anime. E quell’anima che le tenebre scelgono per sé, nelle tenebre permarrà. Mentre quella scelta dalla luce, alla luce si volgerà. Solo l’eletto da Dio, potrà conoscere Dio. Di questo è scritto nei segreti delle Upaniṣad.
E di questo ne è a conoscenza anche Stephen King, il re dell’horror. La terrificante forza delle sue storie risiede nell’aver mostrato l’altra faccia del protestantesimo. I W.A.S.P. capivano che l’eletto da Dio sarebbe stato felice e ricco, e che nell’aldilà sarebbe finito in paradiso. E non c’entrano la devozione, l’ascesi o le preghiere. Così ha deciso il Signore, e il Signore non sbaglia. Questo li rendeva più tranquilli. Il libro ha rivelato che è vero anche il teorema contrario: chi è stato scelto dal diavolo non può salvarsi. E non c’entrano i peccati o i crimini. Semplicemente succede così, che uno lo sceglierà Dio e l’altro l’adocchierà il diavolo.
Qualcuno dirà: ma allora da dove saltano fuori i peccati? Come posso difendermi ed essere condannato per questo? Se mi ha scelto il male, se è stato lui a scegliermi, dov’è la mia colpa, perché sono colpevole?
E noi domanderemo: e chi altrimenti?
Chi è colpevole del fatto che il male abbia scelto proprio te? Chi altro può essere colpevole se non te medesimo? Il male? Il male non può essere più o meno colpevole, esso è già così, male. Solo tu sei colpevole di tutto.
Consapevole di questo, puoi cambiare qualcosa?
No.
Nel poema induista Rāmāyaṇa si racconta di come il principe Rāma vivesse in una foresta col fratello Lakṣmaṇa e con la moglie Sītā. Il demone Rāvaņa rapì Sītā e la condusse sull’isola di Laņkā. Rāma radunò un esercito di scimmie magiche, attraversò l’oceano, sbaragliò le truppe di Rāvaņa, uccise il demone e liberò Sītā.
Rāvaņa era una persona istruita. Conosceva il sanscrito e leggeva il Rāmāyaṇa in originale, molto tempo prima che gli eventi lì descritti si manifestassero. Sapeva come sarebbe andata a finire. Una volta si recò da lui il fratello minore e gli disse: o, signore, Rāma è Dio, è Viṣṇu in persona. Opporglisi è insensato. Restituiamogli Sītā e chiediamogli perdono. Viṣṇu è benevolo. Se non lo facciamo, periremo. Perirà tutto il nostro esercito. Le nostre spose saranno vedove e i figli orfani. Non conviene ostacolare Rāma. Non abbiamo la minima possibilità.
Rāvaņa rispose: lo so. Periremo tutti. Nessuno può confrontarsi quanto a forza e valore con Rāma. Ma io sono il demone. E non un demone qualsiasi, bensì Rāvaņa, il più grande fra i demoni! Tale è la mia natura. Io devo lanciare una sfida al potere di Dio. Combatterò convinto della mia vittoria, e perirò. Così è scritto qui, nel copione. Tale è il Rāmāyaṇa. E nessuno, né tu, né io, e nemmeno Rāma potrà cambiare neppure una riga.

Suppongo che tra di noi non sia successo niente. Ci fu la tentazione, forse da parte di Nastja, forse del Serpente, ma io non cedetti. Fantasticavo sull’intimità, nel senso pieno e proibito del termine. Ma non la ritenevo una cosa per me raggiungibile. Sebbene mi straziasse la sua relativa vicinanza, la sua disponibilità, forse immaginata e chissà se autentica, la sua cordialità, il suo desiderio. Pensavo che dovessimo scappare via e sposarci. Tutto doveva essere santificato e consacrato, così pensavo.
Il fatto è che avevo progettato una carriera inaudita: diventare santo, un anacoreta, un capo religioso, un riformatore e un salvatore d’anime. Quale confessione mi convenisse gratificare con la mia partecipazione era ancora fonte di dubbio. Sceglievo, porco cane. Non erano progetti astrusi. Alcuni anni dopo si realizzarono. Mi rasai a zero e mi ritirai in un monastero. Mi attendeva un crudele disincanto. Avevo abbandonato il peccato, ma era il peccato a non abbandonare me. Per di più fu solo allora che capii cosa fosse.
Qui, nel mondo, non conosciamo il peccato. Il peccato è la nostra unica sfera d’abitazione, come gli escrementi per il verme. Il verme non sa cosa siano perché non conosce nient’altro. Per riconoscerlo, vedere il peccato, occorre anche per poco tirare fuori il capo dal fetore putrefatto. E poi di nuovo sprofondare nella fossa ricoperta di impurità! Tale è il nostro destino. I capelli mi sono ricresciuti e mi sono sposato. L’ho fatto con mia moglie, nel matrimonio consacrato in tutti i modi possibili. Non è stato un peccato. Ma che porcheria, Dio Santo!
Sarebbe stato meglio se fosse accaduto allora, tra le mele.
Ricordo bene come ci congedammo. Ma è difficile da raccontare. Dio mio, non stavo affatto andando lontano! Una distanza ridicola: quattro cambi col treno elettrico. Due ore sull’autobus sbuffante, in tutto! Ci potevamo telefonare senza fare il prefisso. La posta. E progetti, ancora progetti per l’estate seguente quando noi due, insieme, ce ne saremmo andati via. Per prima cosa occorreva entrare all’università, nella stessa città, lontano-lontano dalle montagne e dal Terek. E poi, poi, poi…
Ci scrivevamo lettere per davvero. Lettere segrete. Le spedivamo non ai nostri indirizzi, bensì all’ufficio postale, in fermoposta. Le prendevamo di persona e le leggevamo in disparte, di nascosto dagli estranei. E dopo averle lette le distruggevamo immediatamente. Quello era il nostro accordo, quello il gioco.
Nelle lettere continuavamo a fare progetti.
Probabilmente il lettore avrà capito da un pezzo che tra noi niente si è avverato.
E non so nemmeno cosa ci sia stato tra noi.
Se Nastja fosse viva, glielo chiederei. Oggi, trent’anni dopo, sarebbe semplice e senza pericoli. Si potrebbe avvolgere la storia nello scherzo o abbigliarla di nostalgia. Saprei tutto, se Nastja fosse viva. Peccato sia morta.
E la guerra non c’entra. Successe molto tempo prima.

Zio Chamzat e zia Liza, non per niente, avevano rimandato l’ingresso di Nastja all’università. Pensavano che non ci fosse bisogno di alcuna università. La cosa migliore era l’ingresso nella vita coniugale. E una speculazione con prospettiva di crescita era la garanzia per le basi materiali della famiglia. Nell’inverno del 1988 Nastja compiva diciotto anni. In un lampo fu proposta e data in sposa.
Il matrimonio era stato combinato, i giovani non si conoscevano, in compenso però i genitori legarono bene sul terreno del business. In primavera furono festeggiate nozze chiassose. Lo sposo e la sposa erano rimasti in stanze diverse di case diverse, mentre i genitori e gli amici facevano baldoria: bevevano, ballavano e sparavano in aria col fucile.
Infrangendo le leggi della clandestinità, telefonai a Nastja e le dissi che sarei arrivato e l’avrei rapita.
Lei rispose: non farlo. Ti scrivo io.
Nastja per davvero mi inviò una lettera, l’ultima. Mi comunicava che i nostri piani non sarebbero stati revocati. Che io dovevo finire la scuola per poi accedere all’università, come avevamo deciso. E che poi sarebbe arrivata anche lei, Nastja. Per quanto riguardava il marito, beh, era un marito. Non c’era niente di serio: avevano fatto tutto i loro genitori, s’erano agghindati a festa, oltre a qualche stupido rituale d’una volta, ed ecco fatto: un marito. Stupidaggini. Io e te Maksim siamo più intimi di qualsiasi marito e moglie. Io sono tua sorella. Ma questo sarà il nostro segreto.
Al posto della luna di miele o comunque di un viaggio per festeggiare il matrimonio, marito e moglie furono mandati a Baku per una nuova partita di merce. A bordo di una Žiguli, al cui volante sedeva lo sposo novello della mia Nastja. Arrivarono a destinazione tranquillamente, fecero due passi per la città, caricarono la merce. Ma sulla via del ritorno chi guidava perse il controllo e la macchina finì in un precipizio. La Žiguli rimbalzò lungamente da un masso all’altro, ribaltandosi finché non si fermò sul fondo di una gola. Nell’incidente stradale morirono due persone.
Il corpo di Nastja fu trasportato al villaggio. Ma io non andai al funerale. Ce l’avrei fatta se la funzione fosse stata russa, cristiana. Ma là, al villaggio ceceno, le cose andavano diversamente, alla maniera musulmana, in modo veloce e incomprensibile. Non vidi Nastja, non andai da lei a salutarla. Ma non vuol dire nulla. Venne lei da me.
Quello stesso 1988 terminai le superiori e iniziai l’università, in una grande città, come avevamo sognato io e Nastja. Mio padre era fiero di me e non mi mandò alla casa dello studente, bensì mi diede i soldi perché potessi prendere in affitto una camera singola in un appartamento. Mi ambientai bene, apprezzando il valore della comodità e dell’isolamento utile ai miei studi.
Una volta, passata la mezzanotte mi svegliai con la sensazione che ci fosse qualcuno. Aprii gli occhi e vidi Nastja. Era seduta sulla sedia vicino al mio letto e mi guardava con occhi velati da una pellicola biancastra. Il suo corpo era mutilato e putrefatto, ma era lei. Avrebbe potuto dirmi: ciao, Maksim. Fratello mio. Sono io, tua sorella, Nastja. Sono venuta, come avevo promesso. Ti ricordi vero, che ti avevo scritto: i nostri progetti valgono ancora. Neppure la morte ci separerà! Ti ricordi? Avevo anche disegnato di lato un cranio, attraverso il quale sarebbe germogliata una rosa. Invece non mi disse niente. Taceva. E anch’io tacevo. Stavo disteso e tacevo. Mentre i miei capelli perdevano il pigmento castano chiaro, trasformandosi in biondo cenere.
Taceva e io non so perché fosse venuta. Se perché l’avevo sedotta e rovinata. O se, al contrario, perché non le avevo risposto, non mi ero comportato come desiderava. E non l’avevo salvata da una morte crudele. In fondo, se allora fosse accaduto qualcosa, lei non si sarebbe sposata: la verginità era una condizione necessaria, altrimenti la famiglia della sposa sarebbe stata disonorata. Stirpe selvaggia. L’avrebbero mandata in città, all’università, non ci sarebbe stata altra alternativa. Forse non sarebbe rimasta con me, ma si sarebbe innamorata d’un altro. E io lo stesso, avrei amato altre donne. E questa nostra storia, come tra nobili, cugino e cugina, la prima esperienza: capita. La cosa importante è che non sarebbe morta.
O forse no.
Fa lo stesso. Non si può tornare indietro.
Il mattino lei scomparve e io trascinai le mie cose all’ostello e mi sistemai in una camera con quattro persone. Non vidi più Nastja, ma non la dimenticavo. Non c’era ragazza che mi interessasse. A dire il vero ero terrorizzato, avevo paura che non sarebbe piaciuto a Nastja e che sarebbe tornata di nuovo. Non la vedevo ma avevo di continuo la sensazione che fosse da qualche parte vicino. A volte appariva un’ombra. Oppure trovavo sul pavimento della stanza dove ero appena entrato il brandello di un abito finito in polvere. O di un cranio bianco. Una volta vidi sul tavolo un vecchio osso rinsecchito, e svenni. Mi rianimarono e mi spiegarono che era un osso di pollo e per evitare che svenissi di nuovo lo avevano gettato via. Io non mangiavo carne.
Tre anni dopo mi feci monaco. Ci vollero altri tre anni per ottenere il perdono da una colpa che non conoscevo e non ricordavo. E un giorno capii che lei se n’era andata. Smisi d’avere paura. Però fui investito da tutto il mio peccato non consumato. Dapprima cercai di arginare la corrente con la diga di un matrimonio legale, poi tutte le barriere furono lavate via e mi lasciai andare lungo il corso del torbido fiume del vizio. Risultò che non ero affatto un santo, ma il peccatore più naturale e un demone. La natura.
Ne sono successe di tutti i colori. Poi è passato. In fin dei conti tutto scorre.
Nei miei luoghi è iniziata ed è finita dapprima una guerra, poi una seconda. Zia Liza e tutta la famiglia si sono trasferiti nella regione di Voronež, dove aveva ingranato il figlio più grande. Tutti i nostri pian piano se ne sono andati da Kizljar in posti diversi, e anche i miei genitori hanno scelto la grande Russia. Hanno smesso di scriversi. Tutti ora hanno il cellulare, che bisogno c’è di scriversi lettere? Ma comunque non telefona nessuno lo stesso.
Una volta venne da noi Tanja. Era in città per sbrigare delle faccende. Tanja era diventata molto simile a Nastja, le assomigliava così tanto che per me fu terribile. Mi lasciò il suo numero di telefono, ma io ovviamente non le ho mai telefonato.
Ho abbastanza anni adesso ed è giunto il momento di pensare di nuovo a Dio. Non per diventare un grande santo e salvare il mondo, ma almeno per capire come salvare me stesso. E se sia possibile o no. Che cosa mi resta in mano?
Cosa sarebbe successo se avessi peccato con Nastja? Tanto comunque ho peccato lo stesso; l’ipocrisia non mi è stata d’aiuto, ciò significa che avrei dovuto seguire dritto la natura e fare la mia parte. È così o no? Cosa ne sarebbe stato se Adamo non avesse ceduto alla seduzione? O se Yamî avesse potuto corrompere il proprio fratello? Cosa sarebbe stato se Rāvaņa si fosse rifiutato di combattere con Rāma? Sarebbe stato Rāma contento di Rāvaņa o no? O, alzando le spalle, avrebbe detto: beh, vivi pure, piccolo demone codardo. Hai rovinato un poema così bello!
Talvolta ho la sensazione che siamo venuti a questo mondo per interpretare un ruolo, senza aggiungere niente di nuovo. Tutte le improvvisazioni sono pensate in anticipo. Non bisogna cambiare niente. Occorre recitare. E se ti è capitato il ruolo del peccatore, il ruolo del demone, di Rāvaņa: interpretalo con convinzione e abnegazione. Affinché Rāma rimanga soddisfatto di te. Guadagnati gli applausi! Allora, forse, dopo averti ucciso, Rāma ti salverà. In fin dei conti, siamo venuti al mondo per questo, per recitare.

