Edizioni Arcoiris porta in libreria L’anima meccanica. Racconti fantastici argentini, tradotto da Barbara Flak Stizzoli e Agustín Conde de Boeck; una preziosa testimonianza della scuola di Buenos Aires e in particolare di quella “Generazione dell’Ottanta” che con grande potenza espressiva e slancio immaginativo seppe raccogliere l’eredità di E.T.A. Hoffmann. Questa corrente intellettuale, composta da autori come Eduardo L. Holmberg, Miguel Cané, Carlos Olivera e Raúl Waleis, sebbene considerata “minore”, ha saputo fondere la scienza empirica non solo con l’occulto ma anche con il terrore psicologico.
Cattedrale vi presenta questo splendido volume proponendovi la postfazione al libro, per gentile concessione dell’editore, e vi da appuntamento a Venerdì 2 Ottobre con uno dei racconti contenuti nella raccolta.
«Quel sublime folle, quel profondo savio»: i germanofili della Generazione dell’Ottanta e la scuola hoffmanniana di Buenos Aires
di Agustín Conde de Boeck
È probabile che una delle grandi domande segrete della storiografia letteraria riguardi i diversi, e talvolta occulti, modi di ereditare E.T.A. Hoffmann. Anzi, forse buona parte della mappa letteraria dell’Ottocento, da Balzac e Gogol’ a Dostoevskij e Machen, prende forma proprio nella cristallizzazione di tale eredità.
Anche il Novecento appare attraversato dalla strana traiettoria di alcuni criptohoffmanniani – Franz Kafka, Bruno Schulz, Robert Walser, Alfred Kubin e buona parte dell’espressionismo mitteleuropeo – fino a coagularsi in un’eredità disforica e circense, riconoscibile in autori tra loro diversissimi come Roland Topor, Tommaso Landolfi, László Krasznahorkai, Angela Carter o Thomas Ligotti.
E se anche la letteratura latinoamericana appare percorsa da questo cordone d’argento che risale fino a Hoffmann – l’ecuadoriano Pablo Palacio con la sua allucinata Vita dell’impiccato, l’uruguaiano Felisberto Hernández con le bambole ambigue del racconto “Le ortensie”, i messicani Francisco Tario con gli oggetti umanizzati della raccolta La notte ed Emiliano González con la città di automi di Penumbria –, il caso argentino si fa particolarmente lampante: non solo per l’evoluzione e la sofisticazione della sua letteratura fantastica, da Horacio Quiroga e Jorge Luis Borges a Silvina Ocampo, Adolfo Bioy Casares, Julio Cortázar e molti altri, ma anche per i chiari indizi, nel xix secolo rioplatense, di un ascendente quasi ossessivo, soprattutto negli autori della cosiddetta Generazione dell’Ottanta (il cui equivalente italiano potrebbe forse riconoscersi in quell’incrocio tra Verismo, Scapigliatura, positivismo e occultismo che si addensa nell’età umbertina), i quali, almeno nelle loro incursioni nella letteratura fantastica, sembrano quasi costituire una vera e propria scuola hoffmanniana di Buenos Aires.
La germanofilia che, come un fiume sotterraneo, ipnotizzò una generazione peraltro francofila, e il cui ponte modulante potrebbe forse essere individuato nel Fausto (1866) di Estanislao del Campo: poema satirico in cui il candido gaucho Anastasio el Pollo assiste al Teatro Colón di Buenos Aires a una rappresentazione dell’adattamento operistico del Faust di Goethe e, non comprendendo la nozione stessa di finzione – come Don Chisciotte o come l’Averroè di Borges –, racconta poi l’opera a un compaesano come se fosse stato testimone di veri eventi soprannaturali. Il riferimento, qui, è all’opera lirica di Charles Gounod, che alleggerisce e francesizza le densità metafisiche di Goethe; ma il sottotesto preannuncia in realtà la fascinazione che la generazione successiva della letteratura rioplatense proverà per il prometeismo e il mefistofelismo del romanticismo tedesco.
Da questa attrazione emergerà un’intera schiera di cultori di modesti esercizi à la Hoffmann: fantasticherie notturne dal sapore irreale, passaggi oltre soglie oniriche, Doppelgänger, fantocci grotteschi, misteri un po’ ridicoli, nevrastenie allucinatorie, automi, miniature e meccanismi, occhi contraffatti, inventori eccentrici, ipnotizzatori, alchimisti e magnetizzatori, opere d’arte che prendono vita…
In questo senso, gli scrittori argentini del periodo roquista sembravano ignorare deliberatamente l’avvertimento di Edgar Allan Poe secondo cui «il terrore non viene dalla Germania».
