La fortuna, di Francesca Mattei

Effequ porta in libreria Come si smette di avere una faccia, di Francesca Mattei. Un libro che costringe a confrontarsi con il riflesso del proprio viso, con le linee che ci definiscono. Con una lingua che mette a nudo e smaschera imperfezioni, Mattei compone un mosaico inquieto di esistenze intrappolate, ognuna colta nell’estremo tentativo di disfarsi del proprio aspetto per costruire un’altra immagine di sé.

Cattedrale vi propone uno dei racconti del libro, per gentile concessione dell’editore.

LA FORTUNA
di Francesca Mattei

Cecilia entra in bagno con me e mi fa vedere come si fa. Non preme davvero sulla carne, imita soltanto il gesto, in orizzontale partendo dai polsi e lungo tutto l’avambraccio.
In verticale è pericoloso, mi dice. Utilizza una lametta mezza arrugginita estratta dal rasoio usa e getta. Il bagno odora di disinfettante, ma la pelle di Cecilia emana una specie di olezzo acre che rovina tutto. La pelle è l’organo più esteso del corpo umano ed è una membrana sottile e ridicola che può essere incisa con una lametta. Quella di Cecilia è talmente chiara che al di sotto si intravedono le vene azzurre e verdi, che si biforcano sul polso.
Ora preme più forte e il sangue comincia a scorrere. I tagli sono brevi e io non guardo la sua faccia, mentre se li fa. Le dico di smetterla, perché non ne posso più di vedere sangue che esce da ogni parte, lo stesso sangue che mi macchia le mutande da mesi, quasi senza sosta. Sangue che non sta al suo posto dentro il mio corpo, che invade la vescica e l’intestino e non so cos’altro dentro di me e non lo so perché non lo voglio sapere.
Il primo medico che mi ha diagnosticato l’endometriosi ha detto che non era niente di grave e che comportava soltanto cicli più dolorosi della media. Sul momento non mi sono chiesta come facesse a sapere quanto fosse doloroso un ciclo mestruale, visto che era un uomo. Non mi sono chiesta neanche perché non se ne fosse mai accorto nessuno prima di allora né se fosse normale che la questione venisse liquidata così, senza una terapia da seguire o esami o medicine o qualcuno che mi spiegasse cosa stava succedendo al mio tessuto endometriale.
Poi ho iniziato a sentirmi stanca e le giornate erano composte da lunghe ore vuote contro le quali combattere. Arrivava il ciclo, ogni dieci o quaranta o diciotto giorni, e nessuno sapeva spiegarmi perché mi sentissi così. Il sangue cadeva a grumi e c’erano i crampi, alla pancia e alla schiena, che si susseguivano a ondate. Nel resto dei giorni – o dei mesi – senza mestruazioni, avevo spesso mal di pancia e sonno, volevo dormire sempre oppure non volevo farlo mai. Sapevo di non poter prevedere quando sarebbero tornate, perché non erano regolari. Era come una tregua, ma senza alcun sollievo. Piangevo nel letto rimproverandomi di essere debole.
Nel corso delle visite successive, una ginecologa mi ha spiegato che l’endometriosi può comportare disturbi dell’umore. A quel punto ho capito che ci sarebbe stato sempre qualcosa contro cui lottare, senza che potessi averne pienamente il controllo.
La ginecologa mi ha anche detto che, ufficialmente, l’endometriosi non è riconosciuta come malattia invalidante. Questo significa che ci si aspetta che mi comporti come se non ne soffra, che faccia tutto quello che fa chi non ne soffre. Significa anche che è qualcosa che devo affrontare da sola, qualcosa che è sbagliato in me e che non sono legittimata a mostrare. Si sa così poco di questo disturbo. Persino io, prima che mi venisse diagnosticato, non ne avevo mai sentito parlare. Il messaggio è chiaro: la malattia è una questione privata della malata, quasi un capriccio.
A volte, la notte, tocco il mio corpo ripassando dove dovrebbero essere collocate le mie varie parti: qui dovrebbe esserci un ginocchio, qui una guancia, qui il fegato e qui le ovaie e molti altri organi che non riesco a vedere. Ogni volta mi sembra di essere montata male, come se i vari pezzi di me non si possano incastrare tra loro. C’è sempre qualcosa che si trova fuori posto. E vorrei che non fosse tutto qui, che la mia persona non si esaurisse in questa serie di parti difettose, anche se è dura convincersi del contrario.
I medici mi ripetono continuamente le stesse cose: Ci sono terapie molto efficaci, Segui una dieta e vedrai che riuscirai a controllare il peso, È importante reagire, Considera la possibilità di asportare l’utero. Ma niente niente niente di quello che faccio produce un risultato. Non la pillola, non lo yoga, non la dieta, né le medicine, né le droghe, né tutto quello che sembra far sentire meglio gli altri.

Sta uscendo troppo sangue, adesso, e le piastrelle bianche sono rosse e umide.
Cecilia smettila, devi smetterla, le urlo.
E so che sa delle visite e del mio dolore e del sangue che continua a uscirmi da dentro da settimane senza che nessuno riesca a fermarlo. Lo sa e infatti ride e risponde Ma questa è un’altra cosa.
La colpisco. Cade sul pavimento, sbattendo la testa prima contro il water e poi per terra, in mezzo alle goccioline rosse. Da lì non si alza. Il cranio contro la ceramica ha fatto il rumore secco di una pigna caduta dall’albero.
Esco dal bagno e la chiudo dentro a chiave. Per sicurezza accendo la musica e alzo il volume al massimo, anche se al di là dalla porta non arrivano rumori. Probabilmente è svenuta. Sviene spesso, perché non mangia niente, oppure mangia tutto e poi lo rivomita subito dopo. Nonostante questo, ha le cosce grasse e la pancetta. Mi fa pena, ma sono anche contenta che non riesca a dimagrire, perché è sana e ricca e sono convinta che se io avessi quei privilegi saprei fare qualcosa di meglio che ridurmi così.
Cecilia è nel mio bagno, distesa a terra priva di sensi. Ha le braccia tagliuzzate e il suo sangue è sul pavimento, intorno a lei.
È così che stanno le cose.
Ecco il suo privilegio, mi dico.
Ma non ci voglio pensare, adesso. Quando comincerà a bussare alla porta la libererò e lei non avrà niente da ridire, perché è strafatta e perché non pensa di meritarsi un trattamento diverso da quello che le riservo.
Scivolerà fuori dalla stanza e da casa mia.
Uscirà in strada e cercherà e troverà altri modi per farsi male, qualcun altro da tormentare e da cui farsi compatire e avrà la piena convinzione di essere tutta sbagliata, ma di non poter essere altro che così.
E io vorrei dirle che non si rende conto della sua fortuna, la fortuna di poter scegliere di ferirsi, senza che sia il suo corpo a decidere per lei.
Ma questa fortuna ce l’ha poi davvero?
Io resterò su questo letto, ancora una volta, a pensare alle parole che ho perso, che ho dimenticato di scrivere o di dire e adesso non esistono più.
Senza voler fare più niente. Senza volermi alzare o farmi visitare o curarmi o pensare che andrà meglio. Smettere di pulire la casa e di lavare i vestiti con acqua fredda e di guardarmi allo specchio e pensare Questa non posso essere io.
E invece lo sono e lo sono e lo sono.

Non aspettare che la morte arrivi, di Danilo Soscia

Nutrimenti porta in libreria Mamma mostro, l’ultima opera di Danilo Soscia. Un libro - il cui titolo è un omaggio a Perrault - di favole odierne, un tetramerone che intreccia echi dal Decameron, Basile, Le mille e una notte, Chaucer. Nel tempo le storie cambiano, e così le parole che ne fanno il tessuto. Nonostante questo, rappresentano l’ultima speranza di rivedere presto l’alba.
Tra non-morti, mutanti e spettri, Mamma Mostro perlustra scenari inconsueti di un gotico contemporaneo, rinnovando la funzione liberatoria delle storie di paura. Un’antologia di favole dell’odierno orrore, scovate e raccolte in giro per il mondo.

Cattedrale vi propone uno dei testi del libro, per gentile concessione dell’editore.

Non aspettare che la morte arrivi
di Danilo Soscia


Non aspettare che la morte arrivi. Precedila di un passo, prima che lei abbia posato la giacca sporca di montagna e di morchia sulla tua poltrona. Gira la chiave prima che lei giri la chiave, accendi la luce prima che lei accenda la luce. Prepara da mangiare qualcosa di semplice. Alla morte piace il brodo di sassi. Lascia il piatto a freddare sul tavolo della cucina. Spogliati di ogni cosa, e se anche la morte è arrivata prima di te ed è in casa che si aggira tra il bagno e le onde di oggetti sul pavimento, se è lì che fruga senza educazione, senza sapere nemmeno dove si trovi, tu non farti vedere.
Scrivi un biglietto, anzi due. Il primo è quello che troveranno e che leggeranno tutti, all’inizio con reticenza, poi con un certo gusto. Sarà il testo del tuo alibi, la spiegazione che conclude. Il secondo biglietto nascondilo. Scrivilo prima che la morte ti veda. Sia un pensiero breve, di poche frasi, descrittivo. Dica l’ora, il luogo, la vera ragione. Non dire fate non fate. Non dire andate non andate. Nessuna indicazione, facciano gli altri. Che ti spregino, ti fraintendano, ti riducano al corpo che sei. La morte a quel punto sarà già arrivata. La morte non è una donna, cerca di ricordarlo. La morte è un uomo.
La morte ha il fisico sghembo dei pastori di altura. La morte puzza di mancata igiene, di erbe e di torrente. La morte ha fiato di gas, bestemmia e non beve. La morte è astemia. La morte è uno specchio. Per questo tu non specchiarti mai in vita, che lei non abbia a sapere come sei fatto, come è mutato il tuo viso negli anni. Sta’ un passo avanti, non farti riconoscere prima del tempo.
La morte ha paura dei segugi e fuma trecento sigarette in una giornata. La vedi? Ha attraversato la strada, indifferente. Non ti ha visto, ti sta ancora cercando. Chiede ai vicini. Diranno che sei uscito in compagnia del tuo cane per arrampicarti sulla collina. La morte entra nel bar con il suo fare svagato, chiede un caffè, ha fame. Si può mangiare qualcosa? Il barista le offre due fette di pane e di formaggio, un bicchiere di vino. Va bene, ma solo il pane e il formaggio. A tutti quelli che entrano chiede il tuo nome. Lo conoscete? Lo vedete passare spesso?
Viene quasi tutti i giorni a prendere il suo caffè o il suo tè, dice il barista. Si siede al tavolino lì fuori, quello, sempre lo stesso. E allora la morte si siede al tuo posto, a mangiare. E mangia, si strafoga. Chiede ancora, e gli uomini che pure non sono abituati alle buone maniere, che si offendono quando si fanno una carezza, guardano la morte di traverso, come uno che non ha imparato a stare al mondo.
Guadagna, se puoi, qualche metro prima che arrivi. Rimetti in ordine le idee. Hai tutto il tempo. La morte fumerà almeno tre sigarette prima di alzarsi dal tavolino del bar. Ancora non sa bene dove andare. Ha paura a chiedere il tuo indirizzo così, senza una ragione che non la faccia apparire sospetta. In fondo vuole arrivarci da sola. Vuole stanarti senza nemmeno sapere prima quale sia il tuo volto. Ti riconoscerà, o meglio saprà trovare la strada che conduce a te, perché ha il fiuto di un ratto, e tu hai lasciato una linea d’odore alle tue spalle.
Non pensare che la morte sia inesorabile. Non ti sentire sconfitto prima ancora di gareggiare. Anche la morte ha i suoi limiti. Non conosce niente della tua vita. Non conosce la sua forma, le tue abitudini, la gabbia nella quale ti esibisci ogni giorno. La morte ignora che dopo il suo passaggio, dopo che vi sarete incontrati, nessuno conserverà una sola scheggia di te. Nessuna eco alle tue urla da pazzo, nessuna registrazione delle tue telefonate nel cuore della notte a questo o a quell’altro amico per chiedere aiuto, per rovinargli la giornata, nessuno da cui pretendere un ricordo che esiste solo nella tua testa.
A casa tua ogni cosa è un tuo possesso. Gli escrementi accumulati nel water, la batteria su cui ti esercitavi, gli abiti da giardiniere che pure hai conservato nonostante tu non faccia più quel lavoro da molti anni. Perderà di consistenza questo mondo di cose. La morte non può saperlo. La morte non può sapere che non hai nessuno, e che non c’è niente alla fine di una vita. Nessun compimento, nessuna fede da accogliere, nessuna rivelazione. Nessuna parola. Non parlare quando arriva la morte. Resta in silenzio. Non allearti al suo istinto. Se parli, le cose inerti e opache prenderanno forma, e tutto diventerà evidente. È in quell’evidenza che la morte ti viene a cercare. Non aspettare che la morte ti insegua. Cerca di scomparire, se puoi. La morte ti troverà comunque, ma un attimo dopo. Non saprà cosa farsene di uno già morto. Maledirà sé stessa per tutto il tempo e il freddo, per il caffè schifoso che ha dovuto sorbire per colpa tua. Fatti trovare già morto. Hai pazientato per decenni avvitandoti tra le braccia di una vecchia madre, tra i tuoi lavori e le tue attese, sperando solo che la tua missione avesse uno scopo. Eccolo. Anticipare la morte di un solo passo. Uno.
Di ritorno a casa, stacca il cadavere di Cristo dalla croce lungo la strada. Raggiungi la camera da letto a piedi scalzi, posalo sul materasso. Poi, dopo averlo osservato, infilalo sotto le coperte, lasciando il suo volto alla luce. Spogliati di tutto, e rinchiuditi nel grande armadio accanto al letto. La morte non ti troverà. Saranno invece alcuni uomini del paese a chiamare i pompieri, dopo giorni che non ti vedranno passare dal bar. Ti troveranno addormentato in quell’angolo di scomparto dove ti sei nascosto. Non riusciranno a svegliarti, e solo per comodità diranno che sei deceduto. E invece la morte sarà passata e non ti avrà trovato, oppure sarai stato tu ad averla anticipata, anche se di poco.

Dell’amore, di Anton Pavlovič Čechov

Neri Pozza porta in libreria La vita è orribile e meravigliosa, di Anton Čechov, per la traduzione di Sophia Simo, con una prefazione di Paolo Nori.
A oltre un secolo di distanza, Čechov ripropone, intatta, la sua suprema capacità di ritrarre gli uomini e le donne che abitano i pianeti distanti della città e della campagna, con il loro opposto sentire. E per l’umanità, per i destini talvolta beffardi, per il mistero che fa capolino dietro ogni vita ordinaria, prova una compassione profonda rischiarata da lampi di affettuosa ironia.

Cattedrale vi propone l’estratto di uno dei racconti, per gentile concessione dell’editore.



Dell’amore

di Anton Pavlovič Čechov


Il giorno dopo, a colazione, furono serviti delle deliziose focacce ripiene, polpette di montone e gamberi; mentre gli ospiti mangiavano, il cuoco Nikanor salì per chiedere cosa avrebbero gradito per pranzo. Era un uomo di media statura, con il viso paffuto e gli occhi piccoli, rasato, e sembrava che i baffi, piuttosto che rasati, fossero stati strappati.
Alëchin raccontò che la bella Pelageja era innamorata di quel cuoco. Siccome era un ubriacone e un violento, lei non voleva sposarlo, ma era disposta a vivere così. Lui però era molto devoto, e le sue convinzioni religiose non gli permettevano di vivere in quel modo; pretendeva che lei lo sposasse e non voleva sentire ragioni e, quando era ubriaco, la rimproverava e addirittura la picchiava. Quando Nikanor era ubriaco, lei si nascondeva di sopra e singhiozzava, e allora Alëchin e la domestica restavano in casa per proteggerla in caso di necessità.
Iniziarono a parlare d’amore.
«Come nasce l’amore» disse Alëchin, «perché Pelageja non si è innamorata di un brav’uomo, più adatto a lei per carattere e aspetto fisico, ma si è innamorata proprio di quel brutto ceffo di Nikanor (qui da noi lo chiamano tutti così), se è vero che le questioni di felicità personale sono importanti in amore: di tutto ciò non si sa nulla e ognuno può discuterne come vuole. Finora solo una verità ineccepibile è stata detta sull’amore, e cioè che “questo mistero è grande”* ; tutto ciò che di altro è stato scritto o detto sull’amore non costituisce la risoluzione, bensì solo l’impostazione di problemi i quali, così, sono rimasti irrisolti. La spiegazione all’apparenza utile per un singolo caso non è valida per gli altri dieci e la cosa migliore, secondo me, è spiegare ogni caso singolarmente senza cercare di generalizzare. Dobbiamo, come dicono i dottori, individualizzare ogni singolo caso».
«Precisamente» approvò Burkin.
«Noi, che siamo russi e persone perbene, abbiamo un debole per questi problemi irrisolti. Di solito l’amore viene poeticizzato, decorato di rose e usignoli, noi russi invece decoriamo il nostro amore con domande fatali, e per di più tra queste scegliamo le meno interessanti. A Mosca, quando ero ancora uno studente, avevo una compagna di vita, una graziosa fanciulla che, ogni volta che la stringevo in un abbraccio, pensava a quanto le avrei dato al mese e al prezzo corrente di una libbra di carne. Allo stesso modo noi, quando amiamo, non smettiamo di porci domande: se quell’amore sia onesto o disonesto, intelligente o sciocco, a cosa porterà e così via. Non so se sia un bene o un male, ma so che è di intralcio, non soddisfa e infastidisce».
Sembrava che volesse raccontare qualcosa. Le persone che vivono in solitudine hanno sempre nell’anima qualcosa che raccontano volentieri. In città, gli scapoli vanno alla banja* o al ristorante apposta per conversare e talvolta raccontano storie molto interessanti agli inservienti o ai camerieri, mentre in campagna, di solito, aprono l’anima ai propri ospiti. Ora dalla finestra si vedevano il cielo grigio e gli alberi bagnati di pioggia: con un tempo del genere non si poteva andare da nessuna parte, e non restava altro da fare che raccontare e ascoltare.
«Vivo a Sof’ino e mi occupo di agricoltura ormai da tempo» iniziò Alëchin, «da quando ho finito l’università. Sono uno scansafatiche per formazione e uno studioso per disposizione, ma quando sono arrivato qua, sul podere pendeva un grande debito e, siccome mio padre si era indebitato in parte per finanziare la mia istruzione, decisi di restare e lavorare finché non avessi saldato quel debito. Così decisi, e iniziai a lavorare qui anche se, lo ammetto, non senza un certo ribrezzo. Questa terra non dà molti frutti e, perché l’agricoltura non vada in perdita, bisogna servirsi del lavoro di servi della gleba o braccianti, che sono quasi la stessa cosa, oppure gestire il podere alla maniera contadina, cioè lavorare i campi da soli con la propria famiglia. Non ci sono vie di mezzo. Ma io allora non entravo in certi dettagli. Non lasciavo in pace nemmeno un lembo di terra, radunavo tutti i contadini e le loro mogli dai villaggi vicini, e il mio lavoro qui procedeva a un ritmo frenetico; aravo, seminavo e falciavo anche io e intanto mi annoiavo e facevo smorfie di disgusto, come un gatto di campagna che per la fame è costretto a mangiare i cetrioli di un orto; avevo dolori in tutto il corpo e cadevo dal sonno. In un primo momento mi sembrava di poter conciliare questa vita di lavoro con le mie abitudini culturali; per farlo, pensavo, basta mantenere un certo ordine esteriore nella vita. Mi sistemai al piano di sopra, nelle stanze degli ospiti, stabilii che dopo i pasti mi venissero serviti caffè e liquori e, prima di dormire, leggevo ogni sera Il Messaggero d’Europa* . Ma un giorno venne il nostro pope, padre Ivan, e bevve d’un fiato tutti i miei liquori, e Il Messaggero d’Europa andò alle sue figlie, perché d’estate, soprattutto durante la falciatura, non facevo in tempo a raggiungere il letto e mi addormentavo su una slitta nel granaio o da qualche parte nel capanno – ma quale lettura? Piano piano mi trasferii al piano di sotto, iniziai a mangiare in cucina, e dei lussi di un tempo mi rimasero solo i domestici che avevano servito persino mio padre e che non avrei avuto il cuore di licenziare.
Nei miei primi anni qui, fui scelto come giudice di pace onorario. A volte dovevo andare in città e prendere parte alle sedute del collegio e del tribunale distrettuale, e per me era una distrazione. Quando vivi fisso qui per un paio di mesi, soprattutto d’inverno, alla fine inizi a sentire la mancanza di una redingote nera. E in tribunale si vedevano redingote, uniformi, frac, e ancora avvocati e gente che aveva ricevuto una qualche istruzione; avevo qualcuno con cui parlare. Dopo aver dormito sulla slitta e mangiato nella cucina della servitù, potermi sedere su una poltrona con della biancheria pulita, scarpe leggere e una catena sul petto, quello sì che era un lusso!
In città mi accoglievano cordialmente e io facevo amicizia volentieri. Di tutte le conoscenze, la più seria e, a dire la verità, la più piacevole per me fu quella con Luganovič, il vicepresidente del tribunale distrettuale. Lo conoscete entrambi: una carissima persona. Io lo conobbi proprio in relazione al celebre caso dei piromani; l’udienza andava avanti da due giorni, eravamo stanchi. Luganovič mi guardò e disse:
“Sapete che c’è? Andiamo a pranzo da me”.
Fu un gesto inaspettato, perché io Luganovič lo conoscevo appena e solo in via ufficiale, non ero mai stato a casa sua. Passai in albergo per cambiarmi e andai a pranzo. E lì ebbi l’occasione di conoscere Anna Alekseevna, la moglie di Luganovič. All’epoca era ancora molto giovane, non avrà avuto più di ventidue anni, e era madre da appena sei mesi. È una faccenda passata, e ora non saprei indicare cosa avesse di così straordinario che mi piacque tanto, ma a quel pranzo mi fu tutto inconfutabilmente chiaro; vedevo una donna giovane, bellissima, buona, colta, affascinante, una donna che non avevo mai incontrato prima; la sentii subito vicina, già familiare, come se quel viso, quegli occhi gentili e intelligenti li avessi già visti nella mia infanzia, in un album sul comò di mia madre.
Per il caso dei piromani erano stati accusati quattro ebrei che erano stati identificati come una banda: un’accusa secondo me del tutto infondata. A pranzo ero molto preoccupato, stavo male, e non ricordo cosa ho detto, solo che Anna Alekseevna continuava a scrollare il capo e diceva al marito: “Dmitrij, com’è possibile?”

* Dalla Lettera di San Paolo agli Efesini (Ef 5, 21-33).
* La tradizionale sauna russa.
* Vestnik Evropy, una rivista storica e letteraria di orientamento liberale pubblicata a San Pietroburgo tra il 1866 e il 1918.


c 2026 Neri Pozza Editore, Vicenza

Non importava da dove guardassimo, di Brian Evenson

Nottetempo porta in libreria Canzone per disfarsi del mondo, di Brian Evenson, con la traduzione di Luciano Funetta. Un libro fatto di mondi pieno di dubbi, illusioni e ossessioni; dove nessuna convinzione, nessuna pretesa di obiettività è immune alle distorsioni della mente umana. L’autoinganno è un mezzo per giustificare i nostri impulsi peggiori, i più crudeli.

Cattedrale vi propone uno dei racconti contenuti nella raccolta, per gentile concessione dell’editore.

Non importava da dove guardassimo
di Brian Evenson

Non importava da dove la guardassimo, la ragazza non aveva volto. Aveva capelli sul davanti e capelli dietro – per cui stabilire quale fosse il davanti e quale il dietro era impossibile. Dissi a Jim Slip di mettersi da un lato, mentre io la guardavo dall’altro e gli altri membri della loggia la calmavano o la tenevano ferma, ma non importava da dove la guardassimo o come la tenessimo, il suo volto non c’era. Sua madre urlava, ci lanciava accuse, ma cosa potevamo farci? Non era colpa nostra. Non sapevamo come agire.
Fu Verl Kramm ad avere l’idea di rivolgersi al cielo, di chiamare le luci che si allontanavano affinché tornassero a prenderla. Avete preso solo metà di lei, gridò. Adesso, per Dio, abbiate la decenza di portare con voi anche ciò che ne resta.
Anche altri si unirono, ma poi non tornarono, nessuno di loro tornò. Se ne andarono, lasciandoci con quella ragazza che, non importava da dove la si guardasse, ci mostrava sempre la parte posteriore del suo corpo. Non mangiava, o lo faceva in qualche modo per noi inconcepibile. Camminava a ritroso, tracciando cerchi e sbattendo nelle cose, tentando di afferrare le cose con il dorso delle mani. Era una ragazza intera, fatta di due metà, ma sbagliata, composta da due metà uguali.
A un certo punto non riuscimmo più a sopportare la sua vista. Non sapevamo cosa fare di lei, non ci restava che abbandonarla. All’inizio sua madre protestò e ci morse e ci graffiò, ma neanche lei voleva saperne di riprenderla con sé – in fondo desiderava solo liberarsene senza rimorsi, dare a noi tutta la colpa.
Sprangammo la porta e inchiodammo assi alle finestre. Su richiesta di Verl, lasciammo solo un buco sul soffitto in caso loro decidessero di tornare a prenderla. Per un po’ mettemmo una sentinella a guardia della porta affinché facesse rapporto alla loggia sui suoni che venivano dall’interno, ma a un certo punto i rumori cessarono e non ce ne curammo.

