Il bianco nei racconti di Isaac B. Singer

di Matteo Moca

Nel Talmud Babilonese, nel trattato Megillah, è scritto che «tutti i canti si scrivono nero su bianco e bianco su nero», a sottolineare proprio la natura duale di ogni testo e le prospettive ermeneutiche che questo apre. Lo studioso di cultura ebraica, David Banon, riflettendo proprio sulla natura di questi spazi bianchi, scrive che tutte le grandi narrazioni non consentono un accesso diretto al significato, soprattutto a causa dell'emergenza ermeneutica che può nascere da ogni luogo del libro, quindi anche dagli spazi bianchi, portatori di non-detto, «riserve di senso» che il testo nasconde. Se gli spazi bianchi figurano allora come inviti all'interpretazione proprio attraverso il non-detto che suggeriscono, ci sono alcuni testi in cui questo meccanismo sembra rappresentare una chiave privilegiata per addentrarsi tra i suoi risvolti più significativi. La letteratura per l'infanzia pare particolarmente adatta alla messa in prova di questo meccanismo interpretativo perché è vero che i testi funzionano come narrazioni adatte alla costruzione di immaginari per i bambini, ma, quando la letteratura per l'infanzia è costruita da grandi creatori e raccontatori di storie, sono proprio questi spazi bianchi a presentarsi agli occhi del lettore adulto, capace, talvolta, di muoversi con maggior profondità tra le pieghe del testo. Questo è ciò che accade per esempio con la raccolta di racconti per bambini Zlateh la capra e altre storie di Isaac Beshevis Singer (pubblicata in una nuova versione adesso da Adelphi con la traduzione di Elisabetta Zevi, che coordina l'edizione adelphiana di tutte le opere dello scrittore, nella collana “I cavoli a merenda” e con le evocative illustrazioni in bianco e nero di Maurice Sendak, un altro autore americano nato da genitori ebrei polacchi), una raccolta capace di rivolgersi a lettori di ogni età e, soprattutto, incubatore di molti dei temi fondamentali dell'opera di Singer. Possiamo seguire, per esempio, le storie di un giovane uomo convinto di essere morto e curato da un medico con un metodo particolarmente teatrale (Il paradiso degli sciocchi), di un gruppo di governanti anziani sciocchi e incapaci di comprendere ciò che la natura riserva all'uomo spaventandosi del furto della luna o dello scioglimento della neve (La neve a Chelm), di bambini mai stanchi di ascoltare storie e poco vogliosi di dormire che vengono spaventati con la storia di un diavolo (La storia della nonna) o di un piccolo bambino capace di fronteggiare il diavolo e sua moglie la diavolessa pur di salvare la propria famiglia (Lo scherzo del diavolo). Molte delle storie sono ambientate durante Channukkah, la festa delle luci (una festa che rievoca la ribellione dei Maccabei contro Antioco IV deciso a inserire nel tempio di Gerusalemme alcuni idoli e costringere gli ebrei ad adorarli), che ricorda quando l'olio della lampada che ardeva perennemente di fronte all'Arca durò miracolosamente otto giorni, una ricorrenza gioiosa che proprio per questo è considerata una festa per i bambini. Nei lumi della lampada che per gli otto giorni della festa viene accesa, nella luce soffusa che questa emana e che sfuma i contorni degli oggetti e delle persone, si situano i racconti di questa raccolta, tutti sospesi in un mondo straordinario che abita i confini tra il sonno e la veglia, tra l'incredulità e la fiducia nel valore, negli insegnamenti e nella verità delle storie. Ma il bianco che abita queste storie è la cornice invisibile che li avvolge e che rimanda al resto dell'opera romanzesca di Singer: nella sua introduzione lo scrittore, nato in Polonia nel 1901 e poi costretto, poco più che trentenne, ad abbandonare l'Europa per gli Stati Uniti in cerca di libertà e salvezza, partendo proprio dalla meraviglia dei bambini (per il «tempo che passa») che si chiedono dove «vanno a finire i nostri ieri, con le loro gioie e i loro dolori», lascia emergere i confini della sua opera e la sua profonda fiducia nelle forme del racconto:

 

Nelle storie il tempo non svanisce, e nemmeno gli uomini e gli animali. Per lo scrittore e i suoi lettori tutte le creature vivono per sempre. Ciò che è successo tanto tempo fa è ancora presente.

 In queste poche parole si possono rintracciare anche i legami profondi, e problematici, che hanno attraversato il rapporto di Singer con la cultura ebraica. Figlio di un rabbino, e quindi cresciuto in un universo famigliare particolarmente attento e devoto, ma anche incentrato sul racconto orale, intervistato da Enzo Biagi proprio sulla sua relazione con la cultura ebraica, Singer ricorda della temporanea opposizione giovanile all'atmosfera religiosa, ma anche di come, con lo scorrere dei decenni e con gli avvenimenti che hanno costellato la storia ebraica creando nuovi, tragici e ulteriori punti di vista, si è fatta spazio nella sua mente l'idea che il mondo non possa essere considerato un semplice scontro di casualità, ma che, invece, debba esserci una sorta di principio ordinatore, un'entità responsabile dell'origine del mondo e di ciò che continua ad accadere. La strada che Singer ha trovato per dare spazio a questa idea è stata sempre la letteratura e, ancor di più, la sua radice antica, anche ebraica, di racconto orale, come testimoniano le sue storie romanzesche spesso dipendenti dal mondo ebraico dell'Europa orientale e della Polonia (la località di Chelm, cara alla narrativa tradizione, torna spesso in questi racconti, il romanzo Satana a Goraj è proprio ambientato in uno shtetl della provincia di Lublino dove gli abitanti seguono un folle piano di redenzione, Il mago di Lublino è una superba, divertente e tragica interrogazione sulla religione) oppure dall'ambientazione americana con personaggi in fuga dal mondo polacco che costruiscono nuove comunità negli Stati Uniti (Hertz Minsker, protagonista di Il ciarlatano è proprio uno dei simboli di questa scelta letteraria, così come i vari protagonisti di Nemici. Una storia d'amore o di Ombre sullo Hudson). Il celebre racconto che dà il titolo a questa raccolta, come gli altri, si indirizza verso la prima delle due strade percorse da Singer e ricostruisce proprio quel mondo passato e senza tempo delle storie ebraiche provenienti dall'Europa Orientale. Nelle pagine che Singer costruisce con pochi e magistrali tratti e nella storia di Aaron e della sua capretta Zlateh, Singer non è interessato solo all'amore per il racconto, ma inserisce silenziosamente anche aspetti maggiormente problematici, in questo caso sul rapporto tra uomo e animale e sulle necessità economiche, che invitano il lettore a interrogarsi anche sugli imprevisti e gli eventi minacciosi, come la neve che nel racconto blocca i protagonisti e fa intravedere certe ombre ben più inquietanti che il popolo ebraico ha dovuto sopportare (e ne è limpida esposizione la dedica di questi racconti: «Dedico questo libro ai molti bambini che non hanno avuto la possibilità di diventare grandi a causa di stupide guerre e di persecuzioni crudeli che hanno devastato città e distrutto famiglie innocenti»). Sono questi, ancora una volta, gli spazi bianchi del testo che invitano il lettore all'interpretazione e alla riflessione.

L'universale nelle storie di James Still


di Debora Lambruschini

 

Una casa costruita bene per tirar su i figli, una cantina per conservarci la roba da mangiare, e buoni vicini. Insomma, non è che chiedo la luna.
(“I fieri camminatori”, p. 49)

 

C’è in queste poche parole buona parte del senso delle storie di James Still, tra gli autori di riferimento della Appalachian and Southern literature: le piccole comunità agricole nell’America rurale dopo la Grande Depressione, i desideri semplici, la quotidiana lotta contro la fame. E l’immediatezza di una lingua che non deve essere stato per niente facile tradurre – plauso a Livio Crescenzi e Tonina Giuliani – perché intrisa di oralità e vocabolario peculiare. Considerato tra i più importanti autori della Southern Reinassance, Still è in Italia scoperta recente, grazie alle traduzioni per Mattioli 1885 che ha prima portato i due romanzi più celebri, Fiume di terra (2018) e Chinaberry (2019), e in seguito due pregevoli raccolte di racconti, Le colline ricordano (2020) e L’incendio delle acque (2021) appena pubblicata che contiene anche diverse storie inedite. Curioso che questo gigante della letteratura statunitense non fosse stato tradotto prima in italiano, magari sulla scia dell’interesse per un certo tipo di ambientazione che ha coinvolto la nostra ricezione della letteratura nordamericana degli ultimi anni. Quali che siano le ragioni, è ancora una volta una casa editrice indipendente e autorevole come Mattioli a proporre ai lettori l’opera più significativa di un autore senza confini di forma e che ben si inserisce nel più ampio discorso letterario contemporaneo, pur con narrazioni nate in un ben connotato contesto sociale e cronologico.
C’è qualcosa in questi racconti, un sentire e un’universalità, che vanno ben oltre confini geografici e temporali, pienamente capace di dialogare con il lettore contemporaneo. Quello stesso lettore che legge Chris Offutt, Ron Rash, Wendell Berry e James Allen Lane – solo per citare alcuni tra gli autori legati al Kentucky – , interessato alle narrazioni di una realtà rurale stretta fra le montagne, in zone impervie dove la natura non ha alcuna connotazione mistica ma è molto spesso spietata e la fatica, la consuetudine alla morte e alla violenza, si intrecciano al quotidiano. Autori molto diversi fra loro ma legati a quei luoghi in cui sono nati o che hanno scelto, e ai quali sono tornati come Still, dopo i numerosi viaggi e studi e la sua decisione di vivere quasi come un eremita in una capanna nei boschi sugli Appalachi. E rendersi presto conto che le storie che doveva raccontare erano proprio lì davanti a lui, tra quelle montagne, tra le vite che ben conosceva, isolate in quegli spazi ristretti e impervi ma non meno degne di farsi letteratura. Le piccole comunità agricole che si scontrano con l’industrializzazione, le miniere in esaurimento e la vita che ci gira intorno e ne dipende, l’isolamento e la solitudine in una natura aspra e selvaggia, il lavoro e la fatica: era tutto davanti a lui, e Still riesce a imprimere sulla pagina il contrasto tra fatica e dignità di uomini e donne – ma pure bambini – che nonostante tutto non cedono allo sconforto; non perché le storie si risolvano in happy ending – capita decisamente di rado – ma nel senso di una capacità di mantenere intatta, nonostante tutto, la forza di andare avanti, conservando una dignità che contrasta fortemente con un certo tipo di narrazione sulla povertà cui siamo abituati. Uomini e donne che sopportano un isolamento logorante, la solitudine che pare gonfiarsi «dentro di noi, enorme come un mucchio di ghiande». Un quotidiano precario, dove ogni cosa può andare perduta da un giorno all’altro, rappresentano una condizione cui è necessario abituarsi presto nel tentativo di sopravvivere.
Brevi lampi di speranza a squarciare la pagina, qualche risata di bambini e i borbottii di mogli che lottano contro mariti testardi, desideri semplici: una casa con dei buoni vicini, appunto, una camicia comprata in un negozio, scorte di cibo sufficienti per tutti.

 

Le verdure selvatiche presero il posto dei fagioli e dei conigli. Mangiavamo cespi di lattuga selvatica, stracciabraghe, borragine e cicoria di campo. E di nuovo fagioli e coniglio, quando le piante divennero dure e fibrose. Verso la fine di aprile la carne salata si era ormai ridotta alla cotenna, il sacco del cibo era più sacco che pane, il lardo poco o niente. Papà dissodò un fazzoletto d’orto e poi lasciò che fosse Mamma a occuparsi delle semina e della coltivazione. Lui si dedicò anima e corpo alla ricerca del ginseng. Tornava a casa troppo esausto per battibeccare appresso a noi e di rado vedeva il piccolo sveglio. Dan iniziò a guardarlo di traverso. E quanto alle scarpe, ormai rattoppava le toppe.
(“L’incendio delle acque”, p. 201)

 

Rispetto ai racconti della raccolta precedente, L’incendio delle acque presenta forse un’umanità meno abbrutita e crudele, se pur ugualmente provata dalle difficoltà e qui e là traspare più forte il legame comunitario, per lo meno tra coloro che scelgono di restare, tra illusione e rassegnazione, o per quelli che sanno dare rifugio a vagabondi di passaggio, avventurieri, nuovi vicini di casa.
Quelle che racconta Still sono storie prive di sentimentalismi, per molti versi ben ancorate al proprio tempo – un mondo che non esiste più, rapporti coniugali di tutt’altro stampo rispetto a quanto conosciamo oggi – ma di cui riconosciamo un certo sentire, una mescolanza di istanze e uno sguardo che anche molti autori contemporanei hanno coltivato. Sono luoghi non dissimili da quelli scelti da Offutt nei suoi magistrali racconti – sui romanzi resto invece meno entusiasta – , le vite ordinarie di uomini e donne che lottano per la sopravvivenza, la natura selvaggia e brutale, l’isolamento; storie diverse, caricate da Offutt di una violenza inespugnabile e dalla costante tensione fra andare e restare, il peso delle radici, le possibilità di riscatto, l’alcol. O, forse, ad avvicinarsi più idealmente alle narrazioni di Still sono i romanzi di Ron Rash, di cui in Italia è stato di recente pubblicato da La nuova frontiera il bellissimo Un piede in paradiso, le sue narrazioni dure e commoventi, le piccole contee agricole sugli Appalachi e un quotidiano di fatica e sacrificio.
È nei confronti di Still e degli altri autori della Southern Reinassance che molte narrazioni contemporanee sul genere hanno un forte debito e la sua scrittura limpida e puntuale, sorregge queste storie che anche grazie ad essa superano la prova del tempo. Ecco, la scrittura: se è vero che storia e scrittura sono tanto profondamente legate nel racconto, le short story di Still ne sono un chiaro esempio, l’una imprescindibile dall’altra, misurata, onesta, cesellata. Imprescindibile come quelle stesse montagne, che custodiscono gemme come queste. 

Quaderni dei fari e dei mari

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Di Debora Lambruschini

Nella prefazione alla raccolta Trash da poco pubblicata per minimum fax, Dorothy Allison a un certo punto afferma: “Perché scrivere? Per prendere parte al discorso. La letteratura è un discorso, un vivace appassionante scambio che sfida e amplia costantemente la nostra immaginazione”.
Ho pensato molto a quest’idea, semplice eppure fondamentale, della scrittura come parte di un discorso, di uno scambio continuo. Capita talvolta che si creino inaspettate connessioni fra i libri e che queste portino verso luoghi che non immaginavamo, spunti e riflessioni inaspettati.
Ho letto queste due storie, Quaderno dei fari di Jazmina Barrera ed E tutt’intorno il mare di Dominique Fortier, circondata dal caos agostano della riviera ligure, eppure pagina dopo pagina la scrittura è stata capace di evocare mondi e dissolvere temporaneamente ciò che c’era intorno. Alla folla rumorosa si è sostituito il silenzio e la solitudine: dei fari, protagonisti del saggio letterario-memoir di Barrera, dell’abbazia di Mont-Saint-Michel del racconto di Fortier; la percezione del mare tutto intorno si è fatta più forte, il sale, il vento quasi tangibili. E i due libri, a poco a poco, hanno iniziato a dialogare tra loro, intrecciandosi poi ad altre pagine, altre storie e suggestioni. Per loro natura infatti entrambi i libri suggeriscono ulteriori letture: Quaderno dei fari, uscito questa estate per La nuova frontiera, è profondamente legato al celebre romanzo di Virginia Woolf, Gita al faro, cui Barrera tratteggia nuovi spunti di riflessione su una storia mai esaurita, ma anche attraversato da romanzi, racconti e saggi meno noti, a comporre una polifonia di storie letterarie e umane per tentare di comprendere la fascinazione esercitata dai fari; E tutt’intorno il mare, che uscirà il 23 settembre per AlterEgo edizioni, è invece una storia che ne contiene al suo interno tante quante quelle della “Città dei libri”, la magnifica biblioteca perduta di Mont Saint Michel; soprattutto due racconti distanti nel tempo e nello spazio eppure idealmente intrecciati che guidano il lettore in un gioco metaletterario ben congeniato. Un racconto incompiuto di E.A. Poe, il classico di Woolf, un saggio di Stevenson, Omero e Walter Scott e poi, ancora, il dialogo con forme espressive, l’opera di Hopper, il memoir, il reportage, l’invenzione letteraria, la ricerca storica: Barrera e Fortier scelgono, ognuna a proprio modo, una forma ibrida tra saggio letterario, romanzo e racconto autobiografico, similmente all’opera di Olivia Laing che a partire da una suggestione costruisce un mondo di rimandi, spunti, considerazioni dentro e fuori dal testo letterario.
E l’uno e l’altro dialogano fra loro, si diceva, in uno scambio inaspettato e molto fitto: la solitudine del faro di fronte al mare, il volontario esilio del guardiano per molti versi simile a quello del monaco, del pellegrino o dell’uomo di Fortier che in quel monastero sulle rocce cerca rifugio dal dolore.

Nel confino del faro, il guardiano è come una specie di naufrago. Naufrago per volontà propria. Che sia un uomo in fuga da un passato oscuro, da una delusione amorosa o ideologica, o in cerca di un rifugio nella solitudine fisica da quella che si porta dentro, il guardiano del faro sceglie il proprio esilio.
(Quaderno dei fari, p. 77)

 
Perché queste due storie, dove nasce l’ossessione? In entrambi i casi ha i contorni del sogno, qualcosa che appare ben prima di conoscerla nella realtà tangibile ma che immediatamente viene riconosciuta.

 

A qualcuno piace guardare dentro i pozzi. A me fa venire le vertigini. Ma con i fari smetto di pensare a me stessa. Mi allontano nello spazio e vado in luoghi remoti. Mi allontano anche nel tempo, verso un passato che so di idealizzare, in cui la solitudine era più semplice. Mi discosto anche dai gusti del mio tempo perché oggi i fari sembrano figure romantiche e sublimi, due parole passate di moda. È difficile parlare degli argomenti associati ai fari: la solitudine o la follia.
Noi che ci proviamo, non possiamo che accettare di essere stucchevoli.
(Quaderno dei fari, p. 17)

 

Il faro, per Barrero, apparso in sogno quando era bambina e, in seguito, nella sua vita adulta, significa anche confrontarsi con il fallimento, «accettare il limite dell’incompletezza» di una collezione che non potrà mai essere davvero compiuta.

 

La prima volta che l’ho visto avevo tredici anni, un’età nel limbo fra l’infanzia e l’adolescenza, quando già sappiamo chi siamo ma ignoriamo se mai lo diventeremo. Fu una specie di colpo di fulmine. Non ne ho ricordi molto precisi, solo una certezza, segno di una meraviglia talmente profonda da rasentare lo stupore: ero arrivata in un posto che avevo cercato senza conoscerlo, senza neppure sapere che esistesse.
(E tutt’intorno il mare, p. 7)

 

Cambia l’oggetto ma non poi molto il fascino esercitato, il desiderio anche per Fortier di affondare appieno nella propria ossessione, farne il mezzo per indagare oltre il conoscibile. Riflettere sul mestiere di scrivere è ciò che più profondamente lega questi due libri. Da una parte è lo sguardo della scrittrice che indaga il mondo accogliendone i simboli, è lo straniamento dato dalla creazione letteraria, la fiducia nelle parole, nelle storie da cercare e assorbire; dall’altra la sfida di calarsi nel passato, la materia storica che si intreccia all’invenzione letteraria e, soprattutto, la difficoltà di ritrovare con la maternità il proprio ruolo di scrittrice:

 

Prima il mio tempo mi apparteneva completamente, apparteneva a me e ai libri. Oggi ogni minuto consacrato a leggere o scrivere è un minuto che non trascorro con mia figlia; ormai la scrittura è accompagnata da una fretta e un senso di colpa detestabili. È tempo che le sottraggo, che non ritroverò, che avrei dovuto dedicarle e che non avrò mai passato con lei.

(E tutt’intorno il mare, p. 59)

 

La scrittura, il senso di colpa e di inadeguatezza, eppure l’incanto per le parole che talvolta si confondono – e sbiadiscono, l’inchiostro sciolto dall’acqua, per dare vita forse così alla sola narrazione possibile. I fari inseguiti da Barrera, come l’abbazia evocata da Fortier, raccontano luoghi che sembrano in qualche modo sul punto di scomparire, spogliati della propria funzione originaria, soggetti all’usura del tempo o all’avanzare della tecnologia:

 

[…] restano soltanto una quindicina di monaci. Le loro voci si innalzano, monocordi e tremanti fra i muri. Sembra che sappiano di essere lì lì per scomparire anche loro, di restituire la roccia alla sua solitudine.
Ma c’è comunque nei loro canti una bellezza dolorosa – o forse sono io che non posso più sentire niente di bello senza soffrire all’istante.
(E tutt’intorno il mare, p. 34)

 

Due forme diverse eppure simili di pellegrinaggio quelle di Barrera e Fortier, ognuna spinta dalla propria ossessione, inseguita nella realtà o attraverso le pagine, rievocata nel ricordo e, attraverso la storia dei fari o del Mont Saint Michel, fusa con la propria. Come parole di un unico canto d’amore per i libri, alle storie affidiamo la nostra mortalità di uomini:

 

[…] in realtà non sono le opere ad aver bisogno della protezione dei monaci, sono gli uomini ad aver bisogno dei libri. Noi moriremo, i libri sopravvivranno.
(E tutt’intorno il mare, p. 163)

Jazmina Barrera e Dominique Fortier

Jazmina Barrera e Dominique Fortier

Christa Wolf . Sismologia del linguaggio

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di Anna Lo Piano

«Come accade la vita? È una questione di cui mi sono proccupata presto. La vita è identica al tempo che passa ineluttabilmente e tuttavia misteriosamente? Mentre scrivo questa frase, passa del tempo; contemporaneamente inizia – e passa – un minuscolo pezzo della mia vita. [...] Strano allora che non riusciamo a coglierla. Sfugge all’occhio che osserva, anche alla mano che annota diligente».

C. Wolf, Un Giorno all’anno. 1960-2000, e/o, Roma 2006

 

Come si fa a raccontare la vita? In che rapporto ci poniamo con il tempo, da che prospettiva? E con quale linguaggio possiamo fermare ciò che continuamente ci sfugge? Non c’è uno scritto di Christa Wolf dove queste domande non appaiano, a un certo punto, a interrompere la narrazione, chiedendo conto di ogni singola parola pronunciata, di ogni fatto descritto.

 Sono passati dieci anni da quando Christa Wolf ci ha lasciati e più di trenta da quando, per la prima volta, ho letto Cassandra di una lettura feroce, sentendo che in  quelle pagine, in un modo che non riuscivo a capire completamente, c’era qualcosa che mi riguardava da vicino.
In queste settimane, nel tirare fuori dalla libreria le vecchie edizioni con le copertine pastello, un po’ sbiadite sui margini, ho sentito di compiere quel movimento che sempre si fa quando per istinto ci rivolgiamo ad alcuni scrittori in particolare, perché ci chiariscano le ragioni oscure del presente. Quello stesso movimento spinge Wolf, in un racconto scritto pochi giorni dopo l’11 settembre, a prendere in mano City of God di E. L. Doctorow scorgendovi, tra l’altro, il presagio di ciò che era appena accaduto. “Nessuno scrittore è in grado di restituire la consistenza reale della vita vissuta” scrive Doctorow, e Wolf, dialogando con se stessa dentro la finzione, pensa che forse è un ragionamento banale.  Eppure il rapporto tra la materia vissuta e la sua rappresentazione è il quesito che la ossessiona da sempre, che torna a tormentarla, anche e soprattutto nei suoi racconti, che  in Italia sono stati pubblicati in Italia dalla casa editrice e/o in due raccolte. La prima edizione di Sotto i tigli, con la traduzione di Anita Raja , risale alla fine degli anni ’80, mentre Con uno sguardo diverso del 2008, a cura di più traduttori, è l’ultimo suo libro pubblicato.  Considerati spesso meno degni di attenzione rispetto ai romanzi, in particolare “Cassandra” e “Medea”, i racconti costituiscono tuttavia una produzione importante che accompagna l’autrice lungo tutta la vita come un diario, dal 1960 di un Martedì 27 settembre all’ultimo 27 settembre del 2001. Non molti, e scritti spesso su richiesta, come se i fatti avessero bisogno una sollecitazione esterna per aggregarsi in un disegno di senso, hanno qualcosa di tellurico, come se dietro l’apparente compostezza della lingua si esercitassero forze sotterranee, movimenti che vanno a convergere lungo linee di frattura che si espandono in tutta la sua opera . Ed è lungo queste faglie che ho deciso di procedere, con la dovuta cautela.

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Memoria

 

“Mentre preparo i panini” dice Christa Wolf in Martedì 27 settembre “cerco di ricordarmi come ho trascorso il giorno prima della nascita di Tinka, quattro anni fa”.
Probabilmente faceva più caldo. Un’amica venne a passare la sera da lei. Di che parlarono? Alcune cose sono perdute per sempre, altre rimangono. Ma con quale logica?   Nella cronaca di una giornata del 1960, veniamo avvertiti fin dall’inizio che niente andrà secondo i piani. Meglio dunque arrendersi al movimento casuale di ciò che accade, tra doveri familiari, lagne di bimbe, tentativi di concentrarsi su un articolo, il lavoro alla fabbrica di vagoni come intellettuale di partito. Il racconto nasce per rispondere all’iniziativa del giornale Moscovita Isvestija che invitava gli scrittori di tutto il mondo a «descrivere con la maggiore esattezza possibile una giornata di quell’anno, e precisamente il 27 settembre». Ma la maggiore esattezza possibile fino a che punto si può spingere?

“Seguita a spaventarmi la quantità di cose che dimentichiamo se non si annota tutto” continua Wolf “e la rapidità con cui succede. D’altra parte: fissare tutto è irrealizzabile: bisognerebbe smettere di vivere”.

Scrivere la vita mentre la si vive è una contraddizione irrisolvibile, ma lo è anche riprodurre il passato attraverso la memoria. Che forma dare a qualcosa che sembra sfuggire da ogni parte? Come sappiamo quali sono i volti da salvare, se la vita sembra una serie infinita di punti? Come capire qual è la linea di senso che li congiunge? Wolf sceglierà di salvare questi punti raccontando lungo l’arco di quarant’anni, dal 1960 al 2000, ogni 27 settembre. Forse questa soluzione rende la materia banale narrabile. Ma siamo lontani dall’ottimismo di una trama ben congegnata.

 

Una storia? Qualcosa di solido, di tangibile, come un recipiente
a due manici che si afferra e da cui si beve?

 

In Pomeriggio di giugno (1965) siamo avvertiti fin dall’inizio che ciò che stiamo per leggere non ha una forma in grado di contenere e di essere contenuta. Al contrario, la quotidianità di un pomeriggio trascorso nel giardino di famiglia viene attraversata da correnti che la lacerano in ogni verso.
Un libro che Christa e il marito Gert hanno letto in tempi diversi spalanca l’estate tedesca su una luce mediterranea.  Le parole si invertono e si inventano in combinatorie fantastiche attraverso un gioco che fanno con le figlie, e il tempo delle bambine attraversa quello dei genitori, loro continueranno a vivere anche quando questi non ci saranno più, e in quello che accade adesso si forma la loro memoria del futuro.
Cosa rimarrà di questo giorno? Forse non la foto della madre ma il ricordo di un crimine efferato di cui hanno captato brandelli di informazione. Nel quotidiano entra la storia, l’immaginario dei vicini. Gli aerei che vanno da est a ovest in realtà vanno da ovest a ovest, ma nessuno dei passeggeri sembra accorgersene.
Questione di prospettive.


Prospettive

Bisogna raccontare la liberazione , l’ora della liberazione, e io ho pensato, niente di più facile. In tutti questi anni quell’ora mi è rimasta stampata davanti agli occhi, e se ne sta bell’e pronta nella mia memoria.

Mutamento di prospettiva è un racconto del 1970, comparso per la prima volta in un’antologia in cui vari autori ricordavano come avevano vissuto la caduta del nazismo e la liberazione.  Un compito facile, si dice Wolf. Alcune immagini del passato rimangono in noi così nitide e indelebili che non è neanche necessario fare uno sforzo per rievocarle.  Eppure al momento in cui si accinge a raccontarle esse si allontanano come miraggi. Un dettaglio del vestito della nonna è tutto quel che serve per impigliare la narrazione come un filo fuggito alla trama, e impedirle di andare avanti. Perché:

il ricordo non è un catalogo di Leporello, ed essere liberati non dipende solo da una data e dai movimenti occasionali delle truppe, ma anche da certi movimenti difficili e di lunga durata dentro di noi.

 

Per raccontare la liberazione, bisogna che essa abbia il tempo di agire sull’anima e sul linguaggio che la rappresenta, perché la lingua è sempre l’espressione di una percezione del mondo.
Se cambia il mondo deve cambiare anche il linguaggio.

 

L’esigenza di scrivere in modo nuovo è conseguente, sia pure con distacco, a un modo nuovo di stare nel mondoscrive Wolf in un saggio del 1968 dal titolo “Leggere e scrivere” . 
“A intervalli regolari che sembrano abbreviarsi, il nostro udito, la vista, l’olfatto, il gusto si comportano diversamente da quanto avveniva poco tempo prima.
Nel modo di avvertire il mondo circostante si è verificato un mutamento che giunge a sfiorare l’intangibilità del ricordo
; ancora una volta vediamo il mondo - ma cosa significa il mondo? - sotto una luce diversa.