La mucca che si mungeva da sola, di M.M.Bergman

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Megan Mayhew Bergman vive in una fattoria nel Vermont con la famiglia e tanti animali. I suoi lavori sono apparsi su The New York Times, McSweeney's, Ploughshares, Oxford American e Best American Short Stories. Paradisi minori , pubblicato da NN editore e tradotto da Gioia Guerzoni, è la sua prima raccolta di racconti.
Pubblichiamo uno dei racconti del libro, per gentile concessione dell'editore.

 

Prima mi fece vedere il rene. 
Questo è il polo craniale, disse Wood, indicando l’estremità a forma di C dell’organo. 
Tocca a me, dissi. 
Spostò la sonda dell’ecografo passando la punta arrotondata sulla mia pancia tesa.
Penso di averla pulita dopo il rottweiler, disse Wood guardando la sonda con la coda dell’occhio.
Eravamo nella clinica veterinaria dopo l’orario di chiusura, Wood ancora in camice bianco e stetoscopio al collo. Ero seduta sul tavolo d’acciaio, il metallo freddo contro il retro delle ginocchia. Wood si era perso i miei ultimi appuntamenti dal ginecologo e voleva vedere il feto con i suoi occhi. 
Non farla cadere, disse passandomi la sonda mentre abbassava le luci dell’ambulatorio e scaldava il gel. Quest’affare costa ventimila dollari. 
Mi ero sentita sola durante le ultime visite, ma Wood aveva degli obblighi nei confronti dei suoi pazienti: cani con una zampa rotta, gatti con insufficienza epatica, mucche con la mastite. In sala d’aspetto c’erano donne in lacrime con in braccio shih tzu artritici, furetti con un occhio solo, husky con l’ernia del disco, terrier con allergie gravi al detergente per moquette. Mi ero convinta che avessero molto più bisogno di lui. 
Premette la sonda sulla mia pancia.
Qui c’è il sacco gestazionale, disse. E questo chiarore, questo è il cuore.
Restammo in silenzio, a guardare il nostro bambino appena iniziato che cresceva sullo schermo. Due labrador sterilizzati da poco guaivano nelle gabbie, fuori. 

Ogni settimana Wood aveva un paziente che mi impediva di vedere, sapendo che non sarei riuscita a resistere e sarei entrata in ambulatorio in ogni caso, con il cuore a pezzi. La scorsa settimana era stato un lemure dalla corona dorata con un tumore, l’ultimo della sua specie in cattività. Nonostante i dolori che di sicuro lo tormentavano, era molto delicato con la sua padrona, e alzava il braccio ossuto in modo che lei potesse accarezzargli il fianco. Quel contatto sembrava confortarlo. 
Questa settimana toccava a Cerulean, una femmina di rottweiler con tre zampe. 
Può spezzarti il cuore, disse Wood.
Fammela vedere, replicai. 
Non è un bello spettacolo. Si è mutilata da sola. Là sotto. Alzò le sopracciglia. 
Cerulean era arrivata quella mattina. Wood era un ecografista e i proprietari di Cerulean avevano sperato che riuscisse a trovare un tumore o dei calcoli ai reni – qualcosa che potesse spiegare perché si faceva del male da sola.
Speri sempre che non sia comportamentale, disse Wood. È più difficile curare la mente che il corpo. 
Ma non aveva trovato niente. L’ecografia era a posto.
Nessuna mineralizzazione, nessuna massa, disse Wood, deluso. 
Cerulean era seduta a terra, con la schiena appoggiata alla parete in cemento. Il manto nero splendeva sotto le luci al neon. Aveva le orecchie piccole. Non riuscivo a guardarla negli occhi. Aveva sparpagliato gli asciugamani sul pavimento. Mi venne da piangere mentre fissavo i cuscinetti gonfi e consumati delle tre zampe. 

Al terzo mese di gravidanza sembravo solo grassa. Come se avessi mangiato quattro panini invece che uno, dissi a mia madre. Potevo tenere la pancia con una mano, mettere l’avambraccio sotto la piccola protuberanza che secondo il manuale avrebbe dovuto essere grande come un pompelmo. Non riuscivo a pronunciare la parola ventre
Wood tornò a casa in camice bianco, puzzava di formaldeide e ghiandole anali. Cosa c’è per cena? chiese senza ascoltare la risposta. Invece infilò la testa nel frigo.
Com’è andato il tuo appuntamento? chiese, togliendosi il camice e sfilandosi la scarpa sinistra con il tallone della destra. 
Ho fatto chili con carne ai tre fagioli, dissi, allontanando il gatto dalla cucina. 
Pulii dal vetro le impronte di zampe imburrate.
Wood si aprì una birra. 
Oggi mi hanno palpato, dissi. Come fai tu con le mucche, quando senti se hanno dei noduli nella pancia. 
Capisco se una donna è incinta solo toccandole il bordo dell’utero, si era vantato il mio ginecologo. Dio santo, tocco almeno mille pance ogni anno.
Sullo schermo, il feto si era capovolto, poi si era stiracchiato, un saluto al sole senza sole. 
Non riuscivo a smettere di pensare, dissi a Wood, che la sporgenza della sua coda vestigiale assomigliava molto all’estremità di un cocker spaniel.
Scodinzolatori perenni, disse. Urinatori remissivi.
Adorabili. Ti scaldano il grembo, dissi.  
Il giorno dopo mia nipote scoppiò a piangere non appena vide l’ecografia appiccicata sulla dispensa in cucina. 
Anch’io ho paura, dissi.
E non stavo scherzando.
L’immagine in bianco e nero mostrava il cranio e le vertebre. Le orbite sembravano i crateri della Luna.
In un certo senso, non bastava. Non mi diceva quello che volevo sapere del mio bambino, quello che avevo bisogno di sapere per dormire la notte. Nessuna fotografia poteva dirmi, Andrà tutto liscio
Più tardi, quella sera, Wood mi massaggiò la schiena, e ricucì con il filo da sutura le spalline del vestito che il mio seno straripante aveva lacerato. Sentivo il suo respiro sulla scapola, l’ago che cuciva il cotone come fosse pelle. Quella sera vennero alcuni amici per cena, carichi di regali, libri per bambini e pupazzetti. Misi in tavola un piatto di crudité ma mi accorsi troppo tardi che alcuni peli di cane erano finiti tra le cime dei broccoli. 
Wood parlò dei convegni a cui sarebbe andato, dell’articolo che aveva scritto insieme a un collega sull’uso degli ultrasuoni per monitorare lo sperma nell’apparato riproduttivo del giaguaro femmina. Era difficile star dietro a un discorso sullo sperma di giaguaro congelato.
In cattività, la madre giaguaro può divorare i propri cuccioli, disse. 
Arrossii davanti alla sua mancanza di fiducia nelle madri. Era come se Wood vedesse un animale nel cuore di ogni donna. Il lato primitivo.
Ecco, Wood, dissi. Apri questo pacchetto da parte di tua zia. Non è solo figlio mio, sai. 
Wood infilò il dito sotto la carta da pacchi. 
I tiralatte sono orrendamente simili alle macchine per mungere le mucche, disse mio marito, mostrandomi l’aggeggio. Si mise le ventose sul petto.
Ben presto diventerai la mucca che si munge da sola, mi disse. 
I nostri amici scoppiarono a ridere.

Una settimana dopo, Cerulean fu riportata alla clinica per un controllo. 
Sa di pizza al salame piccante, disse Wood al telefono. Non capisco.
Non sopportavo il pensiero di lei sul pavimento gelido di cemento, le sbarre della gabbia che le impedivano di vedere, le umiliazioni della sua misteriosa malattia. 
Posso portarti il pranzo? chiesi. 
Andai in clinica con un sacchetto di panini e uno di giocattoli morbidi per cani. 
Cos’è questa roba? chiese Wood con in mano un porcospino decapitato.
Gliene metto uno vicino, dissi. 
Wood si mise una mano sugli occhi e mi lasciò sola con Cerulean.
Ciao, le dissi. 
Mi guardò con la coda dell’occhio, timida e traumatizzata. Mi sedetti a terra, le gambe raccolte sotto il corpo. Avrei voluto massaggiarle le zampe con una pomata, accarezzarle la schiena. 
Ecco, dissi, passandole tra le sbarre il riccio senza testa e poi il gatto di stoffa. 
Voglio fare da madre a tutto il mondo, pensai. Ho così tanto amore dentro.
E poi, Non sono in grado di fare la madre. Sono una donna egoista.
Dopo, Certo che posso farlo. Milioni di donne sono state madri. 
Infine, Mi sento molto sola. Non so di cosa sono capace.
Al mio feto crebbero le braccia, e il suo sacco vitellino sembrava un fumetto. 
Queste, disse il ginecologo indicando una caramella Polo sullo schermo, sono le cellule sessuali dei suoi nipoti. 
Gli dica che mi dispiace per tutta l’erba che ho fumato al college, dissi. E per quella volta che... be’, ce ne sono state tante. 
Mi chiesi se mi sarei trasformata in una madre mitica, se all’improvviso i miei pancake sarebbero diventati leggendari, i miei vestiti perfetti, i miei massaggi sulla schiena magici.

Quando dissi a Wood che ero incinta, si era tolto la felpa e stava mettendo sul tavolo il cacatua a cui doveva somministrare un farmaco. 
Penso che mi abbia cagato nel cappuccio, disse. 
Wood aveva le guance arrossate. Gli toccai la spalla. Era sabato e lo stavo aiutando con le prime visite. Mi piacevano quelle mattinate in cui la clinica era silenziosa e c’eravamo solo noi due a dare da mangiare agli schnauzer e ai furetti sorseggiando caffè e commentando le notizie del giornale. 
Sono felice, chiarì qualche minuto dopo, abbracciandomi e baciandomi sulla testa.
Volevo essere interessante per lui quanto un tumore sulla parete della vescica, quanto il suo lavoro in laboratorio. Volevo essere analizzata, visitata dalle sue mani, discussa, diagnosticata. Volevo tenerlo alzato fino a tardi, volevo che corresse da me al mattino presto.

A Cerulean è piaciuto il gatto di stoffa, disse Wood mentre andavamo al corso preparto.
Poi mi ricordò che doveva andare via presto per il retriever Chesapeake Bay. Infezione alla cistifellea, disse.
L’istruttrice indossava leggings di felpa e una canottiera viola. 
Alcune donne, disse con le mani a coppa come se reggesse una palla, durante il parto raggiungono l’orgasmo.
Mi sa che dovrò cavarle il terzo occhio, sussurrai a Wood.

Wood non capiva le mie paure – aborto, autismo, parto prematuro. 
Spero che venga fuori come una capra, gli dissi. Forte, con gli zoccoli, pronta a mettersi subito in piedi. 
In primavera aiutavamo sempre la scuola veterinaria a far nascere i piccoli. Le capre da carne gonfie di gemelli, le pecore immobili con i loro agnellini immobili, vacillanti e leggeri sulla terra battuta. Alzavamo i più gracili fino alle mammelle della madre, toglievamo i più piccoli dai cumuli di paglia quando li vedevamo deboli, li allattavamo con il biberon se c’erano speranze.
Andrà tutto benone, mi disse, dandomi un buffetto sulla pancia. Razza robusta. 
Ma sapevo come sarebbe andata. Sarei andata in congedo di maternità e lui sarebbe tornato a casa tardi per cena. Mi sarebbe uscito il latte sentendo il gatto miagolare alla luna dalla finestra sulle scale. Mi sarei svegliata con le lenzuola appiccicose. Avrei amato e brontolato con uguale intensità. 
Mi dispiace essermi persa la rivoluzione asessuale, dissi. Afidi, api, squali martello in cattività. Loro sanno di essere soli. Non si aspettano di essere capiti.
Quello che l’ape del Capo guadagna nel martirio, lo perde in potenziale genetico, disse Wood. 
Autonomia, accennai.
Pensa al lemure della settimana scorsa, disse Wood. Era l’ultimo della sua specie. Aveva bisogno degli altri.
Avevo pensato a scene da presepio. Cammelli chini sulla mangiatoia come il mio gatto che faceva il nido nella culla. Giuseppe che fingeva di avere le mani legate, di non essere responsabile. 

L’istruttrice del corso preparto fece girare una ciotola di frutti di bosco. 
Wood alzò una mano in segno di protesta. 
Posso anche non guardare, disse. So come funziona. 
Nelle ultime settimane di gravidanza, cominciò a spiegare l’istruttrice, la cervice diventa morbida come un frutto maturo. 
Queste donne non ne sanno un granché, bisbigliò Wood. Mi piacerebbe portarle a fare una gita didattica. Mi piacerebbe accompagnarle in una fattoria durante la stagione del parto.
Ma è diverso, dissi. Il tuo bambino non sarà un ruminante.
Ricordatevi, disse l’istruttrice. Potrebbero volerci giorni prima che vi innamoriate del vostro bambino.

Il sabato successivo la gabbia di Cerulean era vuota. Al gatto di stoffa, in un angolo, mancava un occhio. 
Non voglio sapere come va a finire, dissi a Wood.
Più tardi, mentre il sole si alzava, Wood mi fece mettere sul fianco e scaldò il gel conduttore. Il tavolo era freddo.
Premette la sonda sulla mia pancia, tesa come una tela. Lì in ambulatorio le sue dita erano abili, rassicuranti, gli occhi concentrati sul bambino sotto la mia pelle. Percepivo la sua aspettativa, mi avvolgeva come l’amore.
Gli ultrasuoni sono perfetti per visualizzare il cuore, disse Wood. È un organo pieno di fluido. 

A parecchi stati di distanza, una donna aveva dato alla luce otto gemelli, come cuccioli. Forse un’altra aveva inarcato la schiena in estasi mentre una testa di trentacinque centimetri di diametro le spuntava dalla cervice. Una femmina di lemure in via d’estinzione si mordeva il ventre vuoto dentro alla gabbia dell’ospedale di uno zoo. Io guardavo un cuore piccolo ma veloce battere tra le costole sfocate di nostra figlia. Spero che non ti si spezzi mai, dissi, anche se sapevo che si sarebbe spezzato eccome, mille volte. 
Wood tracciò sullo schermo il profilo degli organi di nostra figlia con il dito. 
Raccontami ancora della riproduzione del giaguaro, dissi. 
La gestazione dura poco più di novanta giorni. Se allo stato brado le vengono sottratti i cuccioli la madre li cerca per ore, ruggendo di continuo.
Lo farei anch’io, dissi. Te lo giuro.