Una notte la sognai, non le due metà che conoscevamo, ma le altre due, quelle che non avevamo mai visto. La vedevo fluttuare a bordo del loro vascello, sopra di noi, a una distanza abissale, in un’atmosfera sottile e rarefatta, irrespirabile. Era lì, una ragazza che mostrava sempre il suo volto, non importava da dove guardassimo. Una ragazza che mostrava i denti e ci fissava, ci fissava.

Pezzi di buio, di Alberto Rudellat

Zona 42 porta in libreria Nella carne / Nella pietra di Alberto Rudellat, una narrazione a mosaico che reinventa il tema del paese maledetto, intrecciando folk-horror e spazi liminali con una scrittura di altissimo livello. Nella carne / Nella pietra ci porta a Roccalama, un borgo dove la gente scompare, inghiottita da una dimensione fatta di corridoi labirintici e stanze vuote, una realtà alternativa in cui il tempo si deforma, dove si aggirano orrori inimmaginabili, che talvolta riescono ad attraversare la soglia con il nostro mondo. Attraverso la memoria, le storie e i traumi degli abitanti di Roccalama, Rudellat ci trascina all’interno di un mondo che fonde l’estetica e i temi delle backrooms alla spaventosa quotidianità delle storie di autrici come Mariana Enríquez e Samanta Schweblin.

Cattedrale vi propone uno dei testi contenuto nella raccolta, per gentile concessione dell’editore.

Pezzi di buio
di ALBERTO RUDELLAT

 
Gliel’ho detto. Fatti un giro di notte in stazione se non mi credi vai fino in fondo al binario morto dove ci sono i vagoni abbandonati poi vieni a dirmi cosa hai visto. Se riesci a trovare le parole. Se riesci a tornare indietro.
Dice che gli devo raccontare cos’è successo pure se l’ho già fatto e gli ho già detto tutto quello che mi ricordo e va bene glielo racconto di nuovo ma io so soltanto quello e se vuole glielo ripeto e se non gli basta sono problemi suoi. Tanto lo so che mi ascolta ma mica mi crede lo vedo da come mi guarda e scuote la testa quando mi dice che i cani non parlano. E però neanche i morti parlano e invece da quando il fuoco si è mangiato l’Arcadia lo fanno di nuovo come lo facevano i morti del paese vecchio che se l’è inghiottito l’acqua e il fango quando io manco ero nato e a Roccalama ne succedono di cose strane anche se tutti fanno finta di no.
Ma oggi il poliziotto mica è venuto da solo si è portato appresso una ragazza il furbo e mi ha lasciato con lei a parlare in una stanzetta vuota verdastra con una finestra piccola che entra solo un filo di luce. La ragazza non mi fa domande mi lascia parlare. Ha una giacca di pelle e una maglia a righe rosse e nere e dietro la frangia ha due occhi neri grandi così. Tiene sempre la bocca chiusa e ha le labbra rosse ma poi quando la faccio ridere lo capisco perché le teneva strette perché ha i denti un po’ storti con i canini più in alto degli altri denti e allora glielo dico che è bella così e mica siamo dentisti che deve vergognarsi e chissenefrega dei denti se quando ti guarda uno pensa solo che vuole baciarti. Lei dice grazie e io mi vergogno e torno a guardare le pareti verdi senza quadri solo chiodi nel muro crepato. Lo sapevo che non è che era lì per farsi baciare da me ma perché le dovevo dire delle cose e allora gliene ho raccontate un po’. Gliel’ho detto che quando il cinema è bruciato io c’ero pure se non mi credono perché dalla conta dei biglietti dicono che sono morti tutti ma invece io ero entrato da una porta vicino ai bagni perché quel film lo volevo vedere e c’era anche Martina con me glielo potete chiedere se volete ma da quel giorno che non aveva neanche tredici anni le si è sbiancata la testa e non parla più non dice manco una parola. E quando tutto ha incominciato a bruciare io l’ho portata via e non lo so perché ma a me il fuoco non mi toccava non mi faceva niente e se mi dai un accendino te lo faccio vedere pure adesso me lo posso accendere sotto una mano e non sento niente anche se adesso dura solo per poco. Le ho detto anche degli altri della gente che è sparita dietro i muri e non sono più tornati e sono rimaste solo le voci così basse che le confondi con il ronzio dei neon e dicono cose che io non le capisco.
Lei scrive sul taccuino così veloce che poi si deve massaggiare le mani e intreccia le dita e le fa schioccare e io la guardo e la vedo che fa fatica e vorrei andare più piano per aiutarla ma ormai le parole mi vengono fuori tutte assieme e non riesco a fermarle neanche se mi mordo la lingua neanche se sbatto i pugni sulle cosce.
Io parlo sempre non sto mai zitto parlo coi cani coi piccioni parlo con le nuvole parlo da solo perché la mia testa è piena di parole così piena che sembra che deve scoppiare come i botti a capodanno e booom farle uscire tutte assieme che riempiono le strade di questo schifo di paese. A Roccalama nessuno mi ama. Faccio anche le rime come i poeti che a scuola le poesie le imparavo a memoria pure se non le capivo e qualcuna me la ricordo ancora e la posso dire anche adesso tipo San Lorenzo io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla o l’eterno riposo dona a loro Signore che però forse è una preghiera ma chissenefrega mica è così diverso alla fine.
La scuola è ancora lì dove ci andavo io anche se sono passati gli anni e nel cortile hanno tagliato l’albero e ci hanno messo le panchine e hanno dipinto la ringhiera di verde che sembra nuova. Però i nascondigli quelli son rimasti sempre uguali e io li so tutti e dentro i buchi nel muro della palestra ogni tanto ci trovo ancora un pacchetto di sigarette e allora me le prendo ma giusto un paio mica tutte che lo so che non è roba mia per fumarmele quando fa buio che mi piace vedere la punta rossa che si illumina e brilla quando tiro forte. Qualche notte ci ho pure dormito dentro la scuola quando fuori faceva troppo freddo. Basta che alzi la serranda al piano terra spingi un po’ coi piedi e sei dentro e c’hai la scuola tutta per te e te la giri nei corridoi vuoti con tutto quel buio e il silenzio che i tuoi passi fanno un rumore strambo e dietro gli angoli sembra che c’è qualcuno ad aspettare allora te ne scappi in fretta ti chiudi in una delle aule ma poi avvicini due tre banchi e ti fai una ninna al caldo e allora sì che stai bene. Ci dormivo da bambino e ci ho dormito da grande. Qua non cambia mai nulla.
Quando la finestra diventa scura che quasi non ci vediamo più lei si alza si abbottona la giacca ma ancora non mi ha chiesto di quella notte e allora dice che ci rivediamo tra un paio di giorni e che magari riesce a farmi uscire per qualche ora. Io subito sono felice ma poi ho capito che vuole riportarmi in quella casa e non lo so se ce la faccio a entrarci di nuovo però ho voglia di vedere di nuovo com’è fuori quindi ho detto va bene. Mi ha dato un chewing-gum e l’ho masticato per tutta la notte poi devo averlo ingoiato perché la mattina non ce l’avevo più in bocca però mi era rimasto il sapore ed era come se fosse il sapore di un suo bacio.
Il mio vicino di letto c’ha i fiori sul comodino fiori belli tutti viola e rossi ma però non sanno di niente se ci metti il naso dentro non sono come quelli che crescono nel bosco quelli sì che hanno un buon odore come di pioggia di lenzuola stese. Gliel’ho detto anche a lui ma non so mica se mi ha capito ha solo aperto la bocca e mi ha guardato fisso per un po’ e poi si è girato dall’altra parte. Qua dentro non possiamo fumare però ci danno le pillole la mattina e la sera e io le pillole le conosco e me le scambio con gli altri e faccio arcobaleni di colori te ne do due blu tu dammene una rossa che se la butti giù insieme a quella bianca la testa ti gira per un po’ e poi dormi come sulle nuvole. Mangio tutto quello che mi danno che neanche me lo ricordavo da quanto non mangiavo così e mi hanno tagliato la barba e i capelli e sembro di nuovo giovane come quando ero giovane davvero. Però io qua dentro non ci posso stare non ci resisto a vedere solo muri e porte chiuse e finestre chiuse che là fuori c’è il mondo c’è il cielo e io lo voglio vedere bene tutto intero non solo un quadratino da dietro i vetri sporchi.
Gli ho rubato un fiore al vicino tanto mica se ne accorge me lo sono nascosto sotto la maglia è quasi secco però non ha ancora perso tutto il colore anche se il viola è diventato quasi blu. Mi hanno restituito le scarpe e c’ho i vestiti puliti me li ha portati un’infermiera mi ha detto che sono del figlio che tanto non li mette più e a me mi vanno un po’ grandi perché sono magro magro ma va bene lo stesso perché oggi tornano il poliziotto e la ragazza. In questi giorni non mi hanno dato più le pillole e non riuscivo a dormire che qua mica c’è la musica o i grilli gli uccelli che cantano ci sono solo il russare le urla le scorregge i pianti dei miei compagni di stanza e quando ho dormito ho sognato i binari e i vagoni vuoti che vuoti non sono e le ombre con le braccia lunghe come le zampe dei ragni e mi sono risvegliato sudato le lenzuola fradice il cuore mi picchiava forte qui in mezzo al petto.
Sono venuti con una macchina normale senza le scritte senza le sirene che io un po’ ci speravo ma vabbè mi siedo dietro prendiamo la strada principale che scavalla il fiume e passa dietro la ferrovia e poi la via cieca la riconosco Via della Giustizia parcheggiamo nel cortile della casa del prete e gli scrocco una sigaretta al poliziotto perché ho paura ma non voglio farlo vedere quindi la fumo guardando gli alberi e l’erba alta che la muove il vento ma sento i denti battere e la pelle delle braccia e del collo diventa dura. Ci penso pure a scappare a correre e vaffanculo inseguitemi se mi prendete ma sento che le gambe sono molli e sicuro non vado lontano mi riacchiappano subito allora spengo la sigaretta e gli faccio cenno a lui per me possiamo entrare così almeno la finiamo. Lei però lo guarda e scuote la testa si avvicina e parlano un po’ lui sbuffa poi si accende un’altra sigaretta e muove la testa come a dire cazzi tuoi e alla fine entriamo solo io e lei e sono contento perché forse le posso dare il fiore che c’ho sotto la maglia.
C’è odore di chiuso e di umido e di sporco e di legno marcito. Il piano terra è una stanza sola così grande da dormirci in quindici a destra ci sarebbe la cucina ma ormai si son rubati tutto restano solo i tubi che penzolano e le macchie e la muffa sui muri e il pavimento di legno è coperto di polvere e calcinacci. Facciamo le scale che portano al piano sopra lei sale per prima e io vorrei fermarla e darle il fiore ma mi sa che non è il momento non abbiamo ancora parlato non mi ha chiesto niente io non ho detto niente. Quassù c’è quell’odore che c’hanno le cose morte che se l’hai sentito una volta non te lo scordi più e lei si ferma sull’ultimo gradino e mi dice fammi vedere dove è successo allora vado avanti io nel corridoio supero il bagno e apro la porta della stanza che doveva essere la camera da letto ma non c’è più niente solo una macchia di sangue secco nell’angolo vicino al termosifone. Poi nella mia testa succede una roba strana e tutto comincia a girare come in una sbronza i colori si mischiano le gambe non mi reggono più e cado per terra sento la botta le ossa schioccare insieme con le assi del pavimento e lei mi corre vicino con i denti premuti sulle labbra e gli occhi ancora più grandi ma adesso sono spaventati e prova ad alzarmi ma io non riesco a muovermi e lei non riesce a tirarmi su perché pure se sono magro sono troppo pesante per lei. Me ne sto per terra e la stanza sta girando lei è inginocchiata qui davanti a me che sta frugandosi in tasca forse cerca il telefono per chiamare il poliziotto ma io comincio a parlare anche se la voce non vuole uscire ed è bassa bassa e allora lei si ferma e si avvicina ancora di più e io sento il suo profumo ma non mi vengono pensieri felici solo brutta roba in testa gli occhi mi bruciano e mi accorgo che sto piangendo perché sento le guance bagnate e il salato sulla lingua e adesso mi ricordo tutto.
Non lo so mica come si chiamava non me l’ha detto o forse sì ma chi se lo ricorda non era molto che era arrivato a Roccalama quella sera c’eravamo solo io e lui al parchetto dietro le case di cartone e io avevo del vino lui una bottiglia di vodka e avevamo anche due panini ma lui aveva tre cani il cibo andava diviso per cinque ma a me stava bene mi bastava un po’ di compagnia che a stare sempre da soli poi diventi triste e la vita non te la godi più anche se puoi fare tutto quello che ti pare. Stava cominciando a piovere e toccava trovare in fretta un posto per stare all’asciutto lui era qualche giorno che se la occhieggiava questa casa deserta e gliel’ho detto che qui non ci dovevamo venire che in paese lo sanno tutti che questo posto fa paura la chiamano la casa del prete perché c’hanno trovato un prete impiccato me l’ha detto Martina che abita giusto di là della strada in una delle torri delle case di cartone ma lui non mi ha dato retta i discorsi tra ubriachi sono così tutti parlano nessuno ascolta. Quando abbiamo spinto la porta e siamo entrati io avevo la strizza e i peli delle braccia dritti ma non ho detto niente e siamo saliti ci siamo messi qui e abbiamo mangiato seduti per terra e intanto fuori pioveva forte ogni tanto un lampo faceva luce e allora ci passavamo la bottiglia i cani stavano seduti bravi bravi intorno al padrone non abbaiavano mai. Poi sono andato di là che dovevo andare al bagno e quando sono tornato lui dormiva allora mi sono preso la bottiglia me la sono finita mi sono fumato l’ultima sigaretta e mi sono messo giù a dormire pure io ma poi i cani hanno cominciato a parlare e prima mi sono detto ma sei scemo sei ubriaco mica parlano i cani ma poi quello più grosso ha parlato più forte e nel buio sembrava ancora più grande sembrava un lupo parlava con una specie di raschio con i denti che cozzavano ma io lo capivo capivo ogni parola e diceva che avevano sete tanta sete che dovevo dargli da bere. Acqua non ne avevo allora ho versato l’ultimo sorso di vino per terra ma mi ha detto che no non avevano sete di vino e io allora volevo uscire e riempire la bottiglia con la pioggia ma lui ha detto ancora di no e annusava il collo del padrone quello stronzo russava mica si accorgeva di niente e il cane ha iniziato a segnargli il collo con le zanne metteva il muso di lato e gli strisciava i canini sulla gola come un rasoio ma senza affondare e andava avanti e indietro fino a che non gli ha fatto un segno rosso come una collana. Gli altri due cani mi sono venuti addosso con i musi sentivo le lingue nelle orecchie e la bava mi colava in faccia e parlavano pure loro e mi dicevano di farlo lo ripetevano sempre le stesse parole mi entravano in testa e me la facevano scoppiare. Io ho detto di no l’ho detto a voce alta ho detto no e no e no e allora hanno cominciato a ringhiare quello più grande si è alzato su due zampe era più alto di me era come un pezzo di buio che si era staccato dalla parete e si faceva sempre più vicino sempre più vicino finché c’erano solo i suoi occhi gialli e mi ha detto che dovevo farlo se volevo vivere. E allora l’ho fatto. Ho sbattuto la bottiglia contro al muro e gli ho ficcato il vetro nel collo mentre dormiva così come una coltellata la gola si è squarciata aperta come una cerniera lui si è svegliato e mi ha visto sembrava che non ci credeva scalciava mi tirava pugni ma io lo tenevo fermo puzzava di vino e di piscio provava a parlare ma sputava fuori sangue mi colava sulle mani in mezzo alle dita caldo appiccicoso poi un lampo ha illuminato la stanza e ho visto i cani che leccavano da quella pozza di schiuma rossa e ringhiavano e si spingevano si saltavano addosso sembrava che non bevevano da un secolo e vedevo la bava che si mischiava al sangue e sembravano un solo cane da tanto che erano ammassati sembrava un cane con tre teste. La mattina dopo mi hanno trovato qui e i cani non c’erano più e io non mi ricordavo più niente e non ci credevo mica quando mi hanno detto che ero stato io io non le faccio queste cose e però ero tutto sporco di sangue e non capivo non sapevo cosa dire e allora non ho detto niente e li ho lasciati fare.
Quando ho finito di parlare mi aspetto che parla lei invece non dice niente mi guarda e basta allora penso che è questo il momento per darle il fiore e apro la giacca ma nella stanza si fa tutto nero pure se fuori c’è il sole e il pavimento sembra che trema tutto la stanza si muove le pareti stanno ronzando da fuori sento il poliziotto che ci chiama ma noi non riusciamo a muoverci lei mi prende la mano e la stringe forte le guance le stanno tremando e anche gli angoli della bocca le labbra rosse si aprono e si chiudono sta battendo i denti perché adesso qui dentro fa freddo freddissimo e gira la testa da ogni parte ha gli occhi spalancati sta cercando la porta ma la porta non c’è più e comincio a tremare anch’io perché non ci siamo più solo noi lì dentro e il buio si muove il buio sta parlando di nuovo riconosco la sua voce e adesso lo so che la sente anche lei.

Le croci in processione, di George Eekhoud

Ortica editore porta in libreria Racconti del patibolo, di George Eekhoud, tradotto da Stefano Serri. Sei racconti che vogliono avvicinare il pubblico italiano allo scrittore belga (pressoché inedito nel nostro paese) che ha messo la propria opera a servizio delle minoranze e di chi non ha voce: carcerati e proletari, anarchici e omosessuali, soldati degradati e ragazzini sfruttati sono i protagonisti dei suoi testi. Racconti di violenta denuncia, di forte realismo che descrivono con penna delicata le sventure che si nascondono nell'oscurità indifferente delle città.


Cattedrale vi propone uno dei testi contenuto nella raccolta, per gentile concessione dell’editore

Le croci in processione
di George Eekhoud


Rotolavamo penosamente lungo i solchi della strada sabbiosa e da un po’ stavamo osservando la massa opprimente del penitenziario, quando il mio compagno di viaggio m’indicò con la punta della frusta alcune croci di legno nero raggruppate in mezzo alla brughiera.
«Il cimitero dei detenuti!» esclamò.
E aggiunse sorridendo: «Ci sono dodici croci. Non ce n’è mai stata, e mai ce ne sarà, una di più… Che bella cosa, la burocrazia.»
Poi, tornando grave e prendendo una scorciatoia: «Solamente lì il vagabondo dorme il suo primo sonno tranquillo. Allora le api cantano per lui le loro dolci nenie e la natura veste di viola – il colore del lutto dei re – la tomba del più infimo dei mendicanti!
Quante salme di pezzenti ingrassano già quel suolo incolto, carcasse fracassate di veterani rinsecchiti insieme alle polpe succulente degli ultimi arrivati... Come la lama della ghigliottina non conta le teste che stacca, quelle dodici croci non contano i tumuli che calcano nel loro migrare. A ogni decesso il becchino strappa la croce del più antico tra i dodici morti e la sistema sopra la nuova tomba anonima.
Sapete meglio di me come il contadino di queste terre sia incline a fantasticare. Così, il movimento di quelle croci nella pianura ha colpito la sua immaginazione. Pretende che lo spirito nomade e ribelle delle canaglie sepolte si sia comunicato, per una diabolica qualità, all’emblema di redenzione che doveva proteggere le loro spoglie mortali. Di propria volontà, decidono di smuoversi a una a una per vagare attraverso la campagna. Croci erranti, croci in pena! Percorrono la landa stregata così come i forzati e i fuorilegge giravano nel cortile, dove ruotavano legati alla macina del mulino. La gente del posto ha dato loro questo nome suggestivo: Le croci in processione.
Anch’io, scorgendole nelle ore confuse, complici di miraggi e allucinazioni, le scambiai molto spesso per un branco di corvi satolli, infreddoliti e stretti l’uno contro l’altro.
Quel paragone mi ossessionò in modo particolare tre anni fa, quando un’epidemia di tifo rischiò di spopolare le campagne. Nell’infermeria, ancora più sinistra delle altre zone del carcere, dato che gli orrori del lazzaretto s’innestavano su quelli della prigione, tutti i teppisti, tanto i vecchi quanto i ragazzi, morivano a camerate intere.
Laggiù, nella terra, quei macabri zappatori non facevano altro che scavare e comprimere la terra, piantare e spiantare i tronchi delle croci. Ma avevano un bel da fare, il flagello continuava a mietere vite e inviava loro carri su carri di concime umano. I miei dodici corvi neri non avevano mai avuto una simile preda.
La carneficina fu tale che per non allarmare gli onesti cittadini dei dintorni il direttore del carcere ordinò di procedere soltanto di notte a quelle inumazioni di massa. Ma, nonostante la saggezza dell’amministrazione, i pastori notturni, isolati nella pianura, assistettero a uno spettacolo spaventoso. Le croci in processione, lente e gravi, si misero, una notte, a correre come dannate. Andavano talmente veloci che c’era appena il tempo di posare i loro bracci neri sulle fosse rivoltate di fresco. Incespicavano contro le salme, battevano i loro bracci, cadevano per risollevarsi subito. E i loro subdoli incensieri, i fuochi fatui, invece di calmarle e radunarle, si divertivano a quel loro sgambare e fare capriole, esasperavano il panico avvolgendole nelle livide spirali dei loro bagliori.
Ancora oggi, quando si menziona questo prodigio, alle veglie, le donne recitano un Pater e un Ave Maria per le anime del purgatorio, mentre i ragazzi più coraggiosi aspirano boccate profonde dalle loro lunghe pipe.
Nel frattempo, dopo che la mortalità è tornata normale, come si scrive nei rapporti ufficiali, le croci hanno ripreso la loro andatura tranquilla, si rimettono a camminare lentamente, rassegnate…» «Sì, mormorai a mia volta, abbracciando con uno sguardo quasi nostalgico la pianura violetta e il groviglio delle croci delle processioni; sì, ricordate i versi di Dante: Tacendo e lagrimando al passo che fanno le letane in questo mondo! * »


*Dante, Inferno, XX, 8-9, in italiano nel testo (N.d.T.)


