Cattedrale e il Premio Ceppo di Pistoia, inaugurano un percorso di approfondimento sullo stato del racconto, attraverso lo sguardo di dieci scrittori che si interrogano sulle forme brevi. L’antologia Il penultimo scalino prima della fine, nata dal Premio Ceppo, edita da Metilene e curata da P.F. Iacuzzi, raccoglie i racconti inediti di dieci scrittori e scrittrici che hanno vinto le scorse edizioni del Premio, e al contempo raccoglie le risposte di ciascun autore a 5 domande specifiche sullo stato del racconto.
Cattedrale vi propone tali risposte attraverso due focus una volta al mese, per costruire una mappatura sul racconto e dare corpo e visibilità al complesso, vivo, affascinante mondo della narrativa breve.
Proseguiamo con le considerazioni di Antonio Pascale e Enrico Remmert.
Potete trovare la prima puntata QUI, la seconda QUI. e la terza QUI. Mentre potete leggere l’intervista a Paolo Iacuzzi sull’antologia QUI
INQUIETUDINE
Antonio Pascale
Cosa chiedi ai tuoi racconti?
All’inizio della carriera, scrivevo racconti nella speranza di far emergere un sentimento, pur minimo, ma che poi funzionasse da lente di ingrandimento, così per individuare dinamiche piscologiche o altre di un personaggio che si muoveva in uno spazio di tempo limitato, come dire un estratto della sua intera vita. Poi, col tempo, leggendo anche altro, Alice Munro e di Coetzee, ho cercato di complicare le cose. Per esempio, estendendo l’arco narrativo temporale, ho provato a far diventare il racconto, più che un estratto, un romanzo in miniatura. Una sorta di memoir durante il quale si passavano in rassegna episodi della vita del personaggio, e dunque sentimenti a esso legati. C’è qualcosa da dire anche sullo stile: ho sviluppato un certa soddisfazione nell’usare tecniche quali il flusso di pensieri e il meccanismo dell’associazione dei flussi di pensieri. Mi piacciono anche i racconti misti, dove sono presenti sia elementi tipicamente narrativi sia quelli filosofici: in fondo siamo anche noi un misto (comico e tragico) di pensieri, riflessioni e azioni (comiche se le azioni non seguono i pensieri, tragiche se la logica collassa sul più bello per l’intervento degli dèi del Caos).
Quali sono i racconti, anche dei grandi maestri internazionali, del passato e del presente, che consiglieresti di leggere?
L’elenco dei racconti dei grandi maestri è vario, diciamo che segue un’unica grande Chiesa che va da Čechov ad Alice Munro, passando per Joyce e Coetzee di Elizabeth Costello.
Quali sono le tre parole chiave che corrispondono alla tua motivazione profonda dello scrivere racconti?
Tre parole chiave faccio fatica a trovarle. Sono abbastanza inquieto e quindi credo che l’inquietudine possa per me essere una specie di spirito guida, non sempre proficuo, anzi, spesso improduttivo e frustante ma comunque uno spirito guida non solo per quanto riguarda i racconti ma per qualcosa che riguarda l’esplorazione di un territorio più vasto: insomma, l’inquietudine è uno spirito guida, una chiave che può tenermi vivo e all’erta.
Come vedi la situazione del genere racconto in Italia (editoria, diffusione, lettura)?
Nessuno legge più. I dati sono abbastanza chiari, ogni anno in Italia escono 100 mila novità: di queste, solo 3000 vendono più di 1800 copie, una buona parte va al macero, un’altra parte arriva e muore in libreria dopo qualche settimana. Solo una piccola parte di libri vendono abbastanza da poter assicurare un reddito a chi scrive. Questa è la situazione generale, il racconto soffre quanto gli altri generi. Sarei quasi per chiedere una moratoria nelle nuove pubblicazioni e un obbligo di lettura, ma ovviamente non si può fare. Tuttavia, visto il tempo che dedichiamo alla lettura approfondita di un testo, direi che il racconto può essere ancora uno strumento conoscitivo, magari in poche pagine riesca a offrire una finestra sul mondo, una soglia da cui guardare come vanno le cose ecc.
Perché hai scelto proprio il racconto che ci hai inviato per rappresentare la tua scrittura?
Ho scelto questo racconto perché l’amore non è una variabile indipendente, non è una luce che cade e ci illumina ma è una variabile dipendente: dipende da molti fattori, e ognuno di questi ha una sua verità, una propria dinamica di poter allontanarsi dall’idea di amore e un buon modo per esaminare l’amore e crederci quel tanto che basta.
