Piombo nel latte, di Sara Cordero

Ossorosso edizioni porta in libreria L’abitudine di mentire, a cura di Deborah D’addetta e Antonio Esposito; una raccolta che esplora la meccanica della persuasione narrativa. Dalla retorica classica alla prosa contemporanea, questo volume raccoglie storie di metamorfosi, inganni e leggende per dimostrare che scrivere significa, innanzitutto, saper mentire con onestà. Un viaggio affascinante dietro le quinte della finzione, dove l’unico obiettivo non è accertare i fatti, ma convincere il lettore a credere all’impossibile.

Cattedrale vi propone l’estratto di uno dei testi contenuti nella raccolta, per gentile concessione dell’editore.

Piombo nel latte
di Cordero Sara

 

Se non fosse per dei funghi che proliferano solo in quei boschi, miceti luminescenti come lampade segrete, Santochiaro sarebbe un nome perduto. Non lo si vede, non lo si dice: giace incastonato tra due burroni di tufo, e ogni mattina pare risvegliarsi insieme alla luce che scivola giù dalle creste. Di lui non resta che il nome, sulle carte vecchie. Sorge e scompare. Sorge e scompare. In letargia e un po’ prigioniero. Da dove vieni, a chi lo chiede, basta pronunciarlo – Santochiaro – perché sembri un posto distante. Dicono che in passato abbiano provato a fotografarlo dall’alto, ché per nessuna latitudine lo si riusciva ad acchiappare nei dettagli. Nemmeno gli aerei, elicotteri, velivoli leggeri l’hanno immortalato per intero. Pare sia un po’ come quelle bestie selvagge che quando attraversano le strade le vedi dal busto alla coda o solo il muso per quanto sanno scattare. E così è anche la sua gente. Così le sue storie.
Voi c’avete il germe. Lo sta dicendo la zia. Ce lo portiamo nell’organismo da tre cicli di vita, solo noi femmine. Io lo immagino come un lombrico silenzioso che si avvolge dentro lo stomaco e mangia con noi. Il germe.
È un giorno accecante quando la Fiat Uno degli zii carica di coperte, lampadari e cornici vibra col motore acceso sulla ghiaia di questo cortile, dove la riunione delle mie donne si infittisce. Parole urlate, alcune più velenose recise e morsicate.

La gente, penseranno                                                  andare altrove

manicom...                                                     un vizio

sradicare                                 il paese                       malformat...

 
E poi, prima di salire in auto, cosa dice la gente? La gente cosa dice?

Gianno lo portano lontano, zia non vuole che si ripeta. Cosa. Loro lo sanno.
Mi cade un pezzo di braccio, si strappa la pelle, tira, la sento sfilacciarsi appresso al cofano della Fiat Uno ora vicina, ora oltre il cancello, ora più in là; oltre lo sterrato. Mia nonna e mia madre sigillano la voce se chiedo per quanto. Per quanto Gianno non torna? È quella la sera in cui mi entra un lampo nell’osso, la scossa è una luce dolorosa trasmessa a tutti i nervi; quando stacco la spina del videoregistratore le dita si anneriscono, formiche rosse, tremo e nonna piange perché il nonno non c’è più ad aggiustare la presa. Allora è mio padre a ripararla, si raccomanda di non tirare dal filo, sennò. E mi racconta di una signora presa dal fulmine in un campo di granoturco. Sarebbe una cosa per Gianno la storia di questa donna, mio cugino farebbe una faccia, per poi dire non è vero, bisogna fare una prova.
C’è uno spiazzo di terra rossa vicino al Marnico: in paese si dice che venga dal deserto, l’ha portata un temporale d’aria anni fa. Alcuni parlano di certi lupi che fanno branco da quelle parti, qualcuno li ha visti. È lì che Gianno farebbe i suoi esperimenti atmosferici e poi direbbe ancora, non è vero. Tutte balle il fulmine.
Ma adesso sta là, ai palazzi. In una città di cenere e mare. Ce lo riporta una donna del paese che ha origliato un chissàchi a proposito di certi tizi col nostro stesso cognome partiti con una Fiat Uno. Gianno vive là dove l’acqua è un’altra, brucia se si ha un taglio, disinfetta. Disinfetta, ripete nonna.
Mentre qui pietroni da sepolcro striati di ruggine si lasciano cavalcare in mezzo al fiume, là nessuna isola è un gioco. Nessuna isola è vicina a Gianno. Non più per pescare le rane con un’esca fatta di collant appallottolati; non più per tenerle in mano e stringerle come saponette fino a soffocarle; non più per sentire il loro verso definitivo; non più per studiarle da vicino, ormai morte, e vedere che somigliano a bambini nudi, neonati in miniatura. Poi, solo una volta, una rana: imbottirla con un petardo, tornare indietro – a casa – con un po’ di magone. Salutarsi, a domani! Lo stesso cortile, le nostre case congiunte con finestre che sembrano occhi, porte-bocche, sono teste siamesi che ci mangiano interi mentre ancora pensiamo alla rana.
Sì, c’è il mare, mamma lo dice. Il mare… Bello il mare. Ma quello, a quel porto è mare avvelenoso. Dopo mesi, un altro chissàchi ci dà il fisso del loro appartamento.
Una sera nonna chiede: lo chiami tu? Lo fai tu il numero? Risponde qualcuno, non Gianno. Una donna o un uomo? È un uomo, nonna! Dice pronto, pronto. Riaggancia. Riconosco la voce di zio, è buia e proviene dalla melina che gli sporge dalla gola. Quella che io e Gianno volevamo strappargli. Il pomo si alzava, il pomo si abbassava. Scappava dalle nostre dita e dai graffi; era a Ognissanti, tutti e tre sul sofà prima che lui ci dicesse basta così! Non toccate, è il serbatoio delle canzoni! E cantava. Bennato, Luca Carboni, e la musica di un cantante lirico e cieco.
Altre volte giro la ghiera del telefono. Sbaglio sempre il prefisso, salto lo zero poi se lo compongo adagio prendo la linea. Intorno a me si raccomandano, rispondi e non dire subito, lascia parlare. Sempre occupato poi inesistente. Tu tu tu, batte veloce come un cuore di coniglio. Tono di rete, Tu tu tu. Io io io. Gianno Gianno Gianno.
Mi viene da credere che il chissàchi sia l’uomo che lavora alla macelleria, ma in paese tutti potrebbero esserlo. Alcuni hanno voci buone, altri hanno parlate che ronzano dietro alle orecchie e lingue sotterranee che scavano sotto alle suole e Dio solo sa dove possano finire, cosa possano fare o disgregare. Allora nonna, siccome non si fida, deve fare dei riti. Ci vuole ch’io porto via ’sto male, dice. Un giorno prende dell’acqua nuova e ci rompe un uovo dentro. Adesso non guardare, sta’ dietro. Il tuorlo è intatto, l’albume si apre piano, tende verso l’alto formando delle vele. Nonna sgrana qualche Avemaria, legge l’uovo, il segno di croce. Va’, nessuna legatura, dice. L’indomani ancora, nessuna legatura. Persevera nelle sue diagnosi da quando d’estate io e Gianno torniamo dal fiume. L’avete visto lo sparviero? Poi mi scioglie i capelli, leva le trecce, legge l’uovo nel bicchiere e si assicura: ancora, nessuna legatura.
In quel periodo di lunghi caldi l’acqua si ritira, il Marnico si asciuga e sul suo letto restano avanzi di immondizia, padelle, grovigli di barre di ferro, lampadari. Io e Gianno possiamo attraversare il fondo da sponda a sponda, pedalare tra le rive. Sotto le pietre libellule giganti e un limo con cui modelliamo le statue di terra. Riproduciamo chi ci ha prodotti, li sfiguriamo, li schiacciamo. Questa è mia madre, questo è mio padre. Gli stravolgiamo i caratteri. Gli storpiamo il bacino, lo allarghiamo, accorciamo le braccia: sembrano deformi. Assomigliano all’uomo del fumo. È così che ci ricordiamo di lui. Il chissàchi è forse l’uomo del fumo. In estate brucia copertoni e reti e bidoni, lo fa di lavoro, ci hanno spiegato. Vive in una macchina piccola ché la moglie gli ha portato via tutto l’oro appena sposati. Persino le otturazioni ai denti mentre dormiva. L’uomo del fumo brucia di tutto, materassi, finestre, sedie, televisori, divani. A pagarlo brucerebbe pure un cristiano. Allora quando io e Gianno passiamo di là, lui sbraita alla larga! Poi bestemmia in sloveno perché non ci riconosce. Ma in verità, sì che lo sa chi siamo. Qualcuno dalle nostre case lo chiama quando c’è bisogno di mandarlo avanti in lavori d’impiastro come quando la gatta fa troppi mici e nessuno li vuole prendere. Zdravo, zdravo! dice l’uomo del fumo. Arriva, separa la madre dai piccoli e li porta altrove in una borsa di plastica, ancora che dormono, con gli occhi mai schiusi.
È un poveruomo, lasciamogli delle bestiette a fargli compagnia dice mia madre. Ma noi lo sappiamo, li butta giù dalla riva. Una volta con le bici gli andiamo appresso, vediamo che li lancia. Nonno ci avverte di stargli distanti. Bada tu, è una testa matta. C’era un bambino alto così.
Così come? fa Gianno.
Alto una botte, non di più. Abitava giù per la strada del Bricco, lo sai dov’è la strada del Bricco, sì? Un giorno non l’hanno più trovato nel letto.
È stato l’uomo del fumo? Chi è stato, chi è stato. La vedete, no, la sua pancia?

La fine di un amore, di Clelia Romano Pellicano

Otto edizioni porta in libreria Magnifiche insolenti, a cura di Maria Vittoria Vittori. Una raccolta di dodici racconti, composti tra la fine dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento, in cui vengono consapevolmente violate, in modo del tutto insolito per lo spirito repressivo dei tempi, le regole imposte alle donne. Attraverso le modalità e le risorse espressive della satira, Marchesa Colombi, Contessa Lara, Amalia Guglielminetti, Annie Vivanti insieme a nuove voci ancora tutte da scoprire – da Sfinge a Jolanda, passando per Anna Franchi, Beatrice Speraz e Clelia Romano Pellicano – mettono a nudo le distorsioni e le coercizioni radicate nella società e nella cultura da secoli di patriarcato, per portare alla luce nuove modalità di essere e di rappresentarsi. Attraverso tre sezioni dedicate alla satira sociale, culturale e amorosa, queste autrici ci regalano una scrittura fresca, moderna e sorprendentemente attuale, restituendoci un’espressività duttile e vibrante, capace di parlare al lettore di oggi con la stessa urgenza di ieri.

Cattedrale vi propone uno dei racconti della raccolta, per gentile concessione dell’editore.

La fine di un amore
di Clelia Romano Pellicano

Vivevamo insieme da tre anni. Come egli si chiama Giulio e io Giorgina, gli amici ci chiamavano Giorgio Sand e Jules Sandeau. Ma egli era già da tempo giornalista in voga, autore drammatico e anche poeta a tempo perso, quando io pensavo alla letteratura come a diventar milionaria. Non ci pensavo almeno per conto mio, ché il povero babbo, scrittore infaticabile di mediocri romanzi d'appendice, m'impiegava sovente a ricopiar quella sua prosa farraginosa e sciatta, la quale non trovava altro compenso certo se non nell'ammirazione cieca, incondizionata del­ la mamma. Povera mamma! Aveva tal fede nel genio del marito, che non s'accorgeva dei giorni senza pane e delle sere senza fuoco; non sentiva, perduta nelle sue chimere, che quella vita di stenti l'avvicinava ogni giorno di più al sepolcro. E allorché la sua fantasia, esaltata dalle privazioni, si popolava dei personaggi che mio padre andava a studiare nei bassifondi napoletani, là dove s'era buscato il terribile mal d'occhi che gli tolse lentamente la vista, ella non aveva più né fame, né freddo: nella stanza nuda e tetra del nostro quinto piano, rimanevo sola a battere i denti nell'ozio del digiuno. In verità quelle figure guappe e losche di cammorristi, di meretrici, di m 'pegnatore, passavano sulle pagine intatte con tal vivezza di particolari, tanto vigore d'insieme, che io stessa, presa dall'interesse della narrazione, m'arrestavo con la penna in aria, gli occhi lucenti di meraviglia e di piacere levati verso quelli già appannati del babbo. E quel palpito di vita vera animante le sue finzioni era la prova che in lui il mestiere non aveva ancora ucciso l'Arte.

Ma Quando il male implacabile ebbe steso sui cari occhi paterni gli ultimi veli della cecità, la mia modesta carriera d'insegnante venne definitivamente sacrificata. Ero alle Normali, ci mancavano due anni soli pel diploma, m'ero già avvezzata a dire: «Quando sarò maestra!» e la sicurezza di bastarmi, il miraggio di una vita indipendente, gonfiavano d'un palpito orgoglioso il mio seno giovanile. La rinuncia fu dura. Il babbo non scriveva più: dettava. Bisognò restare ore e ore dinanzi ai quinterni vergini ad aspettare che l'ispirazione gli facesse zampillar qualche frase. Sovente quelle sedute si prolungavano fin oltre nella notte, e la mamma veniva in punta di piedi a udirlo comporre, con un'espressione d'estasi sulla magra faccia estenuata.

Più colta, non avrebbe mancato di paragonarlo a Longfellow dettante, all'ombra dei chiomati olmi di Cambridge, le rime d'oro dell'Evangelina; e il pensiero ch'egli non aveva, come il poeta americano il sole della gloria a illuminargli le tenebre, né gli agi della vita a confortarne la vecchiezza, avrebbe certo amareggiato il suo cuore. Ma ella era una semplice creatura, sprovvista d'ogni istruzione, e quella vista non le dava che l'indefinibile palpito d'un sacro orgoglio.

Di scuola mia non si parlò più. La mamma giudicava il mio sacrificio naturalissimo, né io me ne rammaricavo troppo, non tanto per ispirito. di abnegazione, quanto perché mi vergognavo di comparirvi con gli stivalini scalcagnati e una piumetta scrinata intorno al cappellino color caffè.

L'unica cosa che mi distraesse e m'occupasse era, profittando dell'impotenza del babbo a rivedere le sue composizioni, il correggere i suoi scritti a mio modo, qui mutando un aggettivo, là spostando un inciso,  dando al periodo una movenza snella, con l'amore d'una maestrina in erba avvezza a curare i compiti di classe. Forse cedevo alla seduzione invincibile di comporre. Talora gli suggerivo timidamente lo svolgimento ch'egli cercava da tempo, balenatomi in quella sovraeccitazione del cervello prodotta dal silenzio e dalla concentrazione; o gli proponevo di modificar scene intere. Mi pareva allora che il fosforo racchiuso nel mio cervello sprizzasse scintille, acceso da una misteriosa confricazione; un irresistibile impulso mi spingeva a strappar quella prosa stentata e sciatta e sostituirvi la mia: qualcosa di tumultuoso, d'erompente, di giovine, che mi premeva d'uno strano orgasmo. Il babbo accettava i miei lumi con un sorriso indulgente, mi chiamava la sua piccola Egeria.

Ma in quel lavoro notturno la freschezza dei miei occhi ci scapitava, e la sola a guadagnarci era la grammatica del babbo. Non per questo i suoi lavori si vendevano meglio. Il morbo che gli aveva già tolto "lo dolce lume", gli serpeva minaccioso nel sangue, attossicandone le sorgenti della vita: e poiché medico e medicine ingoiavano i nostri pochi risparmi, io lasciavo la mamma a blandirlo, cullarlo d'illusioni - cose di cui sola aveva il segreto! - e correvo intrepida le case editrici, le redazioni dei giornali, a trattar la vendita dei manoscritti.

Ovunque, i miei diciotto anni e l'abitino modesto, da me tagliato e guarnito con sobrio gusto, incontravano un'accoglienza improntata a simpatia schietta; ma le risposte, ahimè, erano da per tutto le stesse: “Quel genere di letteratura era in ribasso... il romanzo di costumi troppo sfruttato da Mastriani, dalla Serao e da altri... la piazza dilagava dei romanzi di Merouvel e di Sales... il nome dell'autore, abbastanza noto altravolta, era stato dimenticato negli ultimi anni...". Tutti d'accordo in questo: “Ci sarebbe voluto qualcosa di forte, di nuovo, a ridestare l'apatia del pubblico, richiamarlo intorno al nome del dimenticato... ".

Cotesto qualcosa fu la morte: la morte che nutre dei vermi delle fosse i fiori della gloria; e mentre gl'ingegni vigorosi irradia di luce immortale, anche i più smorti colora e accende di fuggitivi bagliori. Ma nell'ora stessa in cui la scialba fama del babbo balenava d'un lustro di celebrità nuova, la mamma, atrocemente colpita dalla perdita del compagno diletto, consunta da un lento male senza nome fatto di tristezza e di esaurimento, si mise a letto e la vita, per me, divenne durissima.

Era un autunno piovigginoso, con alternative di freddo e caldo: un freddo umidiccio che penetrava le carni, un caldo sciroccoso che mozzava il respiro. Io tornavo dalle mie vane corse immollata fino all'ossa e scorata - oh, tanto scorata! - e la trovavo, fra un monte di dispense a due soldi e qualche volume dozzinale, tutta la produzione del babbo, intenta a rileggere quelle storie che pur sapeva a memoria.

«Beh, come va?» mi chiedeva subito con uno sguardo d'angosciosa interrogazione che m'inchiodava sulla soglia. «Se ne accorgono, finalmente, di quel che hanno perduto?»

«Se ne accorgono, se ne accorgono!» rispondevo io, chinandomi a cavarmi dai piedi intirizziti gli stivalini infangati, «ma i tempi sono critici per le lettere, per le buone lettere...». E prolungando la faticosa operazione a evitarne lo sguardo, affastellavo in furia corbellerie e verità: «Il pubblico non legge più... ha pervertito il gusto: la scuola zoliana prima, d'annunziana poi, hanno ucciso il romanzo di costumi... editori, autori, tutti deplorano, si disperano... è un disastro... un vero disastro!».

Ma ella non mi ascoltava più. Riadagiato il capo sui guanciali, due lagrime lente scendevano a rigarne le gote: la sola forma di rampogna che si esprimesse da quella creatura così dolce contro la leggerezza dei tempi, la decadenza delle lettere, le crudeltà e le ingiustizie della società e della sorte.

Io dichiaravo bruscamente: «L'importante è che gli abbiano reso giustizia: il denaro verrà poi...».

E le continuavo a voce alta la lettura interrotta, finché non la vedevo addormentarsi, con un bagliore di pianto fra i cigli. Ma erano spaventevoli nel sonno i solchi scavati dalla miseria e dal dolore su quel volto un tempo così bello! Io m' indugiavo dolorosamente a contemplarlo, pensando che presto anch'ella mi avrebbe lasciata, e io sarei rimasta sola, terribilmente sola a lottar per la vita che si annunziava crudele, e pur mi attraeva, mi chiamava con voci fasciate di misteriosa seduzione. Il poco denaro ricavato dall'ultimo romanzo del babbo andava sfumando rapidamente; il giornale che ne aveva pubblicato le prime puntate era improvvisamente fallito. Un altro sorgeva sulle rovine fumanti, con altro nome; e, benché redatto in parte dalle stesse persone, con altri intenti: il direttore, uomo facoltoso, aveva bisogno di mutarne l'indirizzo per lavorarsi un collegio elettorale.

Ebbi subito l'idea di proporgli l'acquisto del nostro povero continua. Chi sa? Egli avrebbe pur dovuto riflettere che gli assidui del vecchio giornale, interessati all'appendice interrotta, ne avrebbero volentieri seguito la lettura nel novo foglio... e in un pomeriggio precocemente invernale risolvetti di picchiare all'uscio della redazione: un uscio imbottito di pelle e lucente di cristalli. Fu così che conobbi Giulio, il mio Sandeau.

Il Direttore non c'era; mi ricevette un redattore elegante, azzimato, in pelliccia. Anche il salottino era nuovo fiammante, d'una eleganza fredda e troppo inglese. C'era un caminetto, lusso inusitato per Napoli; e, stando l'appartamento a pianterreno, pei larghi cristalli, d'un sol pezzo, entrava tutta la vita della strada ampia e popolosa. Pareva di poter toccare i passanti, le cui ombre, leggermente inclinate, trasvolavano rapide sul piancito; e io mi divertivo a seguire con l'occhio quel pazzo rincorrersi di gambe, di zampe, di ruote, sui fiori cenerognoli del tappeto.

Il mio interlocutore mi si presentò con disinvoltura: "Giulio Guacci" spinse una poltroncina accanto al fuoco che bruciava tristemente: si pose a mia disposizione con la miglior grazia del mondo.

Io dissi subito le mie speranze, e mi feci di bragia: il che ormai mi accadeva di rado, avendo perduto nel contatto cotidiano con ogni sorca di gente, nell'aspra consuetudine di sollecitare - sia pure a fronte alta e con la coscienza di compiere un dovere - il vezzo, tutto femmineo, d'arrossire.

«La signorina Fantoni, dunque? Figlia del noto autore delle Risse di porto? Fortunatissimo!»

Oh, egli ammirava molto mio padre - un gran lavoratore, un lavoratore coscienzioso! - e le sue sventure lo avevano sempre commosso. Si sa: non sempre la fortuna corona i nobili sforzi! Quanto al mio affare in verità non riguardava lui, Guacci, il quale si occupava unicamente di critica teatrale... era anche autore drammatico, e si meravigliava io non lo sapessi: andava appunto curando in quei giorni la rappresentazione d'un suo lavoro al Sannazaro. La Direzione aveva però già acquistato pel giornale un gran romanzo di Zola, il recentissimo, la cui pubblicazione verrebbe incominciata fra qualche giorno. Era dolente, assai dolente di non poter far nulla per ora... e poi, francamente, il romanzo che s'era andato pubblicando nell'altro giornale non aveva incontrato... sentiva troppo la stanchezza... l'esaurimento - e davanti ai miei occhi supplici - gli portassi piuttosto qualcosa di fresco, d'inedito, possibilmente di data anteriore alla malattia: avrebbe letto con attenzione, ne avrebbe fatto parola al direttore; e poi... si sarebbe veduto, quando fosse finito il romanzo di prossima pubblicazione.

Intanto mi guardava, accarezzandosi i baffetti, con uno sguardo azzurro tra ironico e tenero che nulla aveva d'allarmante... intendo dire nulla che potesse far ripiegare le mie foglie di sensitiva.

Non più ignara della vita, sapevo ormai distinguere tra sguardo e sguardo; il suo, non d'offesa, d'omaggio, mi scaldò il cuore come una carezza improvvisa.

Balbettai: «Vedrò... cercherò...». Ma tra le spire dello sguardo perturbatore le mie facoltà si andavano dolcemente annebbiando; e in quel languore lancinava acuta la vergogna della giacchetta nera, un po' consunta alle ascelle, dei mal calzati piedi sbucanti fuor della gonna troppo corta. Fortunatamente, egli aveva l'aria di non accorgersene.

Con la evidente intenzione di trattenermi, prese a diffondersi sul colore politico del giornale, sui fondi di cui disponeva; poi, con l'ardore di chi è dominato da un' idea fissa, tornò a parlarmi della sua commedia I più forti, della fatica di vigilarne le prove, della cocciutaggine e imbecillaggine dei comici... soltanto la prima attrice, oh, la prima attrice! Quella incarnava il personaggio a meraviglia. E io provai una subita antipatia per quella creatura fortunata. Parendogli infine d'aver parlato abbastanza di sé, s'informò di mia madre e di me, premurosamente.

Tanta premura mi commosse. Non so perché, una istintiva fiducia mi spinse ad aprirgli l'animo fieramente chiuso alle confidenze dolorose; un cieco bisogno di rispondere alla sua simpatia nascente con uno slancio impetuoso di tutto l'essere. Dissi tutto: le miserie i sacrifici e gli sconforti; la vita senza gioie, la giovinezza senza sorriso: tutto, con l'abbandono che getta noi povere fanciulle senza protezione nelle prime braccia che ci si tendano con apparenza d'affetto.

Mi sentivo così triste e sola! Così stanca di lottar sempre per gli altri! Non vi sarebbe dunque nel mondo un cuore che si facesse scudo alla mia fragilità? Ci fu un momento in cui dovetti irrigidirmi contro la tentazione di posargli la testa sulla spalla, là, nel profumo fievole della pelliccia, chiuder gli occhi e perdermi nella dolcezza di sentirmi a mia volta sostenuta e protetta...

Ad ascoltar meglio s'era chinato verso me, allungando le gambe, puntando i piedi sugli alari; poi, non so come, le mie mani si trovarono nelle sue: allorché vennero a chiamarlo - annottava, quasi - si sarebbe detto ci fossimo conosciuti da dieci anni. Nell'alzarsi per accompagnarmi, mentre teneva aperta con due dita la pelliccia sul petto, confessò sorridendo: «Vede? M'ha fatto dimenticare la prova. E ho ancora due recite importanti e il mio articolo a fare...».

Poi, sull'uscio: «Conti su me. Ma si ricordi... qualcosa d'inedito... cerchi... frughi...».

Scappai stringendomi nella giacchetta, sconvolta come una colpevole. Appena a casa rovistai tra scartafacci polverosi, misi a soqquadro la scrivania di mio padre: non conteneva che roba letta, stampata. Ma il baleno di pietosa ironia colto nell'angolo della sua bocca mentre parlava del babbo e dell'opera sua incompresa; l'ansia discoprire un lavoro degno che a lui comandasse un più alto rispetto per l'ingegno del padre mio, m'erano di sprone a prolungar le ricerche. Finché da un rotolino gialliccio, fermato da un giro di spago, sprizzò un raggio di speranza. Tra i zig-zag che, non più guidata dall'occhio, la mano incerta del babbo usava tracciare, mi parve riconoscere la tela d'un romanzo del quale mi aveva parlato altra volta. Un romanzo moderno, genere insolito per lui; storia d'anime vive, non forzate a rivivere, in falsa luce, tra un ciarpame di erudizione sovente anacronistica, come nei suoi romanzi storici; o scolpite di maniera sui calchi tradizionali come in quelli di costumi popolari ch'erano la sua specialità: storia semplice, d'amore e di dolore, come ne chiude in sé gelosamente ogni artista. Certo, egli pensava scriverla più in là, senza preoccupazioni commerciali, nella quiete dell'agiatezza mai raggiunta, e forse non l'avrebbe mai scritta... perciò appunto gli splendeva in vetta alla fantasia, palpitante di vita inespressa, avvinta ai suoi più puri sogni di gloria.

La trama n'era gentile. Accanto al nome dei personaggi, con l'usato metodo, il babbo aveva tratteggiato rapidamente il ritratto fisico e morale di ciascuno. Io vi ruminavo su, col capo fra le mani, riannodando quei frammenti d'idee al po' che mi suggeriva la memoria, mentre la fantasia, inconsapevole, sviluppava l' intreccio, dava rilievo ai caratteri, correva da un capo all'altro della tela con la spola fatata, qua tessendo un episodio, là ricamando un particolare, amalgamando tutto in una compagine serrata, benché non anche levigata dalla patina dell'arte.

