Lontano lontano, di Gianni Di Gregorio

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Dopo anni di cinema Di Gregorio arriva finalmente alla letteratura con Lontano lontano, tre novelle che confermano il suo talento e sorprendono per la naturalezza, come se dietro il regista da sempre si fosse celato lo scrittore. Sono storie di famiglie indolenti e camminate solitarie, di italiani medi che pensano soprattutto a se stessi, personaggi e situazioni che mai cadono nello stereotipo, tratteggiati in una lingua ricca e originale, in apparenza senza tempo e che invece affonda nella contemporaneità, nei suoi problemi, nei suoi paradossi.

Cattedrale vi propone l’incipit dell’ultima novella che da il titolo alla raccolta, per gentile concessione dell’editore.



Lontano lontano


Lunedì

Il professore era seduto al tavolinetto del bar e leggeva il giornale. Gli piaceva quel posto la mattina, il bell’affaccio sulla strada alberata che sale al Gianicolo, i ragazzi simpatici che gli facevano grossi sconti perché lo conoscevano e lo vedevano sempre gentile e sorridente, anche quand’era ubriaco.
Andato in pensione da poco, si ritrovava a condurre la sua vitarella, fatta di piccole cose noiose ma rassicuranti in fondo, tanto non c’era altra scelta.
Era stato un bell’uomo, e piaceva alle donne ma era innamorato di tutte e di nessuna, un inetto. Tuttavia si sposò e il matrimonio durò qualche anno. Non aveva figli ma non ne sentiva certo la mancanza dopo più di trenta anni passati a combattere con i suoi studenti del liceo, fra gioie e dolori, più dolori che gioie, cercando di illuminare generazioni di testoni con briciole di sapienza.
Qualcuno reclamò il giornale, che era quello del bar. Lo cedette a malincuore e tornò a sorseggiare lentamente il suo calice di vino bianco. Si accorse che si stava scaldando, e questo poteva compromettere il sereno avvio del nuovo giorno. Si domandò se fosse più giusto continuare a centellinare oppure berlo tutto d’un botto, prima che diventasse un brodo. In quel frangente vide passare il Vichingo sul marciapiede opposto. Bevve d’un botto e lo raggiunse.
«Ciao Vichì».
«Ciao. M’accompagni all’Ufficio Postale a ritirà la pensione, così te ridò quel cinquantino?».
Il Vichingo era suo coetaneo e vecchio amico. Di più, la loro amicizia risaliva all’infanzia, si erano conosciuti a sette otto anni mentre facevano il bagno nel Fontanone del Gianicolo. Era un’usanza bellissima. Le domeniche d’estate i ragazzini di Trastevere salivano al Fontanone e in mutande si tuffavano. Due o tre bambini scendevano da nord, un altro paio erano i figli degli ambasciatori che abitavano a due passi, scavalcavano i cancelli e arrivavano già in mutande o addirittura in costume da bagno. Era una festa. Lo scintillio del sole, gli schizzi, il pavimento fresco e ricoperto di sottile muschio, per cui scivoloni e un tripudio di urla e di risate.
Il Vichingo era stato per tutta la vita ed era tuttora refrattario e ostile al lavoro. Avrebbe potuto lavorare al banco di frutta e verdura al mercato gestito prima da sua madre e poi da suo fratello, lavorare in famiglia è un privilegio, ma non ci fu mai niente da fare. L’alzarsi presto la mattina, il caldo, il freddo, la polvere e il vento, un carattere antico e misterioso, la romanità stessa, avevano creato in lui una barriera d’orrore.
Ora aveva, per fortuna, la pensione minima. Si accontentava di poco, veramente di poco, gli piaceva stare al bar a chiacchierare, farsi quattro birrette e buonasera. Ogni tanto, se qualcuno gli stava antipatico, mostrava un certo caratterino, ma erano cose passeggere. Non era cattivo, anzi, considerando la fatica e l’impegno necessari a pensare il male, e dal pensiero passare all’azione, c’era da immaginare che l’anima del Vichingo fosse limpida come l’aria del mattino.
L’ufficio postale era pieno di vecchietti, giorno di pensione. Tutti cercavano di piazzarsi davanti alla bocchetta dell’aria condizionata, che più di tanto non poteva fare. Ma qualcuno non era rassegnato, e inveiva contro l’unico impiegato, un poraccio pure lui.
Finalmente ne uscirono e andarono a sedersi al bar San Calisto, per il meritato premio, vino bianco e una birretta. Il Vichingo aprì la busta e volle per forza restituire il cinquantino al professore. «Quello che è giusto è giusto, i buffi vanno pagati, anzi...».
Si alzò ed entrò deciso nel bar. Ne riuscì qualche secondo più tardi, pensieroso. Ricontò i soldi. «Ma qui ce mancano, porca mignotta!».
Allungò il foglietto al professore che si mise gli occhiali.
«Dunque… detrazione INPS euro diciannove e novanta… detrazione INAIL ventidue, IRPEF detrazione modello settecentotrenta euro ventitré e sessanta. Totale quattrocentoventi. Beh, è giusto, non manca niente».
«Ma come non manca niente?! Ogni volta sò de meno!».
Il Vichingo stracciò il foglio e bevve un sorso amaro.
«A professò, bisogna che ce ne andiamo da ’sto paese!».
«E dove vai?».
«I pensionati in Italia se ne vanno tutti, che non lo sai? Io per esempio c’ho la pensione minima, no?».
Il professore annuì.
«E ringrazia Dio che ce l’hai, co’ quello che hai lavorato...».
Il Vichingo lo guardò male.
«Insomma io qua non ce faccio niente, mentre ce sò paesi dove co’ ’sti quattro soldi ce vivi e fai pure una vita dignitosa!».
«Sarà, me sa che la fai troppo facile».
«Certo, che te frega a te? Tu c’hai la pensione bona!».
«Ah! Io c’ho la pensione bona? Io fra l’affitto e le spese non c’ho una lira e bada bene che ho insegnato latino e greco a centinaia di ragazze e ragazzi, per anni, hai capito?».
Al Vichingo scappò un sorrisetto.
«E pensi che se lo ricordano?».
«Se lo ricordano, non te preoccupà, se lo ricordano...».
La sera il professore aveva già dimenticato lo sproloquio del Vichingo e si preparò una minestrina più buona del solito. Il segreto sta nel non fare le cose di corsa. Tempo ce n’era ed era quello il momento migliore della giornata. Già al tramonto la coscienza si rilassava, aveva fatto quello che poteva, cioè niente, ed era abbastanza. Si addormentò davanti al televisore che trasmetteva un clamoroso western. Il Vichingo, staccatosi finalmente dalla sedia del bar, veleggiò verso casa, con il bicchiere di Campari ancora in mano. Rientrò nella sua tana, un antico fondaco ripieno di impicci, ma che aveva un bel bagnetto, grande comodità. Proprio lì cercava di entrare il Vichingo, ma la porta non si apriva. Quasi si spaventò.
«Chi c’è dentro?».
Dallo spiraglio si affacciò la faccia insaponata di un ragazzetto africano.
«Sono Abu, faccio la doccia. M’hai dato chiavi, ti ricordi?».
Il Vichingo si ricordò e andò a sedersi. «Che palle! Sbrigate!».
Certo, Abu. Gli dava spesso le chiavi per farsi la doccia, stava tutto il giorno in giro sotto il sole. Però aveva detto una doccia ogni tanto e adesso passava quasi tutti i giorni. E ogni volta lasciava al Vichingo un elefantino, pezzo forte delle piccole cose africane che cercava di vendere.
«Basta, ce n’ho tanti!».
«Porta fortuna!».
«Eeeh!».
Il Vichingo regalò ad Abu un sacchetto di frutta fresca e lo congedò. Ne giravano per Trastevere e per tutto il centro storico di ragazzi così. Gli facevano pena.


© Sellerio editore,  2020 - Tutti i diritti riservati.

 
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Le ultime parole del poeta, di René Daumal

Fotografia di Luc Dietrich.

Fotografia di Luc Dietrich.

La poesia e la morte

Un’introduzione alle ultime parole del poeta di René Daumal

 

«Non si conosce la parola mediante la parola, ma attraverso il silenzio» 

René Daumal

 

René Daumal ebbe due ossessioni, una consequenziale all’altra: la poesia e la morte. La poesia era per lui un fatto serissimo, una questione di vitale importanza: la ricerca della Parola Unica, della Cosa-da-dire; la poesia, l’unica poesia che abbia un vero senso – la poesia bianca – è fatta esclusivamente di «parole di verità», pensava Daumal. E questa Parola Unica è inevitabilmente una «parola impronunciabile» poiché deve emergere, deve germogliare come un seme dal silenzio, dal buio, dal vuoto (o se vogliamo dalla vacuità buddhista), deve passare attraverso l’esperienza della morte. Morte che non è fisica, non è quella del corpo ma negazione dell’Io e della sua immagine falsa, del suo “apparire” –  diremmo forse oggi. Solo morendo metafisicamente, prima che sopraggiunga la morte definitiva, il poeta può davvero raggiungere il proprio Sé e lavorare strenuamente alla ricerca della Verità.

 

«Tutta la notte cercò di estrarre dal cuore la parola impronunciabile».

 

Il 1936 è un anno essenziale per René Daumal. Innanzitutto, è l’anno della pubblicazione di Le Contre-Ciel (in uscita, per la prima volta in italiano, nella versione di Damiano Abeni, per Edizioni Tlon), l’unico libro di poesia dell’autore e il primo dei soli due testi che vide pubblicati in vita. Questa pubblicazione segna la fine di un percorso – una morte – e l’inizio di un nuovo cammino che lo porterà ad allontanarsi da tutto quanto aveva vissuto fino a quel momento per intraprendere la perigliosa salita al Monte Analogo. 

Ed è nel 1936 che Daumal scriverà: «Le ultime parole del poeta», un breve testo, rappresentativo di tutta la sua poetica fino a quel punto e paradigmatico di quanto seguirà, nella sua vita e nella sua opera, da lì e in avanti fino alla sua prematura morte, otto anni dopo. Si tratta di una prosa lirica che, raccontando di un poeta condannato a morte, cui viene concesso di dire la sua ultima poesia, parla appunto della poesia in generale. Della Poesia Unica, dell’unica parola che valga la pena pronunciare. «Non ho che una parola da dire, una parola semplice come il fulmine», poiché quella Cosa-da-dire corrisponde al seme da cui può nascere la Verità. 

Eppure, ci dice Daumal, «La poesia non ascoltata è un seme perso», «se la poesia è un frutto, il poeta non è un albero. Vi chiede di prendere le sue parole e di mangiarle all’istante. Poiché non può, da solo, produrre il proprio frutto». Dobbiamo essere noi a mangiare la Poesia Unica e farla attecchire dentro, questo è il grande lascito di René Daumal: darci la responsabilità assoluta di raccogliere il suo insegnamento immane per non lasciarlo imputridire con il suo corpo. Ci offre una possibilità, una direzione, un’indicazione misterica e silenziosa – l’unica possibile – della via da seguire per raggiungere la Verità, la cima del Monte Analogo, la poesia bianca, il vero senso della nostra vita.

Così, l’ultimo grido del poeta, prima della fine, esprime tutti i timori intimi di René, la sua urgenza di ricerca, il suo bisogno estremo di morire per ritrovarsi, per risorgere nella conoscenza e nell’illuminazione del seme fattosi albero, fattosi uomo, divenuto poeta e infine maestro. 

 

«Raccogliete queste parole, che non siano un seme perduto!

Covate le mie parole, fatele crescere, fatele parlare!».

 

Pubblichiamo questo testo illuminato in attesa del suo Controcielo e nella speranza che il lettore attento possa trarne il significato più profondo e radicale per farlo suo e covarlo dentro di Sé con un lavoro costante teso a raggiungere la Parola Unica e l’unica Verità.

 

Andrea Cafarella

 


 Le ultime parole del poeta

 

Da un frutto che si lascia imputridire per terra può ancora nascere un nuovo albero. Da quest’albero, centinaia di nuovi frutti.

Ma se la poesia è un frutto, il poeta non è un albero. Vi chiede di prendere le sue parole e di mangiarle all’istante. Poiché non può, da solo, produrre il proprio frutto. Occorre essere in due per fare una poesia. Chi parla è il padre, chi ascolta è la madre, la poesia è il figlio. La poesia non ascoltata è un seme perso. O ancora: chi parla è la madre, la poesia è l’uovo e chi ascolta ne è il fecondatore. La poesia non ascoltata diventa un uovo imputridito.

 

*

 

A questo pensava, nella sua prigione, un poeta condannato a morte. Era in un piccolo paese, appena invaso dalle armate di un conquistatore. Avevano arrestato il poeta perché, in una canzone che cantava nelle strade, aveva paragonato la tristezza che logorava fino all’osso la carne del suo corpo ai fumi micidiali che avevano bruciato fino alla roccia la terra del suo villaggio.

Domani all’alba sarà impiccato. Ma gli si concede la grazia di poter dire di fronte al popolo, prima di morire, un’ultima poesia.

 

*

 

Diceva a se stesso, nella sua cella:

 

«Finora non ho fatto che canzoni per divertire.

Sarà la mia prima ed ultima poesia.

Dirò loro:

“Raccogliete queste parole, che non siano un

seme perduto!

Covate le mie parole, fatele crescere, fatele

parlare!”.

 

Ma che dirò loro, poi?

Non ho che una parola da dire, una parola semplice come il fulmine.

Una parola che mi gonfia il cuore, una parola che mi sale alla gola, una parola che gira nella mia testa come un leone nella gabbia.

Non è una parola di pace. Non è una parola facile da ascoltare. Ma deve condurre alla pace. Ma deve rendere tutto facile da ascoltare. A patto che la si prenda così come la terra riceve il seme e lo nutre uccidendolo.

Quando sarò imputridito, tra qualche giorno, che un albero di parole nasca dalla mia putrefazione. Non di parole di pace, non di parole facili da ascoltare, ma di parole di verità.

 

*

 

Ma, ancora, che dirò loro?

Non ho che una parola da dire, una parola tanto reale quanto la corda che m’impiccherà.

Una parola che mi dà prurito, una parola che mi divora, una parola che anche il boia potrà capire.

Aprirò la bocca – dirò la parola – chiuderò la bocca – e questo sarà tutto.

 

Non appena avrò aperto la bocca, si vedranno rientrare sotto terra i fantasmi e i vampiri e tutti i ladri di parole, gli imbroglioni al gioco della vita, gli speculatori della morte:

Quelli che fanno girare i tavoli,

quelli che fanno oscillare i pendoli,

quelli che cercano negli astri ragioni per non far nulla.

