Cattedrale e il Premio Ceppo di Pistoia, inaugurano un percorso di approfondimento sullo stato del racconto, attraverso lo sguardo di dieci scrittori che si interrogano sulle forme brevi. L’antologia Il penultimo scalino prima della fine, nata dal Premio Ceppo, edita da Metilene e curata da P.F. Iacuzzi, raccoglie i racconti inediti di dieci scrittori e scrittrici che hanno vinto le scorse edizioni del Premio, e al contempo raccoglie le risposte di ciascun autore a 5 domande specifiche sullo stato del racconto.
Cattedrale vi propone tali risposte attraverso due focus una volta al mese, per costruire una mappatura sul racconto e dare corpo e visibilità al complesso, vivo, affascinante mondo della narrativa breve.
Cominciamo con le considerazioni di Ugo Cornia e Pietro Grossi.
Mentre potete leggere l’intervista a Paolo Iacuzzi sull’antologia QUI
Senza sforzo, eccitazione occasionale, da solo
Ugo Cornia
Cosa chiedi ai tuoi racconti?
Anche se può sembrare strano, ai miei racconti non chiedo niente perché quasi sempre vanno dove pare a loro, nel senso che io all’inizio ho qualche vaga idea di qualcosa, ma neanche un’emozione, è un quasi niente, e questo quasi niente un bel momento si cristallizza in una frase che mi piace e, se riesco a tenerla in testa fino a quando ritorno a casa, allora apro il computer e la scrivo, e scrivendola mi viene da andare avanti, che è una cosa un po’ diversa da un idea, è un po’ meno, ma qualcosa di molto più aperto, e la segui per un po’ e saltano fuori alcune pagine. Poi capisci che il racconto è finito e dici basta.
Quali sono i racconti, anche dei grandi maestri internazionali, del passato e del presente, che consiglieresti di leggere?
Boccaccio e tutta l’antica novellistica: italiana, araba, persiana, eccetera (La novella del Grasso Legnaiolo, un altro capolavoro). Anche i nomi che ci sono dentro: non mi ricordo più dove, forse nelle novelle del Lasca, c’era un personaggio che si chiamava Falananna. Ma anche se leggi Montaigne, indubbiamente è anche un grande filosofo, ma leggi i Saggi, ci sono dentro duemila storielline meravigliose. Una volta ci ho ritrovato la storia di Androclo, quello che aveva tolto una spina dal piede di un leone e dopo erano diventati amici, poi si perdono di vista e qualche anno dopo si ritrovano di colpo insieme nell’arena: il leone dovrebbe mangiare Androclo e invece va a salutarlo come se fosse il suo gatto, e l’imperatore si intenerisce e li libera, e loro vivono andando in giro insieme di città in città perché la loro storia li ha resi famosi e la gente, quando li incontra, gli offre da mangiare. Quelle storie, fin da bambino, quando me le leggeva la zia Maria, hanno reso la mia vita più felice. Poi mentre facevo l’università ho incontrato Cavazzoni e Celati che mi leggevano altre storie bellissime come mia zia, e così via.
Quali sono le tre parole chiave che corrispondono alla tua motivazione profonda dello scrivere racconti?
Una cosa breve in genere è nata senza sforzo (1) e non ha bisogno di molti riempitivi e di molte cuciture. Nasce da un momentino di eccitazione occasionale (2) dove tutto va avanti da solo (3), senza fatica.
Come vedi la situazione del genere racconto in Italia (editoria, diffusione, lettura)?
Quando leggo un libro di racconti di qualche mio amico, in genere lo leggo con grande piacere per i motivi appena detti. Se non è mio amico va bene lo stesso, per esempio ho letto tre racconti di Sandro Bonvissuto così belli che dopo siamo diventati amici, perché mi avevano lasciato lì a dire per qualche giorno: “ma ve’ che bei racconti che ha scritto sto qua”.
Perché hai scelto proprio il racconto che ci hai inviato per rappresentare la tua scrittura?
Ci voleva un racconto inedito. Io non ne avevo e quindi mi sono messo a scriverlo. Quando l’ho finito mi sembrava abbastanza ben riuscito. Cinque o sei giorni dopo continuava a sembrarmi ancora ben riuscito, quindi mi sembrava che mi rappresentasse. Se invece a rileggere qualche parola di quello che hai scritto ti senti salire un po’ di vergogna è meglio che butti via tutto. Non mi saliva addosso nessuna vergogna, quindi mi son detto: va bene.
