Focus sul racconto: considerazioni dagli scrittori di racconti

Cattedrale e il Premio Ceppo di Pistoia, inaugurano un percorso di approfondimento sullo stato del racconto, attraverso lo sguardo di dieci scrittori che si interrogano sulle forme brevi. L’antologia Il penultimo scalino prima della fine, nata dal Premio Ceppo, edita da Metilene e curata da P.F. Iacuzzi, raccoglie i racconti inediti di dieci scrittori e scrittrici che hanno vinto le scorse edizioni del Premio, e al contempo raccoglie le risposte di ciascun autore a 5 domande specifiche sullo stato del racconto.
Cattedrale vi propone tali risposte attraverso due focus una volta al mese, per costruire una mappatura sul racconto e dare corpo e visibilità al complesso, vivo, affascinante mondo della narrativa breve.

Proseguiamo con le considerazioni di Rossella Milone e Letizia Muratori

Potete trovare la prima puntata QUI e la seconda QUI. Mentre potete leggere l’intervista a Paolo Iacuzzi sull’antologia QUI

Sottigliezza, sottrazione, profondità
Rossella Milone


Cosa chiedi ai tuoi racconti?

Non è una domanda che mi pongo, quando scrivo. Quando scrivo un racconto rispondo solo all’andatura del racconto – il resto viene da sé.

Quali sono i racconti, anche dei grandi maestri internazionali, del passato e del presente, che consiglieresti di leggere?

Soprattutto nella mia scuola sul racconto, leggiamo e studiamo assolutamente Casa d’altri di Silvio D’Arzo e Lavinia fuggita di Anna Banti: due racconti della nostra tradizione imprescindibili, complessi, quasi perfetti. Lì c’è tutto quello che c’è da sapere sui racconti.

Quali sono le tre parole chiave che corrispondono alla tua motivazione profonda dello scrivere racconti?

È difficile solo in tre parole, perché scrivere un racconto richiede dinamiche complesse. Ma se deve venirmi in mente qualcosa direi: sottigliezza, sottrazione, profondità.

Come vedi la situazione del genere racconto in Italia (editoria, diffusione, lettura)?

Coordinando da undici anni l’Osservatorio sul Racconto Cattedrale – l’unico in Italia – ho accesso a una panoramica e a una ricerca molto privilegiata, costante e approfondita. Direi che la forma racconto, ora come ora, non se la passa bene; ha degli alti e bassi, fino a qualche anno fa sembrava avesse avuto un momento di gloria, con molte pubblicazioni e visibilità. Ora avverto di nuovo una contrazione. Direi che è fisiologico, ma per una forma così delicata e bistrattata, è sempre un problema quando il pregiudizio sulle forme brevi si riacutizza. È una questione complessa, in cui sono coinvolti tutti gli elementi della filiera editoriale, dall’editore, allo scrittore, fino al lettore.

Perché hai scelto proprio il racconto che ci hai inviato per rappresentare la tua scrittura?

Questo racconto non credo sia rappresentativo della mia scrittura – che è sempre in movimento, mutevole, aperta ai cambiamenti miei e di ciò che mi vive intorno. La scrittura se diventa monolitica perde la sua presa sulla realtà. È un racconto vecchio, a cui però ho lavorato negli anni perché cercavo di raccontare qualcosa di molto difficile, che volevo prendesse una piega né troppo esplicita, né troppo chiusa: un’allusione, che è l’anima stessa del racconto letterario.

PH. Chiara Pasqualini

Ricerca, sorpresa, piacere
Letizia Muratori

Cosa chiedi ai tuoi racconti?

Le mie “pretese” di scrittrice, e prima lettrice di ciò che scrivo, sono sempre avventurose. Pretendo di addentrarmi in un “luogo” (paesaggio/ figure/azione drammatica) che è quello lì, e non somiglia che a sé stesso. Non deve essere immediatamente riconoscibile, ma concreto. Flannery O’Connor, una che di racconti se ne intendeva, scrisse che la narrativa opera attraverso i sensi e che spesso ci si dimentica quanto sia difficile convincere il lettore attraverso i sensi. La concretezza di cui parlavo poco fa non ha a che fare con la verosimiglianza rispetto a un modello reale, ma con l’invenzione di un mondo: reale. Gli oggetti, ad esempio, non arredano la storia, sono elementi costitutivi della storia, spesso la determinano. Se in un racconto, come in questo che ho scritto per l’occasione del Premio Ceppo, c’è l’arpa, tutto arpeggerà di conseguenza. Se ci sono le bambole, come in La casa madre, converrà evitare bamboleggiamenti e concentrarsi sulla serietà del gioco infantile. Dunque cosa chiedo ai miei racconti? Di aiutarmi a vedere, sentire, ascoltare le cose del mondo, inventandosene un altro.