Dopo qualche ora di meditazione il romanzo mi si svolgeva davanti armoniosamente diviso in tre parti, tenute insieme da un filo conduttore il quale vi correva limpidamente nel mezzo come una vena d'acqua in una prateria. Un amore delicato e casto s'intesseva tra gli episodi più svariati come una melodia fra gli intrichi della strumentazione; si svolgeva, tornava con l'insistenza appassionata di una nota tematica.

La soluzione, un po' brusca, mi piaceva, come una di quelle note infrante che lasciano una lunga eco dolorosa nell'anima. Ma quel che soprattutto mi seduceva era l'armonia del lavoro. Mi pareva d'aver nel cervello una maestosa sinfonia, con gli andanti, gli intermezzi, le pause, i rapidi passaggi, i crescendo, la chiusa incalzante e poderosa. Non avrei mai creduto che la creazione si accompagnasse a fenomeni così complessi, e la letteratura narrativa, prima che di prosa, si vestisse di musica: musica tutta interiore, inafferrabile, che mi accompagnò a letto, cullò il mio primo sogno d'arte.

Il domani mi destai - sì, potrei quasi giurarlo! - mi destai con la penna in mano, impaziente di abbozzare il primo capitolo. Tuttora in preda alla febbrile eccitazione della vigilia, scrivendo vedevo apparire e sparire tra rigo e rigo i baffetti castani, la bocca ironica, gli occhi teneri del mio redattore; e quella vista m'incitava, dava fiamme e ali alla penna. Continuai a lavorarvi il giorno, la notte, sempre ch'ebbi un minuto libero: in tre mesi era fatto.

Quando glielo portai, trepidando, egli mi ricevé tra sorpreso e distratto. Non si ricordava più nulla: né della mia visita, né del babbo, né della promessa... e io che non avevo sognato altro! Quell'affettazione d'indifferenza che sentiva, come suol dirsi, la posa, mi ferì. Ma dopo avermi guardata meglio, e forse giudicata più che mai graziosa, lo vidi rinvenir lentamente. I ricordi rigermogliarono al tocco della bianca mano ch'egli si passava languidamente sulla fronte; ben presto ridivenne premuroso, galante; s'attenuò in me il bruciore della ferita: la prima che mi venisse inferta da lui. Quanto al romanzo, mi affrettai a spiegargli ch'erano quelle le ultime pagine dettatemi dal babbo e dimenticate fra le ansie della malattia e della morte; che mi eran venute sotto mano poche settimane avanti, per caso: avevo tardato a portarglielo per ricopiarlo in bello.

Venne egli stesso a riportarmi il manoscritto e la risposta, mostrandosi gradevolmente sorpreso: «Davvero? Era quello l'ultimo romanzo del papà? Pareva impossibile a quell'età tanta freschezza d'ispirazione, un profumo di gentilezza quasi femminea! A dir vero, lo stile n'era un po' frastagliato, troppo ricco... molte ingenuità... insolitamente agile la forma e abbastanza curata la lingua, che in lui aveva sempre lasciato a desiderare... pieno di moto, di vita, ma peccante per sobrietà e misura: con tutti i pregi e i difetti di un lavoro giovanile». E poiché il Guacci non dimenticava d'essere in funzione di critico, aggiunse con tono d'infallibilità: «Scommetto che è un lavoro scritto a venti anni... quando frequentava l'Università...».

Ero così felice di sentirmi lodata - da lui! - sia pure sotto mentite spoglie, che lo ascoltavo rapita. «Bel romanzo» continuava egli, «ma non è abbastanza à sensation per figurare in appendice d'un quotidiano.»

Valeva meglio, oh, molto meglio! Il Direttore rifiutava d'acquistarlo temendo non piacesse al pubblico grosso? Ebbene, egli si impegnava di farmelo pubblicare in qualche rivista seria: con una stampa abilmente propiziata, il successo era certo. Fui a un pelo dal saltargli al collo.

I divini pudori della vanità nascente, deliziosamente solleticata, mi si dibattevano dentro come ali inquiete, dandomi una commozione mai provata, dolcissima, fatta di speranza e di fede, di cosciente fierezza e di giocondo ottimismo, di gratitudine diffusa per la divinità cui dovevo il supremo dono dell'arte come per la umanità che si accingeva ad apprezzarlo.

In un impeto di commossa offerta gli tesi le mani, e in quel gesto v'era tutta me. Egli le prese, le strinse, quasi a suggellare un tacito patto. Mi parve allora d'esser sollevata da un gagliardo soffio in un'atmosfera inebriante e fluida ove, attraverso un magico prisma, la vita brillava d'iridate luci. Troppo felice per contenere il novo mondo di sensazioni che m'imparadisava, gli lasciai travedere il dolce segreto del mio amore nascente.

Egli mostrò di corrispondervi - con qualche degnazione, ma con sincerità; ne profittò per divenire assiduo in casa, indispensabile anche alla mamma che da prima lo aveva accolto con diffidenza. Cara anima! Il trionfo postumo di colui ch'era stato il culto della sua vita, pur dandole un senso di acuto rimpianto, ne irradiava gli ultimi giorni. Era commovente l'udirla ripetere: «Te l'avevo detto... era questione di tempo. Ah, s'egli fosse qui!».

Ed erano le sue forze estreme ch'ella dava alla lettura del mio romanzo, credendo racchiudesse l'ultima favilla del suo genio! Disingannarla, mi sarebbe parso delitto.

Ci amammo accanto a quel povero  angelo fiducioso con tale abbandono dell'anima e dei sensi, che quando anch'ella se ne fu andata per sempre, in una molle sera d'aprile, soavemente com'era vissuta, lasciando ricadere sul mio libro le palme inerti, io la composi nella bara con mani pietose ma non convulse; la copersi di fiori con tenerezza filiale ma con lagrime poche; e anche le molte che versai sul tumulo nel momento supremo non ebbero la disperata amarezza dei dolori senza conforto. Il balsamo, il talismano, lo scudo ai colpi della vita era lì, accanto a me; e quando Giulio mi offerse la sua casa per viverci insieme, accettai con semplicità, senza chiedergli né come né sino a quando, lieta e grata, quasi egli mi avesse proposto di recarci insieme al Municipio e in Chiesa: tanto mi pareva poca cosa, di fronte alla felicità di vivergli accanto, il sacrificio del mio decoro, del’ mio buon nome di fanciulla. Come lo amai, da quel giorno! Cercavo di amalgamarmi, fondermi a lui per la carne e per lo spirito, entrare così addentro nella sua vita, ch'egli non potesse mai più staccarmene senza strappare un brandello di carne viva al suo cuore.

Ma egli non si concedeva così facilmente. Mi fu più agevole acquistare una scienza profonda delle sue piccole manie, dalle predilezioni gastronomiche alla cura meticolosa da dare alle sue camicie di società, che penetrare quella chiusa anima d'artista.

Per comporre, si chiudeva solo, e raramente mi metteva a parte delle sue concezioni. Talvolta, quando l'aculeo della vanità letteraria lo pungeva forte, inveleniva contro i compagni d'arte, la critica, il pubblico, gli attori, confidandomi la sua sete di rivincita, i suoi propositi sdegnosi: ma più che un bisogno di espansione era uno sfogo solitario.

In fondo nutriva un disdegno, velato di galanteria, per qualsiasi ardita manifestazione dell'intelletto femminile. La preminenza intellettuale del maschio era per lui dogma: non ammetteva neppur le eccezioni, sebbene io gli avessi fatto generosamente osservare ch'esse valgono soltanto a confermare la regola.

Una donna la quale sapesse vestire con gusto e camminare con grazia, accompagnare al piano una romanza e metter la main à la pâte soddisfaceva tutte le esigenze del suo ideale. Aveva in proposito una filza di proverbi più o meno orientali, che snocciolava sempre ch' io tentassi uscire dal consueto riserbo. Sarei certo rimasta, vita natural durante e senza velleità di ribellioni, la sua piccola massaia amorosa e vigile, se una mezza dozzina di diavoloni, pieni d'ingegno e di brio, colleghi di redazione, letterati, attori, non avessero fatto echeggiare tutte le sere il nostro salottino delle più pazze metafore, dei paradossi più arditi che abbian mai fatto tremare i vetri d'un cenacolo d'arte.

Cotesto ambiente, direi così spumeggiante e fosforico, mi sottraeva per qualche ora alla volgaruccia monotonia delle domestiche occupazioni. Nel calore della disputa, dall'arguzia d'un motto, ero sovente trascinata a discutere e l'ala del mio pensiero mi trasportava lontano. Mi destavo a un tratto, fra il silenzio e l'attenzione ammirativa degli astanti, vergognosa, stupita, con una vampa d'entusiasmo sul volto... e notavo che Giulio abbassava gli occhi e si torceva i baffi sogghignando, scontento.

Così il mio ingegno sbocciò come un fiore in una serra calda. Man mano che il gusto e la coltura mi si andavano affinando; l'intelletto temprando alla dura e pur cara disciplina de l'arte, ritrovavo, con le libere aspirazioni d'un tempo, l'imperioso bisogno di affermare la mia personalità che primo aveva imbaldanzito il mio spirito adolescente. La coscienza di possedere la segreta forza necessaria a conquistarmi la indipendenza, dava una sicurezza nuova alle mie parole, ai miei atti. Spinsi l'ardimento fino a leggere agli amici del cenacoletto Adua, l'ode sgorgatami in una notte insonne: imperfetta nella forma ma alata nel ritmo, fiera nel concetto, e tutta fremente di giovanile, impetuoso dolore per la tragica pagina con che si era chiusa la nostra infelice campagna eritrea, per, la ignominiosa rinunzia a ogni speranza di rivincita. Mi fu decretato un trionfo. Scrissi un piccolo dramma e lo mandai, anonimamente e di nascosto di Giulio, al primo concorso drammatico di cui ebbi notizia.
E il successo venne, pieno, fulmineo, incontrastato: il drama, elogiato, premiato, passò di pubblico in pubblico, di trionfo in trionfo. Ne restai sbalordita. Piansi, risi, mi gettai nelle braccia di Giulio, ebra al pensiero che, ritenendomi finalmente degna di lui, mi si sarebbe concesso intero. Si degnò di mostrarsi contento. Dopo avermi sgridata con dolcezza per il mistero fattogli, mi fu largo di consiglio, consentì a guidare i miei primi passi nel giornalismo.

La stampa si occupò per qualche tempo di noi; la nostra relazione venne divulgata: i suoi vecchi allori si rinverdirono al sole della mia celebrità nuova ; la mia aureola giovanile brillò di luce più sincera all'ombra della sua solida fama.

Giulio mi fu grato del rinnovellamento, mise nel proteggermi un complesso orgoglio d'amante e di maestro. Durante sei mesi ci amammo di una passione senza uguale, il cui solo ricordo basterebbe a illuminare una vita. Ripensando quei giorni, ho la coscienza d'aver vissuto il minuto divino, il minuto unico della passione ricambiata, e un rammarico sconsolato mi. punge il cuore. Egli metteva talvolta, parlandomi, un'ironia palese nella voce; non mi chiamava più Giorgina ma Giorgio, con intenzione beffarda; ma io non badavo a coteste piccole punture, tutta alla felicità del presente, alla gioia di lavorare insieme, nel tepore del suo studio, che illuminavano di giorno due grandi finestre sulla via, la sera i becchi vivaci d'una lucerna di bronzo nello stile di Pompei.

lo lavoravo molto, accesa da quella prima febbre dei novizi che si affacciano alle soglie della celebrità, e con dolore vedevo Giulio attraversare una crisi di scoramento e di disgusto. Egli passava ore e ore sul divano, con le gambe musulmanamente incrociate, ad arrotolar sigarette. Sovente, dubbioso e stracco, mi leggeva qualche brano della sua commedia nuova: Il fuscello, ma sentendolo scorato, non osavo dirgli apertamente come vi mancasse il soffio che animava le sue prime opere. La sfiducia, letta ne' miei occhi, lo esasperava, ne accresceva l' ignavia. Cercai d' incitare le sue energie: ribatté con parole amare. Mi accusò di avere su lui un'influenza deleteria: giunse fino ad affermare che il sorgere del nostro amore aveva segnato l'ora della sua decadenza intellettuale ! Gli nuocevo dunque, io che avevo sognato d'esser l'Ispiratrice, la Collaboratrice?!

A finire d'esacerbarlo, Il fuscello e il primo romanzo stampato con il mio nome, Una vinta, apparvero alla luce della ribalta e nella vetrina del libraio quasi contemporaneamente. Il libro piacque, la commedia cadde al Manzoni di Milano per non più rialzarsi. E man mano che, dopo il rumore del fiasco, il silenzio s'andava facendo intorno al suo nome, come sulla superficie di un'acqua pur dianzi mossa dalla caduta di un sasso, il mio s'affermava, conquistava un pubblico a sé. La polemica che dovetti sostenere a difender le idee del mio libro lo pose ancor più in vista; ma quella popolarità che da Giulio andava a me, gli sapeva di rubato, di ingiusto. Quando si parlava davanti a lui del mio libro un ghigno amaro gli sforzava la bocca. Pur non potendo indovinarlo preoccupato della concorrenza femminile che gli sorgeva d'accanto, sentivo che un inconfessato rancore gli si andava accumulando nel cuore. Ahimè! L'arte, che avrebbe dovuto fonderci, ci divideva! Non però al punto che qualche deliziosa ora d' intimità non sorgesse, di quando in quando, a tenermi nell'illusione d'essere amata.

Una sera - credei d'esser tornata ai primissimi giorni del nostro amore - egli mi diede tutta una serata di felicità piena, senza malintesi, né strali, né ombre: una di quelle feste dello spirito come egli solo sapeva darne. Avevamo fatto insieme una lettura inebriante, di quelle che esaltano e accendono tutte le sommità liriche di un'anima d'artista. Egli leggeva, seduto ai miei piedi, con la voce un po' arida ma penetrante che sottolineava e scandiva ogni parola, ogni frase; io, appoggiata ai cuscini del divanetto a sdraio, seguivo la lettura sulla sua spalla e, posando il dito là dove l'unghia sua si era fermata a incidere un segno, ad arrestare un'immagine, gustavo in tutta la sua pienezza quel sentimento di comunione completa che dà lo stesso diletto intenso in egual misura. Poi, come il suo estro svegliato da un'immagine, da un pensiero, balzava in un'eloquenza impetuosa che gli faceva profondere, con prodigalità sovrana, tesori d'osservazione di spirito, deponendo il libro e, di divagazione in divagazione, ci perdemmo dietro uno sciame di fantasticherie e di rimembranze.

Egli mi raccontava, con improvvisa vena di sentimento e d'umorismo; come fosse riuscito la prima volta a far gemere i torchi; le baldanze e le febbri delle sue prime lotte; io gli dicevo quanto sangue vivo del mio cuore gemesse dalle pagine del mio libro : gli rivelavo quanto di parte vissuta vi fremeva dentro.

«Quante volte» dicevo, «un successo letterario è stato anticipatamente scontato con un dolore di giovinezza? Soltanto quando la vita ci ha vivisezionati, l'Arte, con tocco di magia, da un viscere stritolato e fumante, trae il poema, il dramma, il romanzo sperimentale...»

In realtà, io non l' avevo vissuto il mio romanzo dove l'eroina, sedotta da un uomo ammogliato, si ergeva nella orgogliosa e operosa solitudine della maternità francamente accettata in faccia alla società vile, e ne aveva dal figlio, infine adottato dal padre e dalla moglie di lui, coppia facoltosa senza prole, il premio dell' ingratitudine e dell'oblio. Non l' avevo vissuto, ma l'ispirazione n'era venuta da una di quelle pericolose tentazioni cui mi esponeva la mia esistenza di fanciulla libera e mal custodita: tentazione evitata in tempo, ma non prima che l' ala del pericolo mi sfiorasse la fronte. Sì che la protagonista coraggiosa e infelice avevo, non so con quanta fedeltà, foggiata a mia immagine e somiglianza.

Però se nella realtà fossi riuscita per me a schivare l' insidia, non avrei potuto sottrarre la protagonista alle esigenze artistiche che ne volevano a ogni costo la perdita: l'avevo anzi sacrificata con tal lusso di particolari, che gli ardimenti della mia penna avevano fatto arricciare il naso a più di un critico stizzoso e a tutt' i romantici affetti di puritanismo feroce.

«Vedi» dicevo a Giulio, «io non credo, come tanti altri, che a distillar nella prosa o nel verso l'essenza di un dolore veramente umano sia necessario esserne stati torturati, strizzati; ma a esplicarlo artisticamente, poiché l'intuizione, molte volte, non basta, occorre che la sua ala ci sia passata almeno sul capo. Non è necessario che il coltello d'un assassino ci penetri le carni per intravveder l'orrore di una tal morte; ma bisogna averne sentito, per così dire, il freddo della lama sull'epidermide... aver la vertigine dell'abisso è già aver sentito il vuoto dello spazio ; e chi si è affacciato, durante una malattia mortale, sulla soglia del di là, se ne ritrae portando negli occhi dell'anima come il baleno della verità inafferrabile... non credi ? La donna che palpita lì dentro.»

E accennavo il mio libro gettato a caso sul deschetto: «Nessuno l'ha conosciuta, tu neppure; non è tutta me, ma ha vissuto un tempo in me d'una vita orgogliosa e magnifica. Io non ho commesso le sue follie, ma ne ho sentito incombere su me la possibilità... direi quasi la fatalità, contro la quale non quella ma un'altra donna ha reagito e vinto. Nulla di più arduo che conoscer noi stessi; ma in noi stessi è dato trovar gli elementi a ricomporre dieci vite, dieci esseri, secondo le circostanze che ce li hanno rivelati. Giacché a ogni evento risponde un diverso atteggiamento del nostro Io e noi siamo multanimi, proteiformi così, quasi invece di una ci fossero trasmesse mille anime ! Tu non puoi giurare d'esser domani l'uomo d'oggi, come io sento e so di non esser oggi la donna di qualche anno fa, neppur forse di ieri ... noi ci trasformiamo e ci rinnoviamo come i fiori dell'efemero».

Egli osservò pensoso: «Così Dostoevskij poté veder fiorire il sorriso dell'innocenza sulle labbra d'un assassino».

Parlammo d'altro: della influenza fecondatrice della lettura; del formidabile, costante lavorio d'importazione e d'esportazione che avviene tra le diverse letterature... a questo proposito gli confidai come, pur non sentendomi alcuna affinità con l'Auerbach, il soggetto della novella apparsa ultimamente nella "Rivista letteraria" m'era balenato leggendo le sue Novelle rusticane.
Giulio osservò ridendo: «Se è vero che ognuno è un po' figlio del primo libro che ha letto, si potrebbe con egual giustizia osservare che ogni libro è figlio di un altro libro»

Ahimè! Così rare erano divenute quelle chiacchierate e sì dolci, che, vinta dal fascino, gli lasciai riconquidere quanto della mia anima s'era già ripiegato e chiuso. Ma l'incantesimo fu breve. Il domani Giulio cadde in una taciturnità distratta, dalla quale non usciva che per scoccarmi una di quelle sue frecce di cui sapeva aguzzar la punta con arte sopraffina. Sempre più sfiaccolato e nervoso, passava interi giorni fuori di casa, forse a caccia dell'ispirazione che non trovava più a tavolino; o si chiudeva nello studio dall'alba, spossandosi nel vano sforzo di comporre qualche pagina che poi strappava scontento.

Non sapevo rendermi ragione di tale impotenza. Da prima credetti che l'ultimo insuccesso l'avesse scorato; poi vedendone gli occhi incavati, ardenti di febbre, i modi strani e sospettandolo ammalato, lo circondai di cure assidue che ne accrebbero il fastidio. Più mi struggevo di guarirlo, più egli si ritraeva nel duro guscio dell'anima come in una dimora vigilata di spine il cui varco mi fosse inesorabilmente chiuso! Pur soffrendone, rinunciai a penetrarvi; chiesi conforto e sollievo al lavoro: la sola gioia aspra ma sicura all'artista solitario. E poiché ai primi soffi ardenti dell'estate uno spirito vagabondo e canoro s'era destato in me, cacciandomi fuor di casa all'alba, fuor dalla città corrusca per la campagna esuberante di forza e di colore di Capodimonte, di Pontirossi, del Vomero, a Mergellina, a Posillipo, a Marechiaro, lungo il mare vestito di faville, in faccia alle isole vestite di vapori, mi tuffai nella natura - che pareva offrirsi alle vampe del sole e consumarvi ogni residua freschezza quasi matura amante in un ultimo supremo amore - come alla viva fonte d'ogni conforto.

M'ebbi in premio una calda onda di poesia; l'ispirazione, antica quanto la natura stessa ma sempre nuova se nuovo è il temperamento ch'essa agita e attraverso il qualche si esprime, di cantarla ne' suoi rinnovellati fulgori e ne' suoi doni estivi. Ne scaturirono i Canti del sole che non mi affretto a pubblicare per goderne ancora nell'intimo: e in essi ritrovai la gioia di vivere.

Una mattina - il sole feriva le imposte e le cicale infierivano in un giardino lì presso - irruppi nello studio cantando a gola spiegata. Avevo un tenue vestito di mussola bianca che mi stava bene, la pettinatura alla Botticelli ch'egli prediligeva, e, quantunque urgessero al mio orecchio musicale gli accenti strazianti degli Ugonotti, gli spiriti gai e leggeri.

«Canti?» mi chiese Giulio indispettito, udendo la frase ultima di Valentina nel duetto d'amore, l'appello appassionato che vibra s'allarga e domina l'intero quarto atto, gettandovi il grido d'una supplica angosciosa e vana.

«Scusa...» mormorai arrestandomi confusa, «non credevo tu lavorassi. Disturbo?»

«Tutt'altro. Da un pezzo ho smesse queste cattive abitudini. Trovo più divertente veder lavorare te.»

«Ma io non lavoro. Vengo a prendere la corrispondenza» e mi chinai sulla mia scrivania addossata al finestrone, di contro alla sua; frugai nel mucchio delle lettere, apersi a caso una rivista, risoluta a non attaccar briga.

Per fortuna, egli era uscito dallo studio senza far rumore. Scorrendo distratta le colonne del periodico, qualche segno rosso qua e là attirò il mio sguardo; vi trovai con sorpresa uno studio critico sull'opera mia; e, poiché la critica mi aveva male avvezzata, a prima scorsa alcune parole severe mi colpirono dolorosamente. Ghermita dall'ansia, lessi rapida. Quanto di velenoso, d'allumacante, di perfido può schizzar dalla penna e dal fegato d'un censore bilioso era adunato nell'articolo stroncatore. La più blanda accusa era di plagio! Si citava una novella dell'Auerbach, cui si pretendeva avessi preso l'intreccio della mia Annucca; se ne riportavano i brani interi facendo risaltare con arte perfida alcune sfumature di somiglianze perfin nei vocaboli, quasi la lingua non fosse patrimonio comune! Con un ragionamento logico e serrato, si tentava dimostrare che il mio talento, come tutti i talenti femminili era puramente assimilatore, privo di originalità vera, dal quale nulla più era ad attendersi fuorché un monotono ripetersi di atteggiamenti e di forme abusate.

L'analisi di Una vinta era poi pretesto alle calunnie, benché velate, più atroci. La mia vita intera - oh la perfidia di certe insinuazioni! - si voleva veder ritratta nel libro. Ero io la protagonista sventurata e colpevole: i suoi traviamenti, erano i miei; mie le sue vergogne! Su induzioni sì false, mi si attribuiva il passato più disonorevole, mentre se qualcosa di disonorevole c'era nella mia vita, ahimè, non dovea ricercarsi che nel presente!

Querelar l'autore? Neppur da pensarvi. E poi chi? L'articolo non era firmato. Ero giunta in fondo palpitante, strozzata dalla commozione, per la prima volta ferita nella vanità d'autore ch'è, di tutte le suscettibilità, la più malaticcia e complessa. Una sofferenza, umiliante e crudele come nessun'altra, mi attanagliava il cuore: mi pareva d'esser scorticata viva, messa nuda in berlina...

«Oh, amore mio, come fa male! Come fa male!» gemetti, udendo i passi di Giulio, e gli caddi sul petto spasimante, convulsa, e gli offersi la faccia perché bevesse le lacrime più amare della mia vita, le asciugasse col balsamo della sua bocca innamorata. Quando riapersi gli occhi, chiusi sotto i suoi baci, colsi un lampo di gioia così maligna ne' suoi, che un sospetto atroce mi traversò la mente.

Ah... ma io lo conoscevo quello stile mordace e sobrio! Lo conoscevo quel disprezzo per la donna di cui avevo tanto sofferto! Ricordai a un tratto le confidenze della nostra sera d'amore; ebbi d'un subito la certezza ch'egli se n'era servito svisandole, esagerandole, per portarmi quel colpo traditore. Era lui! Era lui! Chi altro possedeva tanta sicura scienza del mio cuore? Chi il raffinato pensiero di offerirmi - per primo - l'amaro calice della critica insolente e bestiale? Chi eguale interesse a celar la mano che mi colpiva nel guantone dell'anonimia? Era lui! Ebbi un tuffo, un barbaglio, la sensazione di un crollo definitivo. E ora è finita.

Ho ripreso i miei vestiti di ragazza povera e ho lasciato la casa senza portar via che i miei libri. Mai più vi rimetterò il piede. Egli ha detto che dobbiamo restar amici, perché due persone di spirito come noi non possono romperla così. Ma credo che la mia partenza gli abbia procurato un vero sollievo.

Stamani m'ha scritto una lettera che vuol essere spiritosa ed è cinica. Eccola:

Non voglio, mia cara, lasciarvi più a lungo senza notizie. Potreste credermi corrucciato, imbronciato, mentre io tengo ad assicurarvi - benché mi abbiate accusato di un'azione bassa e sciocca! - che non vi serbo rancore.

 

Lo sfrontato!

 

Ricordate i versi di Moore?

All that’s bright must fade –

The brightest still the fleetest,

All that’s sweet was made

But to be lost when sweetest…

 

È così! Le più dolci cose di questo mondo, e fra le più dolci l'amore, portano in sé il fato della lor fine ineluttabile. Non vi nascondo che, dall'inizio, avevo presentito la immatura fine del nostro. Forse appunto perché esso non mi ha dato, come suole, la illusione della eternità, la rottura mi risparmi l'amarezza incredula e lo sconforto delle vere delusioni. Appena vi sentii infatuata di quei quattro oziosi che venivan la sera a scaldarci le sedie, avida di letture, pensai: "La piccina si guasta!" e davanti agli occhi della mente esterrefatta vidi passare, come in un caleidoscopio, il turbante della Stael e il colletto insaldato della Sand; orribili pince-nez e ditine sporche d' inchiostro: tutto quanto io temo e tutto quanto io detesto: le manie, le pedanterie, le ridicolaggini delle bas-bleu antiche e moderne. Non avevo ancora finito di constatare l'irrequietezza del vostro spirito e, paffete! Come se l'aveste fatto apposta, eccovi di punto in bianco una letterata. Ahimè, non una delle solite scribacchine pretenziose che diluiscono in prosa idropica e slavata le scipitaggini del loro cervello anemico, ma una scrittrice autentica: in tutto quanto usciva dalla vostra penna c'era quello che i francesi chiamano le souffle.

Bisognò rassegnarsi a vedervi prendere la vostra vocazione sul serio, lavorare le vostre brave quattro ore al giorno, discutere e sentenziare senza troppa prosopopea e con certa giustezza di criteri; rispettare i vostri momenti d' ispirazione, le vostre ore di vena... mi vidi perduto. Divenni acre, taciturno, irascibile, fuggii gli amici e disertai la casa.