 

Le fratture della storia incidono sul corpo di chi l’attraversa. Prima o dopo la guerra, prima o dopo il muro, prima o dopo l’11 settembre, la cartina del mondo assume nuovi colori, si sposta la distanza dal confine, mutano i rapporti di forza, il senso del pericolo.
Il giorno della liberazione il mondo appare rovesciato. Vincitori e vinti invertono i loro ruoli. “Ora gli straccioni avrebbero indossato i nostri vestiti” dice Wolf in Mutamento di prospettiva, mettendo in chiaro come questo ribaltamento abbia a che fare con il corpo, con la fame: “avrebbero infilato i piedi insanguinati nelle nostre scarpe, ora gli affamati si sarebbero impadroniti del burro e della farina e del salame che avevamo appena portato.”
Un soldato muore di una morte reale, molto diversa da quella epica ed eroica della narrazione vittoriosa. Francesi e polacchi tra di loro comunicano in una lingua alla quale non è possibile prendere parte.
I vincitori possono dare libero corso ai loro sentimenti, gli altri, I vinti, devono tenerli chiusi dentro di sé.
Lei, bambina, intuisce che tutto questo, anche se doloroso, è giusto. Loro, gli ex vincitori, sono colpevoli, e l’hanno sempre saputo. Ma è un attimo di coscienza, e poi tornano a dimenticarlo, come se una cecità mirata colpisse sempre chi detiene il potere. Bisogna spostare lo sguardo, renderlo marginale, per riuscire a vedere, per riuscire a dire. Si comincia a configurare quell’associazione tra parola e sguardo che troverà la sua espressione più alta nella preveggenza di Cassandra, ma che si ritrova in quasi tutti i testi.
La materia di Mutamento di prospettiva qualche anno dopo andrà a confluire nel romanzo Trama d’infanzia, in cui Wolf elabora la storia della sua famiglia negli anni dell’ascesa e del crollo del Nazismo.
Ma come si fa a raccontare una vita che ha attraversato più di un ribaltamento - l’ascesa del nazismo, la guerra, la sconfitta, la divisione? Scegliere una prospettiva non equivale forse a scegliere un’interpretazione?  
Per uscire dall’impasse Wolf sceglie di frammentare i piani temporali e le voci. Dal suo presente del 1976 l’autrice dialoga con la se stessa del 1971, in quell’estate in cui è ritornata nei luoghi dove è stata bambina, e le fa raccontare gli anni dell’infanzia.
Il rischio dello sguardo unico è scongiurato dall’assunzione di un punto di vista altro.
 In Nuovi punti di vista e considerazioni di un gatto sulla vita (1970), Wolf riprende il personaggio del Gatto Murr di Hoffmann e l’ idea di un animale che scrive di sé usando i margini e gli spazi bianchi di un manoscritto umano. Sempre sui margini, questa volta del verbale di una sperimentazione farmacologica, si muove la scrittura di Autoesperimento del 1972. Una ricercatrice si sottopone al passaggio di sesso da femminile al maschile tramite l’assunzione del farmaco Petersein Masculinum 199, e poi ritorna indietro assumendo una sorta di antidoto, il Petersein minus masculinum. Il linguaggio scientifico della relazione ufficiale non è però sufficiente a dire quello che è successo davvero in questa transizione: il professore “col suo culto superstizioso del risultato misurabile”, le ha reso sospette le parole del suo linguaggio interiore, il solo adeguato a raccontare la complessità di ciò che è accaduto davvero dentro di lei. Il cambiamento di sesso è un mutamento di prospettiva, una trasformazione che esige una lingua diversa, che non somiglia a nessuna di quelle a disposizione, una lingua fluida, che va inventata:

 

Ma non si può rimproverare alla lingua di non disporre di una parola adatta a quel mio trapassare per stadi indistinti dentro cui scivolavo e che si rispecchiava in me come un nuotare sul fondo di un’acqua verde chiara, popolata di piante e animali singolarmente belli.

Solo conquistando questa nuova lingua può raccontare la propria esperienza “felice di poter disporre nuovamente delle parole”.

 

La scrittura appartiene al corpo perché è legata al modo in cui si sperimenta la realtà. In questo senso, in “Premesse a Cassandra”, Wolf si interroga sulla specificità della scrittura femminile :

 

In che senso esiste una scrittura femminile? Nel senso che le donne, per motivi storici e biologici, sperimentano un realtà diversa da quella degli uomini. Nel senso che sperimentano la realtà in modo diverso da quella degli uomini e a ciò danno espressione. Nel senso che le donne da secoli non fanno parte di chi domina ma di chi è dominato, sono cioè oggetti di oggetti, oggetti di secondo grado, oggetti abbastanza spesso di uomini che sono a loro volta oggetti, e dunque, stando alla loro condizione sociale, appartenenti in ogni caso a una cultura di second’ordine.

 

Ma invece di cercare a tutti i costi di integrarsi nell’aberrazione dei sistemi dominanti, prendono la parola e scrivendo e vivendo “puntano all’autonomia”. La presa della parola, la creazione di un linguaggio proprio, costituiscono il movimento fondamentale per la libertà.

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Ferite

Nel 1973 Ingeborg Bachmann muore, a Roma, per le conseguenze delle ustioni riportate nel corso di un incendio nella sua casa di via Giulia. Quando tre anni dopo Wolf pubblica Trama d’infanzia, pone come epigrafe del Capitolo 8 un verso della poetessa che recita: “Con la mia mano bruciata scrivo del fuoco”.
Riferimenti, citazioni, riflessioni su Bachmann percorrono tutti i racconti, i romanzi e i saggi di Wolf, ma questo colpisce particolarmente. Per scrivere del fuoco bisogna ustionarsi. La lingua passa ancora dal corpo e dalle sue ferite. 
In Premesse a Cassandra Wolf si interroga a lungo sul rapporto con il dolore della sua protagonista.
 

La sua contemporaneità consiste nel modo in cui impara a convivere col dolore? Sarebbe allora il dolore – una particolare modalità del dolore: il dolore del farsi soggetto – il punto attraverso il quale mi assimilo a lei?

 

“Faccio la prova del dolore” dice proprio Cassandra nelle prime pagine del romanzo, quando comincia a rievocare ciò che è accaduto “come il medico punge un arto per verificare se è insensibile, così io pungo la memoria”.
E anni dopo Wolf ritorna su quest’immagine. Nel racconto Nella pietra, del 1996, una donna si sottopone ad anestesia locale per un’operazione all’anca. Sceglie questo tipo di anestesia per rimanere vigile, e così seguiamo i suoi pensieri durante tutta l’operazione.
“Mi creda non sentirà nulla come se non fosse il suo corpo” la rassicurano gli infermieri.
La parte inferiore del suo corpo diventa come pietra, un oggetto altro da sé mentre le incidono la carne. Cosa sente davvero? E perché continua ad avere la sensazione di essere rannicchiata sul lettino, come se l’ultima memoria si fosse fissata sul suo corpo?
Seguendo un’intuizione prendo il volume delle Ricerche filosofiche di Wittgenstein. Il filosofo austriaco è stato un punto di riferimento importante per Ingeborg Bachmann, la sua poetica nasce anche da quelle riflessioni sul linguaggio, sulla tensione della parola verso la sfera dell’indicibile.  Ed ecco che sfogliando le pagine mi appare, in una vecchia sottolineatura, questo brano: “Divento di pietra e il mio dolore continua. E se mi sbagliassi, e non fosse più dolore? – ma qui non posso certo sbagliarmi; non vuol dire nulla: dubitare se sento dolore!”
Dubitare di tutto, anche del proprio corpo, delle proprie sensazioni. Come parlare infatti di un dolore anestetizzato? Come raccontarlo?
È la domanda che si pone Wolf all’inizio del racconto, che comincia con il risveglio dall’anestesia e che prosegue con una lingua spezzata, frammentata. Le istruzioni del chirurgo e degli infermieri interrompono il suo flusso di pensieri, la punteggiatura svanisce, la testa diventa una “falda detritica per sintagmi lessicali inutilizzabili”. L’eco di favole, parabole evangeliche, riflessioni sul mito di Medusa, la donna pietrificata, si sovrappongono. Questo racconto, come il successivo Associazioni in azzurro, sono quelli in cui Wolf più sperimenta con il linguaggio, in cui la prosa diventa un flusso continuo, fluido, in cui vanno a confluire i pensieri informi di un monologo che è però tutto esteriore, perché si rivolge continuamente a un interlocutore esterno, come un vaticinio. È una riflessione filosofica, culturale, letteraria che però non ha la forma razionale del saggio ma procede in forma intuitiva, poetica. Nella pietra finisce con il sonno dell’anestesia, spezzando il flusso dei pensieri a metà di una frase.
Un richiamo al dolore è anche in epigrafe di Unter den Linden, uno dei racconti più densi e misteriosi di Wolf, che dà il titolo alla sua prima raccolta. Nel solco delle genealogie femminili che la contraddistinguono, questa volta prende in prestito un verso della scrittrice Rahel Varnhagen, animatrice di uno dei salotti del romanticismo tedesco. “Sono convinta che essere feriti là dove siamo più sensibili e dove ci è più insopportabile faccia parte della vita: l’essenziale è come ne usciamo”.
Tutto il racconto è l’attraversamento e l’uscita da questo dolore.
“Mi è sempre piaciuto camminare per Unter den Linden” è l’incipit fulminante di questo racconto. Ma subito dopo la voce narrante ci avverte che anche se ama gli inizi sicuri, questi riescono solo a chi è felice, ed evidentemente arrivarci non è stato facile. La strada reale Unter den Linden, che attraversa Berlino da est a ovest, si trasforma in un doppio onirico. Come succede spesso nei sogni, i piani si confondono, e momenti di lucidità si alternano ad altri di totale spaesamento. C’è una ragione per cui è lì, qualcuno lo ha richiesto, ma non sa molto di più. In ogni caso la protagonista va avanti, sapendo che “Ogni mondo ha le sue regole, bisogna muoversi in quelle regole”. L’unico modo giusto per attraversare il sogno è con l’atteggiamento spensierato del bambino nelle favole. E lei si arrende alla fluidità man mano che i diversi piani si susseguono, che la sua storia si scompone nelle storie di altre donne che le fanno da specchio, che le rivelano parti nascoste di sé, in uno spostamento continuo tra passato e presente, in cui le immagini evanescenti che attingono al fantastico di Hoffman si integrano nella realtà di una Berlino divisa. Solo alla fine del cammino può finalmente parlare, come se nella proliferazione dei livelli di realtà conferiti dall’immaginario onirico avesse maturato le parole necessarie per dire tutto ciò che va detto.
La ferita per rimarginarsi esige una ricomposizione, un attraversamento del dolore.

 

Tutt’a un tratto capii: quella ero io…Ora tutto mi si chiariva di colpo. Dovevo ritrovare me stessa: era il senso della convocazione. Cellula dopo cellula il mio corpo si riempì di nuova gioia. Una quantità di vincoli mi abbandonò per sempre. Non c’era infelicità che avesse impresso il suo sigillo una volta per tutte sulla mia fronte. Come avevo potuto essere così accecata da sottopormi a una sentenza sbagliata?

 

Non sottoporsi a una sentenza esterna, a ciò che ci si aspetta, all’obbligo di un linguaggio imposto. Sempre in Premesse a Cassandra, Wolf ritorna sulla simbologia della pietra, parlando di Elena di Troia, che è la figura opposta a quella di Cassandra, con la quale quest’ultima si confronta di continuo.

 

Alla donna è strappata la memoria viva, le viene attribuita l’immagine che gli altri si sono fatti di lei: il processo atroce della pietrificazione, della reificazione nel corpo vivo. Ora lei fa parte delle cose, della res mancipi.

Cassandra si fa soggetto perché rifiuta l’assimilazione all’idolo, alla pietra. L’emancipazione, al contrario, l’uscita dalla res mancipi, è il sottrarsi alla pietra, il farsi viva anche nel riconoscimento del proprio dolore.


Visioni

Nel racconto del 2001 che chiude la raccolta  Con uno sguardo diverso Christa Wolf aggiunge un 27 settembre ai quaranta che compongono la sua autobiografia Un giorno all’anno. Sono passati pochi giorni dal crollo delle torri dell’11 settembre, e le immagini che passano ripetutamente sui teleschermi di tutto il mondo non sembrano potersi cancellare. Un’esperienza collettiva che passa dallo sguardo. Impossibile non vedere, rendersi ciechi a ciò che sta avvenendo.
Quel giorno si produce uno strappo nel tempo, un mutamento brusco di prospettiva come ce ne sono stati altri nella storia. Wolf enumera i propri: la guerra del ’39, la fuga alla città natale del ‘45, l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del patto di Varsavia nel 1968.
Per questo chi c’era, quell’11 settembre del 2001, ricorda ancora benissimo, a distanza di anni, dove si trovava, con chi, che cosa ha pensato, il passaggio dall’incredulità alla presa di coscienza. Dice Wolf che “mentre il cervello incredulo cercava ragioni”, il suo corpo “aveva già capito e produceva quella sgradevole sensazione che mi annuncia da sempre che sta accadendo qualcosa di irrevocabile, perlopiù spaventoso”.
La consapevolezza si attua in qualcosa di più profondo ancora dello sguardo, perché si può vedere e non riconoscere. In Trama d’infanzia Nelly, la bambina che funge da terza persona per il racconto autobiografico di Wolf, parla di parole scintillanti che non bisognava pronunciare, che non si scorgevano nel silenzio ma negli occhi degli adulti. Sua madre rischia una condanna per aver detto la verità: “abbiamo perduto la guerra, lo vedrebbe anche un cieco”. Cassandra, guardando i vincitori che si aggirano intorno al carro su cui l’hanno portata a Micene come schiava, ne riconosce l’incapacità di vedere: “Tutto ciò che devono conoscere si svolgerà davanti ai loro occhi, ed essi non vedranno nulla.”
Cassandra invece vede perché è capace di uscire da se stessa, di assumere una posizione marginale, ma libera, di cercare una parola autentica.
Negli ultimi racconti anche Christa Wolf sembra trovare una scrittura che corrisponda meglio alla forma del suo pensiero. Dopo gli esperimenti di Nella pietra e Associazioni in azzurro torna all’autobiografia. La seguiamo nel suo soggiorno negli Stati Uniti, scrive un racconto sul rapporto con il marito che ricalca la struttura di “Io e lui” di Natalia Ginzburg, ci mette a parte delle sue visite, delle notazioni, dei minimi gesti quotidiani. Eppure questo quotidiano non è più lacerato da una materia che non trova il modo di esprimersi, perché l’insieme di riflessioni sul mito, la storia, la cultura si inserisce nel pensiero, in quel monologo esteriore che però ora sentiamo più pacato, più capace di tenere insieme le contraddizioni di un ragionamento che procede sempre per intuizioni. Eppure ha perso il tono del vaticinio, dato che non si tratta di prevedere il futuro quanto di vedere le reali condizioni del presente. Ed è a questa chiaroveggenza che l’individuo torna. È per questa visione che si torna alla densità della sua scrittura per attingervi risposte, anche dal futuro.

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Raki per incendiare la vendetta moderna. I racconti di Fabio M. Rocchi


di Giordana Restifo


If you prick us, do we not bleed?
If you tickle us, do we not laugh?
If you poison us, do we not die?
and if you wrong us, shall we not revenge?
"
William Shakespeare – The Merchant of Venice (Act III, scene I)

Con una serie di domande retoriche Shakespeare, attraverso il monologo del controverso Shylock, induce il lettore a interrogarsi sulla propria natura di essere umano. Non siamo tutti uguali? Non proveremmo anche noi quell’antico desiderio di vendetta davanti a un torto o a un affronto subito? Vendicarsi, infatti, potrebbe sembrare la conseguenziale reazione a un’offesa o a un sopruso, così come lo è ridere per il troppo solletico o morire a causa di un avvelenamento.
La vendetta è un tema ricorrente e trasversale nella letteratura e nel mondo delle arti. Scrittori, compositori, rapper, rocker, registi e attori, nessuno è immune al suo fascino. Materia misteriosa e ammaliante, ci porta a indagare nelle strozzature dell’animo umano e, quindi, nei nostri stessi anfratti, per provare a scoprire dove e come mai si annida quel desiderio di rivalsa.
Non poteva certo mancare una rappresentazione di tale sentimento nella mitologia classica: profili androgini o femminili, chiome di serpenti, grandi ali, alito mefitico, «e con idre verdissime eran cinte[1]». Dissimili sono le descrizioni e le raffigurazioni (si vedano quelle di Gustave Dorè o di William-Adolphe Bouguereau), delle Erinni (o Furie). Imbracciano forconi, tizzoni ardenti o torce, per punire chi compie delitti di sangue (specialmente quelli contro la famiglia) o trasgredisce alle “leggi naturali”. La personificazione della vendetta che colpisce chi disonora la vita altrui.
C’è un Paese, a poca distanza dall’Italia (poco più di cento chilometri separano le coste pugliesi da quelle di Valona), in cui l’onore e il disonore contano a tal punto da essere stati inseriti nel codice di leggi consuetudinarie (tramandatosi dapprima oralmente), denominato Kanun di Lekë Dukagjini, che per secoli ha disciplinato la vita sociale e culturale dell’Albania. Il matrimonio, il lavoro, la famiglia, l’onore, la vendetta di sangue, ma anche il perdono, ogni aspetto era regolato dal Kanun. L’origine del codice risalirebbe al 1400, epoca durante la quale visse il padre putativo della raccolta di norme, il condottiero Lekë Dukagjini per l’appunto.
A oggi, l’antica legislazione non vige più ufficialmente, anche se alcuni dei suoi dettami sono rimasti profondamente radicati nella cultura del Paese. Uno degli aspetti, tra i più aberranti rimasti in uso (soprattutto nei territori al Nord dell’Albania), è quello della gjakmarrje, la vendetta di sangue. Un qualsiasi conflitto interpersonale può tramutarsi in un insensato spargimento di sangue, che include famiglie e parenti di ogni grado. Un concetto interpretato a proprio uso e consumo che si traduce con quello di giustizia privata. Nei secoli la pratica della vendetta è andata affinandosi, ha camminato di pari passo con la modernità che, avanzando lenta e inesorabile nel Paese delle aquile, ha dovuto fare i conti con i retaggi del passato.

I cittadini albanesi, impreparati ad affrontare un futuro talmente imminente che nei paesi attorno a loro era già presente, hanno provato ad accogliere le trasformazioni della società dopo decenni di occlusione. Negli anni ‘90 le barriere sono cadute. Diversi fattori, come il capitalismo, l’era dei consumi, l’industrializzazione, hanno spinto il paese ad aggiornarsi. Non tutti, però, si sono adattati alla nuova situazione, alcuni non sono riusciti a scrollarsi di dosso vecchi dogmi tramandati da una generazione all’altra. In questo modo vivono e si comportano i personaggi dei racconti di Fabio Rocchi nel suo esordio letterario La disputa sul raki e altre storie di vendetta, edito da Besa Muci e pubblicato lo scorso febbraio. Si muovono in bilico fra tradizione e cambiamento, chi disorientato, chi, invece, ben consapevole delle proprie azioni, in maniera talmente realistica che qualcuno potremmo pure pensare di conoscerlo.

Prima di incontrare i genitori, i figli, gli imprenditori, gli ingegneri, i tassisti infiammati o anestetizzati dal raki, che con la propria storia ci raccontano quella di molti, alcune affinità tra la casa editrice salentina Besa Muci e le narrazioni del professore italiano (insegna all’Università di Tirana) hanno catturato il mio interesse: l’Albania e la Puglia, specchiandosi l’una con l’altra, si sono legate e hanno costruito, negli anni, un rapporto diretto e complesso … può succedere con i dirimpettai; la seconda connessione riguarda una parola che ha insito un significato profondo, difficile da tradurre perché portatrice di un principio cardine della cultura albanese, “besa”. La besa è la parola data, la fede giurata, una promessa fatta e rispettata o da rispettare, la parola d’onore. Come si diceva, attorno all’onore ruotano tutti i dettami del Kanun. La besa è una parola “irrevocabile” con la quale ci si assume un impegno: dal rispetto per il matrimonio e per la famiglia a quello per la casa, dalla sacralità con la quale trattare gli ospiti alla cura che si mette nel lavoro.

I personaggi di Fabio Rocchi agiscono, mossi da una besa silenziosa, per vendicare un oltraggio (che loro reputano tale), subito in prima persona o da chi gli è caro; finendo, in alcuni casi, per autosabotarsi senza rendersene nemmeno conto. Uomini e donne che rinunciano a legami di sangue o ad amicizie storiche, spinti dall’intramontabile sete di denaro (come nei racconti Non si decide a morire o Il vicedirettore è al momento assente), figli che sacrificano la propria vita in nome dell’onore della propria madre (Bulloni). Celata dietro le storie che compongono La disputa sul raki, c’è la volontà di un paese in evoluzione di rimanere ancorato, in modo viscerale, alle proprie usanze, ai propri ragionamenti e atteggiamenti. Da una parte c’è il desiderio di una modernità bramata, la voglia di aprirsi all’Europa, alle sue mode e ai suoi costumi (come in Cleardate dot com o in Rinas-Frankfurt Hahn-Rinas), dall’altra l’ambizione di apparire a ogni costo “uomini tradizionali”, scadendo in quelle forme di patriarcato ben conosciute nel mondo occidentale, che porta un fratello ad arrogarsi il diritto (senza alcuna concessione) di criticare la sorella per il modo di vivere, di comportarsi, di vestirsi (sempre in Rinas-Frankfurt Hahn-Rinas).
Rocchi racconta, tra le righe, di un’Albania che prova a scacciare i fantasmi del regime comunista di Enver Hoxha, culminato nel caos totale con una sanguinosa guerra civile. Leggendo Alessandro Leogrande ci si può fare un’idea di come hanno vissuto gli albanesi (almeno quelli all’interno del perimetro geografico dell’Albania) fino agli anni ’90: «Nessun rapporto con l’esterno, nazionalismo esasperato, controllo totale del Partito, culto del capo al limite della paranoia collettiva, carcerazioni di massa, repressione capillare[2]». Alcuni dei cittadini che popolano La disputa sul raki vedono e vivono la trasformazione del paese in cui abitano, assistono alle speculazioni edilizie e all’ampliamento delle città, sperimentano la rivoluzione democratica che ha aperto alle lingue straniere (come nota Isabella, la protagonista del racconto Il festival internazionale delle letterature, dal driver allo staff del convegno a Tirana al quale partecipa, tutti sono abili nel parlare in inglese e in italiano). La democrazia ha anche accelerato, per forza di cose, la spinta al consumismo e un oggetto come la televisione è entrato nelle case albanesi, portando nuovi idiomi, allegria, informazioni, ma anche sogni e scompiglio in qualche famiglia, come in quella di Aferdita, protagonista del truce racconto L’imbutino (anche lei oppressa da antichi retaggi e usanze da accettare a testa bassa):

I suoi giurano che l’ha rovinata la tv italiana, con i programmi dedicati alla ricerca dell’amore e alle storie di assassini. Con tutti quei sogni sbagliati che coltivano le ragazze di laggiù. Ne sono fermamente convinti nel paese, tant’è vero che le ragazze che si mettono a guardare la De Filippi o la Leosini appena rientra il padre vengono prese a male parole: spegnete subito quel coso. Non vi voglio più vedere a sbavare di curiosità dietro quelle kurve impestate se non volete fare la fine di Aferdita la delinquente.

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Il processo di transizione in Albania è ancora in atto; ciò ha fatto sì che, nonostante gli sforzi, le aperture, la vicinanza, almeno geografica, all’Europa, il paese non sia entrato a pieno titolo a far parte dell’UE (nel 2009 ha presentato la propria richiesta di adesione, nel 2014 gli è stato concesso lo status di “paese candidato” e tuttora si trova in questo limbo). Gli affari sono ancora gestiti con la propria valuta, il lek – al plurale lekë – albanese (al momento un lek vale circa 0,80 centesimi di euro), difatti, i personaggi dei racconti contrattano, scambiano, parlano, prestano e pretendono indietro lekë o “lekë nuovi”, mostrando attinenza all’attualità (nel 2019 la Banca d’Albania ha presentato i nuovi tagli di banconote, alcuni già emessi, altri inizieranno a circolare quest’anno e nel 2022). Non far parte ancora degli stati membri dell’Unione Europea comporta che se dei cittadini albanesi decidessero di andare a vivere in un Paese comunitario avrebbero bisogno di un permesso di soggiorno; parimenti chi decide, come molti italiani, di andare a vivere in Albania deve farne richiesta.

Tornando al rapporto diretto instauratosi tra Albania e Italia, da qualche anno si assiste anche al rapporto inverso: le aziende decidono di delocalizzare i propri processi produttivi in Albania, gli imprenditori vi soggiornano per comprenderne meglio i vantaggi e nel paese ormai abbondano gli expat. In Albania, sosteneva Alexander Langer, «è proprio l’insieme assai precario della situazione che favorisce una larga fioritura di fantasiosi business di ogni genere, dove il genio di improvvisazione e l’arte di arrangiarsi – ben conosciute in tutto lo spazio mediterraneo – celebrano fasti notevoli[3]». A questa tesi sembra essersi ispirato Gianni, il protagonista dell’ultimo racconto, quello che dà il titolo, e il significato più profondo, a tutta la raccolta. Un italiano che si è inventato un estroso business, nel quale ha coinvolto anche un albanese, un turco e un greco, assolutamente consapevole che tale mescolanza di culture ricordi una barzelletta.
È in questo racconto che il protagonista, oltre al giovane italiano, è il raki; ma di cosa si tratta? E cosa rappresenta? Innanzitutto, bisogna dire che è la bevanda alcolica che quasi tutti i paesi balcanici si contendono (proprio come nella disputa tra l’albanese, il turco e il greco di Rocchi). È un liquido incolore talmente forte da annientarti per un attimo tutti i sensi insieme; c’è chi dice che sia simile alla grappa, chi all’ouzo, chi all’acquavite; la verità è che assomiglia solo al gusto che ogni popolo gli attribuisce. Ed è molto più di un distillato, un liquore o un digestivo. Con il raki si prendono decisioni importanti, si scuote il dolore, ci s’infonde coraggio, si stringono patti e si fanno accordi, si festeggia la fine del Ramadan con amici e parenti, che siano questi musulmani, ebrei, ortodossi, cristiani o atei[4]. Se ne ha sempre una scorta in casa pronta per essere offerta. Una cara donna di Elbasan mi ha detto che il raki simboleggia la «maledizione delle mogli e la gioia (rifugio) dei mariti, ma anche la prima sbronza dei bambini che si apprestano a diventare adolescenti». Per chi è cresciuto in Albania, è un sapore che sa di casa, di origini; difficilmente si trova nei ristoranti o nei locali, ma ogni albanese conosce almeno una persona (un parente, un amico, un parente di un amico o un amico di un parente) che prepara bottigliette (rigorosamente riciclate da altre bevande) di raki take away. Così, può capitare che, in una notte italiana, intontiti dal sonno, ci si alzi dal letto per andare a bere un po’ d’acqua, si afferri una bottiglietta dal frigo e in un istante, giusto il tempo di mandare giù, i ricordi ti scuotano riportandoti nella tua terra: echi di risate e di pianti, urla per una nuova vita o per un’altra perdita, un antico canto, un sapore lontano di fërgesë della nonna, anche se a cena hai mangiato pizza.
Non in tutti i racconti della raccolta è menzionato il raki, forse per non renderli ridondanti, come può essere distruttiva la bevanda al terzo bicchiere per uno stomaco debole o non abituato.
Nelle ultime pagine de La disputa sul raki, Gianni, con le sue elucubrazioni alcoliche, ci permette di avvicinarci con meno timore ai personaggi che l’hanno preceduto. Sdraiato su quella terrazza, si sente finalmente parte di un luogo, si trova a suo agio, capisce che le differenze tra lui e i suoi soci (e quindi tra il suo e i loro popoli) non sono poi così marcate, né rilevanti:

Maledetti Balcani, alla lunga ti persuadono con la loro forza. Le differenze non erano così spiccate come avevo pensato all’inizio.

 

In fondo, e forse anche grazie all’effetto del raki, riesce ad assolvere quei tre uomini boriosi, presuntuosi e pieni di sé, perché, e questo è anche un punto fermo nel Kanun, la vendetta si può attuare con spargimenti di sangue ma soprattutto con il perdono generoso.

 

[1] Nel suo viaggio all’Inferno, Dante Alighieri incontra le Erinni che sbucano fuori all’improvviso e con il loro aspetto lo terrorizzano; Virgilio si sofferma a descriverle e prova a tranquillizzare il sommo poeta. Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto IX.

 [2] A. Leogrande, Il paese di fronte, contenuto in Dialogo sull’Albania, a cura di G. Accardo, Edizioni Alphabeta Verlag, Merano, 2019.

[3] Testo inedito di Alexander Langer del 1994, contenuto in Dialogo sull’Albania, a cura di G. Accardo, Edizioni Alphabeta Verlag, Merano, 2019. 

 [4] Il richiamo è a uno dei romanzi di Anilda Ibrahimi, Il tuo nome è una promessa, Einaudi, Torino, 2017.

Un boccone di buio Su Tre orfani di Giorgio Vasta

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di Roberto Galofaro

Tre orfani di Giorgio Vasta (Casagrande, 2021, 30 pp.) è tra i migliori racconti che leggerete sull’annus horribilis 2020. Non è un reportage cronachistico, come se ne sono letti molti, non entra nel dramma della malattia o nel caos della cosiddetta prima linea degli ospedali né affronta i temi filosofici dibattuti e contrapposti dell’“andrà tutto bene” e del “niente sarà più come prima”: è un bellissimo racconto, invece, pura fiction, che sa mostrare poeticamente come il confinamento abbia operato nella psiche individuale.
È un testo nato nell’ambito del festival Babel, nell’edizione del 2020 condizionata dalla pandemia (anche nei contenuti, certamente) e intitolata Atlantica, dedicata al rapporto tra le Americhe e l’Europa. E questo spiega perché vi compaiano, surrealmente addomesticati e familiari, i due eroi melvilliani Bartleby e Achab.
Sono l’incarnazione di due solitudini differenti (e forse opposte) che sono anime della terza, quella del narratore.
L’introflesso Bartleby che cancella gli impegni futuri del narratore, depennandoli dall’agenda con gesto da scrivano, che fa sparire dalla memoria del cellulare le fotografie e che annulla anche il passato, quindi, eliminando i contatti dalla rubrica, le conversazioni e le email, sottraendo il protagonista non solo da ogni obbligo ma anche da ogni relazione e da ogni interesse.
Achab, inquieto e maniacale, teso a un obiettivo indicibile e lontano eppure condannato a navigare per inseguirlo, che intaglia una punta d’arpione in un manico di scopa per farne un’arma da scagliare contro l’irraggiungibile capodoglio che è l’umanità circostante, visibile a distanza dal terrazzino di un palazzo di Palermo come dalla tolda di una baleniera che incrocia sull’Atlantico, ma non avvistabile.
Questi personaggi non smettono di essere “sé stessi”, se dire questo ha senso, ovvero protagonisti di finzioni con le loro storie e l’intreccio noto, eppure si prestano al disegno di Vasta, che è quello di un compleanno significativo (mezzo secolo), vissuto in isolamento, in una casa troppo grande e troppo vuota, grande fino al paradosso e paradossalmente abitata dai fantasmi.
La densità di implicazioni, tra fantasia e testimonianza, è evidente dalla frase che apre il racconto:

 

Alle sei del mattino di giovedì 12 marzo 2020 sono entrato nella cucina in penombra della casa palermitana in cui abitavo da due mesi e mezzo e, ognuno seduto su una sedia ai lati del tavolo,
ho trovato Achab e Bartleby.

La data ci dice che siamo in presenza della realtà, concreta e certificabile, ci àncora alla Storia che conosciamo: siamo in Italia, il lockdown è iniziato da poco (il decreto del Presidente del Consiglio che estendeva le limitazioni e le chiusure a tutto il territorio nazionale è del 9 marzo). Allo stesso tempo, sappiamo di essere in un campo surreale, quando leggiamo i nomi dei due personaggi letterari.

Siamo, però, all’interno di una casa: più avanti il narratore la definirà esplicitamente «paradossale», forse perché enorme, piena di stanze vuote, di mobili e letti che nessuno occupa, certo anche perché coincidente con una casa angusta di New York e con un abitacolo disperso tra i marosi dell’Atlantico. Ma il paradosso non starà forse anche nel fatto che una casa abitata da soli due mesi sia la casa in cui trascorrerà l’intera, lunghissima, durata del confinamento?