 

 

© 2012 by Megan Mayhew Bergman
Published by arrangement with The Italian Literary Agency.

© 2017 Enne Enne Editore, Milano  

Orsetto, di Mary Miller

Dopo il successo del suo romanzo di esordio, 'Last Days of California', Mary Miller torna con una raccolta di racconti che la riconferma come una delle voci più crude e taglienti della sua generazione di scrittori americani.
Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo 'Orsetto' contenuto nella raccolta Happy Hour, edito da Black Coffee edizioni.

 

Laura guarda suo figlio salire sullo scivolo: tre dossi ed è in terra. Ci sono voluti venti minuti per convincerlo e adesso non vuole saperne di fermarsi. Sarà la tredicesima volta che ci sale. Lei se ne sta lì, in piedi con le mani sui fianchi. Ha perso tutto il peso che aveva messo su durante la gravidanza e ora è fiera del suo corpo, che è tornato lo stesso di prima tranne per qualche smagliatura e una vagina che non sembra più apprezzare come una volta il vigore di suo marito. Lui viene e lei finisce col vibratore rosa. A volte lo usa comunque, anche se è già soddisfatta, e si fa baciare il collo, le orecchie, ovunque tranne che in bocca.
Controlla il cellulare. Sono le sei passate e suo marito a quest’ora dovrebbe essere rincasato. Non le va di tornare, ma non le va nemmeno di guardare Kevin (stesso nome del padre) scivolare all’infinito. Immagina di essere da sola su un’isola. Le piacerebbe. Ma sa già che dopo un po’ tutta quella solitudine le verrebbe a noia.
«Dai!» grida suo figlio e rifà il giro. «Dai dai dai!» È la sua nuova parola preferita.
Vorrebbe avere un’amica accanto, ma ultimamente sembrano tutte scomparse o hanno troppo da fare, o forse è lei a essersi accorta solo adesso di preferire di gran lunga le loro vite alla sua, perciò fa fatica a starci insieme.
Al sedicesimo giro la gioia del figlio la contagia e lo prende in braccio ridendo. Sembra più pesante di qualche ora fa.
«Ma che ti do da mangiare?» dice.
«Hot dog» risponde lui, anche se succede raramente.
Un uccello dalle ali bianche si infila in un albero e lei glielo indica. Si è abbassata la temperatura, arriva l’autunno, la sua stagione preferita. All’improvviso Kevin inizia a scalciare e urlare per farsi mettere giù e per un attimo lei si sente stordita, disorientata, le sembra di non sapere più come ha fatto a finire in quel posto, in quella vita.
«Ancora!» dice Kevin. Rimpiange di averlo chiamato così. Non ha neanche diminutivi decenti. Per lo più lo chiama Orsetto perché i suoi libri preferiti hanno tutti degli orsi come protagonisti. Il mese scorso l’avevano portato a Yellowstone e un orso nero aveva attraversato la strada correndo come un cane. Non era tanto grande e minaccioso, per quanto potesse pesare intorno ai duecento chili, a detta di suo marito. Yellowstone, tutto sommato, era stato una delusione. La maggior parte del tempo erano rimasti in macchina, a girare in cerchio, lentamente - seguendo prima il sentiero meridionale poi quello settentrionale - e spesso il traffico si bloccava perché la gente scendeva a fotografare un alce o un bisonte, e per due volte Kevin aveva dovuto fare pipì in una bottiglia, con Laura che gli sorreggeva il minuscolo pene non circonciso. In un’altra occasione avevano raggiunto il bagno appena in tempo prima che succedesse l’irreparabile. L’Old Faithful non era niente di speciale, anche se per vederlo avevano dovuto attendere un’ora insieme a una banda di motociclisti e dei turisti giapponesi che cercavano la visuale migliore, e così quando è arrivato il loro turno, pur piacendogli, non gli era piaciuto.
Kevin scattava fotografie a raffica, non a loro - tranne quando Laura lo chiedeva espressamente - ma al Grand Canyon di Yellowstone e allo Yellowstone Lake, la Hayden Valley, la Grand Prismatic Spring, e le migliori le postava su Instagram (hashtag nofilter, hashtag vacanzainfamiglia, hashtag Yellowstone, hashtag estate). Ma Laura si era impegnata a non fare capricci perché in fin dei conti aveva organizzato tutto lui.
La stanza d’albergo era molto carina.
«Fai l’ultima scivolata» dice al figlio «e poi andiamo a mangiarci un hot dog, dato che ti piacciono tanto».
«No» fa lui. «Altre quindici sedicimila».
«Una sola» ribadisce mentre il figlio sale la scaletta. Ripensa all’orso, a come correva. Il marito non era stato abbastanza veloce e quindi niente fotografia.
Si tocca la pancia come se si fosse ricordata all’improvviso di essere incinta, per quanto sia impossibile dimenticare una cosa così. È sempre lì, come un leggero cerchio alla testa o un principio di mal di gola. Oltre a suo marito non l’ha ancora detto a nessuno, e l’ha detto a lui solo perché doveva dirlo a qualcuno. Si aspettava che fosse contento o deluso, ma lui non ha avuto reazioni. Ah, ha detto, ok. È una bella cosa, no? E più tardi quella sera le ha comunicato che probabilmente avrebbero dovuto mandare i figli alla scuola pubblica.

La persona accanto, di Marco Rossari

The Florentine Leterary Review (The FLR) è la rivista che propone racconti e poesie di autori contemporanei italiani, in italiano e in inglese.
Vi invitiamo a conoscere la rivista, attraverso l'approfondimento a cura di Alfredo Zucchi.
Pubblichiamo il racconto di Marco Rossari, contenuto nel numero 2 della rivista The FLR.


Giuliana entrò in sala.
Il cinema era vuoto.
Non era così insolito al primo spettacolo pomeridiano, eppure difficilmente capitava che non ci fosse proprio nessuno.

Mancavano un paio di minuti, perciò avrebbe potuto prendere un posto qualsiasi e infischiarsene del numero sul biglietto. Scelse un posto centrale, l’ideale intersezione tra due linee, giusto in mezzo alla sala.
Il posto X.
Si accomodò, pregustando la proiezione. C’era un bel tepore. Tutto era tranquillo. Aveva sistemato il cappotto sul posto accanto a sinistra e stringeva la borsa in grembo. Non per paura che la rubassero, era più un gesto istintivo di difesa. La rassicurava.
Era lì, con la sua borsa stretta al ventre, quando notò un movimento con la coda dell’occhio. Si girò di scatto. Le tende si erano scostate e un uomo con un cappotto nero era entrato in sala.
Le luci si attenuarono.
L’uomo aveva più o meno la sua stessa età. Sessanta, forse settant’anni. Alto, composto, borghese. Solo. Nella penombra l’uomo percorse il corridoio con passo deciso. Quando arrivò all’altezza della fila dove si era seduta Giuliana, sempre con passo marziale, entrò. Oltre al cappotto, aveva un cappello nero. L’uomo andò dritto fino a lei e si accomodò proprio lì accanto, alla destra di Giuliana. Lei non fece in tempo a guardarlo bene che le luci si spensero del tutto.
Tutto il cinema era vuoto.
L’uomo si era seduto lì.
Accanto a lei.
Nel buio.
Aveva già visto un film con qualcuno accanto. Però mai in una sala vuota. L’uomo aveva appoggiato il cappello sulla poltrona alla sua destra, ma era rimasto con il cappotto addosso. Dopo aver sbuffato, era piombato in un silenzio rotto da un respiro affannoso.
Giuliana non provò nemmeno a voltarsi per scrutarne il viso.
Il film ebbe inizio.
Fin dai titoli di testa, Giuliana fece una terribile fatica a concentrarsi sui fotogrammi. Sentiva quell’uomo respirare. Dapprincipio sommessamente, poi un poco più roco. Il respiro di un uomo. Era l’unica a percepirlo, l’unica a cogliere lo strofinio delle sue mani, l’unica a percepire il vago aroma dell’acqua di Colonia che doveva essersi spruzzato sulle guance quella mattina dopo essersi rasato.
 


L’uomo esisteva nelle sue manifestazioni – corporee, acustiche, odorifere – solo per lei, in quella sala vuota.
Chiedeva la sua attenzione? Esigeva la sua percezione?
Calma.
Si concentrò sul film. Era una storia lenta, si dipanava con terribile meticolosità, carrellate estenuanti…
O era lei che non riusciva a tenere viva l’attenzione?
Lo sentiva respirare.
Era lì.
Tutto un cinema vuoto e si era seduto accanto a lei.
Si accorse che l’uomo stava sbottonando il cappotto. Un bottone dopo l’altro, lentamente.
Era un malintenzionato?
Giuliana strinse la borsetta a sé. L’uomo voleva strapparla? Frugarci dentro? Rubarle qualche banconota e gettarla a terra con cattiveria, prima di allontanarsi, intimandole di non avvertire la polizia e di non seguirlo? La stava guardando? Voleva rubarle la fede al dito? Il diamante che da tanti anni impreziosiva la sua mano e la sua quiete coniugale?
No, no.
Non la fissava.
Ma respirava, lo sentiva.
Il film proseguiva, inesorabilmente lento. Invece che procedere in avanti, sembrava quasi andare a ritroso. O forse avanzava in modo circolare. Era un film morto. O era lei che in stato di intontimento cominciava ad alimentare fantasie assurde? La massa corporea di quell’uomo –respirava, respirava – la turbava così tanto? Davvero non riusciva più a seguire i personaggi sullo schermo? Doveva andarsene? Doveva mettersi a gridare? Doveva chiedergli di smetterla? Ma smettere cosa?
Non riusciva a concentrarsi.
Strinse la borsa. Si aggrappò alla visione.
Niente.
Non riusciva a seguire il film.
L’uomo aveva sbottonato il cappotto, ma non se l’era sfilato. Non aveva caldo? Brava, ci mancava solo che gli chiedesse: “Non ha caldo?”. Eppure lei soffocava. Una vaga nausea, un senso di spaesamento. L’attenzione che correva dallo schermo al respiro dell’uomo, dal vuoto di quella figura accanto alla trama immobile. Era un incantesimo. Una stregoneria.
Provò a guardare il resto della sala senza muovere la testa, solo gli occhi. Niente, nessun altro, non c’era anima viva. Forse alle spalle, ma non trovava il coraggio di girarsi.
E quello aveva un cappotto nero.
Era la Morte? Ora si sarebbe girato e le avrebbe sussurrato all’orecchio: “Sono venuto per te”. E poi avrebbe sorriso. Un po’ rassicurante, un po’ beffardo. La Morte ti trovava in una sala vuota non per portarti via, ma perché l’inferno era quella sala vuota. Te ne stavi lì a sentire respirare la morte. Tutto qua. E il film purtroppo non era granché.
O era un assassino?
Ora avrebbe estratto un coltello affilato da sotto il cappotto e con gesto sbrigativo le avrebbe tagliato la gola da un orecchio all’altro. Una colata di sangue denso, cupo, violaceo le avrebbe macchiato il maglione, mentre la testa si rovesciava all’indietro. O forse avrebbe preferito il metodo lento dello strangolamento. Non aveva controllato le mani: aveva forse dei guanti di pelle? La sagoma nel cinema si divincola ma non c’è nessuno ad assistere. Esistevano ancora i proiezionisti? Era tutto automatizzato? Avrebbero sentito le sue grida soffocate?
Perché si era seduto lì?
Provò a ragionare. Forse gli piace vedere il film al centro della sala. A tutti piace assistere da posizione centrale. E quando capita di avere un cinema tutto per sé, come un ricco con la saletta privata?
Ma proprio accanto a lei?
Oppure era un balordo. Non puzzava, però. Dignitoso. No, non era un vagabondo. Forse era un signore eccentrico. Girava per i cinema, cercando di instillare una sottile inquietudine nella persona accanto. Era il suo passatempo preferito, nel corso di una vecchiaia che trascorreva nel tedio del lusso. Sai cosa faccio di pomeriggio? Non ci crederai mai.
Doveva essere così.
Ma no.
Calma.
Respira.
Era una vecchia signora, in un cinema del centro, a una proiezione come un’altra. Non bisognava farsi venire il batticuore. Lì fuori c’era una maschera, c’era la cassiera. Nella piccola libreria adiacente c’era una ragazza dall’aria gentile che probabilmente studiava Lettere o Filosofia. C’era il mondo: il frastuono delle auto, la musica dei venditori ambulanti per strada. E allora perché tutto si riduceva al fiato sommesso che sentiva a pochi centimetri? Le spalle, così vicine; le gambe, così vicine; l’aria condivisa, da loro due soli, in quella maledetta sala.
Doveva essere pazza.
Poi la domanda, inevitabile, verso la quale tutto convergeva.
Era un molestatore?
Non ne aveva mai trovati. Adesso Giuliana era una signora stagionata. Forse non era più così avvenente… Ma l’avvenenza, si diceva, non aveva poi tanta parte in una molestia di quel tipo. E poi, aggiungevano, non esisteva più quel tipo di molestatore. Al pomeriggio di norma trovava gruppetti di studenti, diverse signore canute che la guardavano con aria complice, qualche intellettuale precario rincantucciato in un angolo a prendere appunti su un taccuino.
E invece questa volta?
Soli.
Era un molestatore?
Avrebbe abbassato la cerniera nel buio e avrebbe tirato fuori il sesso? Era questo che voleva fare? Masturbarsi accanto a una signora nel buio di un cinema? Voleva farsi vedere eiaculare? Spaventarla, atterrirla? Voleva estrarre il sesso – enorme, spaventoso, lucido – e metterlo in mano a Giuliana, alla vittima Giuliana, alla povera Giuliana, a una signora indifesa? Bisbigliarle qualcosa? Qualcosa come: “Guardalo”? O qualcosa come: “Ti piace, lo so, guardalo bene”? Voleva prenderle una mano, la sua mano avvizzita, la sua mano gelida di vecchia signora, la sua mano abbandonata e ora quasi tremebonda, lì sopra la sua borsetta, lì alla sua mercé, la sua mano con il diamante! Voleva prenderle una mano e mettersela sul sesso, farle sentire la forza del sangue, dopo tutti quegli anni? Voleva dirle quella parola? Voleva dirle: “Guardalo, guarda il cazzo”? Voleva forse metterle una mano sulla nuca e, forzando la sua debole resistenza, farla chinare e arrivare a pochi centimetri dal cazzo? Le avrebbe detto, a quel punto: “So che lo vuoi, su, fai la brava”? E lei che cosa voleva? Voleva che lui lo facesse? Alla sua età, voleva piegarsi su un uomo e prendere in bocca la sua carne palpitante? Voleva sentirsi dire come un tempo, come in luna di miele, in quella tarda primavera del 1969, quando a Capri suo marito le aveva spinto la testa allo stesso modo, sul letto, di notte, e le aveva detto “Su, fai la brava” e a lei era piaciuto anche se non aveva trovato il coraggio di ammetterlo, nemmeno a se stessa?
Ma cosa le veniva in mente!
A furia di farsi domande, di ascoltare il respiro dell’uomo, Giuliana si ritrovò a veder salire i titoli di coda.
Il film era finito. Non era successo niente. Le luci si accesero e i primi spettatori dello spettacolo successivo – numerosi, rassicuranti – cominciarono a entrare.
La persona accanto si girò e le disse: “Amore, scusa se prima ci ho messo un po’, ma proprio non trovavo parcheggio. Ti è piaciuto? Sembravi così assente".