I fantasticoni, i suicidi,

i maniaci del mistero,

i maniaci del piacere,

i viaggiatori immaginari, cartografi del pensiero,

i maniaci delle belle arti, che non sanno perché cantano,

danzano, pettinano o costruiscono.

I maniaci dell’aldilà

che non sanno stare quaggiù.

I maniaci del passato, i maniaci del futuro, illusionisti di eternità.

Li si vedrà rientrare sotto terra non appena avrò la bocca aperta.

 

Non appena potrò pronunciare la parola, gli occhi dei sopravvissuti si rivolteranno nelle loro orbite, e ciascuno di questi uomini e ciascuna di queste donne guarderà in faccia il fondo della propria sorte.

Abisso di luce! Oscurità sofferente!

 

Non appena avrò chiuso la bocca, i loro occhi si rivolgeranno verso il mondo, carichi della luce centrale, e vedranno che il fuori è l’immagine del dentro. Saranno re, saranno regine, si vedranno gli uni gli altri, ciascuno solo come il sole è solo; ma tutti illuminati, dentro, dal fuoco di un’unica solitudine, così come, fuori, dal fuoco di un unico sole.

 

*

 

Ma sogno e cedo alla troppo facile speranza. Piuttosto, senza dubbio – diranno:

“Quel matto, è ora che lo si impicchi. Quella bocca inutile, è ora che la si chiuda”.

O forse diranno ancora:

“Le sue non sono parole di pace, non sono parole facili da ascoltare. Sono parole di un demonio. È ora d’impiccarlo e basta”.

 

E, in ogni caso, sarò impiccato. Ebbene, dirò loro:

“Voi non vivrete molto più a lungo di me.

Io muoio oggi, voi la prossima settimana. E la nostra miseria è la stessa, e la nostra grandezza è la stessa”.

 

Ma crederanno che sono parole d’odio. Questi infelici sono talmente certi di essere immortali! E, in ogni caso, sarò impiccato.

Che dirò loro? Certo dirò loro: “Svegliatevi!”. Ma non saprò dir loro come fare, e loro diranno:

“Ma noi non dormiamo. Impiccate, impiccate quest’impostore, e che lo si veda sputare la lingua!”.

Ed io, in ogni caso, sarò impiccato». 

 

*

 

E il poeta, nella sua prigione, colpiva la testa contro il muro. Il rumore di tamburo soffocato, il tam-tam funebre della sua testa contro il muro fu la sua penultima canzone.

Tutta la notte cercò di estrarre dal cuore la parola impronunciabile. Ma la parola cresceva nel suo petto e lo soffocava e gli saliva nella gola e girava sempre nella sua testa come un leone in gabbia.

Ripeteva a se stesso:

 

«Ad ogni modo, sarò impiccato all’alba».

 

E ricominciava il tam-tam sordo della sua testa contro il muro. Poi tentava ancora:

 

«Non ci sarebbe che una parola da dire. Ma sarebbe troppo semplice. Direbbero:

“Sappiamo già. Impiccate, impiccate questo ciarlone”.

Oppure diranno:

“Vuole sradicarci dalla pace dei nostri cuori, dal nostro solo rifugio in questi tempi di dolore. Vuole immettere il dubbio straziante nelle nostre teste, mentre la frusta dell’invasore già ci strazia la pelle. Non sono parole di pace, facili da ascoltare. Impiccate, impiccate questo malfattore!”.

E, in ogni caso, sarò impiccato. Che dirò loro?».

 

*

 

Il sole sorgeva con il rumore degli stivali. Fu condotto, i denti serrati, verso la forca. Davanti a lui i suoi fratelli, dietro di lui i suoi boia. Diceva a se stesso:

 

«Ecco dunque la mia prima e ultima poesia. Una parola da dire, semplice come aprire gli occhi. Ma questa parola mi mangia dal ventre alla testa, vorrei aprirmi dal ventre alla testa e mostrare loro la parola che nascondo. Ma se occorre farla passare dalla mia bocca, come ne varcherà lo stretto orifizio, questa parola che mi riempie?».

 

Allora tacque una prima volta: la sua bocca mantenne il silenzio. Una seconda volta tacque: il suo cuore si fermò. Una terza volta tacque: tutto il suo corpo divenne come una roccia silenziosa.

(Era come una roccia bianca, come la statua di un ariete davanti a un branco di montoni addormentati; e dietro di lui i lupi già sogghignavano).

 

*

 

Si sentirono rumori di baionette e di speroni. La proroga accordata giungeva al termine. Sul suo collo, il poeta sentì il solleticare della canapa e nel fondo dello stomaco la zampa unghiata della morte. E allora, all’ultimo momento, la parola esplose dalla sua bocca vociferando:

 

«Alle armi! Alle vostre forche, ai vostri coltelli,

alle vostre pietre, ai vostri martelli,

siete mille, siete forti,

liberatevi, liberate me!

voglio vivere, vivete con me!

uccidete a colpi di falce, uccidete a colpi di pietre!

Fate che io viva e io vi farò ritrovare la parola!».

Ma fu la sua prima e ultima poesia.

 

Il popolo era già troppo terrorizzato.

E per aver troppo tentennato in vita, il poeta ciondola ancora dopo la sua morte.

Sotto i suoi piedi, i piccoli mangiatori di putrefazione spiano questa carogna che morì appesa al ramo. Sopra la sua testa volteggia il suo ultimo grido, che non ha nessuno su cui posarsi.

(Poiché spesso è la sorte – o il torto – dei poeti, parlare troppo tardi o troppo presto).

  


Il testo qui riprodotto è tratto da Poesia nera e poesia bianca (Castelvecchi, 2014). Traduzione di Michela Summa. Ringraziamo l’editore per la gentile concessione. 

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Pulisci le ossa, di N. Thompson-Spire

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L’editore Black Coffee ha portato ai lettori italiani, la raccolta di racconti Facce di colore, di Nafissa Thompson-Spires, tradotta da Massimiliano Bonatto.
Se molti autori di colore restano aggrappati a una narrativa che guarda al passato, queste storie rielaborano il canone letterario ancorandolo saldamente al presente. È così che Nafissa Thompson-Spires, giovane autrice al suo esordio letterario, riflette sulla «visibilità» fisica, sociale e politica del cittadino nero dell’America di oggi, resistendo alla tentazione di fornire facili risposte in favore di uno sguardo autentico che rifugge la generalizzazione.

Cattedrale vi propone uno dei racconti del libro per gentile concessione dell’editore.



Pulisci le ossa


Alma tenne gli occhi chiusi mentre cantava, in chiesa e poi al cimitero. Le bare sigillate le mettevano ansia, lasciavano alla fantasia troppi spazi da colmare. Provò a concentrarsi sulla canzone. Tredici. Il ragazzo aveva tanti anni quanti fori di proiettile in corpo, dalla testa al torace. Il vento di gennaio le sferzava le guance ma non riusciva ad asciugarle il sudore. Si tamponò la fronte con la sciarpa di seta, trattenne il respiro e si sedette sulla sedia bianca con il proprio nome. Non sentì il sollievo abituale nel pronunciare «going up yonder», i profondi suoni gutturali non la liberarono dal dolore. Era il quinto funerale in due mesi. Vedendo i portatori appoggiare rose bianche sulla bara argentata si sentì, d’un tratto, in colpa a farsi pagare per prendere parte a quell’intimità. Non conosceva il ragazzo, ma ne conosceva tre di quelli per cui aveva cantato negli ultimi tempi. I compensi permettevano a lei e al piccolo Ralph di infagottarsi in cappotti imbottiti come il soprabito blu con basco in tinta che indossava quel giorno. Composta all’esterno, dentro si sgretolava. Le dolevano le anche, gocce di sudore le imperlavano l’attaccatura della parrucca migliore che aveva e non riuscì a scaldarsi né in chiesa né sul prato assolato, accanto alla fossa dove deposero il ragazzo e la cassa in un gesto definitivo. «Hai cantato» disse Bette, collega di Alma in ospedale, che la aspettava con il piccolo Ralph presso l’ultima fila di sedie.
«È stata una bella cerimonia, fiori stupendi. E tu hai cantato».
La madre del ragazzo, la signora Madison, si avvicinò e strinse la mano ad Alma in silenzio, annuendo con approvazione prima di seguire il resto della famiglia nel corteo. Lei e il marito avevano poco più di quarant’anni e il ragazzo era, o era stato, il secondo di quattro figli.
«Ottima interpretazione. Vi aspettiamo a casa per il pasto» disse un uomo alto dalla fila in movimento, uno zio o forse un cugino che aveva aiutato con la sepoltura. Alma sorrise. Aveva conquistato il pubblico. Era il suo dono. Placare, almeno per un po’, l’agitarsi insonne della notte precedente.
Aveva eseguito «See You When I Get There» assieme a canti funebri tradizionali.
I genitori del ragazzo le avevano richiesto espressamente di evitare «I Believe I Can Fly».
Per cantare ai funerali servivano le stesse doti che impiegava nel confortare gli amici nelle sale d’aspetto o consolare i mariti al capezzale delle loro mogli. L’assemblea aveva mormorato i suoi «Mmm», pronunciato gli «Amen», cantato con lei «Since I Lay My Burdens Down», sventolato la mano destra in accordo alle parole «ne ho abbastanza di averne abbastanza». Era stata una cerimonia decorosa, senza forti pianti né lamenti, ma la mancanza della tensione abituale – l’assenza di singhiozzi o plateali traumi fisici – le aveva dato un senso di nausea, e il freddo le gonfiava la pancia come un fibroma che le si aggrovigliava ogni istante di più ai noduli che aveva dentro. I farmaci l’avevano ingrassata di dieci chili in due mesi, che erano andati ad aggiungersi al peso guadagnato con la gravidanza di Ralph, che ancora non aveva perso, e la faccia di prima ora galleggiava nella sua nuova faccia. La gonadotropina e gli antidepressivi che le aveva prescritto la ginecologa nonché collega, la dottoressa Brown, non lenivano la sofferenza, ma lei li prendeva lo stesso per avere la sensazione di star facendo qualcosa. Si svegliava in un bagno di sudore freddo, teneva una vestaglia e lenzuola pulite sul comodino accanto al letto per cambiarsi alle tre di notte, riusciva a cronometrare le palpitazioni nel petto e le fitte alle ossa del bacino. A trentacinque anni le avevano indotto la menopausa precoce per fermare la crescita dei noduli, ed erano sintomi che aveva previsto. Quello che non si era aspettata era l’intensità del terrore notturno, che la teneva sveglia dopo che il sudore si era asciugato e che si insinuava lungo le ore di veglia. E cosa avrebbe fatto del bambino accoccolato sulla spalla di Bette – anche lui ne aveva abbastanza di averne abbastanza – con il muco rappreso che gli incrostava entrambe le narici e lo costringeva a rantolare dalla bocca, il bambino che compariva sempre più spesso durante gli attacchi di terrore?
«Andiamocene da qui» disse a Bette.


Alla tavola calda di Ashland, Alma e Bette si sedettero a un tavolo e sistemarono Ralph sul lato corto in un seggiolone. Stava piagnucolando, così Alma gli diede la scatola con le bustine di zucchero e altri dolcificanti con cui giocare.
«Sei andata a fargli vedere il naso?» chiese Bette, mescolando il latte nel caffè. Aveva un anno in più di Alma e niente figli, e spesso le teneva Ralph quando i turni in rianimazione non si sovrapponevano. «Sempre la stessa storia» disse Alma, fissando il suo tè. Bette stava dicendo che Ralph era davvero carino, che la camicetta e la cravatta bordeaux lo facevano sembrare un ometto, che se lo sarebbe potuto mangiare.
Puoi tenertelo, pensò Alma. Poi lo disse ad alta voce: «Puoi tenertelo».
«E io me lo terrei anche» tubò Bette, rivolta a Ralph. «Certo che sì, certo che sì». Prese una delle bustine gialle di dolcificante che il bambino aveva disseminato sul vassoio del seggiolone. Lui le rifilò un grugnito e gliela strappò di mano. «Fai il bravo, Ralphie». La sua voce era stucchevole come le bustine. «Fai il bravo con zia Bette».
Alma intonò e alleggerì la voce per conferirle l’aria di una domanda ipotetica: «Ma cosa faresti se te lo lasciassi così, davanti alla porta di casa?». Le sfuggì una risata.
Bette smise di sorridere, aprì le dita di Ralph per prendere la bustina, la svuotò in fretta nel caffè e gliela restituì: «Lo prenderei con me, ma mi preoccuperei. Cosa c’è, Alma, è per il funerale, tutti quei funerali?». «Ma come faresti a tenerlo al sicuro?» chiese Alma. «Noi viviamo in un buon quartiere» rispose Bette.
L’altra metà di quel «noi» era il marito Justin. «Anche tu vivi in un buon quartiere, cavoli».
«Ma come faresti a proteggerlo?» le chiese Alma.
«Farei del mio meglio» cominciò Bette, ma finì con: «Forse è meglio andare a casa, così ti puoi riposare. È stata una lunga settimana. Posso tenere Ralph questa sera, se vuoi staccare un po’».
Alma scosse la testa.
Quando si separarono, Bette diede un altro abbraccio a Ralph con un «Fai il bravo con la mamma, tesoro», e poi disse che l’avrebbe chiamata più tardi.


Durante l’attacco di terrore di due sere prima Terry, il fratello di Alma, le era apparso assieme al ragazzo della stanza 26: duettavano con le chitarre mentre cantavano un medley delle canzoni preferite di Terry. Macchie di sangue secco chiazzavano il camice verde sbiadito del ragazzo, simili a tanti colpi di pistola, e sebbene la pelle scura apparisse pallida sotto la luce a neon della stanza, lui continuava a suonare la chitarra elettrica con energia, ululando come un forsennato.

Oh what’s a man to do?
What’s a man to do
If I can’t have you?
If I can’t


Cantavano senza la tipica leggerezza di Terry nel declamare i testi, con i volti arrabbiati. Il ragazzo mise giù la chitarra di colpo e dal taschino del camice estrasse un bisturi e si avvicinò ad Alma. «Praticherò un’incisione sul lato destro, da qui a qui» disse, indicandosi il bacino striminzito da una parte all’altra. «Tirerò fuori un bambino e gli darò un nome antiquato, tipo Ralph». Alma guardò Terry in cerca d’aiuto, ma lui era disteso sul letto del ragazzo con gli occhi chiusi e le mani cinte in grembo, la stessa posizione che aveva nella bara. Provò a urlare, ma tutto quel che le uscì fu una canzone. L’incubo finì bruscamente con Alma inzuppata di sangue, ma quando si toccò le anche, era soltanto sudore.