La scomodità dell’abitare, la difficoltà di radicarsi pacificamente in un luogo è un tema ricorrente in Vasta.
In Spaesamento (Laterza, 2010) – un attraversamento di Palermo, delle sue anime inquiete che fanno sperpero di sé, insabbiate nell’indolenza e ancora pesantemente nell’ombra del berlusconismo, come il Paese tutto – diceva di entrare nella città natale e nella casa dei genitori con un sentimento di «rabbia del ritorno»:

 

A Palermo non vivo più da quindici anni. Ci torno con una frequenza irregolare. Posso non andarci per un anno intero e poi due volte in un mese; stavolta sono via da dieci mesi. Mi sono rimasti tre giorni di ferie e ho deciso di passarli qui. Nessun progetto, nessuna intenzione, soltanto il bisogno di ridurre tutto al minimo.

 

In Absolutely nothing (Humboldt, 2016), raccontando un viaggio nei luoghi abbandonati dell’entroterra statunitense, luoghi in cui scheletri di edifici conservano impronte di abitanti come di fantasmi, aveva scritto (quasi trasformando il reportage in un percorso da un non-luogo verso altri non-luoghi):

 Nello stesso periodo in cui finisco di scrivere questo libro mi ritrovo senza fissa dimora. Per un incrociarsi di circostanze, dopo quasi tre anni di permanenza a Roma non ho più una casa e devo riparare a Palermo, la città dove sono nato e cresciuto e che ho lasciato vent’anni fa. I mobili dell’appartamento dove ho abitato a Roma si trovano adesso in un deposito a Zagarolo […]. L’indisponibilità di ciò che fin qui è stata la mia vita materiale in parte mi disorienta, in parte mi conforta.

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Ancora: in Storia del mio presente (racconto contenuto nell’antologia tematica Risentimento, a cura di Giovanni Accardo, Alphabeta Verlag, 2018), leggiamo:

 

Dopo vent’anni passati altrove, nell’autunno del 2015 sono tornato a vivere a Palermo. Cambiare spazio non vuol dire cambiare tempo, non modifica le abitudini, non rivoluziona lo spirito. E dunque a Palermo il mio risentimento non è venuto meno: al contrario, è diventato ancora più aspro. Perché Palermo è la città canaglia – è sperpero, beffa, oltraggio.

 
In questa scrittura del confinamento (senza che mai Vasta adoperi nel lessico ricchissimo e vario, che spazia dal tecnicismo nautico alle involate poetiche, le parole “lockdown”, “confinamento”, “restrizione”) non ci sono amori, non ci sono presenze determinanti né assenze conclamate che diano forma alla solitudine, che è totale. Non esiste il mondo esterno, non esistono altri personaggi (se non nella distanza dell’evocazione, nell’elencazione delle ragioni per cui i nomi di alcuni – non riportati – compaiono nella rubrica per esserne cancellati), nessun altro è individuato, neanche nelle case circostanti, non esistono passanti. Eppure, siamo nel 2020 che conosciamo: alle 18 in punto la Protezione civile dirama il bollettino con il numero dei positivi, dei ricoverati, dei defunti e dei guariti, quasi fosse un bollettino del mare, un indispensabile ausilio per la navigazione che non può avvenire.
L’arpione scagliato nel buio non tende a un obiettivo concreto. Le lame delle ringhiere lontane sono come fanoni nella bocca delle balene, l’umanità incombe a distanza sui “flutti audaci della vita trascorsa”.
E, nella chiusa, il piatto apparecchiato per la festa dei tre orfani, quello che compie cinquant’anni e gli altri due fantasmi misantropi, è un tortino simbolico di formaggio, zenzero, acqua e fuoco, da mandare giù come un «boccone di buio», condensato del tempo «chiuso dentro gli anni e dagli anni sprigionato».
Inevitabilmente tornano in mente i Bocconi del racconto d’esordio di Vasta (pubblicato nel 2006 nell’antologia Voi siete qui, a cura di Mario Desiati, minimumfax), che il bambino protagonista sputava di nascosto e di nascosto infilava nella cavità del piede del tavolo di casa, e che un giorno, rovesciato il tavolo, vengono allo scoperto rivelando il suo trucco. Ancora una volta, tempo che si fa materia e dissoluzione, materia che si fa tempo in un’entropia inevitabile, ma assurdamente, allora, sotto il segno della luce (e non del buio):

 

[…] mi accorsi che ogni boccone o blocco di bocconi sedimentari in quel momento sembrava (sarà stata la luce del mattino o il mio luminoso imbarazzo) un frammento di luce dura, un sasso di luce pietrificato, una luce pesante, consistente, che volendo poteva essere scagliata contro un vetro, e lo avrebbe rotto, una luce-arma contundente, una luce che doveva essere contenuta nel cibo, nei bocconi vivi, e che quindi era destinata a finire nel mio stomaco […].

 

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Per Dorothy Parker, tanto vale vivere

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di Debora Lambruschini

“Scusate la polvere”: la prima cosa che mi viene in mente pensando a Dorothy Parker sono le sue ultime parole, l’epitaffio che scelse per le proprie ceneri; questa frase brevissima e pungente ho sempre pensato riassumesse perfettamente lo spirito di questa scrittrice caustica, brillante e feroce. Ad aggiungere ironia alle parole c’è stata anche la questione pratica delle sue ceneri, per cinquant’anni sballottate da un luogo all’altro, per poi finalmente trovare posto, solo ad agosto del 2020, nel vecchio cimitero del Bronx.

Non è un caso che abbia iniziato da qui a parlare di Dorothy Parker, dalla morte e dall’ironia: della prima Parker ne ha scritto direttamente in pochi racconti, è vero, ma il desiderio dell’oblio, la disperazione, l’assenza che si fa lutto, è qualcosa che percorre moltissime delle short story e degli articoli di costume scritti nel corso degli anni; e l’ironia, aguzza, questo è il tratto caratteristico di una scrittrice talvolta vittima del suo stesso personaggio, ma è grazie a quel modo tutto particolare di scandagliare le persone e la società newyorkese degli anni Trenta e Quaranta che immediatamente riconosciamo Dorothy Parker tra le pagine. La scena intellettuale dell’epoca è stata per Parker fonte pressoché inesauribile di spunti per la sua carriera letteraria e l’ambiente in cui ha modellato la propria voce, erosiva e brillante: poetessa, autrice di racconti e testi umoristici, saggi, sceneggiature, il suo nome e la sua persona erano ben noti in città, forse, moderna Oscar Wilde, ancor più dei suoi testi stessi. Nata in una famiglia modesta – il cognome da nubile, Rothschild, non ha alcun legame con la potente dinastia di banchieri – si distinse fin da ragazzina per quell’ironia che sarebbe poi diventata tratto caratteristico: del genere che fu cacciata da scuola – cattolica – per aver definito l’Immacolata Concezione una «combustione spontanea». Lì è nato lo spirito di Parker e il personaggio che è stato la sua fortuna e la sua condanna insieme. Quella voce, comunque, divenne il mezzo per farsi strada nell’ambiente intellettuale, con collaborazioni prestigiose dal New Yorker – cui ha partecipato fin dal primo numero della rivista – a Vogue e Vanity Fair. Ed è mediante quella stessa voce che ha saputo non solo raccontare le miserie quotidiane di un’umanità dolente e ipocrita, ma dentro e fuori dalla pagina l’ha usata per le cause in cui credeva, a partire dalla lotta per i diritti civili, cui è stata fra le prime aperte sostenitrici. La stessa vicenda privata di Parker meriterebbe di essere raccontata, non tanto per mera curiosità ma per la particolare commistione fra arte e vita che talvolta si è realizzata nei suoi racconti, oltre per la curiosità verso un personaggio, una donna, che non ha mai fatto sconti a nessuno, a partire da se stessa. «La gente si arrabbia con me perché ho troppe opinioni», dice Fran Lebowitz nella recente docuserie che Martin Scorsese le ha dedicato, una frase che non a caso potrebbe essere uscita dalla bocca di Dorothy Parker, le cui forti opinioni in qualche occasione le sono costate il lavoro – da Vogue, appunto – o l’iscrizione sulla lista nera di Hollywood.
Ma è ancora possibile godere della lettura dei racconti di Parker, ambientati in una New York che non esiste più? Basta leggere appena un paio di queste storie per rendersi conto che quel mondo potrebbe benissimo essere contemporanei, che i vizi – molti – e le virtù – quasi assenti – raccontate superano abilmente barriere cronologiche e geografiche. Certo, quell’ambiente da lei descritto non esiste più e alcune dinamiche sono mutate, ma l’animo umano al contrario non è cambiato poi tanto, da una parte all’altra dell’oceano e del secolo. È per questo costante dialogo con la contemporaneità, per l’ironia e l’intelligenza, lo sguardo attento, che leggere Parker è ancora oggi un’esperienza importante.

In Italia la storia editoriale di questa scrittrice è stata altalenante e a periodi di pubblicazione sono seguiti molti anni di oblio e difficoltà a reperirne le opere; due raccolte di racconti, “Eccoci qui” e “Dal diario di una signora di New York” erano apparse qualche anno fa nel catalogo di Astoria ma da tempo risultavano praticamente introvabili, fino a riapparire proprio in questi mesi in una nuova veste, per lo stesso editore. Tanto vale vivere – dal celebre verso finale di una delle poesie più note di Parker, ripresa anche nel film Ragazze interrotte – comprende entrambe le raccolte precedenti in un unico volume, con una breve prefazione a cura di Natalia Aspesi e l’accurata nuova traduzione di Chiara Libero.  Ventuno racconti cui ci auguriamo possa seguire un ulteriore volume con il resto della produzione letteraria e, magari, arricchito di un apparato critico-bibliografico adeguato, che invece manca in questa edizione, come del resto dalla quasi totalità dei testi pubblicati oggi. Ma torniamo a Parker, ai suoi racconti: colpisce, si diceva, la contemporaneità dello sguardo, attento scrutatore delle contraddizioni, delle ipocrisie e del conformismo di una società della quale riconosciamo ancora alcune dinamiche relazionali; le solitudini, la vacuità, le distanze dentro certe relazioni non sono poi così lontane da quanto potremmo talvolta osservare intorno a noi.

 

Si potrebbe pensare che ci si abitua, in sette anni, ci si rende conto che le cose stanno così, e ci si rassegna. Ma non è vero. Una cosa simile ti logora i nervi. Non era uno di quei silenzi intimi, pieni di familiarità, che di tanto in tanto si stabiliscono tra persone vicine. Ti fa sentire come se dovessi fare qualcosa per rimediare, come se non stessi compiendo il tuo dovere.
(Che peccato)

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Se la società è mutata, il classismo e la discriminazione razziale non sono del tutto scomparsi, ma hanno assunto forme differenti, come il «terrore della solitudine» che le donne di Parker combattono vanamente con l’alcol e relazioni di facciata. Con la sua feroce ironia, ha saputo raccontare uomini piccoli e meschini, le illusioni e il dramma di donne fragili, tormentate dall’assenza, le estraneità dentro il matrimonio, il perbenismo e le convenzioni dietro cui celare gli abissi di solitudine e frustrazione. E nel farlo, attraverso racconti quasi sempre brevissimi, ha scelto di immergersi in quegli abissi che lei stessa conosceva molto bene, raccontando la consolazione dell’alcol, il disperato bisogno di essere amati, le conseguenze più terribili cui può portare la solitudine. Il sarcasmo che attraversa la pagina è dosato in modo sapiente ed è l’unico filtro possibile con cui osservare le meschinità del quotidiano e non restarne schiacciati, di cui “Il meraviglioso Vecchio Signore” ne è in questo senso l’esempio più lampante, la spietata freddezza e cinismo con cui le figlie attendono la dipartita del vecchio padre.
Sono molte e differenti le donne tratteggiate da Parker e verso ognuna di queste, dalla più misera alla più crudele, posa uno sguardo carico di pietà – ma che si tiene sempre ben lontano dal pietismo – e di empatia, lo stesso con cui sembra invitare il lettore ad osservare.

 

Frivoli, meschini, che ne sanno della sofferenza? Hanno cuori di pietra che non si possono spezzare. Non sanno, vuoti sciocchi, che non potrei vedere gli amici che vedevamo insieme, che non potrei tornare dove lui e io siamo stati? Perché lui se n’è andato, ed è finita. È finita, è finita. E quando finisce, solo i luoghi dove hai provato dolore non ti causano sofferenza.
Se torni sulla scena della tua felicità, il tuo cuore arderà, agonizzante.
(Sentimento)

 

Nella prefazione cui si accennava, Aspesi per un attimo si interroga su come verrà recepita dalle ragazze di oggi la lettura di questi racconti, lasciando intendere – o almeno è quello che è parso a me – come a tratti potrebbe rivelarsi una ricezione problematica per le dinamiche relazionali rappresentate. Ecco, in questo senso è assolutamente necessario invece a mio avviso tenere bene a mente l’epoca in cui questi racconti sono stati scritti, per non incappare in pericolose recriminazioni. Ma guardando più in profondità, spogliate di certe dinamiche fortunatamente superate, c’è in queste storie ancora molto del cuore umano, come il peso di alcuni tabù – l’aborto – , gli abissi cui può portare la solitudine, la disperazione, la distanza di certi rapporti logori. No, non siamo più le donne descritte da Dorothy Parker, ma forse ne conosciamo qualcuna.

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Il doloroso incanto di Fleur Jaeggy

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di Debora Lambruschini

La felicità feriva come una lama ardente.

(“Senza destino”, La paura del cielo)

 

Di lame è disseminata l’opera intera di Fleur Jaeggy: frasi spietate, parole scelte con precisione chirurgica, la prosa limata e limata ancora fino a ridurla all’essenziale, non un termine o un segno di punteggiatura superflui. Nata in Svizzera e presto trasferitasi in Italia, Fleur Jaeggy è una scrittrice schiva, che rifugge ogni logica editoriale, centellina le parole e strega i suoi lettori con quella prosa scarna, le increspature minime della superficie che lasciano intravedere il mondo sommerso della narrazione. Leggere romanzi e racconti di Jaeggy, tutti editi da Adelphi, è un doloroso incanto: colpiscono per la profonda introspezione dei personaggi, i movimenti interiori svelati da un gesto, una di quelle piccole arricciature che rivelano l’abisso; ma è anche una lettura che scortica, mai consolatoria o salvifica, una discesa negli angoli bui dell’essere umano, tra solitudini, parole taciute, assenze, perdite. Una letteratura che si nutre di ossessioni, della scrittrice rispetto a determinate tematiche e spunti, del lettore catturato dalla «calma violenta» della narrazione.
Mi avvicino a Jaeggy con diffidenza, nel tentativo di svelarne il mistero, il suo nome che non smette di circolare sottovoce tra i lettori, una sorta di passaparola lontano dal caos del mainstream; è un incontro il nostro avvenuto quasi per caso: la prosa di Jaeggy portata come esempio delle capacità della sottrazione, di raccontare i moti dell’animo umano, una narrazione costruita sull’interiorità dei personaggi, in cui trama e forma si compenetrano. Traccio la strada che mi ha condotta a Jaeggy perché lì si è delineato il mio personale modo di leggerla, tentando di interpretarla e farla mia, sbagliando probabilmente e cogliendone solo una parte minima, soggettiva, marginale, come in fondo lo è ogni lettura che facciamo. Ma immergersi totalmente nel mondo di questa scrittrice sfuggente è stato il modo ideale per comprendere la malia esercitata sui lettori, il filo rosso che lega ogni pagina scritta in un gioco perfetto di rimandi, spunti, occorrenze e, ancora, la fiducia nella propria scrittura, mai mutata.
È così, quindi, che ci si accorge anche di come Jaeggy scriva e riscriva – magnificamente – la stessa storia: come Richard Yates, come Shirley Jackson, come Raymond Carver, Jaeggy nutre la propria ossessione e la nostra scrivendo e riscrivendo appunto lo stesso nucleo essenziale, ma ogni volta è un piccolo miracolo di scrittura e profondità. Inseguendo un filo cronologico, si parte da I beati anni del castigo – le primissime opere di Jaeggy sono praticamente introvabili -, il romanzo del 1989 con cui vinse il Premio Bagutta: e non è un caso, iniziare proprio da qui, perché è dentro queste pagine che si trova il nucleo narrativo di Jaeggy, quello che inseguiremo una storia via l’altra, tra richiami talvolta espliciti, altre più sottesi. E qui c’è già tutto il suo mondo letterario: un collegio femminile sulle alpi svizzere, le assenze, la solitudine, l’amicizia che sconfina nell’amore-ossessione, la gioventù mai innocente, la vita indissolubilmente legata alla morte, il contrasto dentro-fuori; la scrittura già perfetta, il gusto per l’ossimoro, i ripetuti cambi di tempo verbale e di soggetto, il profondo lavoro di omissione, i dettagli minimi che rivelano le voragini della narrazione. I beati anni del castigo è il romanzo più celebre di Jaeggy ed è qui che si delineano i tratti delle narrazioni che verranno, i perni intorno a cui l’autrice costruisce il suo mondo letterario, a partire dalle assenze e dal senso di solitudine, un fantasma che migra di storia in storia. È, per esempio, assenza di punti di riferimento famigliari solidi: il rapporto di quasi totale estraneità tra il padre e la figlia protagonista e narratrice principale della storia, la figura sullo sfondo di una madre lontana ma ingombrante che detta legge e decide di ogni aspetto della vita della figlia, pur non palesandosi mai.

 

Lei ordina, io obbedisco, i trimestri sono guidati da lei, è tutto scritto nelle lettere e nei francobolli,
campane senza suono. Dispacci.

(I beati anni del castigo)

 

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Assenza di parole, perché non adeguate a dare voce a sentimenti complessi, all’amicizia tra lei e la nuova arrivata, Frédérique, bella, schiva, misteriosa quel tanto che basta a conquistare il cuore della protagonista e ad aprire una voragine con la sua improvvisa assenza.

 

Avevo perso ciò che avevo di più importante nella mia vita, il cielo era sempre azzurro, dimentico, tutto anelava alla pace e alla felicità, il paesaggio era idilliaco, come l’adolescenza idilliaca e disperata.
(I beati anni del castigo)

 

Di queste voragini, ancora una volta, è intessuta ogni storia di Jaeggy: abissi di solitudini e disperazione che si rivelano da una fotografia, da un segreto serbato per tutta la vita, da un gesto violento e brutale. Jaeggy apre squarci, sulla pagina e dentro il lettore, con una scrittura che rasenta la freddezza tanto è calibrata, scarna.
Mancanze anche quando le distanze si accorciano, almeno geograficamente, ma che non sanno farsi parola, affetto, reale vicinanza: nemmeno tra un padre e una figlia, insieme in crociera (Proleterka, 2001) per quello che sono consapevoli essere l’ultimo viaggio, l’ultima occasione per conoscersi davvero.

 

Per lui è importante quel viaggio. Avevo pensato prima di partire che mi era indifferente la destinazione. Il viaggio in Grecia faceva parte della mia educazione. È il nostro primo viaggio – e sembra l’ultimo. Johannes, la persona a me inverosimilmente ignota. Mio padre. Non una confidenza. Eppure un legame anteriore alle nostre esistenze. Una conoscenza nell’estraneità totale.

(Proleterka)

 

L’incomunicabilità è tale tra i due da renderli quasi estranei, la distanza che si fa vuoto, un’assenza già annunciata, vissuta. Quel viaggio che dovrebbe essere l’occasione di un avvicinamento, diviene invece per la protagonista il tempo della scoperta sessuale, il passaggio brutale dall’infanzia all’età adulta ma, si badi bene, non la perdita dell’innocenza, una condizione estranea ai personaggi e alle narrazioni di Jaeggy. E quella madre lontana, la cui autorità non viene mai meno, nonostante la distanza e la “libertà” conquistata dopo gli anni del collegio, il vuoto che la sua partenza ha lasciato tra loro.

 

Il suono del pianoforte rappresenta tutto ciò che non ho avuto. La sentivo suonare quando ero molto piccola, quando ancora era sposata con Johannes. Poi quel suono è finito. Le stanza tacevano. Ho odiato quel silenzio, senza saperlo. Il silenzio ricevuto da un uomo e una donna che si lasciavano e hanno disposto in modo assoluto della vita di una figlia.

(Proleterka)

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Una madre che muove vite e custodisce segreti terribili, che si rincorrono, come altre micro narrazioni, da un racconto all’altro. Dove, per esempio, ritroviamo Frédérique, irriconoscibile, perduta, colmiamo parte dei vuoti della narrazione, delle assenze, ma rinunciando subito all’idea di ottenere un quadro con tutti i dettagli, possiamo solo cogliere i piccoli indizi che Jaeggy dissemina qui e là, le rivelazioni che ci concede improvvise. Tragica e meravigliosa, Frédérique appare come un fantasma, alimenta l’ossessione mai svanita della protagonista, la intravediamo qualche volta chiaramente altre meno, in un gioco di complicità tra Jaeggy e il lettore. Perduta, la malattia mentale che esplode violenta, i tentativi di salvarla. Ecco, la violenza, tanto brutale quanto inaspettata, è un’altra ricorrenza nelle pagine di Jaeggy che, a tratti, ricorda certe storie di Shirley Jackson, pur con tutte le differenze del caso. Esplode sulla pagina di Jaeggy in forme e moti diversi: è il gesto improvviso di una mente distorta, è la vendetta contro una vita sofferta, ma è anche la complicità dettata dalla compassione e dall’amore, forme molteplici che si sommano quasi tutte ne La paura del cielo, sette racconti di brutale bellezza. Qui le occorrenze sono date dal cielo minaccioso, dal gesto violento appunto, dalla riflessione su solitudine e assenze che come un fil rouge percorrono l’opera tutta di Jaeggy. Ancora, la perdita e il lutto, l’incomunicabilità dentro i rapporti, la morte, il suicidio talvolta, che tornano nelle pagine di Sono il fratello di XX, un altro sguardo ancora sulla protagonista senza nome del primo romanzo, sulle vite intrecciate alla sua, i misteri almeno in parte svelati.
Le «vite sbagliate» cui Jaeggy dà forma sono intrise di mancanze, dolore, un vuoto riflesso come si diceva dalle profondità della narrazione, dalla sottrazione, che trova massima espressione nel racconto breve, brevissimo, ma che in fondo è un modo proprio di guardare e sentire una storia, fotografandone un certo dettaglio, lavorando ossessivamente sulla parola, mostrando le increspature della superficie; un’attitudine che si rivela anche nei romanzi – se possiamo considerarli davvero tali o non più propriamente novelle. Che racconti un frammento o una vita intera – per esempio nelle Vite congetturali di De Quincey, Keats e Schwob – riconosciamo quella particolare lente con cui lo scrittore di racconti osserva il mondo e ne ricrea un dettaglio.
Tra le pagine di Jaeggy non c’è consolazione, ma nutrimento per quel demone della scrittura che tanto ci ossessiona.

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Sotto il segno di Akutagawa, Debora Lambruschini

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di Debora Lambruschini

Che insegnava inglese l’ho già scritto. Ma non era il suo vero lavoro. O almeno non credeva che lo fosse. Nonostante tutto era convinto che l’ambizione della sua vita fosse la scrittura creativa.

(“Lo scritto”, 1924, p. 354)

 

Incanto e sospensione. Sono le impressioni che scaturiscono più immediate dalla lettura dei racconti di Akutagawa Ryūnosuke, il più importante fra gli autori giapponesi moderni e quello maggiormente tradotto e noto anche fuori dai confini nazionali. Incanto, per la parola impeccabile, ricercata, per le atmosfere evocate, la distanza geografica e temporale delle storie che una pagina dopo l’altra pare sfumare in contorni sempre meno definiti. Sospensione, delle istanze realiste e di una certa naturale tendenza a trovare conforto in atmosfere e situazioni ben definiti e riconoscibili, sospensione del giudizio, per calarci completamente nel mondo di Akutagawa.
Per molti di noi è anche subire la fascinazione della cultura nipponica, nel tentativo di svelarne una minima parte del mistero, camminare fra quelle strade, percepirne i colori per mezzo delle immagini efficacemente evocate dall’autore di luoghi e ambienti, immagini in cui si avverte chiaramente l’influenza delle arti figurative, specie delle avanguardie europee di inizio Novecento. Ma è un’illusione e ne siamo consapevoli. La cultura nipponica resta per lo più un mistero attraente, di cui scalfiamo appena la superficie. Leggere Akutagawa è quindi accettare il mistero, riconoscere nelle inquietudini della scrittura un sentire e immaginario comune, che tuttavia assume forme differenti, mescolandosi alla tradizione, impregnandosi di un sentire che è proprio del suo tempo e del suo ambiente.
La bibliografia in traduzione di Akutagawa è ricca e variegata, ma la recente pubblicazione di questo volume nella collana di Letteratura universale Marsilio aggiunge un tassello importante, soprattutto per l’accuratezza del volume in cui è presente un – seppur minimo – apparato critico. Sotto il segno del drago, curato dalla professoressa Luisa Bienati, docente di letteratura giapponese moderna e contemporanea presso l’università Ca’ Foscari di Venezia, comprende tre raccolte: racconti cristiani e racconti storici, racconti fantastici e le storie di Yasukichimono, arricchite di note, glossario minimo e una puntuale postfazione che sintetizza i punti salienti della scrittura di Akutagawa, inserendo l’autore nel panorama letterario del tempo e fornendo qualche utile spunto critico e biografico.
Il nome di Akutagawa è ben noto anche fuori dai confini nazionali, e pure in Italia sono disponibili numerose opere in traduzione, tra cui vale senza dubbio la pena ricordare il celeberrimo racconto Nel bosco, da cui Akira Kurosawa ha tratto Rashomon (il titolo, in realtà, è preso da un altro racconto di Akutagawa), che gli valse l’Oscar nel 1950 come miglior film straniero.
Il volume è quindi il mezzo ideale per avventurarsi nel mondo letterario di Akutagawa, che al racconto ha dedicato tutta la sua carriera di scrittore (con qualche incursione negli haiku e nella saggistica breve); proprio a lui è dedicato il premio letterario più prestigioso del Giappone che due volte all’anno dal 1935 – con qualche interruzione – viene conferito agli autori di racconti.
Se Akutagawa è stato per lo più fedele alla forma breve, la ricchezza letteraria dello scrittore si declina in storie che esplorano generi differenti, dallo storico al fantastico, passando per l’allegoria e la favola, caratterizzate quindi da una contaminazione di generi e fonti: fine intellettuale, Akutagawa ha saputo rielaborare fonti classiche giapponesi e occidentali, con particolare interesse per il cristianesimo e la cultura greca, ma aprendo anche a influenze più trasversali in cui appare evidente, per esempio, il  richiamo delle arti figurative e delle avanguardie. Lettore vorace fin dalla giovane età, Akutagawa ha nutrito un profondo interesse tanto per la tradizione in cui era immerso quanto per le influenze occidentali, la letteratura inglese e i classici greci soprattutto, che si traducono sulla pagina in una tensione costante fra modernità e tradizione, oriente e occidente. Una commistione di generi e culture che rendono difficile la categorizzazione delle storie che rifuggono ogni etichetta, ma per questo particolarmente vive, interessanti e ricche di spunti. L’incontro fra cultura nipponica e cultura occidentale produce uno straniamento che talvolta si fa inquietudine e malinconia, ma che per Akutagawa è anche il mezzo per esplorare più a fondo la psicologia dei personaggi e costruire racconti capaci di collocarsi fuori dal tempo, spesso attraversati da un dualismo esemplificato nella dicotomia morte-vita, bellezza e grottesco. L’interesse per l’aspetto psicologico è il fil rouge di tutta la carriera letteraria dell’autore, che prende le distanze dalle tendenze realiste e dal naturalismo per concentrare tutta la sua attenzione sull’intimo, sull’io, sulle contraddizioni dell’animo umano, sul mondo interiore. È ai moti minimi dell’animo che si lega soprattutto la scrittura di Akutagawa, alle passioni, alle frustrazioni quotidiane, al desiderio, ancora una volta attraversata da un’inquietudine di fondo che la biografia dell’autore – morto suicida a trentacinque anni – ci porta a considerare in modo particolare, insieme al fantasma della malattia mentale, che lo ossessionerà per tutta la vita.

 

Le risposte non estirpano le radici delle domande come una zappa. Servono solo come cesoie per fare germogliare nuove domande al posto delle vecchie. Ancora trent’anni dopo, ogni volta che otteneva una risposta, scopriva che portava in grembo un’altra domanda.

(“Monelli”, 1924, p. 383)

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E di simili interrogativi e spunti è disseminata tutta la raccolta, nella quale risaltano forse più chiaramente di altri i racconti di Yasukichimono, l’alter ego letterario dello scrittore. Osservatore attento e spesso ironico, ma velato da una malinconia di fondo che difficilmente lo abbandona, Yasukichimono è un aspirante scrittore dalla scarsa fortuna che per guadagnarsi da vivere lavora come insegnante e giornalista, in un chiaro parallelo con la vicenda personale dell’autore. I racconti di Yasukichimono qui contenuti sono forse i più godibili, permeati di atmosfere e ambienti perfettamente evocati e dall’interesse per l’interiorità del personaggio più che per le trame. Anche in questi racconti tornano quindi tematiche e spunti caratteristici della scrittura di Akutagawa, la precisione lucida della parola – per la quale va tributato il dovuto onore alle puntuali traduzioni – , l’incontro di due culture e tradizioni, certe sensazioni minime che danno moto a riflessioni profonde e quella sottile inquietudine che si riversa dalle pagine. È un sentimento che a tratti si confonde con la malinconia, con la solitudine e lo straniamento, nella distanza fra ciò cui si aspira e ciò di cui invece consiste il quotidiano, reso sublime dalle atmosfere evocate da Akutagawa, i viaggi solitari in treno, il paesaggio che si fa testimone di questi vuoti, che accompagna i personaggi dentro le proprie riflessioni. Quando crediamo di avere colto l’essenza di Akutagawa e del suo mondo, di averne svelato il mistero, ecco fluttuare davanti ai nostri occhi un’immagine nuova, un sottile riferimento di cui non comprendiamo davvero fino in fondo tutte le implicazioni. Di quelle stesse fonti cogliamo appena la superficie, le riconosciamo, forse, ma non possiamo davvero pienamente cogliere il senso di ciò che hanno significato nell’incontro con la cultura dentro cui lo scrittore Akutagawa si è forgiato. Forse, alla fine, l’unica cosa possibile è accettare di poter solo intravedere.

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Le contraddizioni comunicative del presente: Cory Doctorow

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di Fabrizia Gagliardi


Per un problema di diritti uno degli e-commerce più famosi al mondo elimina La fattoria degli animali e 1984 dall’ebook reader di migliaia di lettori.

Per pubblicizzare l’uscita della quarta stagione di Black Mirror, un’agenzia ha ideato un evento in cui i partecipanti dovevano avere un determinato numero di follower e like.

Dopo aver subito minacce da parte del governo per il controllo dei dati personali, dei dispositivi e dell’attività online, un ragazzino inventa un software per navigare anonimamente.

