Cattedrale e il Premio Ceppo di Pistoia, inaugurano un percorso di approfondimento sullo stato del racconto, attraverso lo sguardo di dieci scrittori che si interrogano sulle forme brevi. L’antologia Il penultimo scalino prima della fine, nata dal Premio Ceppo, edita da Metilene e curata da P.F. Iacuzzi, raccoglie i racconti inediti di dieci scrittori e scrittrici che hanno vinto le scorse edizioni del Premio, e al contempo raccoglie le risposte di ciascun autore a 5 domande specifiche sullo stato del racconto.
Cattedrale vi propone tali risposte attraverso due focus una volta al mese, per costruire una mappatura sul racconto e dare corpo e visibilità al complesso, vivo, affascinante mondo della narrativa breve.
Con gli interventi di Giuseppe Zucco e Luca Ricci si concludo il nostro focus sul racconto e vi diamo appuntamento alla Tavola Rotonda sulla narrativa breve organizzata da il Premio Ceppo in collaborazione con Cattedrale.
Potete trovare la prima puntata QUI, la seconda QUI, la terza QUI e la quarta QUI.
Mentre potete leggere l’intervista a Paolo Iacuzzi sull’antologia QUI
Velocità, montaggio, nostalgia
Luca Ricci
Cosa chiedi ai tuoi racconti?
Chiedo ai miei racconti almeno tre cose: che raccontino una storia (per piccola o grande che sia senza affabulazione non c’è racconto); che diano l’esperienza della letteratura (è l’unica esperienza onesta – possibile – nel regno della scrittura); che riflettano su sé stessi (voglio scrivere per quanto possibile racconti intelligenti, che non soltanto inducano a pensare ma che si pensino).
Quali sono i racconti, anche dei grandi maestri internazionali, del passato e del presente, che consiglieresti di leggere?
Tra tanti racconti dei maestri ne scelgo tre. La chioma del francese Guy de Maupassant, Il nuotatore dell’americano John Cheever, Sette piani dell’italiano Dino Buzzati. Sono tre racconti di fantasmi. Il fantasma, come archetipo, credo sia la vera cifra nel tappeto di tutta la letteratura. Un simulacro che per dire meglio la verità appare e scompare, c’inganna, ci spaventa.
Quali sono le tre parole chiave che corrispondono alla tua motivazione profonda dello scrivere racconti?
Ecco le mie tre parole chiave. Velocità: a lungo ritenuta un disvalore letterario, non si capisce come uno scrittore di racconti possa prescinderne. Un racconto lento mi appare una contraddizione in termini. Non si tratta del turn page bestsellerista bensì di una condizione esiziale della forma breve, un racconto inizia per finire. Montaggio: è una mia fisima compositiva che vale nel lungo quanto nel corto (ma nel corto anche di più): non contano le scene in sé ma in che ordine vengono sistemate. Una narrazione è una sequenza di scene, avere il controllo sulla sequenza è importante al pari di altri aspetti peculiari della composizione quali la lingua o la costruzione del personaggio. Cosa avviene prima e cosa dopo? È una domanda chiave e di solito sottovalutata. Nostalgia: ogni narrazione ha a che fare col tempo, riguarda la propria durata, ma la scrittura lunga chiede di essere letta mentre la breve di essere riletta. Un racconto che funziona ti fa provare nostalgia di sé.
Come vedi la situazione del genere racconto in Italia (editoria, diffusione, lettura)?
Premessa doverosa: non c’è mai stata un’epoca d’oro del racconto, in Italia come altrove. Il lungo è sempre stato preferito al breve, pensiamo all’epica classica, ai poemi cavallereschi, al romanzo borghese. Detto ciò, il momento è particolarmente delicato. Due motivi che indicano lo stato d’incuria della forma: i grandi editori italiani hanno smesso di pubblicare libri di racconti; per un autore italiano esportare racconti all’estero è pressoché impossibile.
Perché hai scelto proprio il racconto che ci hai inviato per rappresentare la tua scrittura?