Convengo che per qualche tempo il mio carattere non fu il più amabile di questo mondo e voi metteste nel sopportarmi una pazienza da suora, una grazia d'angelo. Quanto al lavoro, voi lo sapete, mi divenne nemico. Fosse la vostra attività quasi nevrotica che mi turbinava d'attorno e in luogo d'incitarmi all'emulazione mi distraeva, mettendomi come un subbuglio nel cranio; fosse altro, durante un anno sono stato vittima del più strano caso che abbia funestato un infelice costretto a viver della sua penna. La mia non fu una di quelle sincopi più o meno brevi come ne conosce ogni artista, la reazione d'un cervello tormentato, distillato, raschiato, ma una vera e propria impotenza cerebrale.

Dubitai di me, dell'avvenire. Ciò che finiva di paralizzarmi, lo confesso a costo di sembrarvi puerile, era il pensiero di Voi, del vostro giudizio che, pur temendo, ero spinto a sollecitar di continuo. Mai pubblico aveva destato in me tanta apprensione!

Ahi, la pietà rivelatrice del vostro sguardo durante l'audizione di quei miseri aborti della mia

fantasia! Ahi, l'indulgenza che velava la vostra voce, ma non la lucidezza del vostro spirito! Io pensavo: Se ella resta così serena nel giudicare colui che ama, che cosa aspettarsi da un pubblico mal prevenuto e forse ostile?

Vedete bene che non m'illudevo, che non mi sono illuso un momento. Col tempo e l'incapacità, l'ossessione aumentava. Il terrore dei vostri verdetti mi dominava a tavolino e nuoceva allo sforzo artistico; l' incubo del “Che dirà lei?" non mi lasciava tregua. Non altrimenti dové trepidar Frine, al cospetto dell'Areopago, prima che il suo avvocato avesse il lampo di genio che tutti sanno.

A dispetto di ciò, vi confesso - a rischio di perdere la mia riputazone di spirito forte - che quando mi sono trovato solo, proprio solo, nella nostra casa, fra gli oggetti familiari che avete penetrati del vostro fascino, inclinavo verso le più malinconiche riflessioni di questo mondo. L'atmosfera era impregnata di Voi. Il kimono color gridellino, in dolce armonia col vostro crin di viola, in che solevate avvolgervi al primo levarvi, era là, spoglia inerte e suggestiva, tra la mandola delle vostre ore di riposo e lo scaffaletto dei libri ch'io vi donai. Una forcella di tartaruga giaceva dimenticata sul tappeto… tutto quanto avete disdegnato era lì, e per tutto, su tutto, il vostro profumo fievole di viola e d'ambra...

Nella melanconia che saliva da quelle cose parlanti e mute, viventi e morte, ebbi l' idea di cercare una distrazione nel lavoro. Ci credereste ? Come una donna gelosa che la vostra presenza avesse fugato, l'ispirazione è tornata d'un tratto: viva, zampillante, spontanea… ah, da quanto non provavo una ebrezza simile! Insuperbitene! Voi foste l' Ispiratrice, la Musa. Perché pare ormai accertato che una Musa occorra: non viva e presente, ma nebulosa e lontana - tanto più efficace quanto più lontana! - così come l'hanno sempre immaginata i poeti, avvolta in bianco peplo e coronata di lauro per lo più, i poeti, della Musa, non hanno sognato che il lauro!

Credete Voi che Dante e Petrarca avrebbero raggiunto siffatte altezze d'ispirazione se Beatrice e Laura non fossero morte così presto? Ma perdonate la digressione. Dicevo dunque… d'un getto solo ho rifatto l'atto ultimo che sapete, trovato la chiusa che cercavo da tanto. M 'è balzato su intenso, rapido, d'una drammaticità travolgente... ve lo manderò a leggere. Poi, con slancio famelico, mi sono gettato sulla colazione non potuta toccare al mattino, mentre Giustina, in piedi, componeva la minuta del domani. A proposito: ho finalmente capito perché i grandi uomini sposano generalmente la cuoca... per ragione d’equilibrio. Vi giuro che se mai mi consolerò di aver perduto una compagna par vostra, non sarà che per sposare Giustina. Immaginate Voi qual sollievo per noialtri - quando dico noialtri intendo scienziati, letterati, artisti, quanti vivono del lavoro cerebrale - il non esser obbligati, tornando dal gabinetto chimico, dalla cattedra, dallo studio, là dove è rimasta la miglior parte del nostro midollo cerebrale, di restare all'altezza della propria fama?! Potersi riposare accanto a una creatura semplice, discutendo la ricetta del salmone alla creola o del manzo alla cacciatora; lasciar trionfare la materia, ritemprarsi e attingere nella soddisfazione dei nostri piccoli bisogni quotidiani nuove forze per le lotte del pensiero! È forse per questo che allorché, viceversa, si possiede una donnina come Voi, si sente il bisogno di riposarsi nell'ozio dell'assidua fatica di ragionare, discutere, vivere accanto a lei ... ah, ma io ne avevo abbastanza del mio ozio, sapete? Sì, davvero ; e vi sono infinitamente riconoscente per avermi ridato l'ebrezza della creazione, la fede in me stesso, la gioia di vivere!

Ciao, mio piccolo Giorgio. Vi stringo la mano, da camerata: la bella mano che non porto alle labbra per non ritrovarvi, col sapore, il rimpianto d'altri baci...

 Io la leggo e la rileggo con gli occhi offuscati dal pianto questa cinica lettera con la quale crede d'aver vendicato il suo orgoglio. E ho bisogno di leggerla e di rileggerla per irrigidirmi contro una tentazione codarda, balzar lì, buttargli le braccia al collo, gridargli: «Eh, che m' importano l'arte e la gloria? Non lo sai che sono sempre e soprattutto donna e che t'amo?».

Il demone burlone, di Francesco Permunian

Palingenia porta in libreria l’ultima raccolta dell’eclettico Francesco Permunian, autore di romanzi, racconti, zibaldone Anime farfuglianti nella notte è una grottesca discesa agli inferi, da una delle voci più irriverenti della letteratura italiana contemporanea.

Cattedrale vi propone uno dei racconti della raccolta, per gentile concessione dell’editore.

IL DEMONE BURLONE

di Francesco Permunian

 

Tutti quei lamentosi postulanti che per anni mi hanno afflitto con le loro insistenti richieste di pubblicazione quandolavoravo nell’editoria, tutta quella masnada di manoscrittari che inta- savano i vestiboli della Mondadori con le loro assurdecagate d’autore, per quale oscura ragio- ne – mi domando e chiedo – a tutt’oggi non rie- sco ancora a dimenticarli?

Che sia proprio questo il castigo che dobbia- mo sopportare, noi poveri editor, per conquistar- ci quantomeno un posticino in Purgatorio?

Per saperne di più ho provato a chiedere lumi a don Gervasio, il direttore spirituale di mia cu- gina Esperia, un gesuita che gode di una certa qual fama di biblista e uomo di cultura. Il quale, anziché rispondermi nel merito, mi ha rimpro- verato di non farmi mai vedere in chiesa.

« Se lei non si decide a portare i suoi peccati ai piedi del Salvatore » ha precisato calcando la voce

«come può pensare di salvare la sua anima in ambasce? ». Ben mi sta! D’ora in poi dovrò imparare a star- mene da solo senza più chiedere nulla a nessu- no, nemmeno al Signore.D’ora in poi dovrò pre- pararmi al peggio accettando il mio gramo de- stino di editor vita natural durante. Dovrò rassegnarmi pertanto a rimanere in ba- lia di tutti quegli aspiranti scrittori che si ostina- no a tampinarmi anche adessoche sono in pen- sione, sì, alla mercè di quella formidabile armata di ossessi & falliti che non si stancano di deposi- tare le loro luride cacche cartacee davanti alla mia porta o nella mia cassetta postale. E conseguentemente la mia sarà, va da sé, una triste vecchiaia solitaria con la sola compagnia di quel mio inossidabiledemone interiore che si burla sia dell’attuale produzione letteraria italia- na sia di quell’improbabile sollievo dell’anima offerto dagli odierni rappresentanti della Chie- sa cattolica.

E dunque, rebus sic stantibus, perché mai do- vrei credere alle promesse del Vangelo? Perché dovrei dare ascolto aiconsigli di don Gervasio, visto e considerato che ogni preghiera umana altro non è che un sogno ad occhi aperti

Per nulla diverso, tra l’altro, da quel chimerico sogno che sta vivendo il signor Eleuterio Mar- coantonio, uno spiritato noto nel nostro quartie- re come « Il fioraio della Madonna».

Da sempre devoto a Santa Maria Immacolata, costui ama raccogliere i fiori più belli e più fre- schi del suo giardino eportarli in dono alla Ma- donna nei maggiori santuari mariani d’Italia e d’Europa.

Indefesso camminatore e insonne maratone- ta, tutti ricordano quando egli scarpinò sotto la pioggia per tre giorni e trenotti senza mai una sosta, neanche per pisciare, onde arrivare per pri- mo a Torino a venerare la Sacra Sindone. Oppu- re diquella volta che prese parte alla tradiziona- le Grande Rogazione di Asiago coprendo l’inte- ro percorso di ben 33 km in metàdel tempo im- piegato dagli altri partecipanti a quella massa- crante processione tra i monti.

Partito alle sei del mattino, giunse al traguar- do davanti al duomo di Asiago giusto all’ora di pranzo, mentre tutti gli altrifedeli entrarono in paese, boccheggianti e sfiniti, chi nel tardo po- meriggio e chi addirittura a notte fonda.

Che dire, quindi, di un tale folle marciatore nel- la fede, come lui si compiace di presentarsi sul suo biglietto da visita?

Nulla! Tanto più che io sono per natura un se- dentario; uno che non ama camminare e che detesta i pellegrinaggi di qualsiasi sorta e di qual- siasi genere.

E lo sono diventato ancora di più da quando ho scoperto che nel giardino del signor Marcoan- tonio non crescono quei fioriper la Madonna che lui si ostina a decantare, bensì solamente dei gros- si ciuffi di gramigna e di zizzania infestante.

Delitto perfetto, di Juan Carlos Onetti

Sur porta in libreria un volume preziosissimo: Tutti i racconti di Juan Carlos Onetti, con la prefazione di Matteo Nucci e la traduzione di Gina Maneri e Angelo Morino.
Pubblicati originariamente fra il 1933 e il 1994, questi racconti attraversano l’intera produzione di Juan Carlos Onetti, dagli esordi alla maturità: un tassello indispensabile per affacciarsi sul suo mondo, entrare e uscire dalla mitica città immaginaria di Santa María, e un’occasione unica per accostarsi all’opera di una delle penne più innovative del Novecento.

Cattedrale vi propone uno dei racconti della raccolta, per gentile cocnessione dell’editore.

DELITTO PERFETTO
di Juan Carlos Onetti

Un racconto poliziesco

Le mani dietro la schiena, la pipa fra i denti, Julián Chapars se ne stava dritto davanti al laghetto, le cui acque riflettevano il cielo grigio e i rami malinconici dei salici dai quali saliva il canto degli uccelli. L’orologio da polso di Chapars segnava le sei del mattino. Aveva commesso il delitto la sera prima, alle otto, e Chapars faceva i conti, dicendosi che era un assassino ormai da dieci ore.
Si sentì dire, quasi ad alta voce: «Sono già dieci ore che Fernando è un cadavere...»
Lanciò una rapida occhiata attorno. Nessuno. Alzò le spalle. I suoi pensieri fecero marcia indietro. Si rivide la sera prima, quando in una via quasi deserta si era imbattuto nel povero Fernando.
«Ciao, cugino. Come va?»
Fernando era a piedi, mentre lui guidava una lussuosa automobile. Fernando si avvicinò alla macchina. «Che fortuna incontrarti, Julián. È un pezzo ormai che mi prendi in giro con le tue promesse di pagamento... Forse credi che un lavoratore come me debba essere sfruttato dai fannulloni della tua razza. Ma ti sbagli. Sono deciso a chiedere il pignoramento. Ho qui i tuoi assegni scoperti, guarda. Le tue cambiali in protesto, le tue lettere, insomma... E ho tirato fuori tutto quanto dalla cassaforte perché domattina presto vado a consegnarlo al mio avvocato».
Il colpo lasciò Julián senza parole, con le mani strette sul volante. Alla fine si riprese: «Non lo farai, Fernando. Non lo farai perché fra dieci ore ti pagherò fino all’ultimo centesimo. Ho i soldi a casa. Ho affittato una casetta per l’estate, ad Atlántida; i soldi sono lì. Ceniamo insieme e ti pago tutto. In fondo... Sei da solo qui in città, tua moglie è in campagna... Andiamo».
«Sei sicuro di avere quei soldi? Tutti?»
«Se non li avessi... Andiamo, sali».
«Incredibile. Da te ci si può aspettare qualsiasi cosa».
Fernando salì in macchina. Il viaggio lungo la costa fu privo di eventi. Alla fine la macchina si fermò in una strada isolata, sperduta fra la vegetazione. Una strada privata, di sicuro.
«Che posto meraviglioso», disse Fernando, reso amabile dalla prospettiva di recuperare i suoi soldi.
«Sì, difficile trovare di meglio. Ti ho portato fin qui perché volevo mostrarti una proprietà che ho intenzione di comprare».
Julián parlava senza sapere cosa diceva. Cercava di guadagnare tempo. Fin dal primo momento, c’era un problema che lo assillava. Come avrebbe fatto a uccidere il cugino creditore?
Fu lo stesso Fernando, ingenuamente, a trarlo d’impaccio:
«Guarda quel laghetto. Se compri un terreno qui dovresti cercare di assicurarti l’uso del laghetto».
«È già mio, o quasi. È mio per metà».
Fermò la macchina e invitò Fernando a scendere.
«Un momento. So che ami la pesca: puoi vedere dei magnifici esemplari a due metri da riva, appena sotto il pelo dell’acqua».
Senza il minimo sospetto, Fernando aveva seguito il cugino. Si avvicinò al laghetto e ricevette un colpo tremendo alla nuca che gli fece perdere i sensi.
Cinque minuti dopo il cugino creditore dormiva per sempre in fondo al laghetto, zavorrato da enormi pietre di oltre trenta chili l’una assicurate al corpo con del robusto fildiferro rubato a una recinzione vicina. Concluso il macabro compito, Julián raggiunse la casa che aveva affittato, a un chilometro dal laghetto. Gli assegni scoperti, le cambiali in protesto, le lettere, era stato tutto ridotto in cenere.
Ma aveva dormito malissimo e all’alba si alzò per esaminare la macchina e controllare il laghetto. Non era affatto preoccupato, in realtà. Aveva agito senza armi; non aveva lasciato tracce. Il suo era stato un delitto perfetto. Nessuno poteva sapere che aveva incontrato suo cugino Fernando. Prima di sferrare il colpo, si era guardato attorno con attenzione. Nessuno. No, non aveva niente da temere. Era tranquillo. Ma aveva voglia di fare due passi, in quella bella mattinata. Perché non andare allora fino al laghetto? Non si sarebbe certo lasciato impressionare dalla teoria secondo la quale l’assassino è sempre attratto dal luogo del delitto. Non era un comune assassino, peraltro.
Certo, la scomparsa di Fernando non sarebbe passata inosservata. Alla fabbrica se ne sarebbero accorti, avrebbero avvisato la moglie, pubblicato fotografie sui giornali. E poi? A nessuno sarebbe venuto in mente di andare a cercare sul fondo di quel laghetto abbandonato.
Al pensiero, l’assassino non poté fare a meno di ridere.
I criminali comuni dovevano essere proprio stupidi per farsi prendere il più delle volte. Preparavano a lungo i loro delitti, valutavano le possibilità, cercavano di prevedere ogni cosa... Risultato? Lasciavano che il cadavere fosse ritrovato e finivano sul patibolo. Mentre lui, Julián Chapars, non correva nessun rischio, assolutamente nessuno.
Rise di nuovo allegramente. Ma la risata si troncò di colpo.
«Come va, signor Chapars? È contento stamattina, eh?»
L’assassino si volta e si trova faccia a faccia con Fermín, il guardaboschi del signor Sandoval, padrone del laghetto.
«Bella giornata, eh?», commenta il guardiano.
«Sì, molto...»
Con uno sforzo, Julián riuscì a controllare i nervi. Il suo timore non aveva senso. Non correva alcun pericolo. Era un incontro del tutto naturale. Domandò: «Quanto costa pescare in questo laghetto, don Fermín?»
«Cinque pesos. Lei pesca, signor Chapars?»
«Be’... potrei cominciare...»
«Purtroppo però quest’anno non pescherà granché».
«Come mai?»
Fermín si mette a ridere: «Ma perché non ci sarà niente».
«Non capisco cosa sta cercando di dirmi...»
Fermín alza il bastone e indica la strada. Julián vide un camion che si dirigeva verso di loro. «Su quel camion», disse il guardiano, «ci sono gli operai e l’attrezzatura necessaria per svuotare il laghetto...» «Come...?»
«Ma sì. Ogni tre anni il signor Sandoval lo fa svuotare. È una cosa veloce. L’acqua viene deviata verso quel fiumiciattolo. Le pozze si drenano con delle pompe aspiranti. Vedrà quanto pesce si tira fuori. Ceste su ceste. Oggi pomeriggio verrà tutto il paese; venga anche lei. È molto interessante».
L’assassino vide il camion fermarsi. Gli operai scesero e cominciarono a scaricare l’attrezzatura. Un sudore freddo copriva il corpo di Chapars. Balbettò: «Crede che la stazione di polizia sarà già aperta a quest’ora?» E dopo la risposta affermativa del guardaboschi, che non capiva il perché della domanda, l’assassino si avviò verso la sua punizione.

Marcha, Montevideo, 1940
[traduzione di Gina Maneri]

La fortuna, di Francesca Mattei

Effequ porta in libreria Come si smette di avere una faccia, di Francesca Mattei. Un libro che costringe a confrontarsi con il riflesso del proprio viso, con le linee che ci definiscono. Con una lingua che mette a nudo e smaschera imperfezioni, Mattei compone un mosaico inquieto di esistenze intrappolate, ognuna colta nell’estremo tentativo di disfarsi del proprio aspetto per costruire un’altra immagine di sé.

Cattedrale vi propone uno dei racconti del libro, per gentile concessione dell’editore.

LA FORTUNA
di Francesca Mattei

Cecilia entra in bagno con me e mi fa vedere come si fa. Non preme davvero sulla carne, imita soltanto il gesto, in orizzontale partendo dai polsi e lungo tutto l’avambraccio.
In verticale è pericoloso, mi dice. Utilizza una lametta mezza arrugginita estratta dal rasoio usa e getta. Il bagno odora di disinfettante, ma la pelle di Cecilia emana una specie di olezzo acre che rovina tutto. La pelle è l’organo più esteso del corpo umano ed è una membrana sottile e ridicola che può essere incisa con una lametta. Quella di Cecilia è talmente chiara che al di sotto si intravedono le vene azzurre e verdi, che si biforcano sul polso.
Ora preme più forte e il sangue comincia a scorrere. I tagli sono brevi e io non guardo la sua faccia, mentre se li fa. Le dico di smetterla, perché non ne posso più di vedere sangue che esce da ogni parte, lo stesso sangue che mi macchia le mutande da mesi, quasi senza sosta. Sangue che non sta al suo posto dentro il mio corpo, che invade la vescica e l’intestino e non so cos’altro dentro di me e non lo so perché non lo voglio sapere.
Il primo medico che mi ha diagnosticato l’endometriosi ha detto che non era niente di grave e che comportava soltanto cicli più dolorosi della media. Sul momento non mi sono chiesta come facesse a sapere quanto fosse doloroso un ciclo mestruale, visto che era un uomo. Non mi sono chiesta neanche perché non se ne fosse mai accorto nessuno prima di allora né se fosse normale che la questione venisse liquidata così, senza una terapia da seguire o esami o medicine o qualcuno che mi spiegasse cosa stava succedendo al mio tessuto endometriale.
Poi ho iniziato a sentirmi stanca e le giornate erano composte da lunghe ore vuote contro le quali combattere. Arrivava il ciclo, ogni dieci o quaranta o diciotto giorni, e nessuno sapeva spiegarmi perché mi sentissi così. Il sangue cadeva a grumi e c’erano i crampi, alla pancia e alla schiena, che si susseguivano a ondate. Nel resto dei giorni – o dei mesi – senza mestruazioni, avevo spesso mal di pancia e sonno, volevo dormire sempre oppure non volevo farlo mai. Sapevo di non poter prevedere quando sarebbero tornate, perché non erano regolari. Era come una tregua, ma senza alcun sollievo. Piangevo nel letto rimproverandomi di essere debole.
Nel corso delle visite successive, una ginecologa mi ha spiegato che l’endometriosi può comportare disturbi dell’umore. A quel punto ho capito che ci sarebbe stato sempre qualcosa contro cui lottare, senza che potessi averne pienamente il controllo.
La ginecologa mi ha anche detto che, ufficialmente, l’endometriosi non è riconosciuta come malattia invalidante. Questo significa che ci si aspetta che mi comporti come se non ne soffra, che faccia tutto quello che fa chi non ne soffre. Significa anche che è qualcosa che devo affrontare da sola, qualcosa che è sbagliato in me e che non sono legittimata a mostrare. Si sa così poco di questo disturbo. Persino io, prima che mi venisse diagnosticato, non ne avevo mai sentito parlare. Il messaggio è chiaro: la malattia è una questione privata della malata, quasi un capriccio.
A volte, la notte, tocco il mio corpo ripassando dove dovrebbero essere collocate le mie varie parti: qui dovrebbe esserci un ginocchio, qui una guancia, qui il fegato e qui le ovaie e molti altri organi che non riesco a vedere. Ogni volta mi sembra di essere montata male, come se i vari pezzi di me non si possano incastrare tra loro. C’è sempre qualcosa che si trova fuori posto. E vorrei che non fosse tutto qui, che la mia persona non si esaurisse in questa serie di parti difettose, anche se è dura convincersi del contrario.
I medici mi ripetono continuamente le stesse cose: Ci sono terapie molto efficaci, Segui una dieta e vedrai che riuscirai a controllare il peso, È importante reagire, Considera la possibilità di asportare l’utero. Ma niente niente niente di quello che faccio produce un risultato. Non la pillola, non lo yoga, non la dieta, né le medicine, né le droghe, né tutto quello che sembra far sentire meglio gli altri.

Sta uscendo troppo sangue, adesso, e le piastrelle bianche sono rosse e umide.
Cecilia smettila, devi smetterla, le urlo.
E so che sa delle visite e del mio dolore e del sangue che continua a uscirmi da dentro da settimane senza che nessuno riesca a fermarlo. Lo sa e infatti ride e risponde Ma questa è un’altra cosa.
La colpisco. Cade sul pavimento, sbattendo la testa prima contro il water e poi per terra, in mezzo alle goccioline rosse. Da lì non si alza. Il cranio contro la ceramica ha fatto il rumore secco di una pigna caduta dall’albero.
Esco dal bagno e la chiudo dentro a chiave. Per sicurezza accendo la musica e alzo il volume al massimo, anche se al di là dalla porta non arrivano rumori. Probabilmente è svenuta. Sviene spesso, perché non mangia niente, oppure mangia tutto e poi lo rivomita subito dopo. Nonostante questo, ha le cosce grasse e la pancetta. Mi fa pena, ma sono anche contenta che non riesca a dimagrire, perché è sana e ricca e sono convinta che se io avessi quei privilegi saprei fare qualcosa di meglio che ridurmi così.
Cecilia è nel mio bagno, distesa a terra priva di sensi. Ha le braccia tagliuzzate e il suo sangue è sul pavimento, intorno a lei.
È così che stanno le cose.
Ecco il suo privilegio, mi dico.
Ma non ci voglio pensare, adesso. Quando comincerà a bussare alla porta la libererò e lei non avrà niente da ridire, perché è strafatta e perché non pensa di meritarsi un trattamento diverso da quello che le riservo.
Scivolerà fuori dalla stanza e da casa mia.
Uscirà in strada e cercherà e troverà altri modi per farsi male, qualcun altro da tormentare e da cui farsi compatire e avrà la piena convinzione di essere tutta sbagliata, ma di non poter essere altro che così.
E io vorrei dirle che non si rende conto della sua fortuna, la fortuna di poter scegliere di ferirsi, senza che sia il suo corpo a decidere per lei.
Ma questa fortuna ce l’ha poi davvero?
Io resterò su questo letto, ancora una volta, a pensare alle parole che ho perso, che ho dimenticato di scrivere o di dire e adesso non esistono più.
Senza voler fare più niente. Senza volermi alzare o farmi visitare o curarmi o pensare che andrà meglio. Smettere di pulire la casa e di lavare i vestiti con acqua fredda e di guardarmi allo specchio e pensare Questa non posso essere io.
E invece lo sono e lo sono e lo sono.

Non aspettare che la morte arrivi, di Danilo Soscia

Nutrimenti porta in libreria Mamma mostro, l’ultima opera di Danilo Soscia. Un libro - il cui titolo è un omaggio a Perrault - di favole odierne, un tetramerone che intreccia echi dal Decameron, Basile, Le mille e una notte, Chaucer. Nel tempo le storie cambiano, e così le parole che ne fanno il tessuto. Nonostante questo, rappresentano l’ultima speranza di rivedere presto l’alba.
Tra non-morti, mutanti e spettri, Mamma Mostro perlustra scenari inconsueti di un gotico contemporaneo, rinnovando la funzione liberatoria delle storie di paura. Un’antologia di favole dell’odierno orrore, scovate e raccolte in giro per il mondo.

Cattedrale vi propone uno dei testi del libro, per gentile concessione dell’editore.