Finestre sul fiume , di Paola Drigo

Finestre sul fiume
di Paola Drigo
1938

Quello che io scelgo è un villino moderno coperto d'edera rampicante, bucato come un alveare, tutto poggioli e tutto finestre, al limite estremo della città, dove il fiume con una bella curva en tra nella campagna.
È un angolo ancora intatto, che ha conservato il suo carattere, direi la sua atmosfera: in nessun altro punto, forse, è così sensibile la vicinanza e la parentela con Venezia.
E la strada dove andrò ad abitare si chiama «Riviera».
Non è grigia, qui, questa grigia città; non è banale: sulla riviera piena di sole si allineano case borghesi e palazzetti un po' scoloriti, un po' decaduti come quelli di Murano, ma di una certa nobiltà, con bifore e trifore, senza botteghe sotto, qualche grazioso attico... Laggiù, accigliata sul cielo smorto, la Specola, e, ai suoi piedi, un giardinetto di tulipani in fiore.
La prima cosa che ho fatto arrivando qui, è stata d'ammalarmi. O, per meglio dire, bene non stavo da parecchio tempo, ma avendo infine consultato dei bravissimi medici, sono entrata immantinente in corso di malattia. Divieto d'uscire; necessità di riposo assoluto, lente giornate invernali...
Come una beghina di Bruges, dalla mia casetta bucata come un alveare, dietro i vetri delle mie finestre, seguo la vita del fiume, della strada.
Sul fiume, scesi da Venezia, transitano grossi barconi carichi di carbone, di legna, di mate riale da costruzione. Oggi ce n'è uno qui sotto, pesantissimo, colorato di azzurro e di giallo, immer so nelle acque fino al bordo. C'è il cagnolino, il bambino, la donna, la pentola, il camino che fuma. Dino.
La corrente è così torpida che Dino dev'essere tirato dalla riva e incamminato per mezzo di corde e di un vecchio cavallo. Agevolmente lo sorpassa una barchetta con rematori di terraferma, nudi fino alla cintola, con certe brachette sgargianti. Ad ogni colpo di remo: – Op! Op! – Addio Di no. Eccoli passati.
Sulla strada, via vai di rossi birocci. Sono i carrettieri che portano sabbia all'argine del fiume. Uomini giovani, sommariamente vestiti, gambe e braccia color terra cotta, occhi stretti, qualche tagliente profilo giottesco...
Al fischio della sirena, gettano dinanzi ai loro cavallacci una bracciata di fieno e seggono sul muricciolo della riviera ad aspettare. Allora, dalla strada che viene dalla campagna, ecco uno, due puntini neri, avvicinarsi, farsi più grandi: un ragazzetto, una vecchia, con in mano una ciotola di fa gioli, un pane, un po' di salame...
Nei giorni di festa, verso il tramonto, la riviera, sgombra di operai, assume un aspetto più raccolto ed è preferita dagli innamorati. Vanno lungo il fiume lentamente, a coppie. Ma come lo sti le di queste coppie, da un tempo, è cambiato. E quanto minor posto, o diverso, occupa oggi l'amore nella vita dei giovani.
Sì, passeggiano insieme. Ma l'uomo appare spesso pressoché indifferente, guarda poco la sua compagna; raramente le tiene il braccio; se parla con lei, poco sorride. Le ragazze sono sveltis sime, quasi nude anche d'inverno sotto gli abiti corti e attillati, senza cappello o con spavaldi berret tini a "tu me la pagherai"; al fianco di questi diavoli, l'uomo fa magra figura, appare scialbo, senza rilievo. Si direbbe che l'intraprendenza, la vivacità, le «vibrazioni» siano oggi tutte dalla parte di là, della donna. Nel loro complesso queste coppie amorose danno una singolare impressione dell'amo re.
Assai più amoroso l'atteggiamento del passeggiatore solingo che porta a spasso il suo cane... Ce n'è uno che passa ogni giorno di qui, non vecchio, anzi ancora in buona età e decorosamente ve stito. Il cane invece, sfigurato dalla pinguedine e cieco d'un occhio, cammina stentatamente a gambe larghe. E il padrone, che lo tiene al guinzaglio, misura i suoi passi su quelli di lui, si arresta quando quello s'arresta, e attende paziente che faccia i suoi comodi. Noto che spesso gli parla: forse gli comunica le sue impressioni sulla passeggiata, o gli domanda come va la vita? Certo non pare disgustato né dalla bruttezza del cane né dalla sua decadenza, – e questo è il segno sicuro dell'amore – e gli si rivolge non come uomo a bestia, ma come ad eguale, e il cane leva su di lui l'unico occhio vi vo, muove la coda, e certo a suo modo intende e risponde.
Ormai conosco molti di coloro che l'abitudine o il bisogno conduce a transitare sulla riviera. E spesso, anche senza bisogno di guardare, i rumori mi dicono i giorni e le ore.
Scalpiccio di zampe e cigolar di ruote... Nella nebbia che si leva dal fiume, qualche muggito poderoso o flebile... È l'alba: sabato, giorno di mercato. Passano frotte di bestiame sospinte dai bo vai: i grandi buoi della pianura padana, bianchi, dalle lunghe corna, e carretti dalle alte sponde dove si pigiano vitellini dai dolci occhi. Il grido dei fruttivendoli e degli erbaroli: – Carciofi, arance, patate! – e le servette spettinate si affacciano agli usci con la sporta in mano, e lo spazzino con la lunga scopa fa la sua prima apparizione sulla riviera e ha l'aria meno infelice che nelle altre ore della giornata. Talvolta, di prima mattina, il fiume, la strada, hanno improvvise parentesi di silenzio, di solitudine. La vita pare un attimo sospesa, il fiume fermo tra le basse sponde. Un pescatore siede sulla riva e ha immerso la lenza. Per la riviera nessuno. La pianura grassa verdissima, a perdita d'occhio.

Amici ed amiche vengono spesso a tenermi compagnia. Devono volermi bene davvero, o considerarmi coll'indulgenza accordata ai morituri, ché mi ascoltano con infinita pazienza, ed io non parlo che di mali di pancia, di decotti e di panatelle.
E di che potrei parlare? Questo è oggi il mio pensiero dominante. Anche il mio lavoro ab bandonato, forse... Ma invece di quello non parlo. È sempre troppo ciò che si dice del proprio lavo ro, come della propria intimità. Partiti gli amici, un po' mi rimorde la mia noiosità, un po' mi conso la il pensiero che anche Montaigne s'intratteneva volentieri delle sue coliche, senza perciò cessare d'essere un saggio.

Montaigne... Ogni stagione di vita ha il suo libro, e lo stesso libro non ci è caro a primavera come ad autunno.
Prigioniera di me stessa, rileggo Montaigne in questi giorni con la sensazione di aver ritrovato un amico: un caro, vivo, vivissimo amico.
Quanto mi piace il tono semplice, pacato, con cui dice cose intelligibili ed umane. Quanto mi piace questo frutto pieno di succo, questo fondo profondo dove si può sempre attingere – poca rena e molto oro –; modernissimo, anzi attuale, oggi e finché saranno uomini sulla terra. ...La science du savoir est moins prisable que celle du jugement: cette cy se peut passer de l'autre, et non l'autre de cette cy.
E benché in quest'ora sia ritenuto quasi pregio o civetteria lo scrivere sgangherato e claudicante in barba a sintassi, a grammatica e ad altre simili stagionate cosucce – (attenzione, è malattia contagiosa!) –, come ristora questo stile ben saldo in gambe, equilibrato; semplice ma non dimesso; ricco, ma non ampolloso né prolisso – (ceux qui ont la matière exile l'enflent de paroles) – con quel tanto di carne e pelle sopra solide ossa per creare un corpo vivo, inscindibile tra materia e forma. E quell'essere divertente senza superficialità, e profondo senza pesantezza, e spiritoso senza sguaiataggine: o Montaigne, caro vecchio Montaigne, quanto sei più giovane di tanti giovani.
Avviene però, allorché si ha grande fiducia in qualcuno, di supporre di trovare in esso spiritualmente anche quello che non ha: così mi è avvenuto in questi giorni di chiedere a Montaigne una parola di luce. Malati, si pensa involontariamente alla morte, e non sempre con serenità...
Dalla più alta e più perfetta forma di vita precipitare nella più bruta, nella più elementare; dopo aver avuto un volto, uno sguardo, un sorriso, diventare una zolla di terra, un sasso, un gas... Non sarà nulla, allora, ma è il pensiero, prima, che angoscia. E quando ci si perde a fantasticare su un problema come questo, si sa di dove si parte, ma non si sa dove si arriva. Le strette pareti di una religione diventano argini insufficienti al pensiero. Problemi più vasti sorgono e si concatenano e stringono l'animo di implacabile assedio. Forse il nostro errore è di dare troppa importanza alla nostra piccola vicenda individuale, a questa forma e coscienza che ci è così fugacemente e transito riamente concessa? Di considerarla presuntuosamente a parte dai fenomeni della vita universale, di attribuire ad essa un significato, una durata, una consistenza, una responsabilità? Ah, conversando troppo con sé stessi si finisce per divorare sé stessi.
E tutto viene trascinato nel dibattito, anche la spiegazione delle spiegazioni...
– E tu, vecchio amico, che ne opini? Potresti farci l'incantesimo come al fanciullino di Cebète? So che anche tu hai pensato quasi troppo a «quella cosa». – Il n'est rien du quoi je me suis dès toujours plus entretenu que des imaginations de la mort... Potresti dire la parola grande che pacifica gli animi? Forse in passato nelle tue pagine io non l'ho volonterosamente cercata. –
Ma non l'ho trovata neppure oggi. Anch'«egli» cercava. Tentava con la mano la terra, e con l'acuto sguardo il cielo, chiamava a conclave i sette savi della Grecia, e scriveva pagine di ragionamento, non di luce.
In certi momenti della vita si avrebbe invece bisogno proprio di questo: di luce; di luce assoluta, abbagliante. Ma nessuno forse potrebbe farci tal dono, neppure l'amico più ortodosso, neppure Pascal. ...Le silence éternel de ces espaces infinis m'effraie... È inutile, la luce non viene dal di fuori. Quando mi raccontano che Tizio o Caio si è convertito per aver ascoltato il tal sermone o letto il tal libro, penso senza alcuno scetticismo che già nel suo animo il lavorìo segreto della conversione fosse in gran parte compiuto prima della lettura e prima del sermone.
Montaigne concluse spesso i suoi ragionamenti con una professione di fede. Conscio è certamente il saggio che il dubbio è un terribile contagiatore. E par che ammonisca: – Incommensurabile conforto il credere; il non credere può essere tragedia. Ma se qualcuno, per essere sincero con sé stesso, deve scegliere la tragedia, onestamente non lo lasci trapelare dagli scritti né dalle parole: non dia l'esempio. Non tutti i polmoni sono abbastanza forti per resistere a un clima tragico, e la sconsolata nudità del non credere priverebbe i deboli di una forza che, appunto perché irragionata, è illimitata e profonda. –
Dice? Non dice? Io ho letto così.
Tra le due basse rive colorate di innumerevoli verdi, guardo l'acqua del fiume eternamente scorrere. E al di là del fiume, grandi campi arati, odore di terra bagnata, gli Euganei azzurri al limite dell'orizzonte.
Quanto bella sei, malgrado morte o vita, o natura!
– Il faut être toujours botté et prêt à partir...
No, non sono pronta. Lasciami qui ancora un poco, o mio Dio.

Sogno di Natale, di Luigi Pirandello

Sogno di Natale
di Luigi Pirandello

"Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l'impressione d'una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l'anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors'anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.
Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori... E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo:
- Buon Natale - e sparivo...Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d'incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d'un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.
Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l'immagine di lui m'attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m'arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.
Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d'una luce interiore, sorvolava su un'alta siepe di rovi, che s'allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant'egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.
Dall'irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d'una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell'immenso arco dell'orizzonte.
Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.
A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d'una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.
- Non dormono... - mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d'odio e d'invidia pronunziate nell'interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l'impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: - Anche per costoro io son morto...
Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch'ero la sua ombra per terra, non mi disse:
- Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.
Era una chiesa magnifica, un'immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d'oro alla volta, piena d'una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l'altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d'incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d'argento splendevano a ogni gesto le brusche d'oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.
- E per costoro - disse Gesù entro di me - sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.
Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:- Cerco un'anima, in cui rivivere. Tu vedi ch'ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l'anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo... Cerco un'anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d'ogn'altro di buona volontà.
- La città, Gesù? - io risposi sgomento. - E la casa e i miei cari e i miei sogni?
- Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.
- Ah! io non posso, Gesù... - feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.
Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l'impressione sul mio capo inchinato, m'avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.

La causa di alcuni cambiamenti recenti, di Alasdair Gra

Safarà editore porta in libreria Storie perlopiù importanti, di Alasdair Gray , tradotto da Enrico Terrinoni e illustrato dallo stesso Gray. Alla prima prova in un libro di racconti, l’autore di Povere creature! l’autore ci porta in un’immersione profonda nella sua poetica singolare e caleidoscopica: uomini che si dividono litigiosamente a metà, cantine che si affacciano sul cuore del mondo, costruzioni che mirano a trafiggere il cielo e missive che attraversano arcani imperi per raggiungere civiltà future.
Finemente illustrati, cupmente divertenti e intrisi di mito e idealità: ciascuno di questi racconti pirotecnici è una miniatura che restituisce, a chi la osserva, la mappa dell’universo umano, sociale e intellettuale del grande artista scozzese.

Cattedrale vi propone uno dei racconti del testo, per gentile concessione dell’editore.


LA CAUSA DI ALCUNI CAMBIAMENTI RECENTI
di Alasdair Gray

 

I dipartimenti di pittura delle scuole d’arte odierne sono pieni di gente scontenta. Un giorno Mildred mi disse: «Sono stufa di perdere tempo. Cominciamo a lavorare alle dieci e dopo mezz’ora siamo già stanchi: i ragazzi cominciano a tirarsi pallini di carta e le ragazze se ne stanno a chiacchierare accanto ai termosifoni. Quando iniziamo ad annoiarci ci trasciniamo in mensa a bere caffè e non ci divertiamo mica, ma che altro possiamo fare? Non ne posso più. Voglio dedicarmi a qualcosa di potente e costruttivo».
 Allora le dissi: «Scava un tunnel».
 «Cosa?».
 «Anziché bere caffè, quando ti annoi scendi nel seminterrato e scava una via di fuga».
 «Ma se volessi scappare potrei uscire dalla porta principale e non ritornare più».
 «Non si scappa mica così. Il Ministero dell’istruzione ti toglierebbe la borsa di studio e dovresti lavorare per campare».
 «Ma dove potrei fuggire?».
 «Non ha importanza. Viaggiare pieni di speranze è più bello che arrivare in qualsiasi destinazione».
Il mio suggerimento non intendeva essere serio, ma nel dipartimento di pittura riscosse un grande successo. Nel seminterrato, dove non va quasi mai nessuno, una lastra di pietra venne rimpiazzata da una botola nascosta. Sotto di essa, fu scavato un vano che raggiungeva le fondamenta della scuola. Il tunnel iniziava lì, e proprio in quel punto diverse squadre a turno azionavano un verricello che estraeva casse di detriti, i quali finivano poi in sacchi che venivano fatti uscire di nascosto insieme alla biancheria. La scuola era stata costruita su un blocco di quarzo igneo: non c’era pericolo che le pareti cedessero, e non servivano sostegni o puntelli. Le operazioni di scavo erano semplificate grazie all’uso di solventi chimici che, applicati alla superficie di roccia con uno spray, la rendevano ghiaiosa e malleabile. Il merito di questa invenzione era del dipartimento di disegno industriale, i cui studenti disprezzavano i pittori impegnati a scavare il tunnel, ma erano interessati alla sfida dal punto di vista tecnico. Senza il loro aiuto non si sarebbero raggiunte quelle profondità.
Nonostante l’inizio promettente, mi aspettavo che il progetto fallisse per mancanza di sostegno come era success alla rivista, ai gruppi di discussione e alla gita a Linlithgow, perciò fui sorpreso tre mesi dopo nell’apprendere che l’entusiasmo non accennava a diminuire. Il consiglio di rappresentanza degli studenti era pieno zeppo di membri del comitato per il tunnel e si organizzavano continuamente dei balli per pagare l’installazione di macchinari più potenti. Una sorta di tensione iniziò a percorrere tutto l’edificio. Gente che saltava al minimo rumore, che rideva forte a battute fiacche o litigava senza esser stata provocata. Forse temevano inconsciamente che il tunnel avrebbe aperto una crepa vulcanica, anche se fino ad allora non si erano registrati aumenti di temperatura, né fuoriuscite di acqua o presenza di gas. Ogni tanto mi chiedevo come fosse possibile che il progetto restasse impermeabile a ogni interferenza. Un’impresa ingegneristica sostenuta da diverse centinaia di persone difficilmente può rimanere segreta. Era naturale che le persone al di fuori della scuola considerassero le dicerie frutto della fantasia, ma perché nessuno dei professori interferiva? Solo una minoranza di loro sosteneva attivamente il progetto, e due si presero delle mazzette per restarsene zitti. Sono certo che il preside e il vicepreside non sapessero nulla, ma gli altri che sapevano, perché non hanno parlato? Forse consideravano il tunnel una via di fuga anche per loro. Un giorno i lavori si fermarono. Durante la pausa caffè la squadra del primo turno del mattino scoprì che l’entrata del seminterrato era stata sbarrata. Il tunnel aveva molte entrate, ma erano tutte sbarrate, e poiché il comitato era svanito nel nulla si pensò che fossero dentro. Iniziarono a girare voci di ogni tipo.


Mi sono sempre tenuto alla larga dai movimenti di massa, perciò quando una sera incontrai la presidente del comitato in un corridoio solitario del piano superiore e le dissi: «Ciao, Mildred» non mi sarei neppure fermato se lei non mi avesse afferrato per un braccio dicendo: «Vieni con me».
 Mi condusse verso una porta poco distante che avevo sempre pensato desse su un ascensore in disuso. Disse: «Meglio se ti siedi per terra», poi chiuse il cancelletto dietro di noi e tirò una leva. L’ascensore cadde come un masso, producendo un suono talmente acuto da essere quasi inudibile. Dopo quindici minuti, decelerò con delle scosse violente prima di fermarsi. Mildred aprì il cancelletto e uscimmo.
Mio malgrado, rimasi impressionato da quel che vidi. Ci trovavamo in un corridoio con un soffitto ad archi, asfalto per terra e pareti ricoperte da bianche piastrelle. Curvava sia a destra che a sinistra e per questo non si riusciva a vedere per più di un miglio in ciascuna direzione. «Molto bene» dissi «davvero molto bene. Come avete fatto? Solo l’illuminazione fluorescente sarà costata una fortuna».
 Mildred disse con voce grave: «Non l’abbiamo mica fatto noi questo posto. Ci siamo solo arrivati».
 In quel momento passò un anziano in bicicletta. Indossava un berretto con la visiera e su un braccio portava una fascia con una sorta di mostrina; per il resto era nudo, poiché faceva molto caldo. Mentre ci superava fece un amichevole cenno di saluto con la mano.
 «Chi è quello là?» chiesi.
«Un funzionario, diciamo. Non ce ne sono molti in questo piano».
 «E quanti piani ci sono?».
 «Tre. Qui ci sono i dormitori e le mense per il personale, mentre sotto ci sono gli uffici amministrativi, e ancora più in basso c’è il motore».
 «Quale motore?».
 «Quello che ci fa girare intorno al sole».
 «Ma è la gravità a farci girare intorno al sole».
 «Ti hanno mai spiegato cosa sia la gravità e come operi?».
Mi sovvenne che no, nessuno l’aveva mai fatto. Mildred disse: «La gravità non è altro che una parola usata dagli scienziati di alto rango per nascondere la propria ignoranza».
 Chiesi cosa alimentasse il motore. E lei: «Il vapore».
 «Nessuna fissione nucleare?».
 «No, i ragazzi di design industriale sono sicuri si tratti di un motore a vapore, la cosa più primitiva che si possa immaginare. Sono là sotto a fare misurazioni e bozzetti assieme al resto del comitato. Tra un paio di giorni ti mostreremo un’immagine».
 «E nessuno si è chiesto che diritto avete di ficcare il naso in questa cosa?».
 «No. E così in tutte le grandi organizzazioni. I membri del personale sono talmente tanti che puoi andare dove ti pare, se sei abbastanza sicuro di te».
Di lì a mezz’ora avrei dovuto incontrare un amico, perciò tornammo all’ascensore e risalimmo su. Dissi: «Beh, Mildred, ovviamente la cosa è interessante, ma non so perché mi hai portato a vederla».
 E lei: «Sono preoccupata. Gli altri ridono del marchingegno, e parlano di fare delle modifiche. Pensano che possa migliorare il clima il fatto di avvicinarci al sole. Temo che si stiano sbagliando».
 «Certo che si stanno sbagliando! Dovreste studiare arte, non i moti planetari. Non avrei mai suggerito l’idea di questo progetto se avessi saputo che sareste arrivati fino a questo punto».
 Una volta al piano terra mi fece uscire e disse: «Ormai non possiamo tornare indietro».
 Immagino che ridiscese, perché non la vidi mai più.
Quella notte mi svegliò un’esplosione, e il mio letto andò a schiantarsi contro il soffitto. Il sole, appena tramontato, riaffiorò. La città fu inondata dal mare. Noi sopravvissuti ce ne restammo acquattati a lungo tra le rovine causate da terremoti, valanghe e trombe d’aria. Gli orologi andavano tutti a velocità differenti e il sole, dopo aver raggiunto il punto massimo di altezza a mezzogiorno, non accennava a spostarsi. Alla fine gli elementi si calmarono ed esaminammo la nuova situazione. Il pianeta si era chiaramente spezzato in tanti frammenti. Il nostro frammento non ruota più. Per goderci la luce delle stelle e l’oscurità, per farci una bella dormita di notte, dobbiamo raggiungere a piedi l’altra parte del mondo, un viaggio di diverse miglia, e poi uno altrettanto lungo per tornare indietro se vogliamo la luce del giorno.
Sarà dura ricostruire la vita com’era prima.

Fiabe oscure per notti inquiete: Pollicino, di Charles Perrault

Edizioni Arcoirids porta in libreria Fiabe oscure per notti inquiete, curato da Andrea Corona e tradotto da Stefano Cortese, Dario David Barrecchia e Francesco Maione, è il testo dedicato alle origini e all’evoluzione della fiaba italiana ed europea: Giovan Francesco Straparola, Giambattista Basile, Charles Perrault e i Fratelli Grimm sono gli autori che ci accompagnano dalle prime versioni scritte de “Il gatto con gli stivali” alle varie redazioni, qui messe a confronto e corredate da illustrazioni e note critiche, di intramontabili favole come “Raperonzolo”, “Pollicino”, “Cenerentola”, “Cappuccetto Rosso”, “La bella addormentata nel bosco” e tante altre.

Cattedrale vi propone uno dei testi della raccolta, per gentile concessione dell’editore.

 

POLLICINO
di Charles Perrault

 