Tutto questo apparato di animismo meccanico e aneddotica allucinatoria conferisce a questo momento della letteratura argentina – minore dal punto di vista canonico, se lo si confronta con lo sviluppo che questa tradizione conoscerà a partire dal Centenario del 1910 e dalla modernizzazione martinfierrista degli anni Venti – quella stessa densità simbolica che Sigmund Freud registra nella sua lettura del racconto hoffmanniano “L’uomo della sabbia”: la capacità del perturbante di orchestrare il ritorno del rimosso. E di un rimosso non soltanto psichico, ma anche storico e politico, come aggiungerebbe Fredric Jameson: le fantasmagorie appaiono come il volto visibile, la fantasia collettiva, di un paese che, profondamente americano nelle sue radici, appena emerso dal fango dei conflitti civili e da un lungo e violento feudalesimo caudilista, si trova alle soglie di una modernizzazione europeista il cui credo liberale giustificherà la frode elettorale, la manipolazione della memoria storica, il classismo oligarchico sistematico e, di fatto, una sorta di pogrom contro i popoli indigeni.
Se già una figura fondamentale del romanticismo argentino come Esteban Echeverría aveva portato con sé in Argentina, al ritorno dai suoi viaggi, le opere di Hoffmann tradotte in francese, e se persino in un romanzo chiave della Generazione del ’37 come Amalia (1851) di José Mármol si possono scorgere tracce e procedimenti derivati da quella lettura, resta il fatto che la hoffmannite acuta avrebbe cominciato a manifestarsi soltanto nella generazione successiva.
A differenza del grande canone internazionalizzato della letteratura argentina d’inizio Novecento, la Generazione dell’Ottanta disegna una zona di scrittori “minori”, praticamente sconosciuti al di fuori dei confini nazionali, poiché non solo non raggiungono il valore emblematico della gauchesca o del corpus sarmientino, ma non esibiscono nemmeno la sofisticatezza che la letteratura argentina acquisirà in seguito, a partire dal Centenario, con Leopoldo Lugones e Horacio Quiroga, né quella delle avanguardie degli anni Venti, con l’apparizione di Jorge Luis Borges.
La maggior parte degli “ochentistas” furono perlopiù dandy di una Buenos Aires che, ormai concluso il periodo delle lotte intestine tra unitari e federali, cominciava a definire un profilo cosmopolita e francesizzato. Non di rado, questi intellettuali provenivano da eminenti famiglie patrizie della città: politici, diplomatici, raffinati uomini pubblici della classe dirigente, di formazione europeista, autori occasionali di un’opera poligrafica composta da bozzetti, cronache culturali, diari di viaggio, memorie, frammenti e, talvolta, qualche modesto lavoro nel campo della finzione.
Eppure, è possibile tracciare un ristretto canone di classici di quest’epoca: dalla nostalgica Juvenilia (1884) di Miguel Cané, memorie studentesche che consacrarono il Colegio Nacional di Buenos Aires come ambientazione letteraria, a Un’escursione nella terra dei Ranqueles (1870) di Lucio V. Mansilla, una serie di appunti che narrano la spedizione segreta e pacifica compiuta dallo stesso autore verso le tolderías degli indios ranqueles, e che possono essere lette con il ritmo di un avvincente romanzo d’avventura; dal feuilleton La gran aldea (Il grande villaggio, 1882) di Lucio V. López, sui vertiginosi mutamenti subiti dalla Buenos Aires fin de siècle, ai cruenti romanzi naturalisti e xenofobi di Eugenio Cambaceres, come Sin rumbo (Alla deriva, 1885) o En la sangre (Nel sangue, 1887); dagli studi critici al vetriolo di Paul Groussac alle memorie e agli articoli di costume di Eduardo Wilde, fino ai saggi positivisti di José María Ramos Mejía sulla psicologia delle masse, scritti ossessionati dall’influsso delle patologie mentali nello sviluppo della storia nazionale.
Tra questi si collocano senza dubbio gli esercizi narrativi di Eduardo Ladislao Holmberg (1852-1937), fondativi per l’introduzione della fantascienza e del poliziesco in Argentina e che, per quanto forse in certa misura epigonali, rivelano oggi una sorprendente quantità di intuizioni stilistiche e immaginative, oltre a una profonda capacità di assimilazione dei sostrati più strani della tradizione da cui prendevano le mosse.