Bibliofollia, con il suo carattere festosamente metaletterario, è idealmente il regalo di compleanno che ho voluto per il Ceppo, giunto ormai alla sua settantesima edizione. E mi pare anche molto paradigmatico di un aspetto della mia poetica generale: raccontare le ombre dell’amore, unire il rosa al nero.
Meraviglia, immaginazione, mistero
Giuseppe Zucco
Cosa chiedi ai tuoi racconti?
Io non chiedo nulla ai racconti. Sono invece i racconti a chiedere qualcosa a me. Quando inizio a scrivere, sapendo già che il viaggio dentro il territorio misterioso di una storia sarà colmo di turbamenti e di pericoli, i racconti mi chiedono sempre di non avere paura, di lasciarmi andare, di abbandonarmi al flusso degli eventi, e di proseguire sulla stessa strada anche quando l’oscurità sarà più fitta e ogni ragione sembrerà smarrita. I racconti – cioè la scrittura, in definitiva – mi chiedono di avere fede. Se avrò fede, se abbasserò le difese, se sarò disponibile alla meraviglia, se non pretenderò di risolvere tutto con l’intelligenza, se non inseguirò le sirene dell’attualità e della morale, se lascerò parlare con lingua di sogno ciò che in me è più forte di me e su cui non ho dominio, se benedirò ogni ostacolo che mi verrà incontro, poiché per superarlo sarò costretto a prendere il sentiero meno battuto, magari qualcosa di imprevisto accadrà e un tesoro si rivelerà ai miei occhi. Per tesoro intendo una qualsiasi rivelazione sul mondo o sul cuore umano. Un giro di frase o un’immagine che improvvisamente alludono a qualcosa di impensato. L’accostamento inaudito tra un sostantivo e un aggettivo che d’un tratto si farà porticina per passare in un’altra dimensione. Una cadenza di canto che senza motivo apparente farà battere i denti o tremare il cuore. Il legame folgorante che avvicinerà quanto è più distante, inaugurando nuove parentele. La sensazione di essere una particella che vibra al vibrare del mondo circostante. Qualsiasi cosa che moltiplicherà la piccola vita che mi porto dentro. Perché di questo si parla quando si parla di scrivere racconti, e di scrittura in generale. Di vita. Di nuove esperienze di vita. Di accrescimento delle possibilità di vita. Di moltiplicazione della potenza vitale che ciascuno cova dentro di sé. Di espansione della conoscenza e delle capacità sentimentali. Se così non fosse, tanto varrebbe dedicarsi ad altro. Conosco modi infinitamente più piacevoli e remunerativi e socialmente accettabili di perdere la salute. Scrivere, tra le tante cose, è “un’esperienza terribile, durante la quale spesso cadono i capelli e si guastano i denti”, dice Flannery O’Connor. E poi non è detto che questi tesori siano sempre alla nostra portata. I tesori ci illudono. I tesori ci sfuggono. I tesori ci rifiutano. I tesori sono protetti da un drago con la bocca fiammante. Eppure non c’è alternativa. Scrivere è andare a caccia di un tesoro che ancora non esiste su strade che non sono tracciate su nessuna mappa. E se non si troverà il tesoro, rimarrà comunque la strada fatta per cercarlo. Poiché lì, sulla strada inventata dai nostri passi, brancolando nella tenebra più fitta, con i sensi all’erta e il cuore stordito di paura e desiderio, abbiamo provato la gioia acuta di essere vivi, vivi contro il nostro tempo, vivi a dispetto delle offese e delle sconfitte che ci toccheranno in sorte, vivi nonostante tutto.
Quali sono i racconti, anche dei grandi maestri internazionali, del passato e del presente, che consiglieresti di leggere?