C’era una volta una coppia di taglialegna che aveva sette figli, tutti maschi. Il più grande non aveva che dieci anni, il più giovane appena sette. Ci si potrà stupire che il taglialegna avesse avuto così tanti figli in così poco tempo, ma la moglie andava di lena, e ne partoriva non meno di due alla volta.
I due taglialegna erano assai poveri, e i loro sette figli erano un brutto impiccio, perché ancora troppo piccoli per guadagnarsi da vivere da soli. Ciò che li angustiava ancor di più era il fatto che il più piccolo fosse molto delicato e non dicesse una parola, e prendevano per bestialità quel che, in realtà, era un tratto della bontà del suo carattere.
Era davvero molto piccolo, e quando venne al mondo non era più grande di un pollice, e per questo tutti lo chiamavano Pollicino.
Questo povero bambino era il martire della casa, e tutti gli facevano sempre i dispetti. D’altro canto, egli era il più intelligente e il più saggio dei fratelli e, se parlava poco, ascoltava molto.
Venne una brutta annata, e la fame era così forte che quella povera gente risolse di sbarazzarsi dei figli.
Una sera che i bambini dormivano, e che il taglialegna era accanto al fuoco insieme a sua moglie, egli disse, col cuore serrato dal dolore: «Non possiamo più sfamare i nostri bambini, e non posso pensare di vederli morire di fame davanti ai miei occhi. Ho deciso di abbandonarli nel bosco. Sarà molto facile: mentre si divertiranno a raccogliere legna, noi ce la squaglieremo senza farci vedere».
«Ah!» strillò la taglialegna. «E tu saresti capace di sperdere i tuoi stessi figli?».
Suo marito le spiegò chiaramente quanto fossero disperati, e la moglie non poté che convenirne. Era povera, ma era pur sempre la loro madre. Tuttavia, considerando quale dolore avrebbe provato a veder morire di fame i suoi figli, finì per acconsentire e andò a coricarsi piangendo.
Pollicino aveva udito tutto quello che s’erano detti. Avendo inteso che i genitori parlavano di fatti gravi, era sceso dal letto in silenzio e si era ficcato sotto lo sgabello di suo padre per ascoltare senza essere visto. Poi tornò a coricarsi, ma non dormì tutta la notte pensando a quello che avrebbe dovuto fare.
Si svegliò di buon mattino, e andò al ruscello, dove si riempì le tasche di sassolini bianchi, poi tornò a casa. Si misero in cammino, e Pollicino non disse nulla ai fratelli di quel che aveva scoperto.
Penetrarono in una foresta assai fitta, dove era impossibile scorgere qualsiasi cosa a dieci passi di distanza. Il taglialegna cominciò a tagliare i rami, e i suoi figli a raccoglierne i pezzetti per farne dei fasci. Vedendoli impegnati nel lavoro, il padre e la madre si allontanarono senza farsi notare e poi, all’improvviso, fuggirono per un sentiero stretto e tortuoso.
Appena i bambini si accorsero d’essere rimasti soli, cominciarono a piangere e gridare con tutte le loro forze.
Pollicino li lasciò frignare, sapendo benissimo da che parte andare per far ritorno a casa: mentre camminava, infatti, aveva lasciato cadere lungo il sentiero i sassolini bianchi che aveva nelle tasche. Allora disse loro: «Non temete, fratelli miei: mamma e papà ci hanno lasciati qui, ma io vi ricondurrò a casa, seguitemi».
Gli andarono dietro, e lui li ricondusse a casa seguendo lo stesso percorso che avevano attraversato addentrandosi nella foresta. All’inizio non osarono entrare, ma rimasero tutti sull’uscio, ad ascoltare cosa dicessero il padre e la madre.
 Non appena il taglialegna e sua moglie erano arrivati a casa, il signore del villaggio aveva spedito loro dieci corone che da molto tempo gli doveva, ma che i due non si aspettavano più di rivedere. Ciò li rimise in vita, perché quella povera gente moriva di fame.
Il taglialegna mandò subito la moglie dal macellaio. Dato che da molto tempo non mangiava, comprò una quantità di carne tre volte superiore a quella necessaria per una cena per due persone.
Quando furono finalmente sazi, la taglialegna disse: «Ahimè! Dove saranno ora i nostri poveri figli? Farebbero finalmente un buon pasto con tutto quel che è avanzato. Sei stato tu, Guillaume, a volerli sperdere, te l’avevo detto che ce ne saremmo pentiti. Cosa ne sarà di loro in quella foresta? Ahimè! Mio Dio, i lupi potrebbero averli già sbranati! Sei stato davvero disumano ad abbandonare i tuoi figli in questo modo».
Alla fine il taglialegna perse la pazienza, perché ella aveva ripetuto più di venti volte che se ne sarebbero pentiti e che lei lo aveva detto. Minacciò di picchiarla se non si fosse azzittita. Non che il taglialegna fosse più arrabbiato di sua moglie, forse, ma lei lo faceva ammattire, e lui rassomigliava a tanti altri, che amano le donne che parlano bene, ma trovano assai inopportune quelle che dicono d’aver previsto tutto.
La taglialegna era in lacrime: «Ahimè! Dove sono adesso i miei bambini, i miei poveri bambini?».
Lo disse così forte che, avendola intesa, i bambini alla porta si misero a gridare tutti insieme: «Eccoci qua! Eccoci qua!».
La donna corse ad aprire la porta, e abbracciandoli disse loro: «Come sono felice di rivedervi, miei cari bambini! Siete molto stanchi e avete molta fame; e tu, Pierrot, quanto sei sporco, vieni a farti pulire». Pierrot era il figlio maggiore, che lei amava più di tutti gli altri, perché entrambi erano di pelo rosso.
Si sedettero a tavola e mangiarono con un appetito che fece piacere a mamma e papà, ai quali raccontarono, parlando quasi tutti insieme, della paura che avevano avuto nella foresta.
Quella brava gente era felicissima di rivedere i propri figli, ma la gioia durò finché durarono le dieci corone.
Quando il denaro fu tutto speso, ricaddero nella disperazione, e così decisero di smarrirli di nuovo e, per non fallire, di condurli molto più lontano della prima volta.
Tuttavia, non poterono discorre tanto in segreto senza che Pollicino ascoltasse e decidesse di cavarsi dall’impiccio così come aveva già fatto. Tuttavia, nonostante si fosse alzato di buon mattino per andare a raccogliere dei sassolini, non poté farlo, perché trovò la porta di casa chiusa a doppia mandata. Pollicino non sapeva più cosa fare, ma, quando il taglialegna diede a ciascuno di loro un tozzo di pane, il bambino pensò che avrebbe potuto usare quello al posto delle pietre, gettandone le molliche lungo il tragitto. Così se lo mise in tasca.
Il padre e la madre li portarono nella parte più folta e oscura della foresta e, non appena furono lì, se la svignarono.
Pollicino non se ne curò più di tanto, perché era sicuro di ritrovare il cammino grazie alle molliche di pane che aveva disseminato lungo il sentiero dov’erano passati, ma restò sorpreso quando non riuscì a trovare una sola mollica di pane: gli uccelli, infatti, le avevano mangiate tutte.
I fratelli erano molto angosciati, perché più camminavano, più si perdevano, addentrandosi nella foresta. Venne la notte, e si levò un vento così forte che li atterrì. Credevano fosse l’ululato dei lupi che si avvicinavano per divorarli. Non osavano quasi più parlare o voltare la testa. Cadde una pioggia battente, che li trafisse fino alle ossa; scivolavano a ogni passo e cadevano nel fango, da cui si rialzavano tutti impiastrati, senza sapere cosa fare.
Pollicino salì in cima a un albero, per vedere se fosse riuscito a scoprire qualcosa. Dopo aver voltato la testa da una parte e dall’altra, scorse un piccolo bagliore, simile a quello di una candela, ma molto lontano, oltre la foresta. Scese dall’albero e, quando fu a terra, non vide più nulla. Ciò lo rattristò. Tuttavia, dopo aver camminato per un po’ con i suoi fratelli nella direzione in cui aveva visto la luce, uscendo dal bosco, la vide di nuovo.
Giunsero finalmente alla casa dove baluginava la candela, e non senza timore, dato che spesso l’avevano persa di vista, soprattutto quand’erano costretti a scendere in un avvallamento.
Bussarono alla porta e una brava donna venne ad aprire. Chiese loro cosa volessero, e Pollicino le disse ch’erano dei bambini poveri, che si erano persi nella foresta e chiedevano per carità di dormire.
La donna, vedendoli tutti così belli, cominciò a piangere e disse: «Ahimè! Poveri bambini miei, da dove venite? Sapete che questa è la casa di un orco che mangia i bambini?».
«Ahimè!» rispose Pollicino, che tremava con tutte le sue forze così come i suoi fratelli. «Cosa faremo? Di certo stanotte i lupi nella foresta ci sbraneranno se non ci darete riparo in casa vostra e, stando così le cose, preferiamo essere mangiati dall’orco: magari avrà pietà di noi, se avrete la gentilezza di pregarlo».
La moglie dell’orco, che pensò di poterli nascondere al marito fino al mattino seguente, li fece entrare e li mise a scaldarsi accanto a un bel fuoco, dove già s’arrostiva la cena dell’orco, un’intera pecora.
Non avevano fatto in tempo a scaldarsi, che udirono tre o quattro forti colpi alla porta: era l’orco che rientrava.
La moglie li nascose subito sotto il letto e andò ad aprire la porta. L’orco chiese se la cena fosse pronta, e se il vino fosse stato già spillato, poi si mise a tavola. La pecora era al sangue, e aveva un sapore delizioso.
L’orco annusava qua e là, dicendo che c’era profumo di carne fresca nell’aria.
«Dev’essere questo vitello che ho appena macellato», spiegò la moglie.
«Sento odore di carne fresca, te lo ripeto» continuò l’orco, guardando la donna di sbieco. «Qui c’è qualcosa che non quadra». Detto questo, si alzò da tavola e andò dritto al letto.
«Ah! È così che vuoi ingannarmi, dannata femmina! Non so cosa mi freni dal mangiare pure te» disse. «Sei fortunata d’essere una vecchia bestiaccia! Ecco un giochino che m’arriva giusto in tempo per fare un regalo a certi orchi amici miei che verranno a trovarmi in questi giorni», e iniziò a tirare uno dopo l’altro i bambini da sotto al letto.
I piccoli si misero in ginocchio, chiedendo perdono, ma avevano a che fare col più crudele di tutti gli orchi, che, ben lontano dall’averne pietà, li sbranava già con gli occhi, dicendo a sua moglie che sarebbero stati dei bocconcini deliziosi quando avesse preparto una buona salsa.
Andò a prendere un grosso coltello e, avvicinandosi ai poveri bambini, lo affilò su una lunga pietra.
Ne aveva già agguantato uno, quando sua moglie gli chiese: «Che vuoi fare adesso? Non avrai abbastanza tempo domani mattina?».
«Sta’ zitta!» replicò l’orco. «Domani saranno frollati meglio».
«Ma c’è ancora tutta questa carne! Ecco, un vitello, due pecore e mezzo maiale!».
«Hai ragione» ammise l’orco. «Da’ loro una buona cena, ché non dimagriscano, e poi portali a letto».
La brava donna era felicissima, e portò loro una buona cena, ma i piccoli erano così spaventati che non riuscirono a mangiare. Quanto all’orco, iniziò a bere, felice di poter omaggiare così bene i suoi amici. Bevve una dozzina di bicchieri più del solito, e così la testa prese a girargli, costringendolo a mettersi a letto.
L’orco aveva sette figlie, ancora bambine. Queste piccole orchesse avevano tutte una carnagione bellissima, perché, come il loro padre, mangiavano carne fresca, ma avevano occhi piccoli, rotondi e grigi, nasi adunchi e bocche molto grandi con denti lunghi, affilati e molto distanti tra loro. Non erano ancora così malvage, ma promettevano bene, perché già mordevano i bambini per succhiarne il sangue.
Erano state messe a dormire presto e tutte e sette erano in un lettone, ciascuna con una corona d’oro in testa. Nella stessa stanza c’era un altro letto, delle stesse dimensioni: fu in questo che la moglie dell’orco mise a dormire i sette bambini, dopodiché andò a coricarsi con suo marito.
Pollicino, notate le corone d’oro, e temendo l’orco potesse avere un ripensamento per non averli scannati quella sera stessa, s’alzò verso mezzanotte, prese il suo berretto e quelli dei suoi fratelli, e andò a metterli in testa alle figlie dell’orco, dopo aver tolto loro le corone d’oro e averle messe in testa a sé e ai suoi fratelli, affinché l’orco li scambiasse per le sue figlie, e le figlie per i ragazzi che voleva ammazzare.
La cosa riuscì come aveva previsto: svegliatosi a mezzanotte, l’orco si pentì d’aver rimandato al giorno dopo quello che avrebbe potuto benissimo fare la sera prima.
Si gettò bruscamente fuori dal letto e, agguantato il suo coltellaccio, disse: «Andiamo a vedere un po’ come stanno i nostri piccoli monelli».
Così, a tentoni, salì fin nella stanza delle figlie, si avvicinò al letto dove si trovavano i bambini, che dormivano tutti, tranne Pollicino, che si spaventò molto quando sentì la mano dell’orco tastargli la testa così come aveva fatto con quella dei suoi fratelli.
L’orco, sentite sotto le dita le corone d’oro, disse: «Proprio un bel lavoro stavo per combinare. Devo aver bevuto troppo ieri sera!».
Poi s’avvicinò al letto delle figlie e, dopo aver tastato i berretti dei bambini, esordì: «Ah! Eccoli i nostri ragazzi! Lavoriamo, coraggio». Ciò detto, senza esitazione tagliò la gola alle sue sette figlie. Molto soddisfatto della spedizione, tornò a coricarsi accanto alla moglie.
Non appena Pollicino sentì l’orco russare, svegliò i suoi fratelli e disse loro di vestirsi in fretta e di seguirlo. Si calarono delicatamente in giardino e saltarono oltre il muro. Corsero quasi tutta la notte, tremando e senza saper dove andare.
Al suo risveglio, l’orco disse alla moglie: «Va’ sopra a preparare quei monelli di stanotte».
L’orchessa rimase molto stupita dalla gentilezza del marito, non sospettando affatto cosa egli intendesse in realtà per “preparare”, credendo le avesse ordinato di vestirli.
Salì di sopra, e restò inorridita quando vide le sue sette figlie sgozzate e immerse nel sangue, poi svenne (questo è il primo espediente al quale quasi tutte le donne ricorrono in tali casi).
L’orco, pensando che la moglie impiegasse troppo tempo a svolgere il compito che le aveva affidato, salì al piano di sopra per aiutarla. Non rimase meno impressionato quando vide quello spettacolo orribile.
«Ah! Che cosa ho fatto? Me la pagheranno, disgraziati, e presto!», strillò.
Gettò subito una brocca d’acqua sul grugno della moglie e, dopo averle fatto riprendere i sensi, disse: «Dammi subito i miei stivali dalle sette leghe, così potrò andare ad acciuffarli».
Partì per la campagna e, dopo aver corso in lungo e in largo in tutte le direzioni, finalmente imboccò il sentiero percorso dai poveri bambini, che adesso erano a soli cento passi dalla casa del padre.
Videro l’orco valicare una montagna dopo l’altra, guadare i fiumi con la stessa facilità con cui avrebbe attraversato un ruscelletto.
Pollicino, scorta una roccia cava vicina a dove si trovavano, fece subito nascondere i suoi sei fratelli e vi si nascose anche lui, senza mai smettere di guardare cosa facesse l’orco.
L’orco, ormai stremato da quel lungo, inutile viaggio (gli stivali dalle sette leghe stancavano assai il loro padrone), volle riposare, e per caso andò a sedersi proprio sulla roccia dove si erano nascosti i bimbi.
Dato che era sfinito, l’orco s’addormentò quasi subito, e si mise a russare così forte che i poveri bambini non ne ebbero meno paura di quando brandiva il suo coltellaccio per tagliar loro la gola.
Pollicino, che era un po’ meno spaventato, disse ai suoi fratelli di scappare a casa mentre l’orco dormiva della grossa, e che non si preoccupassero per lui. Seguirono il suo consiglio, e corsero di filato a casa.
 Pollicino si avvicinò all’orco, gli sfilò delicatamente gli stivali e se li mise subito ai piedi. Gli stivali erano molto grandi e molto larghi, ma, essendo fatati, avevano il potere di adattarsi a chi li indossava, e così bene che sembrò fossero stati realizzati apposta per le sue gambe e per i suoi piedi.
Andò dritto a casa dell’orco, dove trovò sua moglie che piangeva accanto alle sue figlie sgozzate.
«Vostro marito», disse Pollicino, «si trova in grave pericolo: è stato sequestrato da una banda di ladri, che minacciano di ucciderlo se non gli consegnerà tutto il suo oro e il suo denaro. Dato che ha il coltello alla gola, mi ha pregato di venir qui ad avvertirvi e consegnarmi tutto quello che chiedono, senza lesinare nulla, altrimenti lo uccideranno in maniera spietata. Dato che era urgente, per far presto ha voluto che prendessi i suoi stivali dalle sette leghe, e dimostrarvi pure che non sono un bugiardo».
 La brava donna, molto spaventata, gli diede subito tutto quello che aveva: quell’orco, dopotutto, era pur sempre un ottimo marito, malgrado mangiasse i bambini.
Pollicino, allora, carico di tutte le ricchezze dell’orco, tornò a casa di suo padre, dove fu accolto con grande gioia.
Sono molti coloro i quali non sono d’accordo con quest’ultima versione, e che sostengono che Pollicino non abbia mai commesso il furto e che non si fosse accorto di aver preso gli stivali dalle sette leghe, che l’orco usava solo per correre dietro ai bambini. Queste persone sostengono di averlo saputo da fonte attendibile, perché hanno mangiato e bevuto nella casa del taglialegna.
Ci assicurano che, quando Pollicino ebbe indossato gli stivali dell’orco, si recò a corte, dove seppe che erano in gran trepidazione a causa di un esercito che si trovava a duecento leghe di distanza e per il risultato di una battaglia che avevano ingaggiato. Si racconta che andò a trovare il re, e gli disse che, se avesse voluto, gli avrebbe portato notizie dell’esercito prima della fine della giornata. Il re gli promise una grossa somma di denaro se avesse avuto successo.
Pollicino riportò la notizia quella sera stessa e, divenuto celebre dopo questa prima corsa, ottenne tutto ciò che voleva: il re lo pagava assai profumatamente per portare i suoi ordini all’esercito, e un’infinità di dame gli offriva tutto ciò che desiderava per avere notizie dei loro amanti. Questo fu il suo più grande guadagno. C’erano alcune donne che gli commissionavano di scrivere lettere per i loro mariti, ma lo pagavano così male che lui non si degnava di tener conto di un compenso così misero.
Dopo aver lavorato per qualche tempo come corriere e aver accumulato una grande ricchezza, tornò da suo padre, ed è impossibile immaginare la gioia che provarono nel rivederlo.
Mise a proprio agio tutta la famiglia; acquistò nuovi edifici per suo padre e per i suoi fratelli, li sistemò tutti, e, al contempo, amministrò la propria di corte in modo impeccabile.

 

 

Morale

 

Non ci curiamo d’aver molti figli
Quando son tutti belli, ben fatti,
Alti e fuor splendenti;
Ma se uno è debole o non dice una parola,
o si disprezza, deride e pesta.
A volte, però, è quel monello
Che la famiglia tutta renderà felice.

 

Una sera nella foresta, di Sylvain Tesson

Sellerio porta in libreria Atlante della luce e dell’ombra di Sylvain Tesson e tradotto da Marina Di Leo. Trentuno racconti per accompagnarci nei luoghi più disparati e ameni del mondo, dalla Russia post-sovietica alla Siberia, dall’India all’Himalaya. La lente attraverso cui Sylvain Tesson ci racconta la realtà in cui viviamo è forse ancor più affascinante del solito: a muovere la narrazione è infatti la ricerca della luce e dell’ombra, le albe dell’Est e i tramonti dell’Ovest, in una dialettica mai risolta, mai pacificata.

Cattedrale vi propone uno dei testi della raccolta, per gentile concessione dell’editore.

 

UNA SERA NELLA FORESTA

Pëtr tornava dalla fiera del bestiame. A quei tempi rientrare a casa significava dover attraversare le montagne più alte e le valli più profonde.
Avanzava in sella a Fidel, il suo destriero. La campagna russa era l’immagine perfetta di ciò che i moscoviti del futuro avrebbero poi rimpianto, dopo averla meticolosamente sagomata. La prospettiva imponeva alle colline di disporsi in ordine decrescente, alle siepi di ricalcare il disegno degli appezzamenti, ai viali di dare l’idea della profondità di campo. Pëtr – stupido kulak – non poteva misurare l’intelligenza del paesaggio, ma con il suo rozzo cervello intuiva confusamente che la mano dell’uomo aveva trasformato la topografia e, grazie al cielo, respinto il caos. Per giunta era primavera, la stagione più odiata dalle anime tenebrose per le quali i germogli sono solo sintomi del prurito cronico che affligge la terra. I monaci amanuensi della vicina abbazia schernivano la stagione.
Si accaldavano in estate, si incupivano in autunno, sbiadivano in inverno, ma arrossivano in primavera, quando la vita cingeva d’assedio la loro roccaforte. A lui, cuore semplice, piaceva guardare le farfalle fare salotto sulle corolle, i reduci caracollare tra le ombrellifere e le cicindele scintillare sotto l’erba grassa. (Aveva un debole per la nomenclatura). Pëtr – mužik razionale – pensava che, se i fiori si accanivano con tanta energia a perforare l’involucro dei sepali per assistere allo spettacolo, doveva valerne la pena. E come avrebbero potuto sbagliarsi i fiori, opera di Dio che i monaci si limitano a riprodurre?
Il cavallo trottava. «C’è un’arietta sottile», mormorò Pëtr tra sé.
A dispetto della sua buona volontà, l’Uomo non aveva potuto sistemare tutte le terre del paese. Nonostante il lavoro d’accetta dei monaci che ridisegnavano il paesaggio affinché i futuri Šiškin o Nesterov potessero trarne ispirazione e farne lo sfondo delle loro tele, certe valli erano ancora ingombre di foreste dove proliferavano gli scandali abituali della Natura bruta. Per raggiungere la sua isba, Pëtr doveva addentrarsi nella foresta. «Chissà quante carneficine e quanti adulteri vengono commessi qua in mezzo...», pensò oltrepassando i primi alberi. «E quanti rampolli di insetti saranno rimasti orfani su questi muschi infradiciati...», pensò inoltrandosi nel bosco ceduo. «E chissà se queste gocce di rugiada non sono invece lacrime di creature abbandonate...», si chiese calpestando i rami abbattuti.
Era appena entrato nel folto della fustaia, quando la tempesta arrivò insieme alla notte. A furia di girovagare, Pëtr aveva perso tempo. Come recuperarlo ora che le spoglie cime degli alberi si piegavano sotto lo scalpello dell’uragano improvviso? Pëtr si perse nel bosco. Sentieri, viottoli e viali si confondevano nella tormenta. I tuoni laceravano l’aria e i lampi fuoriuscivano dagli squarci delle nuvole. Il cavallo si impennava a ogni fulmine, e Pëtr, sballottato sulla sella, sentì sopraggiungere il mal di mare. Non andava forse alla deriva come una barca in difficoltà nell’oceano di fango, sotto gli alberi grondanti?
Affondava negli strati di torba, si smarriva tra i rovi, vacillava sotto la sferza del vento. Imprecò contro quella primavera volubile che scagliava fulmini a fine giornata. La foresta non sembrava disposta a lasciarlo andare. Era il cavallo che – con uno scarto a destra e uno a sinistra – girava in tondo? Oppure la vegetazione che – con linfa rinvigorita dalla burrasca – cresceva a vista d’occhio, spostando in avanti i confini del bosco?
La tempesta gli si insinuò nel cervello. L’animo di Pëtr si indebolì. Le forze gli vennero meno, il suo coraggio si sgretolò. I sussulti del cavallo si trasmisero alle gambe del cavaliere, poi anche al busto e alle braccia.
Alla fine Pëtr tremava dalla testa ai piedi, in preda al panico. Pensava di morire quando scorse la luce. Uno scintillio lontano che il bosco mascherava a tratti e che ricordava il bagliore intermittente delle lucciole in estate.
Manovrò le briglie e fece strada verso la salvezza. Teneva lo sguardo fisso sul chiarore, frustando il cavallo. Il vago sfavillio prese forma. Pëtr distinse una sapiente illuminazione. Si fermò di colpo davanti a una cascata di luce.
La bufera si era arresa, vinta dai fari che sgominavano il buio. Una visione celestiale si presentò agli occhi di Pëtr: un castello da favola al quale la collera del cielo concedeva una tregua. Eppure appena più in là si sentiva infuriare la tempesta...
Una selva di torri e piccole garitte spuntava dai tetti baldanzosamente picchiettati di bandierine rosse. Le crociere erano tutte di marmo. Cornici levigate separavano i riquadri delle finestre aperte, che risplendevano come bracieri accesi. Dieci balconi si affacciavano su scalinate bianche che scendevano fino al parco. Il tracciato del giardino si rifletteva sulle superfici lucenti della facciata. Sculture di bosso, aiuole di giusquiamo, boschetti di rododendri disegnavano spirali che invitavano alla passeggiata.
Dalle due siepi simmetriche che costeggiavano il viale sporgevano torce a illuminare il percorso. Tutto era lussuoso e calmo. I dintorni deserti. Il silenzio regnava su quell’incanto. E il castello sembrava una residenza allestita per l’arrivo di un re. Sulla facciata si vedevano blasoni rossi e neri. Protetto, al sicuro, scampato alla tempesta, Pëtr emise un sospiro di sollievo. Mal gliene incolse. Povero, sfortunato Pëtr!
Era un castello di carte.

2021 © Éditions Libretto / Libella, Paris
2025 © Sellerio editore via Enzo ed Elvira Sellerio 50 Palermo

Il peso dei numeri, Giulia. Di Lucia Gaiotto

Hoppipolla porta in libreria Catalogo di donne sole, di Lucia Gaiotto. Le storie di questo catalogo sono tutte storie di donne che cercano di sopravvivere, in modi diversi, alla solitudine. 22 storie in cui esplorare le nostre ombre, le micce oscure che forse non si incendiano soltanto perché non si sono innescate le scintille giuste, quelle che farebbero saltare tutto. Ogni racconto scritto da Lucia Gaiotto si ispira liberamente a un Arcano Maggiore dei Tarocchi: 22 racconti brevi illustrati da Marie Cécile.

Cattedrale vi propone uno dei testi della raccolta, per gentile concessione dell’editore.

IL PESO DEI NUMERI
GIULIA

Dicono che siamo seicento, forse un paio di più forse un paio di meno. Ma in realtà a loro, di noi, non importa nulla. A loro importa degli uomini, non di noi e di Giulia. Giulia, se l’avessero incontrata per strada, avrebbero solo pensato che era bella; e noi nemmeno sapevano chi fossimo. A loro importa solo degli uomini, quelli scomparsi: seicento, forse un paio di più forse un paio di meno. Seicento è un bel numero, se li metti tutti insieme. Seicento automobili, seicento venta gli, seicento topi di fogna, seicento rossetti, seicento bicchieri, seicento donne, seicento uomini, seicento cadaveri. I numeri non pesano mai allo stesso modo, dipende da cosa ci metti di fianco.

Prima o poi ci siamo andate tutte, nel suo appartamento di periferia. Un po’ sgan gherato, in realtà. Ricordiamo, chi una cosa chi l’altra: un pentolino sempre sul fornello a gas, odore di cavolfiore e broccoli, tende spesse, un tavolo coperto con una cerata a fiori di scarso gusto, le piastrelle di graniglia, una poltrona sfondata con uno scialle a ricoprirne i buchi, un gatto nero talmente silenzioso da sembrare invisibile, un poster scollato con l’illustrazione di una Roma del 1600, bicchieri dal fondo spesso, un balconcino pieno di piante simile a una serra, fiori freschi – a volte anemoni, altre narcisi, più spesso margherite. Lei, però, era bellissima: fuori posto come quei fiori, elegante, vestita di nero, con un giro di perle al collo che chissà da dove arrivavano, in tutta quell’ordinaria medianità.

Riceveva su passaparola, solo persone fidatissime. Noi eravamo sempre l’amica dell’amica dell’amica che aveva saputo da un’amica. Era una raccomandazione anonima ma efficace e di requisito ne bastava uno. Quanto entravamo faceva un paio di domande, ci chiedeva se volevamo un caffè, metteva su la moka. Lei caffè niente, solo intrugli e tisane che bollivano in un pentolino. Aveva le unghie nere, il rossetto nero, il vestito nero e capelli biondissimi come ti immagini quelli degli angeli e delle vergini. Ma di vergini lì non ce n’erano, anche se molte di noi avreb bero voluto. Entravamo con il cappello o con un foulard che ci copriva il viso, ma poi capivamo che non c’era nulla da temere, che Giulia era una di noi – che quello che faceva lo faceva per soldi, sì, ma solo in parte. Perché la sua acqua la vendeva a chi diceva lei e le clienti eravamo noi: scelte dalla fortuna adesso, baciate dalla sfortuna – prima.