In questo senso, per esempio, un racconto come “La pipa di Hoffmann” (1876) riesce a deviare l’hoffmannismo più superficiale dell’Ottocento – ormai confluito nella ghost story, nello Schauerroman, nel roman noir o persino nella fiaba e nel Märchen – verso una declinazione più anomala, capace di cogliere a fondo l’idiosincrasia stravagante, fra il comico e il macabro, dell’autore tedesco, proprio come avrebbe fatto Jacques Offenbach nell’opera fantastica I racconti di Hoffmann (1881).
Lo straordinario “La pipa di Hoffmann” introduce un dispositivo metaletterario: il protagonista rinviene un racconto inedito di Hoffmann e lo trascrive integralmente. Vi si narra la storia di uno stravagante professore tedesco di metafisica, capace di inventare teorie sgangherate pur di giustificare il proprio vizio del bere. Holmberg dimostra qui di aver pienamente interiorizzato il profilo da Schwankliteratur, o da picaresco, che soggiace a gran parte delle narrazioni di Hoffmann.
In “Horacio Kalibang o gli automi” (1879), anch’esso di ambientazione tedesca e con un tema che anticipa in modo perturbante l’intelligenza artificiale e l’attuale orizzonte transumanista, compare la figura dell’automa. Il dottor Oscar Baum confessa al protagonista di aver costruito migliaia di automi, disseminati per il mondo e indistinguibili dagli uomini in carne e ossa, il che rende chiunque sospetto di essere una macchina capace di simulare l’umano. L’automa hoffmanniano, come la bambola Olimpia nell’“Uomo della sabbia”, non produce soltanto l’effetto del perturbante quando viene scambiato per un essere umano reale, ma stende anche un’intera rete paranoica sulla civiltà, ormai popolata da sostituti falsificati, da Ersätze capaci di rimpiazzarci come attori o perfino di offrirci copie perfette dei nostri morti.
Questi racconti di Holmberg fanno parte di un vasto corpus hoffmanniano argentino dell’epoca, in cui si potrebbero includere numerosi autori – Juana Manuela Gorriti, Raimunda Torres y Quiroga, Eduarda Mansilla de García, Justo López de Gomara, Enrique Rivarola, tra gli altri –, ma il cui nucleo più propriamente hoffmanniano va forse individuato nei racconti “Le armonie della luce” (1877) di Miguel Cané (1851-1905), “L’uomo dalla redingote grigia” (1880) di Carlos Olivera (1858-1910) e “Il dottor Whüntz” (1880) di Raúl Waleis, pseudonimo di Luis Vicente Varela (1845-1911).
Il breve racconto di Cané esibisce tutto il repertorio paradigmatico dei racconti di Hoffmann, quella forma di Fantasiestück brumoso e necrofilo che ebbe eredi anche in Nathaniel Hawthorne e Gérard de Nerval: il viaggiatore in Italia, lo stravagante savant, padre di una giovane malaticcia e delicata, l’innamoramento morboso, l’invenzione a metà tra lo scientifico e il soprannaturale, la crisi nevrotica e la discesa allucinatoria nel delirio… La stessa invenzione dello scienziato (uno strumento fantastico, un “organo di colori” ispirato alle teorie di padre Castel sulla corrispondenza sinestetica tra luce, colore, vibrazione e musica) riproduce la fascinazione hoffmanniana per lo sconfinamento delle arti oltre le loro frontiere materiali, nonché la conferma, per via meccanica, di uno strano animismo sotteso alla musica e alla pittura.
Dal canto suo, Carlos Olivera, bibliofilo, collezionista e traduttore dell’opera di Poe, realizza in “L’uomo dalla redingote grigia” un testo a metà strada tra il poliziesco e il conte cruel (come quell’altro grande hoffmanniano che fu Villiers de l’Isle-Adam). Strutturato non solo sulla risoluzione dell’enigma, ma anche sulla stravaganza della sua architettura narrativa, come accade nello “Scarabeo d’oro” di Poe o in alcune avventure quasi gotiche dello Sherlock Holmes di Conan Doyle, il racconto, già debitore di una certa sensibilità decadente, narra un crimine commesso sotto forma di esperimento scientifico, un esperimento volto a produrre artificialmente la follia.
Il narratore, in una sorta di pigmalionismo sinistramente rovesciato, intende far impazzire la giovane Albertina Gehan mediante un metodo particolare, degno di un giallo di Argento, che presuppone la tesi della stimolazione morbosa e perniciosa che una certa letteratura gotica può esercitare su una mente suggestionabile – tesi che rivela, da parte di Olivera, un bovarismo quasi misogino –, e insieme la congettura sul potere che l’arte del travestimento può avere nel far riemergere superstizioni ormai desuete sul ritorno dei morti.