Di racconti ne ho letti moltissimi. Chissà che numero verrebbe fuori se li potessi contare. Ma se dovessi dire i primi titoli che mi vengono in mente, svelando così la stranissima costellazione che illumina la mia notte e guida il mio cammino, consiglierei di leggere questi. Un cuore rivelatore, di Poe. Wakefield, di Hawthorne. Il ragno nero, di Gotthelf. Un medico di campagna, di Kafka. Bartleby lo scrivano, di Melville. Paolo Uccello, di Schwob. Il cappotto, di Gogol’. Padre Sergej, di Tolstoj. Il monaco nero, di Čechov. Il sogno di un uomo ridicolo, di Dostoevskij. Michael Kohlhaas, di Kleist. La leggenda di San Giuliano Ospedaliere, di Flaubert. Il capolavoro sconosciuto, di Balzac. Will del mulino, di Stevenson. Morte di una falena, di Woolf. La pagina bianca, di Blixen. Rosso Malpelo, di Verga. La bestia nella giungla, di James. Il colore venuto dallo spazio, di Lovecraft. Il miracolo segreto, di Borges. Gli uccelli, di Schultz. Due, di Manganelli. Casa occupata, di Cortazar. La lotteria, di Jackson. Terremoto, di Masino. Avvoltoi senza piume, di Ribeyro. Titanio, di Levi. Al dio ignoto, di Moravia. Franny, di Salinger. Il bacio, di Landolfi. Il pallone, di Barthelme. Il paese dei ciechi, di Welles. Angelici dolori, di Ortese. Amore, di Lispector. Il ritorno di Anaconda, di Quiroga. Scottature, di Prato. Greenleaf, di O’Connor. La sirena, di Tommasi di Lampedusa. La debuttante, di Carrington. Aspetta un attimo, di Berlin. Di balene e sogni, di Selby Jr. Dimensioni, di Munro. Per sempre lassù, di Foster Wallace. Innocenza, di Brodkey. Chiamate telefoniche, di Bolaño.
Quali sono le tre parole chiave che corrispondono alla tua motivazione profonda dello scrivere racconti?
La prima parola è Meraviglia. Di meraviglie è costellato il mondo. Il mondo, con grande sfarzo e dissipazione, non finisce di rivelarsi. Ma non tutti se ne avvedono. Perché? Scrive Emily Dickinson in una lettera del 1863: “Non è una “Rivelazione” – questa – che ci attende, / Ma soltanto i nostri occhi spogli”. Ciò significa che il mondo pullula di rivelazioni, ma che tali rivelazioni andrebbero sprecate se non sviluppassimo degli occhi nuovi, spogli, privi di pregiudizi, che ci permettano di entrare in contatto con il mondo, e quindi di meravigliarci, riuscendo a cogliere la forza dolce e terribile della vita che accade. La meraviglia è qualcosa che precede la scrittura, e che la fonda. È la capacità di sentire il mondo come un luogo misterioso, in continuo divenire, che non è dato una volta per tutte, da cui ogni cosa trabocca in forme e storie sorprendenti. La meraviglia, così, è il segreto accordo che stringiamo con il mondo che muta mentre noi stessi mutiamo. La seconda parola è Immaginazione. Tutti noi siamo nati da un atto di immaginazione. Qualcuno ci ha immaginati e attesi prima di venire al mondo. Nella struttura a doppia elica del nostro Dna è inscritta questa immaginazione. Questa immaginazione, così, è molto più antica di noi e ci concatena non solo a tutti gli esseri viventi apparsi finora sulla Terra, ma anche a tutti quelli che verranno. Scrive Anna Maria Ortese ne L’iguana: “Purtroppo non si tiene conto che il reale è a più strati, e l’intero Creato, quando si è giunti ad analizzare fin l’ultimo strato, non risulta affatto reale, ma pura e profonda immaginazione”. E scrive Charles Baudelaire in Nuove note su Edgar Allan Poe: “L’immaginazione è una facoltà quasi divina che percepisce immediatamente, al di fuori dei sistemi filosofici, le relazioni intime e segrete fra le cose, le corrispondenze e le analogie.” Così, Ortese e Baudelaire ci suggeriscono che l’immaginazione è insieme il campo e il metodo della scrittura. Se