Naufragio con quadro, di Daniele Del Giudice

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Il racconto Naufragio con quadro è tratto dalla raccolta I Racconti di Daniele Del Giudice, pubblicati da Einaudi. Ringraziamo l'autore e l'editore per la gentile cessione.

Non è autorizzata la cessione dei diritti di tale racconto a terzi.


Potevo sapere che era un quadro? E anche se l’avessi capito lí per lí, non era certo il momento di fare considerazioni. Galleggiava, ecco tutto, galleggiava come tanti altri frammenti, tra una cesta di vimini e una cappelliera, e cosa ci facesse a filo del mare livido una cappelliera coperta da vapori di nebbia sull’acqua piatta non era piú sorprendente di cosa potesse farci un quadro, solo che la cappelliera non mi avrebbe sorretto e il quadro sí, cosí lungo e stretto poteva andare bene, vi appoggiai le mani e lui affondò un poco, mi ci rotolai sopra e lui, anche se un po’ sommerso, mi sostenne a galla. Non sapevo che fosse un quadro, né poteva importarmi di meno in quel momento, sapevo solo che non c’era piú niente intorno a me: non la nave, non gli amici, e nemmeno piú la notte. Il cielo si aprí poco alla volta, anche la nebbia diradò, passavano nuvole basse e imponenti. L’acqua gelida m’intirizziva la schiena, mi rigirai sfiorando con la guancia la superficie su cui ero disteso, bianca porosa e tralucente. L’occhio era cosí vicino alla materia che seguivo i profili della ruvidezza, crateri e rilievi e canali profondi che il movimento del mare riempiva ad ogni onda di goccioline scivolanti fino all’occhio, lacrime in entrata. Restai cosí non so piú quanto, almeno il tempo di riprendere le forze, poi mi sollevai sulle braccia tese, come talvolta ci si solleva su un’amante per guardarla tutta. Non c’era dubbio, era proprio un quadro. Non bianco però, non tutto bianco come m’era parso; da sotto il bianco affioravano striature marroni e arancio e macchie gialle come muschio. Da quanto tempo ero in acqua? Che il quadro si fosse arrugginito? Forse quei colori non affioravano alla superficie, erano invece le profondità del quadro, il suo passato invecchiato nel bianco, incanutito.

Si trattava di un bianco apparente, di un bianco terminale; nelle sue profondità, come nelle profondità del mare che mi manteneva in superficie, era nascosto un fatto, un fatto di colore, via via scolorito dal bianco della velatura. Ma quale fatto? E perché mai in una situazione molto precaria e con tutt’altro a cui pensare, mi interessavo cosí tanto di quel bianco, che poi bianco non era? Oscuramente avevo l’impressione che se fossi riuscito a decifrare la storia di quel bianco avrei capito anche chi ero e come mai ero lí. Poiché per quanto il quadro fosse importante, anzi l’unico mezzo di sopravvivenza di cui disponevo, restava da chiarire che cosa ci facessi in mare sopra un quadro e soprattutto come ne sarei uscito vivo. Avevo orrore di guardare l’orizzonte di quel mare torvo. Ricominciai daccapo: la velatura, in realtà, non copriva quanto c’era sotto, non si trattava di un mistero né velato né svelato, quel bianco era piuttosto un risultato, era il punto d’arrivo di un attraversamento dei colori, raccontava un viaggio pieno di scorie e di pigmenti dove i colori nel loro svolgimento s’impastavano l’un l’altro, arrivando finalmente al bianco. Cosí non esisteva profondità e nemmeno superficie, né prima né dopo, o meglio erano la stessa cosa, coesistendo perfettamente nella loro storia. In fondo anche la luce è fatta cosí, risulta dalla sovrapposizione di onde variamente colorate che l’occhio non scompone, ma percepisce unitariamente come bianco, un bianco caldo impastato di colori. Quale luce, quali onde? La luce e le onde intorno a me erano un unico grigiume livido e malaugurante, meglio non guardare, meglio tenermi al quadro, che teneva me. Mi rivoltai sulla schiena, nel cielo tra le nuvole ce n’era una col fumaiolo e i ponti e la prua ben disegnata, forse era quella la mia nave, ma perché era finita cosí in alto, e perché proseguiva senza di me in salita lungo il cielo, in quel gran traffico di navi nubi grigie, nubi da guerra? Chiusi gli occhi, pensai al bianco che avvertivo sotto la schiena impastato col salso e l’umidore dei vestiti, il bianco aveva sempre rappresentato il principio fondativo della luce a cospetto delle tenebre, fin dall’antichità, ma la luce non esiste che per il fuoco, per via del fuoco, e su questa base il simbolismo antico ammetteva due soli colori primigenii, il bianco e il rosso, da cui gli altri scaturivano, rosso era l’amore della divinità, bianco la divina saggezza, la divinità era dunque anche colore, e da questi due colori, bianco e rosso, emanava la creazione, e combinandosi tra loro emanavano i colori secondari; ma il bianco era l’unità divina, e poi bianco era il sapere, perciò anche il sapere era a colori, in molte lingue bianco e sapere avevano identica radice, io stesso dicevo weiss per bianco e wissen per sapere (ma come mai sapevo il tedesco?), e bianco ancora era stato per molti l’arredo della morte, non la morte come fine, la morte come trasformazione, passaggio ad altro stato, e certo sarei passato anch’io, oh come sarei passato velocemente se non mi davo subito da fare! Di scatto mi sollevai a sedere: perché sapevo queste cose della luce? Forse ero un elettricista? No, non ero un elettricista, e poi sapevo piú del bianco che della luce, ma come mai sapevo tutte quelle cose sul bianco? Mi rivoltai carponi sul quadro che s’imbarcò di lato, e poco mancò che scivolassi in acqua, mi afferrai ai suoi bordi e fu come se afferrassi me stesso, quella cosa veniva da me, mi era legata e di colpo io la riconobbi, sapevo del bianco perché quel bianco era mio, con tutte le intenzioni e le ossessioni, quel bianco l’avevo pensato e dipinto io, io ero uno che pensava e produceva colori come certi animali secernono filamenti impastati di saliva, mio era il quadro ed io ero il pittore. Ero un pittore sperduto in acque di tenebra a cavalcioni di un suo quadro. Mi ricordai allora di un’altra acqua, una città d’acqua dov’ero cresciuto, acqua con case e anche la mia tra quelle, era lí che vivevo e lavoravo, ma possibile che fossi naufragato tornando dallo studio verso casa, naufragato in un canale di Venezia? O che qualcuno avesse tolto il tappo, sicuramente Venezia aveva un tappo; ed io e i quadri e tutta la città fossimo stati risucchiati nel gorgo, inghiottiti dallo scarico e spurgati in mare? Magari. No, non ero vicino a casa, da casa ero partito per davvero, tutto era terribilmente vero, ricordai la nave e il viaggio intrapreso, andavo per una mostra in Sudamerica, avevo caricato i quadri nella stiva, ricordai la notte e gli amici e un gran botto, ecco perché ero lí. Provai ad alzarmi in piedi, con le ginocchia piegate e una mano a filo dell’acqua per non cadere, meno elegante di un surfista nel ventre di un’onda; poco distanti, tra una cassa di bottiglie vuote e un lampadario, vidi galleggiare le altre mie tele, erano un po’ piú piccole e nell’urto non si erano rovinate, andavano nella mia stessa direzione portate dalla corrente, io ero sulla piú grande, ero in piedi sull’ammiraglia della mia flotta di quadri, cercavo con lo sguardo la linea dell’orizzonte. In fondo si trattava solo di arrivare a Buenos Aires.

Il mio caro Bovanne, di Toni Cade Bambara

Gorilla, amore mio è la raccolta di racconti di Toni Cade Bambara, un classico della narrativa afroamericana per la prima volta tradotto in Italia e pubblicato da SUR.

Proponiamo il primo racconto della raccolta, per gentile concessione dell'editore.


Fateci caso, i ciechi hanno il vizio che canticchiano a bocca chiusa. Che poi non ti sembra mica strano quando ne frequenti uno e t’accorgi di quello che con gli occhi non vedresti mai, la prima volta ti sfugge proprio, quel suono sembra uscire dal nulla e ti riporta in chiesa assieme alle signore con le tettone e a quei signori anziani che dalla gola gli sale un borbottio a ogni frase del reverendo. Gelatina s’ingrugna mentre io e Pelle di Pesca gli spieghiamo perché il pane di patate adesso sta a un dollaro e venticinque al posto di un dollaro come sempre e lui ah uhm ho capito, e poi attacca una specie di ronzio, una cantilena, che la senti appena ma ti piglia a tradimento se non te l’aspetti. Com’è capitato a me. Ma ormai c’ho fatto l’orecchio e l’unica volta che ho trovato da ridire è stata quando giocavamo a dama sugli scalini di casa e lui ha attaccato a canticchiare una cosa di chiesa m’è sembrato. Per cui gli ho detto: «Senti, Gelatina, se giochi insieme al Padreterno perdo a tavolino». E lui ha smesso.Per cui ecco perché l’ho invitato a ballare il mio caro Bovanne. Mica stiamo insieme, eh, è solo un bravo vecchio del quartiere che lo conosciamo perché aggiusta tutto e sta simpatico ai ragazzi. Cioè, gli stava simpatico prima, poi quelli del Potere Nero gli hanno fatto il lavaggio del cervello e adesso non sanno più dove sta di casa il rispetto per le persone anziane. Così siamo a ’sta festa di beneficenza per la cugina di mia nipote che si presenta alle elezioni con non so che partito dei neri. E io ballo appiccicata a Bovanne che è cieco, io canticchio e canticchia pure lui, è come una chiacchierata cuore a cuore. Mica gli schiaccio il seno addosso. Mica mi strofino. Sono vibrazioni. E lui lo capisce e mi chiede di che colore sono vestita e come sono pettinata e come me la cavo senza un uomo, ma gentile, mica per impicciarsi, e chi c’è alla festa, se i panini sono micragnosi o te li senti belli pieni in mano. Allegri e tranquilli, questo voglio dire. Chiacchiere leggere, come la mano su un tamburello o su un bongo.Ma subito arriva Joe Lee che ci guarda male perché balliamo troppo vicini. Mio figlio, che sa come sono affettuosa; a me gli uomini mi chiamano da fuori a notte fonda in cerca di conforto materno. Ma lui ci guarda male. E non è giusto, perché Bovanne non vede e non si può difendere. È solo un bravo vecchio che aggiusta tostapane e ferri da stiro scassati, biciclette e roba varia e mi cambia la serratura quando i miei amici maschi s’allargano un po’ troppo. Un brav’uomo. Ma mica l’hanno invitato per questo. Noi siamo le radici rurali, avete presente? Io, sorella Taylor, quella che fa le treccine da Mamie e il garzone del barbiere, siamo tutti qui in quanto radici rurali. Mai stata più a sud del Brooklyn Battery, l’unica campagna che ho visto è la fioriera sulla scala antincendio. Fino all’altroieri i miei figli mi dicevano di levarmi gli stracci da contadina che porto in testa ed essere più moderna. Adesso invece non gli sembro mai abbastanza nera per i loro gusti. Insomma tutti passano e dicono ehi Bovanne, vecchio mio. Capirai che sforzo, continuano a fare su e giù, manco un attimo si fermano a prendergli un bicchiere o uno di quei bei panini o a raccontargli le ultime novità. E lui lì col sorriso, metti che gli rivolgono la parola vuole stare pronto. Per cui ecco perché me lo trascino in pista e balliamo stretti fra i tavoli e le sedie e una montagna di cappotti con gli altri intorno che chiacchierano fitti fitti e se ne fregano del cieco che gli aggiustava i pattini e i monopattini a tutti quanti quando erano piccoli. Balliamo appiccicati e chiacchieriamo leggeri, canticchiamo. E lì m’arriva mia figlia che mi guarda schifata come quando dice che non ho una «coscienza politica», come se avessi la rogna e fossi un caso disperato. Ma io non me la filo e guardo solo il viso spento di Bovanne e gli dico che ha la pancia come un tamburo e lui ride. Ride a crepapelle. E lì m’arriva Task, mio figlio piccolo, mi bussa sul gomito come il capoclasse alle elementari quando sei in fila per l’appello e fai troppo casino.«Parlavamo solo di tamburi», spiego mentre mi trascinano in cucina. Magari i tamburi sono la difesa migliore. I tamburi ce li avranno presenti, fissati come sono con la storia delle radici. E poi la pancia di Bovanne fa proprio come il tamburo che m’ha regalato Task quand’è tornato dall’Africa. Basta che la sfiori e fa frr frrrm mmm. Per cui insisto con la storia del tamburo. «Di tamburi e basta».«Ma che vai dicendo, ma’?»«Ha bevuto troppo», dice Elo a Task, perché a me non mi parla quasi più dopo quella brutta discussione sulle mie parrucche.«Senti, mamma», dice Task, quello gentile. «Volevamo solo avvisarti che stai dando spettacolo a ballare così».
«Così come?»
Task si passa una mano sull’orecchio sinistro, preciso identico al padre e al nonno.
«Come una cagna in calore», dice Elo.
«Ecco, cioè, io direi più come una di quelle signore vogliose di una certa età che non fanno tanto le difficili. È chiaro il concetto?»
Non rispondo perché sennò mi metto a piangere. Terribile sentirsi parlare così dai propri figli. Mi trascinano via dalla festa e mi spingono dietro al bancone dentro una cucina di estranei, peggio d’un branco di poliziotti. E poi mica sono una vecchia. Posso ancora portare i vestiti sbracciati senza la ciccia che pende. Mi tengo pure aggiornata tramite i miei figli. Che non sono più bambini. Sentirsi parlare così. Resto ammutolita.
«Ballava con quel pecorone», dice Elo a Joe Lee, che sta appoggiato al congelatore di questa gente. «Che appena sente puzza di un bianco si mette a tappetino. E gli occhi, poi. Potrebbe pure avere un po’ di decenza e mettersi un ­paio d’occhiali scuri. Così ci risparmia la vista di quelle lampadine fulminate...»