Ambientato a Berlino, città hoffmanniana per antonomasia, e incentrato sui motivi dell’idea fissa, del doppio fantasmatico, del persecutore e del problema scientifico dell’influenza, questo racconto sembra quasi anticipare il clima di persecuzione urbana, complotto teatralizzato e raggiro soprannaturale dei Tre impostori di Machen.
Infine, Raúl Waleis, tra gli iniziatori del poliziesco nel Río de la Plata insieme a Holmberg, Olivera e Groussac, è infatti considerato l’autore del primo romanzo poliziesco argentino – pionieristico persino nell’ambito dell’intera lingua spagnola –, La huella del crimen (La traccia del crimine, 1877), con il suo positivista commissario parigino. Nel suo racconto “Il dottor Whüntz” compare una delle iterazioni più emblematiche della figura dello scienziato pazzo nella letteratura latinoamericana: più vicina, in questo caso, al tipo tedesco del verrückter Wissenschaftler – metafisico, assurdo, talvolta quasi prepatafisico – che al mad scientist del romanzo gotico inglese; più prossima a figure hoffmanniane come Coppelius, il professor Spalanzani, il dottor Dapertutto, il Maestro Abraham e il magnetizzatore Alban, precursori dei Rotwang, Mabuse e Caligari del cinema muto tedesco.
Il racconto di Waleis è ambientato nelle Fiandre rinascimentali. Il dottor Whüntz, detrattore di ogni occultismo, ricerca le radici fisiologiche delle emozioni umane. Più speculativo e meno pragmatico del dottor Frankenstein, conduce macabri esperimenti sui cadaveri alla ricerca di tracce residue dell’anima nel sistema nervoso. Come nel racconto di Cané, lo scienziato è vedovo e vive con una figlia. In questo caso, il dottore cerca di salvare un altro discepolo, il figlio del boia, che rifornisce Whüntz di cadaveri, costretto dalla consuetudine ereditaria del borgo a ereditare il mestiere paterno.
L’intreccio costruito attorno al dilemma corporativo dei mestieri e alla questione della nobiltà spirituale lo avvicina a un Hoffmann più Biedermeier e borghese, molto prossimo allo schema narrativo del celebre racconto “Mastro Martin il bottaio e i suoi garzoni”. La figura di Whüntz può essere pensata come una trasformazione positivista del tipico Wunderdoktor hoffmanniano: non più legato all’alchimia e al magnetismo ottico del Nachtstück romantico, ma ormai trasformato in un fisiologo che trasferisce l’Angst nel laboratorio dei nervi.
È significativo che uno dei progetti rimasti nel cassetto alla morte del cineasta russo Andrej Tarkovskij fosse un film sulla figura di Hoffmann: Hoffmanniana, una sorta di Vita Hoffmanni fantasmatica, in cui lo scrittore, agonizzante nella propria stanza, è visitato, nel delirio, dai suoi grotteschi personaggi, mescolati a episodi della sua biografia. Sebbene Tarkovskij concepisse questo ambiguo tributo come un’allegoria del pericolo delle chimere romantiche e come una riaffermazione dell’insondabilità metafisica della realtà – mediata com’è da specchi, miraggi, doppi e sogni –, risulta evidente il senso per cui la figura di Hoffmann viene invocata e ritorna, ancora e ancora, nella cultura come emblema dei poteri dell’immaginazione: la capacità di rendere irreale il mondo e di rivelare l’ambivalenza tragicomica, insieme meccanica e spirituale, dell’umano.
I testi qui raccolti, appartenenti a una dimenticata e poco internazionalizzata vena narrativa della letteratura argentina ottocentesca, non si riducono a uno dei tanti esempi della ricezione derivativa di Hoffmann nella letteratura mondiale. Con le loro evasioni germanofile, i loro orpelli esterofili e i loro dottori tenebrosi, rappresentano anche il sottosuolo delle fantasie politiche che, negli emergenti Stati-nazione latinoamericani, tentavano di rendere intelligibile – per vie oblique e attraverso allegorie non immediatamente evidenti – tutto il fondo traumatico e l’incubo sanguinario della storia recente che l’industrializzazione e la modernizzazione liberale non erano in grado di suturare.
Vi è forse, in quelle figure di scienziati frustrati, creatori di strumenti falliti o di automi fuori controllo, un’immagine delle “passioni anomale” e dei darwinismi morbosi che, come osserva il filosofo Horacio González, rappresentano perfettamente l’ingresso forzato, quasi contro natura, del positivismo in un’Argentina che non aveva ancora imparato ad assimilare il proprio complesso rapporto con l’atavico e il primitivo.