Alma entrò con Ralph nell’appartamento, che si affacciava su un laghetto artificiale, e si tolse il cappotto. Il bambino, grassoccio al diciottesimo mese di vita, si era riempito le tasche di bustine di dolcificante, quattro gialle e due rosa.
Durante il tragitto in macchina, e anche adesso a casa, aveva stretto in mano una cannuccia rossa, e mentre Alma lo svestiva ed era alle prese con il suo naso e l’aspiratore, lui canticchiava versi striduli ma appagati. «Vai a giocare con le tue cose, Ralphie» disse Alma dopo che gli ebbe cambiato il pannolino. Lasciò la porta della camera accostata e si accomodò nella cucina spaziosa.
Bette doveva pensare che fosse impazzita. Avrebbe dovuto dirle della mancanza di sonno, almeno quella causata dai farmaci. I terrori notturni li avrebbe tenuti per sé. Terry le faceva spesso visita durante gli attacchi, ma negli ultimi tempi le apparivano sempre più spesso anche i pazienti della rianimazione, e persino quelli di traumatologia di cui aveva solo sentito parlare nei corridoi e che non aveva seguito personalmente.
Sette anni prima Alma, sua madre, la sorella Lisette e la ragazza di Terry, Katrina, avevano sepolto il ventinovenne Terry in seguito a una sparatoria con la polizia. Era quello il termine che aveva usato la stampa, «sparatoria», ma Terry era disarmato. Le cause legali erano chiuse, la bara di Terry aperta, le sue visite notturne assidue ma non più allarmanti. Non sembrava che stesse tentando di dirle qualcosa che non sapesse già sulle circostanze della sua morte. Nell’armadio di sotto, avvolto nella carta da forno, Alma teneva un pezzo di femore del fratello. L’aveva lavato e pulito lei stessa, una richiesta personale che aveva fatto al medico forense. La madre, la sorella e Katrina avevano tenuto le altre spoglie, i vestiti, i libri, le chitarre.
Ma perché le appariva con i ragazzini, quelli dell’ospedale? Tre settimane prima era stata la volta del ragazzo investito dalla volante, due mesi fa una ragazza il cui fratello stava giocando con la pistola della madre.
Ralph si mise a piangere dietro la porta socchiusa, voleva che lo prendesse in braccio. E sebbene fosse in grado di camminare (era solo cocciuto), Alma lo sollevò al petto e lo portò in soggiorno, mettendogli davanti due frollini e un piatto di plastica pieno di cracker al formaggio.
Alma aveva immaginato la vita come qualcosa di sensuale: tasti, corde, fili che nella combinazione giusta producevano accordi bellissimi, blues lenti e lacrimosi. Adesso era fatta di strilli nel cuore della notte e piagnucolii senza preavviso. Era tutta corpi: quelli che arrivavano in reparto crivellati di proiettili, ragazzini di undici, dodici anni con le felpe fradice, e quelli vestiti per i funerali, con i fori tamponati e coperti da abiti eleganti, spesso comprati all’ultimo minuto da madri che faticavano a mettere in tavola un piatto di spaghetti in bianco. All’inizio del lavoro in ospedale, alcune infermiere le avevano insegnato a pregare per i ragazzini a seconda della gravità. Il primo livello, pregare che si rimettessero; il secondo, pregare che il dolore si placasse. Alma ci aveva messo un po’ a comprendere il terzo livello – pregare che morissero, che la pietà e la grazia accorciassero la sofferenza –, ma dopo qualche mese di lavoro l’aveva accettato, quando avevano portato il ragazzo con il volto fatto a pezzi. Gli occhi di sua madre avevano con- vinto Alma che a volte la vita allungava soltanto il dolore.


C’erano così tanti corpi nella vita quotidiana di Alma. Come quello minuscolo di Ralph, a tratti gocciolante, a tratti congestionato per la bronchite, le infezioni bronchiali, la sinusite cronica che gli colorava di verde e giallo le narici e gli provocava il vomito per impedirgli di soffocare nel cuore della notte. Alma lo lavava e provava a rimettersi a dormire, grata che non fosse asfissiato.
Squillò il telefono e Alma valutò se ignorare la chiamata di Bette prima di risponderle.
«Sto bene» insistette, quando l’amica si offrì di andare da lei. «Lo metto a dormire presto e mi godo la giornata libera prima che finisca».
Sul certificato di nascita c’era scritto Ralph Boaz Parr, ma Alma lo chiamava il piccolo Samuele, perché quando ancora l’utero le si attorcigliava alle viscere, aveva promesso al Signore che se l’avesse benedetta con un figlio, lo avrebbe offerto a Lui. Dopo due laparoscopie (una per estrarre un fibroma di sei centimetri completo di denti e capelli), un raschiamento e un ciclo di punture per la fertilità, aveva concepito Ralph con l’aiuto dell’amico Danny, che aveva acconsentito a fungere da donatore di sperma ma non da genitore, da padre ma non da papà. In quel momento ad Alma era andato bene. Ora le aderenze erano tornate, le sentiva tirare nel fianco sinistro, e prendeva i farmaci per ritardare un altro intervento. Si domandava cosa sarebbe successo se avesse scelto di avere un bambino in modo tradizionale, se Danny fosse stato il papà, addirittura il marito, e non solo il padre. Forse avrebbe ricevuto più sostegno oppure, trovando insopportabile badare ad Alma e a suo figlio, Danny l’avrebbe lasciata sola, proprio come adesso.
Aveva messo a Ralph un vestitino bianco e una cuffietta in occasione del battesimo, al quale Danny era presente. Era avvenuto tre mesi prima, all’incirca quando i terrori notturni si erano intensificati. Al battesimo non avevano immerso Ralph per intero, gli avevano spruzzato un po’ d’acqua addosso e unto la testa con l’olio consacrato, secondo la tradizione pentecostale. Sotto il lavandino del bagno, Alma conservava una parte dell’olio d’oliva in una sottile bottiglia intagliata.
Lei non aveva passato il segno quanto sua madre nell’usare l’olio consacrato. La madre ci aveva unto le colonne di casa, si era aggirata per le stanze mormorando incantesimi e aveva suggerito che, quando il bambino avesse fatto il difficile, una spalmata in faccia gli avrebbe senz’altro giovato. Tuttavia, quando si esibiva, Alma si ungeva la fronte con l’olio e pregava velocemente affinché potesse, in tutta umiltà, dare conforto a famigliari e amici, perché ricordassero l’incoraggiamento dei testi e le canzoni servissero a rasserenarli. Benché non potesse esserne certa, senza l’olio le esibizioni le sembravano meno capaci di alleviare il dolore, spargevano sabbia invece di balsamo. Non che le canzoni fossero meno belle, ma dopo aver cantato senza l’unguento, le famiglie le sorridevano e le stringevano le mani quasi fosse lei ad aver bisogno di consolazione. Sì, doveva essersi scordata di usare l’olio prima di esibirsi al funerale del ragazzo di Madison. Doveva essere quella la ragione per cui, nonostante i complimenti ricevuti, si era sentita così inquieta.
«Andiamo a fare il bagnetto» disse Alma. Accese un po’ di musica e portò Ralph nel secondo bagno.
Quella sera si spalmò olio di ricino sull’addome, cominciando dal lato destro, massaggiando il fegato e scendendo lungo il ventre fino alle anche e poi di nuovo sui fianchi.
Come per l’olio consacrato anche quando dimenticava di completare il rituale il corpo glielo faceva sapere. Le tossine sembravano accumularsi più in fretta, la digestione diventava lenta e il dolore, che non si placava mai del tutto ma era lieto di rammentarle che poteva andare peggio, le faceva contorcere la cavità addominale e pelvica. Gli impacchi di olio di ricino avrebbero dovuto ridurre i noduli, così diceva Internet, e nonostante la formazione da ricercatrice e la diffidenza, ogni sera Alma si cospargeva con quell’olio freddo e viscoso in attesa di qualche miglioramento. Si premeva addosso un cuscinetto termico e avvolgeva il busto con vecchi panni. L’olio macchiava lo stesso le lenzuola, lasciandovi un odore penetrante. Era quella la sua vita, i resti che riusciva a lavare via e quelli che non riusciva a togliersi di dosso.
Non dormì. Non era mai capace di dormire dopo una performance, a prescindere da come fosse andata, ma soprattutto adesso. Prevedeva l’arrivo di Terry e pensava che ad accompagnarlo sarebbe stato il ragazzo di Madison da sotto il coperchio della bara. Tuttavia fu Ralph a comparire assieme a Terry durante l’attacco di terrore. Stavolta non canta- va, ma gridava con voce tombale: «Come farai a tenermi al sicuro?». Aveva il volto e i vestiti zuppi, come se lo avessero immerso nell’acqua.
Alma si alzò e andò a controllare il figlio, che russava lievemente nella culla. Quando tornò in camera, si mise in ginocchio accanto al letto e recitò un’altra serie di preghiere. Spense il volume della televisione e riprodusse musica dal cellulare tenendola bassa. Sedette sul letto e cominciò ad angosciarsi per il turno che sarebbe cominciato da lì a quattro ore, per la propria vita, per il suo bacino.

Quando, single e senza figli, Alma aveva cominciato a cantare ai matrimoni, gli affari andavano a rilento, ma era la sua passione e non soltanto un secondo lavoro; i soldi non le servivano. Alcuni clienti, che avevano saputo di lei con il passaparola all’ospedale e grazie ai cd demo che distribuiva durante le visite, trovavano i gorgheggi e i virtuosismi eccessivi per l’occasione: per il loro giorno speciale preferivano qualcosa più da Chiesa episcopale invece che da Chiesa di Dio in Cristo. Come cantante da funerali aveva più esibizioni di quante ne desiderasse e con i guadagni, per quanto le sembrasse sbagliato chiamarli così, aveva pagato le terapie per la fertilità.
La madre e la sorella non capivano perché Alma si fosse sottoposta a cure così impegnative per sistemarsi l’utero soltanto per diventare una madre single. Però non avevano più menzionato i modi poco tradizionali in cui Ralph era stato concepito, una volta visto «quell’adorabile bebè, uguale identico allo zio Terry».
Per quanto il bambino fosse separato dall’utero, e nono- stante una solida rete di famigliari e amici che la sosteneva- no, talvolta Alma sentiva che Ralph era solo un’altra aderenza, un nodulo nella sua felicità futura.
Una volta capito che Terry e Ralph stavano per tornare da lei, Alma si rassegnò a non dormire e andò a sedersi in cucina. Fuori era ancora buio e il lago si increspava alla luce di un lampione lontano. Controllò di nuovo Ralph nella culla. Aveva il pannolino e la parte inferiore del body fradici, e sul petto gli si era rappreso qualcosa di bianco e limaccioso. Mentre andava nell’altro bagno a riempire la vasca, Alma si sentì sull’orlo delle lacrime.
Doveva chiamare Bette o forse l’ospedale, o addirittura sua madre.
Non pensò a prendere dall’armadio la vaschetta per bambini. Aprì l’acqua, saggiando la temperatura con il gomito. Tolse dalla culla Ralph, che per un attimo si lamentò e frignò, e poi la guardò negli occhi come a dire: «Perché mi hai svegliato?».
Tentò di comporre un sms col pensiero, di dargli un qual- che tipo di spiegazione o richiesta di scuse, ma non riusciva a decidersi sulle parole giuste. Ralph batté le mani prima e dopo essersi fatto sfilare dalla testa la maglietta. Alma lo spogliò e poi gli mise un completo bianco di lino che aveva comprato per una vacanza imminente. Gli unse la fronte con l’olio d’oliva.
Le sovvenne una canzone, una che Terry suonava alla chitarra acustica quando lei aveva sei o sette anni. Una volta finito con Ralph si sarebbe preparata per il lavoro – altre volte aveva lavorato dormendo anche meno di così – e si sarebbe occupata del ragazzo della stanza 47, magari avrebbe detto una preghiera da terzo livello per lui e una da secondo per sé.
Quando coprì la testa di Ralph con l’acqua tiepida, rifletté che quantomeno non era ghiacciata. Quantomeno non era profonda come se avesse fatto un tuffo da una nave negriera. Quantomeno era più confortevole che se l’avesse obbligato a galleggiare sul Nilo in un cesto di vimini. Lo spinse sotto una prima volta e contò fino a cinque. Quando i proiettili gli ave- vano frantumato la gamba destra e poi il petto, Terry aveva avuto tempo di gridare? Avrebbe conservato anche una parte di Ralph? I volti di entrambi si mescolavano tra loro. Pianse di terrore e placò il rimorso canticchiando qualche strofa, «le sue ossa non si spezzeranno», «lassù non ci saranno più pianti». Poteva farcela: undici, dodici, tredici. A quattordici, il dubbio aveva cominciato a insinuarsi. Non doveva avere un scelta anche Ralph, adesso che era qui? Chi era lei per strappargli la vita nel timore che qualcos’altro potesse farlo? Era questo che avrebbe voluto Terry per suo nipote?
Strattonò Ralph fuori dall’acqua. Aveva gli occhi sbarrati e lei aveva perso il conto. Temette che il danno fosse ormai irreparabile e ascoltò il petto del figlio. Alma era fuori di sé, ma la memoria muscolare prese il sopravvento e si mise a praticare il massaggio cardiaco. E se non si fosse svegliato? E se si fosse svegliato ma fosse rimasto un vegetale per tutta la vita?
Alla prima compressione Ralph emise un gorgoglio, sputò acqua e pianse. Era abituato a respirare appena.
Per la prima volta da mesi Alma tirò il fiato.
Non sapeva come sarebbero riusciti a superare la notte, tantomeno gli anni. Un giorno o l’altro uno di loro o entrambi avrebbero potuto finire con la testa sott’acqua. Per ora, Alma avrebbe controllato Ralph e se stessa, magari avrebbe chiamato Bette. Diede un leggero pizzicotto alla gamba grassottella di Ralph. Sentì una specie di raggio di sole illuminarle il collo e il petto, vide un bagliore caldo di cielo o speranza nel volto bagnato del piccolo, e rivestì entrambi per andare a letto.

