di Roberto D’Amore
La collana sperimentali di Terrarossa edizioni promette di pubblicare testi di autori «che sappiano coniugare solidità narrativa e originalità stilistica», sicché il libro Fare il possibile di Claudio Bagnasco è in tal senso uno dei migliori e più rappresentativi esempi della collana.
Definirlo romanzo è riduttivo, piuttosto si presenta come un testo ibrido tra la forma breve e quella lunga, secondo tre prospettive: per la sua brevità potremmo considerare l’intero libro un racconto; ma è di certo una raccolta di racconti, dato che ogni capitolo intitolato con una data si delinea come un episodio autoconclusivo; d’altra parte, la struttura è resa organica dalla voce del narratore, da alcuni personaggi ricorrenti, nonché, ed è questo che costituisce il maggior elemento di originalità dello stile, dalla sintassi.
Infatti, ogni capitoletto, sin dal prologo, comincia con il sintagma preceduto da congiunzione disgiuntiva «oppure quella volta che», cosicché la narrazione si struttura quasi come un lungo inciso frattale, all’interno di un discorso più ampio iniziato chissà dove. Potremo definirla un’autobiografia in minore, in cui il narratore vuole convincerci che gli episodi di cui è protagonista siano ricordi estemporanei di eventi contingenti, l’uno scaturente dall’altro, e che la vera vita sia parte di un discorso altro, parallelo.
Questo intento vale anche in senso antifrastico: sottolineando nello stile la contingenza e trascurabilità di ogni aneddoto, si afferma in realtà che l’esistenza sia costituita proprio dal quotidiano, che la misura dell’uomo dunque risieda nell’instante e nei piccoli abbattimenti ed entusiasmi ordinari. È di questo che ci parla il titolo, come spiega sin da subito il narratore: «Noi tutti non abbiamo mai saputo né mai sapremo fare niente. Tranne fare il possibile».
Che al discorso aneddotico soggiaccia una più ampia questione esistenziale è evidente nelle ricorrenti riflessioni del narratore, che partono da un episodio concreto e quotidiano per toccare tematiche appunto universali:
Ora, avrei voluto scrivere del 13 febbraio 1983 per spiegare che secondo me, a proposito di verità un po' più profonde e umane dell'uno più uno fa due, non ce n'è una più profonda e umana di quella del corpo, che a differenza di noi non conosce la menzogna, e capisco che dicendo così sembra che il corpo sia una cosa e noi un'altra, e potrebbe pure darsi, nel senso che noi governiamo il corpo con l'esperienza (un modo nobile per definire la somma di paure e manie accumulate), anche se visti i risultati quasi sarebbe meglio lasciar fare a lui, al corpo. (“Fare il possibile”, p. 70)
Da questo breve brano possiamo evidenziare due caratteristiche fondamentali del libro:
in primo luogo, la riflessione esistenziale viene introdotta tramite il meccanismo della preterizione, proponendolo piuttosto come una divagazione in questo caso per altro non autorizzata dallo stesso narratore. Tale meccanismo di nascondimento, reso più efficiente tramite il dispositivo dell’ironia, è ricorrente all’interno del libro; un esempio è rintracciabile nel brano in cui il narratore riflette sull’attivismo onnicomprensivo e soprattutto inflessibile di Matilde:
Le posizioni irremovibili, che coraggio tenerne una anziché un'altra, come se non fossimo tutti ugualmente ignari della verità, ogni tanto mi viene da riflettere sul fatto che se Dio esistesse e fosse fascista la mia vita sarebbe stata un fallimento clamoroso, voglio dire, quale vita non lo è, se il finale è sempre quello, ma trascorrerla dubitando di Dio e detestando i fascisti per poi fare una simile scoperta, dai, che vergogna, e oltre alla vergogna la dannazione eterna, per la quale tuttavia basterebbe il volume di bestemmie che produco in una settimana, ecco, io divago, mentre Matilde resta fissa su un discorso e spiega, corregge, si infervora finché non mette tutti d'accordo (con lei), e intanto la sua fidanzata, un esempio di amorevolezza e accoglienza, annuisce a ogni frase di Matilde e tiene i propri pareri per sé, brava, che differenza fa esprimerli o meno, soprattutto se per altri è un bisogno impellente. (“Fare il possibile”, p. 49)
In secondo luogo, l’evento del 13 febbraio 1983 (ovvero l’aver assistito alla corsa di Pietro Mennea), è punto di partenza per una riflessione su base fenomenologica; il riferimento migliore in tal senso è la Fenomenologia della percezione di Mearlau Ponty, in cui si crea un legame tra corpo ed esperienza esistenziale, sicché è evidente che si parli del «corpo vivente»: il Leib implica il nostro «essere al mondo», inteso fenomenologicamente come l’atteggiamento dell’uomo nei confronti del mondo circostante. La questione fenomenologica è uno degli assi semantici che percorre tutta la narrazione, tant’è che l’autore arriva a sottolineare con insistenza: «spero sia chiaro a tutti che il corpo è l’anima».