Solo uno di questi episodi è un racconto di finzione ma non sapremmo dire quale. In realtà, abbiamo il dubbio che neanche uno degli eventi citati è frutto dell’immaginazione. In Homeland Cory Doctorow raccontava di Marcus, un adolescente ingiustamente trattenuto dal Dipartimento di sicurezza interna e più volte costretto a rinunciare alla propria privacy per il controllo totale dei suoi dati e delle sue attività online. Per opporsi a ogni tipo di abuso da parte del potere Marcus inventerà e distribuirà ParanoidLinux, un sistema operativo che permette di navigare in modo anonimo.
«La tecnologia stava lavorando per me, era al mio servizio, mi proteggeva. Non mi stava spiando. Per questo mi piaceva la tecnologia: se usata nel modo giusto, ti dava potere e privacy», l’ingenuità di Marcus annotava una verità universale, non così non rivoluzionaria. Quello che colpiva di Homeland (e del seguito più maturo intitolato Little Brother) era uno scambio costante tra il mondo interno, prettamente di finzione, e un esterno che iniziava a porsi le stesse domande: alle incursioni nel mondo di adolescenza, sesso, lealtà e libertà si univa una narrazione incalzante fatta di linguaggi di programmazione e logiche di hacking. Le insidie di un regime totalitario in divenire facevano apparire la ribellione e l’attivismo come risposte naturali di chi, dal basso, usava gli stessi strumenti per affermare diritti fondamentali.
L’eco di ogni distopia che fa gridare a 1984 deve vedersela con una prospettiva nuova: la futuribilità del genere sta azzerando le distanze tra le conseguenze e i mutamenti che in realtà accarezzano scenari del presente. Solo che, a differenza della finzione, l’apocalisse ha ritmi pacati, con distorsioni che s’incistano nel sistema e rischiano di rimanere non viste.

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Lo scarto sempre più breve tra ciò che potrebbe essere e ciò che già è avvenuto reclama una certa impellenza in Radicalized, l’ultima raccolta di racconti di Cory Doctorow pubblicata da Mondadori con la traduzione di Dafne Calgaro. I quattro racconti lunghi guardano alle contraddizioni comunicative del presente come la libertà di usare la conoscenza tecnologica che però è ostacolata dalla monetizzazione delle informazioni ai danni delle classi più umili. Ci confronteremo con il caro vecchio mondo dei supereroi in piena crisi d’identità contro un potere che controlla corpi e informazioni, e rivivremo quella che sembra l’oasi anonima e indipendente di Internet, diventata il luogo ideale per esasperare la propria bolla e per distorcere la verità.
Nella scrittura di Cory Doctorow si avverte sempre un graduale passaggio dai panni dell’educatore appassionato e neutrale, con tecnicismi che entrano nei dettagli di reverse engineering e strategie di hackeraggio, a quelli del guardiano che è in grado di scansionare tutte le potenzialità e i pericoli di tale sapere.

In Pane non autorizzato, Salima sta finalmente costruendo una vita e una carriera dopo un passato di emigrazione e miseria. Abita in uno dei grandi edifici popolari che il governo ha riservato agli stranieri, ma si rende conto che il suo tostapane accetta i prodotti di un’unica marca, l’ascensore dà la precedenza agli abitanti più ricchi dell’edificio, altri elettrodomestici funzionano solo con determinati prodotti. Quando scopre che il libero accesso alle informazioni le dà anche il diritto di manipolare il software di base, inizierà a trasmettere la scoperta all’intero edificio. Si può davvero parlare di violazione quando la democratizzazione delle risorse, liberamente disponibili, può aiutare le fasce più deboli? E se all’improvviso le aziende degli stessi elettrodomestici volessero monetizzare la possibilità di hackerare i dispositivi?

Hanno tenuto d’occhio i forum della darknet, la Boulangism ha capito che la gente ha imparato a sbloccare i dispositivi mentre aspettava che noi rimettessimo in piedi l’azienda. In pratica vogliono trasformare quelle persone in clienti: invece di vendere cibo, si farebbero pagare per il permesso di comprare cibo non loro. Per poco Salima non scoppiò a ridere. Se lo faceva lei era un crimine, se lo metteva in vendita un’azienda era un prodotto.

«Che si voglia essere liberi o si voglia schiavizzare, si ha l’esigenza del controllo. E per il controllo è necessaria la conoscenza.» Così Cory Doctorow, in un discorso sul computer universale – il general purpose computer, un’idea di computer in grado di eseguire qualsiasi task –, esaminava il passaggio dall’economia del possesso degli hardware a quello dei software: lo scopo dell’information economy è la compravendita di informazioni. La loro protezione è assicurata da politiche che ne limitano l’uso da parte di utenti che in realtà le possiedono di diritto.
Il mondo descritto da Doctorow trasmette la speranza costante di un’economia della post-scarsità, della condivisione libera del sapere e dell’abbattimento di ogni metodo di controllo dei diritti (il DRM). Una visione che non lo rende un accelerazionista cieco e spensierato, più un commentatore consapevole in una posizione di costante riflessione sull’illusione di una tecnologia anonima politicamente e socialmente. A tratti l’ingenuità dell’autore crea una visione idilliaca che stride con la realtà se pensiamo per esempio a La valle oscura di Anna Wiener (traduzione di Milena Zemira Ciccimarra, Adelphi). Nel suo resoconto personale dell’esperienza tra le startup della Silicon Valley, l’occhio della Wiener cattura una mentalità estremamente creativa e ribelle che però non tollera nessuna opposizione esterna. Tutta la spinta anarchica e innovativa scopre gradualmente il suo vero volto, che non è molto lontano dal modo con cui il potere utilizza tecnologie e informazioni per esercitare il controllo.

Tornando a Radicalized, nel racconto Minoranza modello un Superman a tutti gli effetti è chiamato a prendere posizione per gli abusi della polizia, lo stesso sistema che ha servito per anni. L’accusa per la scelta acritica dei supereroi proposta da Watchmen di Alan Moore, con Cory Doctorow incontra una risposta stilisticamente meno originale: la decostruzione del supereroe è già avvenuta ed è solo l’orpello di un’opinione pubblica astorica e sensazionalista («Non interessa a nessuno cos’hai fatto un secolo fa, però tutti ricorderanno molto a lungo ciò che hai fatto la settimana scorsa»). L’eroe American Eagle è spogliato di ogni paternalismo e svela tutte le criticità di chi ha il privilegio di trovarsi dalla parte armata della barricata. Le questioni sociali decise da un software di sorveglianza predittiva – in base a calcoli probabilistici su quartieri malfamati – e risolte dagli scontri che ricordano quelli di Black Lives Matter svuotano di senso i suoi superpoteri: usarli significherebbe accettare gli strumenti oppressivi, non muoversi vorrebbe dire sottostare ai ricatti dell’informazione.
Lo stesso dilemma tormenterà il protagonista di Radicalizzati. Dopo che l’assicurazione sanitaria della moglie di Joe si rifiuta di pagarle le terapie, lui comincia a frequentare un forum online che assume toni sempre più violenti con conseguenze disastrose. L’effetto tabula rasa della comunicazione asincrona, la giustificazione linguistica di “squilibrati” e non di uomini bianchi “attentatori”, la sorveglianza che annulla ogni illusione di anonimato sul web vengono metodicamente costruite grazie a un crescendo di ossessioni nate dall’isolamento, dalla disperazione e dal collasso di uno stato sociale mai esistito.
Doctorow è un osservatore che non risparmia nessuno perché è consapevole di suggerire il contrario, un’utopia: ogni tecnologia porta con sé l’idea di mondo di chi l’ha creata, la speranza è suscitarne un uso etico e sostenibile. A rafforzare il bagaglio ideologico che muove le storie dell’autore c’è anche una vita da attivista per la liberalizzazione del copyright e l’opposizione al digital rights management (tanto da scegliere di distribuire alcune sue opere con licenza Creative Commons). Se abbiamo avuto l’impressione che i racconti di Doctorow non fanno che rappresentare l’attualità senza una proposta di soluzione vera e propria è perché la sua idea di fantascienza è di una letteratura riflessiva, non predittiva. Nonostante racconti avvenimenti troppo prematuri o troppo sdoganati per suscitare una risoluzione si avverte tutta la speranza rivolta alla finzione: sfruttando il potere dell’identificazione il lettore fluttua nel mondo del personaggio, incontra e avvicina condizioni in cui riecheggia un clangore contemporaneo. E forse quando arriverà il momento sarà pronto.

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L'opera ossessionata di Patricia Highsmith

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di Debora Lambruschini

Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Patricia Highsmith, scrittrice schiva, americana trapiantata in Europa dove i suoi thriller psicologici sono sempre stati accolti con particolare favore, molto spesso trasposti in versione cinematografica. La Nave di Teseo ha iniziato la ripubblicazione di tutte le sue opere in edizioni rinnovate e, in questo lavoro di recupero, trovano quindi spazio anche le prose brevi di Highsmith, scritte fra il 1935 e il ‘68, e riunite nella raccolta Donne pubblicata a fine Gennaio. Sedici racconti noir, così li definisce l’editore, in cui si riconoscono moltissime delle ossessioni intorno a cui Highsmith costruirà la sua carriera letteraria a partire dal romanzo d’esordio, “Sconosciuti in treno”, dal quale verrà tratto il celebre film di Hitchcock per la sceneggiatura di Raymond Chandler; un successo di pubblico – la critica, specie quella statunitense, è sempre stata più tiepida nell’accogliere l’opera di Highsmith – cui seguirà la serie dedicata al suo personaggio più iconico, Tom Ripley, anche questo portato sul grande schermo in varie versioni. Autrice prolifera, personalità riservata e sfuggente, eccentrica e morbosa a tratti, Highsmith aveva trovato a Locarno, in Svizzera, il rifugio ideale per ritirarsi dal mondo e concentrarsi soltanto sulla sua scrittura, dopo che dal Texas era prima giunta a New York e poi in Europa.

 La passione letteraria scoperta presto, durante gli anni dell’università e, soprattutto, la costruzione di una voce, uno sguardo propri: laddove alcuni scrittori sperimentano e cambiano prospettiva a ogni nuovo libro, Highsmith si colloca invece tra coloro che seguono fedelmente le proprie ossessioni, le rielaborano e scandagliano un libro dopo l’altro, costruendo così un universo letterario coeso, abbondante di rimandi, riconoscibile. Un approccio che può diventare limitazione o al contrario, in qualche fortunato caso, la base solidissima su cui ergere i propri edifici narrativi. Penso per esempio a Richard Yates che delle crepe sulla facciata ha fatto il proprio universo letterario con risultati magistrali, scrivendo e riscrivendo, in fondo, sempre la stessa storia ma caricata di volta in volta di abissi umani e narrativi, con una lingua cesellata con cura artigiana. Come lettori noi pure nutriamo le nostre ossessioni, tornando volontariamente o meno a scritture e tematiche che toccano corde particolari e nel constatare dall’altra parte, negli autori, simile abbandono all’ossessione c’è un che di rassicurante, una sorta di riconoscimento e connessione.
Patricia Highsmith ha vivisezionato le proprie ossessioni in ogni scritto, in romanzi e racconti non sempre pienamente riusciti, ma dentro ogni pagina la sua voce è riconoscibile e si inserisce nel suo mondo letterario fatto di continui rimandi, spunti, inquietudini.
In questo contesto, quindi, si inseriscono anche i racconti di “Donne”, pubblicati su rivista e per lo più inediti in Italia, affidati alla traduzione di Hilia Brinis, Lorenzo Matteoli e Sergio Claudio Perroni, in cui le figure femminili del titolo – anche quando non direttamente protagoniste delle storie – rappresentano l’increspatura del quotidiano, la chiave di volta. Ma la parola cardine con cui interpretare queste storie è, prima di tutto, “cambiamento”: i personaggi in scena sono mossi da un desiderio di mutamento, di fuga talvolta, dalla possibilità di ricominciare. Un cambiamento che tuttavia si scontra con la realtà, con i limiti della propria posizione, con l’increspatura, si diceva, che annulla le possibilità. Negli altri, estranei le cui vite brevemente si sfiorano, i personaggi di Highsmith intravedono ciò che anelano per sé stessi ma non riescono mai pienamente a possedere; si rivelano tutte le crepe lungo la facciata, il sogno che contrasta con la realtà, l’immaginato con la vita. Ad attraversare storie e romanzi di Highsmith, quella familiare sensazione di inquietudine, il dubbio, l’ambiguità, il senso di pericolo, di cui anche questi racconti sono intrisi. La scrittura di Highsmith non ha mai temuto di esplorare le zone più buie dell’animo umano, quegli stessi tormenti che qualche volta le sono costati in critiche feroci, sottolineando perciò come «art has nothing to do with morality, convention, or moralizing» (“Plotting and Writing Suspense Fiction”), e continuando in ogni scritto a scandagliare la natura di colpa e innocenza, bene e male, i confini labili di entrambe.

Ecco, quindi, come un quadro all’apparenza ordinario, pacificato, rivela improvvisamente il carico di solitudine, pericolo, lo «scricchiolio della realtà» di un dettaglio che muta completamente il corso del racconto e della nostra stessa percezione.
È la sensazione di profonda solitudine ciò che per prima avvertiamo entrando in certe storie, l’estraneità e il vuoto: di una bambina da poco trasferitasi in città insieme ai genitori che si scontra con l’indifferenza e l’ostilità, di una comunità che giudica, isola e non perdona, di una donna che ha già vissuto molte vite e tenta di liberarsi, di esistenze che si incrociano e sfiorano:

 

C’era, nelle cose semplici che ognuno di loro tre aveva fatto quella mattina, un elemento di dramma iniziale che l’avrebbe fatta ridere se non ci fosse stato anche il senso della loro solitudine. La sensazione di quella domenica sarebbe rimasta con lei per tutta la vita. Questa stanza, indifferente alla loro presenza come tutto il Nord […. ]

(“La campionessa del mondo di rimbalzi sul marciapiede”, p. 13)

 

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Due mondi che si intersecano, il confine tra giusto e sbagliato sempre più evanescente, sono il centro nevralgico di ogni narrazione di Highsmith: Sconosciuti su un treno, Il talento di Mr Ripley, Carol e parte dei racconti contenuti in questa raccolta sono esemplificativi di tale ossessione narrativa, cui ogni volta Highsmith attinge, mostrandoci l’ambiguità del quotidiano, le sue contraddizioni, la natura di colpa e innocenza, la perdita di sé stessi dentro regole e stereotipi.
Ambientati tra New York e sobborghi, i racconti di “Donne” – alcuni scritti agli inizi della sua carriera professionale – rappresentano quindi un punto di osservazione interessante del percorso letterario di Highsmith e, tra questi, ve ne sono alcuni particolarmente riusciti, laddove la scrittura viene pienamente liberata, e svicola da ogni regola e convenzione stereotipata, creando atmosfere di potente ambiguità, efficaci spazi bianchi nella narrazione.

 

D’improvviso, mentre si rannicchiava nel vano della finestra, la cittadina parve stringersi, gelida e ostile, intorno a lui.

(“Mattinate radiose”, p. 55)

 

Qui, nei racconti e nei romanzi dove lo sguardo dell’autrice cala in profondità, la pagina si fa carne e sangue, l’ambiguità di quanto leggiamo provoca squarci, certezze e rassicuranti istante vacillano.

Imperfetta e altalenante negli esiti, l’opera di Patricia Highsmith mostra ancora numerosi spunti di riflessione importanti, spesso messa in ombra dall’interesse per la sua autrice, le bizzarrie, le posizioni personali. Un peccato, perché è tra le pagine, i romanzi e le storie, che esiste tutto ciò che conta di un autore.

 

TRA ROMANZO E RACCONTO: RACHEL CUSK E ELIZABETH STROUT

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di Antonio Tedesco

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Per usare un vecchio modo di dire: cacciati dalla porta i racconti rientrano dalla finestra?
I libri di Rachel Cusk (Resoconto,Transiti e Onori, Einaudi) e di Elizabeth Strout (Olive Kitteridge, Fazi e Olive, ancora lei, Einaudi), per fare solo due esempi tra i più eclatanti, potrebbero anche considerarsi come raccolte di racconti aggregati secondo un’omogeneità di senso, un filo conduttore intimo, sottile che, pur avvalendosi di una ambientazione precisa e di un “personaggio-guida”, non sviluppa mai una trama, intesa in senso stretto, lasciando all’elaborazione del lettore l’interpretazione del percorso umano e psicologico dei personaggi. Questi ultimi, specie nei libri di Rachel Cusk, ma anche in molti capitoli-racconto dei due Olive Kitteridge, vengono colti quasi casualmente in una sorta di istantanea emotivo-esistenziale, che riesce, in molti casi, a dirci sul loro conto di più che se ne seguissimo una complessa parabola narrativa. L’attenzione delle due scrittrici in questione si concentra soprattutto sulle persone, sulle loro esperienze soggettive legate alle atmosfere, ai contesti in cui vivono, al loro sentire, alle loro percezioni a volte piccole e sfuggenti se non insignificanti in apparenza, al continuo confronto con se stessi e con gli altri, agli smarrimenti individuali e collettivi.

 

2

Elizabeth Strout, nei due libri citati, segue le vicende esistenziali di una serie di personaggi, senza mai disgiungerli dall’ambiente in cui tali accadimenti si dipanano (l'immaginaria cittadina di Crosby, nel Maine) e facendo, anzi, dell’ambiente stesso – del luogo, del clima, delle sue costanti e variabili, dell’atmosfera che si respira più in generale – un personaggio a sua volta, che partecipa e influenza le esistenze di chi in quel luogo vive.
I libri della Strout sono suddivisi in capitoli che, nel loro essere ampi e significativi frammenti di esistenze individuali, restituiscono dignità alla forma ampia che i racconti autonomi posseggono; dove può accadere che solo in maniera marginale, o apparentemente casuale, emergono collegamenti alle vicende della protagonista. La quale, pur senza perdere il suo ruolo di personaggio centrale del libro, viene raccontata a sua volta attraverso episodi ben distinti e autosufficienti.
Questo procedimento narrativo mira a creare una continuità che pure appartiene alla forma romanzo, ma lo fa rimanendo, senza ombra di dubbio, nella specifica fisiologia della struttura del racconto.  Questo le permette di svicolare da qualsiasi margine temporale, e seguire un ordine cronologico impreciso e saltellante. Eppure, alla fine, dall’unicità del contesto, ai personaggi che tornano e “fanno capolino” da una storia all’altra, si percepisce un’idea di coerenza e unità del tutto.
Una scelta stilistica in cui la visione del tempo è intesa come amalgama, un flusso dove passato, presente e futuro rischiano di diventare solo delle convenzioni di comodo.
Olive Kitteridge e Olive, ancora lei, sono, quindi, raccolte che si articolano per episodi autonomi e autoconclusi, in cui la natura e il paesaggio sono, come già accennato, parte attiva di questo incipiente accadere. Del quale gli uomini sono incapaci di cogliere le ragioni profonde e vivono tutto questo in uno stato di costante smarrimento, di inesprimibile disagio, che si manifesta attraverso incertezze, esitazioni, gesti incompiuti. Le storie sono tutte qui. Sono implicite, implose in queste vite soffocate e sofferte e non hanno bisogno di ulteriori impalcature, della costruzione artificiosa di una trama.
Il personaggio di Olive Kitteridge, con le sue asprezze, le ruvidità del carattere, la scarsa predisposizione a compiacere ipocritamente le convenzioni sociali, è come una sorta di sonda, un elemento di contrasto attraverso il quale si evidenziano atteggiamenti, comportamenti, contraddizioni di tutto il piccolo mondo che la circonda.  Quasi fosse un punto di fusione in cui quel circoscritto ma rappresentativo universo confluisce, con tutto il suo carico di sofferente umanità.

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3 

Questa forma ibrida, che è stata definita anche come “romanzo in racconti”, potrebbe essere riconosciuta anche in quella utilizzata dalla scrittrice canadese naturalizzata britannica  Rachel Cusk, per quanto riguarda i romanzi che compongono la sua trilogia di cui Resoconto è il primo titolo, seguito da Transiti e Onori, tutti editi in Italia da Einaudi. Ciò che  si manifesta centrale, in queste strutture romanzesche, è la scrittura stessa, intesa come punto di convergenza, di osservazione e soprattutto di ascolto. Pratiche dalle quali trae elementi che vengono riportati, come dice appunto il titolo del primo dei tre libri (Resoconto), in maniera precisa ma neutra, registrando le voci e le realtà per quello che sono, senza interporre alcun giudizio sul merito delle stesse o sulle persone che le esprimono.
Non a caso proprio nel primo romanzo la cornice è Atene. Ciò che si evoca, in fondo, è l’Agorà, in quanto luogo di incontro, di riunione, di scambio. Protagoniste sono le parole. Che, come in Shakespeare, evocano pensieri, sentimenti, stati d’animo: sottili risvolti di complesse psicologie umane. Con una lingua estremamente letteraria, che proprio per questo è in grado di evocare con assoluta precisione le corrispondenze ricercate in chi legge. Un processo di gestazione e manipolazione del linguaggio che riesce a restituire con sorprendente naturalezza una realtà profondissima. Un porsi (stare) nel mondo, carico di interrogativi e perplessità.
Il concetto di Agorà assume, quindi, una sua particolare dimensione come luogo di ricerca di sé attraverso l’altro (attraverso l’ascolto dell’altro).
Anche i libri successivi seguono la medesima falsariga del primo. Non romanzi di intreccio narrativo, ma di frammenti di vita, di esperienze, di capacità di dire e di ascoltare, nel quale brandelli di esistenze, di visioni, di modi di stare al mondo, vengono colti dall’autrice e riportati attraverso questo suo sofisticato procedimento creativo. In Transiti c'è un filo conduttore sotterraneo, quello di una casa da ristrutturare radicalmente (la casa acquistata dalla narratrice trasferitasi, dopo il divorzio, a Londra) che, ridotta poco meno che a un cumulo di macerie, assume subito la funzione di metafora delle varie macerie esistenziali nelle quali, i singoli personaggi che compaiono, si dibattono più o meno consapevolmente.
Rachel Cusk, con un procedimento più complesso, e per certi versi meno accattivante di quello utilizzato da Elizabeth Strout, la quale privilegia, per certi versi, il fattore emotivo, scava a fondo, con il suo linguaggio preciso e pregnante, dietro la facciata di ognuno (la casa sembra bella solo apparentemente, ma dentro è completamente da rifare), mettendo a nudo, attraverso le loro stesse parole, alternando la forma del dialogo a quella del discorso indiretto libero, le fragilità, le incertezze, i pregiudizi, i condizionamenti, la casualità, spesso illogica, delle scelte.
Una chiave di lettura di tutto il testo può essere ricercato nelle parole di Dale, di professione parrucchiere, in uno dei primi capitoli del romanzo (che anche in questo caso hanno le caratteristiche di essere strutturati come racconti ben distinti e autonomi), in cui la scrittrice fornisce una notevole prova della sua arte narrativa. Il dialogo dell'io narrante con il parrucchiere, viene perfettamente contestualizzato e contrappuntato nell'ambiente in cui si svolge (l'elegante salone, appunto) durante un'elaborata operazione di tintura di capelli a cui la narratrice stessa si sottopone. Ambiente che, attraverso alcuni piccoli, ma significativi scambi nei rapporti tra lavoranti e altri clienti, sembra trasformarsi proprio nell'emanazione delle parole e dei concetti che il parrucchiere stesso espone alla scrittrice.

Il capitolo esordisce con una frase allegorica e carica di senso:

 

Ho chiesto a Dale se poteva provare a liberarmi dal grigio.

 

Il parrucchiere lascia trapelare il suo scarso apprezzamento per tali operazioni di “mascheramento”. E, mentre attende meticolosamente al suo lavoro, racconta alla cliente-scrittrice alcune vicende personali riguardanti la sua famiglia e i suoi amici. In particolare di un nipote un po’ disagiato, ma anche di una specie di illuminazione che lo aveva colto, una sera di capodanno trascorsa in casa propria con amici e conoscenti. Quella sera, alla proposta di uscire per andare a festeggiare in un locale, gli si era palesata con una chiarezza ineludibile tutta l’incongruità dei suoi ospiti, del loro atteggiamento, della vacuità delle loro azioni e delle loro parole, tutta la sostanziale immaturità nascosta dietro il loro modo di essere e di fare. Un'improvvisa consapevolezza epifanica, che lo aveva portato a trarre sconfortanti conclusioni  riguardo l’inadeguatezza dello stare al mondo.

 

(…) quel capodanno aveva avuto la sensazione che nella stanza ci fosse qualcosa di enorme che tutti quanti fingevano di non vedere.

Gli ho chiesto cosa fosse. (…)

- Paura – ha detto – E ho pensato, io non scappo. Io resto qui finché non se ne è andata - .

 

Questi Transiti, allora, sono come passaggi nella vita e nelle vite. Transiti come apparizioni, epifanie che aggiungono tasselli, che vanno a costruire una visione disincantata e disillusa, in cui nessuno è immune dal sentirsi sperduto, confuso, incapace di fronteggiare quelle “macerie” che sempre e comunque incombono. Fino al capitolo finale dove, pur senza giungere ad alcuna reale conclusione, ci si apre ancora ad altre rivelazioni, o meglio, a degli svelamenti, che riguardano storie passate, sentimenti repressi, ma anche impulsi incontrollabili. 
Lo sguardo dell’autrice, in apparenza neutro e oggettivo, nasconde, proprio in virtù di questo, un senso profondo di compassione e partecipazione. Non si assolve, non si pone su alcun piedistallo, sa che le macerie sono anche nella propria casa.

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Ciò che emerge con maggior forza nei libri di queste due scrittrici è l’attenzione agli altri, alla vita degli altri. Una grande capacità di ascolto che si trasforma in partecipazione emotiva. Un’empatia che pare trasudare dalla pagina anche quando l’autore (Rachel Cusk), o il personaggio principale (la Olive della Strout) sembrerebbero volerne prendere le distanze.
Si potrebbero fare ancora altri esempi di questa struttura ibrida, svicolata dal canone classico romanzesco, di cui il romanzo contemporaneo sembra un po’ disinteressarsi, come Asimmetria di Lisa Halliday (Feltrinelli), libro composto da due romanzi brevi e un racconto lungo finale, ognuno dotato di una sua sostanziale autonomia, ma che pur trova in questa apparente frammentazione una propria omogeneità.

Sono solo alcuni degli stimoli (che ci giungono, in questo caso, da tre bravissime scrittrici) a ripensare la forma romanzo, che rischia di sclerotizzarsi in una infinita coazione a ripetere, pur nelle sue innumerevoli varianti (ma Ezra Pound non aveva detto che dopo l'Ulisse di James Joyce il romanzo non sarebbe stato più lo stesso?).
Le scrittrici prese qui in considerazione raccontano utilizzando strutture narrative ampie e ariose e libere, ma senza necessariamente romanzare. Recuperando, in qualche modo, e rigenerando, la più antica forma di comunicazione e trasmissione dell'esperienza umana, che è il racconto - appunto.

Una manciata di lettere per un mondo: Alfabeto di bambola di Camilla Grudova

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di Fabrizia Gagliardi

«Un pomeriggio, dopo aver bevuto una tazza di caffè in soggiorno, Greta scoprì come scucirsi». Con la raccolta d’esordio Alfabeto di bambola (il Saggiatore, traduzione di Andrea Morstabilini), Camilla Grudova impone subito un immaginario deciso e particolare. Proprio come «vestiti, pelle e capelli le si staccarono di dosso come la scorza di una sbucciata di un frutto» sin dal primo racconto pezzi di una realtà cederanno il passo a un universo tra il weird e la distopia. Una delle parti più difficili di chi scrive dell’orrore è dare all’impossibile la coerenza tanto agognata: gli scrittori del genere non sono solo artigiani delle parole, la metafora di plasmatori della creta sarebbe fin troppo terrena e finita. Scrivere dell’orrore ha a che fare con il sacrificio di una parte della realtà conservando l’arbitrio del plausibile e scavando nella curiosità dell’ignoto. Solo così ci si mette a servizio della curiosità di chi legge per titillare la tentazione di ribaltare un sasso perfetto e lucidissimo e scoprire le creature che dimorano al di sotto di esso.

In questo contesto Camilla Grudova non opera al buio: ha dalla sua parte una lunga tradizione del genere, fatta di immaginari possenti (a partire da Lovecraft) e tropi codificati (mesmerismo, trasmigrazione, strani marchingegni scientifici e creature non umane). I lettori dell’orrore, molto più di chi si dedica alla narrativa, dispensano cauta indulgenza verso chi è in grado di innovare il già visto. Non si tratta di scoprire l’innominabile ma di servirsene per affidargli l’esplorazione di un confine defilato agli occhi dei più. In questo modo abbiamo letto il male di Stephen King che incarna deviazioni dell’America contemporanea, l’oblio cosmico di Lovecraft che opera al di fuori della razionalità umana, l’estasi e l’eleganza della morte in Edgar Allan Poe.

Nei tredici racconti di Alfabeto di bambola il lavoro di coinvolgimento del lettore inizia proprio dalla creazione di un mondo unico che deforma alcune tracce della realtà.
Il problema abitativo – gli spazi angusti e privi di natura delle città – unito alla miseria di larga parte della popolazione plasmerà un costante sapore cromatico di grigio, la polvere scricchiolerà tra i denti e non sembrerà così scontato ereditare disturbi dell’accumulo:

Comprava, rubava, tagliava e strappava pezzetti di città come se questa fosse un frutteto: un monumento dimenticato, un cupido su una tomba visitata di rado, un battaglio a forma di tricheco, le tende dalle finestre aperte, belle piante dai davanzali, un pezzetto di intonaco arabescato dalla facciata di un edificio, la fisarmonica rossa di un musicante cieco, bambole e orsacchiotti strappati dalle braccia di bambini addormentati sul metrò, gatti e uccelli che faceva impagliare a un distinto signore che le faceva uno sconto se gli portava più animali di quanti lei stessa potesse usare.

Uno stile ordinato e metodico crea continuamente una materia che chiede di fondersi in spazi angusti e perversioni dell’oblio. Più che sondare l’estasi barocca della trasgressione e dell’erotismo come Angela Carter, o alimentare visioni dell’emarginazione à la Shirley Jackson, la Grudova predilige una voce materica, in grado di sprigionare le conseguenze dell’accoppiamento di oggetti, pezzi di carne e creature.

In città dove si annusano pozzanghere e si mangiano topi in vicoli «con la vitalità umana di uno spettacolo di marionette» non è difficile immaginare modifiche genetiche e una biologia diversa dall’umano. Le sirene, per esempio, non sono divise in due, pesce sotto e donna sopra, ma sono mescolate insieme «come il tè con il latte» (nel racconto La sirena), un comune candelabro è nato dall’unione di un polpo e di una sirena di legno sulla prua di una nave e sviluppa una coscienza umana (ne La triste storia del candelabro), le donne partoriscono grumi rosa o carni simili a moccoli di candela (in Moccolo). Quello che potrebbe apparire come un teatro degli orrori non è un’ostentazione di freaks, perché l’eccezione non è spettacolarizzazione di repellenza o di pietà, ma è una naturale evoluzione del mondo esposto a radiazioni di casualità.