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Piccole apocalissi, di Livio Santoro

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Epifanie minime
L’esordio di Livio Santoro

 di Andrea Cafarella


Ogni esordio suona sempre come una presentazione.
Bisognerebbe poi fare un distinguo tra un esordio assoluto e un esordio in lingua e poi dovremmo considerare accuratamente il periodo del quale stiamo parlando, solo per capire il ruolo che un libro d’esordio possa aver avuto per un autore e per il suo pubblico e i pubblici che si sono passati il testimone nei decenni.
Basti pensare agli esempi di Jorge Luis Borges, Julio Cortázar e Roberto Bolaño. Tre scrittori sudamericani molto diversi, probabilmente i più grandi del novecento, appartenenti a tre generazioni che si susseguono. Borges esordisce nel 1923, Cortázar nel 1945 e Bolaño nel 1976. Ognuno di questi esordi ha una diversa storia: Furore a Buenos Aires di Borges ha avuto una prima pubblicazione frettolosa, seguita da un posteriore labor limae che ha trasformato il suo Furore in quella che ora è una raccolta poetica tradotta in tutto il mondo, simbolo dello spirito argentino. L’altra sponda di Cortázar è stato messo in ombra dal Bestiario ed è diventato un’opera minore che troviamo solitamente nelle raccolte complessive di tutti i racconti. Reinventar el amor, un po’ come tutta la poesia di Bolaño, si è tramutato in un cimelio per appassionati, raramente citato o tradotto. La caratteristica che mi interessa di questi libri è una certa “inconsapevolezza”. Si dice sempre che la caratteristica essenziale di uno stile solido e credibile sia la consapevolezza, eppure, credo che l’eccesso di questa immancabile qualità possa portare – causa l’ansia psicotica del giudizio altrui – a una castrazione assoluta dell’altro attributo indispensabile che pertiene allo Stile: il coraggio.
A questi tre giganti sudamericani il coraggio di certo non mancava, tuttavia, sono convinto che è soprattutto nei primi e negli ultimi libri che si può trovare il cuore magmatico della loro scrittura: per Borges i primi sono Inquisizioni (1925) e Finzioni (1944 – il suo secondo libro di racconti dopo Storia universale dell’infamia) e gli ultimi: Libro di sogni (1976) e Nove saggi danteschi (1982); Cortázar pubblicò Rayuela nel 1963 e – dato ancora più ambiguo e significativo – pubblica nel 1986 Divertimento e L’esame (scritti rispettivamente nel 1949 e nel 1950) e nel 1995 Diario di Andrés Fava (un frammento del testo originale de L’esame); Il caso di Bolaño è ancora più palese poiché i suoi due libri più famosi, importanti e splendenti, I Detective Selvaggi e 2666, furono pubblicati rispettivamente nel 1998 (tre anni dopo i suoi primissimi romanzi brevi) e nel 2004, incompiuto, dopo la sua morte e a seguito di un lavoro estenuante che lo impegnò fino agli ultimi giorni di vita. Tutti questi dati possono non voler dire assolutamente nulla, anzi, in quanto dati non significano niente: ma. Ma possiamo senza dubbio affermare che i primi e gli ultimi passi lungo il cammino hanno sempre un sapore diverso rispetto a tutti gli altri passi. Illuminano la via che va a venire e adombrano quanto abbiamo lasciato alle spalle, dandoci tempo e spazio per riposarci sopra. Sono l’inizio e la fine e, in barba al «qui e ora», sono quanto di più eloquente e rappresentativo esista del viaggio, dell’opera e della vita stessa di ognuno di noi.

Siamo onorati e lieti di presentarvi, attraverso un racconto estratto dalla sua prima raccolta pubblicata in Italia, Piccole apocalissi (Edicola, 2019), il primo passo, l’esordio di Livio Santoro. Vi basterà cercare il suo nome nell’immensa ragnatela del web per avere un’idea del percorso che lo ha portato fino a questo importante “primo passo”. Si occupa di letteratura sudamericana, ha scritto diversi pezzi di critica sull’opera di Volodine e trovate suoi racconti in diverse riviste, se vorrete farvene un’idea previa. I racconti contenuti in Piccole apocalissi sono «epifanie minime», prendono piede da quella che al giorno d’oggi viene chiamata microfiction o micronarrazione ma non gli importa niente di saperlo – come non importava a Borges, d’altronde –, divampano dello stesso fuoco delle più differenti lingue babiloniche. Parlano tutti gli idiomi, le apocalissi di Santoro, indagano il quotidiano come il fantastico, esplodono ma senza fare il botto: esplodono dentro, in silenzio, nell’illusione che tutto rimanga quel che è ma lasciando il mondo totalmente diverso da com’era prima, prima del momento illuminante, prima di vedere le stelle muoversi nella luce del sole.

Ringraziamo l’autore e l’editore per averci gentilmente permesso la pubblicazione del testo che segue.


*

 

Piccole apocalissi

Il giovanissimo Antonino era quel che si dice una peste. Una maledizione, insomma, per i suoi genitori. Non stava mai fermo, non prestava attenzione, masticava ogni cosa per poi sputartela in faccia e non potevi girarti che rompeva un bicchiere o ti tirava un calcione.
Nessuno era capace di farlo star buono, ancorché utilizzasse coercizione e minacce. Solo una cosa lo rendeva momentaneamente inerte e tranquillo, per il breve conforto di mamma e papà. Era quando di pomeriggio, un po’ prima del tramonto, il sole entrava in salone sotto forma di una striscia obliqua tra le tende della finestra, andando a finire sul muro di fronte. In quella fetta illuminata di stanza, Antonino contemplava le particole di polvere che riflettevano il sole muovendosi scoordinate nell’aria. Fermo e con la bocca aperta, le osservava con tanta intensità da tralasciare gli abituali uffici.
Quella pace temporanea era tanto gradevole e sacra che i due afflitti genitori, timorosi di infrangere malauguratamente l’incantesimo, evitavano persino di chiedere ad Antonino cosa ci trovasse di bello nella luce filtrante, ed evitavano pure di pulire per bene il salone.
Venne però un giorno in cui, cedendo alla speranza di trarre qualche informazione utile a estendere la quiete del bimbo anche nelle ore lontane dal tramonto, dopo lungo e attento consulto si decisero cauti a interrogare il figliolo.
Perché ti piace così tanto questa luce, Antonino?, gli fece garbata la mamma, porgendogli una fetta di torta.
Perché lì dentro la polvere mi sembrano le stelle, rispose il bambino senza nemmeno guardarla.
È vero, le stelle sono belle, ribatté lei, vogliamo andare a guardare anche quelle su in cielo, più tardi? No, rispose immediato Antonino, e stavolta si girò per fissarla negli occhi. Quelle stanno ferme.
Queste invece si muovono, sbattono una contro l’altra, vanno a finire sul muro. A quest’ora, qui a casa è come la fine di tutto l’universo.

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Non è mica la vergine Maria, di Feby Indirani

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Add editore pubblica Non è mica la Vergine Maria, di Feby Indirani, tradotto da Antonia Soriente.

In Indonesia, la più popolosa nazione musulmana al mondo, i veli che coprono i volti delle donne – e delle bambine – sono esplosi come una moda. Di recente il governatore della capitale Jakarta, Ahok, è stato arrestato con l’accusa di blasfemia perché, cristiano, ha osato citare il Corano in campagna elettorale. Da questo clima nascono i diciannove racconti di Feby Indirani, parodie provocatorie che con acume e umorismo mettono in rilievo le incongruenze dell’islam radicale. Musulmana ed emancipata, l’autrice offre una lettura femminista della vita sociale dell’Indonesia contemporanea sottoposta all’ortodossia islamica.

Cattedrale vi propone il racconto che da il titolo alla raccolta, per gentile concessione dell ‘editore.


Non è mica la Vergine Maria

Maria era incinta. Senza aver fatto sesso con alcun uomo e al di fuori del matrimonio.
Quando se ne rese conto rimase basita, quasi spaventata. Era il 2016, ed era impossibile immaginare che un miracolo come quello accaduto a Siti Maryam, la Maria della tradizione islamica, potesse avvenire di nuovo. Il tutto si era già concluso quando nacque Gesù, senza padre, tanti secoli fa. Al giorno d’oggi chi crederebbe che Maria possa essere incinta senza avere avuto rapporti sessuali con un uomo? Figuriamoci lei, che certo non è una vergine. Maria è convinta di essere incinta per miracolo senza che nessuno l’abbia sfiorata. Ma chi le crederebbe? Come qualsiasi donna che vive in una metropoli segue uno stile di vita non proprio casto. Di certo non trascorre le giornate tra le mura della moschea in ginocchio a pregare come faceva Siti Maryam. Lei è solo una ragazza come tante con la sua vita di donna indipendente e lavora in un ufficio di un’azienda privata. Ha anche un se- condo impiego, fa la modella per una rivista per adulti, il che significa che è abituata a mostrarsi liberamente con vestiti succinti davanti alla macchina fotografica. Ma è lei a stabilire le condizioni e quali pose vuole o non vuole assumere.
Quando può, conduce una vita rilassata e si concede delle pause a sorseggiare caffè nei bar con gli amici, o trascorre i fine settimana fuori città, fa l’amore con il fidanzato, quando ne ha uno. Ma adesso un fidanzato non ce l’ha, eppure qual- cosa ha cominciato a crescere nel suo ventre. Lei non se ne è resa conto prima di essere entrata nel terzo mese di gravidanza. Sapeva soltanto di non avere il ciclo, ma nei primi mesi pensava che si trattasse di stanchezza o stress, o di altri motivi. Quando al terzo mese la sua pancia ha cominciato di giorno in giorno a ingrossarsi è andata nel panico e ha fatto ogni possibile test di gravidanza per scoprire che tutti porta- vano allo stesso risultato: era incinta.
La prima reazione fu di smettere di parlare. Ma dopo un’in- tera nottata trascorsa in silenzio, a riflettere e a piangere, non riusciva a sopportare quel peso da sola e così aveva chiamato Saskia, la sua migliore amica dalle scuole superiori. Quando Saskia era arrivata, Maria stava lì abbandonata, debole, sul letto, in una stanza lussuosa in affitto, cui era stato volontariamente dato l’appellativo di «residence» per dimostrare che non si trattava di un appartamento qualunque. «Chi è il padre?» Maria aveva fatto di no con la testa. «Per l’amor di Dio, non c’è.»
«Sì, come no...»
Maria aveva chiuso gli occhi. «Davvero, non c’è.»
«Prova a ricordare, forse eri ubriaca, o non eri cosciente? Forse sei stata con qualcuno ma non te lo ricordi.»
Maria continuava a negare con la testa. «Non ho mai bevuto fino a ubriacarmi.»
Saskia la guardava con incertezza. «Da quanto tempo mi conosci? Non sono mica una bugiarda.»
«Quindi, vuoi abortire?»
Maria si voltò e tornò a sdraiarsi dando le spalle a Saskia. «Mar...»
«E se portassi in grembo un profeta? Non si dice forse che alla fine dei tempi Isa, ovvero Gesù, ritornerà nel mondo per salvare i fedeli? I segni della fine del mondo sono sempre più vicini, non lo sai?»
«Sì, se ti comportassi come Siti Maryam, la vergine Maria, che pregava devota, avvicinandosi a Dio e mantenendo le distanze dagli uomini. Ma tu... scusami... non sei proprio una santarellina.»
Maria tornò a zittirsi. «Sì, però, non faccio neanche così tanto schifo...» disse offesa. «Non ho mai calpestato i diritti degli altri né corrotto nessuno, tiro avanti da sola, con il mio sudore, anche se tra le altre cose faccio la modella sexy. Faccio le mie preghiere, anche se qualche volta ne salto qualcuna. Pago le tasse, non butto l’immondizia dove capita, faccio le file... Non rubo, non violo le regole, non dormo con i mariti delle altre...»
Saskia tacque. Confusa. Seguì un silenzio imbarazzante. Non sapeva cosa fare o dire, era davvero difficile crederle. «Quindi che cosa vuoi fare?»
Maria continuò a tacere. Aveva gli occhi gonfi come fossero troppo stanchi per piangere ancora.
Saskia le prese le mani. «Cerchiamo un uomo che voglia sposarti.»
«E dove lo troviamo uno che mi voglia?»
«Ma ancora non ci abbiamo provato, no?»
Cominciarono a fare una lista degli uomini che erano stati vicini a Maria e che ancora le giravano intorno in quegli ultimi due anni, un lasso di tempo che valutarono fosse abbastanza ragionevole.
Se avessero indagato più indietro nel tempo, quegli uomini si sarebbero rifiutati subito. «Rama?»
«Si è appena accasato...»
«Ricky?»
«Sì, ma ha una religione diversa, sarebbe una cosa troppo lunga da gestire...»
«Ardan?»
«Ah, è inutile, non sono il suo tipo.»
«Fahmi?»
«Con lui non mi ci metterei neanche morta!»
«Dai, Mar, ma perché? Non hai scampo. Cosa pretendi?» «No, non se ne parla. Meglio lasciar perdere...» Saskia fece il broncio, stizzita. «Ah, c’è pure Gilang! Non è da tanto che hai smesso di frequentarlo, no?» «Gilang... uhm... è ancora sposato con quella, Sas...»
«Ma come? Lo vedi? Non avevi detto che non dormivi con i mariti delle altre?»
Maria si imbarazzò e, per la prima volta in quelle ore, le scappò un sorriso. «Non spesso...»
Saskia continuava a fare no con la testa, con un’espressione frustrata sul viso. «Come può qualcuno credere che tu sia incinta senza aver avuto nessuna relazione con un uomo?»
«Vuoi dire che tu non mi credi?»
«Chiunque stenterebbe a crederti...» Anche Maria mise il broncio.
«Mar, che io ti creda o meno non è importante. Quello che bisogna capire ora è cosa devi fare. Più passerà il tempo e più la tua pancia si ingrandirà, e la gente comincerà a farsi delle domande. A casa, in ufficio, i tuoi amici, anche la tua famiglia lo scoprirà se tornerai a casa, non puoi continuare a nasconderlo.»
«Già...»
«Perciò, secondo me, le scelte sono due: o trovi un uomo che ti voglia sposare oppure abortisci quanto prima.»
«Uhm... entrambe le scelte non mi piacciono.»
«Il problema non è cosa ti piaccia o no, Mar...» Saskia si alzò, seguita dallo sguardo fisso e preoccupato di Maria. Aprì il frigorifero, versò l’acqua in due bicchieri, diede un bicchiere a Maria e tracannò l’altro.
«Ok. Fahmi. È la tua migliore possibilità» disse con fermezza Saskia.
Maria immediatamente scosse la testa con forza. «Ok. Se è così, abortisci.»
«Ma perché deve essere così? Perché non posso essere una donna indipendente, mettere al mondo un bambino da sola, senza dovermi sposare con qualcuno? Ho dei risparmi. Saranno abbastanza per mantenere me e il bambino.»
«Sì, ma tutti chiederanno di chi è il bambino!»
«È mio figlio, chiaro...»
«Ok, ma chi è il padre?»
«Non c’è, io sono come Siti Maryam. Suo figlio era un profeta, chissà che non lo sia anche il mio...»
«Sei impazzita!»
«Sì, ma tu sei più pazza di me, imponendomi di uccidere mio figlio.»
Saskia agitò le mani. «Non è possibile che tuo figlio sia un profeta. Se davvero tu non hai dormito con nessuno, al massimo potrebbe essere uno spiritello o un fantasma. Se, invece, in realtà stai mentendo, si tratterà solamente di un figlio illegittimo!»
«Ma tu ancora non credi che io sia incinta senza che un uomo abbia avuto un ruolo... ok, bene. Credevo che fossi la mia unica amica, l’unica persona sulla faccia della terra che mi avrebbe creduto!»
«Non c’è nessuna differenza, che io ti creda o no. Il punto è che io non posso aiutarti, perché sei testarda e non vuoi seguire i miei consigli. Anzi, se proprio vuoi saperlo, io in realtà non ti credo!»
«Bene! Allora se è così, che cosa fai ancora qua?» disse Maria, in tono di sfida.
Senza dire più niente, Saskia andò via.
In quel momento Maria capì di essere davvero sola. Erano solo in due, lei e il bambino.
Non c’era nessun altro che le avrebbe creduto. Tutti le avrebbero dato della sgualdrina. Ma chi se ne frega! Questo è mio figlio. Questa è la mia vita. E questo è il 2016. Essere una madre single non è poi così strano nel 2016.
Maria vive in un luogo a maggioranza musulmana, è vero, ma è fortunata: non verrà frustata perché accusata di aver peccato. Anche se in qualche modo avrebbe dovuto pensare bene a come nascondere la cosa alla famiglia. Doveva anche avere a disposizione più soldi per le spese del parto e cercare un nascondiglio sicuro per quando il suo grembo sarebbe diventato più evidente. Poi doveva cominciare a pensare dove sarebbero andati a vivere lei e il bambino quando fosse nato.
All’improvviso si sentì girare la testa, troppi pensieri la assalirono nello stesso momento. Maria trascorse i giorni successivi da sola, cercando di tenere duro. Tornò in ufficio, come suo solito, comportandosi come se nulla fosse cambiato nella sua vita. Indossava vestiti più larghi, ma nessuno sospettava di lei.
Dopo essere entrata nel quinto mese, alcune persone cominciarono a fare commenti sul fatto che sembrasse più pienotta, più grassa, ma che allo stesso tempo sembrasse più bella. Maria dispensava sorrisi come sempre, sebbene spesso la notte piangesse. Rifiutò le offerte per servizi fotografici che le arrivarono, perché la sua gravidanza si sarebbe vista chiaramente indossando vestiti attillati e aperti sulla pancia.
I suoi genitori, che vivevano in un’altra città, la vennero a trovare. Maria dovette agire di furbizia e coprì il tutto con la scusa di aver cambiato modo di vestire e in più raccontando la storiella che all’improvviso le piacesse molto mangiare. I genitori furono contenti nel vedere le sue guance piene e il suo viso in salute. Incredibilmente la passò liscia fino all’ingresso nel settimo mese. Da lì, la gravidanza divenne sempre più difficile da nascondere. Sebbene usasse vestiti molto larghi, la pancia si vedeva lo stesso. Continuò a mostrarsi calma e disinvolta, come se niente fosse cambiato. Era consapevole che si parlasse di lei, che la guardassero con il grande desiderio di sapere, qualcuno anche con sdegno. Tutti sapevano che non era sposata. Ma in fondo questi non erano solo affari suoi?
Alcuni colleghi di lavoro più coraggiosi di altri cominciarono a domandare direttamente a lei. Maria aveva deciso di rispondere la verità, a qualsiasi costo. I commenti iniziarono a piovere implacabili. «Sei pazza, tu credi di essere la Siti Maryam o la santa Maria? Solamente perché porti il suo nome? Non sognartelo nemmeno!»
«Non ti vergogni di crederti simile alla vergine Maria? Sei una modella di giornali per adulti!»
«Siamo nel 2016, che una donna sia incinta senza marito non è poi così strano, l’importante è che tu sia sincera, noi ti aiuteremo a costringere quell’uomo a prendersi le sue responsabilità.»
Le dicerie sulla sua gravidanza continuarono a circolare, e sempre più persone facevano strane supposizioni su Maria. Chissà da dove prendevano le informazioni. Alla fine anche la sua famiglia venne a conoscenza della gravidanza. E vennero anche a sapere del secondo lavoro come modella di riviste per adulti. Come se una persona avesse spiattellato tutto di proposito per far vergognare Maria e anche loro. Maria venne richiamata a tornare al villaggio, proprio quando mancavano pochi giorni al parto. Il suo arrivo fece scalpore tra i vicini e gli amici di vecchia data. Era incinta senza marito, ed era pronta a giurare di non essere incinta a causa di un uomo.
«Chi è il padre?» chiesero la madre e il padre piangendo. Maria restò in silenzio. Diede una lettera ai suoi genitori piena di richieste di perdono in cui ribadiva che era davvero incinta senza avere avuto relazioni con nessuno. Diceva anche che era stanca e non avrebbe più parlato fino alla nascita del bambino.
Nel mezzo di un giorno torrido, dopo nove mesi e nove giorni, Maria mise al mondo una bambina.
Non si sa come, ma la notizia si sparse in fretta tra i suoi amici. Erano tutti stizziti. Come mai la santa Maria non aveva dato alla luce il profeta? Come mai non aveva partorito il salvatore? Ma a Maria non importava. Era sola, si stiracchiava e continuava ad allattare la bambina.
Lei la guardava con gli occhi fissi, finché parlò. «Mamma, stavo quasi per non nascere, questo mondo da troppo tempo ha smesso di credere.»
Maria abbracciò la sua bambina.
«Ma io ci credo!»