Giulia la sua acqua ce la consegnava in boccette tipo quelle di Lourdes. Piccole e tra sparenti, così come trasparente era quell’acqua che acqua non era. Non rivelò mai a nessuno la ricetta, le polveri che scioglieva, le quantità. La chiamava acqua perché era inodore, insapore, trasparente e limpida come i cristalli di rocca, come l’aria, come la verità, come l’acqua dei ruscelli, appunto. Dentro, però, si scoprì poi che c’erano arsenico e antimonio, in che dosi non si sa e con che cos’altro nemmeno. Era l’acqua di Giulia, un po’ come l’acqua di profumo alle rose e al gelsomino o come quei tonici per la pelle stanca. E a essere stanca, non era solo la pelle – lo eravamo tutte.

Non ci piace raccontarle a lungo, le nostre storie. Giulia lo capiva: ci ascoltava men tre mettevamo insieme due frasi, verificava giusto che ci fossero i requisiti. Un mari to violento, un amore tossico, un abuso quotidiano, il sesso non richiesto, le guance con i lividi, i polsi stritolati da braccialetti pesti. Non chiedeva come mai ci fossimo finite in mezzo, a quel matrimonio, e come mai non avessimo chiesto prima aiuto, perché non avessimo pensato di scappare quando era ancora possibile – ma poi, è mai possibile scappare da una gabbia in cui sei finita senza accorgertene? Come fai a uscirne se non sai nemmeno da dove sei entrata? Lei non chiedeva mai troppo e diceva sempre che le colpe non erano nostre. Non fino a lì, comunque. Dopo chi lo sa, c’era anche chi credeva in Dio e non sappiamo davvero come abbia conciliato le cose. In ogni caso, agimmo. Prendemmo l’acqua di Giulia, la mettemmo nella bor setta e ce ne andammo a casa – forse meno felici di prima ma sicuramente più forti. Giulia si raccomandava. Diceva che bisognava avere pazienza, mettere una goccia d’acqua o due nella minestra, nel bicchiere di vino e farlo per giorni, settimane, fino a quando la boccetta non finiva e nessuno poteva accorgersi della causa del malessere. Incidenti, malori. In quel periodo c’era la Malattia che girava di casa in casa e nessuno stava troppo a indagare per una morte di troppo. Alla fine, però, le morti le hanno contate e siamo arrivate a seicento, che in effetti messe insieme fanno un certo effetto. In ogni caso, non se ne sarebbero mai accorti se non fosse stato per la Contessa, la chiamavamo così per quelle arie che si dava e perché si credeva superiore a tutte, anche a Giulia, al punto da non seguirne le istruzioni.
Ebbe fretta, la Contessa. Versò la boccetta intera nel brodo e così fu facile, immediato, risalire al veleno.

Non ci hanno processate tutte. Alcune di noi erano già morte, altre partite, altre avevano cambiato vita e nome. Adelaide adesso ha una roulotte e viaggia per gli Stati Uniti con un bassotto vecchio e sdentato. Carmela prepara bistec che per i camionisti sull’autostrada del Sole. Luisa ha un salone di bellezza. Elvira studia fisica all’università. Giovanna ha cinque figli, ma nemmeno un marito – dove siano finiti nessuno lo sa bene. Emilia preferisce non parlare del passato e coltiva zafferano. Maria si è sposata di nuovo, con una grande festa. Una lavora a Palazzo, ma preferisce non dire il nome. C’è anche una poetessa, Irene. Se ci avessero scoperte tutte le carceri sarebbero piene. Han no stimato seicento, ma è una stima e ogni stima è di per sé una menzogna. Comunque, molte di noi dentro ci sono finite davvero: quelle delle morti più recenti, quelle che avevano più legami con Giulia. Non che importi qualcosa.

Giulia anche, ovviamente, è stata processata. C’è chi dice che l’hanno bruciata sul rogo, ma mica siamo nel medioevo e Giulia era tante cose però non una strega. Altri dicono che l’hanno presa i servizi segreti e che adesso lavora in Medioriente. Quelli con i piedi per terra parlano di carcere a vita. Noi ci dicia mo che il carcere era prima, e che Giulia lo sapeva bene perché l’aveva vissuto anche lei. Quello che è venuto dopo, dopo l’acqua e le inchieste e i processi, quella – nonostante tutto – era libertà.

Quando hanno chiesto a Giulia se si fosse pentita lei ha risposto: “È matema tica: solo matematica. I numeri non pesano mai allo stesso modo. Dipende da chi ci metti di fianco”.

La fine del mondo, di Enrico Macioci

Neo Edizioni porta in libreria Il grande buio, di Enrico Macioci. Una raccolta di dieci storie, ognuna delle quali cerca di afferrarne le possibili forme, prova a raccontarne gli improvvisi svelamenti.
Una riunione di condominio è la scena, non di un crimine, ma della fine del mondo; una donna racconta del suo essere madre e il ricordo porta a un omicidio; marito e moglie fanno la solita passeggiata in montagna ma stavolta c’è qualcosa o qualcuno insieme a loro; una coppia di ospiti convive con un odore nauseabondo mentre il padrone di casa che li ospita è partito alla ricerca della propria compagna; un uomo è svegliato nel bel mezzo di una notte estiva, in strada qualcuno sta giocando a tennis, il poc, poc, poc della pallina è il richiamo verso l’ignoto.

Cattedrale vi propone uno dei testi della raccolta, per gentile concessione dell’editore.

La fine del mondo

di Enrico Macioci

Quando sentì suonare il campanello, Vincenzo Parisi stava telefonando al figlio per la terza volta negli ultimi dieci minuti: non riusciva ad accendere Sky e aveva bisogno di aiuto, fra poco sarebbe iniziata la finale di Wimbledon. Per la terza volta il cellulare del figlio risultò muto e Vincenzo imprecò e scagliò il proprio sul divano, poi scese le scale fino alla porta d’ingresso.
Si trovò di fronte una ragazza alta e mora che indossava un paio di jeans stinti, una t-shirt bianca, scarpe da tennis celesti e occhiali da sole rialzati sulla fronte a fermarle i capelli. Non la conosceva.
«Sono Eva» si presentò lei. «Un’amica di Pietro».
«Pietro non c’è» replicò Vincenzo con un mezzo sorriso. La ragazza lo studiava seria e lui smise di sorridere. «Lo stavo giusto cercando al telefono».
«Anch’io» disse la ragazza. «Ma è sempre spento, perciò mi sono permessa di suonare».
«Entra» la invitò Vincenzo. «Fa troppo caldo fuori».
La ragazza avanzò di un passo, Vincenzo si spostò di lato e lei entrò. Si tolse gli occhiali dalla fronte e ne infilò un’asta nella tasca anteriore dei jeans. I capelli ricaddero e se li scostò. Odorava di sigaretta e crema abbronzante e aveva gli occhi chiari.
«Saliamo» propose lui richiudendo la porta, e lei lo precedé lungo le scale. Evitò di guardarla mentre la seguiva e pensò alla moglie, che in teoria doveva avere quasi concluso dall’estetista; decise di chiamarla con una strana fitta di nostalgia.
Il primo piano si componeva di soggiorno e cucina, e la ragazza lo osservò per alcuni secondi. Vincenzo la affiancò e chiese se avesse sete.
«Da morire» disse lei.
«Questo caldo assurdo» ripeté lui scuotendo la testa. «Una menta va bene?»
«Benissimo».
Vincenzo tirò fuori dal frigo una bottiglia d’acqua e una di menta, prese un bicchiere, mescolò con un cucchiaio, porse il bicchiere alla ragazza.
«Lei non beve?» domandò la ragazza prendendo il bicchiere.
«Certo». Vincenzo si voltò e ne preparò uno anche per sé, imbarazzato dall’estrema tranquillità della ragazza e dal fatto che con ogni probabilità lei gli fissava la schiena. Se ne stava lì, poggiata col sedere alla penisola, senza muovere un muscolo e senza parlare.
Pietro non era solito portare compagne a casa – del resto frequentava appena il primo anno di università, e di compagne ufficiali nemmeno l’ombra; la presenza di Eva rappresentava per Vincenzo una novità. Non che se ne intendesse di giovani donne e non che pretendesse di capire le nuove generazioni, ma si sarebbe aspettato da parte della ragazza un briciolo d’impaccio in più.
Dopotutto lui aveva cinquantadue anni e insegnava Letteratura moderna alla facoltà di Lettere, godeva in città d’un discreto prestigio e scommetteva che lei ne fosse a conoscenza.
«Studi Legge insieme a Pietro?» domandò, per spezzare il silenzio troppo prolungato.
Lei sorseggiò la menta, incrociò un piede davanti all’altro e annuì.
«Devo chiamare mia moglie» la informò Vincenzo, soffocando sul nascere un altro mezzo sorriso.
La ragazza non commentò e lui si diede del patetico. Non era abituato a giudicarsi duramente e il suo nervosismo crebbe. Digitò il numero di Ada, poi attese: il cellulare era spento.
«Anche quello di mia madre fa così» lo informò la ragazza. «E anche quello di mia sorella».
«Strano» disse lui. «Che sia successo qualcosa di serio?»
Raggiunse il divano, pentito di quelle parole malauguranti; prese il telecomando e schiacciò il tasto di accensione: il televisore lampeggiò, ma lo schermo rimase buio e muto.
«È successo qualcosa» ripeté crollando a sedere. Una striscia di sudore gli colava fra le scapole, bagnandogli la camicia e acuendo il suo disagio.
Eva si accomodò accanto a lui sul divano, ma lasciò fra di loro un posto libero. Premé la superficie del bicchiere sulla guancia e sul polso per rinfrescarsi.
«Avete un bellissimo parquet» disse e, senza aggiungere altro, depositò il bicchiere sul tavolino di vetro dove la moglie di Vincenzo era solita poggiare i libri o le sigarette, quindi si tolse le scarpe, che sistemò di fianco alla piantana nell’angolo. Tolse anche i fantasmini e li ficcò dentro le scarpe. Aveva piedi abbronzati e unghie smaltate di azzurro.
«Non ce n’è mica bisogno» disse Vincenzo indicandole goffamente i piedi.
«Non si preoccupi. A casa vado sempre in giro scalza».
Lui tossicchiò e, temendo di arrossire, si alzò e andò alla finestra.
La città si stendeva esausta sotto il gran caldo, e il sole pareva un maglio. Le strade erano deserte e il parco del castello brillava di un verde cupo e metallico. Una sirena prese a suonare, ossessiva e insensata, nell’arido centro del pomeriggio: non una sirena della polizia o dell’ambulanza o dei pompieri, ma quella di una fabbrica. Tranne che laggiù non c’erano fabbriche, non c’erano mai state. Vincenzo sentì di non avere scampo, e che forse nessuno l’avrebbe avuto. “Ada, Pietro” pensò. “Dove siete? E perché non rispondete?”
Si girò. La ragazza aveva recuperato il bicchiere dal tavolino e accavallato le gambe. Studiava la libreria al di sopra del televisore. «La collezione poetica uscita con Repubblica, giusto?» domandò.
«Giusto».
«E qual è il suo poeta preferito?»
«Baudelaire».
«I poeti mi annoiano» disse la ragazza con una smorfia. «A lei no?»
«A me no. Io li insegno e non mi annoiano» spiegò stizzito. Gli dava fastidio che la ragazza fingesse di non sapere che lui era un professore universitario, gli dava fastidio che fosse entrata in casa sua con tanta facilità, e per di più in un momento in cui sia Pietro che Ada non rispondevano al telefono; e la tv era rotta e lui non poteva vedere la finale di Wimbledon. Ma in special modo gli davano fastidio i suoi piedi nudi, la naturalezza con cui si era tolta le scarpe e con cui accavallava le gambe e occupava un posto sul suo divano. Sentì i propri piedi formicolare nei mocassini, dominò l’impulso di sbarazzarsene e poi comprese che tutti quei piccoli fastidi erano connessi e formavano un unico, grande, misterioso fastidio.
«Potrebbe redimermi» disse la ragazza con ironia, passando l'indice sul bordo del bicchiere. «Potrebbe aiutarmi a capire cos’hanno i poeti di così interessante, almeno finché non arriva Pietro».
«E se Pietro non arrivasse?» si sorprese a rispondere Vincenzo.
«Arriverà».
«Il suo cellulare è morto».
«Tutti i cellulari sono morti» ribatté la ragazza, e lui si rese conto che era vero. Chissà perché, aveva dato per scontato che il suo Samsung funzionasse.
Lo afferrò dal divano e controllò: lo schermo era buio, adesso. «Cristo» inveì. Un brivido lo percorse e, nonostante il caldo, si strinse nelle braccia, accarezzandosi i bicipiti. Fuori echeggiò il rombo di parecchi elicotteri. La sirena intanto si era zittita. Una macchina si fermò in mezzo alla strada, il guidatore scese e fuggì, lasciando lo sportello aperto. Una donna da qualche parte urlò. Strisce bianche solcarono il cielo sereno, vuoto e attonito.
La ragazza si alzò dal divano e posò un palmo sulla spalla di Vincenzo. «Sono sicura che Pietro sta bene» disse, e lui si sentì incredibilmente fragile e vecchio. Chinò il capo per distogliere lo sguardo dal viso della ragazza e lo posò sui suoi piedi nudi. Allora, bisognoso di sfogare la tensione, sollevò bruscamente il braccio destro e colpì il bicchiere che lei teneva nella sinistra. Il bicchiere precipitò a terra senza rompersi, e ciò che restava della menta si rovesciò addosso alla ragazza, sporcandole la t-shirt e i jeans.
«Scusami tanto» balbettò Vincenzo, indietreggiando e abbandonandosi sul divano.
«Non si preoccupi» rispose lei. Afferrò il lembo inferiore della t-shirt e la sfilò verso l’alto con una mossa rapida e aggraziata. Una coppa del reggiseno bianco era sporca e lei sfilò anche quello. I jeans erano macchiati sulla coscia destra, lei li sbottonò e aprì la lampo, lasciandoli scivolare intorno alle caviglie con un fruscio.
«I cellulari sono fuori uso e la tv idem e anche l’aria condizionata, temo, e la città sembra impazzita e anche il mondo, perciò sarà bene che noi ci rilassiamo e dimentichiamo i nostri ruoli e i nostri problemi e accettiamo di vivere in un modo diverso» disse scavalcando i jeans ammucchiati ai suoi piedi e passando il pollice sulla stoffa leggera delle mutandine.
Poi scese su di lui e lo guidò con dolcezza.

La benevolenza, di Gerardo Spirito



Effequ porta in libreria Pastorale mediterranea. Fabulario delle erbe amare, di Gerardo Spirito. Un immaginario sacro e fantastico in cui riecheggia il Cunto de li Cunti, attraverso transumanze, riti funebri, apparizioni e fondazioni, scopriamo le storie di questo fabulario, che affondano nella memoria della terra sannita e risuonano nei corpi, nei gesti, nelle migrazioni dei popoli del Sud.


Cattedrale vi propone un estratto del testo, per gentile concessione dell’Editore



La benevolenza
di Gerardo Spirito



I

Si fermano e si accampano in riva a un fiume. Il padre dissella i muli, li impastoia, li sfama. Il figlio scarica il carro e si allontana a raccogliere rami e foglie secche, poi torna, li ammucchia per terra e accende un fuoco. Si siedono intorno, mangiano focacce di segale e lenticchie. Bevono vino speziato. Poi il figlio recita il Credo e l’Avemaria e il padre racconta la storia di un santo romita che abitava in una grotta montana e parlava con lupi tassi e pettirossi. Dormono all’addiaccio alla luce delle stelle. Si risvegliano nel buio che precede l’alba. Danno da bere e da mangiare ai muli, riordinano il carro, ripartono sul tratturo magno. L’aurora traccia a est una linea insanguinata. Cippi di confine. Campi spietrati o a maggese. Attraversano un valico, crocicchi e sentieri che diramano verso ruderi e pascoli collinari, polloni di ruta e santoreggia. A mezzogiorno il cielo si copre di nuvole scure. Il vento soffia e porta dai boschi odore di biancospino e falasco. Lungo la pista incontrano un uomo. Dice di chiamarsi Canio. Tra i capelli pidocchi e fili d’erba secca. Gli occhi cisposi. Gli abiti raccogliticci. Gli offrono del pane azzimo e qualche oliva, del latte di capra. Canio li ringrazia con un inchino e dice: Che Dio misericordioso vi protegga e vi benedica. Il padre sorride e domanda: Dove siete diretto? Canio fa un sorso di latte e risponde: A casa; torno da mia madre e da mia sorella, sono stato fuori per lungo tempo. Dove siete stato? Di qua e di là; ho lavorato in un pascolo montano, nella bottega di un fabbro, in una carbonaia. Il padre domanda: Casa vostra è lontana? Canio indica con un braccio un punto vago a sud: Vengo dalla costa, cinque o sei giorni di cammino, un villaggio di pescatori; sono cresciuto lungo le sponde del Tirreno, un posto dove non fa mai freddo. Il padre annuisce. Canio fa un altro sorso di latte e poi si asciuga le labbra col dorso della mano: Come vi chiamate? Io sono Giuseppe, risponde il padre, Lui è mio figlio Giovanni. Giovanni non si muove, ascolta. Canio dice: Avete gli stessi occhi. Giuseppe lo ringrazia. Canio addenta un pezzo di pane, mastica, ingoia, poi scruta il carro e il telone che lo copre: Siete anche voi in viaggio? Sì, risponde Giuseppe. Poi, dopo un silenzio aggiunge: Siamo calderai. Calderai? Giuseppe annuisce: Vendiamo e ripariamo pentole e vecchie stufe, secchi di stagno di rame o di zinco; ci spostiamo da un paese all’altro. Siete ambulanti? Proprio così, dice Giuseppe, e fa cenno al telo che copre il carro: Abbiamo anche coperte, scarpe di stoffa, cerini, pietre focaie, vino e acquavite e breviari e opuscoli, e stampe in cavo o ad acquaforte; vi può servire qualcosa? Canio fa di no con il capo: Vi ringrazio, non ho bisogno di niente, porto l’essenziale. Capisco. E voi da dove venite? Giuseppe risponde: Dalle montagne; un paese di cavatori e taglialegna, un posto dove fa sempre freddo. Il freddo su questi monti è un tormento. Avete ragione. Canio fissa il cielo basso, poi di nuovo Giuseppe, e dice: Ho timore che pioverà, è meglio che vada. Giuseppe annuisce: Fate buon viaggio. Anche voi.


II


Inizia a piovere. Trovano riparo in una grotta calcarea sul fianco di una collina. Accendono un fuoco e aspettano che la pioggia passi. Ma la pioggia non passa. Si succedono lampi e tuoni. Pioggia fitta e obliqua. Cala il buio. Nella grotta il fuoco arde e il fumo stagna. I muli sono irrequieti. Giuseppe li nutre e li calma. Giovanni scuote le braci. Mangiano alla luce del fuoco strisce di carne essiccata. Bevono acquavite granulosa. Poi si mettono a pregare. Pregano a bisbigli. Poi smettono di pregare e parlano della pioggia, delle provviste, dei muli irrequieti, del Diluvio raccontato nelle Scritture. Poi Giuseppe dice a Giovanni: Addormentati, hai gli occhi stanchi. Giovanni si sdraia avvolto nella coperta e si addormenta. Giuseppe veglia il fuoco e i muli. Fuori il temporale infuria, illumina a giorno la notte. Alla prima luce del giorno Giuseppe esce dalla grotta. Aria umida. Nuvole lontane. Rientra nella grotta, scuote il figlio e dice: Il temporale è passato. Alzati e preparati. Ritornano sul tratturo. Avanzano e avanzano senza parlare e dopo un po’ tagliano per un campo di asparagi. Il cielo è limpido. Il sole bianco e accecante. Raggiungono una casa isolata ai confini di un bosco di tassi. Fermano il carro. Giuseppe dà una voce. Nessuno risponde. Chiama ancora. Da una finestra appare il viso raggrinzito di un vecchio; li guarda, sputa di lato. Giuseppe dice: Siamo calderai, ripariamo pentole e ferraglie e vendiamo breviari per le preghiere o coperte di lana per l’arrivo dell’inverno. Il vecchio non parla. Giuseppe insiste: Sarà un inverno lungo e molto freddo, queste coperte sono calde come stufe, vi terranno lontani dai malanni. Il vecchio grida: Non ci serve niente. Giuseppe esita, uno dei muli raglia e recalcitra. Il vecchio grida ancora: Portate via dal mio terreno quel carro e quelle bestie. Ripartono. Intorno, alture aspre e desolate. Coltivi di legumi, tartufi ed erbaggi. Un bastardino ossuto spunta da un solco usmando l’aria con affanno. I muli si fermano ragliando. Giuseppe getta un grido contro il cane e uno schiocco di lingua verso i muli. Il cane si accascia a bordo traccia e fissa in silenzio il carro passare. Incontrano un cantore. Barattano con lui una coperta per una fiasca vuota di pelle di pecora. Il cantore salmodia una canzone sulla misericordia, Giuseppe racconta una parabola su bufere e pescatori. Poi si salutano. Poco più avanti incontrano una fila di monaci scalzi dalle facce arrossate dal freddo. Offrono loro pane e latte. I monaci rifiutano intransigenti e li benedicono e benedicono il carro e i muli con gesti di croce. Prima di ripartire Giuseppe chiede: Quanto dista il paese più vicino? Un giovane monaco tonsurato risponde: Mezza giornata di cammino. Si salutano, ripartono. Non incontrano nessuno fino al paese.

Navigare necesse, di Marco Valle

Neri Pozza porta in libreria Andavano per mare, di Marco Valle. Un libro ibrido, dal fascino avvolgente. Avventure straordinarie e rischiosissime, ritmate dal frastuono dei marosi e dall’alito dei venti, in balìa della solitudine, del sole, del gelo, dalla sete e dalla fame. Storie di uomini di mare ma anche di astronomi geniali, temerari letterati, giramondo inquieti. Storie lontane, ma anche storie di oggi, che quest’Italia distratta e molto terricola ha spesso dimenticato. Ed ecco il motivo, la ragione di questo libro: ritrovare, riannodare quel lungo filo blu che si dipana dalle galee medievali e dalle caravelle colombiane e arriva sino al Rex che inalbera il Nastro azzurro, a Luigi Rizzo e Tino Straulino, alla saga di Azzurra, a Enzo Maiorca e Giovanni Soldini.