Immediato, intenso, potente
Enrico Remmert
Cosa chiedi ai tuoi racconti?
Chiedo ai miei racconti che siano il risultato di un lavoro, per prima cosa. Lavoro sulla selezione di una buona idea, lavoro sulla definizione di una struttura narrativa, sulla coerenza di ogni personaggio, sui dialoghi, sulla sintassi, sulla musicalità, lavoro su ogni elemento. Lavoro come ostinata capacità di riscrivere trenta volte la stessa frase di due righe, finché non “suona” perfetta nel contesto della frase precedente e di quella successiva. Lavoro come capacità di buttare via tutto, se non si è convinti, magari dopo averci passato sopra decine di ore. Lavoro come disciplina in cui credi che se sulla copertina di un libro c’è il tuo nome allora devi garantire al lettore che valga la pena leggerlo. Poi c’è una seconda cosa che chiedo a tutto quello che scrivo: chiedo autenticità. Che non ha nulla a che fare con l’autofiction. La mia nota finale a La guerra dei Murazzi spiegava: “Tutte le storie che ho raccontato sono autobiografiche. E più sono inventate, più sono autobiografiche”. Ecco, questo è il senso dell’autenticità per me: un’immersione così profonda nelle proprie invenzioni da poter pensare di averle vissute davvero.
Quali sono i racconti, anche dei grandi maestri internazionali, del passato e del presente, che consiglieresti di leggere?
Rispondo di getto sui maestri del racconto, in modo da garantire un’indispensabile confusione: Edgar Allan Poe, Julio Cortázar, Hemingway, London, Melville, Maupassant, Amy Hempel, Lucia Berlin, oggi Nickolas Butler… In Italia ovviamente Boccaccio poi, sempre di getto e confusamente, Giovanni Verga, Beppe Fenoglio, Sillabari di Gaffredo Parise, Il sistema periodico di Primo Levi, i meravigliosi Sessanta racconti di Dino Buzzati, Palomar di Italo Calvino… Se dovessi rispondere nuovamente a questa domanda tra un mese sono sicuro che mi verrebbero in mente autori e titoli diversi. Considerazione finale: a parte Butler, non ho fatto nomi al presente, è vero, ma temo che oggi i più grandi talenti narrativi mondiali in circolazione si stiano dedicando a sceneggiare serie televisive: perché lì li vedo, e sono tanti, mentre sulla carta stampata no.
Quali sono le tre parole chiave che corrispondono alla tua motivazione profonda dello scrivere racconti?
Non ho alcuna motivazione precisa, e tantomeno delle parole chiave collegate. Ho solo scoperto, negli anni, che certe storie funzionano meglio nel breve, mentre altre vanno sviscerate. Sposo il celebre paragone di Cortázar tra racconto e pugilato, quando scrisse che un romanzo può “vincere ai punti”, e cioè accumulando effetti progressivi sul lettore, mentre un racconto è molto più complicato da scrivere perché per funzionare deve “vincere per knockout”, cioè colpire il lettore in modo immediato, intenso e potente, senza elementi superflui.
Come vedi la situazione del genere racconto in Italia (editoria, diffusione, lettura)?
Anni fa il collega Luca Ricci, credo proprio al Premio Ceppo, fece in pubblico una battuta per me molto azzeccata. Disse: “Il racconto è il penultimo scalino prima della fine economica dell’editoria, appena sopra la poesia”. Credo rimanga vero anche oggi: c’è questa sorta di distanza – se non rifiuto – dei lettori verso il genere racconto, e non saprei darne la motivazione, se non culturale. Io sono un vorace lettore di racconti, mi piacciono quanto i romanzi ma conosco davvero un mucchio di persone che recitano come un mantra “no, io i racconti non li leggo”.
Perché hai scelto proprio il racconto che ci hai inviato per rappresentare la tua scrittura?
Sono in un periodo di parziale distacco dalla scrittura, e anche un po’ dalla lettura. Amori e disamori sono ciclici, ed eccomi dentro: mi sono impantanato in quasi un migliaio di pagine di appunti sul tema infinito della manipolazione di massa ma, per farli diventare un romanzo, temo che dovrò andare in pensione. Perciò al momento ho mollato tutto. Ma di recente mi è venuta una buona idea per dei racconti brevi, e uno dei primi era questo che ho inviato. È un racconto molto intimo e personale, ma credo vada a toccare alcune corde universali, diciamo che lo spero.