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Farsi una birra, di Robert Coover

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Esce oggi 21 Novembre 2019, La babysitter e altre storie, l’attesa raccolta di racconti di Robert Coover, pubblicata da NN editore; un libro che ripercorre la carriera di uno dei padri della letteratura americana.

Ognuna di queste trenta storie si avventura oltre i confini della realtà, catapultando il lettore in universi fantastici come quelli dell’Uomo Invisibile o dei cartoni animati, oppure riscrivendo le narrazioni del mondo occidentale, dalla Bibbia alle fiabe classiche, dai film ai fumetti. Ciascun racconto è stato affidato alla traduzione di trenta traduttori, che hanno restituito la potenza evocativa linguistica di questo autore preciso e denso.

L’editore di NN Eugenia Dubini, commenta così l’idea del progetto: “Mi sembrava che far tradurre a 30 diversi traduttori 30 racconti di Robert Coover riuscisse a restituire l’infinità di voci di questo scrittore”.

La curatela è affidata a Luca Pantarotto e Serena Daniele.

Cattedrale vi anticipa uno dei racconti della raccolta, con la collaborazione di NN Editore, dandovi appuntamento a un approfondimento con le voci che hanno reso possibile la realizzazione di questo progetto.

Farsi una birra
Robert Coover

Traduzione di Laura Noulian

Si ritrova seduto nel bar del quartiere a bere una birra proprio nel momento in cui comincia a pensare di andar lì a berne una. In realtà l’ha già finita. Forse può ordinarne un’altra, pensa, mentre se la scola e ne ordina una terza. C’è una donna giovane seduta non lontano da lui che non è esattamente attraente, ma lo è comunque quanto basta, e ha l’aria di essere brava a letto, come in effetti è. Lui l’ha finita quella birra? Non se lo ricorda. Conta solo una cosa: gli è piaciuto godere? Ma ha goduto davvero? Questo si chiede uscendo dall’appartamento di lei e tornando a casa lungo le strade nebbiose. L’appartamento era pieno di bambole Kewpie, di quelle che si vincono al luna park, e si sono dati appuntamento, lui ricorda, per andarci insieme. E lì lei ne vince un’altra: è qualcosa per cui ha talento. Dopodiché eccoli di nuovo nell’appartamento di lei, si spogliano, la donna eccitata stringe fra le braccia la nuova bambola in un letto che ne è pieno. Lui non ricorda da quanto tempo non dorme, e fatica a trovare, barcollando per le strade notturne, ancora nebbiose, la via di casa, quanto all’orgasmo, ammesso ne abbia avuto uno, gli sta già svanendo dalla memoria. Forse dovrebbe portarla di nuovo al luna park, pensa, dove lei vincerà un’altra bambola Kewpie (questo è quantomeno il loro secondo appuntamento, se non il quarto), e stavolta vanno a farsi un romantico cicchetto notturno nel bar in cui si sono incontrati la prima volta. Dove un tipo muscoloso comincia a importunarla. Lui interviene e se la vede spuntare accanto al letto in ospedale: gli ha portato una delle bambole Kewpie perché gli faccia compagnia. Questo è il modo in cui la donna vuole esprimere il legame che c’è fra loro, o così lui suppone, mentre lascia l’ospedale sulle stampelle, non sapendo di preciso in quale parte della città si trovi. O in quale parte dell’anno. Decide che è tempo di darci un taglio – lei lo sta facendo uscire matto – ma poi il tipo muscoloso si presenta al loro matrimonio e si scusa per le botte che gli ha dato. Non aveva capito, dice, quanto fosse seria la loro storia. I regali di nozze del tipo sono un buono per due birre al bar dove si sono conosciuti e un paio di nastri di satin bianco per le stampelle. Durante la cerimonia sia lei che lui hanno in mano una bambola Kewpie, il che probabilmente ha un significato molto poco recondito, come in effetti si dimostrerà presto. Il bambino che lei gli dà, suo o di un altro, gli ricorda, come se ne avesse bisogno, che il tempo scorre veloce. Ora lui ha delle responsabilità e decide di verificare se sia ancora suo il lavoro che svolgeva quando l’ha conosciuta. Lo è. La sua assenza, ammesso che sia stato assente, non viene rimarcata, ma neanche si congratulano con lui per il matrimonio, senza dubbio perché – se ne ricorda ora – prima di conoscere la moglie lui aveva una relazione con una collega e c’era stata già una festa di fidanzamento organizzata dai colleghi, i quali ora devono avercela con lui per i soldi che hanno speso per i regali. È imbarazzante, e l’atmosfera in qualche modo è ostile, ma lui ha un bambino all’asilo e un altro in arrivo, quindi cosa può fare? Be’, non ha ancora utilizzato il buono, così, innanzitutto, che diavolo, può farsi una birra, due in realtà, e può permettersene una terza. C’è una donna giovane seduta vicino a lui e ha l’aria di essere brava a letto, ma non è sua moglie e lui non vuole commettere adulterio, o almeno così si dice mentre è seduto sul bordo del letto di lei con i pantaloni attorno alle caviglie. Se li sta togliendo o se li sta mettendo? Non lo sa, ma ora se li tira su e torna a casa zoppicando, avendo lasciato chissà dove le stampelle coi nastri. Rincasando trova tutte le bambole Kewpie, che da quando sono cominciati ad arrivare i bambini sono state collocate su uno scaffale, sparse qui e là per l’appartamento, decapitate e mutilate. Uno dei bambini piange e lui, dopo aver messo sul fornello il latte per il biberon, va nella camera del piccolo per calmarlo e, appuntato sul pigiamino, trova un biglietto della moglie, in cui dice di essere andata in ospedale a partorire un altro figlio e che sarà meglio che lui non si faccia trovare a casa quando ritorna, perché altrimenti lo ammazza. Lui le crede, e poco dopo è di nuovo per strada, e si chiede se ha poi dato il biberon al piccolo o se il latte è ancora sul fornello. Passa davanti al bar del vecchio quartiere ed è tentato di entrare ma decide di avere avuto già tanti guai quanti ne bastano per un’intera vita e sta per proseguire quando viene intercettato dall’energumeno che lo aveva picchiato e che ora gli offre un sigaro perché è appena diventato padre e lo trascina nel bar per festeggiare l’evento con un cicchetto, o meglio svariati cicchetti, lui ha perso il conto. In ogni caso i festeggiamenti sono già finiti e il neo padre, che ha sposato la stessa donna che ha buttato lui fuori di casa, piange sulla sua birra le miserie della vita matrimoniale e si congratula con lui perché ne è uscito, che uomo fortunato. Lui però non si sente affatto fortunato, soprattutto quando vede una donna giovane seduta vicino a loro, che ha l’aria di essere brava a letto, e decide di proporle di andare da lei ma è troppo tardi: lei sta uscendo dal bar con il tipo che lo ha picchiato e che gli ha rubato la moglie. E a quel punto lui si fa un’altra birra, e si chiede dove andare a vivere adesso, e rendendosi conto – è il barista che glielo dice, allungandogli un’altra birra gratis – che la vita è breve e brutale e che prima ancora di rendersene conto uno è già bello che morto. Il barista ha ragione. Dopo qualche altra birra, e qualche altro orgasmo, alcuni li ricorda vagamente, la maggior parte no, uno dei suoi figli, ora pilota di macchine da corsa e presidente della stessa società per la quale lui lavorava un tempo, viene a trovarlo mentre è sul letto di morte e, scusandosi per il notevole ritardo (Sono andato a farmi una birra, papà, sai come vanno queste cose), gli dice che sentirà la sua mancanza ma che probabilmente è meglio così. Perché è meglio così? chiede lui, ma suo figlio se n’è andato, ammesso che sia mai venuto davvero. Be’... sa... la vita, dice lui all’infermiera che è venuta per coprirgli il viso col lenzuolo e a portarlo via sul letto a rotelle.

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Il futuro promette bene, di Lesley Nneka Arimah

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Premiato con il Kirkus Prize, il New York Public Library’s Young Lions Award e il Commonwealth Short Story Prize per l’Africa, Quando un uomo cade dal cielo, di Lesley Nneka Arimah, è una raccolta di storie che spazia dal realismo al racconto fantastico, tutte legate dallo stesso filo: le loro protagoniste femminili. La scrittura di Lesley Nneka Aarimah, la sua capacità di fissare con poche parole un momento decisivo, di descrivere i sentimenti con grande lucidità, sono la chiave di un talento che ha ancora molto da dire.

Cattedrale vi propone il racconto che apre la raccolta, per gentile concessione dell’editore e The Italian Literary Agency.