È in questo quadro fenomenologico che si deve poi collocare tutto il discorso esistenziale del narratore. Tramite questa chiave ermeneutica si legge l’aneddoto di incontinenza del narratore bambino, che viene presentata come un trauma, e come ogni trauma è sia fisiologico che psicologico da un evento per l’appunto comico, sia arriva ad una prima riflessione di stampo freudiano:
«Sono arrivato a chiedermi chi sarei oggi se allora non me la fossi fatta nelle mutande, se sarei più sicuro di me o magari più aggressivo», per poi compiere un salto gestaltico, ancora nascondendo la serietà della trattazione con l’ilarità del pretesto:
Ma sono ragionamenti opinabili attorno a una cacca addosso vera, noi siamo fatti di verità e la verità è sempre una cosa del corpo, noi se siamo qualcosa siamo le nostre anomalie, lì pulsa la vita, il resto è un lungo, logorante e infruttuoso tentativo di indirizzare l'esistenza da una parte anziché da un'altra, per fortuna c'è il corpo che di tanto in tanto evade, svela il dominio dell'imprevedibile, da bambini con le cacche addosso, da adulti con gli infortuni durante l'attività sportiva praticata per tenersi in forma (ma la vita non ha forma, è mistero che innerva i corpi e li abbandona), da anziani con il rimbambimento, ultima gloriosa ribellione al senso, ed è inutile che io insista, nessuna pagina sarà mai vera come una cacca addosso. (“Fare il possibile”, p. 34)
Rimanendo nell'ambito corporeo, nell'immaginario dei corpi senza vita degli amici emerge l’angoscia per la morte dell’altro, quella che per Heidegger fa entrare l’uomo in contatto con sé stesso. Se essa è anche nel ricordo del padre, si fa più intensa e sofferta nell’amico Guido ridotto ad un «corpo senza vita», dalla cui visione scaturisce tutto quel disagio per i «corpi che sopravvivono alla vita», ci si chiede «cos’era quel Guido senza Guido dentro», in un contesto patetico e sepolcrale, per cui si sfiora l’invettiva per «una vita maledetta due volte», che non solo rovina un corpo riducendolo al termine, ma lo abbandona a «mostrare il suo ingombro». È «lo scandalo dei cadaveri» che è latente alla nostra cultura fin agli albori della civiltà, che ci riporta all’Iliade e al suo traffico dei cadaveri durante le battaglie, al rogo dei corpi dei vinti, al loro abbandono a cagne e uccelli rapaci, a tutta la negoziazione divina e umana inerente alla salma di Ettore.