Unica presenza consolatoria è lo sguardo costante delle donne che nella maggior parte dei racconti sono interpellate in prima persona: s’innamorano di proiezioni di lanterne magiche, accettano che il compagno porti a casa il corpo senza vita di una nana, partoriscono creature senza ossa. L’impressione è di assistere a tante, candide, intercapedini che potrebbero capovolgere l’ordine costituito ma che, per una missione da dee destituite, assorbono i buchi neri di instabilità. Da custodi di ricordi vivono mondi simili alle distopie di Margaret Atwood e costituiscono classe proletaria deputata alla generazione della vita lasciando agli uomini lo spazio per studio e inseminazione incontrollata:

Trovare un Uomo che aveva abbastanza soldi messi da parte con gli Esami e voleva anche dei bambini: ecco il Grande Obiettivo. Non mi ricordavo i miei genitori. I bambini di entrambi i sessi erano portati via all’età di tre anni. Alle bambine toccavano cinque anni di studio in Abilità e Prospettive di Vita, poi andavano a lavorare in una Fabbrica di Addestramento, che di solito faceva vestiti e giocattoli per i maschi, mentre i maschi restavano a scuola fino a sedici anni, quando iniziavano a sostenere gli Esami e a cercare una donna che si occupasse di loro.

Il rapporto stabilito con la carne propria e altrui non ha niente di erotico e costituisce un impedimento alla libertà e all’istinto di sopravvivenza. Sembra di assistere alla stessa sensazione d’inquietudine che percorre i racconti di Thomas Ligotti. «Niente di quel che ci guida ha senso, nel caso non te ne fossi accorta» leggeremo nel suo Teatro Grottesco, in cui gli stessi ambienti labirintici e asfissianti, il decadimento e le storpiature delle forme conducono un uomo inerte al compimento del proprio destino, privo di libero arbitrio.
Seppure alla sua prima prova Camilla Grudova riprenda un contesto simile, alla fine riuscirà a imporre la propria visione dell’orrore. Nel senso di smarrimento sembra di leggere storie della tradizione orale che hanno nella loro identità la sopravvivenza di tutti quelli che le hanno raccontate. S’individua una fine che è ancora possibile controllare e che, anche nel caos e nella spietatezza della perdita, conserva un ordine proprio. Un potere che probabilmente sarà controllato dalle donne.

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La distopia nei miliziani di Mazen Maarouf

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di Anna Lo Piano


A metà di Applausi a scena vuota di David Grossman, c’è una di quelle scene destinate a imprimersi nella memoria di chi legge.
Il protagonista Dova’le, uno stand up comedian dal successo incerto, sta raccontando a un pubblico interdetto un episodio della sua infanzia avvenuto durante un campo estivo (uno di quei campi estivi israeliani simili ai nostri campi scuola, solo con più deserto e più militari). Mentre trascorre lì le sue vacanze, vessato e bullizzato dai compagni, il piccolo Dova’le viene chiamato dal direttore e avvisato che deve tornare subito a Gerusalemme per andare un funerale. Seduto nella macchina del giovane soldato che deve accompagnarlo, il ragazzino è preso dall’angoscia. Dai discorsi degli adulti ha capito che uno dei suoi genitori è morto, ma nessuno si è preso la briga di specificare se si tratti di sua madre o di suo padre, e lui non ha il coraggio di chiederlo. Il giovane soldato comincia allora a raccontargli delle barzellette una dopo l’altra, senza tregua, chiedendogli in continuazione di ridere o almeno reagire. Lo fa per esercitarsi, così almeno sostiene, perché a breve ci sarà una gara di barzellette per militari e lui vuole vincere a tutti costi il primo premio.
Ora, si chiede il comico, se raccontare storielle a un bambino che è appena rimasto orfano è una cosa di per sé assurda, non è ancora più assurdo che esista una gara di barzellette per militari? Deve esserlo per forza, visto che negli anni, pur avendo cercato ovunque qualche informazione a riguardo, non ha trovato niente che potesse confermarlo.
La questione nel libro rimane sospesa, ma per uno di quei cortocircuiti che si creano a volte tra le storie, appena qualche giorno prima di leggere Grossman, avevo trovato un episodio analogo in Barzellette per miliziani di Mazen Maarouf, pubblicato da Sellerio e tradotto da Barbara Teresi.

Nel primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, il narratore è un bambino alle prese con un padre che lui vorrebbe invincibile, ma che invece viene umiliato da una banda di miliziani che lo costringono, giorno dopo giorno, a inventare barzellette sempre nuove per divertirli.

Adesso, dopo averlo riempito di botte, anziché dirgli come al solito: «Noi siamo qui per proteggervi», iniziarono a chiedergli di raccontare loro una barzelletta. «Dai, raccontaci una barzelletta prima che te ne vai», dicevano.  «Non avere fretta». E mio padre doveva pensare a una storiella divertente. È ovvio che davanti a una platea di miliziani devi essere un buon narratore se vuoi guadagnarti la libertà. La tua storia deve essere convincente, interessante, brevissima. E deve fare ridere.
Non come questo, racconto, per esempio
.

Malgrado la meta-autocritica di Maarouf, il racconto fa ridere, anche in un suo modo strano. E la sensazione di fastidio, humour nero, compassione estrema e ancora fastidio che attanaglia il lettore per tutto il libro, ricorda in modo impressionante quella del pubblico che durante tutto lo spettacolo di Dova’le, mentre il comico alterna battute a provocazioni, prese in giro e confessioni tragiche e personali, si chiede se sia il caso di rimanere o fuggirsene a gambe levate.
Per restare bisogna stare al gioco, farsi condurre da un narratore che in quasi tutti i racconti è bambino, o è rimasto tale anche da adulto, e scompiglia i piani del reale e dell’immaginario, passa da un elemento all’altro seguendo un suo pensiero che appare illogico ma invece ha una coerenza assoluta,  e ti porta a spasso in un mondo in cui una pianta di peperone contiene le anime della famiglia, e un occhio di vetro ti protegge dalla violenza.
Lo sguardo bambino però non edulcora niente. La realtà della guerra è portata alle estreme conseguenze attraverso personaggi che inseguono le proprie ossessioni, corpi deformi, animali vaganti. Figure di un mondo che ha perso ogni punto di riferimento, dove tutto è possibile e i sentimenti di minaccia, paura, insicurezza sono resi nel loro stato puro.
«La finzione è una forma pura della menzogna» ha dichiarato Maarouf in un’intervista al Festival della Mente di Sarzana del 2019, e se per convincere il lettore uno scrittore deve sempre mentire, per mentire in modo convincente deve partire da un elemento di realtà, che in questo caso è la sua stessa esperienza di bambino palestinese cresciuto nel campo profughi di Chatila, a sud di Beirut, e vissuto in Libano all’interno di quel solco scivoloso che è lo statuto di rifugiato.
Poeta, giornalista, attivista, Maarouf è stato perseguitato a causa dei suoi articoli e delle sue poesie, finché nel 2011 non è stato costretto a fuggire a Reykyavík dove ha ottenuto lo statuto di rifugiato politico, in un gioco di bambole russe fra le sue multiple condizioni di apolide. In Islanda, in una città in cui, come ha ripetuto in più occasioni, il vero choc culturale è stato sperimentare per la prima volta cosa vuol dire vivere senza una cappa di violenza e costante minaccia, sono tornati fuori i ricordi, e ha scritto Barzellette per miliziani, che nel 2016 ha vinto Al Multaqa Prize, il premio più importante per i racconti in lingua araba.

Se la finzione serve a tenere insieme la realtà, soprattutto la propria, e a ricucirla dandole una forma che aiuti a comprenderla e darle un senso, l’umorismo può servire a dominarla.  E il mondo arabo ha una lunga tradizione di ironia e irriverenza nei confronti delle tragedie e del potere, come ha messo in evidenza un libro di qualche anno fa: Il sorriso della Mezzaluna. Umorismo, ironia e satira nella cultura araba di Paolo Branca, Barbara De Poli e Patrizia Zanelli (Carocci 2011). Sebbene negli ultimi anni una parte radicale dell’Islam sembra aver perduto il legame con questa tradizione, scagliandosi violentemente con chiunque osi mettere in discussione l’assoluta serietà di certi temi, e i governi dittatoriali non siano benvolenti nei confronti di nessuno, è certo che nel mondo arabo, in epoca moderna così come in quella classica, qualunque istituzione o comportamento, dai rapporti familiari passando per il potere politico e anche la religione, è perennemente oggetto di battute, proverbi, barzellette e opere umoristiche di vario genere. La risata è l’arma dei deboli. Se la tragedia ti manipola, l’umorismo ti permette di manipolare la realtà, di dissacrarla, come ben sanno Joha, Giufà, Giacante o Nasreddin, incarnazioni mediterranee dello sciocco sapiente che scardina i giochi della lingua, prende tutto alla lettera, non si autocensura mai e smaschera sempre il re nudo. Il protagonista di Applausi a scena vuota è stato un bambino fragile, senza protezione, isolato e preso di mira dai prepotenti. Per ribellarsi comincia a camminare sulle mani, testa in giù e piedi in aria, e da questa prospettiva ribaltata guarda il mondo degli adulti, cercando di far ridere sua madre, di salvarla con una risata dalla depressione in cui rischia di sprofondare definitivamente. Anche i bambini di Barzellette per miliziani hanno perso la protezione da parte degli adulti da un regime di violenza senza senso che li sovrasta. I padri che avrebbero dovuto fare da scudo, opponendosi al caos, ne sono stati le prime vittime.

Sebbene siano passati quindici anni, mio padre prova ancora un forte imbarazzo. Mi dice che si vergogna di se stesso. «Quant’ero codardo!», osserva.
«Okay, papà» ribatto io, «non tutti, in guerra, possono essere valorosi».
(Barzellette per miliziani)

Gli uomini di questi racconti hanno tutti perso qualcosa: braccia, gambe, dignità, la capacità di distinguere il vero dal falso, mentre i loro figli e nipoti cercano di salvarli sacrificando i propri corpi, fingendo di credere alle loro ossessioni, ostinandosi a vivere anche quando ancora non sono nulla se non grumi di sangue rappresi.

 

Munir non era un nome moderno. Io e mia moglie lo sapevamo. All’inizio lo abbiamo scelto per gioco, supponendo che il feto fosse maschio. Poi ci siamo convinti che lo fosse per davvero. Un grumo di sangue coagulato ha una personalità maschile. Questa era la conclusione a cui eravamo giunti. La nostra relazione con lui si andava consolidando. Tanto che a volte mi svegliavo per accarezzare la pancia di mia moglie con movimenti circolari in senso orario. (Acquario)

 

Ciò a cui non rinunciano mai però è il tono dissacrante, che smaschera le finzioni in cui gli adulti si intrappolano.

 

Mio zio morì tre volte in una settimana. Iniziò la maratona del suo decesso un martedì, appena tornato dal mattatoio. «Mi hanno fregato», disse. Poi si distese sul divano e morì. Quando è successo tutto questo io non c’ero, ma mamma me lo ha raccontato. Mio zio aveva indosso il costume spagnolo da matador ed era sporco di saliva di mucca, di colore biancastro. A quanto pareva, al mattatoio gli avevano riso dietro. Ecco perché si era tolto la divisa e l’aveva riposta nell’armadio, per poi distendersi sul divano e morire.
(Matador)

 Lo stesso disincanto nei confronti dei padri si ritrova nelle graphic novel dello scrittore satirico Riad Sattouf, coetaneo di Maarouf.  L’arabe di futur, che ha avuto un grandissimo successo in Francia, e che in Italia è pubblicato da Rizzoli Lizard. Si tratta di un racconto ironico di un’infanzia trascorsa tra un paese e l’altro, tra un padre panarabista dai grandi ideali e dalle molte contraddizioni e una mamma bretone sempre un po’ fuori posto. Nella prima vignetta l’autore si ritrae come l’uomo dei sogni: un bimbetto di due anni biondo, educato, colto, incarnazione dell’ideale di perfezione araba del futuro che ha in mente suo padre. In realtà, nel presente, tenace dissacratore di ogni piccola ipocrisia che incontra sul suo cammino.  Ancora un padre, ancora un intreccio tra storia e autobiografia in Antoine di Mazen Kerbaj, un altro autore la cui data di nascita coincide con l’inizio della guerra in Libano.  Kerbaj fa parte del collettivo di Samandal, una rivista indipendente libanese che pubblica fumetti, a cui appartiene anche Barrack Rima. Nato nel 1972, Rima è disegnatore, regista, e autore della graphic novel Trilogia di Beirut pubblicata in Italia da Mesogea. Nei suoi disegni, contraddistinti dall’uso simbolico del bianco e nero, gli elementi della città si sfaldano. L’autore mostra i dettagli del palazzo antico in cui abitava, ma le scene di violenza incorniciate da ciò che resta delle finestre rendono ogni ulteriore spiegazione priva di senso, e lui perde le parole, la voce diventa un rumore di fondo. A poco a poco della città non resta che il senso di spaesamento, si affonda in un magma scuro e denso come la pece.
Anche la Beirut di Maarouf non ha punti di riferimento. Non ci sono quartieri, strade riconoscibili, comunità in grado di offrire radici, ma case, cinema, mattatoi sempre sul punto di essere distrutti da un momento all’altro. Le strade sono popolate da figure archetipiche: i miliziani, i venditori di sahlab. In uno dei racconti per me più belli, Cinema, una bomba irrompe in una sala cinematografica dove si sono rifugiate varie famiglie. Non si vedono morti o feriti, ma il senso della perdita, la tremenda solitudine del bambino che non trova più traccia di sua madre, di sua sorella, come se non fossero mai esistite, la si percepisce nella perdita di punti di riferimento spazio temporali. Non c’è giorno né notte, e il tempo scorre in modo strano, perché, per quanto si sforzi di terminare la riserva di formaggini che la mamma aveva stipato nell’imbottitura del pelouche per sopravvivere ai bombardamenti, questa sembra non esaurirsi mai. Fuori dal cinema, al seguito di una strana mucca che si gonfia ogni giorno di più nutrendosi tra le crepe dei muri in rovina, il bambino vede la città muoversi seguendo parametri inusuali, come se l’esplosione l’avesse spostata in una realtà parallela.
Negli ultimi anni, soprattutto da quando il fallimento delle rivoluzioni del 2011 ha fatto sprofondare i paesi che sognavano il cambiamento in una situazione stagnante, dove sembra che non si possa andare né avanti né indietro, nel mondo orientale è fiorito il genere distopico come modo per raccontare situazioni altrimenti irraccontabili.  Exit west di Mohsin Hamid,  La fila di Besma Abdel Aziz e Frankestein a Baghdad di Ahmed Saadawi, solo per citarne alcuni, sono romanzi in cui realismo magico, weird e distopia si fondono per creare mondi dove passaggi segreti portano dalla guerra a paesi densi di pace, un’istituzione conosciuta come La Porta si prende carico di qualunque incombenza legata alla cittadinanza, costringendo gli abitanti di un intero paese a fare una fila interminabile e immobile anche quando rischiano la vita, e un essere mostruoso si alimenta e ricompone con i resti della devastazione. D’altronde lo stesso Barrack Rima, riferendosi alla Beirut dei suoi disegni, usa il termine di distopia.

Nei racconti di Maarouf, immersi fin dall’inizio in un realismo magico, si assiste a un progressivo distacco dal dato reale per andare sempre più verso il racconto fantastico e simbolico. Anche la voce narrante cambia. I bambini dei primi titoli passano il testimone agli adulti folli, maniaci, che hanno però in comune l’ossessione per gli scherzi, le barzellette. Sono l’uomo che in Biscotto fa impazzire la madre raccontandole storie assurde, quello che ha un amico che ogni notte recita parti da comprimario nei sogni altrui, quello che la volontà di non sorridere mai ha modificato la schiena fino a renderla una piattaforma che ospita feste per bambini, e che alla fine, ironia della sorte, si vendicherà di un miliziano uccidendolo con una battuta (Il Portatore).
Verso la fine lo sguardo cambia ancora, perde ogni residuo di umanità. È un toro, animale che nelle sue forme maschile e femminile percorre tutto il libro, a raccontare l’ultima storia. Antagonista dei personaggi umani che cercano in vario modo di dominarlo con la violenza, in una sorta di tauromachia che ha la sua probabile origine proprio in Mesopotamia, ma che resiste con pazienza come quei tori antropocefali che nella civiltà assira erano a guardia delle porte, immobili e pazienti, in grado di aspettare fino alla fine per prendersi la propria vendetta, e dire la loro su come funzionano gli umani (Juan e Ausa).
Per quanto Maarouf ceda giocando la parola al toro, però, non rinuncia a fare un cenno di intesa al lettore, facendogli intendere che in tutto ciò che racconta, al di là delle voci narranti, l’unica vera voce è la sua. Entra spesso nella narrazione, riprende cose non dette, fa capire che sta scherzando anche nelle situazioni più tragiche, gestisce il ritmo, la tensione e la risata. Insomma, proprio come Dova’le, si comporta come uno stand up comedian, intrecciando storie su storie fino a dire tutto di sé.

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Farsene una ragione con i racconti di Lydia Davis

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di Fabrizia Gagliardi


Prendete un’esperienza e dissezionatela: eliminate la topografia di spazi e corpi, adombrate qualsiasi dettaglio anagrafico di tutti i protagonisti. Aspettate a eliminare le batture, smussatene i contorni letterali per suggerire una vacuità che colpirà nel profondo.
Scomporre, senza alcun fascino stilistico, la ricetta di un racconto ben congeniato dà l’impressione di poter innescare facilmente l’incantesimo che dal particolare conduce all’universale, che è poi la reazione sperata nel rapporto tra noi e le storie. Dalla prospettiva di chi scrive c’è solo un dettaglio ingombrante quanto una diga dall’equilibrio precario: la presenza dell’autore nella finzione, una traccia di realtà che con i suoi strascichi potrebbe invalidare il processo empatico della lettura.

Se in alcuni romanzi l’ascendente autoriale può servire a stimolare la morbosità del lettore, nei racconti tale incursione potrebbe scollegare immediatamente il mondo del lettore da quello dell’autore. Non è sempre così naturalmente: rimanendo nel mondo del racconto femminile abbiamo gli esempi di autrici come Amy Hempel, Lucia Berlin, Grace Paley che hanno attinto alle loro storie sottoponendole alla rivisitazione, affinata e controllata nello stile, fino a spuntarla nella guerra contro la voce interiore.

C’è un’altra autrice che è stata in grado di dissimulare la fantasmagoria dell’autore: Lydia Davis. Alla domanda “starà parlando di sé?” la scrittrice americana non indugia a rispondere di sì, aggiungendo però che «solo perché si usa materiale della vita dello scrittore, non penso che si possa dire che è la sua vita»: il cortocircuito tra finzione e realtà è subito svelato e sfata il mito di una scrittrice riservata, traduttrice tra gli altri di Prost, Flaubert, Blanchot, Simenon, che è stata sposata con Paul Auster e che ha alle spalle un romanzo, sette raccolte di racconti, raccolte di saggi su scrittura e critica letteraria.

In Italia i racconti della Davis sono arrivati gradualmente, prima con Pezzo a pezzo (Break It Down, 1986) pubblicato da Minimum fax nel 2004, poi recuperati da BUR Rizzoli con Inventario dei desideri  (che raccoglie Pezzo a Pezzo e Quasi senza ricordi, Almost No Memory del 1997) e Creature nel giardino (con Samuel Johnson è indignato, 2001, e Varieties of disturbance, 2007), tradotte da Adelaide Cioni.

Racconti di poche pagine, spesso anche di una riga, che ci accompagnano in un percorso del tutto inedito nello stile e in un tipo di componimento breve ancora mai incontrato. «Per me il racconto definisce una forma tradizionale, il tipo di storia scritta da Hemingway, da Katherine Mansfield o da Čechov. È più lungo, più sviluppato, con scene narrative e dialoghi», la stessa Lydia Davis ha ammesso che le sue sono solo storie (non “short stories”) o piccoli poemi, poche rientrano nella definizione canonica di racconto. Prima di farsi prendere dall’ansia della classificazione che la vede come esponente contemporanea della flash fiction, a cui sono stati assegnati epiteti creativi come “miniaturista”, vale la pena chiarire la grande varietà di modi e stili narrativi che s’incontrano nella sua lettura.

Probabilmente poi arrivi al punto in cui guardi quel dolore come se fosse lì, un metro avanti a te, dentro una scatola, una scatola aperta, in una vetrina in un qualche negozio. È duro e freddo, come una sbarra di metallo. Tu lo guardi lì dentro e dici: Va bene, lo prendo, lo compro. Ecco cos’è. Perché sai già tutto prima ancora di iniziare. Sai che il dolore fa parte del gioco. E dopo non puoi certo dire che il piacere è stato maggiore del dolore e che è per questo che lo rifaresti. Quello non c’entra niente. Non puoi quantificarlo, perché il dolore viene dopo e dura più a lungo. Perciò la domanda vera è: Perché quel dolore non ti fa dire: Non lo farò più? Quando il dolore è così forte che devi dirlo per forza, ma poi non lo dici.

Nel racconto che dà il titolo alla prima raccolta un uomo ricostruisce gli stadi del dolore, ripercorre i ricordi, analizza i sentimenti nella lucidità che sopraggiunge nel mezzo della sofferenza. In Quel che indossa una vecchia signora una donna avverte l’impazienza di invecchiare proiettandosi in una fantasia dai contorni malinconici; in Liminale – l’omino le inquietudini di una madre si materializzano ai limiti della follia. Tutte le personalità in cui ci proiettiamo inaugurano un soliloquio che preoccupa come un attacco endofasico. Lydia Davis non ama usare metafore o dilatare il tempo del racconto con sequenze descrittive e astratte, preferisce la successione di azioni e l’approssimazione delle emozioni tramite i labirinti mentali delle voci narranti. Il luogo comune di un tradimento, una delusione d’amore, la vita adulta che si avvia alla vecchiaia, sono un’epifania momentanea dedotta da un’unica frase che non occupa interamente l’attenzione del lettore. È come conoscere la causa scatenante di un male ma tergiversare ai margini. Se ancora siamo alla ricerca ossessiva della risposta alla domanda “è accaduto a lei?” dopo qualche racconto viene il sospetto che i protagonisti non cercano espiazione e non vogliono occuparsi della realtà pur avendone bisogno. Le loro vicende nascono da problemi opprimenti ma è proprio la narrazione ad allontanarli da una vera e propria risoluzione. E infatti i personaggi preferiscono risolvere enigmi mentali, giochi logici, perdono tempo dando attenzione alla semantica del pensiero e delle loro autofinzioni.

X sta con Y, ma vive coi soldi di Z. Y a sua volta mantiene W, che vive col figlio avuto da V. V vorrebbe trasferirsi a Chicago ma suo figlio vive a New York con W. W non può trasferirsi perché ha una relazione con U, il cui figlio pure vive a New York, anche se con la madre, T. T prende soldi da U, W prende soldi da Y per se stessa e da V per il loro figlio, e X prende soldi da Z. X e Y non hanno figli insieme. V vede il figlio di rado ma provvede a lui. U vive col figlio di W ma non provvede a lui.
(da Problema contenuto in Inventario dei desideri)

Non dare nomi a luoghi e personaggi, stravolgere gli elementi classici di un racconto (climax, dialoghi, scene descrittive) sono espedienti per avere «tanto contenuto emotivo senza approcciarlo direttamente, lasciandolo nella storia ma concentrando l’attenzione su altro». L’ossessione per la voce interiore («In questi giorni cerco di dirmi che quello che sento non ha tutto questa importanza» da Quello che sento) e per l’impossibilità di non poter essere altro da sé esasperano l’egoismo, fino a creare un paradosso: lo fanno passare in secondo piano. Ecco perché di Lydia Davis si apprezza anche l’abilità di alternare tono solenne a tragica ironia (Idea per un breve documentario: «I rappresentanti di diverse ditte alimentari cercano di aprire le confezioni dei loro rispettivi prodotti»); l’umorismo, l’ingenuità della scoperta della fragilità, l’abilità di mascherarsi come istinto di sopravvivenza o come indizio di autodistruzione («Se io non fossi me e mi ascoltassi per caso dal piano di sotto, da vicina di casa, mentre parlo con lui, mi direi quanto sono felice di non essere lei, di non suonare come suona lei, con una voce come la sua voce e un’opinione come la sua opinione»  dall’incipit di Dal piano di sotto).

Uno stile così rigoroso e definito lascia poco spazio a un vero e proprio cambiamento nelle raccolte successive – quelle degli anni 2000 – ma registra un nuovo approccio all’esperienza del materiale di partenza: «Quando ero giovane non avrei mai preso e plasmato materiale altrui, fino a cambiarlo per una mia storia, ora lo faccio […] Perché ti stanchi di cercare di capire emozioni e relazioni dopo un po’. Il mondo è così pieno di tante altre cose». Se prima i dettagli omessi facevano intuire un vuoto incolmabile, l’impasse di un’azione, l’impazienza o un guizzo giovanile appassito, ora le inquietudini vengono affrontate con tragica consapevolezza. Il dubbio per la ridefinizione del sé affiora a tratti ma sfuma verso il tipo di pace interiore di chi è sceso a patti con i propri demoni. L’esempio che più di tutti lo chiarisce è il racconto Tradimento contenuto in Creature nel giardino. Un’unica pagina passa in rassegna l’ipotesi, la catarsi e la risposta senza che la protagonista pretenda di passare all’azione:

Nelle sue fantasie su altri uomini, via via che invecchiava, uomini diversi dal marito, non sognava più l’intimità sessuale, come faceva prima, forse per vendetta, quando era arrabbiata, forse per solitudine, quando era arrabbiato lui, ma sognava solo l’affetto e un profondo senso di comprensione, tenersi per mano e guardarsi negli occhi, spesso in un luogo pubblico come un caffè. Non sapeva se questo cambiamento derivasse dal suo rispetto per il marito, perché lo rispettava davvero, oppure da semplice stanchezza, a fine giornata, oppure dal senso realistico di quali attività poteva o non poteva aspettarsi da se stessa, persino in una fantasia, ora che aveva una certa età. E quando era particolarmente stanca persino l’affetto e la comprensione profonda erano troppo, e allora sognava solo il genere di compagnia più delicato, per esempio essere nella stessa stanza insieme, seduti in poltrona.

Anche Amy Hempel ha parlato del racconto di esperienze personali con un procedimento simile al funzionamento della memoria, in cui la geografia americana gioca un ruolo fondamentale nel nomadismo delle emozioni. I suoi personaggi non si isolano dalla realtà, cercano piuttosto una verità nella narrazione, così come i protagonisti dei racconti di Lucia Berlin, tra autofiction e dirty realism, rispondono a logiche personali dettate da estrazione sociale, traumi e vita vissuta, senza falsi pudori o particolari sofismi. È con Lydia Davis che completiamo lo spettro narrativo che dalla scrittura essenziale, ricca d’humor, e impegnata politicamente di Grace Paley, passa alla Berlin e alla Hempel fino a un’introspezione psicologica essenziale, verso una lingua più spietata ed enigmatica, che lascia più domande che risposte.

Sembra impossibile riassumere in maniera esaustiva il carattere profondo della scrittura della Davis: il momento in cui si raggiunge la stessa linea d’onda della storia crediamo di racchiudere in una mano il mondo di un personaggio che inizia e termina nel tempo della lettura. La realtà è che i pochi indizi del racconto aprono altrettante porte verso risvolti ignoti, le uniche risposte sicure sono quelle che ricaviamo dal nostro credo. Con la disposizione d’animo di rivivere le memorie del passato da una prospettiva più lucida, determinata dagli eventi di vita, potremmo rileggere le raccolte anche a distanza di anni e illuminarle di nuovi significati ignorati in precedenza. Questa è la portata della presenza di Lydia Davis autrice: nascosta tra di noi e in ognuno di noi, pronta a ricordarci che se anche è accaduto poi ce ne faremo una ragione.

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Bozzetti gotici: Amori defunti di Lafcadio Hearn

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di Fabrizia Gagliardi

«A New Orleans, in giugno, l’aria è greve di sesso e morte, morte non violenta ma per decadimento, per eccessiva maturazione, per marciume, morte per annegamento, per una febbre dalla causa sconosciuta.» La prima frase che Joan Didion riserva a New Orleans nel suo A sud e a Ovest sembra riecheggiare le parole che lo stesso Lafcadio scrisse in seguito al suo arrivo in città: «Quando vidi per la prima volta l’alba sulla Louisiana, mi vennero le lacrime agli occhi. Era simile a una giovane morte, una sposa defunta incoronata con fiori d’arancio, un viso senza vita che domandava un bacio. Non posso dire quanto sia bello, ricco e stupendo questo decaduto Sud. Mi ha affascinato». È indicativo come a distanza di secoli, generazioni e generi letterari una città abbia conservato il suo nucleo caratteristico.

Eppure, il carattere di Hearn era avvezzo a cambiamenti sconvolgenti: nato su un’isola greca nel 1850, dopo essere cresciuto a Dublino, aver passato per un’infanzia in solitudine, circondato da classici greci, biblioteche, periferie londinesi, ristrettezze economiche, a soli diciannove anni si era avventurato nel nuovo mondo. Visse a Cincinnati ma dopo il matrimonio illegale con Alethea Foley, una giovane schiava liberata di origini africane, perse il lavoro e si trasferì a New Orleans. Fu qui che una personalità inquieta e in costante ricerca di stimoli tracciò due ritratti paralleli della città: da una parte il lato reale fatto di storia, decadenza, pratiche vudù, tradizioni culinarie; dall’altra il fantasmagorico e fantasmatico furono ampiamente evocati in bozzetti dall’aria gotica che la maggior parte delle volte hanno come elemento primario un’atmosfera magica. Proprio questi ultimi fanno parte della raccolta Amori defunti ripubblicata, in occasione del 170° anniversario della nascita dell’autore, da Adiaphora Edizioni con testo originale a fronte a cura di Matteo Zapparelli Olivetti.

A una prima occhiata, tuttavia, i racconti brevi non appaiono nella loro struttura canonica: l’inizio nel bel mezzo della vicenda sfuma in conclusioni in sospeso che lasciano intendere una continuazione eterna. Ne è un esempio Di bianco vestita, la visione misteriosa di una donna dai contorni spirituali, e La notte di Ognissanti, uno scivolare continuo tra le entità naturali e soprannaturali di un cimitero.

E il Vento soffiò sui fiori fino a che le loro palpebre delicate iniziarono a chiudersi e il loro profumo si espanse più lieve al chiarore lunare. E il Vento cercò invano di risvegliarli dal sonno senza sogni nel quale stavano sprofondando. Poiché il profumo di un fiore altro non è che la manifestazione della sua anima invisibile. E i fiori appassirono al chiaro di luna e, a mezzanotte, chiusero per sempre i loro occhi e l’incenso delle loro vite venne a mancare.

Lo stesso Hearn chiamava questi piccoli scorci fantastics, guizzi di stile che non avevano l’obiettivo di traghettare storie ma di far entrare chi leggeva nello stesso stato di assuefazione tossica e romantica della Louisiana. A immaginarli come piccoli trafiletti inseriti tra le pagine di un quotidiano, avremmo apprezzato maggiormente tutta l’aura mistica attorno alla vita stessa di New Orleans. Leggendoli in una raccolta, oggi, possono rivelarci qualcosa a proposito dell’orrore degli albori.
C’era stato Edgar Allan Poe, la cui fama rischiava di rimanere nell’oblio, c’era stato l’orrore europeo dalle origini del Castello di Walpole fino a Ernst Hoffmann, ma Lafcadio percorse inconsapevolmente una strada del tutto personale. Si riconoscono tutti gli elementi tipici delle ghost stories ma la carica narrativa è rafforzata da scenografie suggestive e dall’incursione di termini spagnoli che dimostrano il crocevia di destini ed entità. La prospettiva di Lafcadio non è quella di un conquistatore che assoggetta il panorama alla sua visione, ma di un testimone al servizio dell’ignoto.

