Focus sul racconto: considerazioni dagli scrittori di racconti

Cattedrale e il Premio Ceppo di Pistoia, inaugurano un percorso di approfondimento sullo stato del racconto, attraverso lo sguardo di dieci scrittori che si interrogano sulle forme brevi. L’antologia Il penultimo scalino prima della fine, nata dal Premio Ceppo, edita da Metilene e curata da P.F. Iacuzzi, raccoglie i racconti inediti di dieci scrittori e scrittrici che hanno vinto le scorse edizioni del Premio, e al contempo raccoglie le risposte di ciascun autore a 5 domande specifiche sullo stato del racconto.
Cattedrale vi propone tali risposte attraverso due focus una volta al mese, per costruire una mappatura sul racconto e dare corpo e visibilità al complesso, vivo, affascinante mondo della narrativa breve.

Proseguiamo con le considerazioni di Loredana Lipperini e Marco Marrucci.

Potete trovare la prima puntata QUI. Mentre potete leggere l’intervista a Paolo Iacuzzi sull’antologia QUI


Quotidiano, Impossibile, Altrove
Loredana Lipperini


Cosa chiedi ai tuoi racconti?

Chiedo ai miei racconti di spalancare soglie: la forma breve, che a mio parere è perfetta per la narrazione del soprannaturale, deve turbare, interrogare, suscitare dubbi.

Quali sono i racconti, anche dei grandi maestri internazionali, del passato e del presente, che consiglieresti di leggere?

Restando nel genere fantastico, indicherei tra i racconti esemplari sicuramente tutti quelli di Shirley Jackson e di Stephen King, che sono a volte superiori ai loro romanzi. E tutta Mariana Enriquez, che del racconto gotico ha fatto un capolavoro della contemporaneità.

Quali sono le tre parole chiave che corrispondono alla tua motivazione profonda dello scrivere racconti?

Le tre parole sono: Quotidiano, Impossibile, Altrove.

Come vedi la situazione del genere racconto in Italia (editoria, diffusione, lettura)?

La situazione è ancora difficile. Si pubblicano racconti molto belli, e persino in numero superiore al passato, ma permane ancora una diffidenza editoriale incomprensibile. Se devo giudicare dai miei libri, Magia nera è quello che continua a vendere di più. E credo che chi legge ami la forma breve molto più del romanzo, che oggi quasi non esiste perché è biografia, memoir, saggistica.

Perché hai scelto proprio il racconto che ci hai inviato per rappresentare la tua scrittura?

Questo racconto è nato da solo, in pochissime ore. Forse è quello che ho scritto più velocemente. Ed è quello che fino a questo momento preferisco.


Linguaggio, alienità, soglia
Marco Marrucci

Cosa chiedi ai tuoi racconti?

Ai racconti non chiedo un bel niente. Che vuol dire: non li investo di una missione che può essere giudicata in termini di fallimento o compiutezza. Io li accudisco per un tempo morbosamente lungo. Poi, quando si staccano e si allontanano, quando entrano in circolo, quando si consegnano a un possibile altro, suppongo tentino di fare quel che tenta di fare tutto ciò che siamo disposti a chiamare “letteratura”. Ovvero (per il poco e confuso che riesco a capirne) costruire, specificare e condividere un colossale repertorio di significati; e illuminare una comunità che riconosce questi significati, e si riconosce in questi significati; e col tempo irrobustirla e rinnovarla; e se si trova il modo, se non è troppo disturbo, cercar anche di fugare le ombre scandalosissime della caducità e della morte. Ma ripeto, non serve chiederglielo. Sono racconti. Lo fanno e basta.

Quali sono i racconti, anche dei grandi maestri internazionali, del passato e del presente, che consiglieresti di leggere?

Stabilisco d’arbitrio che il numero dei titoli dev’essere otto – così quadrato, così ragionevole – e procedo di conseguenza. Luogo chiamato Kindberg, di Julio Cortázar. Forse ce ne sono di migliori nelle sue raccolte. Forse. Ma è certo il racconto che mi ha fatto montar la voglia di scriverne anch’io. La lotteria, di Shirley Jackson. Un angolo di caduta perfetto. I sette messaggeri, di Dino Buzzati. Si può immaginare fiaba più malinconica? Penne, di Raymond Carver. Su di me ha saputo esercitare una risonanza malsana e persistente. Un pavone, una cena che è preludio alla rovina e un bimbo bruttissimo. La biblioteca di Babele, di Jorge Luis Borges. Ma qui pratico una sineddoche, perché tutto Il giardino dai sentieri che si biforcano (la raccolta, non il racconto) è un forziere meraviglioso. Il cruccio del padre di famiglia, di Franz Kafka. Lo rileggo in continuazione. M’inquieta assai. Felicità, di Katherine Mansfield. Pudico e trattenuto fuori, esplosivo e rivoluzionario dentro. Accadde sul ponte di Owl Creek, di Ambrose Bierce. Un pezzo da antologia minima del racconto, e pure lo sfoggio di uno dei giochi di prestigio più straordinari di cui questa forma è capace: il twist finale.

Quali sono le tre parole chiave che corrispondono alla tua motivazione profonda dello scrivere racconti?