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«Sarebbe questo il conflitto generazionale?», dico.
«Il conflitto generazionale», sbotta Elo, come se avessi proposto di mettere l’olio di ricino e il ragù d’opossum nei frullati. «È un concetto dei bianchi che riguarda solo i bianchi. Il conflitto generazionale non esiste nel popolo nero. Noi siamo una coll...»
«Vabbè, fa niente», dice Joe Lee. «Insomma, mamma... è questione d’amor proprio. Quel modo di ballare ci ha messo in imbarazzo, sia te che noi».
«Io mica mi vergognavo». Non parla più nessuno. Eccoli lì, tutti in ghingheri col bicchiere in mano, a mettermi in mezzo, a farmi il terzo grado, e intanto io non ho assaggiato manco un’oliva. Al commissariato, mi pare di stare.
«Innanzitutto», dice Task e conta i reati sulle dita della mano, «il vestito. È troppo corto, mamma, e troppo scollato per una della tua età. Stasera Tamu tiene un discorso per lanciare la campagna e ti vuole presentare, conta su di te per organizzare il consiglio degli anziani...»
«Su di me? Nessuno m’ha interpellato. Parli di Nisi? Ha cambiato nome?»
«Ecco, in effetti ti doveva informare Norton. Nisi ti vuole presentare e poi incoraggiare gli anziani a formare un consiglio che si occuperebbe di...»
«Invece eccoti qua con le tette al vento, la parrucca in testa e l’orlo a fior di culo. E la gente dirà: “Ma quella non è l’assatanata che si strusciava addosso al cieco?”»
«Calma un attimo, Elo», dice Task, alzando il secondo dito. «E poi bevi troppo. Lo sai che non devi bere, mamma, sennò ridi e diventi sguaiata», e la sguaiataggine la conta sul terzo dito. «E poi che modo di ballare. Ti sei fatta quattro lenti incollata a quello e non ti sei scollata manco per gli svelti. Che figura ci fai, alla tua età?»
«Quale sarebbe la mia età?»
«Eh?»
«È una domanda facile. State a farmi la lezione su come deve comportarsi una della mia età. Allora, rispondete un po’, quanti anni ho io?»
Joe Lee chiude gli occhi di scatto e strizza la faccia per fare il calcolo. Task si passa una mano sull’orecchio e fissa il bicchiere come se la risposta gli dovesse venire dai cubetti di ghiaccio. Elo invece mi guarda la parrucca come se tra un po’ dovesse prendere e strapparmela.
«Porti le treccine sotto? E levatela, no? Sei sempre stata brava a fare le treccine».
«Ah certo», perché mi torna in mente quando correva a sciogliersi le sue perché facevano troppo paesana. Ma il problema è un altro. «Allora, quanti anni ho?»
«Sessantuno o...»
«Ma quanto sei bugiardo, Joe Lee Peoples».
«E quindi mettici pure questo», continua Task alzando un altro dito.
«Andatevene tutti a quel paese», dico mentre mi alzo e mi liscio il vestito.
«Dai, mamma», dice Elo, e mi posa una mano sulla spalla, è da quando è andata via di casa che non lo fa, e la mano è leggera e mica tanto sicura di stare al posto giusto. Mi si spezza il cuore. Perché è stata la figlia della felicità prima che morisse il signor Peoples. E l’ho portata attaccata al petto finché non aveva quasi due anni. Questo per dire che eravamo legatissime. Perché lei mi somigliava più degli altri. Anche dopo che è nato Task, era a lei che rimboccavo le coperte di notte, era per lei che piangevo senza motivo, magari solo perché era cicciottella come me e non tanto carina, ma era una bambina affettuosa. Come ci siamo arrivate a ’sto punto, che non mi può posare tranquillamente una mano sulla spalla e dire mamma ti vogliamo bene e ci teniamo a te e hai diritto di divertirti perché sei una brava donna?
«E poi c’è il reverendo Trent», dice Task, e lancia un’occhiata da sinistra a destra come se avessero organizzato un complotto e mi ci volessero tirare dentro.
«Stasera ci dovevi parlare, mamma, gli dovevi chiedere di prestarci lo scantinato per la sede della campagna...»
«A me nessuno m’ha detto niente. Se radici rurali significa che non devo sapere niente allora chi se ne frega. Chi se ne strafrega. E comunque il reverendo Trent è un imbecille visto come ha trattato quel vedovo di Edgecomb, non s’è voluto occupare dei tre figli di quel poveraccio che era tutto scombussolato con la moglie ancora calda nella tomba...»
«Senti», dice Task. «Qui ci vuole una riunione di famiglia, così chiariamo tutto senza stare a girarci intorno. Intanto però è meglio che torniamo di là e ci diamo da fare. E tu, mamma, cerca di parlare col reverendo Trent e...»
«Vuoi che mi struscio addosso al reverendo, ho capito bene?»
«E che palle!», dice Elo uscendo dalla porta a vento.
«Ne riparliamo a cena. Va bene domani sera, Joe Lee?» Mentre Joe Lee si dà le arie io mi domando chi cucinerà, come mai nessuno m’ha chiesto se sono libera, me lo porteranno un mazzo di fiori, cose così. Poi Joe fa segno che va bene ed esce dalla porta a vento e dall’altra sala arriva un po’ di cagnara. Poi Task fa il suo solito sorriso, è proprio tutto suo padre, e se ne va. Ed eccomi sola in questa cucina di estranei, che è proprio un porcile, io mai lascerei la cucina ridotta così. T’avveleni già solo a guardare i tegami. Poi la porta sventola dall’altra parte ed è il mio caro Bovanne che chiama Miss Hazel ma si rivolge alla friggitrice e poi al tavolo bagnomaria e si stupisce quando gli arrivo dalla parte opposta e lo porto fuori dalla cucina. Passiamo davanti a quelli che spingono verso il palco perché Nisi e gli altri stanno per prendere la parola, a quelli che vanno a mangiarsi gli ultimi panini e a farsi un goccetto prima di mettersi da una parte ad ascoltare bene. Vorrei dire a Bovanne che Nisi sta proprio bene col vestito lungo e gli orecchini e i capelli tirati su a crocchia, che tra poco ci racconteranno che lo stiamo prendendo in quel posto e che bisogna fondare un partito nostro, e che tutti guardano e non si perdono una virgola. Invece lo porto via, e Joe Lee e la moglie mi guardano come se fossi la pietra dello scandalo, fatto sta che non gli hanno ancora rivolto la parola. Perché è cieco e vecchio e non serve più a nessuno tanto ormai sono grandi e non devono più farsi aggiustare i pattini.
«Dove andiamo, Miss Hazel?» Ma lo sa già.
«Prima andiamo a comprarti un paio di occhiali scuri. Poi vieni con me al supermercato così faccio la spesa per la cena di domani, che sarà una cosa in grande e tu sei invitato. E poi andiamo a casa mia».
«Benone. Mi piacerebbe proprio riposarmi i piedi». Vuole essere carino, ma agli uomini un po’ di teatrino bisogna lasciarglielo fare, ciechi o non ciechi. Così mi racconta che è stanco morto e quanto gli fa piacere che sono così premurosa. E io penso che intanto gli chiederò di cambiarmi la serratura. Poi gli faccio un bel bagno caldo con le foglie di gelsomino nell’acqua e un po’ di sali Epsom sulla spugna per strofinargli la schiena. Dopodiché, una bella frizione con acqua di rose e olio d’oliva. Poi una tazza di tè al limone con un goccetto di roba forte. Un po’ di talco, quello costoso che ha mandato la madre di Nisi a Natale. E poi un massaggio, un bel massaggio facciale, sulla fronte soprattutto, che è il punto critico. Perché bisogna occuparsi degli anziani. Ricordargli che abbiamo ancora bisogno di loro per far funzionare il ciclostile e pulire le candele e aggiustare la cassetta della posta alla gente che potrebbe aiutarci a impiantare la mensa dei poveri, l’asilo per i bambini e la campagna elettorale. Perché i vecchi sono il cuore della nazione. Così ha detto Nisi e io voglio fare la mia parte.
«Mi sa che lei, Miss Hazel, è proprio una bella donna».
«Ci puoi giurare», dico facendo la sfacciata, come mi ripete sempre mia figlia.

Acqua d'oro, di Altaf Tyrewala

ACQUA D'ORO

un racconto di Altaf Tyrewala tratto dalla raccolta KARMA CLOWN

edita da Racconti edizioni.

 

Ho mal di pancia da ieri notte. Gorgoglia di continuo. Adesso mi fa male anche la spalla sinistra, ma devo andare lo stesso. La signora mi farebbe lavorare anche senza braccia e senza gambe, anche se dovessi strisciare come un bruco. In più, a peggiorare la situazione, non c’è acqua per lavarsi. Stamattina ho perso così tanto tempo per fare i miei bisogni sui binari che quando mi sono messa in coda la cisterna era a secco e rimarrà così fino a domani. La signora del sesto piano direbbe subito: «Chhee, puzzi come un maiale!». Cosa dovrei fare? Pulita o sporca, mi tocca andare al lavoro subito. Meno male che i bambini dormono. Se fossero stati svegli avrebbero voluto l’acqua per lavarsi e per bere. Mi avrebbero fatto una testa così, tutti e cinque. Come se fossi una schiava, devo sempre pensare a tutto. Chhya! Che si tengano la sete, si arrangino. Metto il tiffin* in fondo alla sacca e, sopra, ben dritta, la bottiglia d’acqua. Luccica come un diamante. Spero che la signora del sesto piano me la lasci mettere in frigo, sarebbe bello bere acqua fresca con il pranzo. Mi aggiusto il sari davanti allo specchio e, prima di uscire, mi fermo un attimo sulla porta della baracca per godermi la vista dei miei cinque figli che dormono beati.

Bene, il treno è arrivato e le mie amiche pure. Facciamo le pulizie in un quartiere di Byculla, tutte quante. Alcune di noi lavorano nelle stesse case da venticinque anni: pulire pavimenti, strofinare pentole, lavare vestiti. Andiamo a lavorare insieme, mangiamo insieme e torniamo a casa insieme. Ma a me non piace viaggiare sulla Harbour Line; è sempre affollata e i treni sono sempre in ritardo. Dalla puzza mi pare che anche Gangu non sia riuscita a lavarsi stamattina. Mentre ci accovacciamo per terra nello scompartimento femminile, le chiedo: «Gangu, ma tuo marito non lava i vestiti dei ricchi?» Mi tappo il naso e aggiungo: «Perché non ti butta nel mucchio del bucato e ti batte un po’ finché non sei pulita?» Gangu guarda le altre, Shanta, Kamala e Sushila; poi punta gli occhi su di me e dice: «Stai zitta Nanda, stupida vedova puzzolente!» Mi chiamo Nanda. Scoppiamo a ridere. Ci assomigliamo tutte: facce scavate, corpi magri, pelle scura e grossi denti neri. Quando la nostra fermata si avvicina mi rendo conto che il mio stomaco non borbotta più. Ma adesso mi sento debole. Non importa, il lavoro mi farà passare tutto.