Cattedrale vi propone un estratto da uno dei testi, per gentile concessione dell’Editore

Navigare necesse
di Marco Valle

La grande stagione dei navigatori italici – con l’eccezione del Malaspina – si esaurì con l’inoltrarsi del Seicento, per l’intera penisola un secolo d’arretramento e declino. Come analizzato da Carlo Maria Cipolla, nell’arco di tre generazioni l’Italia da Paese ricco e sviluppato divenne una terra povera e arretrata, dominata «da una casta di possenti proprietari agrari che avevano ricacciato in secondo piano gli operatori mercantili, manifatturieri e finanziari». Sotto il peso della concorrenza straniera le esportazioni crollarono; la vita economica delle città centrosettentrionali, cuore della produzione manifatturiera, si ripiegò su pochi nuclei d’imprenditorialità, mentre il Meridione scivolava in una condizione di «gravissimo sottosviluppo: un paese di baroni poco o niente illuminati e di contadini analfabeti dove lo spazio del ceto medio era occupato quasi esclusivamente da avvocati e notai».1
La crisi delle produzioni padane e toscane assieme allo sfaldamento delle relazioni finanziarie e commerciali, accelerò il progressivo appannamento della vocazione marittima delle talassocrazie nostrane, ancora pingui ma ormai sfibrate, esauste; in modi e tempi differenti, Genova e Venezia smisero d’essere due dei massimi centri degli scambi mondiali e si rattrappirono in una opulenta neutralità sempre più disarmata. Una scelta miope.
In quel primo scorcio dell’Età Moderna il controllo del Mediterraneo passò di mano: era arrivato il tempo di Olanda e Inghilterra. Translatio imperii. Approfittando della fatica spagnola e dei tanti problemi italici, grandi vascelli nordici iniziarono a oltrepassare Gibilterra infilandosi nel Mediterraneo per affollare le banchine dei porti del Levante o, se capitava, per pirateggiare a loro piacimento. Nel frattempo, i martoriati litorali, sottoposti alla continua pressione dei corsari barbareschi, si spopolarono e impaludarono, gli scali decaddero e la navigazione – a eccezione delle residue linee venete, liguri e ragusee – si ridusse a un piccolo cabotaggio gestito da scarne comunità rivierasche.
A solcare le onde rimasero in pochi, e ancor meno furono coloro che non rinunciarono a combattere, tra questi l’ultimo navarca della Serenissima: il capitano da mar Francesco Morosini. Nel 1644, dopo una lunga fase di pace, i tamburi di guerra tornarono a rullare e la classe dirigente veneziana – come sottolinea Alvise Zorzi ancora «elastica, coraggiosa e capace di rischiare» – affrontò le ultime sfide contro il trisecolare rivale ottomano: le guerre di Candia (Creta) e di Morea (Peloponneso). I marciani, guidati dall’ottimo Morosini, ottennero vittorie navali importanti – il 19 ottobre 1667 a Stantia s’imposero in una delle rare battaglie notturne della storia – e sperimentarono con successo la guerra anfibia, impiegando i coraggiosi schiavoni oltremarini2 come fanti da mar in sincronia con l’artiglieria terrestre e la micidiale tecnica delle mine. Tanto valore e ingegno, ma nel 1669 le casse dello Stato erano vuote (“esser in Candia” divenne sinonimo di bancarotta) e le perdite divennero insopportabili. Il 6 settembre Morosini si rassegnò alla capitolazione e dovette accettare la cessione dell’isola, fatta eccezione per le enclaves fortificate di Suda, Grasbusa e Spinalonga e le isole di Tino e Cerigo nell’Egeo. Sulle quindici galee rientranti in patria gli ultimi difensori caricarono i tesori delle chiese e gli archivi relativi ai 465 anni d’amministrazione veneta a Creta.
Ma non era finita. Nel 1684 la Repubblica di Venezia riprese le armi con alleati potenti – austriaci e polacchi già vittoriosi a Vienna – e idee innovative. Nuovamente sotto il comando di Morosini, in quattro anni riconquistò quanto aveva perso in Morea e nello Ionio; nel 1687 fu la volta di Patrasso, Corinto e Atene, dove una cannonata veneta centrò il tetto del Partenone, facendo esplodere le polveri che i turchi avevano ammassato nel tempio. Mettendo a frutto l’esperienza acquisita nella guerra di Candia, l’ammiraglio coordinò strettamente la flotta con le forze di terra, facendo appoggiare gli sbarchi dall’armata sottile (le galee) e affidando all’armata grossa (i velieri) il compito di tagliare le linee di comunicazione turche. Ottimi successi che valsero al condottiero un monumento in bronzo, il titolo di Peloponnesiaco e poi, il 3 aprile 1688, quello di doge. Una breve parentesi. L’ormai anziano Morosini morì nel 1694 a Nauplia. Lo ricordano il prestigioso liceo navale di Venezia, istituito nel 1961 e a lui intitolato, e un pattugliatore d’altura varato nel 2020, terza nave della Marina militare a portare il suo nome.
La guerra proseguì tra l’Egeo e i Dardanelli in una serie di scontri navali dall’esito incerto. Nel 1699 il trattato di Carlowitz riconobbe al dogato il possesso del Peloponneso, l’isola di Egina nel golfo dell’Attica, le isole Ionie e alcuni capisaldi in Albania. Cipro e Creta, l’obiettivo finale della campagna, rimasero sotto le babbucce degli ottomani. Una conclusione agrodolce e poco redditizia: per difendere i poverissimi domini ellenici a Nauplia, Acorinto e Corone furono erette fortezze talmente formidabili che, riprendendo Zorzi, «pare impossibile che siano state costruite da una potenza di proporzioni e di risorse limitate, fanno pensare, piuttosto, a un impero di grandi proporzioni».
Una barriera imponente purtroppo mal difesa e incapace, nel giugno 1715, d’arginare e respingere l’ennesima offensiva turca. Conquistata la Morea, nel luglio dell’anno dopo l’esercito sultaniale investì con tutta la sua forza Corfù, la chiave dell’Adriatico. Energicamente guidata dal conte sassone Johann von Schulenburg, la piccola guarnigione resistette valorosamente; un’altalena di furiosi attacchi e contrattacchi, sortite e ritirate che si protrasse sino alla fine d’agosto quando gli invasori, pressati dalla flotta veneta, furono costretti a reimbarcarsi. Salvata l’isola, l’armata grossa impegnò a più riprese gli ottomani nello Ionio e poi nell’Egeo, e insidiò nuovamente i Dardanelli. Gli ultimi combattimenti avvennero nel golfo di Pagania, nel luglio 1718, con ventotto velieri che respinsero un convoglio nemico e a Dulcigno dove le galee sbarcarono 10mila uomini. Il glorioso commiato della vetusta marina remica marciana.
I successi navali non furono però sufficienti per “pesare” al tavolo della pace di Passarowitz. L’imperatore d’Austria Carlo VI, forte delle vittorie di Eugenio di Savoia a Petervaradino, Zenta e Belgrado, impose a nemici e alleati le sue condizioni. Il trattato, firmato 21 luglio 1718, obbligò i veneti a cedere la Morea, Tino, Spinalunga, Suda, nonché Antivari, Zarine, Ottovo e Zurbi. In cambio Venezia ottenne la restituzione di Cerigo, Butrinto, Prevesa e il mantenimento di Corfù e dipendenze. Misero risultato. Giustamente Zorzi fissa in quel momento storico l’esaurimento di una presenza risalente al tempo delle crociate: «Come potenza mediterranea, come potenza coloniale, Venezia ha cessato di esistere. Il possesso delle isole Ionie rappresenta soltanto un bel residuo dell’antico impero». Fu così che il sempre più ristretto patriziato lagunare – una classe ormai fiacca, languida e terribilmente cinica – inguainò le spade e volse definitivamente le spalle al mare.

Con l’evaporarsi di Venezia dalla scena mediterranea, la parallela agonia delle marinerie liguri e toscane e la parziale estromissione del Mare Interno dai grandi traffici mondiali, il Patrio Stivale s’interrò definitivamente. Nonostante alcune spinte in controtendenza – le politiche marittime di re Carlo di Borbone e del figlio Ferdinando a Napoli, gli investimenti dell’Austria teresiana sui porti di Trieste e Fiume, gli approcci navali sabaudi, la sorprendente resilienza della flotta mercantile di Ragusa di Dalmazia – il mare si estraniò dal pensiero stesso degli italiani. Significative a riguardo le riflessioni di Giacomo Leopardi nello Zibaldone: «Le idee relative al mare sono vaste e piacevoli per questo motivo, ma non durevolmente, perché mancano di due qualità, la varietà, e l’esser proprie e vicine alla nostra vita quotidiana, agli oggetti che ci circondano, alle nostre assuefazioni, rimembranze ecc. (dico di chi non è marinaio di professione) e anche alle nostre cognizioni pratiche; giacché la cognizione pratica, almeno ingrosso, l’uso e l’esperienza, una tal quale familiarità con ciò che il poeta ha per le mani è necessaria all’effetto delle immagini e sentimenti poetici; ed è per questo che piace soprattutto alla poesia quello che spetta al cuore umano».3
Una “mancata esperienza” di cui le ristrette élite nostrane iniziarono ad avere sentore e coscienza soltanto negli anni Trenta dell’Ottocento con l’avvento della prima rivoluzione industriale, una svolta epocale che si intrecciava a un’altra rivoluzione, questa volta spaziale. In pochi anni la navigazione a vapore, le ferrovie, il telegrafo (prima ottico e poi elettrico) determinarono una contrazione delle distanze e la creazione delle prime reti globali di comunicazioni. In breve tempo prese forma un sistema di interconnessioni e trasporti di massa, e tutto (o quasi) sembrò raggiungibile.
Su queste coordinate i segmenti modernisti di tutta Europa iniziarono a guardare con nuovi occhi il Mediterraneo, valutando con crescente interesse il dibattito sul taglio dell’Istmo di Suez. Fondamentale fu l’incessante agitarsi del francese Barthélemy Prosper Enfantin, per i suoi sodali semplicemente le Père Enfantin, personaggio pittoresco quanto ingegnoso che aveva trasformato i cenacoli intellettuali fondati da Claude-Henri de Saint-Simon in una comunità elitaria in cui strambi aspetti para-religiosi, aspirazioni comunistiche, critiche sociali si confusero e si mescolarono con intuizioni tecnologiche, progetti futuristici, sapori orientalisti. Fedeli alle formule del fondatore, i sansimoniani immaginavano un mondo régi par les savants, retto dai sapienti, e l’idea del Canale – concepita come sintesi di tecnica e poesia, grande opera di pace e concordia utile all’umanità tutta – divenne per gli entusiasti sognatori francesi il grande laboratorio transnazionale in cui l’“utopia del progresso” diventava infine realtà. Al tempo stesso lo scavo dell’idrovia divenne una prospettiva interessante per il “partito industriale” europeo, oltre che un nodo centrale del serrato duello tra Londra e Parigi per il controllo della via delle Indie.
Nelle aree più dinamiche dell’allora frammentata Penisola, la crescente consapevolezza della rinnovata centralità del grande bacino accese un inedito interesse sulla negletta dimensione marittima dell’Italia, suscitando in modo intermittente il recupero di una percezione del mare da tempo smarrita. Un sentimento che motivò, con risultati alterni, imprenditori illuminati e alcuni governanti a impegnarsi in pioneristiche iniziative armatoriali e limitati investimenti infrastrutturali. Per quanto flebile, la nuova “coscienza politica del Mediterraneo” alimentò anche le speranze e le aspirazioni del nascente movimento risorgimentale, determinando i primi disegni unitari. Negli scritti di Gioberti, Cattaneo, Balbo, Durando, Cantù, Mazzini cominciarono a prendere forma – seppur in maniera ideologica e astratta – l’immagine di un’Italia “navalista”, e persino acerbe ipotesi di una eventuale proiezione oltremare. Fu però un geniale conte torinese il primo a delineare con lucidità una solida ed efficace strategia navale, e a inserirla – prima come ministro della Marina del Regno di Sardegna e, dal 1861, del Regno d’Italia – nel contesto geopolitico ed economico del tempo. Si chiamava Camillo Benso di Cavour, il Pater Patriae.

1 Carlo Maria Cipolla, Storia facile dell’economia italiana, Mondadori, Milano 2017, p. 78.
2 Gli oltremarini erano i temuti soldati della Serenissima, conosciuti anche con il nome di schiavoni, volontari reclutati in Dalmazia, Albania Veneta e isole Ioniche. Formavano undici reggimenti comandati da ufficiali illirici, balcanici ed ellenici; a seconda dei reparti gli ordini erano impartiti, oltre che in veneto, in serbo, croato, albanese e greco. Impiegati inizialmente come fanti da mar, passarono poi al servizio in terraferma, presidiando fortezze e città. I centri d’arruolamento erano Zara e Corfù e una volta addestrati venivano mandati al forte del Lido oppure a Padova, centro militare dello Stato da Tera. Era richiesta una statura minima di un metro e sessantadue (altezza di tutto rispetto se si pensa a quella media di allora), un’età compresa tra i sedici e i quarant’anni, l’appartenenza alla religione cristiana e, soprattutto, un fisico robusto. Celebri l’amore degli schiavoni per il vessillo marciano, il fortissimo spirito di corpo (tra loro si chiamavano brate, «fratello») e la ferocia in battaglia. L’aspetto era pittoresco: capelli lunghi e incolti e gran mustacchi. Erano armati della micidiale spada schiavona, molto pesante e a lama larga, di pistola ad avancarica, pugnale a lama lunga e di un fucile senza baionetta.
3 Giacomo Leopardi, Zibaldone, Newton, Roma 1997, p. 397

© 2025 Neri Pozza Editore, Vicenza

Un pomeriggio a Battersea Park, di Alberto Canali

Un pomeriggio a Battersea Park , di Alberto Canali e pubblicato da Affiori - Perrone Editore, indaga una quotidianità fatta di rapporti incompiuti, sentimenti ambigui, azioni che si ripetono in loop estenuanti, paesaggi mortificati e piccole prevaricazioni lavorative. Un amore inseguito nella misteriosa e bellissima Cracovia, un incontro imprevisto in un parco urbano londinese assediato dalla speculazione edilizia, il consumarsi di una relazione tra due futuri medici all’Università di Edimburgo sono solo alcune delle storie di nostalgia e spaesamento di questa raccolta. Tra incontri e addii, tra la ritualità e l’imprevisto i protagonisti dei racconti non riescono a trovare un punto di equilibrio, almeno fino alla pagina finale delle loro storie.

Cattedrale vi propone la prima parte del racconto che da il titolo alla raccolta, per gentile concessione dell’editore.

Un pomeriggio a Battersea Park
di Alberto Canali

In metropolitana

Percorro la strada d’un fiato. Scarto nel piazzale già intasato dagli autobus. La stazione di Richmond è un monoblocco dalla facciata bassa e grigia: più che a una stazione, assomiglia a un ufficio pubblico di periferia. Guardo il grande orologio a lancette. Sono le sette e un quarto. È un venerdì di marzo dell’anno duemila e sedici e anche oggi sono puntuale. Un’alba senza sole come quella di tante mattine londinesi, anche se il venticello fresco che si alza dal Tamigi annuncia la fine dell’inverno.
Recupero dall’espositore un giornaletto gratuito, salgo le scale, passo il varco di accesso alla metropolitana e sono pronto per iniziare la giornata. Cammino fino all’estremità più lontana della banchina. Attraverso decine di sguardi persi nel sonno o assorti nei pensieri lenti delle prime ore della giornata.
I posti sulle panchine sono tutti occupati. Come sempre.
Aspetto in piedi l’arrivo del treno, in corrispondenza dell’ultima carrozza, quella meno affollata e dove c’è più speranza di sedersi.
 Mi tolgo il cappello, liberando i miei capelli ricci e morbidi, castani e ancora folti. Qualcosa di cui mi vanto ancora con i vecchi compagni di studi di Ingegneria a Genova. Tutti giovani adulti ormai calvi o in procinto di esserlo.
Il convoglio si fa attendere. Appoggio lo zaino sulla banchina. Respiro il puzzo di urina e di detergente che si mescola all’aria frizzante del mattino.
Su una panchina è seduto il mio vicino di casa, lo sguardo inclinato sull’iPad, assorto nella lettura.
Richard Green è un uomo distinto, dai capelli corti e neri, solo un po’ ingrigiti. Alto più del normale, magro, potrebbe avere quarantacinque anni. Nasconde il viso, scavato e poco espressivo, dentro un paio di grandi occhiali neri a montatura quadrata e lenti spesse. Un manager, come in Italia si usa dire di qualcuno la cui occupazione prevede una qualche forma elevata di responsabilità ma di cui è troppo complicato spiegare l’esatto contenuto, ammesso che lo si comprenda.
Brucio tutti sul tempo. Nessun colpo di fortuna, però. Soltanto esperienza e approfondite osservazioni statistiche.
Trovo posto in un piccolo scompartimento. Mi siedo vicino al finestrino. Su una poltroncina di velluto che quasi mi sembra comoda, considerato il livello di comfort che la metropolitana offre a quest’ora della giornata. Così posso starmene tranquillo fino a destinazione, senza preoccuparmi della folla che, fermata dopo fermata, mi cinge d’assedio.
Si parte. A ogni fermata le carrozze si riempiono di pendolari in misura variabile, proporzionale alla densità del quartiere attraversato.
Fuori dal finestrino il paesaggio di periferia a poco a poco sbiadisce e diventa ricordo. Entriamo nella Londra più urbana e conosciuta.
Passiamo Earl’s Court, fermata di una Londra a portata di studente che ho conosciuto al tempo dei miei vent’anni. Appartamenti, aria viziata e notti senza sonno.
Il treno lascia la superficie e s’infila nel buio di un tunnel sotterraneo. È qui che diventa The Tube, la vecchia e inossidabile metropolitana di Londra.
Tutte le mattine, da quattro anni, percorro questo identico tragitto dalla campagna fino al cuore della città. Ma il mio entusiasmo da neofita con in tasca una Oyster Card è già evaporato.
Per la solitudine urbana amplificata dalla folla che si stipa fin quasi a schiacciarmi. Per la monotonia che trasmette la via dove abito, la lunga fila di case tutte uguali, i muri esterni di mattoni sempre dello stesso colore marroncino, il bidone della spazzatura e, quando c’è, l’automobile parcheggiata. Senza parlare dell’assenza di alcune basilari funzionalità domestiche. Le finestre senza gli scuri che all’alba, sabato e domenica compresi, inondano la stanza di luce togliendomi il gusto di qualche minuto in più di sonno. L’impossibilità certificata di regolare la temperatura dell’acqua della doccia in un punto di equilibrio tra ebollizione e congelamento. I muri così sottili che mi domando se la tv sempre accesa sia la mia o quella dei vicini.
I passeggeri leggono libri o giornali, comunicano tramite moderni congegni elettronici o si isolano all’interno di grosse cuffie colorate. A me invece piace osservare le persone, immaginare cosa si nasconde dietro i profili anonimi, studiare i vestiti e il portamento, decifrare l’aspettativa della giornata, l’attesa per un incontro o il trascinarsi di un tempo sempre uguale.
L’immaginazione si fa più ispirata davanti alla varietà dei corpi femminili.
Gambe lunghe. E gambe corte.
Gambe nascoste e gambe mostrate.
Gambe storte e gambe da farti girare la testa.
E poi abitini colorati, scarpe dai tacchi esagerati e comode ballerine. Vestiti intonati alla sostanza attesa della giornata.
Il resto sono soprattutto classici abiti maschili.
Giacche e camicie inamidate. Divise d’ordinanza che poco lasciano intuire circa le sorprendenti modulazioni di personalità dell’homo britannicus, in perenne equilibrio tra understatement e senso dell’umorismo.
La ragazza seduta di fronte ha il viso affilato e la pelle chiara. Si nasconde dentro un caschetto di capelli biondi lisci. Sulla base del mio campione statistico, un’acconciatura di moda tra le giovani donne inglesi.
Indugio, poi punto gli occhi su di lei. Raddrizzo la schiena sul sedile. Distolgo lo sguardo verso i passeggeri appesi ai sostegni.
Ma l’immagine della ragazza è l’unica a distinguersi nel rumore di fondo del vagone. Alcuni suoi tratti, i capelli e i grandi occhi azzurri, sono così comuni a molte giovani donne inglesi che, quando le vedo sedute una a fianco dell’altra in metropolitana o intente a frugare la merce sugli scaffali dei grandi magazzini, mi pare che in giro per la città non ci sia soltanto una, ma cento o mille copie di quella ragazza.
Si chiama Rebecca. Così una volta un’amica l’aveva chiamata entrando nel vagone. E non fa orari regolari.
La guardo ancora con la coda dell’occhio, mentre tiene tra le mani After You, l’ultimo romanzo di Jojo Moyes. 
Avrà trent’anni, forse di più. La pelle è già segnata da qualche ruga. Rebecca non stacca neanche per un attimo gli occhi dal libro. Dopo le prime quattro stazioni il treno è già pieno e due passeggeri si infilano nello spazio tra i nostri sedili. Non la vedo più.
Vorrei che succedesse qualcosa.
Non succede niente.
Lascio andare i pensieri, e i desideri.
Chino la testa sul giornaletto gratuito. L’esperienza mi suggerisce un sano realismo nel tentare un’incursione che non sia accompagnata da una fascinazione fisica che mio malgrado non posso offrire. I miei occhi sono piccoli e poco penetranti. Il viso è tondo, ma simpatico più che bello. Gli occhiali, della forma di un piccolo ovale, sono leggeri e quasi trasparenti. Il fisico ordinario, anche se sportivo e ben tenuto. Meglio aspettare circostanze più favorevoli ai tempi lenti di una conversazione che probabilmente non ci sarà mai. Guardo di lato, prima a sinistra e poi a destra. A un paio di metri, appoggiato alla porta di servizio che separa una carrozza dall’altra, c’è Richard. Consulta il tablet, di sicuro starà lavorando.
Mi sono fatto l’idea che Richard sia una di quelle persone poco interessate a ciò che succede nel mondo e specialmente alla vita degli altri, immerse in una loro appagante economia dei sentimenti. Provo talvolta ad accennare qualche frase di circostanza, ma presto abbandono il campo. Anche una semplice conversazione non programmata su cose insignificanti sembra un disturbo. Così lui resta nel suo mondo e io nel mio. In Richard non c’è, almeno in apparenza, nessuna fibrillazione. Soltanto la rassegnata e consapevole accettazione del disagio di vivere e lavorare nella metropoli.
È venerdì. I trolley occupano gli ultimi spazi liberi della carrozza. Mi preparo all’ufficio. Ai riti e ai discorsi. Alle raccomandazioni dei colleghi che, uscendo trafelati a metà pomeriggio, mi saluteranno con un sorriso pieno di aspettative. Pronti a entrare nel week end, un mondo liquido in cui per due giorni è lecito trasformarsi in un altrove di sé stessi.
La mia debole percezione della discontinuità attesa per il fine settimana è bilanciata dai volti sicuri e determinati di Rebecca e Richard, compagni di viaggio a loro insaputa. Di certo loro ce l’hanno, un programma per il fine settimana.
Il treno, ormai prossimo alle stazioni del centro, rallenta la corsa.
All’interscambio con Victoria Station salgono gruppi di studenti. E poi immigrati in arrivo dalla periferia, manovalanza per uffici e alberghi di ogni genere.
Qualche mendicante resiste nella carrozzanon più di un paio di fermate. Poi si sposta verso il centro del treno alla ricerca di miglior fortuna. Per loro il fine settimana è soltanto lo stanco trascinamento dei giorni feriali, senza cuspidi né punti di discontinuità. Il massimo che possono sperare è che la temporanea sospensione delle preoccupazioni quotidiane favorisca nei passeggeri una disposizione d’animo più generosa, e di rimediare qualche sterlina in più delle poche che portano a casa in un’intera giornata di peregrinazioni e di infruttuose richieste.

Fine d'Agosto, di Cesare Pavese

Fine d’Agosto
di Cesare Pavese

Una notte di agosto, di quelle agitate da un vento tiepido e tempestoso, camminavamo sul marciapiede indugiando e scambiando rade parole. Il vento che ci faceva carezze improvvise, m'impresse su guance e labbra un'ondata odorosa, poi continuò i suoi mulinelli tra le foglie già secche del viale. Ora, non so se quel tepore sapesse di donna o di foglie estive, ma il cuore mi traboccò improvvisamente, tanto che mi fermai. Clara attese, semivoltata, che riprendessi a cammina re. Quando alla svolta c'investí un'altra folata, Clara fece per soffermarsi, senza levare gli occhi, un'altra volta in attesa. Davanti al portone, mi chiese se volevo far luce o passeggiare ancora. Restai un poco fermo sul marciapiede – ascoltai il fruscío d'una foglia secca trascinata sull'asfalto – e dissi a Clara che salisse, l'avrei subito seguita.
Quando, dopo un quarto d'ora, giunsi di sopra, mi sedetti a fumare alla finestra fiutando il vento, e Clara mi chiese attraverso la porta della stanza se mi ero calmato. Le dissi che l'aspettavo e, un istante dopo, mi fu accanto nella stanza buia, si appoggiò contro la mia sedia e si godeva il tepore del vento senza parlare. In quell'estate eravamo quasi felici, non ricordo che avessimo mai litigato e passavamo lunghe ore accanto prima di addormentarci. Clara capisce tutto, e a quei tempi mi voleva bene; io ne volevo a lei e non c'era bisogno di dircelo. Eppure so adesso che le nostre disgrazie cominciarono quella notte.
Se Clara si fosse almeno irritata per la mia agitazione, e non mi avesse atteso con tanta docilità. Poteva chiedermi che cosa mi fosse preso, poteva tentare lei stessa d'indovinarlo, tanto piú che l'aveva intuito – ma non tacere, come fece, piena di comprensione. Io detesto la gente sicura di sé, e per la prima volta detestai Clara.
Quel turbine di vento notturno mi aveva, come succede, inaspettatamente riportato sotto la pelle e le narici una gioia remota, uno di quei nudi ricordi segreti come il nostro corpo, che gli sono si direbbe connaturati fin dall'infanzia. La spiaggia dove sono nato si popolava nell'estate di bagnanti e cuoceva sotto il sole. Erano tre, quattro mesi di una vita sempre inaspettata e diversa, agitata, scabrosa, come un viaggio o un trasloco. Le casette e le viuzze formicolavano di ragazzi, di famiglie, di donne seminude al punto che non mi parevano donne e si chiamavano le bagnanti. I ragazzi in vece avevano dei nomi come il mio. Facevo amicizia e li portavo in barca, o scappavo con loro nelle vigne. I ragazzi delle bagnanti volevano stare alla marina dal mattino alla sera: faticavo per condurli a giocare dietro i muriccioli, sui poggi, su per la montagna. Tra la montagna e il paese c'erano molte ville e giardini, e nei temporali di fine stagione le burrasche s'impregnavano di sentori vegetali e torridi che sapevano di fiori spiaccicati sui sassi.
Ora, Clara lo sa che le folate notturne mi ricordano quei giorni. E mi ammira – o mi ammirava – tanto, che sorride e tace quando vede questo ricordo sorprender mi. Se gliene parlo e faccio parte, quasi mi salta al collo. È per questo che non sa che quella notte mi accorsi di detestarla.
C'è qualcosa nei miei ricordi d'infanzia che non tollera la tenerezza carnale di una donna – sia pure Clara. In quelle estati che hanno ormai nel ricordo un colore unico, sonnecchiano istanti che una sensazione o una parola riaccendono improvvisi, e subito comincia lo smarrimento della distanza, l'incredulità di ritrovare tanta gioia in un tempo scomparso e quasi abolito. Un ragazzo ero io? – si fermava di notte sulla riva del mare – sotto la musica e le luci irreali dei caffè – e fiutava il vento non quello marino consueto, ma un'improvvisa buffata di fiori arsi dal sole, esotici e palpabili. Quel ragazzo potrebbe esistere senza di me; di fatto, esistette senza di me, e non sapeva che la sua gioia sarebbe dopo tanti anni riaffiorata, incredibile, in un altro, in un uomo. Ma un uomo suppone una donna, la donna; un uomo conosce il corpo di una donna, un uomo deve stringere, carezza re, schiacciare una donna, una di quelle donne che hanno ballato, nere di sole, sotto i lampioni dei caffè davanti al mare. L'uomo e il ragazzo s'ignorano e si cercano, vivono insieme e non lo sanno, e ritrovandosi han bisogno di star soli.
Clara, poveretta, mi volle bene quella notte come sempre. Forse me ne volle di piú, perché anche lei ha le sue malizie. Noi giochiamo qualche volta a rialzare fra noi il mistero, a intuire che ciascuno è per l'altro un estraneo, e cosí sfuggire alla monotonia. Ma ormai io non potevo piú perdonarle di essere una donna, una che trasforma il sapore remoto del vento in sapore di carne.