Quali sono i racconti, anche dei grandi maestri internazionali, del passato e del presente, che consiglieresti di leggere?

Consiglierei Anniversario di matrimonio di Inoue Yasushi (in Amore, Adelphi). È la storia meno romantica che si possa immaginare, la coppia sta insieme per spilorceria, fino alla fine. Eppure, alla fine, si illumina il mistero del loro amore. Mi viene in mente un’altra coppia, memorabile, fratello e sorella di Casa occupata di Julio Cortázar (in Bestiario, Einaudi). Consiglierei una scrittrice canadese, che non è la Munro: Mavis Gallant ha scritto bellissimi racconti lunghi, di grande respiro, come Al di là del ponte e Varietà di esilio (Garzanti). Morte del padre II di Charles Bukowski (in Musica per organi caldi, Feltrinelli): quattro, cinque, pagine in cui dialogo e azione si intrecciano con una naturalezza rara. Consiglio anche Lo scompartimento di Raymond Carver (in Cattedrale, Einaudi) dove c’è un padre che comincia a vivere quando ammette di non esserlo mai stato, ma quello che conta è il rapporto tra il protagonista e il paesaggio: è un racconto che appartiene al sottogenere ferroviario. Non è molto carveriano, potrebbe averlo scritto chiunque, ma lo ha scritto lui. Nella galassia dei racconti autobiografici segnalo quelli di Jo Ann Beard, Le forze della terra, Orville Press, Gems). Chiudo con un classico: Palla di sego di Guy de Maupassant è per me il racconto della vita.

Quali sono le tre parole chiave che corrispondono alla tua motivazione profonda dello scrivere racconti?

Le tre parole chiave della mia scrittura sono: Ricerca, Sorpresa, Piacere.

Come vedi la situazione del genere racconto in Italia (editoria, diffusione, lettura)?

Mi capita sempre più raramente di incontrare qualcuno che mi dice: “Bello il suo racconto, però avrei voluto che continuasse, peccato che è finito”. Ecco, questo è un segnale che forse ci sono in giro più lettori di racconti. I racconti non sono i capitoli di un romanzo, sanno aspettare. Ne leggi uno, poi un altro, in teoria questa modalità sembra adattarsi alla fruizione contemporanea, che si suppone sia di natura erratica. Però l’intrattenimento – in senso ampio – ha preso altre strade: l’episodicità seriale, tra l’altro propria del romanzo, e l’interminabilità del racconto per immagini, non c’è un film che non duri almeno tre ore. Dietro ci sono ragioni produttive, ma è anche l’abbassamento dei costi di produzione che induce all’abbuffata: se posso, ci metto tutto dentro. Il racconto è una forma legata all’economia, sì, ma della scrittura, dove quello che c’è serve. Bene, che destino può avere? Questa è la domanda che mi faccio. C’è bisogno di “allevare”, di immaginare un lettore che non sente l’incompiuto in un racconto, che non avverte la fine come un’interruzione, capace di intrattenersi con economia. Il montaggio può molto, così come proporre delle forme diverse dalla classica raccolta, nel mio piccolo ho cercato sempre di farlo, penso al “dittico” di La casa madre, al tema del fantasma di Spifferi.

Perché hai scelto proprio il racconto che ci hai inviato per rappresentare la tua scrittura?

Ho scritto Le madri insieme pensando ai settant’anni del Ceppo che nel 2010 premiò La casa madre. Leggendolo, non si fatica a trovare diverse analogie. Le bambine di La Casa madre sono parecchio cresciute, potrebbero essere le due madri del nuovo racconto, ma non è un sequel. Ho un bel ricordo del Ceppo perché l’ho vinto, e mi hanno premiato gli studenti. In competizione c’erano scrittori che ammiro, Rossella Milone e Vitaliano Trevisan, e questo dà la misura della mia soddisfazione. Per le vie di Pistoia ho inseguito Gianni Celati, e ricordo un passaggio della sua lezione: mettere in scena la lontananza… Concludo dicendo che certi premi lavorano nel tempo, non è che lo vinci, o lo perdi, e finisce lì. Sono istituzioni che creano legami con la comunità, con chi ci lavora, legami fertili.