La tradizione classica si unisce all’eredità orale delle terre occupate dai conquistatori, e la scrittura di Hearn oscilla tra il racconto gotico e il tono solenne tipico delle leggende. L’esotismo si spinge a evocare un vero e proprio  esoterismo, soprattutto in racconti come Il carbuncolo del diavolo, che narra una maledizione al tempo dei conquistadores, o in racconti di miti come La fonte della giovinezza e Afrodite e il prigioniero del re.

Più bella di tutte le altre bellezze scolpite nella pietra, o nelle gemme, o nell’eterno bronzo dalle mani di uomini le cui vite erano state consumate dalle brame per un idolo vivente degno dei loro sogni di bellezza ideale… Una raffigurazione di Afrodite esibiva l’infinita armonia della sua nuda avvenenza su un piedistallo di marmo nero, così ampio e così perfettamente levigato da riflettere il divino poema del suo corpo come uno specchio d’ebano…

L’eleganza stilistica e la ricerca lessicale si prestano bene anche per i racconti dal tenore del tutto diverso dall’orrore: si passa dalla leggerezza di una favola in La piccola gattina rossa, alla carica ipnotica di oggetti inanimati come in Un sogno di aquiloni. Non è difficile immaginare che una tale predisposizione al fantastico, la grande influenza evocata da una città come New Orleans, l’oscillare tra visioni di amore e morte, abbiano preparato il terreno alle tante vite dell’autore: di lì a poco l’idea buddista della morte, il trasferimento in Giappone la cui tradizione avrebbe fortemente influito l’afflato soprannaturale della sua scrittura, sempre compenetrata al suo personalissimo sguardo.  

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L’angolatura inconsueta da cui Borowski guarda il campo

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Paesaggio dopo la battaglia è la raccolta con cui Tadeusz Borowski affonda il suo sguardo sui sofferenti, sui vinti, e con oggettiva spietatezza mette a nudo la crudeltà e il cinico egoismo che prevalgono nell’animo dell’uomo in lotta per la sopravvivenza. Lindau lo ha dato alle stampe, con la curatela di Roberto M. Polce, di cui vi proponiamo la postfazione per gentile concessione dell’editore.

Auschwitz come specchio del mondo
di Roberto M. Polce

Colui che cammina sulla testa vede il cielo sotto di lui come un abisso.
Paul Celan

Quando nel 1971 il critico e storico della letteratura polacco Andrzej Werner pubblicò zwyczajna Apokalipsa forse nessuno immaginava che questo libro dal titolo emblematico dedicato a Tadeusz Borowski avrebbe segnato una svolta fondamentale nella valutazione sia della produzione letteraria di questo scrittore, sia, più in generale, della più vasta produzione letteraria polacca sul tema dei campi di concentramento nazisti. Werner per primo infatti intuì non solo e non tanto l’alta qualità letteraria della narrazione di Borowski, ma soprattutto la peculiarità del suo punto di vista, l’originalità della sua visione dell’universo «concentrazionario», contrapposta a tutto il resto delle testimonianze dei sopravvissuti ai lager nazisti, per definire le quali egli introduce il concetto, decisamente sminuente, di «letteratura martirologica», vittimistica, che in nessun modo aiuta a comprendere ciò che veramente accadde in quegli anni tragici nel «cuore di tenebra» dell’Europa. Da quel momento, e sempre di più negli anni successivi, quando crescono e si moltiplicano gli apprezzamenti e gli studi dedicati alla sua opera, la letteratura polacca sui campi di concentramento è senza mezzi termini quella di Tadeusz Borowski, perché, come afferma Dariusz Kulesza, «nessuno ha detto sui campi di concentramento nulla di più utilizzando soluzioni letterarie più originali e adeguate». Al cospetto di Borowski, insiste Kulesza, «tutta la letteratura polacca sui lager è o di secondo piano, o ripetitiva». (E non solo quella polacca, aggiungeremmo noi.) E oggi ormai i racconti di Tadeusz Borowski vengono unanimemente annoverati fra i risultati più alti e pregnanti della letteratura «concentrazionaria» a livello mondiale, accanto alle opere di Primo Levi, Elie Wiesel, Jean Améry, Imre Kertész, per fare solo qualche nome. E la sua testimonianza è ancora più significativa in quanto mette a nudo, in modo dolorosamente onesto e brutalmente disincantato, il funzionamento quotidiano e i meccanismi dei lager nazisti vissuti dalla peculiare, e in generale più rara, prospettiva di un internato «ariano». Per convenzione si usa suddividere la biografia artistica di Tadeusz Borowski in tre fasi. La prima, che va dal 1942 al 1946, è caratterizzata da una produzione prevalentemente in versi. Nel corso della seconda, dal 1946 al 1948, Borowski, che pure fino ad allora aveva ritenuto sé stesso soprattutto un poeta, chiude con la poesia, scrivendo e pubblicando quasi solamente racconti. Infine, la terza fase, all’incirca dal 1949 fino al 1951, in cui, con una clamorosa autocritica, rigetta tutta la propria produzione precedente, accoglie i dettami del realismo socialista e mette la sua penna esclusivamente al servizio del partito e della propaganda politica. Con il suicidio, commesso enigmaticamente proprio in un momento in cui aveva ormai raggiunto un’invidiabile posizione di onorato e temuto apparatčik, rimise in discussione, per non dire negò, tutta la produzione ultima, vale a dire la sua pubblicistica più rozzamente agitatoria. «Borowski divorava sé stesso incessantemente». Tadeusz Borowski, nel corso della sua brevissima esistenza (nel momento in cui si tolse la vita non aveva ancora compiuto 29 anni), a più riprese aveva spiazzato gli amici e le persone a lui più vicine non meno degli avversari con le sue decisioni imprevedibili e i suoi mutamenti di rotta repentini e radicali e a prima vista del tutto incomprensibili. A Monaco di Baviera, per esempio, nel 1946, quando decise di tornare nella Polonia già attratta nel campo socialista che lo affascinava e lo spaventava a un tempo. O quando, nel febbraio 1950, pubblica l’articolo Rozmowy sulla rivista «Odrodzenie» in cui procede a un’impietosa quanto incondizionata autocritica con la quale distanzia di gran lunga anche i suoi più acerrimi e maldisposti detrattori per quanto concerne la valutazione negativa dei racconti da lui scritti in precedenza, definendoli «un’oggettiva alleanza con l’ideologia fascista». O ancora, infine, con il proprio suicidio. Per non accennare che ai fatti più vistosi. Ma di questi, l’avvenimento che ancora oggi appare maggiormente difficile da comprendere, addirittura più che il suicidio, è l’adesione senza riserve alla nuova politica culturale del partito al potere sancita dal congresso di Stettino del 1949 e il rinnegamento dei suoi «racconti del lager», questa parte sanguinante che in un sol gesto tranciò via da sé stesso. Czesław Miłosz nel suo saggio su Borowski sostiene che all’origine della sua «conversione» ci sarebbe stato un «amore deluso per l’uomo e il mondo», rovesciatosi in odio e «repulsione per l’uomo in quanto essere fisiologico determinato dalle leggi della natura e della società», odio che sarebbe stato infine manipolato e convogliato dal partito nella direzione desiderata. Sempre secondo Miłosz, per Borowski, che aveva visto «nei campi di concentramento i filosofi venire alle mani per qualche avanzo trovato fra i rifiuti», «il pensiero umano non aveva significato. […] Ciò che contava davvero era solo il movimento della materia. Beta [Borowski, N.d.R.] assorbiva il materialismo dialettico come una spugna l’acqua». Miłosz azzarda perfino un collegamento fra il percorso di Borowski e l’iter presunto che poteva aver condotto altri ad aderire al nazismo: Il tedesco che aveva rinchiuso Beta in un campo di concentramento forse un tempo aveva anche lui nutrito un amore deluso per il mondo, prima che la propaganda del partito ne facesse una bestia. Aspirava all’ordine e alla purezza, alla disciplina e alla fede. […] Anche Beta nei suoi articoli vedeva a portata di mano un ordine nuovo e migliore. Credeva nella salvezza terrena e la desiderava. Provava odio per i nemici, colpevoli di ostacolare la felicità dell’umanità. Gridava che bisognava distruggerli. […] Il grande talento e la superiore intelligenza di Beta non bastavano a far sì che prendesse coscienza dei pericoli che nasconde l’esaltazione della marcia.

Questa analisi, anche se non priva di una sua forza di suggestione e in generale di una parte di verità, se riferita a Borowski tuttavia a tratti lascia anche un po’ perplessi. Sono ancora troppo scarsamente studiati i materiali privati dello scrittore di quel periodo (appunti, lettere) che potrebbero gettare un po’ più di luce sulle ragioni profonde della sua scelta – se di vera scelta si trattò – nonché sul suo grado di consapevolezza circa quanto stava effettivamente avvenendo intorno a lui. Molti altri intellettuali di rispettabilissima intelligenza, e ai quali non sempre si poteva imputare sprovvedutezza o malafede, abbracciarono a quell’epoca in Polonia il marxismo dogmatico con fervore e nel pieno delle proprie facoltà mentali, vedendovi un’autentica promessa di riscatto per l’umanità. Inoltre, che in Borowski rapidamente si facesse strada il forte sospetto, quando non già la certezza, che anche entro quella diversa cornice il mondo stesse cominciando a farsi «di pietra», lo dimostra in modo inoppugnabile un racconto pubblicato nel giugno 1950, in cui pur se in uno stile ormai pesantemente socialrealista – denuncia l’innato spirito rapace dell’uomo che anche nell’ambito della nuova struttura fa bellamente carriera camuffandosi sotto spoglie politiche. Il suo stesso suicidio, del resto, costituirebbe la prova più inconfutabile di questa coscienza giunta in lui ormai come a maturazione, gesto peraltro preceduto, secondo alcune testimonianze, da discorsi «strani» e«confusi» fatti negli ultimi mesi prima della morte. Può essere invece molto verosimile che «nell’esaltazione della marcia» trovasse, o quantomeno cercasse, una sorta di stordimento, di oblio, e che scrivere quei violenti e sovreccitati articoli di propaganda, come suggerisce ancora Miłosz, agisse su di lui come un narcotico. Su un particolare infatti concordano più o meno tutti: e cioè sul fatto che Borowski fosse animato da un bisogno ardente di credere, da un desiderio feroce di lasciarsi trascinare via da una fede cieca e assoluta nel cui vortice frastornarsi e dimenticare.
Molto è stato scritto sulla cosiddetta «sindrome del sopravvissuto al campo di concentramento», sull’impossibilità di dimenticare quella massima degradazione dell’essere umano di cui si è stati spettatori e attori, sull’impossibilità di recuperare una piena fiducia nell’uomo e nell’umanità, e sul senso di colpa che accompagnerà per sempre, fedele come un’ombra, il sopravvissuto. Borowski nemmeno ne era rimasto immune. Era tormentato angosciosamente da ciò che aveva vissuto, da ciò che aveva visto. Provava quel senso di colpa «assurdo, incomprensibile» di cui è piena tutta la letteratura su questo argomento: il senso di colpa per il semplice fatto di essere scampato. Lo perseguitava quella domanda senza risposta di cui parla Bettelheim: «Perché, fra milioni, proprio io mi sono salvato?». Le immagini del campo straripano dalla memoria e si sovrappongono ossessivamente alla nuova realtà. Passeggiando per le strade di Monaco dopo la liberazione, capita che scorga fra la folla qualcuno dei vecchi «colleghi» del lager, che riconosca scarpe, vestiti, gioielli provenienti da là, oggetti un tempo appartenuti a coloro che andavano alle camere a gas. In una poesia, i bambini, registra uno di quegli improvvisi, involontari pensieri sfuggiti al controllo di un cervello i cui tessuti quell’esperienza-limite doveva aver smagliato forse per sempre e irrimediabilmente: «Me ne vado per la città / e fisso i bambini, / pupettini rosatini – / chissà, a tirarli fuori dalla carrozzina / ruotarli per un piedino / e sfracellarli contro il marciapiede, / scrocchierebbero o non scrocchierebbero?». Tornano i morti: «Cammini con me, escresci in me, / mi ti configgi nel sangue. / Come attraverso un vetro nell’oscurità vedo / il tuo viso dall’oltremondo». E nella Preghiera di dimenticare implora: «Dio Vendicatore degli Assassinati, fai la grazia / di Dimenticare morti e vivi…». Grazia che però su Borowski non discese mai. Non si può nemmeno escludere che un ruolo rilevante, nella sua decisione di rigettare tutto quanto aveva scritto fino a quel momento e di abbracciare con fervore e zelo il nuovo corso, fosse stato giocato sotterraneamente anche dalla tensione generata in lui dalla pressione sociale che, col passare dei mesi, si era andata facendo sempre più gravosa. Già nei primi due anni dopo il suo rientro in patria – anni pur ancora di notevole libertà e pluralismo culturale, caotici ed effervescenti, euforici e appassionati – l’apparire dei suoi racconti veniva accolto quasi di regola da salve di violente e infiammate critiche. Nel migliore dei casi, le riviste li pubblicavano facendoli precedere da una nota in cui prendevano le distanze dai loro contenuti, pur lodandone eccellenza letteraria e originalità di prospettiva e d’espressione, come fece «Twórczość» nell’aprile del 1946. Le accuse, provenienti all’inizio soprattutto dall’area cattolica, vennero per un certo tempo controbilanciate da prese di posizione a favore, o se non altro più possibiliste, meno categoriche, da parte di intellettuali dell’area di sinistra.

È nel 1947 che l’«affaire Borowski» si surriscalda assumendo le proporzioni e l’aspetto di un vero e proprio scandalo. Ad accendere la miccia fu, paradossalmente, Borowski stesso. Nel gennaio di quell’anno pubblica su «Odrodzenie» una recensione (intitolata Alice nel paese delle meraviglie) a un libro di memorie del lager fresco di stampa, in cui confessa di avercela, e molto, con l’autrice non tanto «per essere sopravvissuta al lager» in modo eticamente non irreprensibile, quanto per non aver avuto proprio lei è sopravvissuto(a)? […] Nulla da eccepire – raccontate finalmente come vi siete acquistati il posto in ospedale o in un buon kommando, come avete sospinto al camino i «musulmani», come compravate donne e uomini, cosa facevate negli unterkunft, nei Canada, nei krankenbau, nel campo zingaro, raccontate questo e ancora molti altri particolari, raccontate la vita quotidiana al campo, il modo di «rimediare», la gerarchia del terrore, la solitudine di ognuno. Ma scrivete che proprio voi lo facevate. Che una particella della lugubre fama di Auschwitz la si deve anche a voi. O forse no?

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Si scatena l’inferno. Borowski viene accusato di cinismo, di falso, e di essere nemico di tutti i valori, di quelli cristiani non meno che di quelli sorti dalla resistenza e dall’insurrezione. Ma ci si spinge ben oltre, rovesciando i dati della questione. Si identifica Borowski con la propria opera, interpretando alla lettera la sua narrazione in prima persona, e lo si incolpa di aver compiuto egli stesso tutto ciò che aveva descritto, si minaccia addirittura di trascinarlo davanti a un tribunale che giudichi i presunti crimini da lui commessi ad Auschwitz. Viene senza complimenti messo nel novero delle «iene del lager» e si conclude dicendo che gli altri «suoi simili» avevano se non altro avuto il buonsenso e la decenza di non scrivere memorie. Credo sia sufficiente pensare come ancora a distanza di decenni azzardarsi a mettere in dubbio tutta la retorica martirologica possa nuovamente sollevare ondate di indignazione per immaginare cosa dovesse significare allora, in una Polonia dove non esisteva quasi famiglia non visitata dalla morte in una forma o nell’altra, proclamare una verità così poco edificante come andava facendo Borowski. Il quale non solo non si univa al coro unanime di condanna della bestialità hitleriana e di autocommiserazione, ma osava sostenere e mostrare che «il male non era appannaggio solo degli aguzzini» né l’antisemitismo era prerogativa solamente nazista, e d’altro canto che molti ebrei pur di sopravvivere non avevano esitato a mandare al gas altri ebrei, e finanche i propri familiari, e insomma a farla breve, che fra i prigionieri, più che le leggi della solidarietà e della compassione, vigevano le regole ferree di una spietata e sorda lotta per l’esistenza. Il dramma reale del lager per Borowski non consisteva tanto nelle privazioni, nella fame, nella tortura, e neppure nella morte – l’autentica tragedia non si svolgeva fra gli spietati aguzzini e le deboli vittime indifese, ma riguardava unicamente queste ultime. Borowski si rendeva perfettamente conto che in quel mondo, per lo schiavo, non c’era possibilità di una scelta dignitosa: l’unica alternativa era fra una morte ignominiosa e una non meno ignominiosa sopravvivenza entro quel sistema criminale, arrendendosi alle sue regole e prosperandovi. Non c’era un modo moralmente ineccepibile di sopravvivere. E perciò chiunque fosse sopravvissuto al campo «non poteva non esserne rimasto lordato. Già solo per il fatto che si era visto, che si era stati testimoni, si era colpevoli!». Mentre quasi tutta la letteratura del lager si fissava su pochi martiri ed eroi, e su un olocausto di vittime sacrificali, di agnelli immacolati e incolpevoli, Borowski più che sulle eccezioni si soffermava a descrivere la grande massa degli internati, gli «internati-medi», da cui quella «situazione estrema» scrostava via impietosamente ogni patina (quanto inauditamente sottile e caduca!) di umanità. E questo è soprattutto ciò di cui non riusciva a finire di stupirsi: a questo dunque poteva ridursi un uomo… ammesso che quel miserabile ammasso di sorda materia che tendeva con tutte le sue energie unicamente e ferocemente ad autoconservarsi potesse ancora avere il diritto di fregiarsi della denominazione di uomo. Per lui la goccia di colpa di cui si erano macchiate le vittime era molto più grave del mare di colpa degli aguzzini, e il proprio odio si rivolgeva con uguale intensità verso quelle non meno che verso questi. Tutti erano responsabili per Auschwitz, chi c’era e chi non c’era, chi sapeva e chi non sapeva, gli assassini e gli assassinati. Egli la sua parte di colpa se l’era accollata e altrettanto esigeva dagli altri. «Non è lecito parlare di Auschwitz in termini impersonali…». Di qui passava il profondo solco che separava i suoi racconti dal resto della letteratura sui campi di concentramento. Il mondo intero assolveva in pieno sé stesso in quanto vittima innocente o in quanto ignaro – Borowski non assolveva nessuno: tutta l’umanità senza eccezioni era responsabile per Auschwitz, dopo Auschwitz tutta l’umanità aveva perduto per sempre la propria innocenza. Tutto ciò era difficile da digerire, non si poteva tollerare un Borowski che lacerava i veli pietosi sollecitamente stesi sulla coscienza collettiva. Ma lui non accennava a demordere, o almeno non ancora. Alla fine del 1947 uscirono in volume, con il titolo di Pożegnanie z Marią (Addio a Maria) alcuni racconti in precedenza apparsi su riviste, fra i quali quello che dava il titolo alla raccolta, inedito prima di allora, costituiva un’ulteriore novità. Questo racconto era stato per Borowski forse il più difficile da scrivere, quello che gli era costato più fatica. Doveva essere il racconto di apertura del ciclo, quello in cui descriveva il «paesaggio prima della battaglia», la vita in una Varsavia già infernale e tuttavia ancora ignara del vero fondo dell’abisso. Una vita che, nonostante tutto, continua a svolgersi in modo relativamente normale e a momenti perfino con leggerezza, ma in cui già colano e si rimescolano i toni cupi, lividi, violacei di un cielo prima di una tempesta che si vada addensando proprio sul calar delle tenebre. Tutto vi è incerto, sospeso, disperso, e come privo di consistenza e di realtà. È come se Borowski avesse voluto andare a ricercare là, in un’epoca per lui tutto sommato ancora «spensierata» e in qualche modo perfino «felice», i fili che univano quel mondo – il mondo «di fuori», il mondo «di prima» – al mondo del lager. Fili che il suo io di allora doveva a malapena scorgere, o forse solo nebulosamente avvertire, senza afferrarne appieno tutto il senso e la portata che gli si chiariranno veramente solo in seguito. (Ma che ne avesse percezione, per quanto confusamente, è indubbio: Borowski non rilegge semplicemente quel passato col senno di poi, sovrapponendovi un suo sapere «concentrazionario» tutto acquisito posteriormente: la sua raccolta di poesie del 1942, Gdziekolwiek ziemia…, gronda di presagi, di intuizioni, di immagini che nel lager non faranno altro che assumere consistenza, rafforzarsi, definirsi meglio). Anche la scrittura del racconto riflette quello stato di incertezza e di sospensione: le parole vi si impaludano, si rarefanno o si raggrumano eccessivamente, rimanendo sempre come un po’ scollate dagli oggetti, o soffocandoli – quasi non riuscissero ad afferrare e delineare con precisione una realtà che all’occhio dell’io narrante fatica ancora ad acquistare una forma e un significato compiuti. Addio a Maria anche per altri motivi, potrà risultare, di tutti, forse il racconto più ostico al lettore, tanto più se straniero. Basti il fatto che Borowski dovette difenderlo persino dalle incomprensioni dei critici patrii: «A Wyka non piace la lingua insopportabilmente distratta del racconto (credo nella parte iniziale) […] Ho voluto scrivere una novella nella lingua della poesia cospirativa e alla sua luce mostrare la realtà della cospirazione». A ogni modo, difficoltoso o no, Addio a Maria segna il tracimare della concezione «concentrazionaria» di Borowski fuori del campo di concentramento, nel mondo pre- e post-Auschwitz. Infatti, contemporaneamente va pubblicando le «short stories» che costituiranno il volumetto Kamienny świat (Il mondo di pietra), l’ultimo atto della sua «prosa del lager». Con questi ventuno brevissimi racconti, ognuno in sé perfetto e conchiuso, benché vadano considerati secondo l’autore come altrettanti capitoli di un’unica grande novella, Borowski calca maggiormente la mano, come a voler far intendere che quanto aveva fino ad allora rivelato della verità del campo erano ancora bazzecole in confronto a ciò che aveva visto e taciuto. Ma Kamienny świat (Il mondo di pietra) è anche una riflessione dolorosa su sé stesso e sul mondo che dopo Auschwitz «ritorna alla vita», sulle proprie ossessioni e sull’impossibilità di dimenticare ormai non più semplicemente ciò di cui laggiù è stato testimone, ma soprattutto ciò che di Auschwitz ha capito. Vede Auschwitz riversarsi e dilagare nel mondo, scorge i primi accenni di ciò che Améry chiamerà «il trionfo postumo di Hitler», vede in modo sempre più chiaro le connessioni, gli elementi di continuità fra Auschwitz e la realtà fuori del lager, che gli apparirà sempre più inequivocabilmente come un «universo concentrazionario». Kamienny świat uscì alla fine del 1948, ma ormai il clima politico si andava già facendo soffocante. Quella parte della critica di sinistra che lo aveva appoggiato e difeso dall’attacco dei cattolici, ora non lo sostiene più e, nel migliore dei casi, tace o lo ignora: un po’ per paura, un po’ perché se ne ha abbastanza di rivangare il passato e riesumare i morti, un po’ perché si è presi dalla febbre della ricostruzione e si ha voglia di dimenticare i «tempi del disprezzo» quanto più in fretta possibile. Borowski stesso del resto attraversa in quei mesi crisi profonde e dilanianti lacerazioni. Il bisogno di liberarsi di quel peso insostenibile della memoria si fa anche in lui sempre più urgente, diventa conditio sine qua non per la propria pura e semplice sopravvivenza fisiologica. Quando vi giunse Tadeusz Borowski, nel campo di concentramento di Auschwitz era già in atto un’inversione di tendenza: da poche settimane si era cessato di mandare al gas gli ariani, ritenuti ormai sempre più indispensabili per il lavoro di ricostruzione di una Germania sempre più frequentemente devastata dalle incursioni aeree degli alleati. Auschwitz, fondata nel 1940 alla confluenza fra la Soła e la Vistola, ampliata nel 1942 con Birkenau (Auschwitz II) e ancora più tardi con altri campi satellite (Auschwitz III), era ormai una «città» che contava allora una popolazione di oltre centomila abitanti «stabili». Di Borowski, nei due anni che vi restò rinchiuso, si sa molto poco. Arrivato un giovedì notte, il lunedì lavorava già in un Aussenkommando (cioè un Kommando di lavoro esterno al campo) a Budy, a 7 km dal lager, a trasportare pali del telegrafo, e non molto tempo dopo era ad Harmenze a scavare fossati. Tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno del 1943 finì, ridotto presumibilmente a un «musulmano», nell’ospedale del campo, dove, preso in simpatia, venne aiutato e curato: il capoblocco se ne lasciò commuovere al punto da assumervelo come guardiano notturno. Si rimette in forze. Poi, dopo un sommario addestramento sanitario nel marzo 1944, ricoprirà la funzione di Pfleger (infermiere): solo allora riesce, tramite un giornalista sportivo tedesco internato per reati comuni, un tale Kurt, ad allacciare contatti epistolari con la sua fidanzata Maria, anche lei internata ad Auschwitz. Sempre grazie a Kurt riesce perfino a incontrarsi con lei nell’FKL, il campo femminile, dove si recava con un Kommando addetto al prelievo dei cadaveri dei neonati. Maria è in condizioni miserevoli, lui l’aiuta come può facendole pervenire cibo e medicinali. In questi ultimi mesi la vita al campo per Borowski non è più così drammatica: nell’ospedale ha cibo in abbondanza e più o meno libero accesso ai prodotti farmaceutici, riceve pacchi di viveri da casa con una certa regolarità, può perfino scrivere, lettere soprattutto, ma anche versi che girano per tutta Auschwitz (e dei quali si salverà poco o nulla). Il periodo più drammatico fu tra il maggio e il giugno del 1944, quando i nazisti danno il via all’«Operazione Höss», nel corso della quale si mandano al gas oltre 400.000 ebrei ungheresi: arrivano trasporti in continuazione (fra cui il famoso trasporto «Będzin-Sosnowiec»), i crematori ardono senza sosta, e per un giorno Borowski si ritrova nel cuore dell’inferno, allo scalo ferroviario, fra i membri di un Kommando, il cosiddetto «Canada». Intanto il fronte russo si avvicina. Borowski rinuncia alla funzione di Pfleger e si arruola nel Kommando dei Dachdecker (riparatori di tetti) che lavora all’FKL, in modo da potersi incontrare con Maria ogni giorno. Il 12 agosto la vedrà per l’ultima volta ad Auschwitz. C’è l’evacuazione. Parte con un trasporto diretto in Germania, dove verrà sballottato da un campo all’altro ancora per diversi mesi prima della liberazione a opera degli americani, che lo terranno «in quarantena» insieme a molti altri internati soprattutto polacchi, per ulteriori cinque mesi in un campo per displaced persons presso Monaco di Baviera. «Sono passati infine tre anni da quando uscii di casa. Sarei dovuto tornare per pranzo. Eh già!», scrive alla madre alla fine del 1945. Nonostante le insinuazioni e le accuse che gli verranno mosse più tardi, dalle testimonianze degli internati sopravvissuti risulterebbe che Borowski si comportasse nel campo in modo tutt’altro che immorale e cinico. Perché allora, nei suoi racconti, si sarebbe caricato anche di quanto non aveva commesso? È estremamente illuminante in questo senso il brano della sua recensione al libro della Kossak-Szczucka citato sopra. A nessuno che semplicemente vi fosse stato e fosse sopravvissuto, era lecito ritenersi immacolato, indipendentemente da ciò che aveva o non aveva commesso. A Monaco, mentre stava terminando di lavorare al libro collettivo Byliśmy w Oświęcimiu (Eravamo ad Auschwitz), confessava all’amica Zofia Świdwińska di aver scritto quei racconti per mostrare «la vita quotidiana del campo e strappare via dall’uomo il cosiddetto martirio, e infine – per mostrare che il male non era appannaggio solo di una parte. Il libro […] è molto crudo e pieno di stridii […], contrariamente alla moda in esso non ci sono quasi SS né troppo filo spinato nella notte». L’io narrante è il vorarbeiter Tadek: Tadek è il diminutivo di Tadeusz, mentre vorarbeiter vuol dire caposquadra, capolavorante. Perciò, il vorarbeiter Tadek è un ariano e un privilegiato del campo, un cosiddetto «prominente». Il campo di concentramento dunque è visto con gli occhi di un ariano che ricopre varie «funzioni» che gli permettono di «organizzare», o di «rimediare», cioè di procurarsi, più o meno illecitamente, ciò di cui ha bisogno per poter resistere più a lungo e di conseguenza nutrire maggiori speranze di sopravvivenza. «Organizzare» o «rimediare» spesso vuol dire commerciare con altri prigionieri le loro razioni di cibo, contribuendo così a che i meno previdenti e i meno abili deperiscano sempre di più scivolando così progressivamente e inesorabilmente verso la condizione di «musulmani», che preludeva quasi sempre alla camera a gas. Il vorarbeiter Tadek, perciò, pur non macchiandosi di delitti particolarmente nefandi, contribuisce indirettamente a che altri internati, i più deboli, diventino sempre più deboli e soccombano. Borowski, tralasciando, come si diceva, i casi sporadici dei martiri e degli eroi, troppo poco rilevanti dal punto di vista numerico per poter incidere sulla sostanza di quella «società concentrazionaria», preferisce appuntare la sua attenzione sull’internato medio che cerca di adattarsi a quella situazione estrema, con il puro e semplice intento di sopravvivere a ogni costo e con ogni mezzo. L’internato medio ha la sua parte di colpa unicamente per essersi lasciato prendere e inserire in quel meccanismo, in quel sistema criminale e immorale. L’osservazione lucida e distaccata di questo povero essere umano – che, posto in una situazione estrema, si degrada a tal punto da perdere in un sol colpo tutto ciò di cui era andato così fiero per secoli, civilizzazione, buoni sentimenti, gusto estetico – lo porta inevitabilmente a interrogarsi più in profondità e a spingersi più lontano nelle connessioni, a guardare sotto i monumenti della cultura umanistica occidentale, sotto le piramidi e le strade romane, dietro le disquisizioni sul bello dei filosofi greci, e ovunque, dietro e sotto l’intero percorso della civiltà occidentale, gli pare di vedere i medesimi principi che governano il campo di concentramento, nei cui ingranaggi egli stesso si trova ora inserito. E questo forse è il più importante elemento di novità dell’opera di Borowski rispetto ad altre analoghe. Mentre gli altri vedevano in Auschwitz una prova tremenda cui Dio aveva voluto sottoporre l’uomo, oppure l’eccesso di menti degenerate, malate o impazzite – vale a dire un intervento extraumano o un elemento estraneo alla tradizione umanistica europea che inspiegabilmente e perversamente si era impossessato di uno dei suoi popoli – Borowski vi scorge invece una componente costitutiva, connaturata nell’anima occidentale, in tale circostanza eccezionale semplicemente venuta allo scoperto nella sua forma più «pura» e portata alle sue estreme conseguenze (in uno dei suoi appunti, lo scrittore definì il fascismo come «il trasferimento dei metodi coloniali all’Europa»). Borowski è un attento osservatore non soltanto delle dinamiche dei singoli ingranaggi e del cadere delle maschere dell’uomo civilizzato e del suo trasformarsi in uomo «lagerizzato», cioè adattatosi a quella struttura e a quelle leggi, ma anche della più generale «economia» dell’edificio nella sua interezza, delle motivazioni economiche tout court che lo animano, e tutto ciò che individua (e dissemina nei racconti) riconferma di nuovo che nessuna follia vi era dietro tutto questo, ma una logica ben precisa, un disegno che, se folle era, lo era per troppa lucidità e razionalità. Quando uscirà dal lager, come si è già accennato, Borowski non riuscirà più a liberarsi di questa visione, e tutto il mondo, prima e dopo Auschwitz, gli apparirà informato da quelle stesse leggi profonde. Per lui il velo illusorio della māyā, steso sopra i raccapriccianti e atroci principi dell’universo, si era ormai irrimediabilmente squarciato. Ciò che avrebbe dovuto rimanere celato, perché fosse possibile continuare a credere nelle apparenze e perciò a vivere, gli si era rivelato in modo irreparabile e definitivo. «Non sarò più lo stesso di prima» scriveva con parole semplici alla famiglia da Monaco nel 1946. Ma neanche il mondo sarà più lo stesso dopo Auschwitz, perché Auschwitz, come uno specchio, ha rivelato al mondo la propria vera, più profonda natura.
Certo, l’angolatura inconsueta da cui Borowski guarda il campo, le terribili verità intuite e rivelate, il fatto di essere stato forse l’unico ariano ad aver ammesso di aver occupato nel lager una posizione privilegiata con tutto ciò che ne conseguiva, l’aver mostrato l’uomo scrostato della propria umanità, l’aver osato accusare le vittime di essere state colpevoli non meno degli aguzzini, e, in generale, il non aver passato sotto silenzio nulla, tutto ciò garantirebbe a questi racconti al massimo una posizione di attendibile, veritiera e insolita testimonianza e nulla più. Ma essi costituiscono anche un altro risultato artistico. Borowski sa miscelare sapientemente le tonalità più diverse, escludendo tuttavia risolutamente dalla propria tavolozza la retorica in tutte le sue forme, l’urlo, il lamento, il pianto. Adotta una tecnica quasi behaviorista, elimina del tutto la psicologia, le motivazioni morali, le intenzioni e di conseguenza ogni forma letteraria – come il monologo interiore, per esempio – che avrebbe potuto dare loro sfogo. Il mondo che deve rappresentare è qualcosa di inaudito, di mai visto prima, e nessun concetto preesistente sarebbe in grado di renderlo adeguatamente. Categorie conoscitive già date rischierebbero anzi di inquinarlo, di travisarne il senso, di ricacciarlo nell’inesplicabile o di relegarlo nel convenzionale: che è quanto effettivamente accade con la maggior parte della letteratura del lager. Borowski storna da sé ogni tentazione di commento, di intervento: di sé, in sé, fa tabula rasa, e registra tutto con occhi ben spalancati, sì, ma tuttavia impassibili, imperturbabili. Abbassa tutto di molti toni, attenua, smorza – si rende conto che perfino l’urlo è privo d’efficacia di fronte a tanto orrore, senza contare che, come dice Bettelheim: «Due o tre grida ci angosciano e ci risvegliano l’impulso di correre in aiuto. Grida che si protraggono per ore ci lasciano solo il desiderio che chi grida la smetta una buona volta». Questo urlo protratto è proprio ciò che, ahimè, rende insopportabile la quasi totalità della letteratura sui campi di concentramento. Invece Borowski, col suo tono pacato, a volte ironico, a volte perfino scherzoso, ci fa entrare con dolcezza in questo mondo terrificante, impercettibilmente e proditoriamente ce lo rende familiare. Ci ritroviamo anche noi assuefatti e «lagerizzati», anche noi a pensare secondo la mentalità degli integrati del lager, e, alla fine, forse, perfino un po’ colpevoli.