Appena le porte si aprono grido: «Svelta, svelta!». Shanta e io ci tuffiamo nell’ascensore. Le altre donne lavorano in altri palazzi della zona. Questo ascensore mi terrorizza, le porte si aprono e si chiudono da sole. «Ehi ehi, mica siamo al villaggio, niente casino!» dice l’addetto all’ascensore. Preme i bottoni del secondo e del sesto piano e tocca il bordo del sari di Shanta: «Ooh, che morbido, come seta» ansima. Quando scende al secondo piano, Shanta va a sbattere contro l’addetto. «Bastardo, adesso lo dico alla padrona, che non mi lasci in pace.» Shanta è di Jalgaon, e le donne di quella zona sono tutte proprio come lei, lingua lunga e voce sempre alta. Invece noi konkani, della costa sud, veniamo educate più severamente. Con me nessuno si sogna di comportarsi così. Quelli del sesto piano sono un po’ rimbambiti. Si sono trasferiti qui un anno fa. La padrona si chiama Sakkar, una vecchia con i capelli bianchi e il naso affilato. Quasi tutte le mattine devo suonare il campanello per un sacco di tempo prima che lei o suo marito decidano di svegliarsi. Il mio primo giorno pensavo che non ci fosse a casa nessuno e sono andata a sedermi sotto, in giardino. Sakkar ha mandato il tizio dell’ascensore a chiamarmi. Che litigata! Lei mi ha detto che ero una scansafatiche, una disonesta. Io le ho risposto di pulirsi le orecchie, così avrebbe sentito il campanello. Sakkar apre la porta. «Chhee! Non ti sei lavata oggi? Puzzi come un maiale!» grida mentre la supero per andare in bagno. Suo marito arriva borbottando come un gufo: «Chi? Chi? Chi è che puzza come un maiale?» Sakkar glielo dice e il vecchio mi chiede, con quel suo sorriso viscido: «Ti sei alzata tardi, Nanda?». Mi do una pacca sulla fronte e continuo a fare le mie cose. Mentre sono accovacciata in bagno a battere i vestiti insaponati, mi accorgo che c’è qualcuno alle mie spalle. Mi volto. È il vecchio che mi guarda il didietro. Non mi lascio spaventare. Continuo a guardarlo e sbatto i vestiti con più violenza. Bam bam bam. Si allontana impaurito. Sakkar arriva di corsa. «Aye, vuoi rovinarmi i vestiti o cosa?». Ridacchio e rallento. Sakkar si accuccia fuori dal bagno. «Ho degli avanzi da ieri sera» dice, «riso e curry di montone.» Mi volto per risponderle, ma una fitta di dolore al braccio sinistro mi toglie il fiato. «Cos’hai?» chiede Sakkar. «Il braccio, mi fa male» rispondo. «Aspetta, ti do un Crocin.» Si appoggia alla mia spalla per alzarsi. Pesa almeno una tonnellata. Quando ho steso il bucato e pulito il bagno, Sakkar mi chiama per il tè. Mi siedo per terra in cucina. Mi dà una pastiglia e una tazza di tè. Incominciamo subito a spettegolare della signora del settimo piano, quella che è stata abbandonata dal marito. «Si è trovato un’altra donna?» chiede Sakkar. «No, no!» dico. «L’ha lasciata per diventare un sadhu.* Ho visto che si era rasato i capelli quando se ne è andato.»«Se fossi in lui, l’avrei lasciata anch’io una così» dice Sakkar. In corridoio squilla il telefono. «Nanda, è per te!» grida il vecchio. Lascio cadere tazza e piattino e mi metto a piagnucolare. «Cosa succede?!» grida Sakkar. «Il telefono… oh Dio, no!» Le lacrime mi accecano. Sakkar butta uno straccio sul tè versato e mi dice di andare a sentire cosa c’è prima di fare scenate. Mi alzo con le ginocchia che tremano. Vado in corridoio stringendomi il petto, in singhiozzi. È da vent’anni che lavoro in questo palazzo e ho ricevuto soltanto una telefonata – sette anni fa, lavoravo dalla signora al terzo piano. Mio figlio mi aveva chiamato per dirmi che mio marito era morto: beveva troppo, liquori da due soldi. Come avevo pianto. Il marito di Sakkar mi passa il ricevitore. «Halla?» dico. «Sei tu mamma?» chiede mio figlio, il maggiore. Ha ventisette anni ed è sputato suo padre: non lavora, beve tutto il giorno, è già alla seconda moglie. «Sì Ashok, sono io» dico, e mi rimetto a piangere. «Cosa c’è? Perché piangi?» chiede mio figlio. «Chi, chi è morto?» grido. Il vecchio mi carezza la schiena per consolarmi. Strillo ancora di più. «Smettila di piangere, mamma! Perché non hai riempito il contenitore dell’acqua oggi?» chiede mio figlio. «Che acqua?» balbetto. «Mamma, stupida, non c’è acqua in casa!» urla. «Aye, brutto verme!» grido. Il vecchio ritrae la mano. Smetto di piangere. «Mi chiami al lavoro per una cosa del genere? Se vuoi dell’acqua vai a casa di tua moglie! Non sono la tua serva!» Abbasso il ricevitore. Maledetto. La prima moglie è morta di itterizia. Adesso vive a casa della seconda, che lo sbatte fuori tutte le sere. Sakkar mi chiede cos’è successo. Glielo racconto e lei fa le moine per consolarmi. Estraggo la bottiglia d’acqua dalla borsa e, asciugandomi le lacrime, convinta di averla intenerita, le chiedo: «Signora, posso tenerla nel suo frigo per un po’?». Mi domanda cosa c’è nella bottiglia. Solo acqua, rispondo. «Oh oh! E adesso vuoi anche l’acqua fresca con il pranzo, eh?» dice. Le chiedo solo un piccolo spazio in frigo. «Non ce n’è bisogno. Pulisci il pavimento, prendi gli avanzi e sparisci!»

Per terra abbiamo messo tiffin pieni di riso, roti avvolte in carta da giornale, avanzi di verdure cotte e, in mezzo, il curry di montone che mi ha dato la signora del sesto piano. Kamala, Sushila, Shanta, Gangu, Savita e io siamo sedute in cerchio in giardino. Pausa pranzo. Siamo così stanche che rimaniamo lì a fissare il cibo. «Mangiamo, no?» dice Sushila. «Sembri una cagna affamata» borbotta Kamala. Ridiamo. Shanta spezza una roti e la affonda nel curry di montone. «Aye, aye, vacci piano, vogliamo assaggiarlo tutte» le dice Kamala. «Avete le mani paralizzate o cosa? Mangiate anche voi se volete» replica Shanta. Ci buttiamo sul cibo e nel giro di pochi minuti è finito tutto. Il venticello spazza via i cartocci di giornale, il resto verrà ripulito da cani e corvi. Infilo la mano nella mia sacca e tiro fuori la bottiglia dell’acqua. «Aprimela, per favore» dico, passandola a Gangu. Tutte la fissano con gli occhi sgranati. «E dove l’hai presa questa?» chiede Gangu, toccandosi il mento. «Se non la vuoi aprire dalla a Sushila» dico, sospirando. Sushila strappa la bottiglia di mano a Gangu e la esamina. «Oh Dio, questa è acqua pura. Guarda guarda, non è neanche stata aperta» dice Sushila, mostrando la bottiglia a Kamala. «Ehi vedova, non puoi dirci dove hai preso questa bottiglia?» chiede Sushila, strappando il sigillo di plastica. Mi riprendo la mia bottiglia e finalmente riesco ad aprire il tappo. «Sui binari, stamattina» dico. «Agga! E perché eri lì stamattina?» chiede Shanta. «A vedere gli uomini che fanno i loro bisogni?» Tutte scoppiano a ridere. «Chiudi la bocca, zoccola» le dico, «dovevo andare. Avevo mal di pancia.» «Allora questa bottiglia l’hai trovata per terra o cosa?» mi stuzzica Shanta. Mi verso l’acqua in bocca e deglutisco rumorosamente come un piccione. «No» dico. «Non era per terra. Un bastardo me l’ha tirata dal treno.» «Che bastardo, che treno?» chiede Kamala. «Quante domande!» sbotto. «Ero lì accovacciata. Arriva un treno e si ferma proprio davanti a me. Mi nascondo la faccia col sari e le parti basse con le mani, ma qualcuno mi tira addosso la bottiglia per scacciarmi. Mi ha colpito sulla spalla, meno male che non si è aperta.» «Figlio di puttana! E perché poi, una donna non può fare i suoi bisogni?» grida Kamala, a nessuno in particolare. Savita mi implora. «Per favore Nanda, dammi un sorso, dai. Solo un sorso.» Poi persino Sushila chiede un sorso. «Cosa vi siete messe in testa? Che lascio finire la mia acqua a voi straccione?» Infilo la bottiglia nella sacca e mi alzo. «Maledetta vedova» borbotta Sushila alle mie spalle e tutte le altre ridacchiano. Quelle asine sanno bene che il liquido nella bottiglia è ancora più prezioso del sangue.  Mentre salgo al nono piano, il tizio dell’ascensore mi fa un sorriso viscido. Shanta non mi piace, ma certe volte è utilissimo averla intorno. Mentre saliamo, l’uomo si mette a cantare: «Che c’è dietro il corpetto? Che c’è dietro il corpetto? E sotto il sari? E sotto il sari?». Lo fulmino con lo sguardo come l’idolo Khandoba, quello con gli occhi grossi come piattini da caffè. Era nel tempio di Gholvad, dietro la casa dove abitavo da piccola. Mio fratello vive ancora lì, con la quinta moglie e i sette figli. Appena la signora del nono piano apre la porta si mette a blaterare: «Ti avevo detto di venire prima, no? Adesso il mio sonnellino del pomeriggio è rovinato. Dovrei abbassarti lo stipendio, così te ne ricorderesti». Prima le mie amiche che mi fanno il terzo grado, poi l’addetto all’ascensore con le sue canzoncine sconce e adesso questa. «Voi donne delle pulizie lo fate apposta per tormentarci. Come potete essere felici se non fate felici gli altri?» Inara, si chiama così, non la smette più. A un certo punto non riesco a trattenermi e urlo: «Ochei ochei, baaasta!». Inara rimane impietrita, mi fissa. «Sono qui, no? Non mi faccia perdere tempo con le chiacchiere. Mi lasci finire il lavoro che poi me ne vado.» Lei continua a fissarmi sconvolta mentre io incomincio a spazzare l’entrata. L’ho vista dire «ochei ochei baaasta» a suo marito quando la stuzzica troppo: appena pronuncia quelle parole lui si placa, come un pappagallo muto. Quando vado a pulire in camera, trovo la figlia che gioca per terra. È piccola, avrà due anni. La prendo in braccio e la porto in corridoio. Mi afferra il corpetto e non molla la presa, nemmeno quando la metto giù. Devo aprirle le dita a forza. «Latte, dammi.» mi dice. Cosa devo fare? Queste riccone smettono di allattare così presto. È come cucinare la cena quando è avanzato ancora il pranzo. Ma alla bambina manca. Chiede tutto quello che le manca. I miei figli si sono mai attaccati al corpetto di una sconosciuta a chiedere il latte? Mai. Li ho allattati tutti finché non avevano la pancia piena. Quando ho finito di spazzare e lavare la camera da letto passo alla cucina, poi trascino il secchio in corridoio. Che mi venga un colpo. «Piccola bastarda!» La bambina ha sfilato la bottiglia d’acqua dalla mia borsa. Ride e spruzza l’acqua per terra, come se non valesse niente. Mi abbasso e le strappo la bottiglia di mano. È come se il macellaio mi stesse facendo il cuore a fettine. La bambina si mette a piangere. «Come osi chiamare così mia figlia!» urla Inara arrivando di corsa dalla cucina con il biberon. Mi chino a terra per cercare il tappo della bottiglia. «La bambina… la bambina stava buttando via la mia acqua» dico, con le lacrime agli occhi. «Fai piangere la piccola per una stupida bottiglia d’acqua? Vattene di qui, sei pazza!» grida Inara, sollevando da terra la figlia. La bambina ha versato più di mezza bottiglia. C’è una pozzanghera luccicante sulle piastrelle. Mi guardo intorno in cerca di un modo per recuperare l’acqua versata. Non posso sprecarla così. Non puzza di fogna, non ci sono dentro i vermi come nello slum. Brilla come un diamante. Per quest’acqua ho sopportato una botta sul braccio e una gran figuraccia davanti a un treno pieno di uomini. Quest’acqua non mi farà sentire come al solito, come se bevessi veleno. Non mi farà venire il mal di pancia, né le chiazze sulla pelle. Quest’acqua mi darà la vita, non la morte. Non posso sprecarla. Mi inginocchio e comincio a leccare l’acqua da terra. «Shee!» urla Inara. «Shee, shee, shee! Sei una donna o un cane? Esci subito da casa mia! Subito!» Non posso sprecare quest’acqua. Mi finiscono in bocca granelli di polvere e ciocche di peli. Continuo a berla finché non la finisco. «Basta! Smettila con questo schifo! Cagna!» urla Inara, spingendomi sulla schiena con la punta delle dita. Mi alzo. «Mi dia lo stipendio» dico. La bambina continua a piangere. «Ti do una sberla se non te ne vai subito» grida Inara. «Ti pago a fine mese. Adesso esci e non tornare più!» Infilo la bottiglia nella sacca e mi pulisco il viso con il sari. Mi bruciano gli occhi, vedo tutto sfocato. Inara mi spinge verso la porta, come se fossi un’ubriacona. «Via!» Sputo un capello ed esco barcollando.

I morticini, di Nadia Terranova

Nella notte fra il primo e il due novembre nelle case messinesi, come in molte altre case del mondo, i morti della famiglia vanno a trovare i bambini. A Messina, in cambio di un po’ di pane e un po’ di latte, lasciano loro soldi e regali e due tipi di dolci: la frutta marturana e i “morticini”, biscotti di mandorle a forma di ossa e teschi. Ho scritto questo testo su invito di Giusi Cataldo, che ogni anno in quei giorni cura a Palermo “Notte di zucchero. Festa di morti pupi e grattugie” affinché la tradizione non vada perduta. È andato in scena al teatro Biondo interpretato da Sebastiana Eriu. 