Il futuro promette bene

Ezinma traffica con le chiavi nella serratura e non vede cosa le arriva alle spalle: suo padre quando era ancora un bambinetto adorabile, lì a contendersi l’amore della propria madre. La nonna, riempita di lavoro fino al collo da donne a cui spolverava la casa, lavava la biancheria, puliva il culo dei figli; riempita di lavoro da un marito che voleva molti figli maschi, e dagli uomini con cui lei si intratteneva per farli; una donna che vigila sul figlio fino ai suoi tredici anni con la precisione di un’infermiera e che poi muore nel suo letto con un lungo, esausto sospiro. Qualche tempo dopo la matrigna guarda il ragazzino come si guarderebbe un cane randagio che si presenta alla porta abbastanza spesso da riconoscerne il muso, ma dio la fulmini se lo farà entrare in casa. Danzano l’uno attorno all’altra, il bambino avanzando determinato a passo di valzer, la donna allontanandosi con piroette. È la maggiore di troppi figli e sa quanto i bisogni di un bambino possano prosciugare i sogni di una ragazza. Il piccolo vede solo le sue spalle voltate, il rifiuto, mentre suo padre ignora la cosa, accecato dalla gioia di essere un uomo vecchio con una moglie giovane e ancora fertile. Non la vuole condividere con nessuno. E quando il ragazzino ha quindici anni e tornando dal mercato trova tutte le sue cose in due buste di plastica sui gradini di casa, non bussa nemmeno per scoprire il perché o per chiedere dove dovrebbe andare, ma insieme ad altri senzamadre occupa un bungalow costruito a metà e abbandonato, dove gli vengono rubate le sue due camicie migliori e impara a portarsi sempre dietro tutti i suoi soldi. Mendica, vende rottami di ferro, ruba, e questa terza cosa gli riesce così facile che diventa la sua via di fuga. Inizia in piccolo, scippando borse e sgraffignando merce da banconi del mercato incustoditi. Poi impara a scassinare le serrature, a mettere in moto automobili senza la chiave, diventa sempre più bravo. Quando ha ventun anni, arriva la guerra, e mentre la gente festeggia nelle strade e urla «Biafra! Biafra!» lui inizia a fare scorte di beni. Quando in giro non c’è più niente, fa una fortuna. E quando anche il cibo comincia a scarseggiare, saccheggia le fattorie nel cuore della notte, che è come ha conosciuto sua moglie, e perché Ezinma, trafficando con le chiavi nella serratura, non vede cosa le arriva alle spalle: sua madre a ventidue anni, non proprio una bellezza ma con l’aspetto sano di una persona che non ha mai sofferto la fame. Una ragazza sfrontata che prende più di quello che le viene offerto. È il 1966, mesi prima che cambi tutto, la madre si trova a una festa a casa di amici dei suoi e c’è un uomo, la pelle gialla come un mango, la mascella squadrata e un fisico come la statua del David; le donne senza marito sfoderano tutte le loro armi (sorrisi seducenti, décolleté abbondanti, personalità servizievoli) e si battono per lui. Quando alla fine è lei a spuntarla, prende la vittoria come se le fosse dovuta. Quasi un anno dopo l’inizio del corteggiamento arriva la guerra. La famiglia di lei è leale alla repubblica del Biafra, quella di lui pensa che Ojukwu sia un pazzo. La sera della festa di fidanzamento ci sono solo i parenti della ragazza. E quando lei l’indomani va a trovarlo, scopre che lui ha lasciato il paese.
La famiglia di lei viene presto costretta a lasciare la città, presto costretta a barattare le cose che era riuscita a portare con sé, e infine costretta quasi a mendicare. Per la prima volta nella sua vita, il cibo scarseggia così tanto che di notte la giovane donna si intrufola di nascosto nelle fattorie e raccoglie furtivamente tenere piante di granturco non ancora cresciute del tutto. Bollite diventano così morbide che mangia sia la parte più interna sia le foglie esterne. Una sera s’imbatte in una piccola fattoria nascosta dietro una collina dove incontra un uomo che ruba patate dolci novelle che avrebbero potuto essere sue. Ma non c’è storia: lui è ben nutrito e forte, e anche se lei provasse a dare l’allarme per dispetto, lui riuscirebbe a zittirla. L’uomo però mette un dito sulle sue labbra e le dà una patata. Ed essendo quella che è, lei gli fa segno di dargliene due. Lui gliene passa un’altra e lei scappa via. Quando la sera successiva torna alla fattoria, lo trova ad aspettarla. Gli si siede accanto e ascoltano i grilli e i respiri uno dell’altra. Quando lui la cinge con un braccio, lei gli si appoggia contro e piange per la prima volta dalla festa di fidanzamento di molti mesi prima. Quando le mette una patata in grembo, lei ride. E quando le prende una mano, pensa: “Valgo tre patate dolci”. Avrà due figlie. La prima la chiama Biafra per sfida, come a dire: “Ecco, mamma, riponi le speranze in un’altra cosa fragile”. E alla seconda dà il nome di sua madre, che a quel punto è morta e non sa che sua figlia l’ha perdonata per avere scelto il lato perdente e ha chiamato la propria figlia più piccola Ezinma, che traffica con le chiavi nella serratura e non vede cosa le arriva alle spalle: sua sorella, che tutti hanno cominciato a chiamare Bibi, perché non ha senso chiamare una bambina come un paese che non esiste. Bibi, bella come sua madre non è mai stata. Bibi, testarda come sua madre è sempre stata. Litigano fin da quando era nel suo grembo e le pesava così tanto sulla cervice che un piccolo colpetto avrebbe potuto spingerla fuori. Costretta a letto, la madre ha finito per avercela con lei, scaldandosi così tanto che la bambina rischiava di bollirle in pancia. E tre anni dopo ecco arrivare Ezinma, carina, sì, ma così docile che non farebbe male a una mosca. È un fantasma di Bibi, più pallida nei toni e nella personalità, ma dolce come Bibi sa essere solo quando vuole qualcosa. Bibi la detesta. No, Ezinma non può giocare con i suoi giocattoli; no, Ezinma non può andare a piedi a scuola con Bibi e le sue amiche; no, Ezinma non può avere un assorbente vero, deve mettere insieme un po’ di fazzoletti di carta e gestirsela così. Ezinma cresce bramando l’affetto della sorella. Quando ha ventun anni e i suoi genitori sgobbano per pagarle le tasse universitarie, Bibi conosce Godwin, la pelle gialla e la mascella squadrata come il padre, e si innamora. Se ne innamora ancora di più quando la madre cerca di dissuaderla. E quando la madre insiste, dicendo «Non conosci la sua famiglia», Bibi risponde: «La conosco. Tu sei solo arrabbiata e amareggiata che ho un uomo migliore del tuo». Sua madre la schiaffeggia e il discorso si chiude così. Ezinma fa da intermediaria, ruolo a cui è costretta sin da quando era piccola, e informa Bibi di tutte le novità in famiglia, malgrado la richiesta della madre di essere esclusa dalla vita della figlia. E Godwin sa provvedere ai suoi bisogni meglio del padre, che adesso è un modesto commerciante. Le prende in affitto un appartamento. Le procura una macchina. La acceca con una costellazione di regali, cose che lei non ha mai avuto prima. Ma l’unica volta in cui Bibi prova a parlare di matrimonio, lui esce di casa e lei non riesce a rintracciarlo per dodici giorni. Dodici giorni in cui Bibi deve ricorrere ai risparmi in banca; dodici giorni in cui se ne sta seduta nell’appartamento intestato a lui, guida l’auto intestata sempre a lui, e si chiede cosa ci sia di tanto prezioso in quel suo cognome da non volerlo condividere con lei. E quando alla fine Godwin ritorna e la vede fare le valigie, la afferra per i capelli, glieli tira urlando che anche quelli sono suoi, e lei viene colpita... da un pugno, sì, ma anche dall’intuizione che forse doveva dar retta alla madre. Ritrovarsi non è dolce. L’occhio destro di Bibi è quasi chiuso dal gonfiore, la bocca della madre resta sigillata: non si guardano, non si parlano. Il padre, che non riesce a sopportare la tensione tra loro, ripensando alla propria infanzia turbolenta, stringe le spalle di Bibi, poi va via, ed è quella fugace stretta che la fa piangere. Dopo un attimo singhiozza mentre la madre è ancora impenetrabile, anche se è un viso bagnato dalle lacrime quello che volge dall’altra parte perché nessuno possa vederlo. Ezinma porta Bibi al gabinetto, lo stesso che hanno condiviso e si sono litigate fino a essere grandi a sufficienza da riuscire a parlare. La fa sedere sulla tavoletta del water e inizia a pulirle le ferite. Quando finisce, la sorella ha ancora un aspetto terribile. E quando Bibi si alza per esaminarsi il viso, si ritrovano entrambe davanti allo specchio. «Continuo a fare schifo» dice Bibi. «Mi sa di sì» risponde Ezinma, e scoppiano a ridere. E nel loro riflesso notano per la prima volta che hanno lo stesso identico sorriso. Come hanno fatto a non accorgersene prima? Nessuna delle due lo sa. Bibi è preoccupata perché le sue cose sono ancora nell’appartamento. Ezinma le dice di non preoccuparsi, andrà a prenderle lei. «Perché continui a essere così gentile con me?» domanda Bibi. «Abitudine» replica Ezinma. Bibi ci pensa per un istante e dice alla sorella una cosa che non le ha mai detto. «Grazie.» E così Ezinma traffica con le chiavi nella serratura e non vede cosa le arriva alle spalle: Godwin, cresciuto nella corrosiva indulgenza del padre. Godwin, così poco avvezzo a sentirsi dire di no che la cosa lo ferisce come un’ondata di acido, dissolvendo la patina di decenza tipica di chi ottiene sempre ciò che vuole. Godwin, che ha rotto il suo violoncello quando ha scoperto che il fratello minore sapeva suonarlo meglio di lui, che è il motivo per cui è finito qui, a guardare Ezinma – che da dietro somiglia così tanto alla sorella – mentre traffica con chiavi che non conosce nella serratura dell’appartamento di Bibi così da non vedere cosa le arriva alle spalle: Godwin, che con una pistola le spara.

Quando un uomo cade dal cielo
di Lesley Nneka Arimah
Pubblicato in accordo con The Italian Literary Agency
Titolo originale dell’opera: What it means when a man falls from the sky
© 2017 Lesley Nneka Arimah Copyright © 2019 Società Editrice Milanese 
www.semlibri.com

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Disincontri, dalla raccolta inedita di Julio Cortazar

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Dal 6 Settembre 2019 è in libreria Disincontri, la raccolta di racconti che Cortázar ha pubblicato nel 1982. Pubblicati per la prima volta da Sur in un volume a sé e nella nuova traduzione di Ilide Carmignani, sono chiavi per porte che non si aprono, puntuali come un contrattempo, familiari e spiazzanti come un déjà-vu. Che lo si legga da sempre o per la prima volta, l’incontro con Cortázar è sempre un «disincontro».

Cattedrale vi propone il racconto che dà il titolo alla raccolta, per gentile concessione dell’editore.

DISINCONTRI

Non avevo più alcuna ragione particolare per ricordarmi di tutte quelle cose, e anche se in certi periodi mi piaceva scrivere e c’erano amici che apprezzavano i miei versi e i miei racconti, a volte mi veniva da domandarmi se quei ricordi d’infanzia meritassero di essere scritti, se non nascessero da un’ingenua tendenza a credere che le cose erano state più vere quando le mettevo in parole per fissarle a modo mio, per averle lì come le cravatte nell’armadio o il corpo di Felisa la notte, qualcosa che non si sarebbe potuto rivivere ma che diveniva più presente come se nel semplice ricordo si aprisse una terza dimensione, una quasi sempre amara ma anelata contiguità. Non ho mai capito bene perché, ma tornavo e ritornavo su cose che altri avevano imparato a dimenticare per non trascinarsi nella vita con tutto quel tempo sulle spalle. Ero sicuro che fra i miei amici ce ne fossero pochi che ricordavano i loro compagni d’infanzia come io ricordavo Doro, anche se quando scrivevo di Doro non era quasi mai lui a muovermi a scrivere ma qualcos’altro, qualcosa in cui Doro era soltanto il pretesto per l’immagine di sua sorella maggiore, l’immagine di Sara a quell’epoca, quando io e Doro giocavamo nel cortile o disegnavamo nel salotto della casa di Doro. Eravamo stati così inseparabili ai tempi delle medie, dei dodici o tredici anni, che non ero capace di percepire separatamente me stesso che scrivevo di Doro, di accettarmi fuori dalla pagina a scrivere di Doro. Vederlo significava contemporaneamente vedermi come Aníbal con Doro, e non sarei riuscito a ricordarmi nulla di Doro se al tempo stesso non avessi sentito che anche Aníbal era lì in quel momento, che era stato Aníbal a tirare la pallonata che un pomeriggio d’estate aveva rotto un vetro della casa di Doro, lo spavento e la voglia di nascondersi o di negare, l’arrivo di Sara che li chiamava mascalzoni e li spediva a giocare nel prato all’angolo. E con questo ecco che arrivava anche Bánfield, è chiaro, perché tutto era successo laggiù, né Doro né Aníbal si sarebbero potuti immaginare in un paese che non fosse Bánfield dove le case e i prati erano allora più grandi del mondo intero. Bánfield, con le sue strade sterrate e la stazione del Ferrocarril Sud, coi suoi campi incolti che d’estate, all’ora della siesta, brulicavano di cavallette multicolori, un paese che di notte si acquattava come impaurito intorno ai pochi lampioni sugli angoli delle vie, con qualche fischio delle guardie a cavallo e l’alone vertiginoso degli insetti che svolazzavano intorno a ogni lampione. Le case di Doro e di Aníbal così poco distanti che la strada era per loro come un corridoio in più, qualcosa che li teneva uniti di giorno e di sera, nel prato quando giocavano a calcio all’ora della siesta o sotto la luce del lampione all’angolo quando guardavano i rospi disposti in cerchio per mangiarsi gli insetti ubriachi a forza di girare intorno alla luce gialla. E l’estate, sempre, l’estate delle vacanze, la libertà dei giochi, il tempo tutto per loro, per loro, senza orari né campanelle di entrata in classe, l’odore dell’estate nell’aria calda dei pomeriggi e delle sere, sulle facce sudate dopo aver vinto o perso o litigato o corso, dopo aver riso e a volte pianto ma sempre insieme, sempre liberi, padroni del loro mondo di aquiloni e palloni e angoli di strada e marciapiedi.

Di Sara gli restavano poche immagini, ma ognuna si stagliava come una vetrata nell’ora del sole più alto, con azzurri e rossi e verdi che fendevano lo spazio fino a fargli male, a volte Aníbal vedeva soprattutto i capelli biondi che le scendevano sulle spalle come una carezza che lui avrebbe voluto sentire sul viso, a volte la pelle bianchissima perché Sara non usciva quasi mai al sole, assorbita com’era dalle faccende di casa, la madre malata e Doro che tornava ogni pomeriggio coi vestiti sporchi, le ginocchia sbucciate, le scarpe piene di fango. Non aveva mai saputo l’età di Sara all’epoca, solamente che era già una signorina, la giovane madre di suo fratello che diventava più bambino quando lei gli parlava, quando gli passava la mano sulla testa e poi lo mandava a comprare qualcosa o chiedeva a tutti e due di non gridare così tanto nel cortile. Aníbal la salutava timido, dandole la mano, e Sara gliela stringeva gentilmente, quasi senza guardarlo ma accettandolo come l’altra metà di Doro che quasi quotidianamente veniva a casa a leggere o a giocare. Alle cinque li chiamava per dargli caffellatte e biscotti, sempre sul tavolinetto del cortile o nel salotto tetro; Aníbal aveva visto solo due o tre volte la madre di Doro, dolcemente dalla sua sedia a rotelle diceva il suo ciao bambini, state attenti alle macchine, anche se c’erano così poche macchine a Bánfield e loro sorridevano sicuri di poterle schivare per strada, della loro invulnerabilità di giocatori di calcio e corridori. Doro non parlava mai di sua madre, che stava quasi sempre a letto o ascoltava la radio in salotto, casa sua erano il cortile e Sara, a volte qualche zio in visita che domandava cos’è che avevano studiato a scuola e regalava cinquanta centesimi ciascuno. E per Aníbal era sempre estate, degli inverni quasi non aveva ricordo, la sua casa diventava una prigione grigia e nebbiosa dove contavano solo i libri, la famiglia intenta nelle proprie cose e le cose piazzate al proprio posto, le galline a cui doveva badare, le malattie con lunghe diete e tè e solo a volte Doro, perché a Doro non piaceva restare tanto in una casa dove non lo lasciavano giocare come nella sua.