Mentre procedeva il lavoro di traduzione immaginavo, anzi registravo a più riprese, le possibili reazioni di molti: ancora un altro libro su Auschwitz!? Già, perché? Perché – al di là del valore letterario e dell’inconsueto particolarissimo sguardo gettatovi da Borowski, il quale ci presenta quel mondo che ormai ci sembrava risaputo fino alla nausea come se non ne avessimo mai sentito niente prima – proporre un ulteriore libro su Auschwitz? Günter Grass, a un forum evangelico tenutosi a Berlino Ovest nel 1970, in un intervento dal titolo Come parlare di Auschwitz ai bambini, disse:

I nostri calendari dopo quegli anni non ricominciarono propriamente da zero, ma un qualcosa sul genere di una nuova era si è impresso nella mente di ciascuno di noi, a dire il vero di rado con la partecipazione di una piena coscienza, ma inconsciamente senza ombra di dubbio. Dopo Auschwitz l’uomo intende sé stesso diversamente. Auschwitz lo costringe in generale a ragionare diversamente, ogni qual volta il modello di Auschwitz si ripete da qualche parte, si deve pensare a esso unitamente alla pietra di paragone dell’originale. […] Ritengo che Auschwitz debba essere inteso come passato storico, che debba essere riconosciuto nel presente e che non sia lecito escluderlo ciecamente dall’orizzonte futuro. Auschwitz non è solo dietro di noi.

Tre paia di occhiali

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di Roberto Galofaro

Ottica

All’interno del corpo umano gli stimoli luminosi vengono codificati in impulsi e inviati attraverso il nervo ottico per essere decodificati dal cervello come sensazioni visive. Tra la realtà esterna e la visione della realtà è posto uno strumento organico: l’occhio. Esso è sostanzialmente una lente; un diaframma che, al grado zero di connotazione, attua una semplice mediazione, mentre all’estremo può comportare persino una falsificazione.
Laddove il normovedente ha l’impressione di abbracciare con lo sguardo la verità e la profondità del reale, il miope ha la consapevolezza che il reale sia invisibile ai suoi occhi, o sia vero soltanto al di fuori della sua portata. La miopia è perciò la scandalosa rivelazione della fragilità del sistema percettivo umano.
È una metafora vivente della fallibilità della percezione. Limite e confine tra cecità e visione, è continua sconfessione dell’evidenza. Per chi ne è affetto, ogni percezione diventa ipotesi, interpretazione, interpolazione.

Sinossi

In Un paio di occhiali di Anna Maria Ortese (1949, in Il mare non bagna Napoli, Einaudi, 1953; successivamente: Adelphi, 1994) la miope è Eugenia, una bimbetta con la pelle invecchiata dagli stenti, che vive in un affollato basso napoletano. La vicenda raccontata occupa la giornata in cui la bambina, grazie a un generoso regalo della zia Nunziata, avrà finalmente il suo primo paio di occhiali, passando però dalla trepida aspettativa a un’angosciosa rivelazione.
L’avventura di un miope di Italo Calvino (1958, in Gli amori difficili, Mondadori, 1970) copre un lasso di tempo decisamente più lungo, centrato com’è sulla figura del buon Amilcare Carruga, che seguiamo da quando scopre di non vederci bene (ragion per cui la sua vita «andava, impercettibilmente, perdendo sapore») e inforca gli occhiali, al momento in cui, tornato al paese in cerca di “visibilità” in mezzo ai conoscenti e agli amori del passato, finisce in una sconsolata solitudine.
In Occhi felici di Ingeborg Bachmann (1972, trad. it. di Ippolito Pizzetti, in Tre sentieri per il lago, Adelphi, 1980) a essere affetta da forte miopia (e astigmatismo) è la bella e sbadata Miranda (la cui funzione nel mondo «dovrebbe essere la tenerezza tout court»). Compra e perde nuovi occhiali, li mette, li toglie, e intanto spinge con goffi e miopi stratagemmi il suo amato Josef tra le braccia dell’amica Anastasia.

Decezione (mispercezione)

Il miope è un vedente che si vuole redimere. Il miope ha coscienza di un’indefinibile inafferrabilità del reale. Lo iato tra essere e percezione, calcolato e misurato per la produzione di strumenti correttivi, è la certificazione della condizione straordinaria del miope. Le cose, le persone sono lì, a portata di vista, percepibili ma senza la dovuta nettezza. Basterebbe una correzione per raggiungerle e aspirare alla felicità. Basterà un paio d’occhiali?
Nessuno dei protagonisti dei tre racconti si gode a lungo la vista corretta, anzi, i tre racconti sono costruiti su tre modalità simili di infelicità del vedere.
In Bachmann la decezione è funzionale alla sopravvivenza (che è coazione a ripetere, rappresentazione di ruoli, profezia autoavverantesi).
In Ortese la decezione è indispensabile alla sopravvivenza (che è vicenda amarissima, perché «questa vita è un gastigo»).
In Calvino sia la decezione che la correzione portano manifestamente al medesimo risultato: la sconfitta e la solitudine.

Optometria

In ottica la miopia è definita “vizio di rifrazione”: essa si dà quando, a causa di un difetto della curvatura della cornea o del cristallino o di un allungamento dell’asse, il punto di messa a fuoco è posto anteriormente alla retina e sulla retina vengono dunque a formarsi immagini sfocate invece che nitide. La diottria, unità di misura della miopia, è in realtà l’unita di misura dell’angolo di correzione della lente che consente di portare le immagini propriamente a fuoco sulla retina.
Ragionando in termini più concreti e meno clinici, diciamo semplicemente che miope è chi non vede da lontano. Ora, si tratta di stabilire senza possibilità di equivoco che, una volta superata una certa soglia della menomazione visiva, quel lontano che è il limite dell’invisibile è spaventosamente vicino. Non a pochi metri ma a poche decine di centimetri dall’occhio. L’ambiente circostante è nella sua interezza offuscato, «avvolto in una nebbia», «coperto [...] da un velo sottile» (Ortese), «un molle mondo di forme e di colori quasi sfatti» (Calvino), è un «mondo velato» (Bachmann).
La miopia è la causa della noia del vivere di Amilcare Carruga: le donne a cui buttava sempre gli occhi addosso prendono ad apparirgli scialbe; le città nuove anziché esaltarlo come in passato lo disorientano; al cinema tutti gli spettacoli gli sembrano piatti e anonimi. La pratica è disbrigata da Calvino in poche righe, in un’asciutta, rapidissima paratassi: «Alla fine capì. L’oculista gli ordinò un paio d’occhiali. Da quel momento la sua vita cambiò, divenne cento volte più ricca d’interesse di prima». Da quel momento, rapito Amilcare da una miriade di particolari prima inintellegibili, l’atto stesso del guardare diventa per lui «un divertimento, uno spettacolo» – almeno fino a una nuova assuefazione.
La diagnosi acquista invece un peso maggiore in Bachmann e in Ortese. Entrambe sentono di doverla mettere in scena.
Ortese dà conto in maniera teatrale della condizione della piccola Eugenia, «così giovane e già tanto miope», per bocca dell’ottico: «Tiene nove diottrie da una parte e dieci dall’altra, se lo volete sapere... è quasi cecata». «Eugenia Quaglia, vicolo della Cupa a Santa Maria in Portico», recita l’intestazione dell’ordine per le lenti, con un conto salatissimo di «ottomila lire», un vero sproposito per una famiglia che vive in un basso scalcinato e che si arrabatta con piccoli lavori di servizio per sopravvivere.
Il racconto di Bachmann è il più clinico dei tre: inizia con l’elencazione scientifica delle proprietà della vista menomata di Miranda, in termini di diottrie, gradi, astigmatismo. «Aveva cominciato con 2,50 a destra e 3,50 a sinistra, ricorda Miranda, ma adesso, con perfetta armonia, di diottrie ne aveva 7,5 per occhio. Il punto prossimo è spostato anormalmente vicino, il punto remoto ancora più vicino». E poi c’è l’astigmatismo, una «deformazione che le mette paura, in quanto [Miranda] non riuscirà mai a capire perché i suoi meridiani siano abnormi e in nessun punto possiedano lo stesso potere di rifrazione». Insomma, il modo in cui vede Miranda «è peggio che esser ciechi», o, come dice più avanti, è anche lei «sul confine della cecità».

Montature

Occhiali d’oro per la raffinata Miranda (e con lenti diffusorie). Ma: «Miranda possiede, nei momenti migliori, tre paia di occhiali: un paio da sole molati con una montatura nero e oro, poi un paio leggero, trasparente, da pochi soldi, per casa, e un paio di riserva con una lente traballante, che oltre tutto sembra non le doni affatto». Tutte le lenti di Miranda, però, sono destinate ad andare smarrite; così per strada come in teatro, come in casa, lei rifiuta di indossarli (la dimenticanza è un’altra forma di ostinazione) ed è il buon Josef, finché ne ha pazienza, che «l’aiuta a vedere e a continuare a vedere».
D’oro pure li immagina la povera Eugenia, o quantomeno con il filo dorato: come può altrimenti giustificare le «ottomila lire vive vive»? I suoi occhiali sono in realtà un minuscolo affare di metallo sottile, quasi di filo di ferro, con delle lenti pesanti. «Una specie di insetto lucentissimo, con due occhi grandi e due antenne ricurve»; una volta indossati, nell’orrore della rivelazione sono crudamente «due cerchietti stregati».
Calvino esagera: il suo protagonista è infelice delle lenti che lo hanno trasformato in un «Uomo con gli occhiali» e li cambia per un paio quasi invisibile, tutto lenti, trasparente. Salvo poi ripensarci, ancora una volta, e tornare a lenti che lo nascondano (lo nasconderanno fin troppo). È come se Calvino insistesse sulla più effimera delle connotazioni della miopia: l’estetica. Gli occhiali come abbellimento o impedimento estetico, tema sul quale tentenna più volte anche la Miranda di Bachmann, come si è visto.
L’insistenza di Ortese sull’apparenza di miseria umana e materiale di certi quartieri napoletani, costante in tutta la raccolta Il mare non bagna Napoli,  non poteva lasciare troppo spazio a un vezzo estetico così accessorio come il cambiamento della figura con o senza gli occhiali. È esemplare che Eugenia sia descritta come una bimba con il «viso di piccola vecchia, i capelli come stoppa, tutti arruffati, le manine rivide, legnose, con le unghie lunghe e sporche»: quanto può peggiorare il quadro un paio di lenti da vista? Eppure Ortese accenna a quella prospettiva, affidando significativamente una battuta lapidaria alla serva della signora Amodio: «Io pure me li dovrei mettere, ma il mio fidanzato non vuole». Eugenia non afferra minimamente il senso malizioso di quella proibizione, pensa sia legata al costo eccessivo degli occhiali. Questa incomprensione è il succo della distanza tra un mondo di piaceri sensuali (in senso proprio) e il mondo in cui vive la piccola protagonista del racconto.

Slogan

Sulla fattura di un paio di costose lenti a contatto tedesche, che Miranda si è fatta venire da Monaco, si legge lo slogan pubblicitario della ditta che le produce, lo stesso che nella scena finale del racconto di Bachmann torna in mente all’imbranata Miranda dopo che ha battuto contro un’invisibile porta a vetri, mandandola in frantumi: «Tenete d’occhio il vostro bene». È proprio ciò che Miranda non è mai stato in grado, costitutivamente, di fare.
Come Bachmann, anche Ortese condensa ironicamente il senso del racconto in uno slogan. A Eugenia, che la ringrazia per la sua bontà e per il dono degli occhiali nonostante la sua “scostumatezza”, zia Nunziata risponde, con improvvisa malinconia: «Figlia mia, il mondo è meglio non vederlo, che vederlo». Niente di più vero.
Non c’è, purtroppo, uno slogan equivalente in Calvino, ma c’è un accurato riferimento al modo in cui chi indossa gli occhiali viene visto, che è quasi il fondamento del racconto, per una sorta di indagine sulla reciproca visibilità tra chi osserva e chi è osservato. Scrive Calvino: «[...] quando uno che non ti conosce cerca di definirti, la prima cosa che dice è: “uno con gli occhiali”; così quel particolare accessorio che quindici giorni fa t’era completamente estraneo, diventa il primo tuo attributo, s’identifica con la tua essenza stessa». Sembra solo un capriccio e invece, riflettendo sulla propria irrilevanza e inconsistenza, «il passo che porta alla disperazione è breve».

Vedo non vedo

L’atto del vedere, connesso com’è alla percezione dello spazio, è fondamentale al posizionarsi nel mondo del vedente. Ancora una volta, secondo quanto accade con tutti gli aspetti filosofici della miopia, questa frase è da intendersi sia in senso proprio che in senso metaforico. Accade dunque che la correzione della vista deficiente comporti uno spostamento o un riposizionamento.
È una trasformazione inizialmente felice nel caso del miope raccontato da Calvino: egli crede di aver riacquistato il suo posto nel mondo. Amilcare Carruga è intenzionato ad autodeterminarsi: «attraverso la necessità degli occhiali, andava lentamente imparando a vivere». Nel suo rinnovato stato d’animo di “felicità percettiva”, decide di recarsi a V., la sua città natale. Ciò che vuole è vedere ed essere visto. Dapprima pensa che sia per il piacere di rivedere luoghi e persone del passato (e segnatamente per la prima volta vederli); poi si rende conto che il principale desiderio è quello di incontrare Isa Maria Bietti, la sua fiamma di un tempo, colei per la quale lasciò la città. La seconda metà del racconto è il diario di un’impresa impossibile: con gli occhiali indosso Amilcare riconosce i passanti che gli si fanno incontro, sorride loro e li saluta, ma quelli, che non l’hanno mai visto con gli occhiali, non lo riconoscono a loro volta. Così decide di togliere gli occhiali: non vede più, tira a indovinare a chi appartengano le sagome che lo salutano passando e teme persino di aver confuso Gigina dei tabacchi per la sua Isa Maria Bietti. È così che il racconto si avvia alla triste conclusione, segnata da questa inconciliabilità di percezioni contrapposte che sembrano non avere un terreno comune.
La miope Miranda di Bachmann è invece nevroticamente indecisa. Il mondo lo rifiuta in blocco, rifiutandosi di indossare gli occhiali, togliendoli, perdendoli distrattamente o con intenzione. Vuole essere vista anche non vedendo. Eppure, il suo difetto della vista è un privilegio, un dono di dio (come in Ortese!), perché «Potrebbe anche darsi che la vista normale, astigmatismo normale incluso, ottundesse i sensi della gente». Miranda «pensa con disagio alla possibilità di un “vedere di continuo”». Quel “disagio” è appunto la sua incapacità di stare continuamente nel mondo. Perché lei non sente il bisogno di fotografare la realtà con uno sguardo occhialuto. I dettagli non le interessano e preferisce dipingerseli in un modo tutto suo. Inforcati gli occhiali «Miranda riesce a guardare l’inferno, il cui orrore non è mai cessato», e tuttavia è sempre pronta a toglierli, rapida, istantanea, per evitare che nel suo campo visivo capiti «tutto ciò che poi non riesce a dimenticare: [...] un bambino storpio, o un nano, o una donna con un braccio amputato» o anche solo le «facce infelici, cattive, maledette, segnate dalle umiliazioni e dal delitto, volti inimmaginabili». Dunque l’alternativa all’orrore non è la correzione ma la miopia, una via di salvezza. L’inimmaginabile è allontanato. Si badi che Bachmann con garbatissima perizia non menziona mai direttamente la questione verità-immaginazione o verità-finzione. L’autoconservazione di cui parla è presa sul serio e noi siamo tenuti a prenderla sul serio: siamo entrati definitivamente nella mente della donna miope. Anche i suoi sentimenti sono offuscati. Miranda ama Josef, ma è sicura di ciò che lui sente per lei? No, perché non si fida della sua percezione. Così lo mette alla prova. Gli eventi che seguono, e che lei stessa ha innescato solo in parte, dimostreranno la verità. Di quella verità Miranda non potrà che essere vittima, perché quella è la sua condizione. Non ha scelto lei di stare al mondo, non ha scelto lei come stare al mondo, perché non ha mai avuto un posto nel mondo.
Ortese lavora fin dalle prime righe per costruire un’aspettativa nel lettore: il duplice colpo di scena finale è nel fatto che quella che si preannuncia come gioia del vedere si ribalterà in disgrazia. La prima volta che indossa per prova le spesse lenti correttive, Eugenia guarda la strada davanti al negozio dell’ottico e vede via Roma con le ricche vetrine, i caffè lussuosi e le signore eleganti e imbellettate: è una «vera rivelazione: il mondo, fuori, era bello, bello assai». Di questa bellezza Eugenia ha forse soltanto un’immaginazione remota, e ora che le si prospetta la possibilità di abbracciarla con lo sguardo non vuole altro che godersela. Eugenia vuole fortemente vedere. Lei non ne ha mai avuto parte, nel vicolo in cui vive predominano le ombre e il grigio. È un mondo in cui ci si sveglia con gli scarafaggi nelle maniche del pigiama e in cui con ottomila lire (il costo degli occhiali) si potrebbe comprare il pane per tutta la famiglia per più di dieci giorni. È un luogo popolato di «cristiani cenciosi e deformi, coi visi butterati dalla miseria e dalla rassegnazione». Il racconto è disseminato di anticipazioni, che tuttavia accrescono l’attesa. Dice la marchesa D’Avanzo a Eugenia: «A te, che ti serve veder bene? Per quello che tieni intorno...». Ma il nucleo tematico è il trauma della rivelazione. La rivelazione sperata è negativa – perché la realtà è negativa. A Eugenia, indossati infine gli occhiali, tremano le gambe, gira la testa «e non provava più nessuna gioia». Piegata in due da un dolore che sembra averla presa allo stomaco, chiede e si chiede quale sia quel posto orrorifico e irriconoscibile in cui le è toccato di vivere (e in cui tuttavia, fino a poco prima, immaginava di poter vivere felice): «Mammà, dove stiamo?».

Il permaloso novelliere John O’Hara

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di Stefano Friani

Quando nel 1960 John O’Hara ritorna fatalmente e dopo una lunga assenza a pubblicare col New Yorker lo fa con una novella, la seconda della trilogia Prediche e acqua minerale, inaugurata da La ragazza nel portabagagli (traduzione di Vincenzo Mantovani, Racconti, 2019). Nel giro dei tre anni successivi O’Hara riscoprirà una vena aurea apparentemente inesauribile trovando che «nessun’altra scrittura gli riuscisse così semplice» e inonderà con un centinaio di storie la redazione e soprattutto il malcapitato editor William Maxwell – altro raccontista finissimo che all’epoca si ritrovava a maneggiare i testi dei tre John della short story: O’Hara, Updike e Cheever. Quasi una linea dinastica di scrittori che si sono passati il testimone nel descrivere i sobborghi felici e i prati falciati di fresco dell’America novecentesca.
Erano più di dieci anni che O’Hara non frequentava così assiduamente la forma breve e la cosa non poteva che rinsaldare il traballante rapporto con la rivista che nel corso di quarant’anni gli pubblicherà il record irraggiungibile di 247 racconti, contribuendo per sempre a definire il canone della tipica short story del New Yorker. Prima di Pensando di baciare Pete – questo il titolo della seconda novella – c’erano stati diversi screzi che il permalosissimo O’Hara aveva cullato accumulando rancore: un paio di brutte recensioni al suo secondo romanzo Venere in visone e al successivo Smania di vita, ma anche il rifiuto da parte del New Yorker di corrispondergli un compenso qualora un racconto appositamente concepito per la rivista fosse stato scartato. Si bullava di scriverne uno in un paio d’ore scarse, ma se poi gli venivano rifiutati aveva difficoltà a piazzarli altrove. Per non dire poi della sofisticata e guerreggiata strategia tit for tat che adottava con gli editor della rivista: sempre Maxwell, che era più giovane di una generazione e mezza, ricorda come fosse stato rintuzzato al suo posto per aver osato questionare l’utilizzo reiterato di certe didascalie a suo dire «manieristiche»; O’Hara gli aveva fatto recapitare una minuziosissima lettera in cui difendeva la sua estetica in toni tutt’altro che mansueti. Qualche anno prima sarebbe stato anche più intransigente: in un bar una volta aveva mandato al tappeto con un cazzotto Robert Benchley, un altro giornalista del New Yorker, senz’alcun motivo, un po’ come fa in Appuntamento a Samarra il protagonista Julian English con l’irlandese Harry O’Reilly. A sua discolpa c’entrava come spesso gli capitava in quegli anni l’alcol e il giorno dopo l’aveva chiamato per scusarsi. Benchley la prese sportivamente: «Nessun problema, John. Lo so che sei uno stronzo». Non era forse un caso che fosse cordialmente detestato da chiunque dovesse lavorargli accanto, un po’ come Roald Dahl alla Knopf.
D’altronde John O’Hara è sempre stato un autore che doveva mantenersi con la macchina da scrivere. Figlio di un medico di provincia, come Hemingway, alla morte del padre si era ritrovato in giovane età a fronteggiare un mare di debiti e impossibilitato a frequentare le tanto favoleggiate università della Ivy League. Se ne farà una malattia. Diventerà ricco e riconosciuto ma mai abbastanza, girerà in Rolls Royce aspettando un Nobel che non arriverà mai, e avrà sempre questo tarlo che lo rode dentro, una volontà di rivalsa che gli alienerà simpatie e amicizie, ma non certo lettori.
Se anche storicamente a venire ricordati sono più i suoi racconti che non i romanzi, qualche soddisfazione in quel campo l’ha avuta: il National Book Award a Ten North Frederick (di prossima ripubblicazione con Bompiani), le molte trasposizioni sul grande schermo dove i suoi personaggi venivano da incarnati da volti come Gary Cooper e Elizabeth Taylor, Frank Sinatra e Rita Hayworth. In controtendenza sarà William Vollmann a distanza di anni a scrivere che è nella forma lunga che O’Hara trova la sua migliore espressione, poiché nel suo essere più aristotelico e controllato nei racconti sembrava però trascurare quell’iniezione vitale di empatia necessaria a simpatizzare coi personaggi. Sempre Vollmann arriverà a dire che nel metodo – per quanto distanti ideologicamente – O’Hara era quasi marxista: un indagatore delle strutture e sovrastrutture sociali capace di sondare gli umori degli americani nei bar clandestini fino ai club per ricconi, con un orecchio tutto particolare per il dialogo e per la mimesi dei tic del parlato. Le sue ossessioni erano sempre presenti nei testi che produceva a un ritmo infaticabile – sedici romanzi, quattrocento racconti, un’infinità di corsivi al vetriolo e una manciata di sceneggiature per Hollywood e Broadway. Ci sono i cocktail consumati al circolo di Lantenengo Street o negli speakeasy attorno a Times Square, le macchine come status symbol descritte fin nel dettaglio più insignificante oppure addirittura le barche: Avrei potuto avere uno yacht si intitola uno dei racconti. Eppure nella stroncatura post-mortem che gli dedicherà proprio dalle pagine del New Yorker Harold Brodkey si dirà che la sua capacità di analisi sociale non era certo profonda quanto quella di un Theodore Dreiser o di un Faulkner e che il nostro, roso dal livore del cattolico in un’America protestante, mancava di empatia quando doveva scrivere i suoi personaggi wasp.
Ma se Lovecraft aveva la sua Arkham, Stephen King Derry e Castle Rock, Fitzgerald West Egg, nessuno come John O’Hara si è davvero preso davvero la briga di disegnare una cittadina fatta e finita: la Gibbsville, in Pennsylvania, che rispecchia la sua Pottsville d’origine e prende il nome dal suo primo editor e amico al New Yorker, Walcott Gibbs. In questo diorama sono ambientati cinque romanzi e oltre cinquanta short stories, con personaggi che ritornano e ritroviamo, come la Caroline English evocata in La ragazza nel portabagagli, protagonista di Appuntamento in Samarra e comparsa in Venere in visone. Gibbsville sta appollaiata all’ombra degli Appalachi, nel distretto dell’antracite patria di quella disillusa working class di origine scoto-irlandese che molti anni dopo volterà le spalle allo storico voto democratico e farà pendere l’ago della bilancia delle presidenziali per Trump. Difficile che il risentimento anti-establishment dei nostri giorni sia quello che animava la penna di O’Hara, per quanto come il suo doppio Jim Malloy, il protagonista dei racconti di Prediche e acqua minerale, anche per lui la strada sia sempre stata in salita.
Lo incontriamo che scrive coccodrilli per gente che ancora deve finire la sua corsa Jim Malloy, è così che inizia La ragazza nel portabagagli, un pubblicitario che alza il gomito e per campare si ritrova costretto a scarrozzare un’attrice sul viale del declino. Malloy è uno che sa stare al mondo e sa qual è il proprio posto, ma non s’è rassegnato, proprio come il suo creatore: John O’Hara.

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Gli anni meravigliosi del Vecchio scorticatoio: la letteratura della DDR, da Kunze a Hilbig

di Andrea Cafarella


Gli anni meravigliosi del Vecchio scorticatoio

Due sconosciuti poeti della Berlino Est e le loro forme estreme e opposte di raccontare quello che non si può raccontare

 

 «Dovevo affidarmi alle allucinazioni per riuscire a trovare il modo e le possibilità di viverci».

Wolfgang Hilbig

 

Il Novecento. È come una persona, il Novecento. Per noi, in particolare, che di questo secolo abbiamo conosciuto soltanto gli ultimi decenni, si è fatto di carne e ossa. Ci ha fatto un po’ da nonno, con le sue storie, i suoi ricordi. I suoi insegnamenti, la sua morale. I suoi «prima si faceva così», «ai miei tempi», «noi campavamo lo stesso, anche se non ce l’avevamo…» la televisione, il telefono e tutte le altre cose che i nonni guardano con severità. Le comodità che ci hanno reso – per loro, i nonni – deboli, smidollati, dei comodisti che non saranno in grado di cavarsela nella vita vera. Perché i nonni hanno visto la guerra. Hanno vissuto la fame e la miseria. Loro sì che sanno cavarsela, anche quando si fa dura, quando è difficile davvero. 

Il Novecento è un nonno così. Un nonno che ha fatto la guerra, è stato al fronte, ha mangiato pane e cipolle. «E il pane lo davano con la tessera mica al supermercato!». Si ricorda le bombe, il nonno. La bottega dove la cioccolata era chiusa nei contenitori di vetro o di latta riposti negli scaffali più alti. Poiché nessuno ne rubasse. «La miseria fa gli uomini lupi» dice sempre il nonno.

In effetti, il novecento è un secolo di guerre memorabili: la Grande guerra, la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda (oltre tutte le altre “piccole” guerre che hanno fatto da sottofondo anche ai nostri salotti: del Vietnam, del Golfo, dei Balcani). E, seppure sia prima che dopo, la guerra non abbia mai cessato di esistere (anzi, tutto il contrario) è indubbio che questa triade di guerre, combattute – o meno – in ambito internazionale, si compone di momenti storici molto complessi, la cui violenza scatena, ancora oggi, reazioni emotive molto forti e susseguenti riflessioni – sulla natura stessa dell’uomo e sulla vita in generale – di cui non si può più fare a meno. 