Non aspettare che la morte arrivi
di Danilo Soscia


Non aspettare che la morte arrivi. Precedila di un passo, prima che lei abbia posato la giacca sporca di montagna e di morchia sulla tua poltrona. Gira la chiave prima che lei giri la chiave, accendi la luce prima che lei accenda la luce. Prepara da mangiare qualcosa di semplice. Alla morte piace il brodo di sassi. Lascia il piatto a freddare sul tavolo della cucina. Spogliati di ogni cosa, e se anche la morte è arrivata prima di te ed è in casa che si aggira tra il bagno e le onde di oggetti sul pavimento, se è lì che fruga senza educazione, senza sapere nemmeno dove si trovi, tu non farti vedere.
Scrivi un biglietto, anzi due. Il primo è quello che troveranno e che leggeranno tutti, all’inizio con reticenza, poi con un certo gusto. Sarà il testo del tuo alibi, la spiegazione che conclude. Il secondo biglietto nascondilo. Scrivilo prima che la morte ti veda. Sia un pensiero breve, di poche frasi, descrittivo. Dica l’ora, il luogo, la vera ragione. Non dire fate non fate. Non dire andate non andate. Nessuna indicazione, facciano gli altri. Che ti spregino, ti fraintendano, ti riducano al corpo che sei. La morte a quel punto sarà già arrivata. La morte non è una donna, cerca di ricordarlo. La morte è un uomo.
La morte ha il fisico sghembo dei pastori di altura. La morte puzza di mancata igiene, di erbe e di torrente. La morte ha fiato di gas, bestemmia e non beve. La morte è astemia. La morte è uno specchio. Per questo tu non specchiarti mai in vita, che lei non abbia a sapere come sei fatto, come è mutato il tuo viso negli anni. Sta’ un passo avanti, non farti riconoscere prima del tempo.
La morte ha paura dei segugi e fuma trecento sigarette in una giornata. La vedi? Ha attraversato la strada, indifferente. Non ti ha visto, ti sta ancora cercando. Chiede ai vicini. Diranno che sei uscito in compagnia del tuo cane per arrampicarti sulla collina. La morte entra nel bar con il suo fare svagato, chiede un caffè, ha fame. Si può mangiare qualcosa? Il barista le offre due fette di pane e di formaggio, un bicchiere di vino. Va bene, ma solo il pane e il formaggio. A tutti quelli che entrano chiede il tuo nome. Lo conoscete? Lo vedete passare spesso?
Viene quasi tutti i giorni a prendere il suo caffè o il suo tè, dice il barista. Si siede al tavolino lì fuori, quello, sempre lo stesso. E allora la morte si siede al tuo posto, a mangiare. E mangia, si strafoga. Chiede ancora, e gli uomini che pure non sono abituati alle buone maniere, che si offendono quando si fanno una carezza, guardano la morte di traverso, come uno che non ha imparato a stare al mondo.
Guadagna, se puoi, qualche metro prima che arrivi. Rimetti in ordine le idee. Hai tutto il tempo. La morte fumerà almeno tre sigarette prima di alzarsi dal tavolino del bar. Ancora non sa bene dove andare. Ha paura a chiedere il tuo indirizzo così, senza una ragione che non la faccia apparire sospetta. In fondo vuole arrivarci da sola. Vuole stanarti senza nemmeno sapere prima quale sia il tuo volto. Ti riconoscerà, o meglio saprà trovare la strada che conduce a te, perché ha il fiuto di un ratto, e tu hai lasciato una linea d’odore alle tue spalle.
Non pensare che la morte sia inesorabile. Non ti sentire sconfitto prima ancora di gareggiare. Anche la morte ha i suoi limiti. Non conosce niente della tua vita. Non conosce la sua forma, le tue abitudini, la gabbia nella quale ti esibisci ogni giorno. La morte ignora che dopo il suo passaggio, dopo che vi sarete incontrati, nessuno conserverà una sola scheggia di te. Nessuna eco alle tue urla da pazzo, nessuna registrazione delle tue telefonate nel cuore della notte a questo o a quell’altro amico per chiedere aiuto, per rovinargli la giornata, nessuno da cui pretendere un ricordo che esiste solo nella tua testa.
A casa tua ogni cosa è un tuo possesso. Gli escrementi accumulati nel water, la batteria su cui ti esercitavi, gli abiti da giardiniere che pure hai conservato nonostante tu non faccia più quel lavoro da molti anni. Perderà di consistenza questo mondo di cose. La morte non può saperlo. La morte non può sapere che non hai nessuno, e che non c’è niente alla fine di una vita. Nessun compimento, nessuna fede da accogliere, nessuna rivelazione. Nessuna parola. Non parlare quando arriva la morte. Resta in silenzio. Non allearti al suo istinto. Se parli, le cose inerti e opache prenderanno forma, e tutto diventerà evidente. È in quell’evidenza che la morte ti viene a cercare. Non aspettare che la morte ti insegua. Cerca di scomparire, se puoi. La morte ti troverà comunque, ma un attimo dopo. Non saprà cosa farsene di uno già morto. Maledirà sé stessa per tutto il tempo e il freddo, per il caffè schifoso che ha dovuto sorbire per colpa tua. Fatti trovare già morto. Hai pazientato per decenni avvitandoti tra le braccia di una vecchia madre, tra i tuoi lavori e le tue attese, sperando solo che la tua missione avesse uno scopo. Eccolo. Anticipare la morte di un solo passo. Uno.
Di ritorno a casa, stacca il cadavere di Cristo dalla croce lungo la strada. Raggiungi la camera da letto a piedi scalzi, posalo sul materasso. Poi, dopo averlo osservato, infilalo sotto le coperte, lasciando il suo volto alla luce. Spogliati di tutto, e rinchiuditi nel grande armadio accanto al letto. La morte non ti troverà. Saranno invece alcuni uomini del paese a chiamare i pompieri, dopo giorni che non ti vedranno passare dal bar. Ti troveranno addormentato in quell’angolo di scomparto dove ti sei nascosto. Non riusciranno a svegliarti, e solo per comodità diranno che sei deceduto. E invece la morte sarà passata e non ti avrà trovato, oppure sarai stato tu ad averla anticipata, anche se di poco.

Dell’amore, di Anton Pavlovič Čechov

Neri Pozza porta in libreria La vita è orribile e meravigliosa, di Anton Čechov, per la traduzione di Sophia Simo, con una prefazione di Paolo Nori.
A oltre un secolo di distanza, Čechov ripropone, intatta, la sua suprema capacità di ritrarre gli uomini e le donne che abitano i pianeti distanti della città e della campagna, con il loro opposto sentire. E per l’umanità, per i destini talvolta beffardi, per il mistero che fa capolino dietro ogni vita ordinaria, prova una compassione profonda rischiarata da lampi di affettuosa ironia.

Cattedrale vi propone l’estratto di uno dei racconti, per gentile concessione dell’editore.



Dell’amore

di Anton Pavlovič Čechov


Il giorno dopo, a colazione, furono serviti delle deliziose focacce ripiene, polpette di montone e gamberi; mentre gli ospiti mangiavano, il cuoco Nikanor salì per chiedere cosa avrebbero gradito per pranzo. Era un uomo di media statura, con il viso paffuto e gli occhi piccoli, rasato, e sembrava che i baffi, piuttosto che rasati, fossero stati strappati.
Alëchin raccontò che la bella Pelageja era innamorata di quel cuoco. Siccome era un ubriacone e un violento, lei non voleva sposarlo, ma era disposta a vivere così. Lui però era molto devoto, e le sue convinzioni religiose non gli permettevano di vivere in quel modo; pretendeva che lei lo sposasse e non voleva sentire ragioni e, quando era ubriaco, la rimproverava e addirittura la picchiava. Quando Nikanor era ubriaco, lei si nascondeva di sopra e singhiozzava, e allora Alëchin e la domestica restavano in casa per proteggerla in caso di necessità.
Iniziarono a parlare d’amore.
«Come nasce l’amore» disse Alëchin, «perché Pelageja non si è innamorata di un brav’uomo, più adatto a lei per carattere e aspetto fisico, ma si è innamorata proprio di quel brutto ceffo di Nikanor (qui da noi lo chiamano tutti così), se è vero che le questioni di felicità personale sono importanti in amore: di tutto ciò non si sa nulla e ognuno può discuterne come vuole. Finora solo una verità ineccepibile è stata detta sull’amore, e cioè che “questo mistero è grande”* ; tutto ciò che di altro è stato scritto o detto sull’amore non costituisce la risoluzione, bensì solo l’impostazione di problemi i quali, così, sono rimasti irrisolti. La spiegazione all’apparenza utile per un singolo caso non è valida per gli altri dieci e la cosa migliore, secondo me, è spiegare ogni caso singolarmente senza cercare di generalizzare. Dobbiamo, come dicono i dottori, individualizzare ogni singolo caso».
«Precisamente» approvò Burkin.
«Noi, che siamo russi e persone perbene, abbiamo un debole per questi problemi irrisolti. Di solito l’amore viene poeticizzato, decorato di rose e usignoli, noi russi invece decoriamo il nostro amore con domande fatali, e per di più tra queste scegliamo le meno interessanti. A Mosca, quando ero ancora uno studente, avevo una compagna di vita, una graziosa fanciulla che, ogni volta che la stringevo in un abbraccio, pensava a quanto le avrei dato al mese e al prezzo corrente di una libbra di carne. Allo stesso modo noi, quando amiamo, non smettiamo di porci domande: se quell’amore sia onesto o disonesto, intelligente o sciocco, a cosa porterà e così via. Non so se sia un bene o un male, ma so che è di intralcio, non soddisfa e infastidisce».
Sembrava che volesse raccontare qualcosa. Le persone che vivono in solitudine hanno sempre nell’anima qualcosa che raccontano volentieri. In città, gli scapoli vanno alla banja* o al ristorante apposta per conversare e talvolta raccontano storie molto interessanti agli inservienti o ai camerieri, mentre in campagna, di solito, aprono l’anima ai propri ospiti. Ora dalla finestra si vedevano il cielo grigio e gli alberi bagnati di pioggia: con un tempo del genere non si poteva andare da nessuna parte, e non restava altro da fare che raccontare e ascoltare.
«Vivo a Sof’ino e mi occupo di agricoltura ormai da tempo» iniziò Alëchin, «da quando ho finito l’università. Sono uno scansafatiche per formazione e uno studioso per disposizione, ma quando sono arrivato qua, sul podere pendeva un grande debito e, siccome mio padre si era indebitato in parte per finanziare la mia istruzione, decisi di restare e lavorare finché non avessi saldato quel debito. Così decisi, e iniziai a lavorare qui anche se, lo ammetto, non senza un certo ribrezzo. Questa terra non dà molti frutti e, perché l’agricoltura non vada in perdita, bisogna servirsi del lavoro di servi della gleba o braccianti, che sono quasi la stessa cosa, oppure gestire il podere alla maniera contadina, cioè lavorare i campi da soli con la propria famiglia. Non ci sono vie di mezzo. Ma io allora non entravo in certi dettagli. Non lasciavo in pace nemmeno un lembo di terra, radunavo tutti i contadini e le loro mogli dai villaggi vicini, e il mio lavoro qui procedeva a un ritmo frenetico; aravo, seminavo e falciavo anche io e intanto mi annoiavo e facevo smorfie di disgusto, come un gatto di campagna che per la fame è costretto a mangiare i cetrioli di un orto; avevo dolori in tutto il corpo e cadevo dal sonno. In un primo momento mi sembrava di poter conciliare questa vita di lavoro con le mie abitudini culturali; per farlo, pensavo, basta mantenere un certo ordine esteriore nella vita. Mi sistemai al piano di sopra, nelle stanze degli ospiti, stabilii che dopo i pasti mi venissero serviti caffè e liquori e, prima di dormire, leggevo ogni sera Il Messaggero d’Europa* . Ma un giorno venne il nostro pope, padre Ivan, e bevve d’un fiato tutti i miei liquori, e Il Messaggero d’Europa andò alle sue figlie, perché d’estate, soprattutto durante la falciatura, non facevo in tempo a raggiungere il letto e mi addormentavo su una slitta nel granaio o da qualche parte nel capanno – ma quale lettura? Piano piano mi trasferii al piano di sotto, iniziai a mangiare in cucina, e dei lussi di un tempo mi rimasero solo i domestici che avevano servito persino mio padre e che non avrei avuto il cuore di licenziare.
Nei miei primi anni qui, fui scelto come giudice di pace onorario. A volte dovevo andare in città e prendere parte alle sedute del collegio e del tribunale distrettuale, e per me era una distrazione. Quando vivi fisso qui per un paio di mesi, soprattutto d’inverno, alla fine inizi a sentire la mancanza di una redingote nera. E in tribunale si vedevano redingote, uniformi, frac, e ancora avvocati e gente che aveva ricevuto una qualche istruzione; avevo qualcuno con cui parlare. Dopo aver dormito sulla slitta e mangiato nella cucina della servitù, potermi sedere su una poltrona con della biancheria pulita, scarpe leggere e una catena sul petto, quello sì che era un lusso!
In città mi accoglievano cordialmente e io facevo amicizia volentieri. Di tutte le conoscenze, la più seria e, a dire la verità, la più piacevole per me fu quella con Luganovič, il vicepresidente del tribunale distrettuale. Lo conoscete entrambi: una carissima persona. Io lo conobbi proprio in relazione al celebre caso dei piromani; l’udienza andava avanti da due giorni, eravamo stanchi. Luganovič mi guardò e disse:
“Sapete che c’è? Andiamo a pranzo da me”.
Fu un gesto inaspettato, perché io Luganovič lo conoscevo appena e solo in via ufficiale, non ero mai stato a casa sua. Passai in albergo per cambiarmi e andai a pranzo. E lì ebbi l’occasione di conoscere Anna Alekseevna, la moglie di Luganovič. All’epoca era ancora molto giovane, non avrà avuto più di ventidue anni, e era madre da appena sei mesi. È una faccenda passata, e ora non saprei indicare cosa avesse di così straordinario che mi piacque tanto, ma a quel pranzo mi fu tutto inconfutabilmente chiaro; vedevo una donna giovane, bellissima, buona, colta, affascinante, una donna che non avevo mai incontrato prima; la sentii subito vicina, già familiare, come se quel viso, quegli occhi gentili e intelligenti li avessi già visti nella mia infanzia, in un album sul comò di mia madre.
Per il caso dei piromani erano stati accusati quattro ebrei che erano stati identificati come una banda: un’accusa secondo me del tutto infondata. A pranzo ero molto preoccupato, stavo male, e non ricordo cosa ho detto, solo che Anna Alekseevna continuava a scrollare il capo e diceva al marito: “Dmitrij, com’è possibile?”

* Dalla Lettera di San Paolo agli Efesini (Ef 5, 21-33).
* La tradizionale sauna russa.
* Vestnik Evropy, una rivista storica e letteraria di orientamento liberale pubblicata a San Pietroburgo tra il 1866 e il 1918.


c 2026 Neri Pozza Editore, Vicenza

Non importava da dove guardassimo, di Brian Evenson

Nottetempo porta in libreria Canzone per disfarsi del mondo, di Brian Evenson, con la traduzione di Luciano Funetta. Un libro fatto di mondi pieno di dubbi, illusioni e ossessioni; dove nessuna convinzione, nessuna pretesa di obiettività è immune alle distorsioni della mente umana. L’autoinganno è un mezzo per giustificare i nostri impulsi peggiori, i più crudeli.

Cattedrale vi propone uno dei racconti contenuti nella raccolta, per gentile concessione dell’editore.

Non importava da dove guardassimo
di Brian Evenson

Non importava da dove la guardassimo, la ragazza non aveva volto. Aveva capelli sul davanti e capelli dietro – per cui stabilire quale fosse il davanti e quale il dietro era impossibile. Dissi a Jim Slip di mettersi da un lato, mentre io la guardavo dall’altro e gli altri membri della loggia la calmavano o la tenevano ferma, ma non importava da dove la guardassimo o come la tenessimo, il suo volto non c’era. Sua madre urlava, ci lanciava accuse, ma cosa potevamo farci? Non era colpa nostra. Non sapevamo come agire.
Fu Verl Kramm ad avere l’idea di rivolgersi al cielo, di chiamare le luci che si allontanavano affinché tornassero a prenderla. Avete preso solo metà di lei, gridò. Adesso, per Dio, abbiate la decenza di portare con voi anche ciò che ne resta.
Anche altri si unirono, ma poi non tornarono, nessuno di loro tornò. Se ne andarono, lasciandoci con quella ragazza che, non importava da dove la si guardasse, ci mostrava sempre la parte posteriore del suo corpo. Non mangiava, o lo faceva in qualche modo per noi inconcepibile. Camminava a ritroso, tracciando cerchi e sbattendo nelle cose, tentando di afferrare le cose con il dorso delle mani. Era una ragazza intera, fatta di due metà, ma sbagliata, composta da due metà uguali.
A un certo punto non riuscimmo più a sopportare la sua vista. Non sapevamo cosa fare di lei, non ci restava che abbandonarla. All’inizio sua madre protestò e ci morse e ci graffiò, ma neanche lei voleva saperne di riprenderla con sé – in fondo desiderava solo liberarsene senza rimorsi, dare a noi tutta la colpa.
Sprangammo la porta e inchiodammo assi alle finestre. Su richiesta di Verl, lasciammo solo un buco sul soffitto in caso loro decidessero di tornare a prenderla. Per un po’ mettemmo una sentinella a guardia della porta affinché facesse rapporto alla loggia sui suoni che venivano dall’interno, ma a un certo punto i rumori cessarono e non ce ne curammo.

Una notte la sognai, non le due metà che conoscevamo, ma le altre due, quelle che non avevamo mai visto. La vedevo fluttuare a bordo del loro vascello, sopra di noi, a una distanza abissale, in un’atmosfera sottile e rarefatta, irrespirabile. Era lì, una ragazza che mostrava sempre il suo volto, non importava da dove guardassimo. Una ragazza che mostrava i denti e ci fissava, ci fissava.

Pezzi di buio, di Alberto Rudellat

Zona 42 porta in libreria Nella carne / Nella pietra di Alberto Rudellat, una narrazione a mosaico che reinventa il tema del paese maledetto, intrecciando folk-horror e spazi liminali con una scrittura di altissimo livello. Nella carne / Nella pietra ci porta a Roccalama, un borgo dove la gente scompare, inghiottita da una dimensione fatta di corridoi labirintici e stanze vuote, una realtà alternativa in cui il tempo si deforma, dove si aggirano orrori inimmaginabili, che talvolta riescono ad attraversare la soglia con il nostro mondo. Attraverso la memoria, le storie e i traumi degli abitanti di Roccalama, Rudellat ci trascina all’interno di un mondo che fonde l’estetica e i temi delle backrooms alla spaventosa quotidianità delle storie di autrici come Mariana Enríquez e Samanta Schweblin.

Cattedrale vi propone uno dei testi contenuto nella raccolta, per gentile concessione dell’editore.

Pezzi di buio
di ALBERTO RUDELLAT

 
Gliel’ho detto. Fatti un giro di notte in stazione se non mi credi vai fino in fondo al binario morto dove ci sono i vagoni abbandonati poi vieni a dirmi cosa hai visto. Se riesci a trovare le parole. Se riesci a tornare indietro.
Dice che gli devo raccontare cos’è successo pure se l’ho già fatto e gli ho già detto tutto quello che mi ricordo e va bene glielo racconto di nuovo ma io so soltanto quello e se vuole glielo ripeto e se non gli basta sono problemi suoi. Tanto lo so che mi ascolta ma mica mi crede lo vedo da come mi guarda e scuote la testa quando mi dice che i cani non parlano. E però neanche i morti parlano e invece da quando il fuoco si è mangiato l’Arcadia lo fanno di nuovo come lo facevano i morti del paese vecchio che se l’è inghiottito l’acqua e il fango quando io manco ero nato e a Roccalama ne succedono di cose strane anche se tutti fanno finta di no.
Ma oggi il poliziotto mica è venuto da solo si è portato appresso una ragazza il furbo e mi ha lasciato con lei a parlare in una stanzetta vuota verdastra con una finestra piccola che entra solo un filo di luce. La ragazza non mi fa domande mi lascia parlare. Ha una giacca di pelle e una maglia a righe rosse e nere e dietro la frangia ha due occhi neri grandi così. Tiene sempre la bocca chiusa e ha le labbra rosse ma poi quando la faccio ridere lo capisco perché le teneva strette perché ha i denti un po’ storti con i canini più in alto degli altri denti e allora glielo dico che è bella così e mica siamo dentisti che deve vergognarsi e chissenefrega dei denti se quando ti guarda uno pensa solo che vuole baciarti. Lei dice grazie e io mi vergogno e torno a guardare le pareti verdi senza quadri solo chiodi nel muro crepato. Lo sapevo che non è che era lì per farsi baciare da me ma perché le dovevo dire delle cose e allora gliene ho raccontate un po’. Gliel’ho detto che quando il cinema è bruciato io c’ero pure se non mi credono perché dalla conta dei biglietti dicono che sono morti tutti ma invece io ero entrato da una porta vicino ai bagni perché quel film lo volevo vedere e c’era anche Martina con me glielo potete chiedere se volete ma da quel giorno che non aveva neanche tredici anni le si è sbiancata la testa e non parla più non dice manco una parola. E quando tutto ha incominciato a bruciare io l’ho portata via e non lo so perché ma a me il fuoco non mi toccava non mi faceva niente e se mi dai un accendino te lo faccio vedere pure adesso me lo posso accendere sotto una mano e non sento niente anche se adesso dura solo per poco. Le ho detto anche degli altri della gente che è sparita dietro i muri e non sono più tornati e sono rimaste solo le voci così basse che le confondi con il ronzio dei neon e dicono cose che io non le capisco.
Lei scrive sul taccuino così veloce che poi si deve massaggiare le mani e intreccia le dita e le fa schioccare e io la guardo e la vedo che fa fatica e vorrei andare più piano per aiutarla ma ormai le parole mi vengono fuori tutte assieme e non riesco a fermarle neanche se mi mordo la lingua neanche se sbatto i pugni sulle cosce.
Io parlo sempre non sto mai zitto parlo coi cani coi piccioni parlo con le nuvole parlo da solo perché la mia testa è piena di parole così piena che sembra che deve scoppiare come i botti a capodanno e booom farle uscire tutte assieme che riempiono le strade di questo schifo di paese. A Roccalama nessuno mi ama. Faccio anche le rime come i poeti che a scuola le poesie le imparavo a memoria pure se non le capivo e qualcuna me la ricordo ancora e la posso dire anche adesso tipo San Lorenzo io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla o l’eterno riposo dona a loro Signore che però forse è una preghiera ma chissenefrega mica è così diverso alla fine.
La scuola è ancora lì dove ci andavo io anche se sono passati gli anni e nel cortile hanno tagliato l’albero e ci hanno messo le panchine e hanno dipinto la ringhiera di verde che sembra nuova. Però i nascondigli quelli son rimasti sempre uguali e io li so tutti e dentro i buchi nel muro della palestra ogni tanto ci trovo ancora un pacchetto di sigarette e allora me le prendo ma giusto un paio mica tutte che lo so che non è roba mia per fumarmele quando fa buio che mi piace vedere la punta rossa che si illumina e brilla quando tiro forte. Qualche notte ci ho pure dormito dentro la scuola quando fuori faceva troppo freddo. Basta che alzi la serranda al piano terra spingi un po’ coi piedi e sei dentro e c’hai la scuola tutta per te e te la giri nei corridoi vuoti con tutto quel buio e il silenzio che i tuoi passi fanno un rumore strambo e dietro gli angoli sembra che c’è qualcuno ad aspettare allora te ne scappi in fretta ti chiudi in una delle aule ma poi avvicini due tre banchi e ti fai una ninna al caldo e allora sì che stai bene. Ci dormivo da bambino e ci ho dormito da grande. Qua non cambia mai nulla.
Quando la finestra diventa scura che quasi non ci vediamo più lei si alza si abbottona la giacca ma ancora non mi ha chiesto di quella notte e allora dice che ci rivediamo tra un paio di giorni e che magari riesce a farmi uscire per qualche ora. Io subito sono felice ma poi ho capito che vuole riportarmi in quella casa e non lo so se ce la faccio a entrarci di nuovo però ho voglia di vedere di nuovo com’è fuori quindi ho detto va bene. Mi ha dato un chewing-gum e l’ho masticato per tutta la notte poi devo averlo ingoiato perché la mattina non ce l’avevo più in bocca però mi era rimasto il sapore ed era come se fosse il sapore di un suo bacio.
Il mio vicino di letto c’ha i fiori sul comodino fiori belli tutti viola e rossi ma però non sanno di niente se ci metti il naso dentro non sono come quelli che crescono nel bosco quelli sì che hanno un buon odore come di pioggia di lenzuola stese. Gliel’ho detto anche a lui ma non so mica se mi ha capito ha solo aperto la bocca e mi ha guardato fisso per un po’ e poi si è girato dall’altra parte. Qua dentro non possiamo fumare però ci danno le pillole la mattina e la sera e io le pillole le conosco e me le scambio con gli altri e faccio arcobaleni di colori te ne do due blu tu dammene una rossa che se la butti giù insieme a quella bianca la testa ti gira per un po’ e poi dormi come sulle nuvole. Mangio tutto quello che mi danno che neanche me lo ricordavo da quanto non mangiavo così e mi hanno tagliato la barba e i capelli e sembro di nuovo giovane come quando ero giovane davvero. Però io qua dentro non ci posso stare non ci resisto a vedere solo muri e porte chiuse e finestre chiuse che là fuori c’è il mondo c’è il cielo e io lo voglio vedere bene tutto intero non solo un quadratino da dietro i vetri sporchi.
Gli ho rubato un fiore al vicino tanto mica se ne accorge me lo sono nascosto sotto la maglia è quasi secco però non ha ancora perso tutto il colore anche se il viola è diventato quasi blu. Mi hanno restituito le scarpe e c’ho i vestiti puliti me li ha portati un’infermiera mi ha detto che sono del figlio che tanto non li mette più e a me mi vanno un po’ grandi perché sono magro magro ma va bene lo stesso perché oggi tornano il poliziotto e la ragazza. In questi giorni non mi hanno dato più le pillole e non riuscivo a dormire che qua mica c’è la musica o i grilli gli uccelli che cantano ci sono solo il russare le urla le scorregge i pianti dei miei compagni di stanza e quando ho dormito ho sognato i binari e i vagoni vuoti che vuoti non sono e le ombre con le braccia lunghe come le zampe dei ragni e mi sono risvegliato sudato le lenzuola fradice il cuore mi picchiava forte qui in mezzo al petto.
Sono venuti con una macchina normale senza le scritte senza le sirene che io un po’ ci speravo ma vabbè mi siedo dietro prendiamo la strada principale che scavalla il fiume e passa dietro la ferrovia e poi la via cieca la riconosco Via della Giustizia parcheggiamo nel cortile della casa del prete e gli scrocco una sigaretta al poliziotto perché ho paura ma non voglio farlo vedere quindi la fumo guardando gli alberi e l’erba alta che la muove il vento ma sento i denti battere e la pelle delle braccia e del collo diventa dura. Ci penso pure a scappare a correre e vaffanculo inseguitemi se mi prendete ma sento che le gambe sono molli e sicuro non vado lontano mi riacchiappano subito allora spengo la sigaretta e gli faccio cenno a lui per me possiamo entrare così almeno la finiamo. Lei però lo guarda e scuote la testa si avvicina e parlano un po’ lui sbuffa poi si accende un’altra sigaretta e muove la testa come a dire cazzi tuoi e alla fine entriamo solo io e lei e sono contento perché forse le posso dare il fiore che c’ho sotto la maglia.
C’è odore di chiuso e di umido e di sporco e di legno marcito. Il piano terra è una stanza sola così grande da dormirci in quindici a destra ci sarebbe la cucina ma ormai si son rubati tutto restano solo i tubi che penzolano e le macchie e la muffa sui muri e il pavimento di legno è coperto di polvere e calcinacci. Facciamo le scale che portano al piano sopra lei sale per prima e io vorrei fermarla e darle il fiore ma mi sa che non è il momento non abbiamo ancora parlato non mi ha chiesto niente io non ho detto niente. Quassù c’è quell’odore che c’hanno le cose morte che se l’hai sentito una volta non te lo scordi più e lei si ferma sull’ultimo gradino e mi dice fammi vedere dove è successo allora vado avanti io nel corridoio supero il bagno e apro la porta della stanza che doveva essere la camera da letto ma non c’è più niente solo una macchia di sangue secco nell’angolo vicino al termosifone. Poi nella mia testa succede una roba strana e tutto comincia a girare come in una sbronza i colori si mischiano le gambe non mi reggono più e cado per terra sento la botta le ossa schioccare insieme con le assi del pavimento e lei mi corre vicino con i denti premuti sulle labbra e gli occhi ancora più grandi ma adesso sono spaventati e prova ad alzarmi ma io non riesco a muovermi e lei non riesce a tirarmi su perché pure se sono magro sono troppo pesante per lei. Me ne sto per terra e la stanza sta girando lei è inginocchiata qui davanti a me che sta frugandosi in tasca forse cerca il telefono per chiamare il poliziotto ma io comincio a parlare anche se la voce non vuole uscire ed è bassa bassa e allora lei si ferma e si avvicina ancora di più e io sento il suo profumo ma non mi vengono pensieri felici solo brutta roba in testa gli occhi mi bruciano e mi accorgo che sto piangendo perché sento le guance bagnate e il salato sulla lingua e adesso mi ricordo tutto.
Non lo so mica come si chiamava non me l’ha detto o forse sì ma chi se lo ricorda non era molto che era arrivato a Roccalama quella sera c’eravamo solo io e lui al parchetto dietro le case di cartone e io avevo del vino lui una bottiglia di vodka e avevamo anche due panini ma lui aveva tre cani il cibo andava diviso per cinque ma a me stava bene mi bastava un po’ di compagnia che a stare sempre da soli poi diventi triste e la vita non te la godi più anche se puoi fare tutto quello che ti pare. Stava cominciando a piovere e toccava trovare in fretta un posto per stare all’asciutto lui era qualche giorno che se la occhieggiava questa casa deserta e gliel’ho detto che qui non ci dovevamo venire che in paese lo sanno tutti che questo posto fa paura la chiamano la casa del prete perché c’hanno trovato un prete impiccato me l’ha detto Martina che abita giusto di là della strada in una delle torri delle case di cartone ma lui non mi ha dato retta i discorsi tra ubriachi sono così tutti parlano nessuno ascolta. Quando abbiamo spinto la porta e siamo entrati io avevo la strizza e i peli delle braccia dritti ma non ho detto niente e siamo saliti ci siamo messi qui e abbiamo mangiato seduti per terra e intanto fuori pioveva forte ogni tanto un lampo faceva luce e allora ci passavamo la bottiglia i cani stavano seduti bravi bravi intorno al padrone non abbaiavano mai. Poi sono andato di là che dovevo andare al bagno e quando sono tornato lui dormiva allora mi sono preso la bottiglia me la sono finita mi sono fumato l’ultima sigaretta e mi sono messo giù a dormire pure io ma poi i cani hanno cominciato a parlare e prima mi sono detto ma sei scemo sei ubriaco mica parlano i cani ma poi quello più grosso ha parlato più forte e nel buio sembrava ancora più grande sembrava un lupo parlava con una specie di raschio con i denti che cozzavano ma io lo capivo capivo ogni parola e diceva che avevano sete tanta sete che dovevo dargli da bere. Acqua non ne avevo allora ho versato l’ultimo sorso di vino per terra ma mi ha detto che no non avevano sete di vino e io allora volevo uscire e riempire la bottiglia con la pioggia ma lui ha detto ancora di no e annusava il collo del padrone quello stronzo russava mica si accorgeva di niente e il cane ha iniziato a segnargli il collo con le zanne metteva il muso di lato e gli strisciava i canini sulla gola come un rasoio ma senza affondare e andava avanti e indietro fino a che non gli ha fatto un segno rosso come una collana. Gli altri due cani mi sono venuti addosso con i musi sentivo le lingue nelle orecchie e la bava mi colava in faccia e parlavano pure loro e mi dicevano di farlo lo ripetevano sempre le stesse parole mi entravano in testa e me la facevano scoppiare. Io ho detto di no l’ho detto a voce alta ho detto no e no e no e allora hanno cominciato a ringhiare quello più grande si è alzato su due zampe era più alto di me era come un pezzo di buio che si era staccato dalla parete e si faceva sempre più vicino sempre più vicino finché c’erano solo i suoi occhi gialli e mi ha detto che dovevo farlo se volevo vivere. E allora l’ho fatto. Ho sbattuto la bottiglia contro al muro e gli ho ficcato il vetro nel collo mentre dormiva così come una coltellata la gola si è squarciata aperta come una cerniera lui si è svegliato e mi ha visto sembrava che non ci credeva scalciava mi tirava pugni ma io lo tenevo fermo puzzava di vino e di piscio provava a parlare ma sputava fuori sangue mi colava sulle mani in mezzo alle dita caldo appiccicoso poi un lampo ha illuminato la stanza e ho visto i cani che leccavano da quella pozza di schiuma rossa e ringhiavano e si spingevano si saltavano addosso sembrava che non bevevano da un secolo e vedevo la bava che si mischiava al sangue e sembravano un solo cane da tanto che erano ammassati sembrava un cane con tre teste. La mattina dopo mi hanno trovato qui e i cani non c’erano più e io non mi ricordavo più niente e non ci credevo mica quando mi hanno detto che ero stato io io non le faccio queste cose e però ero tutto sporco di sangue e non capivo non sapevo cosa dire e allora non ho detto niente e li ho lasciati fare.
Quando ho finito di parlare mi aspetto che parla lei invece non dice niente mi guarda e basta allora penso che è questo il momento per darle il fiore e apro la giacca ma nella stanza si fa tutto nero pure se fuori c’è il sole e il pavimento sembra che trema tutto la stanza si muove le pareti stanno ronzando da fuori sento il poliziotto che ci chiama ma noi non riusciamo a muoverci lei mi prende la mano e la stringe forte le guance le stanno tremando e anche gli angoli della bocca le labbra rosse si aprono e si chiudono sta battendo i denti perché adesso qui dentro fa freddo freddissimo e gira la testa da ogni parte ha gli occhi spalancati sta cercando la porta ma la porta non c’è più e comincio a tremare anch’io perché non ci siamo più solo noi lì dentro e il buio si muove il buio sta parlando di nuovo riconosco la sua voce e adesso lo so che la sente anche lei.