la realtà è tutta intessuta di pura e profonda immaginazione, allora la nostra immaginazione non è altro che lo strumento migliore per addentrarsi nel cuore oscuro e turbinoso della realtà, lì dove tutto è intrecciato a tutto, lì dove ogni cosa respira nell’altra, lì dove un nostro balbettio equivale al fremito di una fogliolina su un ramo, al colpo d’ala di un pettirosso in volo, al baluginio di una stella lontana. La terza parola è Mistero. Il mondo è un mistero. Il cuore umano è un mistero. Chiunque ci respiri accanto è un mistero. Noi siamo un mistero per noi stessi. Ci sono i misteri dolorosi e i misteri gaudiosi, e il loro infinito intrecciarsi. Ciò significa che l’uomo non è misura di tutte le cose, come pensava Protagora, poiché la sua ragione, così limitata, non riesce a star dietro all’inesauribile fermento della vita che accade. Scrive Giorgio Manganelli in Centuria: “Dove non si capisce, si è prossimi al centro, dove si capisce si è all’estrema periferia, si è fuori”. Così, la scrittura, al colmo della meraviglia e dell’immaginazione, allargando i poteri del corpo e dei sogni, e dismettendo la pretesa di capire tutto e assegnare a ogni cosa un significato, può diventare la via, per quanto labile e tortuosa, per arrivare a sfiorare questo centro incandescente. Perché, è vero, i misteri non possono essere sciolti – ciò andrebbe al di là delle nostre forze – ma possono essere colti e attraversati come territori sconosciuti in cui fare avventura e mettersi costantemente alla prova.
Come vedi la situazione del genere racconto in Italia (editoria, diffusione, lettura)?
Dati alla mano, dovrei cedere alla disperazione. Di libri di racconti se ne pubblicano sempre meno. Io stesso mi sono più volte scontrato con questa cieca logica editoriale. E se i racconti sono un simbolo dell’immaginazione, viene da pensare che chi rifiuta l’immaginazione, a priori, per mero calcolo economico, sia già morto senza saperlo, tanto che il mondo non potrà più toccarlo né sorprenderlo. Eppure non è il caso di arrendersi. In rete ci sono moltissime riviste su cui schiere di nuovi scrittori continuano a spingere un po’ più in là l’arte di scrivere racconti. Così come non posso dimenticare cosa mi successe a quattordici anni quando lessi Il cuore rivelatore, un racconto di Edgar Allan Poe. Il buio della camera in cui leggevo sotto una piccola lampada si allargò, il mondo si fece più vasto e misterioso, e la mia vita cambiò per sempre. Voglio dire, editoria e letteratura non sono la stessa cosa. Sono due entità che si toccano, ma che non si sovrappongono. E se l’editoria andrà incancrenendosi, la letteratura troverà sempre il modo di sprigionare i suoi poteri. Così che, un ragazzo o una ragazza, chissà dove e quando, leggendo con labbra tremanti un racconto, e accordando il proprio cuore al battito di un cuore immaginario eppure così presente, sentiranno ancora il mondo spalancarsi, colmo di vita e di possibilità, dove anche ciò che non potrebbe accadere finalmente accade.
Perché hai scelto proprio il racconto che ci hai inviato per rappresentare la tua scrittura?
Ho scelto questo racconto perché niente è dato una volta per tutte, neanche la morte. Perché da qualche parte c’è un gallo, cioè un animale che riesce sempre a scovare la luce nelle tenebre. Perché da qualche parte c’è un uovo, e lì dove c’è un uovo c’è un inizio, ed io non riesco a levarmi di mente le due frasi che Cesare Pavese appuntò ne Il mestiere di vivere: “L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante”. Ecco, anche nei momenti più terribili, lo sforzo dovrebbe essere sempre quello. Immaginare di tenere un uovo tra le mani. Qualcosa poi succederà.