Mezzo panino all’olio, il bicchiere mezzo pieno di latte e per non lasciare briciole sul tavolo il tovagliolo rosso avanzato dal compleanno – è rossissimo e brilla, quando ho fatto nove anni abbiamo fatto una festa anche se nei capelli avevo sempre il cerchietto nero del lutto, è venuta pure la mia amica Gloria che è grande, abita di fronte e prima non mi degnava mai, invece da un po’ di tempo manco finisce i compiti che mi viene a chiamare.
Nonna dice che è perché con quello che mi è successo con papà sono molto maturata. Tipo la frutta.
Questa notte arrivano i morticini e bisogna che trovano da mangiare.
Il pane, il latte, il tovagliolo, un altro tovagliolo se si devono pulire il muso e non manca più niente. Vai a letto, dice mamma. È stanca. Mi guarda, ma non mi vede. A casa devono venire i morti, ma la morta sembra lei.
Verso il latte nel bicchiere azzurro, il bicchiere di tutti i giorni, azzurro con le righine che sembra che il latte ha le onde.
Mezzo panino all’olio sul tovagliolo intero, l’ho tagliato apposta col coltello mentre mamma non guardava, sennò grida ferma che ti tagli come quando ero piccola. Ho nove anni, non tre. L’anno scorso mi ha detto che potevo usare il coltello da sola e ho cominciato a tagliare le cotolette davanti a tutti. Le tagliavo anche prima, però di nascosto, mi aveva insegnato mio padre.
- Mamma non vuole che taglio le cose col coltello.
- E noi non glielo diciamo.
Ritagli che avevo imparato a fare: i pezzi piccoli e i pezzi grandi, i triangolini e i bocconi quadrati. A cena ho tagliato metà della mia cotoletta e me la sono messa in tasca.
- Hai finito?
Mia madre mi fa le domande senza guardarmi.
E allora ho apparecchiato la tavola per i morticini.
Vengono, mangiano pane e bevono latte, si puliscono il muso con il tovagliolo, mi lasciano i regali e i dolci, la frutta marturana e i dolci di mandorla duri che ti scoppiano i denti, duri, durissimi e bianchi, a forma di ossa di scheletro, e se ne vanno. Vengono in cucina appena ci addormentiamo, se non dormiamo non vengono, “se vedono la luce accesa scappano” mi ha detto una volta mamma perché stavo impazzendo di gioia, mi pizzicavo i piedi, i polpacci, le guance per non dormire, l’anno prima mi avevano portato la pista con le macchinine anche se non era un regalo per femmine.
- Tuo nonno era anticonformista –, mi aveva spiegato mio padre. – Pure da morto se ne fotte di quello che pensano gli altri.
Anticonformista è una bella parola, è un morticino che ti porta i regali giusti. Quella mattina avevo trovato il bicchiere bevuto, il pane mangiato, il tovagliolo con tutte le briciole a posto, e questo pacco enorme con la pista a tre piani, l’autolavaggio, i camion che trasportano la merce, perché in Sicilia non arriva tutto e bisogna farsi arrivare certe cose da Milano, tipo i vestiti che piacciono alla mamma, però è vero anche il contrario perché qui abbiamo tutto e non ci manca niente e la maggior parte delle cose importanti siamo noi che le mandiamo a Milano, tipo i pomodori e le melanzane. Infatti, i camion sull’autostrada io li spingo tutti a uscire, attraversano lo Stretto e portano da mangiare al nord.
Soprattutto le cotolette.
A me le verdure fanno schifo, quando ero a Milano da mio padre mi ha detto che lì fanno la cotoletta più famosa del mondo e me l’ha fatta portare. Era alta gialla e grossa, di carne dura, non la cotoletta sottile e scura che fa la nonna, anche mamma la fa buona.
- La nostra è meglio – ho detto a papà, e lui si è messo a ridere. – Parla piano che ci prendono per terroni.
Mio padre da Milano non è tornato vivo e mamma dice che l’ha ammazzato l’aria. Dunque, io ho paura dell’aria. Vai a Milano, respiri e muori. Quando ero a Milano ho respirato e non mi è successo niente, mamma dice perché sono piccola.
Nonna dice:
- Non sentire le minchiate di tua madre pazza, tuo padre l’ha ucciso il vizio visto che fumava preciso a tuo nonno, buonanime di tutti e due, non te lo ricordi quando sei nata, manco la tutina ti potevo cambiare che dopo un minuto puzzava di sigaretta, si sono intossicati padre e figlio, e tua madre ancora che fuma.
Mamma dice:
- Non sentire le minchiate di tua nonna terrorista dello Stato, parla come le scritte sui pacchi di sigarette, a tuo padre l’enfisema è venuto quando si è messo in testa che doveva andarsene lassopra a cucinare, non ho capito perché non se ne poteva stare qua con te e con me che eravamo la sua famiglia, è che tua nonna è una rompicoglioni e se n’è scappato da lei, con quella come si fa a campare.
Ho la mezza cotoletta in tasca. A mio padre morticino la volevo lasciare tutta, ma è troppo buona, metà non ce l’ho fatta a resistere. Quest’altra metà però è tutta sua.
- Avanti, hai finito – fa mia madre con la faccia stanca, anche la voce è stanca, è stanca pure la vestaglia che non si cambia da una settimana. – Forza, che sennò i morticini non vengono.
Mi fa segno che devo andare a dormire.
Ma devo lasciare la cotoletta per papà, l’ho tagliata col coltello apposta e se non si gira non posso fare la mia mossa magica, sfilarla dalla tasca e avvolgerla in un altro tovagliolo rosso, così papà quando viene trova la sua mezza cotoletta e si ricorda di quello che gli ho detto a Milano e capisce che sono sempre io, sua figlia, e magari mi porta un’altra pista delle macchinine ma a dirla tutta quel gioco non mi piace più, vorrei tutt’altre cose adesso, tipo Gloria mi ha detto che suo padre le ha regalato il primo completino col reggiseno, ma Gloria ha undici anni, devo aspettare ancora molto. Solo che il problema da ora in avanti è sempre questo: che mio padre i regali verrà a farmeli solo una notte l’anno, e non è che posso chiedergliene uno così quando mi pare, oppure quando mi vengono le mestruazioni che lui me lo aveva sempre detto “quando diventi signorina poi ti faccio il regalo”, però sono sicura che se mi concentro divento signorina il due di novembre, sarebbe bello, ma devo essermi distratta perché stringo la cotoletta in tasca e la sbriciolo ed è con la mano unta che devo correre da mia mamma e fermarla, perché piange e urla all’improvviso e ha strappato tutti i tovaglioli rossi, ha buttato il bicchiere per terra, sta rovinando il pane con le unghie e dice parolacce ai morticini, dice bastardo a mio padre che ci ha lasciate sole, i morti sono morti e ci mancava solo questa festa di superstizione che la bambina non vuole neanche dormire, dopo che noi la morte in casa ce l’abbiamo tutti i giorni, sono quattro mesi che non dorme, sta spaccando tutto, e il reggiseno chi me lo porta?
Io questa cosa di diventare grande non la voglio fare da sola. Calma mamma, non piangere, non fare la bambina, vai a dormire, sì spengo la luce, vai, vai ti ho detto ma quale tradizione, hai ragione, scusa, buonanotte.
Ecco. Ho spento tutto.
Papà?
Mi senti?
Qui c’è mezza cotoletta per te.


Nadia Terranova (1978) è nata a Messina e vive a Roma. Tra i suoi libri, Bruno. Il bambino che imparò a volare(Orecchio Acerbo 2012, illustrazioni di Ofra Amit) che ha vinto il Premio Napoli e il Premio Laura Orvieto ed è stato tradotto in Spagna. Collabora con «IL Magazine» e «pagina99». Gli anni al contrario (Einaudi Stile Libero 2015, Super ET 2016) è il suo primo romanzo.

La lenta apnea, di Alessandra Sarchi

- Gli occhi ti diventano più azzurri quando guardi l’acqua. - Gliel’aveva detto sua moglie, Laura, poco dopo che si erano conosciuti, quando ancora non erano sposati ed era venuta a vedere una partita di domenica, standosene seduta per tutto il pomeriggio sui gradoni della piscina scoperta. Lo aveva aspettato fuori dagli spogliatoi, da dove era uscito coi capelli bagnati, gocce che scorrevano sul collo insieme alle endorfine della vittoria. Laura glielo aveva detto così, dandogli un bacio obliquo sulle labbra.
Non suonava come un complimento stravagante, piuttosto l’intuizione di ciò che lo rendeva felice. Non le aveva mai rivelato che, spesso, nei secondi prima di addormentarsi, ciò che lui vedeva era un indistinto ondeggiare azzurro, uno smagliarsi del colore che andava verso il basso o si dilatava, e non sapeva se fosse l’ultima immagine della piscina registrata dalla retina o solo un’allucinazione cromatica, come altre ne aveva, a volte premendo le palpebre sopra il cuscino, quando dormiva di pancia.
Un anno dopo essersi conosciuti si erano sposati e sistemati: lei aveva avuto una cattedra alla scuola media, lui era stato assunto in banca. Quando era arrivato il contratto su carta intestata con il simbolo dei tre massi racchiusi dentro l’ovale, e il suo nome stampato sopra più volte, Nicola Cordelli aveva pensato che la pietra era più solida dell’acqua, che due stagioni in Nazionale erano state un’enorme soddisfazione ma alla soglia dei trent’anni era meglio costruire qualcosa di duraturo. La passione si poteva trasferire, dentro un ufficio bancario, dentro un matrimonio.
Gli anni che erano seguiti parevano avergli dato ragione.
Lo avevano assegnato all’ufficio di Padova, da lunedì a venerdì era lontano da casa e all’inizio c’era stata qualche difficoltà. Laura si era lamentata della solitudine durante la settimana e spesso anche Nicola trovava tristi le sue cene nel monolocale di via Beato Pellegrino, anche se la fame dopo due ore di piscina - non aveva smesso infatti di allenarsi - gli dava una determinazione fisiologica sufficiente a non immalinconirsi troppo e, ora che aveva sparecchiato, la stanchezza aveva già fatto il resto.
Laura cominciò a venire a Padova, sfruttando il giorno libero. Prendeva il treno la sera prima, così dormivano insieme, pranzavamo insieme il giorno dopo, in un ristorante vicino all’ufficio e affacciato sul Brenta, qualche volta riuscivano a fare una breve passeggiata prima che lui la riaccompagnasse a prendere il treno.
Marco doveva essere stato concepito nella passione compressa e per questo più concentrata di quella notte alla settimana che passavano insieme nel monolocale di Padova, o durante un fine settimana quando Nicola tornava nella villetta a schiera con giardino, comprata con mutuo ventennale, e c’erano cene con amici e musica ad aspettarlo, poi il vuoto potenziale del tempo libero il sabato mattina, mentre preparava la sacca con costume occhialini e accappatoio per andare a nuotare. Non aveva perso del tutto il giro della squadra. Dopo la piscina andava a fare la spesa al supermercato, con la lista per la settimana compilata insieme a Laura. Quel che seguiva era un dolce scivolare verso l’ora della domenica sera in cui avrebbe ripreso un treno. Lì iniziava la sua immersione, la lenta apnea che sarebbe durata i successivi cinque giorni.
In banca si occupava di polizze assicurative legate ai mutui, da quando era nato Marco la stipula di mutui aveva progredito costantemente, era un settore che chiedeva coordinazione. C’era chi procacciava il cliente e verificava la solidità della sua posizione economica, chi istruiva la pratica per il mutuo e chi, come lui, gliel’assicurava alla vita, alla casa, per cementare meglio un intrico che doveva valere tutte le ore di lavoro, i sacrifici, le rinunce, forse qualcosa in più.
Quando era in banca Nicola sentiva una forma di rigidità, estesa fra il bacino e la nuca. La sentiva più forte quando altri impiegati si avvicinavano a lui, quando si creavano gli inevitabili momenti di tensione di ogni posto di lavoro. Un formicolio sotto la testa che scendeva lungo la colonna. Anche alle cene fra colleghi, anche nelle occasioni in cui si allentavano i nodi alle cravatte e si facevano discorsi su sport e passatempi, Nicola non riusciva mai lasciarsi andare.
Il mondo della banca rimaneva quello della squadra avversaria di una partita di pallanuoto, solo che intorno non aveva più i compagni della sua, non aveva chi gli copriva le spalle e tagliava l’acqua. Gli sembrava poco credibile che lui e gli altri vestiti in completi blu o grigi dovessero condividere un obiettivo, anziché essere l’uno contro l’altro come lui sentiva che erano. Eppure, nei cosiddetti incontri motivazionali, la metafora del ‘fare squadra’ era una delle più ricorrenti.
I trentatré metri di acqua clorata da macinare con le gambe, da solcare con le braccia, da schiacciare con la palla galleggiavano sempre sotto le sue palpebre nel dormiveglia, insieme alle piastrelle che si sfaldavano nei riflessi della luce filtrata della piscina, la rilassatezza sboccata degli spogliatoi, l’ossigeno rubato all’aria, all’acqua.
Tutto quell’ossigeno che gli riempiva i polmoni, il cervello, le vene, i corpi cavernosi.

Quando Marco aveva tre anni, Nicola era stato trasferito nella sede centrale, a Siena.
Una promozione, in pratica una complicazione: non poteva più spostarsi in treno, ci voleva troppo tempo, ora usava un’auto, interamente scaricabile e detraibile dalle tasse, e non era che uno degli innumerevoli vantaggi economici; avrebbero presto saldato il mutuo e forse comprato una casa più grande con quel che guadagnava ora.
Anche a Siena Nicola aveva preso un piccolo appartamento, in un edificio fuori le mura, località Acquacalda, vicino alla piscina comunale. Anche a Siena era la banca a pagarglielo. Non aveva stretto legami, non ne aveva il tempo. L’unica persona fuori dalla banca che aveva conosciuto era il proprietario dell’edicola davanti al condominio dove dormiva, Giuseppe.
 Anche lui era un appassionato di pallanuoto, conosceva la formazione della nazionale degli ultimi trent’anni, allenatori e punteggi di partite. Nicola aveva fatto in modo che i giornali del proprio ufficio arrivassero dall’edicola di Giuseppe, d’altronde qualsiasi dirigente a Siena aveva il suo edicolante, il suo pasticcere, il suo barista, il suo calzolaio.
Aveva cominciato a portare Marco in piscina con sé più o meno in quel periodo, al sabato mattina, poi lo aveva inscritto ai corsi. A cinque anni Marco sapeva già nuotare e fare una perfetta respirazione con il crawl. A sette anni lo aveva preso con sé nell’attraversata della baia dei conigli a Lampedusa, nonostante le proteste di Laura. L’allenatore della piscina diceva che aveva la stoffa dell’agonista, lo aveva già selezionato per le gare regionali dei piccolissimi.