Le croci in processione, di George Eekhoud

Ortica editore porta in libreria Racconti del patibolo, di George Eekhoud, tradotto da Stefano Serri. Sei racconti che vogliono avvicinare il pubblico italiano allo scrittore belga (pressoché inedito nel nostro paese) che ha messo la propria opera a servizio delle minoranze e di chi non ha voce: carcerati e proletari, anarchici e omosessuali, soldati degradati e ragazzini sfruttati sono i protagonisti dei suoi testi. Racconti di violenta denuncia, di forte realismo che descrivono con penna delicata le sventure che si nascondono nell'oscurità indifferente delle città.


Cattedrale vi propone uno dei testi contenuto nella raccolta, per gentile concessione dell’editore

Le croci in processione
di George Eekhoud


Rotolavamo penosamente lungo i solchi della strada sabbiosa e da un po’ stavamo osservando la massa opprimente del penitenziario, quando il mio compagno di viaggio m’indicò con la punta della frusta alcune croci di legno nero raggruppate in mezzo alla brughiera.
«Il cimitero dei detenuti!» esclamò.
E aggiunse sorridendo: «Ci sono dodici croci. Non ce n’è mai stata, e mai ce ne sarà, una di più… Che bella cosa, la burocrazia.»
Poi, tornando grave e prendendo una scorciatoia: «Solamente lì il vagabondo dorme il suo primo sonno tranquillo. Allora le api cantano per lui le loro dolci nenie e la natura veste di viola – il colore del lutto dei re – la tomba del più infimo dei mendicanti!
Quante salme di pezzenti ingrassano già quel suolo incolto, carcasse fracassate di veterani rinsecchiti insieme alle polpe succulente degli ultimi arrivati... Come la lama della ghigliottina non conta le teste che stacca, quelle dodici croci non contano i tumuli che calcano nel loro migrare. A ogni decesso il becchino strappa la croce del più antico tra i dodici morti e la sistema sopra la nuova tomba anonima.
Sapete meglio di me come il contadino di queste terre sia incline a fantasticare. Così, il movimento di quelle croci nella pianura ha colpito la sua immaginazione. Pretende che lo spirito nomade e ribelle delle canaglie sepolte si sia comunicato, per una diabolica qualità, all’emblema di redenzione che doveva proteggere le loro spoglie mortali. Di propria volontà, decidono di smuoversi a una a una per vagare attraverso la campagna. Croci erranti, croci in pena! Percorrono la landa stregata così come i forzati e i fuorilegge giravano nel cortile, dove ruotavano legati alla macina del mulino. La gente del posto ha dato loro questo nome suggestivo: Le croci in processione.
Anch’io, scorgendole nelle ore confuse, complici di miraggi e allucinazioni, le scambiai molto spesso per un branco di corvi satolli, infreddoliti e stretti l’uno contro l’altro.
Quel paragone mi ossessionò in modo particolare tre anni fa, quando un’epidemia di tifo rischiò di spopolare le campagne. Nell’infermeria, ancora più sinistra delle altre zone del carcere, dato che gli orrori del lazzaretto s’innestavano su quelli della prigione, tutti i teppisti, tanto i vecchi quanto i ragazzi, morivano a camerate intere.
Laggiù, nella terra, quei macabri zappatori non facevano altro che scavare e comprimere la terra, piantare e spiantare i tronchi delle croci. Ma avevano un bel da fare, il flagello continuava a mietere vite e inviava loro carri su carri di concime umano. I miei dodici corvi neri non avevano mai avuto una simile preda.
La carneficina fu tale che per non allarmare gli onesti cittadini dei dintorni il direttore del carcere ordinò di procedere soltanto di notte a quelle inumazioni di massa. Ma, nonostante la saggezza dell’amministrazione, i pastori notturni, isolati nella pianura, assistettero a uno spettacolo spaventoso. Le croci in processione, lente e gravi, si misero, una notte, a correre come dannate. Andavano talmente veloci che c’era appena il tempo di posare i loro bracci neri sulle fosse rivoltate di fresco. Incespicavano contro le salme, battevano i loro bracci, cadevano per risollevarsi subito. E i loro subdoli incensieri, i fuochi fatui, invece di calmarle e radunarle, si divertivano a quel loro sgambare e fare capriole, esasperavano il panico avvolgendole nelle livide spirali dei loro bagliori.
Ancora oggi, quando si menziona questo prodigio, alle veglie, le donne recitano un Pater e un Ave Maria per le anime del purgatorio, mentre i ragazzi più coraggiosi aspirano boccate profonde dalle loro lunghe pipe.
Nel frattempo, dopo che la mortalità è tornata normale, come si scrive nei rapporti ufficiali, le croci hanno ripreso la loro andatura tranquilla, si rimettono a camminare lentamente, rassegnate…» «Sì, mormorai a mia volta, abbracciando con uno sguardo quasi nostalgico la pianura violetta e il groviglio delle croci delle processioni; sì, ricordate i versi di Dante: Tacendo e lagrimando al passo che fanno le letane in questo mondo! * »


*Dante, Inferno, XX, 8-9, in italiano nel testo (N.d.T.)


Finestre sul fiume , di Paola Drigo

Finestre sul fiume
di Paola Drigo
1938

Quello che io scelgo è un villino moderno coperto d'edera rampicante, bucato come un alveare, tutto poggioli e tutto finestre, al limite estremo della città, dove il fiume con una bella curva en tra nella campagna.
È un angolo ancora intatto, che ha conservato il suo carattere, direi la sua atmosfera: in nessun altro punto, forse, è così sensibile la vicinanza e la parentela con Venezia.
E la strada dove andrò ad abitare si chiama «Riviera».
Non è grigia, qui, questa grigia città; non è banale: sulla riviera piena di sole si allineano case borghesi e palazzetti un po' scoloriti, un po' decaduti come quelli di Murano, ma di una certa nobiltà, con bifore e trifore, senza botteghe sotto, qualche grazioso attico... Laggiù, accigliata sul cielo smorto, la Specola, e, ai suoi piedi, un giardinetto di tulipani in fiore.
La prima cosa che ho fatto arrivando qui, è stata d'ammalarmi. O, per meglio dire, bene non stavo da parecchio tempo, ma avendo infine consultato dei bravissimi medici, sono entrata immantinente in corso di malattia. Divieto d'uscire; necessità di riposo assoluto, lente giornate invernali...
Come una beghina di Bruges, dalla mia casetta bucata come un alveare, dietro i vetri delle mie finestre, seguo la vita del fiume, della strada.
Sul fiume, scesi da Venezia, transitano grossi barconi carichi di carbone, di legna, di mate riale da costruzione. Oggi ce n'è uno qui sotto, pesantissimo, colorato di azzurro e di giallo, immer so nelle acque fino al bordo. C'è il cagnolino, il bambino, la donna, la pentola, il camino che fuma. Dino.
La corrente è così torpida che Dino dev'essere tirato dalla riva e incamminato per mezzo di corde e di un vecchio cavallo. Agevolmente lo sorpassa una barchetta con rematori di terraferma, nudi fino alla cintola, con certe brachette sgargianti. Ad ogni colpo di remo: – Op! Op! – Addio Di no. Eccoli passati.
Sulla strada, via vai di rossi birocci. Sono i carrettieri che portano sabbia all'argine del fiume. Uomini giovani, sommariamente vestiti, gambe e braccia color terra cotta, occhi stretti, qualche tagliente profilo giottesco...
Al fischio della sirena, gettano dinanzi ai loro cavallacci una bracciata di fieno e seggono sul muricciolo della riviera ad aspettare. Allora, dalla strada che viene dalla campagna, ecco uno, due puntini neri, avvicinarsi, farsi più grandi: un ragazzetto, una vecchia, con in mano una ciotola di fa gioli, un pane, un po' di salame...
Nei giorni di festa, verso il tramonto, la riviera, sgombra di operai, assume un aspetto più raccolto ed è preferita dagli innamorati. Vanno lungo il fiume lentamente, a coppie. Ma come lo sti le di queste coppie, da un tempo, è cambiato. E quanto minor posto, o diverso, occupa oggi l'amore nella vita dei giovani.
Sì, passeggiano insieme. Ma l'uomo appare spesso pressoché indifferente, guarda poco la sua compagna; raramente le tiene il braccio; se parla con lei, poco sorride. Le ragazze sono sveltis sime, quasi nude anche d'inverno sotto gli abiti corti e attillati, senza cappello o con spavaldi berret tini a "tu me la pagherai"; al fianco di questi diavoli, l'uomo fa magra figura, appare scialbo, senza rilievo. Si direbbe che l'intraprendenza, la vivacità, le «vibrazioni» siano oggi tutte dalla parte di là, della donna. Nel loro complesso queste coppie amorose danno una singolare impressione dell'amo re.
Assai più amoroso l'atteggiamento del passeggiatore solingo che porta a spasso il suo cane... Ce n'è uno che passa ogni giorno di qui, non vecchio, anzi ancora in buona età e decorosamente ve stito. Il cane invece, sfigurato dalla pinguedine e cieco d'un occhio, cammina stentatamente a gambe larghe. E il padrone, che lo tiene al guinzaglio, misura i suoi passi su quelli di lui, si arresta quando quello s'arresta, e attende paziente che faccia i suoi comodi. Noto che spesso gli parla: forse gli comunica le sue impressioni sulla passeggiata, o gli domanda come va la vita? Certo non pare disgustato né dalla bruttezza del cane né dalla sua decadenza, – e questo è il segno sicuro dell'amore – e gli si rivolge non come uomo a bestia, ma come ad eguale, e il cane leva su di lui l'unico occhio vi vo, muove la coda, e certo a suo modo intende e risponde.
Ormai conosco molti di coloro che l'abitudine o il bisogno conduce a transitare sulla riviera. E spesso, anche senza bisogno di guardare, i rumori mi dicono i giorni e le ore.
Scalpiccio di zampe e cigolar di ruote... Nella nebbia che si leva dal fiume, qualche muggito poderoso o flebile... È l'alba: sabato, giorno di mercato. Passano frotte di bestiame sospinte dai bo vai: i grandi buoi della pianura padana, bianchi, dalle lunghe corna, e carretti dalle alte sponde dove si pigiano vitellini dai dolci occhi. Il grido dei fruttivendoli e degli erbaroli: – Carciofi, arance, patate! – e le servette spettinate si affacciano agli usci con la sporta in mano, e lo spazzino con la lunga scopa fa la sua prima apparizione sulla riviera e ha l'aria meno infelice che nelle altre ore della giornata. Talvolta, di prima mattina, il fiume, la strada, hanno improvvise parentesi di silenzio, di solitudine. La vita pare un attimo sospesa, il fiume fermo tra le basse sponde. Un pescatore siede sulla riva e ha immerso la lenza. Per la riviera nessuno. La pianura grassa verdissima, a perdita d'occhio.

Amici ed amiche vengono spesso a tenermi compagnia. Devono volermi bene davvero, o considerarmi coll'indulgenza accordata ai morituri, ché mi ascoltano con infinita pazienza, ed io non parlo che di mali di pancia, di decotti e di panatelle.
E di che potrei parlare? Questo è oggi il mio pensiero dominante. Anche il mio lavoro ab bandonato, forse... Ma invece di quello non parlo. È sempre troppo ciò che si dice del proprio lavo ro, come della propria intimità. Partiti gli amici, un po' mi rimorde la mia noiosità, un po' mi conso la il pensiero che anche Montaigne s'intratteneva volentieri delle sue coliche, senza perciò cessare d'essere un saggio.

Montaigne... Ogni stagione di vita ha il suo libro, e lo stesso libro non ci è caro a primavera come ad autunno.
Prigioniera di me stessa, rileggo Montaigne in questi giorni con la sensazione di aver ritrovato un amico: un caro, vivo, vivissimo amico.
Quanto mi piace il tono semplice, pacato, con cui dice cose intelligibili ed umane. Quanto mi piace questo frutto pieno di succo, questo fondo profondo dove si può sempre attingere – poca rena e molto oro –; modernissimo, anzi attuale, oggi e finché saranno uomini sulla terra. ...La science du savoir est moins prisable que celle du jugement: cette cy se peut passer de l'autre, et non l'autre de cette cy.
E benché in quest'ora sia ritenuto quasi pregio o civetteria lo scrivere sgangherato e claudicante in barba a sintassi, a grammatica e ad altre simili stagionate cosucce – (attenzione, è malattia contagiosa!) –, come ristora questo stile ben saldo in gambe, equilibrato; semplice ma non dimesso; ricco, ma non ampolloso né prolisso – (ceux qui ont la matière exile l'enflent de paroles) – con quel tanto di carne e pelle sopra solide ossa per creare un corpo vivo, inscindibile tra materia e forma. E quell'essere divertente senza superficialità, e profondo senza pesantezza, e spiritoso senza sguaiataggine: o Montaigne, caro vecchio Montaigne, quanto sei più giovane di tanti giovani.
Avviene però, allorché si ha grande fiducia in qualcuno, di supporre di trovare in esso spiritualmente anche quello che non ha: così mi è avvenuto in questi giorni di chiedere a Montaigne una parola di luce. Malati, si pensa involontariamente alla morte, e non sempre con serenità...
Dalla più alta e più perfetta forma di vita precipitare nella più bruta, nella più elementare; dopo aver avuto un volto, uno sguardo, un sorriso, diventare una zolla di terra, un sasso, un gas... Non sarà nulla, allora, ma è il pensiero, prima, che angoscia. E quando ci si perde a fantasticare su un problema come questo, si sa di dove si parte, ma non si sa dove si arriva. Le strette pareti di una religione diventano argini insufficienti al pensiero. Problemi più vasti sorgono e si concatenano e stringono l'animo di implacabile assedio. Forse il nostro errore è di dare troppa importanza alla nostra piccola vicenda individuale, a questa forma e coscienza che ci è così fugacemente e transito riamente concessa? Di considerarla presuntuosamente a parte dai fenomeni della vita universale, di attribuire ad essa un significato, una durata, una consistenza, una responsabilità? Ah, conversando troppo con sé stessi si finisce per divorare sé stessi.
E tutto viene trascinato nel dibattito, anche la spiegazione delle spiegazioni...
– E tu, vecchio amico, che ne opini? Potresti farci l'incantesimo come al fanciullino di Cebète? So che anche tu hai pensato quasi troppo a «quella cosa». – Il n'est rien du quoi je me suis dès toujours plus entretenu que des imaginations de la mort... Potresti dire la parola grande che pacifica gli animi? Forse in passato nelle tue pagine io non l'ho volonterosamente cercata. –
Ma non l'ho trovata neppure oggi. Anch'«egli» cercava. Tentava con la mano la terra, e con l'acuto sguardo il cielo, chiamava a conclave i sette savi della Grecia, e scriveva pagine di ragionamento, non di luce.
In certi momenti della vita si avrebbe invece bisogno proprio di questo: di luce; di luce assoluta, abbagliante. Ma nessuno forse potrebbe farci tal dono, neppure l'amico più ortodosso, neppure Pascal. ...Le silence éternel de ces espaces infinis m'effraie... È inutile, la luce non viene dal di fuori. Quando mi raccontano che Tizio o Caio si è convertito per aver ascoltato il tal sermone o letto il tal libro, penso senza alcuno scetticismo che già nel suo animo il lavorìo segreto della conversione fosse in gran parte compiuto prima della lettura e prima del sermone.
Montaigne concluse spesso i suoi ragionamenti con una professione di fede. Conscio è certamente il saggio che il dubbio è un terribile contagiatore. E par che ammonisca: – Incommensurabile conforto il credere; il non credere può essere tragedia. Ma se qualcuno, per essere sincero con sé stesso, deve scegliere la tragedia, onestamente non lo lasci trapelare dagli scritti né dalle parole: non dia l'esempio. Non tutti i polmoni sono abbastanza forti per resistere a un clima tragico, e la sconsolata nudità del non credere priverebbe i deboli di una forza che, appunto perché irragionata, è illimitata e profonda. –
Dice? Non dice? Io ho letto così.
Tra le due basse rive colorate di innumerevoli verdi, guardo l'acqua del fiume eternamente scorrere. E al di là del fiume, grandi campi arati, odore di terra bagnata, gli Euganei azzurri al limite dell'orizzonte.
Quanto bella sei, malgrado morte o vita, o natura!
– Il faut être toujours botté et prêt à partir...
No, non sono pronta. Lasciami qui ancora un poco, o mio Dio.

Sogno di Natale, di Luigi Pirandello

Sogno di Natale
di Luigi Pirandello

"Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l'impressione d'una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l'anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors'anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.
Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori... E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo:
- Buon Natale - e sparivo...Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d'incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d'un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.
Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l'immagine di lui m'attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m'arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.
Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d'una luce interiore, sorvolava su un'alta siepe di rovi, che s'allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant'egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.
Dall'irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d'una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell'immenso arco dell'orizzonte.
Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.
A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d'una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.
- Non dormono... - mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d'odio e d'invidia pronunziate nell'interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l'impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: - Anche per costoro io son morto...
Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch'ero la sua ombra per terra, non mi disse:
- Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.
Era una chiesa magnifica, un'immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d'oro alla volta, piena d'una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l'altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d'incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d'argento splendevano a ogni gesto le brusche d'oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.
- E per costoro - disse Gesù entro di me - sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.
Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:- Cerco un'anima, in cui rivivere. Tu vedi ch'ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l'anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo... Cerco un'anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d'ogn'altro di buona volontà.
- La città, Gesù? - io risposi sgomento. - E la casa e i miei cari e i miei sogni?
- Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.
- Ah! io non posso, Gesù... - feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.
Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l'impressione sul mio capo inchinato, m'avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.

La causa di alcuni cambiamenti recenti, di Alasdair Gra

Safarà editore porta in libreria Storie perlopiù importanti, di Alasdair Gray , tradotto da Enrico Terrinoni e illustrato dallo stesso Gray. Alla prima prova in un libro di racconti, l’autore di Povere creature! l’autore ci porta in un’immersione profonda nella sua poetica singolare e caleidoscopica: uomini che si dividono litigiosamente a metà, cantine che si affacciano sul cuore del mondo, costruzioni che mirano a trafiggere il cielo e missive che attraversano arcani imperi per raggiungere civiltà future.
Finemente illustrati, cupmente divertenti e intrisi di mito e idealità: ciascuno di questi racconti pirotecnici è una miniatura che restituisce, a chi la osserva, la mappa dell’universo umano, sociale e intellettuale del grande artista scozzese.

Cattedrale vi propone uno dei racconti del testo, per gentile concessione dell’editore.


LA CAUSA DI ALCUNI CAMBIAMENTI RECENTI
di Alasdair Gray

 

I dipartimenti di pittura delle scuole d’arte odierne sono pieni di gente scontenta. Un giorno Mildred mi disse: «Sono stufa di perdere tempo. Cominciamo a lavorare alle dieci e dopo mezz’ora siamo già stanchi: i ragazzi cominciano a tirarsi pallini di carta e le ragazze se ne stanno a chiacchierare accanto ai termosifoni. Quando iniziamo ad annoiarci ci trasciniamo in mensa a bere caffè e non ci divertiamo mica, ma che altro possiamo fare? Non ne posso più. Voglio dedicarmi a qualcosa di potente e costruttivo».
 Allora le dissi: «Scava un tunnel».
 «Cosa?».
 «Anziché bere caffè, quando ti annoi scendi nel seminterrato e scava una via di fuga».
 «Ma se volessi scappare potrei uscire dalla porta principale e non ritornare più».
 «Non si scappa mica così. Il Ministero dell’istruzione ti toglierebbe la borsa di studio e dovresti lavorare per campare».
 «Ma dove potrei fuggire?».
 «Non ha importanza. Viaggiare pieni di speranze è più bello che arrivare in qualsiasi destinazione».
Il mio suggerimento non intendeva essere serio, ma nel dipartimento di pittura riscosse un grande successo. Nel seminterrato, dove non va quasi mai nessuno, una lastra di pietra venne rimpiazzata da una botola nascosta. Sotto di essa, fu scavato un vano che raggiungeva le fondamenta della scuola. Il tunnel iniziava lì, e proprio in quel punto diverse squadre a turno azionavano un verricello che estraeva casse di detriti, i quali finivano poi in sacchi che venivano fatti uscire di nascosto insieme alla biancheria. La scuola era stata costruita su un blocco di quarzo igneo: non c’era pericolo che le pareti cedessero, e non servivano sostegni o puntelli. Le operazioni di scavo erano semplificate grazie all’uso di solventi chimici che, applicati alla superficie di roccia con uno spray, la rendevano ghiaiosa e malleabile. Il merito di questa invenzione era del dipartimento di disegno industriale, i cui studenti disprezzavano i pittori impegnati a scavare il tunnel, ma erano interessati alla sfida dal punto di vista tecnico. Senza il loro aiuto non si sarebbero raggiunte quelle profondità.
Nonostante l’inizio promettente, mi aspettavo che il progetto fallisse per mancanza di sostegno come era success alla rivista, ai gruppi di discussione e alla gita a Linlithgow, perciò fui sorpreso tre mesi dopo nell’apprendere che l’entusiasmo non accennava a diminuire. Il consiglio di rappresentanza degli studenti era pieno zeppo di membri del comitato per il tunnel e si organizzavano continuamente dei balli per pagare l’installazione di macchinari più potenti. Una sorta di tensione iniziò a percorrere tutto l’edificio. Gente che saltava al minimo rumore, che rideva forte a battute fiacche o litigava senza esser stata provocata. Forse temevano inconsciamente che il tunnel avrebbe aperto una crepa vulcanica, anche se fino ad allora non si erano registrati aumenti di temperatura, né fuoriuscite di acqua o presenza di gas. Ogni tanto mi chiedevo come fosse possibile che il progetto restasse impermeabile a ogni interferenza. Un’impresa ingegneristica sostenuta da diverse centinaia di persone difficilmente può rimanere segreta. Era naturale che le persone al di fuori della scuola considerassero le dicerie frutto della fantasia, ma perché nessuno dei professori interferiva? Solo una minoranza di loro sosteneva attivamente il progetto, e due si presero delle mazzette per restarsene zitti. Sono certo che il preside e il vicepreside non sapessero nulla, ma gli altri che sapevano, perché non hanno parlato? Forse consideravano il tunnel una via di fuga anche per loro. Un giorno i lavori si fermarono. Durante la pausa caffè la squadra del primo turno del mattino scoprì che l’entrata del seminterrato era stata sbarrata. Il tunnel aveva molte entrate, ma erano tutte sbarrate, e poiché il comitato era svanito nel nulla si pensò che fossero dentro. Iniziarono a girare voci di ogni tipo.