Questa domanda è molte domande. A una credo di avere finto di rispondere all’inizio, laddove “fingere” non implica deliberato inganno (ci mancherebbe), ma solo la consapevolezza che nessuno può sperare di rispondere davvero a certi interrogativi abissali. Un’altra può essere intercettata isolando la tripletta di coordinate che sembra orientare tutti o quasi i miei racconti, e dunque abbozzare i profili di una motivazione condivisa. Eccola qua. Linguaggio. Declinato in risorsa potente ma fallibile, e sorpreso nei suoi momenti di fragilità e rottura. Parecchi dei miei racconti s’intestardiscono sul non voler dire, sul non poter dire per difetto cognitivo della persona, sul non poter dire per difetto metafisico del linguaggio stesso, sul dire che diventa equivoco, sul dire che fin da principio è menzogna e sabotaggio, sul dire che genera calamità come esito collaterale dello scambio d’informazioni. Alienità. Termine con un’indiscutibile quota di orridezza, ma non ho trovato di meglio. Spesso nei miei racconti ciò che guida i personaggi e amministra gli eventi è acquattato al di fuori del perimetro visibile della storia, e rimane un mistero o una congettura o un atto di fede che agisce come premessa – dunque spingendo, talvolta con garbo e talvolta a pedate – o come epilogo – dunque trascinando, talvolta verso una grazia e talvolta verso il dirupo. Soglia. Diversi racconti mantengono intatte le impalcature relazionali di causa-effetto, ma giocano a massimizzare l’intensità di una delle variabili nascoste: il desiderio, la punizione, il terrore, la curiosità. Si tratta di una mera alterazione di grado, non di sostanza. E tuttavia quando l’intensità arriva a superare un’implicita frontiera (la soglia), l’ordine tracolla e la causa produce effetti talmente parossistici da accattivarsi le attenzioni della scrittura.

Come vedi la situazione del genere racconto in Italia (editoria, diffusione, lettura)?

Sull’argomento ho un’idea provvisoria e smisuratamente articolata: peggio di così non poteva andare. Comunque. Se si considera il dato grezzo della diffusione nel circuito dei piccoli editori specializzati, delle riviste cartacee e online, dei premi letterari, dei laboratori e dei corsi di scrittura, il racconto parrebbe restituire un confortante simulacro di ubiquità e gagliardia. Occupa molti spazi e flette i muscoli. D’altra parte i grandi marchi dell’editoria, qua pasolinianamente intesa come industria e capitale, brutalizzano il ritratto di una raccontistica in salute pubblicando pochissimo e con impalpabile convinzione. Lo stabiliva trent’anni fa Gian Arturo Ferrari di fronte a Niccolò Ammaniti: la narrativa breve è un investimento a perdere. Attitudini diverse con cui entrambi gli schieramenti dialogano – il primo incendiato dalla foga del martirio e pronto alla guerriglia, o al contrario bramoso d’invadere e fortificare una minuscola nicchia ecologica; il secondo avvelenato dall’accidia che tutto pianifica e contabilizza, e se il mercato dimostra che qualcosa non vende significa che si venderà qualcos’altro – con la medesima verità: manca l’approdo. Manca la lettura. Quasi nessuno ha il desiderio di leggere racconti. O la familiarità con la pratica di leggere racconti. O il sistema di competenze e aspettative necessario per leggere racconti. Suona piuttosto deprimente, ma è così. Può darsi che la refrattarietà a questo congegno letterario, gracile e ritorto e misterioso, rappresenti una nota ineliminabile della vocazione italiana alla lettura. Se proprio dobbiamo leggere (e già la concessiva addolora) vogliamo storie lente, ben dispiegate, immersive e fitte di personaggi. Vogliamo i romanzi. Non siamo etno-antropologicamente attrezzati per sopportare i racconti. Ma se questo fosse vero, non si spiegherebbe l’immenso patrimonio di autori e titoli che rende grandiosa la raccontistica nazionale, perché i velleitari traguardi del martirio e della nicchia ecologica non hanno la fibra per reggere il paradosso di una narrativa breve che germoglia su una terra infeconda. E allora può darsi che le ragioni dimorino altrove. Può darsi che nel corso della storia patria la confidenza del lettore con i racconti, che esisteva ed era radicata in una tradizione, sia stata obliata e sovrascritta dalla confidenza con un oggetto nuovo, simile eppure differente: più europeo, più americano, più internazionale, più erudito, più salottiero, più modaiolo, più altoborghese, più medioborghese, più proletario ma con coscienza di classe, più canonico, più epocale, più zeitgeist; e di nuovo più lento, più dispiegato, più immersivo, più fitto di personaggi. Abbiamo voluto i romanzi. Abbiamo deciso di non essere più in grado di sopportare i racconti. (La chiudo qua. Adesso su tavolo c’è un po’ di materiale sparso. Si può cominciare a discutere. E per inciso: io sto fra i guerriglieri.).

Perché hai scelto proprio il racconto che ci hai inviato per rappresentare la tua scrittura?

Si tratta di una costola strappata a Premiata compagnia Fuerteventura, la raccolta di racconti che ho iniziato a scrivere questa primavera e che, se conosco bene la dilatazione dei miei tempi, sarà finita per il 2029. Un’anteprima eccessivamente precoce, o uno di quei cantieri infingardi da guardare con le mani dietro la schiena. E poi le tre coordinate di cui si è detto prima mi pare s’incrocino tutte: il linguaggio fallisce quando prova ad attingere una spiegazione e quando sceglie di coniugarsi a un’inammissibile seconda persona singolare; l’alienità si piazza sia a monte (il parlatore resta un enigma, sentimentalmente coinvolto ma di fatto assente) che a valle della storia (cause, durata e gravità dell’insonnia son fantasmi oltre la curva dell’orizzonte); la soglia di sopportazione dell’uomo, da principio corrosa e infine ridotta in frantumi, garantisce il tracollo dell’ordine e l’eccesso della risposta.