Il novecento è stato un secolo in cui la guerra ha cosparso il mondo occidentale, l’Europa, il nostro mondo, di cadaveri in ogni angolo, dietro ogni paesaggio che sentiamo vicino e consideriamo casa (come ci insegna Martin Pollack nel suo Paesaggi contaminati (Keller, 2016)). Ed è forse questo che ci colpisce di più di queste guerre, considerando – è proprio il caso di ricordarcelo – che altrove certi avvenimenti si perpetrano da prima del novecento e continuano tutt’oggi, anche oltre quanto i giornali dicono e dicevano. 

Genocidi, fosse comuni, campi di concentramento, dittature, esili, migrazione forzata e ghetti, leggi raziali, censura. Queste sono le parole del novecento. Il linguaggio prodotto dalle guerre che hanno coinvolto i paesi europei e occidentali (e non solo) durante il secolo scorso. E se il linguaggio è un prodotto dell’uomo, è altrettanto vero che attraverso il linguaggio l’uomo crea il mondo e fa la Storia. Il linguaggio è la Storia, il linguaggio è il mondo. E il linguaggio del novecento ha inevitabilmente cambiato – contaminato – il mondo in cui viviamo oggi, rendendolo cosi com’è.

 

Lungi da me voler esporre qui una lezione di storia del novecento e dei suoi conflitti (questo spazio non basterebbe nemmeno ad elencare una bibliografia essenziale utile al suo studio). Il fenomeno su cui sento l’obbligo di ragionare – accennandolo preliminarmente in questo mio scritto – coinvolge soltanto una delle guerre menzionate e una singola determinata area geografica. Parlo della DDR: la Deutsche Demokratische Republik (o Repubblica Democratica Tedesca (RDT), in italiano). Vale a dire la zona di occupazione della Germania, assegnata all’URSS, a seguito della vittoria della seconda guerra mondiale. La cosiddetta Germania Est. La cui esistenza si limita al periodo che va dal 1949 al 1990. Ovvero durante gli anni di quella dinamica politica che chiamiamo convenzionalmente: Guerra fredda.

La DDR era una nazione fittizia, creata a tavolino da generali e politici, in cui il regime totalitario sovietico dovette agire con una forza più opprimente che in qualsiasi altro paese legato dal Patto di Varsavia. Ne sono state conseguenze: la chiusura delle frontiere, nel 1961, quando l’espatrio fu ribattezzato «Fuga dalla Repubblica» e la costruzione del famoso muro di Berlino, che squarciava la città in due parti. L’Europa in due metà. Gli europei, le persone, gli esseri umani che abitavano quella parte di mondo, persino loro erano stati spaccati in due, divisi in parti. Le famiglie, gli amici, i colleghi, i conoscenti, fino al singolo individuo: ogni cittadino europeo e occidentale – e questo lo sappiamo dai nostri nonni e dai nostri padri – sentiva uno smembramento. Una separazione che sussiste tutt’oggi. Una ferita che sta facendosi cicatrice. E che, pur cicatrizzandosi, ricongiungendosi in un nuovo lembo di pelle, resterà lì per sempre. 

Riunita, ma da pelle morta.

 

In un tale contesto storico e politico si sono creati dei fortissimi stereotipi, atti a tenere distante il lontano, nemico il vecchio nemico. Questo processo coinvolge sia l’opinione che i singoli cittadini hanno di chi viene «dall’altra parte» che quella, più generale, che considera la cultura e quindi la produzione, soprattutto quella artistica, di chi è straniero. E questo è ciò che m’interessa davvero.


Circolavano varie storie che sconsigliavano di avvicinarsi troppo al mulino: stando alla più tetra, nel podere abbandonato si erano installati gli stranieri, gente dell’Est Europa che lì dentro era sopravvissuta alla guerra e nemmeno dopo aveva abbandonato il nascondiglio; anche costoro si ingigantivano quanto più sentivo voci sul loro conto; erano scaltri e violenti, incomprensibili e inavvicinabili – più una stirpe proveniva da est e più era pericolosa, così si credeva – e intuivo che, nella loro cieca ostilità verso la gente del posto, non avrebbero notato che anch’io venivo da una famiglia originaria del profondo Est…

Wolfgang Hilbig, «Vecchio scorticatoio»


La censura, la pubblicità, la propaganda. La lontananza. L’ignoranza. Sono tanti, mutevoli e s’intrecciano l’uno con l’altro, i meccanismi che hanno creato questa distanza tra Est e Ovest. Le leve che sono state usate per sollevare le pietre della lapidazione, del linciaggio collettivo e culturale. Sono meccanismi indotti e auto-indotti. Sono voluti, decisi o naturali, intimi. Sono diversi e impossibili da fissare in un elenco esaustivo. Sarebbe davvero interessante poterci addentrare nello studio pluridisciplinare di questo argomento. Ci potrebbe dare molti spunti di riflessione sull’analisi del razzismo tout court – e oggi sarebbe d’uopo più che mai. Tuttavia, confido che il lettore accorto possa trovare l’abbrivo per un discorso più approfondito nello spirito di questo saggio. Esattamente come è avvenuto nel mio caso, seguendo la pista di alcuni autori straordinari, vissuti al centro del contesto storico e politico che ho appena descritto.

 

La mia avventura nella profonda Germania Est inizia qui. 

Avevo avvistato, parecchi mesi fa, l’uscita di un libro dal titolo, doppio e intrigante: Le femmine – Vecchio scorticatoio. Di un autore che avevo già sentito nominare: Wolfgang Hilbig. L’avevo letto tra i nomi degli scrittori tradotti da Agnese Grieco. Quindi avevo preso subito La presenza dei gatti (il Saggiatore, 1996) l’avevo letto e le avevo immediatamente scritto. Ero folgorato da quella voce putrida e lirica e immensa. Quella prima persona plurale così forte e intima, la voce del primo dei racconti della raccolta. Era la voce degli ebrei durante l’Olocausto e degli artisti, di tutti gli autori censurati dalla paura della Stasi (la polizia segreta del regime). Non dalla Stasi in sé ma dalla sua sola aura, dal terrore che incuteva in ogni cittadino “libero” della Repubblica Democratica Tedesca. 

La prosa di Hilbig descrive il mondo difficile di quegli anni visto dagli occhi di un bambino che racconta con la voce di nonno Novecento. E l’effetto è allucinatorio.

Agnese mi rispose scrivendomi di Hilbig grandi cose. Dopodiché lessi il modo in cui viene descritto da László Krasznahorkai, Clemens Meyer e Joshua Cohen (negli strilli stampati in copertina). Ne parlai con Roberto, il suo nuovo editore italiano (Keller). E scoprii che tradurranno diversi suoi testi e mi s’infiammarono le mani quando mi consegnò finalmente il volume: Le femmine – Vecchio scorticatoio. Avevo il bisogno febbrile di divorarlo.

Il libro racchiude due suoi racconti lunghi (che, unendosi ai quattro de La presenza dei gatti formano un totale di sei racconti disponibili in lingua italiana – pochissimi considerando la qualità della prosa e la notorietà dell’autore in Germania), sono testi mirifici, elegiaci e crudissimi al contempo, fatti di sogni e sangue. 

Qualche giorno dopo – poiché nulla accade per caso – andai per la prima volta in vita mia a Berlino, nella Berlino unita degli anni duemila, di oggi. Vi restai pochissimi giorni, giusto il tempo per visitarne i luoghi principali, leggere il libro e andare a trovare Agnese nel suo incantevole studio. 

Ed è proprio lì, difronte al volto immane di Samuel Beckett che iniziai a capire cosa può provocare la separazione di cui ho abbondantemente accennato in apertura. Può creare una letteratura e nasconderla. E può perfino cancellare un’intera letteratura. 

Agnese mi raccontò le vicende editoriali che stanno dietro quella perla che è La presenza dei gatti (del quale, consiglio all’attento lettore, di recuperarne una copia, prima che sia tardi), mi raccontò di Hilbig e dei loro incontri. Della grande fatica compiuta nel tentativo di farlo pubblicare in Italia. 

Quindi mi nominò Botho Strauß ed Esther Kinky e tanti altri autori che finalmente stanno trovando spazio nella letteratura straniera tradotta in lingua italiana e dei tantissimi altri che non riescono ancora a oltrepassare la cortina di ferro. *

 

George Tooker, Voice, 1963

George Tooker, Voice, 1963

* Mi sembra importante e giusto sottolineare il magnifico ed essenziale lavoro di recupero e di ricerca che conducono, da anni, case editrici come Voland, L’orma, Keller e pochi altri (assieme a singoli addetti ai lavori, traduttori, editor). Non solo con autori che scrivono in lingua tedesca ma scrittori originari di tutti i paesi dell’area del cosiddetto “blocco comunista”: a partire da Uwe Jhonson ed E.T.A. Hoffmann, passando per Matrin Pollack e Max Blecher, fino ad arrivare a Mircea Cărtărescu, László Darvasi o Clemens Meyer. Oppure a sporadiche apparizioni, come quella di Volker Braun nel catalogo Donzelli.


Di ritorno da Berlino, a Milano, feci visita a una libreria dell’usato di cui sono abituale frequentatore. Continuavano a vorticarmi in testa i discorsi di Agnese e il mio sguardo percorreva gli scaffali in cerca di quei nomi impronunciabili che la Storia ha cercato di cancellare. E d’un tratto, nel piano sotterraneo – non poteva essere altrimenti – m’imbattei sorprendentemente nell’unica copia rimasta del solo libro tradotto in italiano di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi (Adelphi, 1978, traduzione di Guido Smeducci)

Fu il dipinto riprodotto in copertina (George Tooker, Voice, 1963) a rivelarmi, come una folgore di luce, tutto quanto sto cercando di dire qui. Ci sono due uomini, i cui volti sono deturpati dal timore e dalla sorpresa, e si poggiano – viso, mani e petto – su una sottile parete che li separa l’uno dall’altro. Siamo noi e loro. Occidentali e Orientali. Germania Ovest e Germania Est. La letteratura in lingua tedesca di quegli anni e la letteratura italiana. La letteratura dei paesi del blocco sovietico e quella dei paesi firmatari del Patto Atlantico. 

 Il libro è sconvolgente: un museo di oggetti minimi e quotidiani. Una galleria antropologica che mostra, liricamente, tutta la violenza sottile e psicotica della vita nella DDR degli anni settanta. 


Non vedi che in questo ragazzo si nasconde un artista?» disse. «È un ragazzo che ha il coraggio di affrontare l’ignoto. Connette le cose in un modo tale che restiamo sbalorditi. Ha una tenacia creativa. Forse potrà uscirne anche poeta, chi sa». […] «Oppure un soldato bravo, o magari geniale» disse il terzo, che io però interruppi subito. «Soldato? Come, soldato?» chiesi avvertendo il pericolo di dover cancellare poi dalla mente del ragazzo le parole che c’erano da aspettarsi appena l’amico avesse ricordato il proprio servizio militare. Lui rispose: «Un soldato bravo, perché esegue anche l’ordine più idiota. E un soldato geniale, perché lo esegue in modo che l’idiozia dell’ordine diventa evidente. Un uomo come lui può diventare provvidenziale per una truppa.

Reiner Kunze, «Clown, muratore o poeta», Gli anni meravigliosi


L’ultimo tassello del puzzle, ancora incompleto, che mi consentì di intuirne la forma e il disegno complessivo, viene da un’altra germanista: Anna Maria Curci. Da diversi anni conduce una rubrica, molto interessante, sulla rivista Poetarum Silva, che si chiama proprio «Gli anni meravigliosi» [purtroppo non sono riuscito a trovare una pagina in cui vengono raccolte tutte le pubblicazioni. Potete comunque trovare tutti i ventidue numeri finora usciti sul sito: www.poetarumsilva.com].

Ogni numero della rubrica presenta un autore tedesco, operante negli anni settanta, i cui testi sono stati «ingiustamente dimenticati». Testi che, ci dice la professoressa Curci, possiedono «le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’». Per ogni autore segue un testo tradotto dalla suddetta. La seconda pubblicazione della rubrica è dedicata proprio a Wolfgang Hilbig e vi troviamo l’unica traduzione disponibile in lingua italiana della sua raggelante poesia «episode». 

Da quel momento, quando ebbi scovato il numero della rubrica che tratta Hilbig, per me – come evidentemente anche per Anna Maria Curci – Hilbig e Kunze sono diventati fratelli di sangue. Nonostante e grazie alle loro innumerevoli ed enormi differenze. La distanza letteraria e biografica li unisce ancora di più, poiché entrambi vengono dalla stessa terra marcia infarcita di cadaveri. Sono due golem, due creature della stessa razza, semplicemente evocati da due rabbini diversi ma fatti della stessa argilla.

 

Due poeti sconosciuti ma fratelli

La poesia nella DDR di quegli anni era un fatto serio. Molto serio. Basti pensare che nel 1959, dopo la lettura radiofonica di alcune poesie d’amore, a seguito di una forte campagna diffamatoria nei suoi confronti, all’università di Lipsia, l’allora assistente di cattedra Reiner Kunze, durante un’assemblea, viene travolto dagli sputi di uno studente. Un episodio che diviene un vero e proprio linciaggio. 

Kunze è costretto a lasciare la carriera accademica e a trasferirsi in Cecoslovacchia, dove, però, fortunatamente, conosce la sua futura moglie, inizia a tradurre dal ceco e a inserirsi nelle allora vivide cerchie letterarie e intellettuali del paese. Questo fortunato periodo dura però soltanto due anni, la primavera di Praga spazza via ogni speranza di pacifica e felice attività intellettuale nel cuore e nella mente dell’autore tedesco, abbandonandolo alla violenta censura del regime e alla totale repressione psicologica della società. Solo una quindicina di anni più tardi descriverà la deprimente situazione in cui dovette vivere, assieme alla sua famiglia e ai suoi cari, nel suo primo libro di prosa, appunto: Gli anni meravigliosi. Libro che conobbe una immediata notorietà in tutto il mondo. Libro che lo costrinse all’esilio. O meglio: libro che, per la sua scintillante e limpida veridicità, provocò l’ira del regime – che, come ogni regime, era restio ad accettare la verità – che costrinse Kunze e la sua famiglia a lasciare la loro casa, fuggendo verso occidente. Lontano da casa ma finalmente al sicuro.

 

La sua gratitudine nei confronti dello Stato e della società lascia assai a desiderare, per non dire che presenta tratti criminali. Vuole fare l’artista… e che cosa avrebbe da scrivere, lei… Uno scrittore che ha paura di gettare lo sguardo nella vita vera.

Wolfgang Hilbig «Le femmine»

 

Wolfgang Hilbig era un uomo e un autore molto diverso da Reiner Kunze. Lavora prima come operaio e poi come fuochista per aziende statali della DDR. Solo nel 1979 si trasferisce nella Berlino Est per dedicarsi interamente alla letteratura e, nel 1985, dopo aver ottenuto un permesso temporaneo di espatrio nella Berlino Ovest, decide di non fare più ritorno a casa. Si sposa e si separa. Come molti altri, ebbe, oltre l’esilio, in comune con Reiner Kunze, la censura e la successiva fama nel mondo occidentale. Vinse molti premi letterari e conobbe una grande notorietà. Giorgio Mascitelli, che già nel 2015 ne consigliava la traduzione su Nazione Indiana, racconta (pur senza certificarne la fonte) che appena arrivato nella Germania federale, Hilbig spese i primi soldi guadagnati per acquistare l’intera opera di E.T.A. Hoffmann. Un aneddoto che, anche fosse falso, dice moltissimo su Hilbig. Dice tanto sia sulla sua letteratura che sul suo modo di scrivere e dice altrettanto anche sul suo modo di pensare e di vivere – sperperando la vita in quello che amava, con una passione incontrollabile.

Morì alcolizzato, a Berlino, all’età di sessantasei anni.

 

Nell’insieme eravamo considerati degli individui negativi, dei nemici della società, in ogni caso, perlomeno, degli individui inutili e parassitari, poiché ci eravamo votati tutti quanti alle nebulose stelle dell’arte e della letteratura.

Wolfgang Hilbig, «La presenza dei gatti»

 

Reiner Kunze lo immagino in giacca e cravatta, con la sua famiglia riunita attorno a lui, gli occhiali poggiati elegantemente davanti agli occhi, nel suo studio ricolmo di libri. Al contrario, Wolfgang Hilbig me lo figuro solo, in uno squallido bar berlinese, la capigliatura spettinata e il grande naso da pugile a formare un grugno selvaggio. 

Due sconosciuti che non s’incontreranno mai. 

Eppure, fratelli. Sono entrambi due poeti della DDR, censurati, esiliati e tornati in patria, questo è il loro “patto di sangue”. 

E in comune hanno anche un premio, il più prestigioso della Germania occidentale: il Georg-Büchner-Preis (Kunze nel 1977 e Hilbig nel 2002) *.

Georg Büchner (1813 - 1837)

Georg Büchner (1813 - 1837)

* Il Georg-Büchner-Preis fu assegnato ad autori ormai conosciutissimi, anche in Italia: da Gottfried Benn (1951, il primo a riceverlo) a Paul Celan (1960), Ingeborg Bachmann (1964), Heinrich Böll (1967), Thomas Bernhard (1970), Uwe Johnson (1971), Elias Canetti (1972) Peter Handke (1973), Christa Wolf (1980), Friedrich Dürrenmatt (1986) fino a Botho Strauß (1989). Tutti questi hanno già editori, più o meno bravi e prestigiosi, che ne hanno curato l’opera in lingua italiana. Il fatto sconcertante, per me, è che mancano all’appello altri cinquantasei autori che lo hanno vinto tra il 1951 e il 2019.  

Lo stesso ragionamento si potrebbe fare per i ventuno autori selezionati da Anna Maria Curci per la sua rubrica «Gli anni meravigliosi» (di cui solo tre sono quasi interamente tradotti in italiano, al contrario degli altri diciotto, quasi totalmente introvabili nelle nostre librerie).

In questo senso non hanno molta importanza le abissali differenze che separano Kunze e Hilbig. O meglio: sono essenziali le differenze di Kunze e Hilbig ma non li separano, li uniscono. La loro letteratura è proprio quella pelle morta, cicatrizzata dal sangue sulla ferita, sullo squarcio provocato dalla Guerra fredda. Ed è proprio ciò che può guarire l’Europa e tutti noi.


«Medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR» – Gli anni meravigliosi

Con questa frase Heinrich Böll definisce Gli anni meravigliosi recensendolo per la rivista «Die Zeit»: «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR». Le prose brevissime di questo libro meraviglioso sono piccole fotografie, rotocalchi, reliquiari di scene quotidiane. Raccontano delle situazioni apparentemente insignificanti che, per loro natura, sprigionano una enorme potenza lirica proprio nella semplicità del vissuto. Kunze non ha quindi bisogno di una lingua elaborata. Lo stile è piano, la lingua è scarna. Decisa e tagliente, spesso si riduce a singole frasi o dialoghi, privi di didascalia, privi di descrizioni. 

La figlia di Kunze è sicuramente una – se non la – protagonista di buona parte del libro. Le pagine seguono i suoi anni che passano. I suoi compagni di classe e di scuola diventano personaggi. Gli insegnanti, il preside, il custode. Gli episodi dell’infanzia: gli «anni meravigliosi» sono appunto questi, per tutti. Eppure, nei testi esplode, con una struggente ironia, la contraddizione intrinseca del titolo e del libro stesso. Sono gli anni meravigliosi dell’infanzia che però, nella DDR di quegli anni, come dire: non possono essere meravigliosi. Dovrebbero ma non lo sono stati. 

I ragionamenti assurdi che farebbe ogni ragazzino, anzi: che fa ogni ragazzino – per fortuna – prendono, nei testi di Kunze, una piega, una sfumatura grottesca. I bambini colgono, con i loro discorsi insensati, la dissennatezza del regime, la follia di un controllo propagandistico così asfissiante e scriteriato. I ragazzini portano alla luce la pressione psicologica di quegli anni, la forza emotiva della censura nelle anime di chi non ha ancora la capacità di codificare e decodificare certi meccanismi, certa pubblicità, certi stereotipi.  L’invasione culturale nella mente di chi crede ancora a tutto. E, allo stesso tempo, la naturale acutezza di chi crede, ancora, e non può farsi sottomettere dalle bugie.


Impugna un revolver per mano, dal petto gli pende un mitragliatore-giocattolo.

«Cosa dice tua madre di queste armi?»

«È stata lei a comprarmele».

«Per farne che?».

«Contro i cattivi».

«E chi è buono?».

«Lenin».

«Lenin? E chi è?».

Si sforza di pensare ma non sa rispondere.

«Non sai chi è Lenin?»

«Il capitano».

Reiner Kunze, «Sette anni», Gli anni meravigliosi 

 

Se da una parte c’è la figlia di Kunze. Quindi l’infanzia e i bambini e i ragazzini e il quotidiano. Dall’altra c’è Kunze stesso: l’intellettuale, la poesia, Praga. Soprattutto l’ultima parte del libro è un interessante spaccato della capitale ceca e un inno a certa poesia Cecoslovacca. Kunze arriva anche a riportare interi testi degli autori che tradusse. E riesce così a raccontare – sempre attraverso queste brevissime illuminazioni – il suo amore verso questo paese, la Cecoslovacchia, che lo accolse nel momento del primo esilio. E lo fa attraverso l’intimo resoconto del suo legame con la traduzione e la lingua ceca. Raccontandoci, in qualche modo, anche sé stesso e la sua letteratura e l’altrui traduzione delle sue opere, attraverso la sua relazione con le opere degli altri. 

Il risultato complessivo è il diario, lo zibaldone di un poeta già in esilio prima ancora di esserlo fisicamente. Un uomo che guarda e nota tutto, da una condizione di distanza profonda e incolmabile.

Gli unici momenti in cui la poesia subentra a segnalare un contatto, un’unione estremamente significativa ed emozionante, riguardano sua figlia. Sono epifanie strazianti e luminose, e tornano tutte al cuore alla fine del libro, nei ringraziamenti che suggellano il testo (di cui niente, nemmeno le note, è possibile escludere e considerare accessorio) all’interno dei quali ringrazia la figlia, Marcela, «perché negli anni in cui doveva innanzitutto trovare se stessa, non ha mai rinnegato suo padre». Una confessione, una dedica così aperta e toccante che farebbe piangere persino Hilbig, oltre che me e spero chiunque sappia leggere e abbia la possibilità di sfogliare questo libro eccezionale, perduto negli elenchi dei fuori catalogo.

 

Lei è il pugno con cui Dio cala sui suoi genitori. Ma un pugno che può piangere. Vivere con questa metafora impossibile.

Reiner Kunze, «Bilancio provvisorio», Gli anni meravigliosi 

Reiner Kunz (1933 - )

Reiner Kunz (1933 - )

 

 

Allucinazioni bloccate nel caos della DDR – Le femmine – Vecchio scorticatoio

Nuovamente: due poeti, due autori totalmente diversi e quindi due libri dalla forma completamente opposta. Le femmine – Vecchio scorticatoio innanzitutto è un libro “curaterale”. Al contrario de Gli anni meravigliosi, non è un libro pensato per essere così come lo troviamo nell’edizione italiana. L’editore Keller ha ben pensato di riunire due dei racconti lunghi più importanti di Hilbig (che forse oggi chiameremmo romanzi, per ragioni di “comunicabilità del prodotto”) in un unico volume, nella traduzione di Riccardo Cravero (per Le femmine) e Roberta Gado (per Vecchio scorticatoio), in occasione del trentesimo anniversario della demolizione del muro di Berlino. Diversi decenni dopo la loro prima pubblicazione in tedesco. A differenza delle prose di Kunze che furono tradotte dopo soli due anni dalla prima pubblicazione e l’anno successivo a quello della vittoria del Georg-Büchner-Preis.

Inoltre, i testi de Gli anni meravigliosi e i racconti di Hilbig, a prescindere dai loro dati anagrafici ed editoriali, sono, in effetti, diametralmente opposti. 

Se quelle di Kunze sono prose brevissime, scatti veristi che mettono in risalto la poesia del reale, quelli di Hilbig sono testi molto lunghi in cui la divagazione e la trasfigurazione simbolica sono strabordanti. Il reale viene filtrato da una lente, deturpato dall’immaginazione e dalla poesia, dall’assurdo e dal fantastico. 

 

Cercai la causa di quella sensazione e mi venne un sospetto, che andò rafforzandosi, e presto mi ritrovai a girare giorni interi soltanto per constatare che avevo ragione, notti intere soltanto per trovare conferma al mio tremendo sospetto: dalla città erano scomparse tutte le femmine.

Wolfgang Hilbig, «Le femmine»

 

Ci sono le fabbriche, le istituzioni e il controllo statale è predominante. La DDR è presente proprio nei modi che abbiamo evocato nelle pagine iniziali. Nonostante ciò, lo sguardo del poeta si rivolge all’astratto e all’invenzione fantastica. 

L’io narrante de «Le femmine» perde il lavoro e vive un costante stato di difficoltà e di ansia emotiva. Il suo pensiero però va alle femmine che, d’un tratto, non riesce più a vedere; sono scomparse, se ne sono andate, si nascondono a lui o sono del tutto invisibili? O si tratta esclusivamente di un simbolo, la rappresentazione di tutto ciò che è “femminile”? O entrambe le cose?

In questo racconto, personalmente, vedo anche un importante e strano e originale inno femminista, dal forte impatto emotivo, specie perché scritto da Hilbig. Una toccante critica al maschilismo dilagante di quegli anni, soprattutto durante il regime. Un’ode che dovrebbe parlarci ancora, oggi più che mai.

 

Oh femmine… voi che non bisogna più chiamare così… non sarà forse possibile spiegare il vostro caso con il solo fatto che un’incredibile sensibilizzazione del mio occhio vi rende a me invisibili?

Wolfgang Hilbig, «Le femmine»

 

Nei racconti di Hilbig si passa costantemente da una dimensione cruda, reale, violenta, a un piano simbolico e immateriale, dove tutto è stravolto e si smaterializza in descrizioni oniriche che hanno a che fare con la pazzia, con l’ebrezza, con le visioni di un alcolista, per l’appunto. 

 

In quel momento avrei potuto consegnare al ridicolo il simbolismo delle mie descrizioni maschili, che erano diventate da un pezzo associazioni mentali assurde e il cui stile si andava sempre più deteriorando.

Wolfgang Hilbig, «Le femmine»

 

Il protagonista, l’io narrante, in questi due racconti è sempre lo stesso Hilbig, seppure sia l’Hilbig dei sogni di Hilbig. Un Hilbig infero che spreca il suo tempo masturbandosi selvaggiamente nei meandri delle fabbriche. Un Hilbig che passa dalle sue divagazioni senza senso, dalle sue «associazioni mentali assurde» a momenti di lucidità in cui sembra come risvegliarsi e rendersi conto del reale, sentenziando frasi di totale smarrimento – «da molto ormai, non sapevo più dov’ero» – che hanno qualcosa di visionario e assolutizzante, che toccano tutti, in cui ognuno di noi si può ritrovare, poiché riguardano la natura umana, la gemma più intima e oscura del nostro essere. 

 

Nessuno mi avrebbe trovato: combattevo le mie battaglie pressoché solo con me stesso; fra le rovine, negli angoli più reconditi di quei luoghi distrutti dalla guerra, mi sapevo sicuro, invisibile e lontano dalle orecchie altrui, lì tenevo nascoste le mie sciabole di legno tinte di verde dalle ortiche che sfalciavo per farmi varco, un verde che al sole del tramonto sembrava virare al rosso. Allora le ombre si appostavano, intanate nelle crepe dei muri, ad aspettare il momento dell’agguato, ingigantendosi…

Wolfgang Hilbig, «Vecchio scorticatoio» 

 

Quella di Hilbig è una lotta costante, interiore, tra l’impossibilità di vivere il suo presente e la difficoltà di convivere con gli incubi incontrati nelle sue allucinazioni. Tra la necessità di rivedersi bambino, coi suoi riccioli d’oro ancora vergini e puliti, e la violenza dirompente del regime e dei regimi, capace di insozzare per sempre il biondo dei suoi capelli da ragazzino, bello e insolente.

 

Era come se dopo notti del genere dovessi faticosamente trasformarmi a ritroso, quasi fossi invecchiato a folle velocità assumendo un’età che non potevo accettare: nel piccolo bosco che nascondeva il luogo sacrificale degli animali deportati ero stato tramutato in connivente, nel compartecipe di un qualche Reich Millenario e della sua storia, e ora ero io stesso uno di quei vecchi induriti e senza sogni, anche i miei riccioli d’oro erano stati insozzati dal lerciume delle rampe…

Wolfgang Hilbig, «Vecchio scorticatoio» 

 

Anche in Hilbig torna il tema dell’infanzia, della fanciullezza ancora vergine. Della capacità di immaginare e di «fare poesia». 

È nella poesia che sia Kunze che Hilbig, ognuno a suo modo, trovano una fuga, un riparo, un ritorno all’innocenza. L’innocenza capace di credere. L’innocenza capace di vedere l’invisibile. E di vedere oltre le assurdità e l’orrore del visibile, qualcosa di invisibile e prezioso, di salvifico. Una speranza, pur morta.

Così come in Bernhard e Gombrowicz, nel caso di Hilbig, e piuttosto di Sebald, Benn e Bachmann in relazione a Kunze, la poesia del linguaggio, la potenza della parola può rovesciare le sorti del mondo intero. L’ossessione, la mania del verbo può ridarci ciò che ci spetta: la sensazione di esistere. 

Nella crisi, solo nella crisi l’artista trova il movente per compiere l’assassinio, per uccidersi simbolicamente e scoprire quindi, attraverso l’atto, tramite il gesto artistico, cosa significa vivere, cosa vuol dire essere. E per chi, come Kunze e Hilbig, ha sempre vissuto nel parossismo imposto e insopportabile della dittatura, trovare le parole, tutte le parole – nuove, inventate, incontrate per strada, trasfigurate dai sogni, deturpate, ricucite l’una all’altra nella speranza di una cicatrizzazione gradevole alla vista – diventa un imperativo: una ragione di vita o di morte. E questa urgenza assoluta e viscerale effluisce in ognuna delle pagine di questi due illuminanti poeti, vissuti in esilio come Dante, le cui opere tornano vivide: sono i fantasmi dei corpi sparsi in tutta l’Europa sopravvissuta al Novecento. Il Novecento: questo nonno perfido, con un passato da nazista che tende a dimenticare, ormai immobile sulla poltrona dei suoi anni, apparentemente innocuo, a cui non possiamo più rimproverare nulla e dal quale possiamo solo imparare, ascoltandone i racconti, per provare a vivere diversamente da lui. Meglio di lui. 

Seppure, al peggio – lo diceva sempre il mio, di nonno – non c’è mai, mai fine.

 

«Vecchio scorticatoio, vortice costellato di stelle. Vecchio scorticatoio sotto una volta di pensieri confusi, confuso battito di pensieri coperti di vecchio, vecchio scardinatoio. Pensieri notteriflessi, pensati d’astri: vecchio sbattitoio che offusca le stelle. E nuvole, vecchio fruscio: cervella di fumo dietro fronte di nubi, volta ventosa che obnubila le stelle. 

Wolfgang Hilbig, «Vecchio scorticatoio» 

Wolfgang Hilbig (1941 - 2007)

Wolfgang Hilbig (1941 - 2007)