Mi sono sempre tenuto alla larga dai movimenti di massa, perciò quando una sera incontrai la presidente del comitato in un corridoio solitario del piano superiore e le dissi: «Ciao, Mildred» non mi sarei neppure fermato se lei non mi avesse afferrato per un braccio dicendo: «Vieni con me».
 Mi condusse verso una porta poco distante che avevo sempre pensato desse su un ascensore in disuso. Disse: «Meglio se ti siedi per terra», poi chiuse il cancelletto dietro di noi e tirò una leva. L’ascensore cadde come un masso, producendo un suono talmente acuto da essere quasi inudibile. Dopo quindici minuti, decelerò con delle scosse violente prima di fermarsi. Mildred aprì il cancelletto e uscimmo.
Mio malgrado, rimasi impressionato da quel che vidi. Ci trovavamo in un corridoio con un soffitto ad archi, asfalto per terra e pareti ricoperte da bianche piastrelle. Curvava sia a destra che a sinistra e per questo non si riusciva a vedere per più di un miglio in ciascuna direzione. «Molto bene» dissi «davvero molto bene. Come avete fatto? Solo l’illuminazione fluorescente sarà costata una fortuna».
 Mildred disse con voce grave: «Non l’abbiamo mica fatto noi questo posto. Ci siamo solo arrivati».
 In quel momento passò un anziano in bicicletta. Indossava un berretto con la visiera e su un braccio portava una fascia con una sorta di mostrina; per il resto era nudo, poiché faceva molto caldo. Mentre ci superava fece un amichevole cenno di saluto con la mano.
 «Chi è quello là?» chiesi.
«Un funzionario, diciamo. Non ce ne sono molti in questo piano».
 «E quanti piani ci sono?».
 «Tre. Qui ci sono i dormitori e le mense per il personale, mentre sotto ci sono gli uffici amministrativi, e ancora più in basso c’è il motore».
 «Quale motore?».
 «Quello che ci fa girare intorno al sole».
 «Ma è la gravità a farci girare intorno al sole».
 «Ti hanno mai spiegato cosa sia la gravità e come operi?».
Mi sovvenne che no, nessuno l’aveva mai fatto. Mildred disse: «La gravità non è altro che una parola usata dagli scienziati di alto rango per nascondere la propria ignoranza».
 Chiesi cosa alimentasse il motore. E lei: «Il vapore».
 «Nessuna fissione nucleare?».
 «No, i ragazzi di design industriale sono sicuri si tratti di un motore a vapore, la cosa più primitiva che si possa immaginare. Sono là sotto a fare misurazioni e bozzetti assieme al resto del comitato. Tra un paio di giorni ti mostreremo un’immagine».
 «E nessuno si è chiesto che diritto avete di ficcare il naso in questa cosa?».
 «No. E così in tutte le grandi organizzazioni. I membri del personale sono talmente tanti che puoi andare dove ti pare, se sei abbastanza sicuro di te».
Di lì a mezz’ora avrei dovuto incontrare un amico, perciò tornammo all’ascensore e risalimmo su. Dissi: «Beh, Mildred, ovviamente la cosa è interessante, ma non so perché mi hai portato a vederla».
 E lei: «Sono preoccupata. Gli altri ridono del marchingegno, e parlano di fare delle modifiche. Pensano che possa migliorare il clima il fatto di avvicinarci al sole. Temo che si stiano sbagliando».
 «Certo che si stanno sbagliando! Dovreste studiare arte, non i moti planetari. Non avrei mai suggerito l’idea di questo progetto se avessi saputo che sareste arrivati fino a questo punto».
 Una volta al piano terra mi fece uscire e disse: «Ormai non possiamo tornare indietro».
 Immagino che ridiscese, perché non la vidi mai più.
Quella notte mi svegliò un’esplosione, e il mio letto andò a schiantarsi contro il soffitto. Il sole, appena tramontato, riaffiorò. La città fu inondata dal mare. Noi sopravvissuti ce ne restammo acquattati a lungo tra le rovine causate da terremoti, valanghe e trombe d’aria. Gli orologi andavano tutti a velocità differenti e il sole, dopo aver raggiunto il punto massimo di altezza a mezzogiorno, non accennava a spostarsi. Alla fine gli elementi si calmarono ed esaminammo la nuova situazione. Il pianeta si era chiaramente spezzato in tanti frammenti. Il nostro frammento non ruota più. Per goderci la luce delle stelle e l’oscurità, per farci una bella dormita di notte, dobbiamo raggiungere a piedi l’altra parte del mondo, un viaggio di diverse miglia, e poi uno altrettanto lungo per tornare indietro se vogliamo la luce del giorno.
Sarà dura ricostruire la vita com’era prima.

Fiabe oscure per notti inquiete: Pollicino, di Charles Perrault

Edizioni Arcoirids porta in libreria Fiabe oscure per notti inquiete, curato da Andrea Corona e tradotto da Stefano Cortese, Dario David Barrecchia e Francesco Maione, è il testo dedicato alle origini e all’evoluzione della fiaba italiana ed europea: Giovan Francesco Straparola, Giambattista Basile, Charles Perrault e i Fratelli Grimm sono gli autori che ci accompagnano dalle prime versioni scritte de “Il gatto con gli stivali” alle varie redazioni, qui messe a confronto e corredate da illustrazioni e note critiche, di intramontabili favole come “Raperonzolo”, “Pollicino”, “Cenerentola”, “Cappuccetto Rosso”, “La bella addormentata nel bosco” e tante altre.

Cattedrale vi propone uno dei testi della raccolta, per gentile concessione dell’editore.

 

POLLICINO
di Charles Perrault

 

C’era una volta una coppia di taglialegna che aveva sette figli, tutti maschi. Il più grande non aveva che dieci anni, il più giovane appena sette. Ci si potrà stupire che il taglialegna avesse avuto così tanti figli in così poco tempo, ma la moglie andava di lena, e ne partoriva non meno di due alla volta.
I due taglialegna erano assai poveri, e i loro sette figli erano un brutto impiccio, perché ancora troppo piccoli per guadagnarsi da vivere da soli. Ciò che li angustiava ancor di più era il fatto che il più piccolo fosse molto delicato e non dicesse una parola, e prendevano per bestialità quel che, in realtà, era un tratto della bontà del suo carattere.
Era davvero molto piccolo, e quando venne al mondo non era più grande di un pollice, e per questo tutti lo chiamavano Pollicino.
Questo povero bambino era il martire della casa, e tutti gli facevano sempre i dispetti. D’altro canto, egli era il più intelligente e il più saggio dei fratelli e, se parlava poco, ascoltava molto.
Venne una brutta annata, e la fame era così forte che quella povera gente risolse di sbarazzarsi dei figli.
Una sera che i bambini dormivano, e che il taglialegna era accanto al fuoco insieme a sua moglie, egli disse, col cuore serrato dal dolore: «Non possiamo più sfamare i nostri bambini, e non posso pensare di vederli morire di fame davanti ai miei occhi. Ho deciso di abbandonarli nel bosco. Sarà molto facile: mentre si divertiranno a raccogliere legna, noi ce la squaglieremo senza farci vedere».
«Ah!» strillò la taglialegna. «E tu saresti capace di sperdere i tuoi stessi figli?».
Suo marito le spiegò chiaramente quanto fossero disperati, e la moglie non poté che convenirne. Era povera, ma era pur sempre la loro madre. Tuttavia, considerando quale dolore avrebbe provato a veder morire di fame i suoi figli, finì per acconsentire e andò a coricarsi piangendo.
Pollicino aveva udito tutto quello che s’erano detti. Avendo inteso che i genitori parlavano di fatti gravi, era sceso dal letto in silenzio e si era ficcato sotto lo sgabello di suo padre per ascoltare senza essere visto. Poi tornò a coricarsi, ma non dormì tutta la notte pensando a quello che avrebbe dovuto fare.
Si svegliò di buon mattino, e andò al ruscello, dove si riempì le tasche di sassolini bianchi, poi tornò a casa. Si misero in cammino, e Pollicino non disse nulla ai fratelli di quel che aveva scoperto.
Penetrarono in una foresta assai fitta, dove era impossibile scorgere qualsiasi cosa a dieci passi di distanza. Il taglialegna cominciò a tagliare i rami, e i suoi figli a raccoglierne i pezzetti per farne dei fasci. Vedendoli impegnati nel lavoro, il padre e la madre si allontanarono senza farsi notare e poi, all’improvviso, fuggirono per un sentiero stretto e tortuoso.
Appena i bambini si accorsero d’essere rimasti soli, cominciarono a piangere e gridare con tutte le loro forze.
Pollicino li lasciò frignare, sapendo benissimo da che parte andare per far ritorno a casa: mentre camminava, infatti, aveva lasciato cadere lungo il sentiero i sassolini bianchi che aveva nelle tasche. Allora disse loro: «Non temete, fratelli miei: mamma e papà ci hanno lasciati qui, ma io vi ricondurrò a casa, seguitemi».
Gli andarono dietro, e lui li ricondusse a casa seguendo lo stesso percorso che avevano attraversato addentrandosi nella foresta. All’inizio non osarono entrare, ma rimasero tutti sull’uscio, ad ascoltare cosa dicessero il padre e la madre.
 Non appena il taglialegna e sua moglie erano arrivati a casa, il signore del villaggio aveva spedito loro dieci corone che da molto tempo gli doveva, ma che i due non si aspettavano più di rivedere. Ciò li rimise in vita, perché quella povera gente moriva di fame.
Il taglialegna mandò subito la moglie dal macellaio. Dato che da molto tempo non mangiava, comprò una quantità di carne tre volte superiore a quella necessaria per una cena per due persone.
Quando furono finalmente sazi, la taglialegna disse: «Ahimè! Dove saranno ora i nostri poveri figli? Farebbero finalmente un buon pasto con tutto quel che è avanzato. Sei stato tu, Guillaume, a volerli sperdere, te l’avevo detto che ce ne saremmo pentiti. Cosa ne sarà di loro in quella foresta? Ahimè! Mio Dio, i lupi potrebbero averli già sbranati! Sei stato davvero disumano ad abbandonare i tuoi figli in questo modo».
Alla fine il taglialegna perse la pazienza, perché ella aveva ripetuto più di venti volte che se ne sarebbero pentiti e che lei lo aveva detto. Minacciò di picchiarla se non si fosse azzittita. Non che il taglialegna fosse più arrabbiato di sua moglie, forse, ma lei lo faceva ammattire, e lui rassomigliava a tanti altri, che amano le donne che parlano bene, ma trovano assai inopportune quelle che dicono d’aver previsto tutto.
La taglialegna era in lacrime: «Ahimè! Dove sono adesso i miei bambini, i miei poveri bambini?».
Lo disse così forte che, avendola intesa, i bambini alla porta si misero a gridare tutti insieme: «Eccoci qua! Eccoci qua!».
La donna corse ad aprire la porta, e abbracciandoli disse loro: «Come sono felice di rivedervi, miei cari bambini! Siete molto stanchi e avete molta fame; e tu, Pierrot, quanto sei sporco, vieni a farti pulire». Pierrot era il figlio maggiore, che lei amava più di tutti gli altri, perché entrambi erano di pelo rosso.
Si sedettero a tavola e mangiarono con un appetito che fece piacere a mamma e papà, ai quali raccontarono, parlando quasi tutti insieme, della paura che avevano avuto nella foresta.
Quella brava gente era felicissima di rivedere i propri figli, ma la gioia durò finché durarono le dieci corone.
Quando il denaro fu tutto speso, ricaddero nella disperazione, e così decisero di smarrirli di nuovo e, per non fallire, di condurli molto più lontano della prima volta.
Tuttavia, non poterono discorre tanto in segreto senza che Pollicino ascoltasse e decidesse di cavarsi dall’impiccio così come aveva già fatto. Tuttavia, nonostante si fosse alzato di buon mattino per andare a raccogliere dei sassolini, non poté farlo, perché trovò la porta di casa chiusa a doppia mandata. Pollicino non sapeva più cosa fare, ma, quando il taglialegna diede a ciascuno di loro un tozzo di pane, il bambino pensò che avrebbe potuto usare quello al posto delle pietre, gettandone le molliche lungo il tragitto. Così se lo mise in tasca.
Il padre e la madre li portarono nella parte più folta e oscura della foresta e, non appena furono lì, se la svignarono.
Pollicino non se ne curò più di tanto, perché era sicuro di ritrovare il cammino grazie alle molliche di pane che aveva disseminato lungo il sentiero dov’erano passati, ma restò sorpreso quando non riuscì a trovare una sola mollica di pane: gli uccelli, infatti, le avevano mangiate tutte.
I fratelli erano molto angosciati, perché più camminavano, più si perdevano, addentrandosi nella foresta. Venne la notte, e si levò un vento così forte che li atterrì. Credevano fosse l’ululato dei lupi che si avvicinavano per divorarli. Non osavano quasi più parlare o voltare la testa. Cadde una pioggia battente, che li trafisse fino alle ossa; scivolavano a ogni passo e cadevano nel fango, da cui si rialzavano tutti impiastrati, senza sapere cosa fare.
Pollicino salì in cima a un albero, per vedere se fosse riuscito a scoprire qualcosa. Dopo aver voltato la testa da una parte e dall’altra, scorse un piccolo bagliore, simile a quello di una candela, ma molto lontano, oltre la foresta. Scese dall’albero e, quando fu a terra, non vide più nulla. Ciò lo rattristò. Tuttavia, dopo aver camminato per un po’ con i suoi fratelli nella direzione in cui aveva visto la luce, uscendo dal bosco, la vide di nuovo.
Giunsero finalmente alla casa dove baluginava la candela, e non senza timore, dato che spesso l’avevano persa di vista, soprattutto quand’erano costretti a scendere in un avvallamento.
Bussarono alla porta e una brava donna venne ad aprire. Chiese loro cosa volessero, e Pollicino le disse ch’erano dei bambini poveri, che si erano persi nella foresta e chiedevano per carità di dormire.
La donna, vedendoli tutti così belli, cominciò a piangere e disse: «Ahimè! Poveri bambini miei, da dove venite? Sapete che questa è la casa di un orco che mangia i bambini?».
«Ahimè!» rispose Pollicino, che tremava con tutte le sue forze così come i suoi fratelli. «Cosa faremo? Di certo stanotte i lupi nella foresta ci sbraneranno se non ci darete riparo in casa vostra e, stando così le cose, preferiamo essere mangiati dall’orco: magari avrà pietà di noi, se avrete la gentilezza di pregarlo».
La moglie dell’orco, che pensò di poterli nascondere al marito fino al mattino seguente, li fece entrare e li mise a scaldarsi accanto a un bel fuoco, dove già s’arrostiva la cena dell’orco, un’intera pecora.
Non avevano fatto in tempo a scaldarsi, che udirono tre o quattro forti colpi alla porta: era l’orco che rientrava.
La moglie li nascose subito sotto il letto e andò ad aprire la porta. L’orco chiese se la cena fosse pronta, e se il vino fosse stato già spillato, poi si mise a tavola. La pecora era al sangue, e aveva un sapore delizioso.
L’orco annusava qua e là, dicendo che c’era profumo di carne fresca nell’aria.
«Dev’essere questo vitello che ho appena macellato», spiegò la moglie.
«Sento odore di carne fresca, te lo ripeto» continuò l’orco, guardando la donna di sbieco. «Qui c’è qualcosa che non quadra». Detto questo, si alzò da tavola e andò dritto al letto.
«Ah! È così che vuoi ingannarmi, dannata femmina! Non so cosa mi freni dal mangiare pure te» disse. «Sei fortunata d’essere una vecchia bestiaccia! Ecco un giochino che m’arriva giusto in tempo per fare un regalo a certi orchi amici miei che verranno a trovarmi in questi giorni», e iniziò a tirare uno dopo l’altro i bambini da sotto al letto.
I piccoli si misero in ginocchio, chiedendo perdono, ma avevano a che fare col più crudele di tutti gli orchi, che, ben lontano dall’averne pietà, li sbranava già con gli occhi, dicendo a sua moglie che sarebbero stati dei bocconcini deliziosi quando avesse preparto una buona salsa.
Andò a prendere un grosso coltello e, avvicinandosi ai poveri bambini, lo affilò su una lunga pietra.
Ne aveva già agguantato uno, quando sua moglie gli chiese: «Che vuoi fare adesso? Non avrai abbastanza tempo domani mattina?».
«Sta’ zitta!» replicò l’orco. «Domani saranno frollati meglio».
«Ma c’è ancora tutta questa carne! Ecco, un vitello, due pecore e mezzo maiale!».
«Hai ragione» ammise l’orco. «Da’ loro una buona cena, ché non dimagriscano, e poi portali a letto».
La brava donna era felicissima, e portò loro una buona cena, ma i piccoli erano così spaventati che non riuscirono a mangiare. Quanto all’orco, iniziò a bere, felice di poter omaggiare così bene i suoi amici. Bevve una dozzina di bicchieri più del solito, e così la testa prese a girargli, costringendolo a mettersi a letto.
L’orco aveva sette figlie, ancora bambine. Queste piccole orchesse avevano tutte una carnagione bellissima, perché, come il loro padre, mangiavano carne fresca, ma avevano occhi piccoli, rotondi e grigi, nasi adunchi e bocche molto grandi con denti lunghi, affilati e molto distanti tra loro. Non erano ancora così malvage, ma promettevano bene, perché già mordevano i bambini per succhiarne il sangue.
Erano state messe a dormire presto e tutte e sette erano in un lettone, ciascuna con una corona d’oro in testa. Nella stessa stanza c’era un altro letto, delle stesse dimensioni: fu in questo che la moglie dell’orco mise a dormire i sette bambini, dopodiché andò a coricarsi con suo marito.
Pollicino, notate le corone d’oro, e temendo l’orco potesse avere un ripensamento per non averli scannati quella sera stessa, s’alzò verso mezzanotte, prese il suo berretto e quelli dei suoi fratelli, e andò a metterli in testa alle figlie dell’orco, dopo aver tolto loro le corone d’oro e averle messe in testa a sé e ai suoi fratelli, affinché l’orco li scambiasse per le sue figlie, e le figlie per i ragazzi che voleva ammazzare.
La cosa riuscì come aveva previsto: svegliatosi a mezzanotte, l’orco si pentì d’aver rimandato al giorno dopo quello che avrebbe potuto benissimo fare la sera prima.
Si gettò bruscamente fuori dal letto e, agguantato il suo coltellaccio, disse: «Andiamo a vedere un po’ come stanno i nostri piccoli monelli».
Così, a tentoni, salì fin nella stanza delle figlie, si avvicinò al letto dove si trovavano i bambini, che dormivano tutti, tranne Pollicino, che si spaventò molto quando sentì la mano dell’orco tastargli la testa così come aveva fatto con quella dei suoi fratelli.
L’orco, sentite sotto le dita le corone d’oro, disse: «Proprio un bel lavoro stavo per combinare. Devo aver bevuto troppo ieri sera!».
Poi s’avvicinò al letto delle figlie e, dopo aver tastato i berretti dei bambini, esordì: «Ah! Eccoli i nostri ragazzi! Lavoriamo, coraggio». Ciò detto, senza esitazione tagliò la gola alle sue sette figlie. Molto soddisfatto della spedizione, tornò a coricarsi accanto alla moglie.
Non appena Pollicino sentì l’orco russare, svegliò i suoi fratelli e disse loro di vestirsi in fretta e di seguirlo. Si calarono delicatamente in giardino e saltarono oltre il muro. Corsero quasi tutta la notte, tremando e senza saper dove andare.
Al suo risveglio, l’orco disse alla moglie: «Va’ sopra a preparare quei monelli di stanotte».
L’orchessa rimase molto stupita dalla gentilezza del marito, non sospettando affatto cosa egli intendesse in realtà per “preparare”, credendo le avesse ordinato di vestirli.
Salì di sopra, e restò inorridita quando vide le sue sette figlie sgozzate e immerse nel sangue, poi svenne (questo è il primo espediente al quale quasi tutte le donne ricorrono in tali casi).
L’orco, pensando che la moglie impiegasse troppo tempo a svolgere il compito che le aveva affidato, salì al piano di sopra per aiutarla. Non rimase meno impressionato quando vide quello spettacolo orribile.
«Ah! Che cosa ho fatto? Me la pagheranno, disgraziati, e presto!», strillò.
Gettò subito una brocca d’acqua sul grugno della moglie e, dopo averle fatto riprendere i sensi, disse: «Dammi subito i miei stivali dalle sette leghe, così potrò andare ad acciuffarli».
Partì per la campagna e, dopo aver corso in lungo e in largo in tutte le direzioni, finalmente imboccò il sentiero percorso dai poveri bambini, che adesso erano a soli cento passi dalla casa del padre.
Videro l’orco valicare una montagna dopo l’altra, guadare i fiumi con la stessa facilità con cui avrebbe attraversato un ruscelletto.
Pollicino, scorta una roccia cava vicina a dove si trovavano, fece subito nascondere i suoi sei fratelli e vi si nascose anche lui, senza mai smettere di guardare cosa facesse l’orco.
L’orco, ormai stremato da quel lungo, inutile viaggio (gli stivali dalle sette leghe stancavano assai il loro padrone), volle riposare, e per caso andò a sedersi proprio sulla roccia dove si erano nascosti i bimbi.
Dato che era sfinito, l’orco s’addormentò quasi subito, e si mise a russare così forte che i poveri bambini non ne ebbero meno paura di quando brandiva il suo coltellaccio per tagliar loro la gola.
Pollicino, che era un po’ meno spaventato, disse ai suoi fratelli di scappare a casa mentre l’orco dormiva della grossa, e che non si preoccupassero per lui. Seguirono il suo consiglio, e corsero di filato a casa.
 Pollicino si avvicinò all’orco, gli sfilò delicatamente gli stivali e se li mise subito ai piedi. Gli stivali erano molto grandi e molto larghi, ma, essendo fatati, avevano il potere di adattarsi a chi li indossava, e così bene che sembrò fossero stati realizzati apposta per le sue gambe e per i suoi piedi.
Andò dritto a casa dell’orco, dove trovò sua moglie che piangeva accanto alle sue figlie sgozzate.
«Vostro marito», disse Pollicino, «si trova in grave pericolo: è stato sequestrato da una banda di ladri, che minacciano di ucciderlo se non gli consegnerà tutto il suo oro e il suo denaro. Dato che ha il coltello alla gola, mi ha pregato di venir qui ad avvertirvi e consegnarmi tutto quello che chiedono, senza lesinare nulla, altrimenti lo uccideranno in maniera spietata. Dato che era urgente, per far presto ha voluto che prendessi i suoi stivali dalle sette leghe, e dimostrarvi pure che non sono un bugiardo».
 La brava donna, molto spaventata, gli diede subito tutto quello che aveva: quell’orco, dopotutto, era pur sempre un ottimo marito, malgrado mangiasse i bambini.
Pollicino, allora, carico di tutte le ricchezze dell’orco, tornò a casa di suo padre, dove fu accolto con grande gioia.
Sono molti coloro i quali non sono d’accordo con quest’ultima versione, e che sostengono che Pollicino non abbia mai commesso il furto e che non si fosse accorto di aver preso gli stivali dalle sette leghe, che l’orco usava solo per correre dietro ai bambini. Queste persone sostengono di averlo saputo da fonte attendibile, perché hanno mangiato e bevuto nella casa del taglialegna.
Ci assicurano che, quando Pollicino ebbe indossato gli stivali dell’orco, si recò a corte, dove seppe che erano in gran trepidazione a causa di un esercito che si trovava a duecento leghe di distanza e per il risultato di una battaglia che avevano ingaggiato. Si racconta che andò a trovare il re, e gli disse che, se avesse voluto, gli avrebbe portato notizie dell’esercito prima della fine della giornata. Il re gli promise una grossa somma di denaro se avesse avuto successo.
Pollicino riportò la notizia quella sera stessa e, divenuto celebre dopo questa prima corsa, ottenne tutto ciò che voleva: il re lo pagava assai profumatamente per portare i suoi ordini all’esercito, e un’infinità di dame gli offriva tutto ciò che desiderava per avere notizie dei loro amanti. Questo fu il suo più grande guadagno. C’erano alcune donne che gli commissionavano di scrivere lettere per i loro mariti, ma lo pagavano così male che lui non si degnava di tener conto di un compenso così misero.
Dopo aver lavorato per qualche tempo come corriere e aver accumulato una grande ricchezza, tornò da suo padre, ed è impossibile immaginare la gioia che provarono nel rivederlo.
Mise a proprio agio tutta la famiglia; acquistò nuovi edifici per suo padre e per i suoi fratelli, li sistemò tutti, e, al contempo, amministrò la propria di corte in modo impeccabile.

 

 

Morale

 

Non ci curiamo d’aver molti figli
Quando son tutti belli, ben fatti,
Alti e fuor splendenti;
Ma se uno è debole o non dice una parola,
o si disprezza, deride e pesta.
A volte, però, è quel monello
Che la famiglia tutta renderà felice.

 

Una sera nella foresta, di Sylvain Tesson

Sellerio porta in libreria Atlante della luce e dell’ombra di Sylvain Tesson e tradotto da Marina Di Leo. Trentuno racconti per accompagnarci nei luoghi più disparati e ameni del mondo, dalla Russia post-sovietica alla Siberia, dall’India all’Himalaya. La lente attraverso cui Sylvain Tesson ci racconta la realtà in cui viviamo è forse ancor più affascinante del solito: a muovere la narrazione è infatti la ricerca della luce e dell’ombra, le albe dell’Est e i tramonti dell’Ovest, in una dialettica mai risolta, mai pacificata.

Cattedrale vi propone uno dei testi della raccolta, per gentile concessione dell’editore.