Meno male che c'è Leonor, di Marta Jiménez Serrano

La Nuova Frontiera porta in libreria Questa volta sarà diverso, di Marta Jiménez Serrano, tradotto da Serena Bianchi. Con eleganza e sensibilità, Marta Jiménez Serrano disegna una mappa dell’intimità che attraversa la grande città e i suoi spazi affollati di solitudini, componendo un ritratto corale delle relazioni contemporanee.
Una geografia emotiva fatta di dettagli, ironia, slanci e fratture, che restituisce con grazia e intelligenza la complessità della vita a due.

Cattedrale vi propone uno dei racconti contenuti nella raccolta, per gentile concessione dell’editore.

Meno male che c’è Leonor
di Marta Jiménez Serrano

Pablo è l’ex compagno della mia compagna Patricia, e io, da buon compagno attuale, ho sempre odiato Pablo, fino a quando ho, più o meno, smesso di odiarlo, sebbene non abbia mai smesso del tutto. All’inizio l’odiavo a ragione, con buon fondamento direi, un fondamento non totalmente scevro dell’irrazionalità che caratterizza la gelosia. Poi l’ho odiato per inerzia, perché non conosco altro modo di comportarmi nei confronti dell’ex della mia compagna. Ovviamente, nella fase finale del processo, fingevo di odiarlo per lei. Pati diceva: è che Pablo non mi capiva quando volevo studiare interpretariato, e io replicavo: certo che era davvero poco comprensivo Pablo, tu devi inseguire i tuoi sogni, amore mio. Lei diceva anche: è che Pablo deve sempre decidere dove vederci e ogni cosa va fatta a modo suo, al che io replicavo: Pablo è decisamente troppo rigido. Lei argomentava perfino che Pablo era invadente, pesante, egoista e poco perspicace, e io, altrimenti non ti si sarebbe fatto scappare, amore mio.
In questo odio per Pablo tra noi si creava un’intesa, sebbene loro due, di tanto in tanto, si vedessero per un caffè. Quando Pati tornava, scambiavamo quattro chiacchiere, io chiedevo com’è andata e lei diceva be’, Pablo, lo conosci, e io dicevo sì, ma tutto bene? e lei sì, sebbene si sforzi di fare così e cosà io credo che sia ancora amareggiato. E allora io lo difendevo, devi capirlo, amore mio, è normale che sia amareggiato e, prendendo le difese del vile ex, mi sentivo la persona migliore del mondo, un modello, il brav’uomo di cui le generazioni future avrebbero dovuto seguire l’esempio.
A quel punto è arrivata Leonor.
Pablo ha smesso di essere amareggiato e lui e Pati hanno preso ad andare davvero d’accordo. Io mi accertavo che non andassero troppo d’accordo – gli avverbi sono di suprema importanza – e Pati mi assicurava di no, mi diceva no, sciocco, ma se adesso ha una compagna! Lo diceva mentre si toglieva la camicia e il reggiseno per mettersi il pigiama, perciò io rimanevo imbambolato di fronte ai seni perfetti di Pati, e mi dimenticavo di Pablo.
Neanche tre settimane dopo aver saputo che Pablo era felice con la sua nuova compagna, e dal momento che io ero felice con la sua compagna precedente, sono stato invitato a una moderna cena a quattro, un doppio appuntamento in cui ci saremmo comportati dagli adulti moderni e di aperte vedute che, ovviamente, siamo. Di certo la presenza di Leonor rendeva tutto più leggero. Un trio sarebbe stato strano, ma questa nuova situazione semplificava di molto le cose. Due coppie che vanno a cena fuori. Perché no? Pati si è truccata gli occhi in modo piuttosto pesante, si è messa un maglione lilla comodo e mi ha detto hanno prenotato loro, credo che andremo al peruviano, e io ho risposto ottimo, mentre stiravo la mia camicia a quadri di fronte allo specchio della camera da letto, una stiratura dell’ultimo minuto, e poi ho precisato che non avrei potuto fare troppo tardi perché il giorno seguente dovevo mandare in stampa un libro e lei ha commentato, dai, non è mica un intervento a cuore aperto. Non ho aggiunto altro e sono andato al doppio appuntamento come se stessimo andando a cena con un cugino, il fratello o con qualche suo compagno di università, anche se devo ammettere che un brusio di fondo – simile al rumore della lavatrice, del condizionatore o della caldaia quando è in azione – si insinuava nella mia testa, a rammentarmi che era pur sempre il suo ex compagno. Io rispondevo a quell’incessante brusio di fondo che era per l’appunto il suo ex, maiuscolo, EX, viene dal latino e significa “che è stato ma ora non più”, lo informavo didascalico. Allora il rumore impertinente mi diceva sì, non c’è dubbio, lui però l’ha portata in vacanza a Sifno e va’ a sapere cosa le farebbe che tu non le fai, cosa le direbbe che tu non le dici, e io mi sono schiarito la gola, ho bloccato di colpo la lavatrice a metà del programma di lavaggio e vedendoli sulla porta del ristorante che si salutavano ho pensato: meno male che c’è Leonor. Erano lì, una coppia che aspetta un’altra coppia sulla porta di un ristorante. Leonor che faceva in modo che Pablo non venisse associato a Pati, Leonor che arrivava e rendeva possibile quella cena, durante la quale, stando a quanto diceva Pati, io non avrei dovuto fare niente, niente, sciocchino, lasciati andare, lascia che le cose seguano il loro corso. Peccato che io non sono capace di lasciare che qualcosa segua il proprio corso, e questo Pati lo sapeva, anche se sembrava non dargli peso.
Ho salutato Pablo con una stretta di mano e un tiepido sorriso e mentre davo due baci a Leonor, guardavo con la coda dell’occhio il modo in cui Pablo salutava Patricia, dicendomi sei un cretino, sei un vero cretino, cosa vuoi che facciano, che si bacino appassionatamente lì? Quelle sono cose che eventualmente fanno quando si vedono di nascosto, no? Patricia è più furba di così. Ma subito mi sono detto dio santo, non si vedono di nascosto e non fanno un bel niente, Patricia è anche più buona di così, e poi questo qui lasciava i piatti fuori dal lavello senza dargli neanche una sciacquata e in!ne non ho potuto non pensare che anch’io dovevo iniziare a lavare i piatti più spesso.
Abbiamo ordinato quattro pisco sour e un antipasto ciascuno da mettere al centro, io ho preso il ceviche, gli altri non ricordo, ero troppo concentrato a fare il disinvolto per prestare attenzione a cosa avremmo mangiato a cena.
Terminati gli antipasti, Pablo mi ha chiesto, quindi tu fai l’editor?, e io l’ho preso come un insulto, editor e non ingegnere, ho pensato, editor e non multimilionario, ma prima che potessi dire qualsiasi cosa Leonor ha esclamato editor, interessante! E io ho pensato: meno male che c’è Leonor.
Meno male che c’era Leonor, quando Pati ha menzionato l’appartamento mansardato che aveva condiviso con Pablo e Leonor ha commentato che detestava le mansarde. Meno male che c’era Leonor quando il cameriere si è rivolto a me e Pati come a una coppia e Leonor rendeva chiaro che noi (da questo lato del tavolo) eravamo una coppia e loro (dall’altro lato del tavolo) ne erano un’altra ben distinta. Meno male, soprattutto, che c’era Leonor quando Pablo ha proposto di fare un altro giro e lei ha detto che si sentiva stanca, era meglio chiuderla lì, non sarebbe mancata occasione per rivederci. Io ne ho approfittato e ho detto che ero d’accordo, visto che il giorno dopo avrei dovuto mandare in stampa un libro di Simon Critchley ed ero un po’ in ansia, e a quel punto, per accomiatarci, abbiamo ripetuto la coreografia dei baci incrociati. Mentre Pati e Pablo si abbracciavano, Leonor mi ha dato due baci e mi ha chiesto Critchley? Ho adorato A cosa pensiamo quando pensiamo al calcio, e allora io, per la prima volta in tutta la serata, ho guardato davvero Leonor. Aveva lisci capelli castani, un maglione nero a collo alto e dei cerchietti dorati alle orecchie. Sorrideva il giusto, né troppo né poco. E conosceva Simon Critchley, a quanto pareva. Le ho detto che il libro era sulla tragedia greca e lei ha commentato: interessante e io le ho chiesto: davvero ti interessa? E lei ha risposto: certo, e così l’ho invitata alla presentazione che, salvo imprevisti, si sarebbe tenuta alla Fundación Telefónica di lì a un mese.
Quella sera, mentre mi mettevo a letto, ho tirato un sospiro di sollievo. Sentivo che non avevo più motivo di rivedere Pablo, avevo superato lo scoglio. Mi sono girato, ho abbracciato da dietro il morbido pigiama di Pati e ho chiuso gli occhi sereno pensando meno male che è arrivata Leonor!

Meno male che era arrivata Leonor: era quasi identica alla volta precedente. Maglione a collo alto grigio, cerchietti dorati, capelli lisci sciolti. Aspettava rispettosamente in un angolo che avessi terminato di salutare, di presentare l’autore ad alcune persone e di ringraziare il personale della Fundación Telefónica. Volevo soltanto ringraziarti per l’invito, mi ha detto. Lo hai trovato interessante?, le ho chiesto io. Molto, l’aveva trovato molto interessante. Le ho presentato velocemente Critchley, che doveva tornare in hotel perché aveva un volo l’indomani mattina presto, e l’ho invitata a unirsi al resto della casa editrice per una birra, più per formalità che per confidenza, convinto che avrebbe rifiutato. Di sicuro Pablo l’aspettava a casa, con i piatti ancora sporchi nel lavello, ma ai fornelli che preparava qualcosa di thai o di vietnamita, perché Pablo era un disastro, ma cucinava molto bene. Leonor, invece, ha detto d’accordo.
Siamo andati a piedi a La Realidad, abbiamo ordinato una birra al bancone e commentato un po’ la presentazione. Leonor ne sapeva abbastanza di letteratura e si inseriva bene, chiacchierava con Rubén e Bea, interveniva senza essere inopportuna, mi sorrideva dall’altro lato delle birre e non so in quale momento mi sono sorpreso a pensare che invece, al suo posto, Pati sarebbe stata un po’ invadente, un po’ protagonista anche quando non era il caso, un po’ criticona. Intelligente e simpatica sì, ma un po’ troppo. Mi sono sentito così in colpa per il paragone che ho ordinato un’altra birra, proprio nel momento in cui Rubén ha annunciato che se ne andava. Ho guardato gli altri e Leonor ha detto io un’altra la bevo, se vi va, e allora Bea ha detto anch’io, e io ho tirato un sospiro di sollievo, pensando meno male che c’è Beatriz!
Non è stata un’altra, sono state diverse altre birre e intorno all’una di notte ho ricevuto su Whatsapp un messaggio di Pati, ancora non torni?, e io ho risposto laconico che stavamo bevendo una cosa, e il fatto che dietro quella prima persona plurale fossimo in tre mi faceva sentire così sollevato che mi sono sentito in colpa per il sollievo. Poi Beatriz ha chiesto a Leonor che programmi avesse per la Settimana Santa. Lei ha detto non lo so, magari vado da qualche amico, oppure me ne resto a casa da sola, e allora mi sono reso conto che era tutta a sera che Leonor si comportava da single. Se non avessi saputo che aveva un compagno, avrei dedotto che non ce l’aveva. In tutta la serata non lo aveva nominato neanche mezza volta. Una tassativa prima persona singolare in ognuno dei suoi commenti. Una disponibilità rilassata, tipica di chi non ha alcun impegno, né ansia di averlo. Un martedì, all’una di notte, in un locale. Quando Beatriz è andata via e sono rimasto solo con Leonor, ho pensato di domandarle di Pablo.
Magari ci fosse stato Pablo!
Forse le andava di cambiare locale, le ho proposto, di passare al gin tonic, Pati prendeva sempre gin tonic con petali di rosa e bacche di ginepro e conoscevo un posto lì vicino. Leonor ha risposto per me una Mahou e sto, mentre staccava l’etichetta dalla bottiglia – era nervosa? –, e io sentivo che con Leonor tutto era deliziosamente semplice. Pati mi ha scritto, vado a letto, io ho chiesto a Leonor come stava Pablo e lei, sorridendo, mi ha detto che non lo sapeva, che non avevano mai fatto sul serio, e che dopo quella sera al peruviano non si erano più visti.
Come mai? Ho chiesto spaesato, eppure il ceviche era buono, la conversazione piacevole. Lei ha riso di nuovo. Perché l’aveva portata a quella cena solo per provocare Patricia, ha detto. E Leonor era tante cose – ha detto proprio così: io posso essere tante cose – ma un pretesto no. Un pretesto mai nella vita. E ha sorriso di nuovo, quel sorriso che è né sì né no, si è sistemata i capelli dietro l’orecchio destro e il cerchietto dorato ha scintillato, quanto era semplice, quanto era intelligente, quanto era bella – perché non ammetterlo? – quanto era bella. E mentre spegnevo il cellulare e ordinavo le ultime due birre, appoggiato al bancone, aspettando che tornasse dal bagno, pensavo che orrore, che sfortuna, che disastro, che congiuntura sfavorevole, che peccato. Che guaio che c’è Leonor!

La pioggia di fuoco. Evocazione di un disincarnato di Gomorra, di Leopoldo Lugones

Edizioni Arcoiris porta in libreria Ombre del tropico: tredici storie gotiche firmate da tre grandi narratori: Leopoldo Lugones, autore fondamentale per Borges e per il canone letterario argentino, l’uruguaiano Horacio Quiroga, considerato uno dei maestri del racconto latinoamericano, e il “principe delle lettere castigliane”, il nicaraguense Rubén Darío.

Cattedrale vi propone uno dei racconti contenuti del nel testo, per gentile concessione dell’editore.

La pioggia di fuoco.
Evocazione di un disincarnato di Gomorra

 

Spezzerò la superbia della vostra forza, farò in modo che il vostro cielo sia come di ferro e la vostra terra come di rame[1].

Levitico, XXVI – 19.

 

 

Ricordo che era un giorno di sole splendido, colmo del brulichio popolare, nelle strade assordate dai veicoli. Un giorno assai caldo e di tersa perfezione.
Dalla mia terrazza dominavo una vasta confusione di tetti, verzieri sparsi, un tratto di baia trafitto da alberi di nave, la linea grigia di un viale…
Verso le undici caddero le prime scintille. Una qui, un’altra là – particelle di rame simili ai residui di uno stoppino; particelle di rame incandescente che toccavano il suolo con un leggero crepitio di sabbia. Il cielo restava limpido come prima; il brusio urbano non diminuiva. Soltanto gli uccelli della mia voliera smisero di cantare.
Me ne accorsi per caso, guardando verso l’orizzonte in un momento di astrazione. In un primo momento credetti a un’illusione ottica dovuta alla miopia. Dovetti aspettare a lungo per veder cadere un’altra scintilla, poiché la luce solare le annegava abbastanza; ma il rame ardeva in un modo tale da spiccare ugualmente. Una rapidissima virgola di fuoco, e il lieve colpo sulla terra. Così, a lunghi intervalli.
Devo confessare che, nel constatarlo, provai un vago terrore. Esplorai il cielo con uno sguardo ansioso. La limpidezza persisteva. Da dove veniva allora quella strana grandine, quel rame? Ma era, poi, rame?
Era appena caduta una scintilla sulla mia terrazza, a pochi passi. Tesi la mano: era, sì, senza alcun dubbio, un granulo di rame che impiegò molto tempo a raffreddarsi. Per fortuna, la brezza si alzava, inclinando quella singolare pioggia verso il lato opposto della terrazza. Le scintille erano piuttosto rade, inoltre. A tratti si poteva credere che tutto fosse cessato. Ma non cessava. Una qua e una là, certo, ma continuavano a cadere quei temibili granuli.
In fin dei conti, non sarebbe stata quella pioggia a impedirmi di pranzare, dato che era mezzogiorno. Scesi in sala da pranzo attraversando il giardino, non senza un certo timore per le scintille. È vero che il tendone, abbassato per ripararmi dal sole, mi proteggeva…
Mi proteggeva sul serio? Alzai gli occhi; ma un tendone ha tanti pori, che non potei scorgere nulla.
In sala da pranzo mi attendeva un pasto squisito; poiché il mio fortunato celibato mi aveva insegnato due cose soprattutto: leggere e mangiare. A parte la biblioteca, la sala da pranzo era il mio orgoglio. Stanco delle donne e un po’ gottoso, in fatto di vizi amabili non potevo più aspettarmi nulla se non dalla gola. Mangiavo da solo, mentre uno schiavo mi leggeva storie di esplorazioni geografiche. Non avevo mai potuto comprendere i pasti in compagnia; e se le donne mi stancavano, come ho detto, comprenderete bene che detestavo gli uomini.
Dieci anni mi separavano dalla mia ultima orgia! Da allora, dedito ai miei giardini, ai miei pesci, ai miei uccelli, mi mancava il tempo per uscire. Qualche volta, nei pomeriggi molto caldi, una passeggiata lungo il lago. Mi piaceva vederlo, increspato di luna al tramonto, ma questo era tutto e passavano mesi senza che lo frequentassi.
La vasta città libertina era per me un deserto, dove si rifugiavano i miei piaceri. Pochi amici; visite brevi; lunghe ore a tavola; letture; i miei pesci; i miei uccelli; qualche notte con un’orchestra di flautisti, e due o tre attacchi di gotta all’anno…
Avevo l’onore di essere consultato per i banchetti, e due o tre salse di mia invenzione figuravano tra quelle elogiate. Questo mi dava diritto – lo dico senza orgoglio – a un busto municipale, con la stessa ragione per cui un mio concittadino ne aveva meritato uno per aver inventato un nuovo bacio.
Nel frattempo, il mio schiavo leggeva. Leggeva racconti di mare e di neve, che si accompagnavano perfettamente, nella siesta ormai inoltrata, alla generosa frescura delle anfore. La pioggia di fuoco forse era cessata, poiché la servitù non sembrava accorgersene.
All’improvviso, lo schiavo che attraversava il giardino con un nuovo piatto non poté trattenere un grido. Riuscì, tuttavia, ad arrivare al tavolo; ma il suo volto livido tradiva un dolore atroce. Aveva sulla schiena nuda un piccolo foro, in fondo al quale si sentiva ancora sfrigolare la scintilla vorace che lo aveva aperto. La soffocammo con l’olio, e fu portato a letto senza che riuscisse a trattenere i lamenti.
Bruscamente mi passò l’appetito; e sebbene continuassi ad assaggiare i piatti per non demoralizzare la servitù, questa si affrettò a comprendermi. L’incidente mi aveva turbato.
Era circa metà pomeriggio quando salii nuovamente sulla terrazza. Il suolo era ormai cosparso di granuli di rame; ma non sembrava che la pioggia stesse aumentando. Cominciavo a tranquillizzarmi, quando una nuova inquietudine mi sopraffece. Il silenzio era assoluto. Il traffico era paralizzato, senza dubbio a causa del fenomeno. Nessun rumore nella città. Solo, di tanto in tanto, un vago mormorio del vento tra gli alberi.
Era altrettanto inquietante il comportamento degli uccelli. Si erano ammassati in un angolo, quasi gli uni sugli altri. Mi fecero pena, e decisi di aprire loro la porta. Non vollero uscire; anzi, si strinsero ancora di più, terrorizzati.
Fu allora che cominciai a temere un cataclisma.
Pur non essendo grande la mia erudizione scientifica, sapevo che nessuno aveva mai menzionato piogge di rame incandescente. Piogge di rame! Nell’aria non ci sono miniere di rame. Inoltre, quella limpidezza del cielo non permetteva di congetturare la provenienza. E ciò che rendeva allarmante il fenomeno era proprio questo. Le scintille venivano da tutte le parti e da nessuna. Era l’immensità che si sgretolava invisibilmente in fuoco. Dal firmamento cadeva il terribile rame, ma il firmamento restava impassibile nel suo azzurro.
Poco a poco, mi invadeva un’angoscia strana; ma, cosa curiosa, fino a quel momento non avevo pensato di fuggire. Quest’idea si mescolò a spiacevoli interrogativi. Fuggire! E la mia tavola, i miei libri, i miei uccelli, i miei pesci, per i quali avevo appena inaugurato un vivaio, i miei giardini già nobilitati dall’antichità, i miei cinquant’anni di serenità, nella felicità del presente, nella trascuratezza del domani? Fuggire?
E pensai con orrore alle mie proprietà (che non conoscevo) dall’altra parte del deserto, con i loro cammellieri che vivevano in tende di lana nera e si nutrivano solo di latte cagliato, grano tostato, miele aspro…
Restava una fuga attraverso il lago, una fuga breve, dopotutto, se nel lago, come nel deserto, secondo logica, pioveva rame ugualmente; poiché, non provenendo da alcun punto visibile, quel fenomeno doveva essere generale.
Nonostante il vago terrore che mi inquietava, mi dicevo tutto ciò chiaramente, lo discutevo con me stesso, un po’ nervoso a dire il vero per il torpore digestivo della mia consueta siesta. E, dopotutto, qualcosa mi diceva che il fenomeno non sarebbe andato oltre. Tuttavia, nulla si perdeva nel far preparare il carro.
In quel momento l’aria si riempì di un vasto rintocco di campane. E, quasi contemporaneamente, mi accorsi di una cosa: non pioveva più rame. Il suono delle campane era un ringraziamento, quasi subito accompagnato dal brusio abituale della città. Questa si risvegliava, dalla sua fugace atonia, doppiamente loquace. In alcuni quartieri addirittura bruciavano petardi.
Appoggiato al parapetto della terrazza, osservavo con un inedito senso di benessere solidale l’animazione vespertina, che era tutta amore e lusso. Il cielo restava purissimo. Ragazzi indaffarati raccoglievano in scodelle la graniglia di rame, che i calderai avevano già iniziato a comprare. Era tutto ciò che restava della grande minaccia celeste.
Più numerosa che mai, la gente dedita ai piaceri colorava le strade; e ricordo ancora di aver sorriso vagamente a un giovane ambiguo, la cui tunica, rialzata fino ai fianchi da un balzo in un vicolo, lasciò intravedere le sue gambe glabre, intrecciate da nastri.
Le cortigiane, con il seno scoperto secondo la nuova moda e sorretto da un abbagliante corsetto, passeggiavano la loro indolenza sudando profumi.
Un vecchio ruffiano, in piedi sul suo carro, maneggiava come fosse una vela un foglio di stagno, che con pitture appropriate annunciava amori mostruosi tra bestie: unioni di lucertole con cigni; una scimmia e una foca; una fanciulla ricoperta dal delirante piumaggio di un pavone.
Bel manifesto, in fede mia; e garantita l’autenticità delle esibizioni. Animali ammaestrati da non so quale magia barbara, e alterati con oppio e assafetida.
Seguito da tre giovani mascherati, passò un nero amabilissimo, che disegnava nei cortili, con polveri colorate sparse al ritmo di una danza, scene segrete. Depilava anche con l’orpimento e sapeva dorare le unghie.
Un personaggio flaccido, la cui condizione di eunuco si indovinava dalla sua morbidezza, proclamava al suono di crotali di bronzo la vendita di coperte di un tessuto singolare che induceva insonnia e desiderio. Coperte la cui abolizione era stata richiesta dai cittadini onesti. Poiché la mia città sapeva godere, sapeva vivere.
Al calar della sera ricevetti due persone in visita che cenarono con me. Un compagno di studi gioviale, un matematico la cui vita sregolata era lo scandalo della scienza, e un agricoltore arricchito. La gente, dopo quelle scintille di rame, sentiva il bisogno di farsi visita. Di farsi visita e di bere, poiché entrambi se ne andarono completamente ubriachi.
Feci una rapida uscita. La città, capricciosamente illuminata, aveva approfittato della situazione per decretare una notte di festa. Su alcune cornici, lampade d’incenso illuminavano l’aria profumandola. Dalle loro balconate, le giovani borghesi, eccessivamente adornate, si divertivano a soffiare contro i passanti distratti budella dipinte e tintinnanti di sonagli. Ad ogni angolo si ballava. Da un balcone all’altro si scambiavano fiori e gatitos[1]. Il prato dei parchi palpitava di coppie.
Tornai presto e sfinito. Non sono mai andato a letto con una pesantezza di sonno più piacevole.
Mi svegliai madido di sudore, con gli occhi offuscati, la gola arida. Fuori c’era un rumore di pioggia. Cercando qualcosa, mi appoggiai alla parete, e nel mio corpo corse come una frustata il brivido della paura. La parete era calda e attraversata da una sorda vibrazione.
Quasi non ebbi bisogno di aprire la finestra per rendermi conto di ciò che stava accadendo.
La pioggia di rame era tornata, ma questa volta densa e compatta. Un vapore caliginoso soffocava la città; un odore tra fosfato e urinoso appestava l’aria. Per fortuna, la mia casa era circondata da gallerie e quella pioggia non raggiungeva le porte.
Aprii quella che dava sul giardino. Gli alberi erano neri, ormai senza foglie; il suolo, coperto di fogliame carbonizzato. L’aria, solcata da virgole di fuoco, era di un’immobilità mortale; e attraverso di esse si scorgeva il firmamento, sempre impassibile, sempre celeste.
Chiamai, chiamai invano. Penetrai fino agli alloggi della servitù. Erano fuggiti.
Avvolte le gambe in una coperta di raso, corazzandomi le spalle e la testa con una bacinella di metallo che mi schiacciava orribilmente, riuscii a raggiungere le scuderie. Anche i cavalli erano scomparsi. E con una tranquillità che faceva onore ai miei nervi, mi resi conto che ero perduto.
Fortunatamente, la sala da pranzo era piena di provviste; la cantina, colma di vini. Vi scesi. Conservava tutta la sua frescura; fino in fondo non arrivava la vibrazione della pioggia pesante, l’eco del suo greve crepitio. Bevvi una bottiglia e poi estrassi dalla credenza segreta il flacone di vino avvelenato. Tutti quelli che possedevano una cantina ne avevano uno, anche se non lo usavano né avevano ospiti molesti. Era un liquore chiaro e insapore, dagli effetti istantanei.
Rianimato dal vino, esaminai la mia situazione. Era assai semplice. Non potendo fuggire, la morte mi aspettava; ma, con quel veleno, la morte mi apparteneva.
E decisi di vedere tutto il possibile, poiché era, senza dubbio, uno spettacolo singolare. Una pioggia di rame incandescente! La città in fiamme! Ne valeva la pena.
Salii sulla terrazza, ma non potei andare oltre la porta che vi dava accesso. Da lì, tuttavia, vedevo abbastanza. Vedevo e ascoltavo. La solitudine era assoluta. Il crepitio non si interrompeva se non per qualche ululato di cane o per un’esplosione anomala. L’ambiente era rosso; e, attraverso di esso, tronchi, camini, case, si stagliavano con una lividezza tristissima. I pochi alberi che conservavano il fogliame si contorcevano, neri, di un nero di stagno. La luce era diminuita un poco, nonostante la limpidezza celeste persistesse. L’orizzonte era, questo sì, molto più vicino, e come soffocato nella cenere. Sul lago galleggiava un denso vapore, che attenuava in parte l’eccezionale aridità dell’aria.
Si percepiva chiaramente la pioggia combustibile, in tratti di rame che vibravano come l’innumerevole cordame di un’arpa, e di tanto in tanto si mescolavano ad essa leggere fiammelle. Fumate nere annunciavano incendi qua e là.
I miei uccelli cominciavano a morire di sete e dovetti scendere fino alla cisterna per portare loro dell’acqua. Il sotterraneo comunicava con quel deposito, un’ampia cisterna che avrebbe potuto resistere a lungo al fuoco celeste; ma dai condotti che dal tetto e dai cortili vi sfociavano, si era infiltrato un po’ di rame e l’acqua aveva un sapore particolare, tra natron e urina, con una tendenza a divenire salata. Mi bastò sollevare le botole di mosaico che chiudevano quei passaggi per tagliare ogni comunicazione della mia acqua con l’esterno.
Quella sera e tutta la notte lo spettacolo della città fu orribile. Bruciava nelle sue abitazioni, la gente fuggiva disperata, per bruciarsi nelle strade e nella campagna desolata; e la popolazione agonizzava barbaramente, con lamenti e grida di una vastità, di un orrore, di una varietà stupefacenti. Non c’è nulla di così sublime come la voce umana. Il crollo degli edifici, la combustione di tante merci e oggetti vari, e, più di tutto, il rogo di tanti corpi, finirono per aggiungere al cataclisma il tormento del suo odore infernale.
Al calar del sole, l’aria era quasi nera di fumo e polveri. Le fiammelle che danzavano al mattino tra la pioggia di rame, ora erano fiamme sinistre. Cominciò a soffiare un vento ardentissimo, denso, come catrame caldo. Sembrava di trovarsi in un immenso forno oscuro. Cielo, terra, aria, tutto finiva. Non c’era più nulla che tenebre e fuoco. Ah, l’orrore di quelle tenebre che tutto il fuoco, il gigantesco fuoco della città in fiamme, non riusciva a dominare; e quella puzza di stracci, di zolfo, di grasso cadaverico nell’aria secca che faceva sputare sangue; e quei lamenti che non so come non finivano mai, quei lamenti che coprivano il rumore dell’incendio, più vasto di un uragano, quei lamenti in cui ululavano, gemevano, ruggivano tutte le bestie con un indicibile terrore di eternità!
Scesi nella cisterna, senza aver perso fino ad allora la mia presenza di spirito, ma completamente agghiacciato da tutto quell’orrore; e vedendomi improvvisamente in quell’oscurità amica, al riparo dalla frescura, di fronte al silenzio dell’acqua sotterranea, mi colpì improvvisamente una paura che non provavo – ne sono sicuro – da quarant’anni, la paura infantile di una presenza nemica e indefinita; e mi misi a piangere, a piangere come un pazzo, a piangere per la paura, laggiù in un angolo, senza alcun imbarazzo.
Non fu se non molto tardi, quando sentii il crollo di un tetto, che mi venne in mente di rinforzare la porta della cantina. Lo feci con la sua stessa scala e alcuni pali della libreria, restituendomi quella difesa un po’ di tranquillità; non perché dovessi salvarmi, ma per la benefica influenza dell’azione. Cadevo continuamente in sonnellini che interrompevano funesti incubi, e passai le ore così. Continuamente sentivo crolli lì vicino. Avevo acceso due lampade che avevo portato con me, per darmi coraggio, poiché la cisterna era abbastanza lugubre. Fino a mangiare, benché senza appetito, i resti di una torta. In compenso bevvi molta acqua.
Improvvisamente le mie lampade cominciarono a spegnersi, e insieme con esse il terrore, il terrore paralizzante questa volta, mi assalì. Avevo consumato, senza accorgermene, tutta la mia luce, poiché non avevo altro che quelle lampade. Non avevo fatto caso, scendendo quel pomeriggio, di portarle tutte con me.
Le luci diminuirono e si spensero. Allora mi accorsi che la cisterna cominciava a riempirsi dell’odore dell’incendio. Non c’era altra scelta che uscire; e poi, tutto, tutto era preferibile a morire soffocato come una bestia nella sua tana.
A fatica riuscii ad alzare il coperchio della cantina che le macerie della sala da pranzo coprivano…