La mattina di gennaio in cui arrivano i finanzieri, Nicola è entrato da pochi minuti dentro la rocca Salimbeni, sono le otto di mattina, non è riuscito nemmeno a salire al proprio ufficio, è stato bloccato sulle scale da un ufficiale con l’ordine tassativo di non aprire il computer, di non fare niente, di aspettare. Da quando lavora lì è già successo in un’altra occasione, anche se gli sembra che il numero degli ufficiali in divisa color canna di fucile, visti mentre entrava, sia di gran lunga superiore alla volta precedente. Pensa che nell’attesa leggerà il giornale, Giuseppe fa sempre in modo che i quotidiani siano consegnati prima che lui arrivi.
In cima al pianerottolo incontra un suo collega, che lo guarda come si guarda un complice, con un lieve tremito della testa, senza dire niente. In mano ha il bicchierino di plastica del caffé del distributore automatico.
Nicola entra nel proprio ufficio e si siede dietro la sedia girevole, in effetti i giornali sono sul tavolo. Dalla porta lasciata aperta vede passare altri finanzieri, si accosta un giornale e ne guarda i titoli di prima pagina, ma non riesce veramente a leggerlo. Un numero gli scorre davanti, come un orario sullo schermo digitale di una stazione o di un aeroporto, quei 10 e rotti miliardi con cui MPS ha comprato Antonveneta, un prezzo che è quasi il doppio di quello che la banca valeva in realtà. Lo sanno tutti, ma è una di quelle cose di cui non si parla perché dirle vorrebbe chiedersi che ci stanno a fare tutti quanti lì dentro giorno dopo giorno, coi loro lauti stipendi, i benefits, e la diciassettesima.
Però adesso ci sono i finanzieri, i computer bloccati, l’arrivo dei colleghi ai quali viene impartito il medesimo ordine: non toccate niente, tutti fermi. E quel numero li farà saltare per aria, Nicola ne è certo.
A un certo punto si alza e va in corridoio, l’ufficio del numero Uno è sotto perquisizione, a seguire gli uffici del numero Due e del numero Tre, che è il suo diretto superiore. Alle 10,30 viene comunicato che alcuni di loro possono andare a casa. Altri no, dovranno restare. Nicola è fra quelli che dovranno restare. Vengono ordinati panini per tutti all’ora di pranzo, non si può nemmeno uscire dalla banca. Nicola vorrebbe sapere che cosa cercano di preciso, ma non può parlare con il suo capo, per il semplice fatto che ormai sta chiuso con tre ufficiali da diverse ore nel suo quartier generale. Solo la segretaria si è affacciata e con il volto alterato, un alone di sudore sotto le ascelle, gli ha bisbigliato sulla porta: si sta mettendo molto male, per tutti quanti.
Nell’attesa del suo turno, Nicola si sente soffocare, il corpo è indolenzito, i muscoli delle gambe rigidi. Sale le scale verso il terzo piano, tanto per sgranchirsi. Al pianerottolo si ferma, qualche anno prima hanno aperto una porta finestra che dà sulle scale antincendio, si appoggia con tutto il corpo al vetro, potrebbe anche aprire, ma scatterebbe l’allarme.
Fuori il cielo è chiaro e fermo, anche le nuvole hanno l’immobilità perfetta delle basse temperature, fa freddo, lì non ci sono radiatori e il gelo penetra attraverso la finestra. Nicola lascia che invada ogni sua parte. Lo sente prima sulle mani e sul volto col naso schiacciato sul vetro, poi scendere dal collo al petto, coperto solo dalla camicia, fino ai fianchi, dove prima si allarga, poi si restringe in un’unico punto. Come l’aria nei polmoni quando si risale da un’immersione. Nicola si appiattisce ancora di più col bacino fino a sentirla, incredibile e forte, la sua erezione contro il vetro. E tutto si sradica veloce. Con una mano cerca in tasca le chiavi dell’appartamento e il badge che gli consente di entrare in Rocca Salimbeni, li stringe fino a farsi male alle dita.
La segretaria arriva alle sue spalle e gli dice che lo stanno cercando. Nicola si volta e rimane fermo per un momento, appeso all’attesa della segretaria che lo guarda e dice, come se lo notasse per la prima volta e come se fosse un’osservazione pertinente: lei ha gli occhi così azzurri.
Poi Nicola scende nel suo ufficio, sostiene una specie di interrogatorio che si svolge senza troppe sorprese, con urbanità. I finanzieri fanno una copia di tutto quello che si trova sul suo computer, sigillano i cassetti e lo pregano di tenersi a disposizione.
Quando esce dalla Rocca Salimbeni, sono le quattro e mezza del pomeriggio, sta già facendo buio. Entra in una tabaccheria, prende una busta imbottita e francobolli, poi va in un bar si siede a un tavolo e ordina succo di pomodoro. Compila un breve biglietto di dimissioni, chiude dentro la busta le chiavi e il badge e infila tutto nella prima cassetta della posta all’uscita del bar.
Poi passa dall’appartamento dove ritira un paio di libri, un cambio di biancheria, la sacca del nuoto. Si ferma a salutare Giuseppe, e parte per tornare a casa.
Non tornerà mai più a Siena.

Marco ha dodici anni e fa agonismo, ottimi tempi a dorso. Nicola lo ha portato a vedere le partite della nazionale di pallanuoto, gli ha insegnato i principali passaggi, gli riesce un buon tiro a sciarpa. Al mare spesso hanno giocato insieme, ma Marco non ha mai manifestato la volontà di far parte di una squadra. Nicola lo accompagna alle gare e lo osserva sul trampolino al tuffo, prima della partenza: le narici che vibravano, la fronte tirata, prima del tuffo, poi lui sa che il respiro si sincronizza a ogni fibra per ingoiare cinquanta metri, e poi altri cinquanta per quattro volte. Questa è la sua misura. Non l’attenzione spasmodica ai minimi movimenti degli altri, alle distanze d’acqua da accorciare per arrivare in buca, ai colpi da evitare, al centroboa da aiutare, all’ellissi di sette da mantenere in equilibrio, quella cosa miracolosa che è il gioco di squadra.
No: cinquanta metri secchi e poi altri cinquanta, per quattro volte, andando semplicemente più forte degli altri, da solo.


Alessandra Sarchi ha studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e a Ca’ Foscari a Venezia, ha una formazione di storica e critica d’arte, nel 2008 ha pubblicato la raccolta di racconti Segni sottili e clandestini con l’editore Diabasis. Nel 2012 e uscito con Einaudi Stile Libero il suo primo romanzo Violazione, vincitore del premio Paolo Volponi, in memoria di Stefano Tassinari, opera prima. Nel 2014 ha pubblicato, sempre con Einaudi Stile Libero, il romanzo L’amore normale, vincitore della XIX edizione del premio internazionale Scrivere per amore. Il suo ultimo libro, La notte ha la mia voce, ha vinto il premio Mondello 2017, ed è finalista al premio Campiello 2017.  Collabora con le pagine culturali di diversi quotidiani e scrive per i blog leparoleelecose.itdoppiozero.com. e La ricerca.it .

L'annuncio, di Luca Ricci

1


Nella sera che andava rinfrescandosi, la carovana procedeva a fatica. A ogni tornante la macchina di testa suonava il clacson per avvisare quelli della corsia opposta della nostra presenza. Qualcuno scese e prese a vomitare l’aperitivo. Mia moglie si sporse dal finestrino ma non riuscì a capire di chi si trattasse. Seguirono una serie di commenti, battute, schiamazzi. Ci eravamo fermati, adesso. Ma quella pausa non sarebbe durata a lungo.
Mia moglie rimise la testa dentro l’abitacolo: - Con tutta questa umidità addio messa in piega.
- Eppure è solo il primo di settembre.
- Siamo pur sempre su un monte.
Picchiettavo le dita sul volante. Mia moglie contorceva il manico della borsetta. C’era qualcosa, nell’aria. Qualcosa che somigliava all’eco del clacson prima di venire inghiottito dalla vallata, debole eppure persistente.
- Quando vuoi dirlo?- domandai.
- Non saprei.
- Il dessert è il momento giusto.
Mia moglie parve rifletterci un istante: - Potremmo dirlo anche subito, tanto tutti si aspettano quello.
- Dici prima dell’arrivo dei menù?
Mia moglie annuì ma senza troppa convinzione.
Allora buttai lì la mia proposta: - Lo diremo quando ci va, d’accordo? All’inizio, o al dessert, o anche nel corso della cena se ci gira.
A quel punto le altre macchine cominciarono a muoversi. Tolsi il freno a mano e partii anch’io. Mi concentrai esclusivamente sulla strada. Un tornante, un colpo di clacson della macchina in cima alla carovana e così via, fino al parcheggio del ristorante.
Una ragazzina ci fece accomodare al tavolo. I lumi erano maculati dalle ultime farfalle estive. Certe se ne stavano immobili, incollate al vetro, altre tentavano un’inutile ribellione al fascio di calore e luce che le teneva prigioniere: un guizzo patetico, prima di tornare a incollarsi al vetro.
Il tavolo l’avevo prenotato io stesso, con largo anticipo.
- All’aperto, se possibile,- avevo detto.
La voce del padrone, all’altro capo del filo, era suonata bassa e riguardosa: - Non si preoccupi, chiamando adesso posso darglielo che si affaccia sul belvedere, ma la maggior parte chiama troppo tardi.

2

Mi accesi la seconda sigaretta, spegnendola dopo qualche boccata. Mangiucchiai tutti i grissini della confezione e bevvi un sorso d’acqua. La ragazzina venne a portare i menù. Una ventata improvvisa rovinò definitivamente la messa in piega di mia moglie.
- Ho quasi freddo,- disse. - Mi andresti a prendere il maglione?
Annuii e mi diressi verso l’uscita. Restai in contemplazione della distesa di ghiaia molto più a lungo di quanto si faccia di solito nel parcheggio di un ristorante. Le pietruzze erano talmente colorate da sembrare un tappeto persiano. Alzai una scarpa e provai a togliere quelle che si erano conficcate nella gomma della suola.
Mi corse incontro il mio migliore amico: - Come mai le donne sono così freddolose?
- Stasera ho freddo anch’io.
In macchina recuperai il maglione e mi venne da ridere. Quella mattina ero entrato in uno di quei vecchi cinema porno in cui non va più nessuno. All’interno avevo pagato il biglietto e avevo scostato un’enorme tenda che puzzava di sporco: nessuno aveva avuto niente da ridire, nessuno mi aveva guardato storto. Ero rimasto in sala solo per qualche minuto. Mi erano rimasti impressi i gemiti della pellicola, e il viavai dei vecchietti per il bagno. Non ero mai andato in un cinema a luci rosse, neanche da ragazzino. 
Mentre tornavamo dentro il mio migliore amico mi offrì una sigaretta.
 - Allora ti sei deciso,- disse.  
- Lo saprai soltanto dopo il dolce.
- Ormai è fatta, sono scattate le manette eh?
- O forse dopo il caffè.
Il mio migliore amico scoppiò in un’energica risata e accelerò il passo: - O dopo l’ammazzacaffè?

3

Masticai una tartina e fumai una sigaretta fino al filtro. La bocca sapeva d’un impasto di caviale e nicotina. A quel punto la ragazzina portò i primi. Mia moglie appena seduta aveva parlato con le altre coppie del tavolo, adesso invece sembrava assente. Le detti un pizzicotto sulla guancia per riscuoterla da quella catatonia: - Hai ancora freddo?
Mentre glielo chiedevo un filo di cenere passò a pochi metri dalla tavolata.
Mia moglie guardò il profilo dei monti in lontananza: - Sbaglio o quest’estate hanno preso fuoco?
- Laggiù,- risposi, indicando un punto in cui c’era un lembo di vegetazione ancora riarsa.
- Impressionante.
Restammo ancora un po’ a guardare, come se avessimo potuto individuare il punto esatto da cui proveniva lo sciame di cenere.
I primi furono scalzati dai secondi e i secondi dal dolce, e ancora nessuno dei due prese l’iniziativa. Poggiai il tovagliolo accanto al piatto e andai in bagno.
Buttai la carta igienica nel water e azionai lo sciacquone. Infilai l’indice tra una mattonella e l’altra. Erano piccoli esagoni. Seguii i bordi come se fossero da ritagliare. Tornai al water. Alzai il coperchio della cassetta e controllai l’acqua. Il tubo di riempimento, l’asta del galleggiante e il galleggiante. Poi mi specchiai con i pantaloni abbassati. Strinsi le gambe, in modo che si vedesse soltanto il pelo pubico. Riconsiderai la vita da un punto di vista femminile. Immaginai di diventare un ermafrodito, o qualcosa di simile. Qualcosa che aveva a che fare, o pensavo avesse a che fare, con un’estrema libertà.
Mia madre mi chiamò al cellulare proprio in quel momento.
- Che c’è?- domandai.
- Come che c’è? Come sta andando?
- Tutto bene, mamma.
- L’avete fatto l’annuncio?
- Non ancora.
Sentii mio padre lì accanto borbottare qualcosa d’incomprensibile. Mia madre lo zittì. Mi chiesi se dopo i figli rimaneva solo la voglia di sapere chi era riuscito a mettere sotto l’altro. Chi aveva vinto, e chi aveva perso. Chi aveva avuto la personalità più forte, chi era riuscito a convincere chi.
Poi mia madre tornò all’attacco: - Cosa aspettate a dirlo? Non vi sentite pronti?
Ridacchiai: - Ci sentiamo pronti, dopo sette anni, credo proprio di sì.
Mia madre sbuffò, o sospirò, o semplicemente si sbarazzò di una quantità eccessiva d’ossigeno dai polmoni: - Era proprio l’ora.

4

- Lo prendiamo tutti,- disse un po’ sbrigativamente il portavoce della tavolata.
- Allora dodici?- chiese conferma la ragazzina.
Si levarono delle voci di dissenso: alcuni non lo volevano, altri lo gradivano decaffeinato.
La ragazzina ascoltava con la penna biro poggiata sulle labbra: - Okay, chi lo prende normale?
Contò le mani alzate, e appuntò rapidamente sul taccuino il numero esatto dei caffè. Indossava un paio di jeans a vita bassa, e una canottiera bianca. L’ombelico rimaneva di fuori. Un’unica treccia bionda le passava in mezzo alle scapole, fermandosi appena sopra l’orlo della canottiera. Nonostante le scarpette da tennis, si slanciava con grazia fra i tavoli. Mi chiesi per quanto tempo ancora sarei potuto essere appetibile per una ragazzina del genere. Notai che la osservava anche mia moglie: forse pensava che i loro visi non fossero poi così diversi, o forse tutto il contrario. Ci guardammo, io e mia moglie. I nostri occhi, che fino a quel momento si erano per lo più evitati, s’incrociarono di sfuggita. Non sapevo neanche perché la chiamassi già così: moglie.
Qualcuno, quasi con stizza, si sbracciò per attirare la nostra attenzione:- Perché non iniziamo a farci portare lo spumante e i bicchieri?
Quello era il momento, in effetti. Stavo per prendere la parola quando irruppe sul tavolo un dirigibile gonfiabile. Per un secondo tutto il resto passò in secondo piano. Il dirigibile era nero, curato fin nei minimi dettagli. Apparteneva al bambino del tavolo accanto. Continuava a dire che da grande voleva fare il pilota. Doveva ancora allenarsi, evidentemente.
- Ma non dovevate dirci una cosa?- ci pungolò qualcun altro.
Ancora una volta incrociai lo sguardo di mia moglie, ma le bocche rimasero chiuse. Lasciammo arrivare le bottiglie di spumante, lasciammo che i tappi saltassero.
E qualcuno, alla fine, dette l'annuncio al posto nostro.


Luca Ricci ha vinto due importanti premi dedicati al racconto: con Il piede nel letto (Alacran, 2005) il Cocito Montà d’Alba, con L’amore e altre forme d’odio (Einaudi, 2006) il Premio Chiara. Ha pubblicato racconti su Il Caffè illustrato, Nuovi Argomenti, Nazione Indiana e minima&moralia. Ha scritto racconti per RadioRai3 e per il Messaggero. Ha portato in giro per l’Italia “I dieci comandamenti del racconto breve” e il reading spettacolo “Nessuna enfasi: cinque racconti letti e illuminati”. Ha tenuto per la scuola Holden il corso “Scrivere un racconto che piacerebbe al New Yorker”. Ha pubblicato singoli racconti in digitale: L’acciambellato (I Corsivi del Corriere della Sera, 2013) e Ferragosto addio! (Quanti Einaudi, 2013). Il suo ultimo libro di racconti è appena uscito: Fantasmi dell’aldiquà (La scuola di Pitagora, 2014). Nell’antologia “Narratori degli anno zero” (L’orma editore, 2010), Andrea Cortellessa lo definisce ‘il virtuoso più consumato della tecnica del racconto oggi in Italia'.