Fu nel corso di una bronchite di quindici giorni che Aníbal cominciò a sentire la mancanza di Sara, quando Doro veniva a trovarlo gli domandava di lei e Doro rispondeva distratto che stava bene, l’unica cosa che gli interessava era se quella settimana avrebbero potuto giocare di nuovo in strada. Aníbal avrebbe voluto saperne di più su Sara ma non aveva il coraggio di domandare molto, a Doro sarebbe sembrato stupido che si preoccupasse di qualcuno che non giocava come loro, che era così lontano da tutto quello che facevano e pensavano loro. Quando poté tornare a casa di Doro, ancora un po’ debole, Sara gli diede la mano e gli domandò come stava, non doveva giocare a pallone per evitare di stancarsi, meglio che disegnassero o leggessero in salotto; il suo tono era serio, gli parlava come parlava sempre a Doro, affettuosa ma lontana, la sorella maggiore premurosa e quasi severa. Quella sera, prima di addormentarsi, Aníbal sentì che qualcosa gli saliva agli occhi, che il cuscino diventava Sara, sentì il bisogno di abbracciarla forte e di piangere con il viso stretto a Sara, ai capelli di Sara, il desiderio che lei fosse lì e gli desse le medicine e guardasse il termometro seduta ai piedi del letto. Quando la mattina dopo venne sua madre a frizionargli il petto con della roba che sapeva di alcol e mentolo, Aníbal chiuse gli occhi e fu la mano di Sara a sollevargli la camicia da notte, ad accarezzarlo lieve, a guarirlo.

Era di nuovo estate, il cortile della casa di Doro, le vacanze con romanzi e figurine, con la collezione di francobolli e la raccolta di calciatori che s’incollavano su un album. Quel pomeriggio parlavano di pantaloni lunghi, ormai non mancava più molto a metterseli, non si poteva mica andare alle superiori coi pantaloni corti. Sara li chiamò per il caffellatte e Aníbal ebbe l’impressione che avesse ascoltato i loro discorsi e che sulla sua bocca aleggiasse l’ombra di un sorriso, forse si divertiva a sentirli parlare di quelle cose e li prendeva anche un po’ in giro. Doro gli aveva detto che adesso aveva il fidanzato, un signore grande che veniva a trovarla il sabato ma che lui non aveva ancora visto. Aníbal se lo immaginava come uno che portava i cioccolatini a Sara e parlava con lei in salotto, come il fidanzato di sua cugina Lola, in pochi giorni era guarito dalla bronchite e ormai poteva giocare di nuovo nel prato con Doro e gli altri amici. Ma la sera tutto diventava triste e al tempo stesso così bello, da solo nella sua stanza prima di addormentarsi si diceva che Sara non era lì, che non sarebbe mai entrata a fargli visita né da sano né da malato, proprio nell’ora in cui lui la sentiva così vicina, la guardava a occhi chiusi senza che la voce di Doro o le grida degli altri ragazzi si mischiassero con questa presenza di Sara sola lì per lui, accanto a lui, e il pianto ricominciava come un desiderio di abbandono, di essere Doro nelle mani di Sara, di sentire i capelli di Sara che gli sfioravano la fronte e la sua voce che gli diceva buonanotte, che Sara gli rimboccasse le lenzuola prima di andar via. Trovò il coraggio di domandare come per caso a Doro chi si occupasse di lui quando era malato, perché Doro aveva preso un’infezione intestinale e aveva passato cinque giorni a letto. Glielo domandò come fosse normale che Doro gli dicesse che lo aveva curato sua madre, pur sapendo che non poteva essere così e quindi Sara, le medicine e il resto. Doro rispose che gli faceva tutto la sorella, cambiò argomento e si mise a parlare di cinema. Aníbal però voleva saperne di più, se Sara si era occupata di lui da quando era bambino, ed era chiaro che se n’era occupata lei perché sua madre era quasi invalida da otto anni e Sara badava a tutti e due. Ma allora era lei che ti faceva il bagno quando eri piccolo? Certo, perché mi domandi queste cretinate? Così, per saperlo e basta, dev’essere talmente strano avere una sorella grande che ti fa il bagno. Non c’è niente di strano, sai. E quando ti ammalavi da piccolo era lei che si occupava di te e ti faceva tutto? Sì, è chiaro. E tu non ti vergognavi che tua sorella ti vedesse e ti facesse tutto? No, perché avrei dovuto vergognarmi, ero piccolo allora. E adesso? Be’, adesso uguale, perché dovrei vergognarmi se sono malato. Perché, è chiaro. Nell’ora in cui chiudendo gli occhi immaginava Sara che entrava di notte nella sua stanza e si avvicinava al suo letto, c’era come un desiderio che lei gli domandasse come stava, gli mettesse la mano sulla fronte e poi tirasse giù le lenzuola per guardargli la ferita al polpaccio, gli cambiasse la fasciatura chiamandolo stupido per essersi tagliato con un vetro. La sentiva che gli alzava la camicia da notte e lo guardava nudo, tastandogli il ventre per vedere se era infiammato, coprendolo di nuovo perché si addormentasse. Abbracciato al cuscino si sentiva di colpo così solo, e quando apriva gli occhi nella stanza ormai vuota di Sara era come una marea d’angoscia e di gioia perché nessuno, nessuno poteva sapere del suo amore, nemmeno Sara, nessuno poteva capire quella pena e quel desiderio di morire per Sara, di salvarla da una tigre o da un incendio e di morire per lei, e che lei lo ringraziasse o lo baciasse piangendo. E quando allungava le mani in basso e cominciava ad accarezzarsi come Doro, come tutti i ragazzi, Sara non entrava in scena, c’era la figlia del droghiere o sua cugina Yolanda, certe cose non potevano succedere con Sara che la sera veniva a prendersi cura di lui come si prendeva cura di Doro, con lei non c’era altro che quella gioia di immaginarla mentre si chinava su di lui e lo accarezzava e l’amore era quello, anche se Aníbal ormai sapeva che cosa poteva essere l’amore e se lo immaginava con Yolanda, tutto quello che una volta o l’altra lui avrebbe fatto a Yolanda o alla ragazza del droghiere.

Il giorno del fossato fu quasi alla fine dell’estate, dopo aver giocato nel prato si separarono dalla banda e su un sentiero che conoscevano soltanto loro due e che chiamavano il sentiero di Sandokan si persero nella boscaglia spinosa dove una volta avevano trovato un cane impiccato a un albero ed erano scappati dalla paura. Graffiandosi le mani si fecero strada fino al punto più fitto, affondando la faccia nei rami dei salici piangenti finché furono sul bordo del fossato dalle acque torbide dove avevano sempre sperato di pescare saraghi ma non avevano mai preso nulla. Gli piaceva sedersi sul bordo a fumare le sigarette che Doro faceva con i cartocci del granoturco, parlando dei romanzi di Salgari e progettando viaggi e cose. Quel giorno però non ebbero fortuna, ad Aníbal si incastrò una scarpa in una radice e cadde in avanti, si aggrappò a Doro e scivolarono tutti e due giù nel fossato entrandoci fino alla vita, non c’era pericolo ma fu come se ci fosse, annasparono disperati finché afferrarono i rami penduli di un salice, strisciando e imprecando si arrampicarono di nuovo in cima, col fango che gli si era infilato da tutte le parti, che gli colava dentro le camicie e i pantaloni e puzzava di marcio, di topi morti. Tornarono indietro quasi senza parlare e si intrufolarono in casa di Doro dal fondo del giardino, sperando che non ci fosse nessuno in cortile per sciacquarsi di nascosto. Sara stava stendendo il bucato vicino al pollaio e li vide arrivare, Doro come impaurito, e Aníbal dietro, morto di vergogna, che voleva morire davvero, essere mille miglia lontano da Sara nel momento in cui lei li guardava stringendo le labbra, in un silenzio che li inchiodava, ridicoli e confusi, sotto il sole del cortile. «Ci mancava solo questa», si limitò a dire Sara, rivolgendosi a Doro ma anche ad Aníbal che balbettava le prime parole di una confessione, era colpa sua, gli si era incastrata una scarpa e allora, Doro non aveva nessuna colpa, è che era tutto così sdruccioloso. «Andate subito a lavarvi», disse Sara come se non lo avesse sentito. «Toglietevi le scarpe prima di entrare, e poi sciacquate i vestiti nella pila del pollaio».
In bagno si guardarono e Doro fu il primo a ridere ma era una risata poco convinta, si spogliarono e aprirono la doccia, sotto l’acqua poterono cominciare a ridere davvero, a litigare per la saponetta, a guardarsi da capo a piedi e a farsi il solletico. Un fiume di fango scorreva via verso lo scarico diluendosi poco a poco, la saponetta cominciava a fare schiuma, si divertivano così tanto che in un primo momento non si accorsero che la porta si era aperta e Sara stava a guardarli, che si avvicinava a Doro per togliergli di mano la saponetta e strofinargliela sulla schiena ancora infangata. Aníbal non sapeva cosa fare, in piedi immobile nella vasca da bagno si mise le mani sull’inguine, poi si voltò di colpo perché Sara non lo vedesse e fu ancora peggio, di tre quarti con l’acqua che gli scorreva sul viso, cambiando lato e di nuovo di spalle, finché Sara non gli diede la saponetta con un lavati meglio le orecchie, hai il fango da tutte le parti. Quella sera non riuscì a vedere Sara come le altre sere, anche se chiudeva forte le palpebre l’unica cosa che vedeva era Doro con lui nella vasca, Sara che si avvicinava per ispezionarli da capo a piedi e poi usciva dal bagno con i vestiti sporchi sulle braccia, diretta generosamente alla pila a lavare le loro cose gridando che si sfregassero bene con i teli finché non erano perfettamente asciutti, servendo il caffellatte senza dire nulla, né arrabbiata né gentile, sistemando l’asse da stiro sotto il glicine e asciugando pian piano i pantaloni e le camicie. Come mai non era riuscito a dirle nulla alla fine, quando li aveva mandati a vestirsi, nemmeno un semplice grazie, Sara, lei è proprio buona, grazie davvero, Sara. Nemmeno quello era riuscito a dirle e Doro uguale, erano andati a vestirsi in silenzio e poi la collezione di francobolli e le figurine degli aeroplani, senza che Sara ricomparisse più, sempre impegnata a badare alla madre la sera, a preparare la cena e a volte a canticchiare un tango fra il rumore dei piatti e delle pentole, assente come adesso sotto le sue palpebre che non erano più in grado di farla apparire, di farle sapere quanto l’amava, quanta voglia aveva di morire davvero dopo averla vista che li guardava mentre erano sotto la doccia.

Dovevano essere state le ultime vacanze prima di iniziare il Colegio Nacional, senza Doro perché Doro avrebbe fatto la Escuela Normal, ma tutti e due si erano ripromessi di continuare a vedersi ogni giorno anche se sarebbero andati in scuole diverse, che importava se tanto il pomeriggio avrebbero continuato a giocare come sempre, senza sapere che invece no, che un giorno di febbraio o di marzo avrebbero giocato per l’ultima volta nel cortile della casa di Doro perché la famiglia di Aníbal si trasferiva a Buenos Aires e si sarebbero visti solo nei fine settimana, pieni di una rabbia amara per un cambiamento che non volevano accettare, per una separazione che i grandi imponevano come tante altre cose, senza preoccuparsi di loro, senza consultarli. Di colpo tutto andava avanti veloce, cambiava come loro coi primi pantaloni lunghi, quando Doro gli disse che Sara si sarebbe sposata agli inizi di marzo, lo disse come una cosa senza importanza e Aníbal non fece alcun commento, passarono giorni prima che trovasse il coraggio di chiedere a Doro se Sara avrebbe vissuto con lui anche dopo sposata, ma sei scemo, figurati se restano qui, quello ha un sacco di grana e se la porta a Buenos Aires, ha un’altra casa a Tandil e io rimarrò con la mamma e con la zia Faustina che si occuperà di lei. Quell’ultimo sabato delle vacanze vide arrivare il fidanzato sulla sua auto, lo vide vestito di blu e ciccione, con gli occhiali, che scendeva dall’auto con un vassoietto di pasticcini e un mazzo di gigli. Intanto lo stavano chiamando da dentro casa perché cominciasse a imballare le sue cose, il trasloco era lunedì e non aveva ancora fatto nulla. Sarebbe voluto andare a casa di Doro senza nemmeno sapere perché, per starsene semplicemente là, ma sua madre lo obbligò a impacchettare i libri, il mappamondo, le collezioni di insetti. Gli avevano detto che avrebbe avuto una stanza grande tutta per sé con vista sulla strada, gli avevano detto che sarebbe potuto andare a scuola a piedi. Tutto era nuovo, tutto sarebbe iniziato in un altro modo, tutto girava lentamente, e ora Sara doveva essere seduta in salotto insieme al ciccione col vestito blu, a prendere il tè coi pasticcini che lui aveva portato, così lontana dal cortile, così lontana da Doro e da lui, senza mai più chiamarli per il caffellatte sotto il glicine.