…Per la seconda volta aveva cessato la pioggia infernale. Ma la città non esisteva più. Tetti, porte, una gran parte dei muri, tutte le torri giacevano in rovina. Il silenzio era colossale, un vero silenzio da catastrofe. Cinque o sei grandi colonne di fumo ancora si levavano verso il cielo; e, sotto il cielo che non si era mai intorbidito neanche per un momento, un cielo la cui durezza azzurra certificava indifferenze eterne, la povera città, la mia povera città, morta, morta per sempre, puzzava come un vero cadavere.
La singolarità della situazione, la vastità del fenomeno, e senza dubbio anche la gioia di essermi salvato, unico tra tutti, inibivano il mio dolore sostituendolo con una curiosità cupa. L’arco del mio ingresso era rimasto in piedi e afferrandomi alle imposte riuscii a salire fino alla sua sommità.
Non restava neanche un singolo residuo combustibile e ciò somigliava molto a uno scorrimento vulcanico. In alcuni tratti, nei luoghi dove la cenere non copriva, brillava con un rosso fuoco il metallo piovuto. Verso il lato del deserto, risplendeva fino a perdersi a vista un’arenaria di rame. Sulle montagne, dall’altra riva del lago, le acque evaporate di quest’ultimo si condensavano in una tempesta. Erano loro che avevano mantenuto l’aria respirabile durante il cataclisma. Il sole splendeva immenso, e quella solitudine cominciava a opprimermi con una profonda desolazione, quando, verso il lato del porto, percepii una figura che vagava tra le rovine. Era un uomo, e mi aveva certamente visto, poiché si dirigeva verso di me.
Non facemmo nessun gesto di sorpresa quando arrivò, e salendo attraverso l’arco venne a sedersi con me. Si trattava di un pilota, salvo come me in una cantina, ma che aveva pugnalato il suo proprietario. Gli era appena finita l’acqua e per questo stava uscendo.
Assicurato su questo punto, iniziai a interrogarlo. Tutte le navi erano bruciate, i moli, i depositi; e il lago era diventato amaro. Anche se notai che parlavamo a bassa voce, non osai – non so perché – alzare la mia.
Gli offrii la mia cantina, dove c’erano ancora due dozzine di prosciutti, alcuni formaggi, tutto il vino…
All’improvviso notammo una nuvola di polvere verso il lato del deserto. La polvere di una corsa. Forse qualche gruppo che veniva inviato, chissà, in soccorso dai connazionali; da Adama o da Seboim[1].
Ma presto dovemmo sostituire questa speranza con uno spettacolo tanto desolante quanto pericoloso.
Era un branco di leoni, le bestie sopravvissute del deserto, che accorrevano verso la città come verso un’oasi, furiose di sete, impazzite dal cataclisma.
La sete, e non la fame, le rendeva furiose, poiché passarono accanto a noi senza accorgersene. E in che stato erano ridotte! Nulla come loro rivelava così lugubremente la catastrofe.
Pelati come gatti randagi, ridotta a pochi stracci la criniera, asciutti i fianchi, in una sproporzione di comici a metà vestiti con la testa bestiale, la coda acuminata e arricciata come quella di un ratto in fuga, le unghie pustolose, grondanti sangue – tutto ciò diceva chiaramente dei loro tre giorni di orrore sotto la frustata celeste, alla ricerca di caverne incerte che non erano riuscite a proteggerli.
Giravano intorno agli erogatori secchi con uno smarrimento umano negli occhi, e di colpo riprendevano la corsa alla ricerca di un altro deposito, anch’esso esaurito, fino a sedersi infine attorno all’ultimo, con il muso bruciato in alto, lo sguardo vagante di desolazione e di eternità, che lamentandosi al cielo, sono sicuro, cominciarono a ruggire.
Ah… niente, né il cataclisma con i suoi orrori, né il clamore della città morente, era così orribile come quel pianto di bestia sulle rovine. Quei ruggiti avevano una evidenza verbale. Piangevano chi sa quali dolori di incoscienza e di deserto a qualche divinità oscura. L’anima concisa della bestia aggiungeva ai suoi terrori di morte, il terrore dell’incomprensibile. Se tutto era uguale, il sole quotidiano, il cielo eterno, il deserto familiare – perché bruciavano e perché non c’era acqua? E mancando di ogni idea di relazione con i fenomeni, il loro orrore era cieco, cioè più spaventoso. Il trasporto del loro dolore li elevava a una vaga nozione di provenienza, sotto quel cielo da cui era piovuta la pioggia infernale; e i loro ruggiti sicuramente chiedevano qualcosa a quella cosa tremenda che causava la loro sofferenza. Ah… quei ruggiti, l’unica cosa grandiosa che ancora conservavano quelle bestie diminuite: come commentavano il terribile segreto della catastrofe; come interpretavano nel loro dolore irrimediabile la solitudine eterna, il silenzio eterno, la sete eterna…
Quello non doveva durare molto. Il metallo incandescente cominciò a piovere di nuovo, più compatto, più pesante che mai.
Nel nostro improvviso abbassamento, riuscimmo a vedere che le bestie si disperdevano cercando rifugio sotto le macerie.
Arrivammo alla cantina, non senza che ci raggiungessero alcune scintille; e comprendendo che quella nuova pioggia avrebbe consumato la rovina, mi preparai a concludere.
Mentre il mio compagno abusava della cantina – per la prima e l’ultima volta, di certo – decisi di approfittare dell’acqua della cisterna per il mio bagno funebre; e dopo aver cercato invano un pezzo di sapone, discesi da essa per la scalinata che serviva a effettuare la sua pulizia.
Avevo con me il flacone di veleno, che mi procurava un gran benessere, appena turbato dalla curiosità della morte.
L’acqua fresca e l’oscurità mi restituirono le voluttà della mia esistenza da ricco che stava appena per concludersi. Immerso fino al collo, il piacere della pulizia e una dolce impressione di domesticità finirono per tranquillizzarmi.
Sentivo fuori l’uragano di fuoco. Cominciavano di nuovo a cadere macerie. Dalla cantina non arrivava il minimo rumore. Percepivo in questo un riflesso di fiamme che entravano dalla porta del sotterraneo, il caratteristico odore di urine… Portai il flacone alle labbra, e…

 


[1] La traduzione italiana cattolica ufficiale della Bibbia a cura della CEI, la Conferenza Episcopale Italiana, riporta in questo punto, in trasposizione dall’ebraico antico, la parola “bronzo”, mentre nella citazione in esergo all’edizione originale argentina del racconto di Leopoldo Lugones si trova la parola spagnola “cobre”, ossia rame; la stessa che ricorre nel testo e che si è deciso di privilegiare per questa traduzione [Nota della Traduttrice].

[2] Dolcetti a base di arachidi e cioccolata [Nota della Traduttrice].

[3] Città nominate nell’Antico Testamento che formavano una pentapoli della valle di Siddim con Sodoma, Gomorra e Zoar [Nota della Traduttrice].

Saluto tutti quelli che mi conoscono, di Stefano Salvi

Golem edizioni porta in libreria Saluto tutti quelli che mi conoscono, di Stefano Salvi. Una raccolta di racconti che, attraverso situazioni surreali, comiche e farsesche, esplora con ironia le ossessioni, le paranoie e le paure quotidiane, mettendo in scena il lato assurdo e grottesco della vita.

Cattedrale vi propone il racconto che da il titolo alla raccolta, per gentile concessione dell’editore.

Saluto tutto quelli che mi conoscono
di Stefano Salvi

La lettera della TV pubblica arrivò a casa nostra due mesi dopo che aveva partecipato al programma e, fino ad allora, mio marito era stato l’Antonello di sempre.
Oggi, che su tutti i canali si parla di lui, ho sentito spericolate ricostruzioni di quanto accaduto. Descrivono un uomo ossessionato da quel quiz, che non perdeva una puntata trascurando me, i figli, il lavoro. Parlano di un uomo la cui unica priorità era di diventare il campione del programma, incapace di incassare il fallimento. Ecco, tutto questo è molto lontano dalla verità. Antonello amava sì quella trasmissione e sognava da anni di diventare un concorrente, ma era anche consapevole che di chance di vittoria ne aveva ben poche. Per lui la cosa importante era partecipare. Quella sera, seduta tra il pubblico, ero presente anch’io. Quando era caduto sulla domanda di biologia, quella cosa sulle raganelle della foresta pluviale, aveva accettato l’eliminazione con il sorriso, aveva poi chiesto la parola, salutato tutti quelli che lo conoscevano e lasciato lo studio. Quella sera stessa a cena era euforico, entusiasta per quell’esperienza, per un sogno che si era finalmente coronato. Credetemi, Antonello era una persona normalissima fino all’arrivo di quella lettera o meglio quella fu la causa scatenante, perché gli effetti sulla psiche di mio marito si verificarono solo nelle settimane successive. Ora non voglio con questo dire che prendemmo la cosa sottogamba. Non capita tutti i giorni di ricevere una lettera dall’ufficio legale della TV pubblica.

TRASPARENZA VERSO IL CITTADINO E OBBLIGHI DI RENDICONTAZIONE

Ricordo bene l’oggetto e un po’ meno il contenuto della lettera, ma sostanzialmente diceva che in riferimento alla partecipazione del signor Antonello Scandagli alla trasmissione bla bla bla, andata in onda il giorno bla bla bla, sul primo canale della TV pubblica, visti gli obblighi di trasparenza e rendicontazione verso il cittadino stabiliti dal garante della privacy con particolare riferimento agli articoli bla bla bla… Insomma, si faceva richiesta al Signor Scandagli di fornire una lista esaustiva di tutte le persone che aveva inteso salutare al termine della sua partecipazione al suddetto programma. La lista doveva essere inviata tramite fax o raccomandata o anche consegnata brevi manu presso la sede centrale della TV pubblica entro la data prevista, allo scadere della quale la TV pubblica – e questa cosa era scritta in grassetto – si sarebbe vista costretta a procedere per vie legali.
La sera della lettera, benché avesse più di tre settimane di tempo, trovai Antonello al PC intento a stilare quella benedetta lista servendosi di una vecchia agenda telefonica dove conservavamo i numeri telefonici di amici e parenti. Ripeto, non mi sembrava preoccupato, niente poteva farmi ipotizzare quello che sarebbe successo.
Fu solo nei giorni successivi che iniziò a comportarsi in maniera strana. Divenne nervoso, taciturno, cominciò a mangiare poco e durante la notte lo sentivo rigirarsi tra le coperte come non aveva mai fatto. Lì per lì non pensai alla lettera. Collegai le cose solo qualche mattina dopo. Avevo acceso il PC per controllare la posta elettronica e, mentre scaricavo un documento, mi cadde l’occhio su un file Word salvato come Antonello_Scandagli_Conoscenti che stava sul desktop. Lo aprii e non trovai altro che una manciata di nomi. Il mio, quello dei nostri genitori, dei nostri due figli, di suo fratello con i relativi figli e più nulla. Lo avevo visto ore seduto davanti al PC, possibile che fosse tutto lì quello che aveva prodotto? No, non lo era, sulla sola agendina telefonica ci saranno state centinaia di contatti. Perché non aveva completato la lista? Cosa stava aspettando?
Ora tutto si può dire di mio marito tranne che sia scemo. Okay, non è laureato, è un semplice impiegato in una ditta di serramenti e non ha forse il tipo di cultura che serve per diventare un campione da quiz televisivo, ma è una persona con una testa pensante e infatti, anche in quell’occasione, si era dimostrato più assennato di me. No, Antonello non aveva sottovalutato la lettera e, quando gli chiesi come mai non avesse completato la lista, mi spiegò che c’era una serie di questioni che gli impediva di farlo.
Una delle prime cose che aveva valutato era la possibilità che le persone nella lista ricevessero una qualche notifica di avvenuto saluto. Era lecito aspettarsi una cosa del genere, altrimenti a cosa serviva quella lista? Antonello non voleva dare disturbo o preoccupazioni ai nostri conoscenti, ma in realtà – ci misi molto a farglielo ammettere – non voleva che qualcuno pensasse che si fosse montato la testa per essere andato in televisione. Gli suggerii, allora, di limitarsi a inserire nella lista i conoscenti più stretti, ma anche questa possibilità, che aveva naturalmente già vagliato, mostrava delle insidie.
Innanzitutto, mi spiegò, qualcuno degli esclusi ci sarebbe potuto restare male per non aver ricevuto il saluto, magari le stesse persone che avevano assistito al programma, fatto il tifo per lui, per poi scoprire un giorno che quel saluto fatto nello studio televisivo non era rivolto anche a loro.
Ma era soprattutto la possibilità di qualche controllo a spaventarlo. Certo, la TV pubblica poteva limitarsi ad alcune telefonate a campione, e allora con buona possibilità la cosa sarebbe filata liscia. Ma poteva anche essere che quella richiesta non fosse un caso isolato, quanto piuttosto una procedura standard. Era dunque possibile che non avessero bisogno di fare delle telefonate o inviare altre lettere, ma che, inserendo i nomi della lista in una banca dati, in qualche sistema informatico che la TV pubblica magari condivideva anche con ministeri e forze dell’ordine, sarebbero bastati un paio di click per effettuare un controllo incrociato. Era sufficiente che il nome di mio marito fosse presente sulla lista di qualcuno che invece non compariva sulla sua o viceversa e il computer avrebbe in maniera immediata segnalato l’irregolarità.
Dunque, piuttosto che limitarsi a pochi nomi, sarebbe stato più saggio, nel dubbio, arrotondare per eccesso.
C’erano però altre considerazioni che gli impedivano di procedere. Avrebbe dovuto chiedere il permesso a tutte le persone prima di inserirle nella lista? Si trattava pur sempre di un documento pubblico. Sarebbe stato un lavoro lungo, ma il vero problema era come procedere con tutta una serie di persone che conoscevamo ma che non frequentavamo attivamente. I genitori dei compagni di scuola dei nostri figli o le loro maestre, i condomini del palazzo dove abitavamo qualche anno fa, i ragazzi egiziani della frutteria all’angolo, il nostro vecchio medico curante andato in pensione? Poteva chiedere a queste persone se lo consideravano un suo conoscente, ma sarebbe risultato ambiguo. Come discriminare un conoscente da un non conoscente? Bastava essere una persona che si salutava per strada, oppure occorreva conoscere il nome, il cognome, la data di nascita e alcuni tratti salienti della storia personale? O forse avrebbe dovuto prendere in considerazione solo le persone con le quali aveva vissuto qualche evento particolarmente significativo? Ma anche qui fare una selezione avrebbe finito per risultare del tutto discrezionale.
Antonello si prese alcuni giorni di ferie dal lavoro per ragionare – o almeno così mi disse – mentre in realtà si faceva sempre più cupo e scontroso. Una notte mi svegliai e non lo trovai vicino nel letto. Se ne stava al buio in salone seduto al tavolo grande con intorno alcuni faldoni che lì per lì non avevo riconosciuto. Erano vecchi album di fotografie di famiglia. Alcuni appartenevano addirittura ai suoi genitori. C’erano le foto di Antonello e di suo fratello da bambini. Il bagnetto, la scuola, la comunione: tutti i momenti più significativi delle loro vite. Non li vedevo da anni quegli album, doveva averli recuperati chissà quando dalla cantina. Quella notte sembrava concentrato su una sua vecchia foto di classe. Mi avvicinai, gli misi una mano sulla spalla e solo allora mi accorsi che stava dicendo qualcosa. Ripeteva i cognomi di quei bambini uno a uno, in ordine alfabetico, ma si bloccava di continuo e ricominciava da capo. Faticai a riportarlo a letto. Vaneggiava su delle prove che dovevano sparire e si addormentò solo quando gli promisi che l’avrei aiutato io a fare tutto quello che andava fatto.
La mattina sembrava aver dimenticato quello che era accaduto durante la notte e si rimise a lavorare alle liste. Parlo di liste perché ormai non ce n’era più solo una, ma diverse a seconda dei modi di interpretare la lettera della TV pubblica. Antonello non faceva altro che aggiungere e sottrarre nominativi. Amici, colleghi, persino interi rami delle nostre parentele passavano da una lista a un’altra a seconda di criteri molto volubili. Bastava che qualcuno per strada ci salutasse con maggiore trasporto ed eccolo che finiva in una lista così come un saluto più blando poteva costargli la presenza.
C’era una lista con le persone che conosceva, ma che erano morte o probabilmente morte. C’era una lista con le persone, poche in realtà, con le quali aveva litigato e rotto i rapporti. C’era persino una lista nella quale aveva evidenziato le persone che si conoscevano tra loro malgrado lui, anche se non capivo perché avesse reputato utile isolare quella informazione e mi guardai bene dal chiederglielo.
Ieri, a due giorni dal termine per la consegna, ho deciso di prendere in mano la situazione provando a contattare l’ufficio legale della TV pubblica per chiedere maggiori spiegazioni o quantomeno una dilazione dei termini di consegna. Sono stata rimbalzata per ore tra vari centralini senza ottenere nulla. Soltanto questa mattina ho deciso di presentarmi in sede. Antonello era d’accordo. Nel mentre lui se ne sarebbe rimasto a casa a lavorare alle liste, anche perché ormai era l’unica cosa che faceva. Aveva chiesto un’aspettativa al lavoro e la mattina, lui che all’alba era sempre in piedi, faticavo a fargli lasciare il letto.
Questa mattina era ancora sotto le coperte quando gli ho portato il tè, saranno state le nove. Ho poggiato la tazza sul comodino tra decine di fogli pieni di nomi scarabocchiati, poi mi sono fermata a guardarlo. La stanza era buia, lui non si muoveva, quindi ho pensato che stesse ancora dormendo. È stato solo quando ho preso la mia borsa dall’armadio, facendo per andarmene, che si è messo seduto con la schiena contro la testiera del letto e mi ha chiesto di aprire le finestre. Sono rimasta un po’ con lui mentre sorseggiava il tè parlando del più e del meno.
Conosco bene mio marito e quando ha detto che se tutti avessero saputo chi era non ci sarebbe stato bisogno di alcuna lista ho pensato solo a una battuta per sdrammatizzare e sono quindi uscita di casa di buon umore. E invece.