Sennò sto peggio
Pietro Grossi
Cosa chiedi ai tuoi racconti?
Occorre fare una premessa: che si provi – per così dire – a disegnare il campo da gioco. Nel vasto e mirabolante regno della letteratura abitano delle creature a cui abbiamo dato il nome di racconti. Abusando un po’ del termine, di solito ci riferiamo a queste creature come a quelle più esili. Un racconto, dunque, è di solito inteso come un testo di narrativa letteraria più breve degli altri. La categoria, però, così non ci convince: ci sono per esempio testi di simile lunghezza – che ne so, ottanta pagine – che vengono arbitrariamente definiti romanzi brevi o racconti lunghi. Cosa definisce, quindi, un racconto? Ci sono persone che parlano di respiro: al di là delle pagine, soprattutto se ne superano qualche decina, c’è in effetti una sorta di battito cardiaco che ci potrebbe guidare in una più precisa definizione. Eppure, anche così, i suoi confini sarebbero traballanti. Julio Cortázar ha più volte notato una differenza più interessante, e più precisa: il racconto è quel genere letterario che tende ad assomigliare più alla fotografia che al cinema. Se interessa, una versione ben descritta di questa sua teoria, la si può trovare nelle Lezioni di letteratura. Berkley 1980. Ci vuole un po’ per capire a fondo le rifrazioni di cosa Cortázar intendesse, ma si finisce per dover ammettere che aveva ragione: c’è una forma di racconto che se ne frega di narrare una storia, vuole semplicemente scattare la foto di una crepa da cui si intravede il magma sommerso di una specifica vita o – per citare un altro grande maestro del genere, Ernest Hemingway – la parte sommersa del suo iceberg. Ecco come funzionano moltissimi grandi racconti: sfogliarli non è come leggere un romanzo, è come osservare gli scatti di Robert Frank, di Henri Cartier-Bresson, di Sebastião Salgado. Forse, chissà, anche di Robert Mapplethorpe o di Annie Leibovitz, a modo loro. Premesso questo, chiedo ai miei racconti che individuino e rappresentino nella maniera più nitida possibile una crepa dell’esperienza umana.
Quali sono i racconti, anche dei grandi maestri internazionali, del passato e del presente, che consiglieresti di leggere?
Consiglierei di leggere: Franz Kafka, Ágota KristÓf, Ernest Hemingway, J.D. Salinger, Anton Čechov, Tommaso Landolfi, Nikolaj Gogol’, Lucia Berlin, Raymond Carver, Harold Brodkey, Katherine Mansfield, Alice Munro, Dino Buzzati, Julio Cortázar, Giovanni Verga, Osvaldo Soriano, John Cheever, Varlam Šalamov, Karen Blixen, Steven Millhauser, Ray Bradbury, Romano Bilenchi, Sherwood Anderson, William Somerset Maugham, Jack London, Francis Scott Fitzgerald, Edgar Allan Poe, Stephen King, Aleksàndr Solženicyn, Federigo Tozzi. Ne mancano parecchi, ma questo mi pare un buon modo per cominciare.
Quali sono le tre parole chiave che corrispondono alla tua motivazione profonda dello scrivere racconti?
Ecco le tre parole: sennò sto peggio.
Come vedi la situazione del genere racconto in Italia (editoria, diffusione, lettura)?
La situazione del racconto in Italia mi pare assomigli parecchio alle paludi del Missouri. Anche la situazione dell’editoria, mi dice qualche amico più addentro di me, ma non lasciamoci andare ad eccessivi pessimismi. Il problema dei racconti in Italia ha però a mio avviso a che fare con la premessa: in Italia non si leggono abbastanza racconti – quindi non si scrivono o pubblicano – perché si leggono nel modo sbagliato. Forse il problema sta proprio nel verbo: leggere. Molti grandi racconti non si leggono, si osservano. Non si prende in mano una raccolta di racconti come si prende in mano un romanzo: vi si entra come si entra in una galleria fotografica. Ecco, se già molte persone riallineassero così il proprio cervello, quando leggono un racconto, forse finirebbero per adattarsi a una buona pratica: ne leggerebbero almeno uno al giorno.
Perché hai scelto proprio il racconto che ci hai inviato per rappresentare la tua scrittura?
Ho scelto questo racconto perché mi pare che si incastri bene in questo specifico recinto: è un racconto che ha eliminato quasi tutto, che si concentra su una oscura crepa, senza sforzarsi di fare altro. Che ci riesca o meno, è un altro paio di maniche.