 

UNA SERA NELLA FORESTA

Pëtr tornava dalla fiera del bestiame. A quei tempi rientrare a casa significava dover attraversare le montagne più alte e le valli più profonde.
Avanzava in sella a Fidel, il suo destriero. La campagna russa era l’immagine perfetta di ciò che i moscoviti del futuro avrebbero poi rimpianto, dopo averla meticolosamente sagomata. La prospettiva imponeva alle colline di disporsi in ordine decrescente, alle siepi di ricalcare il disegno degli appezzamenti, ai viali di dare l’idea della profondità di campo. Pëtr – stupido kulak – non poteva misurare l’intelligenza del paesaggio, ma con il suo rozzo cervello intuiva confusamente che la mano dell’uomo aveva trasformato la topografia e, grazie al cielo, respinto il caos. Per giunta era primavera, la stagione più odiata dalle anime tenebrose per le quali i germogli sono solo sintomi del prurito cronico che affligge la terra. I monaci amanuensi della vicina abbazia schernivano la stagione.
Si accaldavano in estate, si incupivano in autunno, sbiadivano in inverno, ma arrossivano in primavera, quando la vita cingeva d’assedio la loro roccaforte. A lui, cuore semplice, piaceva guardare le farfalle fare salotto sulle corolle, i reduci caracollare tra le ombrellifere e le cicindele scintillare sotto l’erba grassa. (Aveva un debole per la nomenclatura). Pëtr – mužik razionale – pensava che, se i fiori si accanivano con tanta energia a perforare l’involucro dei sepali per assistere allo spettacolo, doveva valerne la pena. E come avrebbero potuto sbagliarsi i fiori, opera di Dio che i monaci si limitano a riprodurre?
Il cavallo trottava. «C’è un’arietta sottile», mormorò Pëtr tra sé.
A dispetto della sua buona volontà, l’Uomo non aveva potuto sistemare tutte le terre del paese. Nonostante il lavoro d’accetta dei monaci che ridisegnavano il paesaggio affinché i futuri Šiškin o Nesterov potessero trarne ispirazione e farne lo sfondo delle loro tele, certe valli erano ancora ingombre di foreste dove proliferavano gli scandali abituali della Natura bruta. Per raggiungere la sua isba, Pëtr doveva addentrarsi nella foresta. «Chissà quante carneficine e quanti adulteri vengono commessi qua in mezzo...», pensò oltrepassando i primi alberi. «E quanti rampolli di insetti saranno rimasti orfani su questi muschi infradiciati...», pensò inoltrandosi nel bosco ceduo. «E chissà se queste gocce di rugiada non sono invece lacrime di creature abbandonate...», si chiese calpestando i rami abbattuti.
Era appena entrato nel folto della fustaia, quando la tempesta arrivò insieme alla notte. A furia di girovagare, Pëtr aveva perso tempo. Come recuperarlo ora che le spoglie cime degli alberi si piegavano sotto lo scalpello dell’uragano improvviso? Pëtr si perse nel bosco. Sentieri, viottoli e viali si confondevano nella tormenta. I tuoni laceravano l’aria e i lampi fuoriuscivano dagli squarci delle nuvole. Il cavallo si impennava a ogni fulmine, e Pëtr, sballottato sulla sella, sentì sopraggiungere il mal di mare. Non andava forse alla deriva come una barca in difficoltà nell’oceano di fango, sotto gli alberi grondanti?
Affondava negli strati di torba, si smarriva tra i rovi, vacillava sotto la sferza del vento. Imprecò contro quella primavera volubile che scagliava fulmini a fine giornata. La foresta non sembrava disposta a lasciarlo andare. Era il cavallo che – con uno scarto a destra e uno a sinistra – girava in tondo? Oppure la vegetazione che – con linfa rinvigorita dalla burrasca – cresceva a vista d’occhio, spostando in avanti i confini del bosco?
La tempesta gli si insinuò nel cervello. L’animo di Pëtr si indebolì. Le forze gli vennero meno, il suo coraggio si sgretolò. I sussulti del cavallo si trasmisero alle gambe del cavaliere, poi anche al busto e alle braccia.
Alla fine Pëtr tremava dalla testa ai piedi, in preda al panico. Pensava di morire quando scorse la luce. Uno scintillio lontano che il bosco mascherava a tratti e che ricordava il bagliore intermittente delle lucciole in estate.
Manovrò le briglie e fece strada verso la salvezza. Teneva lo sguardo fisso sul chiarore, frustando il cavallo. Il vago sfavillio prese forma. Pëtr distinse una sapiente illuminazione. Si fermò di colpo davanti a una cascata di luce.
La bufera si era arresa, vinta dai fari che sgominavano il buio. Una visione celestiale si presentò agli occhi di Pëtr: un castello da favola al quale la collera del cielo concedeva una tregua. Eppure appena più in là si sentiva infuriare la tempesta...
Una selva di torri e piccole garitte spuntava dai tetti baldanzosamente picchiettati di bandierine rosse. Le crociere erano tutte di marmo. Cornici levigate separavano i riquadri delle finestre aperte, che risplendevano come bracieri accesi. Dieci balconi si affacciavano su scalinate bianche che scendevano fino al parco. Il tracciato del giardino si rifletteva sulle superfici lucenti della facciata. Sculture di bosso, aiuole di giusquiamo, boschetti di rododendri disegnavano spirali che invitavano alla passeggiata.
Dalle due siepi simmetriche che costeggiavano il viale sporgevano torce a illuminare il percorso. Tutto era lussuoso e calmo. I dintorni deserti. Il silenzio regnava su quell’incanto. E il castello sembrava una residenza allestita per l’arrivo di un re. Sulla facciata si vedevano blasoni rossi e neri. Protetto, al sicuro, scampato alla tempesta, Pëtr emise un sospiro di sollievo. Mal gliene incolse. Povero, sfortunato Pëtr!
Era un castello di carte.

2021 © Éditions Libretto / Libella, Paris
2025 © Sellerio editore via Enzo ed Elvira Sellerio 50 Palermo

Il peso dei numeri, Giulia. Di Lucia Gaiotto

Hoppipolla porta in libreria Catalogo di donne sole, di Lucia Gaiotto. Le storie di questo catalogo sono tutte storie di donne che cercano di sopravvivere, in modi diversi, alla solitudine. 22 storie in cui esplorare le nostre ombre, le micce oscure che forse non si incendiano soltanto perché non si sono innescate le scintille giuste, quelle che farebbero saltare tutto. Ogni racconto scritto da Lucia Gaiotto si ispira liberamente a un Arcano Maggiore dei Tarocchi: 22 racconti brevi illustrati da Marie Cécile.

Cattedrale vi propone uno dei testi della raccolta, per gentile concessione dell’editore.

IL PESO DEI NUMERI
GIULIA

Dicono che siamo seicento, forse un paio di più forse un paio di meno. Ma in realtà a loro, di noi, non importa nulla. A loro importa degli uomini, non di noi e di Giulia. Giulia, se l’avessero incontrata per strada, avrebbero solo pensato che era bella; e noi nemmeno sapevano chi fossimo. A loro importa solo degli uomini, quelli scomparsi: seicento, forse un paio di più forse un paio di meno. Seicento è un bel numero, se li metti tutti insieme. Seicento automobili, seicento venta gli, seicento topi di fogna, seicento rossetti, seicento bicchieri, seicento donne, seicento uomini, seicento cadaveri. I numeri non pesano mai allo stesso modo, dipende da cosa ci metti di fianco.

Prima o poi ci siamo andate tutte, nel suo appartamento di periferia. Un po’ sgan gherato, in realtà. Ricordiamo, chi una cosa chi l’altra: un pentolino sempre sul fornello a gas, odore di cavolfiore e broccoli, tende spesse, un tavolo coperto con una cerata a fiori di scarso gusto, le piastrelle di graniglia, una poltrona sfondata con uno scialle a ricoprirne i buchi, un gatto nero talmente silenzioso da sembrare invisibile, un poster scollato con l’illustrazione di una Roma del 1600, bicchieri dal fondo spesso, un balconcino pieno di piante simile a una serra, fiori freschi – a volte anemoni, altre narcisi, più spesso margherite. Lei, però, era bellissima: fuori posto come quei fiori, elegante, vestita di nero, con un giro di perle al collo che chissà da dove arrivavano, in tutta quell’ordinaria medianità.

Riceveva su passaparola, solo persone fidatissime. Noi eravamo sempre l’amica dell’amica dell’amica che aveva saputo da un’amica. Era una raccomandazione anonima ma efficace e di requisito ne bastava uno. Quanto entravamo faceva un paio di domande, ci chiedeva se volevamo un caffè, metteva su la moka. Lei caffè niente, solo intrugli e tisane che bollivano in un pentolino. Aveva le unghie nere, il rossetto nero, il vestito nero e capelli biondissimi come ti immagini quelli degli angeli e delle vergini. Ma di vergini lì non ce n’erano, anche se molte di noi avreb bero voluto. Entravamo con il cappello o con un foulard che ci copriva il viso, ma poi capivamo che non c’era nulla da temere, che Giulia era una di noi – che quello che faceva lo faceva per soldi, sì, ma solo in parte. Perché la sua acqua la vendeva a chi diceva lei e le clienti eravamo noi: scelte dalla fortuna adesso, baciate dalla sfortuna – prima.

Giulia la sua acqua ce la consegnava in boccette tipo quelle di Lourdes. Piccole e tra sparenti, così come trasparente era quell’acqua che acqua non era. Non rivelò mai a nessuno la ricetta, le polveri che scioglieva, le quantità. La chiamava acqua perché era inodore, insapore, trasparente e limpida come i cristalli di rocca, come l’aria, come la verità, come l’acqua dei ruscelli, appunto. Dentro, però, si scoprì poi che c’erano arsenico e antimonio, in che dosi non si sa e con che cos’altro nemmeno. Era l’acqua di Giulia, un po’ come l’acqua di profumo alle rose e al gelsomino o come quei tonici per la pelle stanca. E a essere stanca, non era solo la pelle – lo eravamo tutte.

Non ci piace raccontarle a lungo, le nostre storie. Giulia lo capiva: ci ascoltava men tre mettevamo insieme due frasi, verificava giusto che ci fossero i requisiti. Un mari to violento, un amore tossico, un abuso quotidiano, il sesso non richiesto, le guance con i lividi, i polsi stritolati da braccialetti pesti. Non chiedeva come mai ci fossimo finite in mezzo, a quel matrimonio, e come mai non avessimo chiesto prima aiuto, perché non avessimo pensato di scappare quando era ancora possibile – ma poi, è mai possibile scappare da una gabbia in cui sei finita senza accorgertene? Come fai a uscirne se non sai nemmeno da dove sei entrata? Lei non chiedeva mai troppo e diceva sempre che le colpe non erano nostre. Non fino a lì, comunque. Dopo chi lo sa, c’era anche chi credeva in Dio e non sappiamo davvero come abbia conciliato le cose. In ogni caso, agimmo. Prendemmo l’acqua di Giulia, la mettemmo nella bor setta e ce ne andammo a casa – forse meno felici di prima ma sicuramente più forti. Giulia si raccomandava. Diceva che bisognava avere pazienza, mettere una goccia d’acqua o due nella minestra, nel bicchiere di vino e farlo per giorni, settimane, fino a quando la boccetta non finiva e nessuno poteva accorgersi della causa del malessere. Incidenti, malori. In quel periodo c’era la Malattia che girava di casa in casa e nessuno stava troppo a indagare per una morte di troppo. Alla fine, però, le morti le hanno contate e siamo arrivate a seicento, che in effetti messe insieme fanno un certo effetto. In ogni caso, non se ne sarebbero mai accorti se non fosse stato per la Contessa, la chiamavamo così per quelle arie che si dava e perché si credeva superiore a tutte, anche a Giulia, al punto da non seguirne le istruzioni.
Ebbe fretta, la Contessa. Versò la boccetta intera nel brodo e così fu facile, immediato, risalire al veleno.

Non ci hanno processate tutte. Alcune di noi erano già morte, altre partite, altre avevano cambiato vita e nome. Adelaide adesso ha una roulotte e viaggia per gli Stati Uniti con un bassotto vecchio e sdentato. Carmela prepara bistec che per i camionisti sull’autostrada del Sole. Luisa ha un salone di bellezza. Elvira studia fisica all’università. Giovanna ha cinque figli, ma nemmeno un marito – dove siano finiti nessuno lo sa bene. Emilia preferisce non parlare del passato e coltiva zafferano. Maria si è sposata di nuovo, con una grande festa. Una lavora a Palazzo, ma preferisce non dire il nome. C’è anche una poetessa, Irene. Se ci avessero scoperte tutte le carceri sarebbero piene. Han no stimato seicento, ma è una stima e ogni stima è di per sé una menzogna. Comunque, molte di noi dentro ci sono finite davvero: quelle delle morti più recenti, quelle che avevano più legami con Giulia. Non che importi qualcosa.

Giulia anche, ovviamente, è stata processata. C’è chi dice che l’hanno bruciata sul rogo, ma mica siamo nel medioevo e Giulia era tante cose però non una strega. Altri dicono che l’hanno presa i servizi segreti e che adesso lavora in Medioriente. Quelli con i piedi per terra parlano di carcere a vita. Noi ci dicia mo che il carcere era prima, e che Giulia lo sapeva bene perché l’aveva vissuto anche lei. Quello che è venuto dopo, dopo l’acqua e le inchieste e i processi, quella – nonostante tutto – era libertà.

Quando hanno chiesto a Giulia se si fosse pentita lei ha risposto: “È matema tica: solo matematica. I numeri non pesano mai allo stesso modo. Dipende da chi ci metti di fianco”.

La fine del mondo, di Enrico Macioci

Neo Edizioni porta in libreria Il grande buio, di Enrico Macioci. Una raccolta di dieci storie, ognuna delle quali cerca di afferrarne le possibili forme, prova a raccontarne gli improvvisi svelamenti.
Una riunione di condominio è la scena, non di un crimine, ma della fine del mondo; una donna racconta del suo essere madre e il ricordo porta a un omicidio; marito e moglie fanno la solita passeggiata in montagna ma stavolta c’è qualcosa o qualcuno insieme a loro; una coppia di ospiti convive con un odore nauseabondo mentre il padrone di casa che li ospita è partito alla ricerca della propria compagna; un uomo è svegliato nel bel mezzo di una notte estiva, in strada qualcuno sta giocando a tennis, il poc, poc, poc della pallina è il richiamo verso l’ignoto.

Cattedrale vi propone uno dei testi della raccolta, per gentile concessione dell’editore.

La fine del mondo

di Enrico Macioci

Quando sentì suonare il campanello, Vincenzo Parisi stava telefonando al figlio per la terza volta negli ultimi dieci minuti: non riusciva ad accendere Sky e aveva bisogno di aiuto, fra poco sarebbe iniziata la finale di Wimbledon. Per la terza volta il cellulare del figlio risultò muto e Vincenzo imprecò e scagliò il proprio sul divano, poi scese le scale fino alla porta d’ingresso.
Si trovò di fronte una ragazza alta e mora che indossava un paio di jeans stinti, una t-shirt bianca, scarpe da tennis celesti e occhiali da sole rialzati sulla fronte a fermarle i capelli. Non la conosceva.
«Sono Eva» si presentò lei. «Un’amica di Pietro».
«Pietro non c’è» replicò Vincenzo con un mezzo sorriso. La ragazza lo studiava seria e lui smise di sorridere. «Lo stavo giusto cercando al telefono».
«Anch’io» disse la ragazza. «Ma è sempre spento, perciò mi sono permessa di suonare».
«Entra» la invitò Vincenzo. «Fa troppo caldo fuori».
La ragazza avanzò di un passo, Vincenzo si spostò di lato e lei entrò. Si tolse gli occhiali dalla fronte e ne infilò un’asta nella tasca anteriore dei jeans. I capelli ricaddero e se li scostò. Odorava di sigaretta e crema abbronzante e aveva gli occhi chiari.
«Saliamo» propose lui richiudendo la porta, e lei lo precedé lungo le scale. Evitò di guardarla mentre la seguiva e pensò alla moglie, che in teoria doveva avere quasi concluso dall’estetista; decise di chiamarla con una strana fitta di nostalgia.
Il primo piano si componeva di soggiorno e cucina, e la ragazza lo osservò per alcuni secondi. Vincenzo la affiancò e chiese se avesse sete.
«Da morire» disse lei.
«Questo caldo assurdo» ripeté lui scuotendo la testa. «Una menta va bene?»
«Benissimo».
Vincenzo tirò fuori dal frigo una bottiglia d’acqua e una di menta, prese un bicchiere, mescolò con un cucchiaio, porse il bicchiere alla ragazza.
«Lei non beve?» domandò la ragazza prendendo il bicchiere.
«Certo». Vincenzo si voltò e ne preparò uno anche per sé, imbarazzato dall’estrema tranquillità della ragazza e dal fatto che con ogni probabilità lei gli fissava la schiena. Se ne stava lì, poggiata col sedere alla penisola, senza muovere un muscolo e senza parlare.
Pietro non era solito portare compagne a casa – del resto frequentava appena il primo anno di università, e di compagne ufficiali nemmeno l’ombra; la presenza di Eva rappresentava per Vincenzo una novità. Non che se ne intendesse di giovani donne e non che pretendesse di capire le nuove generazioni, ma si sarebbe aspettato da parte della ragazza un briciolo d’impaccio in più.
Dopotutto lui aveva cinquantadue anni e insegnava Letteratura moderna alla facoltà di Lettere, godeva in città d’un discreto prestigio e scommetteva che lei ne fosse a conoscenza.
«Studi Legge insieme a Pietro?» domandò, per spezzare il silenzio troppo prolungato.
Lei sorseggiò la menta, incrociò un piede davanti all’altro e annuì.
«Devo chiamare mia moglie» la informò Vincenzo, soffocando sul nascere un altro mezzo sorriso.
La ragazza non commentò e lui si diede del patetico. Non era abituato a giudicarsi duramente e il suo nervosismo crebbe. Digitò il numero di Ada, poi attese: il cellulare era spento.
«Anche quello di mia madre fa così» lo informò la ragazza. «E anche quello di mia sorella».
«Strano» disse lui. «Che sia successo qualcosa di serio?»
Raggiunse il divano, pentito di quelle parole malauguranti; prese il telecomando e schiacciò il tasto di accensione: il televisore lampeggiò, ma lo schermo rimase buio e muto.
«È successo qualcosa» ripeté crollando a sedere. Una striscia di sudore gli colava fra le scapole, bagnandogli la camicia e acuendo il suo disagio.
Eva si accomodò accanto a lui sul divano, ma lasciò fra di loro un posto libero. Premé la superficie del bicchiere sulla guancia e sul polso per rinfrescarsi.
«Avete un bellissimo parquet» disse e, senza aggiungere altro, depositò il bicchiere sul tavolino di vetro dove la moglie di Vincenzo era solita poggiare i libri o le sigarette, quindi si tolse le scarpe, che sistemò di fianco alla piantana nell’angolo. Tolse anche i fantasmini e li ficcò dentro le scarpe. Aveva piedi abbronzati e unghie smaltate di azzurro.
«Non ce n’è mica bisogno» disse Vincenzo indicandole goffamente i piedi.
«Non si preoccupi. A casa vado sempre in giro scalza».
Lui tossicchiò e, temendo di arrossire, si alzò e andò alla finestra.
La città si stendeva esausta sotto il gran caldo, e il sole pareva un maglio. Le strade erano deserte e il parco del castello brillava di un verde cupo e metallico. Una sirena prese a suonare, ossessiva e insensata, nell’arido centro del pomeriggio: non una sirena della polizia o dell’ambulanza o dei pompieri, ma quella di una fabbrica. Tranne che laggiù non c’erano fabbriche, non c’erano mai state. Vincenzo sentì di non avere scampo, e che forse nessuno l’avrebbe avuto. “Ada, Pietro” pensò. “Dove siete? E perché non rispondete?”
Si girò. La ragazza aveva recuperato il bicchiere dal tavolino e accavallato le gambe. Studiava la libreria al di sopra del televisore. «La collezione poetica uscita con Repubblica, giusto?» domandò.
«Giusto».
«E qual è il suo poeta preferito?»
«Baudelaire».
«I poeti mi annoiano» disse la ragazza con una smorfia. «A lei no?»
«A me no. Io li insegno e non mi annoiano» spiegò stizzito. Gli dava fastidio che la ragazza fingesse di non sapere che lui era un professore universitario, gli dava fastidio che fosse entrata in casa sua con tanta facilità, e per di più in un momento in cui sia Pietro che Ada non rispondevano al telefono; e la tv era rotta e lui non poteva vedere la finale di Wimbledon. Ma in special modo gli davano fastidio i suoi piedi nudi, la naturalezza con cui si era tolta le scarpe e con cui accavallava le gambe e occupava un posto sul suo divano. Sentì i propri piedi formicolare nei mocassini, dominò l’impulso di sbarazzarsene e poi comprese che tutti quei piccoli fastidi erano connessi e formavano un unico, grande, misterioso fastidio.
«Potrebbe redimermi» disse la ragazza con ironia, passando l'indice sul bordo del bicchiere. «Potrebbe aiutarmi a capire cos’hanno i poeti di così interessante, almeno finché non arriva Pietro».
«E se Pietro non arrivasse?» si sorprese a rispondere Vincenzo.
«Arriverà».
«Il suo cellulare è morto».
«Tutti i cellulari sono morti» ribatté la ragazza, e lui si rese conto che era vero. Chissà perché, aveva dato per scontato che il suo Samsung funzionasse.
Lo afferrò dal divano e controllò: lo schermo era buio, adesso. «Cristo» inveì. Un brivido lo percorse e, nonostante il caldo, si strinse nelle braccia, accarezzandosi i bicipiti. Fuori echeggiò il rombo di parecchi elicotteri. La sirena intanto si era zittita. Una macchina si fermò in mezzo alla strada, il guidatore scese e fuggì, lasciando lo sportello aperto. Una donna da qualche parte urlò. Strisce bianche solcarono il cielo sereno, vuoto e attonito.
La ragazza si alzò dal divano e posò un palmo sulla spalla di Vincenzo. «Sono sicura che Pietro sta bene» disse, e lui si sentì incredibilmente fragile e vecchio. Chinò il capo per distogliere lo sguardo dal viso della ragazza e lo posò sui suoi piedi nudi. Allora, bisognoso di sfogare la tensione, sollevò bruscamente il braccio destro e colpì il bicchiere che lei teneva nella sinistra. Il bicchiere precipitò a terra senza rompersi, e ciò che restava della menta si rovesciò addosso alla ragazza, sporcandole la t-shirt e i jeans.
«Scusami tanto» balbettò Vincenzo, indietreggiando e abbandonandosi sul divano.
«Non si preoccupi» rispose lei. Afferrò il lembo inferiore della t-shirt e la sfilò verso l’alto con una mossa rapida e aggraziata. Una coppa del reggiseno bianco era sporca e lei sfilò anche quello. I jeans erano macchiati sulla coscia destra, lei li sbottonò e aprì la lampo, lasciandoli scivolare intorno alle caviglie con un fruscio.
«I cellulari sono fuori uso e la tv idem e anche l’aria condizionata, temo, e la città sembra impazzita e anche il mondo, perciò sarà bene che noi ci rilassiamo e dimentichiamo i nostri ruoli e i nostri problemi e accettiamo di vivere in un modo diverso» disse scavalcando i jeans ammucchiati ai suoi piedi e passando il pollice sulla stoffa leggera delle mutandine.
Poi scese su di lui e lo guidò con dolcezza.

La benevolenza, di Gerardo Spirito



Effequ porta in libreria Pastorale mediterranea. Fabulario delle erbe amare, di Gerardo Spirito. Un immaginario sacro e fantastico in cui riecheggia il Cunto de li Cunti, attraverso transumanze, riti funebri, apparizioni e fondazioni, scopriamo le storie di questo fabulario, che affondano nella memoria della terra sannita e risuonano nei corpi, nei gesti, nelle migrazioni dei popoli del Sud.


Cattedrale vi propone un estratto del testo, per gentile concessione dell’Editore



La benevolenza
di Gerardo Spirito



I

Si fermano e si accampano in riva a un fiume. Il padre dissella i muli, li impastoia, li sfama. Il figlio scarica il carro e si allontana a raccogliere rami e foglie secche, poi torna, li ammucchia per terra e accende un fuoco. Si siedono intorno, mangiano focacce di segale e lenticchie. Bevono vino speziato. Poi il figlio recita il Credo e l’Avemaria e il padre racconta la storia di un santo romita che abitava in una grotta montana e parlava con lupi tassi e pettirossi. Dormono all’addiaccio alla luce delle stelle. Si risvegliano nel buio che precede l’alba. Danno da bere e da mangiare ai muli, riordinano il carro, ripartono sul tratturo magno. L’aurora traccia a est una linea insanguinata. Cippi di confine. Campi spietrati o a maggese. Attraversano un valico, crocicchi e sentieri che diramano verso ruderi e pascoli collinari, polloni di ruta e santoreggia. A mezzogiorno il cielo si copre di nuvole scure. Il vento soffia e porta dai boschi odore di biancospino e falasco. Lungo la pista incontrano un uomo. Dice di chiamarsi Canio. Tra i capelli pidocchi e fili d’erba secca. Gli occhi cisposi. Gli abiti raccogliticci. Gli offrono del pane azzimo e qualche oliva, del latte di capra. Canio li ringrazia con un inchino e dice: Che Dio misericordioso vi protegga e vi benedica. Il padre sorride e domanda: Dove siete diretto? Canio fa un sorso di latte e risponde: A casa; torno da mia madre e da mia sorella, sono stato fuori per lungo tempo. Dove siete stato? Di qua e di là; ho lavorato in un pascolo montano, nella bottega di un fabbro, in una carbonaia. Il padre domanda: Casa vostra è lontana? Canio indica con un braccio un punto vago a sud: Vengo dalla costa, cinque o sei giorni di cammino, un villaggio di pescatori; sono cresciuto lungo le sponde del Tirreno, un posto dove non fa mai freddo. Il padre annuisce. Canio fa un altro sorso di latte e poi si asciuga le labbra col dorso della mano: Come vi chiamate? Io sono Giuseppe, risponde il padre, Lui è mio figlio Giovanni. Giovanni non si muove, ascolta. Canio dice: Avete gli stessi occhi. Giuseppe lo ringrazia. Canio addenta un pezzo di pane, mastica, ingoia, poi scruta il carro e il telone che lo copre: Siete anche voi in viaggio? Sì, risponde Giuseppe. Poi, dopo un silenzio aggiunge: Siamo calderai. Calderai? Giuseppe annuisce: Vendiamo e ripariamo pentole e vecchie stufe, secchi di stagno di rame o di zinco; ci spostiamo da un paese all’altro. Siete ambulanti? Proprio così, dice Giuseppe, e fa cenno al telo che copre il carro: Abbiamo anche coperte, scarpe di stoffa, cerini, pietre focaie, vino e acquavite e breviari e opuscoli, e stampe in cavo o ad acquaforte; vi può servire qualcosa? Canio fa di no con il capo: Vi ringrazio, non ho bisogno di niente, porto l’essenziale. Capisco. E voi da dove venite? Giuseppe risponde: Dalle montagne; un paese di cavatori e taglialegna, un posto dove fa sempre freddo. Il freddo su questi monti è un tormento. Avete ragione. Canio fissa il cielo basso, poi di nuovo Giuseppe, e dice: Ho timore che pioverà, è meglio che vada. Giuseppe annuisce: Fate buon viaggio. Anche voi.