A partire da quest’angoscia il narratore ragiona, utilizzando sempre una terminologia heideggeriana, sulla chiacchiera vacua che porta alla deiezione ed alla perdita del contatto con l’altro, e sulla cura autentica come struttura esistenziale dell’uomo:
Nessun riparo protegge dalla morte, che arriva e vince, non si ha nemmeno il tempo di capire quale potrebbe essere il modo migliore di vivere la vita, il più bello, il più dignitoso, da giovani si pensa solo a bere, scopare e sognare l'inverosimile, poi quando forse si comincia a intuire qualcosa arriva lei, arriva sempre e vince sempre, è uno strazio, bisognerebbe solo abbracciarci e farci reciprocamente coraggio ogni volta che ci si incontra per strada, altro che l'eterna spudoratezza di dirci: «Come stai?», «Bene, e tu?», perché vedi, di quanto sono cresciuti i tuoi figli non mi interessa, sta arrivando la morte, vieni qui, fatti abbracciare, abbracciami. (“Fare il possibile”, p. 18)
L’Esserci per la morte, per dirla con Heidegger, si declina anche nel tema del suicidio che ricorre nel testo in più punti, spesso in una veste onirica, attraversando latente nella narrazione, nascosta nella prosa ellittica:
Oppure quella volta che non ne ho potuto più, ho aperto la finestra e mi sono lanciato di sotto. E anziché l'inevitabile si è avverato l'inverosimile, non sono andato giù ma su, il corpo si muoveva leggero e sicuro come se stesse compiendo il solito esercizio quotidiano, sentivo che non mi avrebbe fatto scherzi, perciò lo spavento è passato quasi subito ed è rimasta l'incredulità, insomma, uno che vuole farla finita e si ritrova sospeso in aria non si può dire che se lo aspetti […] (“Fare il possibile”, p. 45)
A questo punto, è ormai evidente il mosaico stilistico che fa da sfondo ai frammenti di Bagnasco, il tono ironico preponderante lascia talvolta il posto a momenti lirici, patetici, ed è compresente alla prosa ellittica e occasionalmente onirica. La versatilità stilistica dell’autore basta a rendersi conto di come questo libro abbia molto di letterario; pezzo di alta letteratura è, a mio avviso, la pagina del 12 aprile 2025, giocata tutta sul non detto della notizia letta dai protagonisti e prima di tutti da una bellissima e fascinosa Margherita (in un contesto letterario un nome ricco di reminiscenze faustiane).
Oppure quella volta che Margherita stava leggendo il giornale sulla panchina dell'agriturismo tra i due salici, Margherita bellissima e oscena, le gambe divaricate e il busto dritto, staccato dallo schienale […] quando a un certo punto Margherita ha detto: «Non è possibile», con quella voce che trasformava i suoni in significati, l'abbiamo vista spalancare e poi stringere gli occhi, siamo subito andati dietro di lei, che ci ha indicato la notizia e ha aggiunto: «Ma vi rendete conto?» […] Il giovane cameriere si è di nuovo affacciato dalla cucina, è rimasto a fissarci, a quel punto era chiaro che avrebbe voluto sapere e noi quattro, Margherita invece chissà, lei sembra sempre disinteressata a escludere o includere, noi quattro lo abbiamo tenuto apposta li senza dirgli niente finché non è sparito, dovevamo pur abituarci al potere della notizia, ad amministrare quel tremendo privilegio. (“Fare il possibile”, p. 31)
All’ellissi intorno a cui ruotano queste pagine si affianca anche un sofisticato gioco di focalizzazioni, in cui la prospettiva del lettore viene assunta dal giovane cameriere spettatore, che rimane all’oscuro della notizia, diventando lui e noi stessi lettori, oggetto di ludibrio da parte dei protagonisti, nonché del narratore. Forse la notizia potrebbe riferirsi proprio ad un suicidio, forse è questo di cui non si parla, e di fatto, come abbiamo visto nel resto del libro, il pavesiano «vizio assurdo» è nascosto sempre in vario modo, spesso in forme irreali e giochi onirici.
Traendo le conclusioni, Claudio Bagnasco nel suo libro osa nello stile e nelle tematiche, plasmando una realtà tutta sua, giocando proprio col concetto di autofiction, forzandone lo statuto tramite un brillante narratore inaffidabile (d’altronde gli anni delle date dei frammenti superano l’anno di stesura dell’opera, insolitamente indicata dallo stesso autore alla fine del libro) e direi anche salvando questo genere così abusato e appiattito dalla convenzionalità del commerciale, o dal mainstream che dir si voglia, dimostrando come esso abbia ancora molte potenzialità da esprimere.