II


Inizia a piovere. Trovano riparo in una grotta calcarea sul fianco di una collina. Accendono un fuoco e aspettano che la pioggia passi. Ma la pioggia non passa. Si succedono lampi e tuoni. Pioggia fitta e obliqua. Cala il buio. Nella grotta il fuoco arde e il fumo stagna. I muli sono irrequieti. Giuseppe li nutre e li calma. Giovanni scuote le braci. Mangiano alla luce del fuoco strisce di carne essiccata. Bevono acquavite granulosa. Poi si mettono a pregare. Pregano a bisbigli. Poi smettono di pregare e parlano della pioggia, delle provviste, dei muli irrequieti, del Diluvio raccontato nelle Scritture. Poi Giuseppe dice a Giovanni: Addormentati, hai gli occhi stanchi. Giovanni si sdraia avvolto nella coperta e si addormenta. Giuseppe veglia il fuoco e i muli. Fuori il temporale infuria, illumina a giorno la notte. Alla prima luce del giorno Giuseppe esce dalla grotta. Aria umida. Nuvole lontane. Rientra nella grotta, scuote il figlio e dice: Il temporale è passato. Alzati e preparati. Ritornano sul tratturo. Avanzano e avanzano senza parlare e dopo un po’ tagliano per un campo di asparagi. Il cielo è limpido. Il sole bianco e accecante. Raggiungono una casa isolata ai confini di un bosco di tassi. Fermano il carro. Giuseppe dà una voce. Nessuno risponde. Chiama ancora. Da una finestra appare il viso raggrinzito di un vecchio; li guarda, sputa di lato. Giuseppe dice: Siamo calderai, ripariamo pentole e ferraglie e vendiamo breviari per le preghiere o coperte di lana per l’arrivo dell’inverno. Il vecchio non parla. Giuseppe insiste: Sarà un inverno lungo e molto freddo, queste coperte sono calde come stufe, vi terranno lontani dai malanni. Il vecchio grida: Non ci serve niente. Giuseppe esita, uno dei muli raglia e recalcitra. Il vecchio grida ancora: Portate via dal mio terreno quel carro e quelle bestie. Ripartono. Intorno, alture aspre e desolate. Coltivi di legumi, tartufi ed erbaggi. Un bastardino ossuto spunta da un solco usmando l’aria con affanno. I muli si fermano ragliando. Giuseppe getta un grido contro il cane e uno schiocco di lingua verso i muli. Il cane si accascia a bordo traccia e fissa in silenzio il carro passare. Incontrano un cantore. Barattano con lui una coperta per una fiasca vuota di pelle di pecora. Il cantore salmodia una canzone sulla misericordia, Giuseppe racconta una parabola su bufere e pescatori. Poi si salutano. Poco più avanti incontrano una fila di monaci scalzi dalle facce arrossate dal freddo. Offrono loro pane e latte. I monaci rifiutano intransigenti e li benedicono e benedicono il carro e i muli con gesti di croce. Prima di ripartire Giuseppe chiede: Quanto dista il paese più vicino? Un giovane monaco tonsurato risponde: Mezza giornata di cammino. Si salutano, ripartono. Non incontrano nessuno fino al paese.

Navigare necesse, di Marco Valle

Neri Pozza porta in libreria Andavano per mare, di Marco Valle. Un libro ibrido, dal fascino avvolgente. Avventure straordinarie e rischiosissime, ritmate dal frastuono dei marosi e dall’alito dei venti, in balìa della solitudine, del sole, del gelo, dalla sete e dalla fame. Storie di uomini di mare ma anche di astronomi geniali, temerari letterati, giramondo inquieti. Storie lontane, ma anche storie di oggi, che quest’Italia distratta e molto terricola ha spesso dimenticato. Ed ecco il motivo, la ragione di questo libro: ritrovare, riannodare quel lungo filo blu che si dipana dalle galee medievali e dalle caravelle colombiane e arriva sino al Rex che inalbera il Nastro azzurro, a Luigi Rizzo e Tino Straulino, alla saga di Azzurra, a Enzo Maiorca e Giovanni Soldini.

Cattedrale vi propone un estratto da uno dei testi, per gentile concessione dell’Editore

Navigare necesse
di Marco Valle

La grande stagione dei navigatori italici – con l’eccezione del Malaspina – si esaurì con l’inoltrarsi del Seicento, per l’intera penisola un secolo d’arretramento e declino. Come analizzato da Carlo Maria Cipolla, nell’arco di tre generazioni l’Italia da Paese ricco e sviluppato divenne una terra povera e arretrata, dominata «da una casta di possenti proprietari agrari che avevano ricacciato in secondo piano gli operatori mercantili, manifatturieri e finanziari». Sotto il peso della concorrenza straniera le esportazioni crollarono; la vita economica delle città centrosettentrionali, cuore della produzione manifatturiera, si ripiegò su pochi nuclei d’imprenditorialità, mentre il Meridione scivolava in una condizione di «gravissimo sottosviluppo: un paese di baroni poco o niente illuminati e di contadini analfabeti dove lo spazio del ceto medio era occupato quasi esclusivamente da avvocati e notai».1
La crisi delle produzioni padane e toscane assieme allo sfaldamento delle relazioni finanziarie e commerciali, accelerò il progressivo appannamento della vocazione marittima delle talassocrazie nostrane, ancora pingui ma ormai sfibrate, esauste; in modi e tempi differenti, Genova e Venezia smisero d’essere due dei massimi centri degli scambi mondiali e si rattrappirono in una opulenta neutralità sempre più disarmata. Una scelta miope.
In quel primo scorcio dell’Età Moderna il controllo del Mediterraneo passò di mano: era arrivato il tempo di Olanda e Inghilterra. Translatio imperii. Approfittando della fatica spagnola e dei tanti problemi italici, grandi vascelli nordici iniziarono a oltrepassare Gibilterra infilandosi nel Mediterraneo per affollare le banchine dei porti del Levante o, se capitava, per pirateggiare a loro piacimento. Nel frattempo, i martoriati litorali, sottoposti alla continua pressione dei corsari barbareschi, si spopolarono e impaludarono, gli scali decaddero e la navigazione – a eccezione delle residue linee venete, liguri e ragusee – si ridusse a un piccolo cabotaggio gestito da scarne comunità rivierasche.
A solcare le onde rimasero in pochi, e ancor meno furono coloro che non rinunciarono a combattere, tra questi l’ultimo navarca della Serenissima: il capitano da mar Francesco Morosini. Nel 1644, dopo una lunga fase di pace, i tamburi di guerra tornarono a rullare e la classe dirigente veneziana – come sottolinea Alvise Zorzi ancora «elastica, coraggiosa e capace di rischiare» – affrontò le ultime sfide contro il trisecolare rivale ottomano: le guerre di Candia (Creta) e di Morea (Peloponneso). I marciani, guidati dall’ottimo Morosini, ottennero vittorie navali importanti – il 19 ottobre 1667 a Stantia s’imposero in una delle rare battaglie notturne della storia – e sperimentarono con successo la guerra anfibia, impiegando i coraggiosi schiavoni oltremarini2 come fanti da mar in sincronia con l’artiglieria terrestre e la micidiale tecnica delle mine. Tanto valore e ingegno, ma nel 1669 le casse dello Stato erano vuote (“esser in Candia” divenne sinonimo di bancarotta) e le perdite divennero insopportabili. Il 6 settembre Morosini si rassegnò alla capitolazione e dovette accettare la cessione dell’isola, fatta eccezione per le enclaves fortificate di Suda, Grasbusa e Spinalonga e le isole di Tino e Cerigo nell’Egeo. Sulle quindici galee rientranti in patria gli ultimi difensori caricarono i tesori delle chiese e gli archivi relativi ai 465 anni d’amministrazione veneta a Creta.
Ma non era finita. Nel 1684 la Repubblica di Venezia riprese le armi con alleati potenti – austriaci e polacchi già vittoriosi a Vienna – e idee innovative. Nuovamente sotto il comando di Morosini, in quattro anni riconquistò quanto aveva perso in Morea e nello Ionio; nel 1687 fu la volta di Patrasso, Corinto e Atene, dove una cannonata veneta centrò il tetto del Partenone, facendo esplodere le polveri che i turchi avevano ammassato nel tempio. Mettendo a frutto l’esperienza acquisita nella guerra di Candia, l’ammiraglio coordinò strettamente la flotta con le forze di terra, facendo appoggiare gli sbarchi dall’armata sottile (le galee) e affidando all’armata grossa (i velieri) il compito di tagliare le linee di comunicazione turche. Ottimi successi che valsero al condottiero un monumento in bronzo, il titolo di Peloponnesiaco e poi, il 3 aprile 1688, quello di doge. Una breve parentesi. L’ormai anziano Morosini morì nel 1694 a Nauplia. Lo ricordano il prestigioso liceo navale di Venezia, istituito nel 1961 e a lui intitolato, e un pattugliatore d’altura varato nel 2020, terza nave della Marina militare a portare il suo nome.
La guerra proseguì tra l’Egeo e i Dardanelli in una serie di scontri navali dall’esito incerto. Nel 1699 il trattato di Carlowitz riconobbe al dogato il possesso del Peloponneso, l’isola di Egina nel golfo dell’Attica, le isole Ionie e alcuni capisaldi in Albania. Cipro e Creta, l’obiettivo finale della campagna, rimasero sotto le babbucce degli ottomani. Una conclusione agrodolce e poco redditizia: per difendere i poverissimi domini ellenici a Nauplia, Acorinto e Corone furono erette fortezze talmente formidabili che, riprendendo Zorzi, «pare impossibile che siano state costruite da una potenza di proporzioni e di risorse limitate, fanno pensare, piuttosto, a un impero di grandi proporzioni».
Una barriera imponente purtroppo mal difesa e incapace, nel giugno 1715, d’arginare e respingere l’ennesima offensiva turca. Conquistata la Morea, nel luglio dell’anno dopo l’esercito sultaniale investì con tutta la sua forza Corfù, la chiave dell’Adriatico. Energicamente guidata dal conte sassone Johann von Schulenburg, la piccola guarnigione resistette valorosamente; un’altalena di furiosi attacchi e contrattacchi, sortite e ritirate che si protrasse sino alla fine d’agosto quando gli invasori, pressati dalla flotta veneta, furono costretti a reimbarcarsi. Salvata l’isola, l’armata grossa impegnò a più riprese gli ottomani nello Ionio e poi nell’Egeo, e insidiò nuovamente i Dardanelli. Gli ultimi combattimenti avvennero nel golfo di Pagania, nel luglio 1718, con ventotto velieri che respinsero un convoglio nemico e a Dulcigno dove le galee sbarcarono 10mila uomini. Il glorioso commiato della vetusta marina remica marciana.
I successi navali non furono però sufficienti per “pesare” al tavolo della pace di Passarowitz. L’imperatore d’Austria Carlo VI, forte delle vittorie di Eugenio di Savoia a Petervaradino, Zenta e Belgrado, impose a nemici e alleati le sue condizioni. Il trattato, firmato 21 luglio 1718, obbligò i veneti a cedere la Morea, Tino, Spinalunga, Suda, nonché Antivari, Zarine, Ottovo e Zurbi. In cambio Venezia ottenne la restituzione di Cerigo, Butrinto, Prevesa e il mantenimento di Corfù e dipendenze. Misero risultato. Giustamente Zorzi fissa in quel momento storico l’esaurimento di una presenza risalente al tempo delle crociate: «Come potenza mediterranea, come potenza coloniale, Venezia ha cessato di esistere. Il possesso delle isole Ionie rappresenta soltanto un bel residuo dell’antico impero». Fu così che il sempre più ristretto patriziato lagunare – una classe ormai fiacca, languida e terribilmente cinica – inguainò le spade e volse definitivamente le spalle al mare.

Con l’evaporarsi di Venezia dalla scena mediterranea, la parallela agonia delle marinerie liguri e toscane e la parziale estromissione del Mare Interno dai grandi traffici mondiali, il Patrio Stivale s’interrò definitivamente. Nonostante alcune spinte in controtendenza – le politiche marittime di re Carlo di Borbone e del figlio Ferdinando a Napoli, gli investimenti dell’Austria teresiana sui porti di Trieste e Fiume, gli approcci navali sabaudi, la sorprendente resilienza della flotta mercantile di Ragusa di Dalmazia – il mare si estraniò dal pensiero stesso degli italiani. Significative a riguardo le riflessioni di Giacomo Leopardi nello Zibaldone: «Le idee relative al mare sono vaste e piacevoli per questo motivo, ma non durevolmente, perché mancano di due qualità, la varietà, e l’esser proprie e vicine alla nostra vita quotidiana, agli oggetti che ci circondano, alle nostre assuefazioni, rimembranze ecc. (dico di chi non è marinaio di professione) e anche alle nostre cognizioni pratiche; giacché la cognizione pratica, almeno ingrosso, l’uso e l’esperienza, una tal quale familiarità con ciò che il poeta ha per le mani è necessaria all’effetto delle immagini e sentimenti poetici; ed è per questo che piace soprattutto alla poesia quello che spetta al cuore umano».3
Una “mancata esperienza” di cui le ristrette élite nostrane iniziarono ad avere sentore e coscienza soltanto negli anni Trenta dell’Ottocento con l’avvento della prima rivoluzione industriale, una svolta epocale che si intrecciava a un’altra rivoluzione, questa volta spaziale. In pochi anni la navigazione a vapore, le ferrovie, il telegrafo (prima ottico e poi elettrico) determinarono una contrazione delle distanze e la creazione delle prime reti globali di comunicazioni. In breve tempo prese forma un sistema di interconnessioni e trasporti di massa, e tutto (o quasi) sembrò raggiungibile.
Su queste coordinate i segmenti modernisti di tutta Europa iniziarono a guardare con nuovi occhi il Mediterraneo, valutando con crescente interesse il dibattito sul taglio dell’Istmo di Suez. Fondamentale fu l’incessante agitarsi del francese Barthélemy Prosper Enfantin, per i suoi sodali semplicemente le Père Enfantin, personaggio pittoresco quanto ingegnoso che aveva trasformato i cenacoli intellettuali fondati da Claude-Henri de Saint-Simon in una comunità elitaria in cui strambi aspetti para-religiosi, aspirazioni comunistiche, critiche sociali si confusero e si mescolarono con intuizioni tecnologiche, progetti futuristici, sapori orientalisti. Fedeli alle formule del fondatore, i sansimoniani immaginavano un mondo régi par les savants, retto dai sapienti, e l’idea del Canale – concepita come sintesi di tecnica e poesia, grande opera di pace e concordia utile all’umanità tutta – divenne per gli entusiasti sognatori francesi il grande laboratorio transnazionale in cui l’“utopia del progresso” diventava infine realtà. Al tempo stesso lo scavo dell’idrovia divenne una prospettiva interessante per il “partito industriale” europeo, oltre che un nodo centrale del serrato duello tra Londra e Parigi per il controllo della via delle Indie.
Nelle aree più dinamiche dell’allora frammentata Penisola, la crescente consapevolezza della rinnovata centralità del grande bacino accese un inedito interesse sulla negletta dimensione marittima dell’Italia, suscitando in modo intermittente il recupero di una percezione del mare da tempo smarrita. Un sentimento che motivò, con risultati alterni, imprenditori illuminati e alcuni governanti a impegnarsi in pioneristiche iniziative armatoriali e limitati investimenti infrastrutturali. Per quanto flebile, la nuova “coscienza politica del Mediterraneo” alimentò anche le speranze e le aspirazioni del nascente movimento risorgimentale, determinando i primi disegni unitari. Negli scritti di Gioberti, Cattaneo, Balbo, Durando, Cantù, Mazzini cominciarono a prendere forma – seppur in maniera ideologica e astratta – l’immagine di un’Italia “navalista”, e persino acerbe ipotesi di una eventuale proiezione oltremare. Fu però un geniale conte torinese il primo a delineare con lucidità una solida ed efficace strategia navale, e a inserirla – prima come ministro della Marina del Regno di Sardegna e, dal 1861, del Regno d’Italia – nel contesto geopolitico ed economico del tempo. Si chiamava Camillo Benso di Cavour, il Pater Patriae.

1 Carlo Maria Cipolla, Storia facile dell’economia italiana, Mondadori, Milano 2017, p. 78.
2 Gli oltremarini erano i temuti soldati della Serenissima, conosciuti anche con il nome di schiavoni, volontari reclutati in Dalmazia, Albania Veneta e isole Ioniche. Formavano undici reggimenti comandati da ufficiali illirici, balcanici ed ellenici; a seconda dei reparti gli ordini erano impartiti, oltre che in veneto, in serbo, croato, albanese e greco. Impiegati inizialmente come fanti da mar, passarono poi al servizio in terraferma, presidiando fortezze e città. I centri d’arruolamento erano Zara e Corfù e una volta addestrati venivano mandati al forte del Lido oppure a Padova, centro militare dello Stato da Tera. Era richiesta una statura minima di un metro e sessantadue (altezza di tutto rispetto se si pensa a quella media di allora), un’età compresa tra i sedici e i quarant’anni, l’appartenenza alla religione cristiana e, soprattutto, un fisico robusto. Celebri l’amore degli schiavoni per il vessillo marciano, il fortissimo spirito di corpo (tra loro si chiamavano brate, «fratello») e la ferocia in battaglia. L’aspetto era pittoresco: capelli lunghi e incolti e gran mustacchi. Erano armati della micidiale spada schiavona, molto pesante e a lama larga, di pistola ad avancarica, pugnale a lama lunga e di un fucile senza baionetta.
3 Giacomo Leopardi, Zibaldone, Newton, Roma 1997, p. 397

© 2025 Neri Pozza Editore, Vicenza

Un pomeriggio a Battersea Park, di Alberto Canali

Un pomeriggio a Battersea Park , di Alberto Canali e pubblicato da Affiori - Perrone Editore, indaga una quotidianità fatta di rapporti incompiuti, sentimenti ambigui, azioni che si ripetono in loop estenuanti, paesaggi mortificati e piccole prevaricazioni lavorative. Un amore inseguito nella misteriosa e bellissima Cracovia, un incontro imprevisto in un parco urbano londinese assediato dalla speculazione edilizia, il consumarsi di una relazione tra due futuri medici all’Università di Edimburgo sono solo alcune delle storie di nostalgia e spaesamento di questa raccolta. Tra incontri e addii, tra la ritualità e l’imprevisto i protagonisti dei racconti non riescono a trovare un punto di equilibrio, almeno fino alla pagina finale delle loro storie.

Cattedrale vi propone la prima parte del racconto che da il titolo alla raccolta, per gentile concessione dell’editore.

Un pomeriggio a Battersea Park
di Alberto Canali

In metropolitana

Percorro la strada d’un fiato. Scarto nel piazzale già intasato dagli autobus. La stazione di Richmond è un monoblocco dalla facciata bassa e grigia: più che a una stazione, assomiglia a un ufficio pubblico di periferia. Guardo il grande orologio a lancette. Sono le sette e un quarto. È un venerdì di marzo dell’anno duemila e sedici e anche oggi sono puntuale. Un’alba senza sole come quella di tante mattine londinesi, anche se il venticello fresco che si alza dal Tamigi annuncia la fine dell’inverno.
Recupero dall’espositore un giornaletto gratuito, salgo le scale, passo il varco di accesso alla metropolitana e sono pronto per iniziare la giornata. Cammino fino all’estremità più lontana della banchina. Attraverso decine di sguardi persi nel sonno o assorti nei pensieri lenti delle prime ore della giornata.
I posti sulle panchine sono tutti occupati. Come sempre.
Aspetto in piedi l’arrivo del treno, in corrispondenza dell’ultima carrozza, quella meno affollata e dove c’è più speranza di sedersi.
 Mi tolgo il cappello, liberando i miei capelli ricci e morbidi, castani e ancora folti. Qualcosa di cui mi vanto ancora con i vecchi compagni di studi di Ingegneria a Genova. Tutti giovani adulti ormai calvi o in procinto di esserlo.
Il convoglio si fa attendere. Appoggio lo zaino sulla banchina. Respiro il puzzo di urina e di detergente che si mescola all’aria frizzante del mattino.
Su una panchina è seduto il mio vicino di casa, lo sguardo inclinato sull’iPad, assorto nella lettura.
Richard Green è un uomo distinto, dai capelli corti e neri, solo un po’ ingrigiti. Alto più del normale, magro, potrebbe avere quarantacinque anni. Nasconde il viso, scavato e poco espressivo, dentro un paio di grandi occhiali neri a montatura quadrata e lenti spesse. Un manager, come in Italia si usa dire di qualcuno la cui occupazione prevede una qualche forma elevata di responsabilità ma di cui è troppo complicato spiegare l’esatto contenuto, ammesso che lo si comprenda.
Brucio tutti sul tempo. Nessun colpo di fortuna, però. Soltanto esperienza e approfondite osservazioni statistiche.
Trovo posto in un piccolo scompartimento. Mi siedo vicino al finestrino. Su una poltroncina di velluto che quasi mi sembra comoda, considerato il livello di comfort che la metropolitana offre a quest’ora della giornata. Così posso starmene tranquillo fino a destinazione, senza preoccuparmi della folla che, fermata dopo fermata, mi cinge d’assedio.
Si parte. A ogni fermata le carrozze si riempiono di pendolari in misura variabile, proporzionale alla densità del quartiere attraversato.
Fuori dal finestrino il paesaggio di periferia a poco a poco sbiadisce e diventa ricordo. Entriamo nella Londra più urbana e conosciuta.
Passiamo Earl’s Court, fermata di una Londra a portata di studente che ho conosciuto al tempo dei miei vent’anni. Appartamenti, aria viziata e notti senza sonno.
Il treno lascia la superficie e s’infila nel buio di un tunnel sotterraneo. È qui che diventa The Tube, la vecchia e inossidabile metropolitana di Londra.
Tutte le mattine, da quattro anni, percorro questo identico tragitto dalla campagna fino al cuore della città. Ma il mio entusiasmo da neofita con in tasca una Oyster Card è già evaporato.
Per la solitudine urbana amplificata dalla folla che si stipa fin quasi a schiacciarmi. Per la monotonia che trasmette la via dove abito, la lunga fila di case tutte uguali, i muri esterni di mattoni sempre dello stesso colore marroncino, il bidone della spazzatura e, quando c’è, l’automobile parcheggiata. Senza parlare dell’assenza di alcune basilari funzionalità domestiche. Le finestre senza gli scuri che all’alba, sabato e domenica compresi, inondano la stanza di luce togliendomi il gusto di qualche minuto in più di sonno. L’impossibilità certificata di regolare la temperatura dell’acqua della doccia in un punto di equilibrio tra ebollizione e congelamento. I muri così sottili che mi domando se la tv sempre accesa sia la mia o quella dei vicini.
I passeggeri leggono libri o giornali, comunicano tramite moderni congegni elettronici o si isolano all’interno di grosse cuffie colorate. A me invece piace osservare le persone, immaginare cosa si nasconde dietro i profili anonimi, studiare i vestiti e il portamento, decifrare l’aspettativa della giornata, l’attesa per un incontro o il trascinarsi di un tempo sempre uguale.
L’immaginazione si fa più ispirata davanti alla varietà dei corpi femminili.
Gambe lunghe. E gambe corte.
Gambe nascoste e gambe mostrate.
Gambe storte e gambe da farti girare la testa.
E poi abitini colorati, scarpe dai tacchi esagerati e comode ballerine. Vestiti intonati alla sostanza attesa della giornata.
Il resto sono soprattutto classici abiti maschili.
Giacche e camicie inamidate. Divise d’ordinanza che poco lasciano intuire circa le sorprendenti modulazioni di personalità dell’homo britannicus, in perenne equilibrio tra understatement e senso dell’umorismo.
La ragazza seduta di fronte ha il viso affilato e la pelle chiara. Si nasconde dentro un caschetto di capelli biondi lisci. Sulla base del mio campione statistico, un’acconciatura di moda tra le giovani donne inglesi.
Indugio, poi punto gli occhi su di lei. Raddrizzo la schiena sul sedile. Distolgo lo sguardo verso i passeggeri appesi ai sostegni.
Ma l’immagine della ragazza è l’unica a distinguersi nel rumore di fondo del vagone. Alcuni suoi tratti, i capelli e i grandi occhi azzurri, sono così comuni a molte giovani donne inglesi che, quando le vedo sedute una a fianco dell’altra in metropolitana o intente a frugare la merce sugli scaffali dei grandi magazzini, mi pare che in giro per la città non ci sia soltanto una, ma cento o mille copie di quella ragazza.
Si chiama Rebecca. Così una volta un’amica l’aveva chiamata entrando nel vagone. E non fa orari regolari.
La guardo ancora con la coda dell’occhio, mentre tiene tra le mani After You, l’ultimo romanzo di Jojo Moyes. 
Avrà trent’anni, forse di più. La pelle è già segnata da qualche ruga. Rebecca non stacca neanche per un attimo gli occhi dal libro. Dopo le prime quattro stazioni il treno è già pieno e due passeggeri si infilano nello spazio tra i nostri sedili. Non la vedo più.
Vorrei che succedesse qualcosa.
Non succede niente.
Lascio andare i pensieri, e i desideri.
Chino la testa sul giornaletto gratuito. L’esperienza mi suggerisce un sano realismo nel tentare un’incursione che non sia accompagnata da una fascinazione fisica che mio malgrado non posso offrire. I miei occhi sono piccoli e poco penetranti. Il viso è tondo, ma simpatico più che bello. Gli occhiali, della forma di un piccolo ovale, sono leggeri e quasi trasparenti. Il fisico ordinario, anche se sportivo e ben tenuto. Meglio aspettare circostanze più favorevoli ai tempi lenti di una conversazione che probabilmente non ci sarà mai. Guardo di lato, prima a sinistra e poi a destra. A un paio di metri, appoggiato alla porta di servizio che separa una carrozza dall’altra, c’è Richard. Consulta il tablet, di sicuro starà lavorando.
Mi sono fatto l’idea che Richard sia una di quelle persone poco interessate a ciò che succede nel mondo e specialmente alla vita degli altri, immerse in una loro appagante economia dei sentimenti. Provo talvolta ad accennare qualche frase di circostanza, ma presto abbandono il campo. Anche una semplice conversazione non programmata su cose insignificanti sembra un disturbo. Così lui resta nel suo mondo e io nel mio. In Richard non c’è, almeno in apparenza, nessuna fibrillazione. Soltanto la rassegnata e consapevole accettazione del disagio di vivere e lavorare nella metropoli.
È venerdì. I trolley occupano gli ultimi spazi liberi della carrozza. Mi preparo all’ufficio. Ai riti e ai discorsi. Alle raccomandazioni dei colleghi che, uscendo trafelati a metà pomeriggio, mi saluteranno con un sorriso pieno di aspettative. Pronti a entrare nel week end, un mondo liquido in cui per due giorni è lecito trasformarsi in un altrove di sé stessi.
La mia debole percezione della discontinuità attesa per il fine settimana è bilanciata dai volti sicuri e determinati di Rebecca e Richard, compagni di viaggio a loro insaputa. Di certo loro ce l’hanno, un programma per il fine settimana.
Il treno, ormai prossimo alle stazioni del centro, rallenta la corsa.
All’interscambio con Victoria Station salgono gruppi di studenti. E poi immigrati in arrivo dalla periferia, manovalanza per uffici e alberghi di ogni genere.
Qualche mendicante resiste nella carrozzanon più di un paio di fermate. Poi si sposta verso il centro del treno alla ricerca di miglior fortuna. Per loro il fine settimana è soltanto lo stanco trascinamento dei giorni feriali, senza cuspidi né punti di discontinuità. Il massimo che possono sperare è che la temporanea sospensione delle preoccupazioni quotidiane favorisca nei passeggeri una disposizione d’animo più generosa, e di rimediare qualche sterlina in più delle poche che portano a casa in un’intera giornata di peregrinazioni e di infruttuose richieste.