Il primo fine settimana a Buenos Aires (era vero, aveva una stanza grande tutta per sé, il quartiere era pieno di negozi, c’era un cinema a due isolati), prese il treno e tornò a Bánfield per vedere Doro. Conobbe la zia Faustina, che non gli diede nulla quando ebbero finito di giocare nel cortile, uscirono a fare un giro e Aníbal ci mise un po’ a domandargli di Sara. Be’, si erano sposati in municipio e ormai erano nella casa di Tandil per la luna di miele, Sara sarebbe tornata ogni quindici giorni a trovare sua madre. E non ti manca? Sì, ma che vuoi farci. È vero, ormai è sposata. Doro si distraeva, cominciava a cambiare argomento e Aníbal non sapeva più come farlo parlare ancora di Sara, forse chiedendogli di raccontare il matrimonio e Doro che rideva, che ne so io, sarà stato come tutti gli altri, dopo il municipio se ne sono andati in albergo e poi c’è stata la prima notte di nozze, sono andati a letto e a quel punto lui. Aníbal ascoltava e intanto guardava i cancelli e i balconi, non voleva che Doro lo vedesse in viso e Doro se ne accorgeva, scommetto che non sai cosa succede la prima notte di nozze. Non rompere le palle, certo che lo so. Lo sai ma la prima volta è diverso, me l’ha raccontato Ramírez, a lui gliel’ha detto il fratello che è avvocato e si è sposato l’anno scorso, gli ha spiegato tutto. C’era una panchina vuota nella piazza, Doro aveva comprato le sigarette e continuava a raccontare e a fumare, Aníbal annuiva, mandava giù il fumo che cominciava a dargli la nausea, non aveva bisogno di chiudere gli occhi per vedere sullo sfondo del fogliame il corpo di Sara che non aveva mai immaginato come un corpo, vedere la prima notte di nozze attraverso le parole del fratello di Ramírez, attraverso la voce di Doro che continuava a raccontare. Quel giorno non ebbe il coraggio di chiedergli l’indirizzo di Sara a Buenos Aires, rimandò alla visita successiva perché in quel momento aveva paura di Doro, ma la visita successiva non arrivò mai, cominciò la scuola con i nuovi amici, Buenos Aires a poco a poco inghiottì Aníbal carico di libri di matematica e con tanti cinema in centro e lo stadio del River e le prime passeggiate serali insieme a Beto, che era un vero porteño. Anche a Doro probabilmente stava succedendo la stessa cosa a La Plata, ogni tanto Aníbal pensava di mandargli due righe perché Doro non aveva il telefono, poi arrivava Beto o bisognava fare una ricerca per compito, passarono i mesi, il primo anno, vacanze a Saladillo, di Sara non restava ormai che qualche immagine isolata, una ventata di Sara quando qualcosa in María o in Felisa gli ricordava per un attimo Sara. Un giorno del secondo anno la vide nitidamente uscendo da un sogno e gli fece male di un male amaro e bruciante, in fin dei conti non era stato così innamorato di lei, poi allora era un bambino e Sara non lo aveva mai considerato come adesso Felisa o la bionda della farmacia, non era mai andata a un ballo con lui come sua cugina Beba e Felisa per festeggiare la promozione al quarto anno, non si era mai lasciata accarezzare i capelli come María, andare a ballare a San Isidro e scomparire a mezzanotte fra gli alberi della riva, baciare Felisa sulla bocca fra proteste e risate, appoggiarla a un tronco e accarezzarle il seno, scendere fino a perdere la mano in quel calore sfuggente e dopo un altro ballo e tanto cinema trovare rifugio in fondo al giardino di Felisa e scivolare con lei a terra, sentire in bocca il suo sapore salato e lasciarsi cercare da una mano che lo guidava, ovviamente non le avrebbe detto che era la prima volta, che aveva avuto paura, ormai era al primo anno di ingegneria e non poteva dire così a Felisa e poi non ce ne fu più bisogno perché s’imparava tutto molto in fretta con Felisa e qualche volta con sua cugina Beba.

Non seppe più nulla di Doro e non gli importò, si era dimenticato anche di Beto che insegnava storia in qualche paese di provincia, i giochi non avevano riservato sorprese a nessuno, Aníbal accettava senza accettare, qualcosa che doveva essere la vita accettava al posto suo, una laurea, un’epatite grave, un viaggio in Brasile, un progetto importante in uno studio con due o tre soci. Stava salutando uno di loro sul portone prima di andare a bersi una birra dopo il lavoro quando vide arrivare Sara sul marciapiede opposto. Di colpo si ricordò che la notte prima aveva sognato Sara e che erano sempre nel cortile della casa di Doro anche se non succedeva nulla, anche se Sara stava solo lì a stendere i panni o a chiamarli per il caffellatte, e il sogno finiva così senza quasi essere iniziato. Forse perché non succedeva nulla, le immagini erano di una precisione tagliente sotto il sole dell’estate di Bánfield che nel sogno non era la stessa di Buenos Aires; forse anche per questo o in mancanza di qualcosa di meglio gli era tornata in mente Sara dopo tanti anni di oblio (ma non era stato oblio, si ripeté cupo nel corso della giornata), e adesso vederla arrivare per strada, lì vestita di bianco, identica ad allora coi capelli che le sfioravano le spalle a ogni passo in un gioco di luci dorate, agganciandosi alle immagini del sogno con una continuità che non lo stupiva, che aveva qualcosa di necessario e prevedibile, e poi attraversare la strada e sbarrarle il passo, dirle chi era e lei che lo guardava sorpresa, non lo riconosceva e di colpo sì, di colpo sorrideva e gli tendeva la mano, gliela stringeva davvero e continuava a sorridergli. «Incredibile», disse Sara. «Come facevo a riconoscerti dopo tanti anni». «Lei no, certo», disse lui. «Ma io, vede, l’ho riconosciuta subito». «È logico», disse logicamente Sara. «Non avevi ancora i pantaloni lunghi. Anche io sarò cambiata tanto, è che tu sei più fisionomista». Aníbal esitò un secondo prima di capire che era da idiota darle ancora del lei. «No, non sei cambiata, nemmeno la pettinatura. Sei la stessa». «Fisionomista ma un po’ miope», disse Sara con la sua vecchia voce in cui si mischiavano bontà e presa in giro. Il sole in faccia, non si poteva parlare in mezzo al traffico e alla gente. Sara disse che non aveva fretta e che le sarebbe piaciuto bere qualcosa in un caffè. Fumarono la prima sigaretta, quella delle domande generali e dei giri di parole, Doro faceva il maestro a Adrogué, la mamma era morta come un uccellino mentre leggeva il giornale, lui lavorava in uno studio associato con altri giovani ingegneri, le cose gli andavano bene anche se la crisi, certo. Alla seconda sigaretta Aníbal lasciò cadere la domanda che gli bruciava le labbra. «E tuo marito?» Sara esalò il fumo dal naso, lo guardò lentamente negli occhi. «Beve», disse. Non c’era né amarezza né pena, era una semplice informazione e poi di nuovo Sara a Bánfield prima di tutto questo, prima della lontananza e dell’oblio e del sogno della notte precedente, proprio come nel cortile della casa di Doro, con lei che accettava il secondo whisky, come sempre quasi senza parlare, lasciandolo proseguire, toccava a lui raccontare perché aveva tanto di più da raccontare, aveva avuto anni così pieni, lei era come se non avesse vissuto molto e non valeva la pena dire perché. Forse perché l’aveva appena detto con una sola parola. Impossibile sapere in che momento tutto smise di essere difficile, gioco di domande e risposte, Aníbal aveva allungato la mano sulla tovaglia e la mano di Sara non si era sottratta al suo peso, lei l’aveva lasciata lì mentre lui chinava la testa perché non poteva guardarla in faccia, mentre le parlava a fiotti del cortile, di Doro, le raccontava le sere nella sua stanza, il termometro, il pianto contro il cuscino. Glielo diceva con una voce piatta e monotona, mescolando insieme momenti ed episodi ma era tutto la stessa cosa, ero così innamorato di te, ero così innamorato e non te lo potevo dire, tu venivi la sera a prenderti cura di me, eri la mamma giovane che io non avevo, mi misuravi la febbre e mi accarezzavi perché mi addormentassi, ci davi il caffellatte nel cortile, ti ricordi, ci sgridavi quando facevamo delle sciocchezze, io avrei voluto che parlassi soltanto a me di tante cose ma tu mi guardavi così dall’alto, mi sorridevi così da lontano, c’era un vetro immenso fra noi e tu non potevi far nulla per romperlo, ecco perché la sera ti chiamavo e tu arrivavi per prenderti cura di me, per stare con me, per amarmi come io ti amavo, accarezzandomi la testa, facendomi quello che facevi a Doro, tutto quello che avevi sempre fatto a Doro, ma io non ero Doro e solo una volta, Sara, solo una volta e fu orribile e non lo dimenticherò mai perché avrei voluto morire e non potevo e non sapevo, è chiaro che non volevo morire ma era l’amore, voler morire perché tu mi avevi guardato tutto nudo come un bambino, eri entrata nel bagno e avevi guardato me che ti amavo, e mi avevi guardato come avevi sempre guardato Doro, tu che eri già fidanzata, tu che stavi per sposarti e io lì mentre mi davi la saponetta e mi ordinavi di lavarmi anche le orecchie, guardavi nudo il bambino che ero e non ti importava nulla di me, nemmeno mi vedevi perché vedevi soltanto un bambino e poi te ne andavi come se non mi avessi mai visto, come se io non fossi stato lì senza sapere dove mettermi mentre mi guardavi. «Mi ricordo benissimo», disse Sara. «Me lo ricordo bene quanto te, Aníbal».
«Sì, ma non è lo stesso». «Chissà se non è lo stesso. Tu non potevi rendertene conto allora, ma io avevo sentito che mi amavi in quel modo e che soffrivi, ecco perché dovevo trattarti uguale a Doro. Eri un bambino ma a volte mi dispiaceva così tanto che fossi un bambino, mi sembrava ingiusto, qualcosa del genere. Se tu avessi avuto cinque anni di più... Te lo dico perché ora posso e perché è giusto, quel pomeriggio entrai apposta nel bagno, non c’era nessun bisogno che venissi a vedere se vi stavate lavando, entrai perché era un modo per mettere fine alla faccenda, per guarirti dal tuo sogno, perché tu ti rendessi conto che non avresti mai potuto vedermi così mentre io avevo il diritto di guardarti da tutte le parti come si guarda un bambino. Per questo, Aníbal, perché guarissi una volta per tutte e smettessi di guardarmi come mi guardavi pensando che io non lo sapessi. E ora sì, un altro whisky, ora che siamo grandi tutti e due». Dall’imbrunire a notte fonda, lungo strade di parole che andavano e venivano, di mani che si incontravano un istante sulla tovaglia prima di una risata e altre sigarette, restava una corsa in taxi, un certo posto che conosceva lei oppure lui, una camera, tutto come fuso in una sola immagine istantanea che si riduceva a un candore di lenzuola e alla quasi immediata, furiosa convulsione dei corpi in un interminabile incontro, nelle pause interrotte e rifatte e violate e sempre meno credibili, e in ogni nuova implosione che li falciava e li sommergeva e li bruciava fino al sopore, fino all’ultima brace delle sigarette dell’alba. Quando spensi la lampada della scrivania e guardai il fondo del bicchiere vuoto, tutto era ancora una pura negazione delle nove di sera, della fatica alla fine di un’altra giornata di lavoro. Perché continuare a scrivere se le parole scivolavano ormai da un’ora su quella negazione, stese sulla carta per quel che erano, meri disegni privi di qualsiasi fondamento? Fino a un attimo prima correvano cavalcando la realtà, riempiendosi di sole e di estate, parole cortile di Bánfield, parole Doro e giochi e fossato, alveare rumoroso di una memoria fedele. Solo che giunto a un tempo che non era più Sara né Bánfield il rendiconto si era fatto quotidiano, presente utilitario senza ricordi né sogni, la vita nuda e cruda né più e né meno. Avevo voluto proseguire e far proseguire docili anche le parole fino ad arrivare al nostro oggi di ogni giorno, a una qualunque delle lente giornate nello studio di ingegneria, ma poi mi ero ricordato del sogno della notte precedente, di quel sogno di nuovo con Sara, del ritorno di Sara da così lontano e così indietro, e non avevo potuto restare in un presente in cui ancora una volta sarei uscito dallo studio la sera e sarei andato a bere una birra al bar all’angolo, le parole erano tornate a riempirsi di vita e benché mentissero, benché non ci fosse nulla di vero, avevo continuato a scriverle perché nominavano Sara, Sara che arrivava per strada, così bello proseguire anche se assurdo, scrivere che avevo attraversato la strada con parole che mi avrebbero portato a incontrare Sara e a farmi riconoscere, l’unico modo per poterla finalmente rivedere e dirle la verità, arrivare alla sua mano e baciarla, ascoltare la sua voce e vederle i capelli che le sfioravano le spalle, andarmene con lei verso una notte che le parole avrebbero riempito di lenzuola e di carezze, ma come proseguire adesso, come iniziare da questa sera una vita con Sara quando lì accanto si sentiva la voce di Felisa che entrava coi bambini e veniva a dirmi che la cena era pronta, che dovevamo metterci subito a tavola perché era tardi e i bambini volevano vedere Paperino in televisione alle dieci e venti.

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Ptosi, di Guadalupe Nettel

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È in libreria Petali, e altri racconti scomodi, di Guadalupe Nettel, tradotti da Federica Niola e pubblicati da La Nuova Frontiera.

Maniacali, eccentrici o semplicemente troppo umani, i protagonisti di questi racconti a volte sembrano opporsi alla loro alterità, altre volte si abbandonano al loro amaro desiderio, portando però sempre su di loro l’oscuro fascino dell’anomalia.

Cattedrale vi propone uno dei racconti della raccolta, per gentile concessione dell’editore.

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PTOSI

di Guadalupe Nettel

Il lavoro di mio padre, come tanti altri in questa città, è un impiego parassitario. Fotografo di professione, sarebbe morto di fame – e con lui tutta la famiglia – se non fosse stato per la generosa proposta del dottor Ruellan che, oltre a uno stipendio dignitoso, offrì alla sua ispirazione imprevedibile la possibilità di concentrarsi su un compito meccanico, senza grandi difficoltà. Il dottor Ruellan è il migliore chirurgo palpebrale di Parigi, opera all’Hôpital des Quinze-Vingts e ha una clientela inesauribile. Alcuni pazienti sono disposti persino ad aspettare un anno per un appuntamento piuttosto che rivolgersi a un medico meno rinomato. Prima di operare, il nostro benefattore impone ai suoi pazienti due serie di fotografie: la prima consiste in cinque scatti ravvicinati – a occhi chiusi e aperti – affinché rimanga una prova del loro stato prima dell’operazione. La seconda si realizza dopo l’intervento, quando la ferita è ormai cicatrizzata. Quindi, a prescindere da quanto siano soddisfatti del lavoro, vediamo i nostri clienti solo due volte nella vita. Tuttavia può capitare che il dottore commetta qualche errore – nessuno, neppure lui, è perfetto –: un occhio resta più chiuso dell’altro o, al contrario, troppo aperto. Allora la persona si ripresenta per farsi scattare una nuova serie di fotografie, che pagherà altri trecento euro, perché mio padre non è responsabile degli errori medici. Può sembrare strano, ma gli interventi alle palpebre sono molto frequenti e le motivazioni innumerevoli, a cominciare dalle conseguenze nefaste dell’età, dalla vanità delle persone che non sopportano i segni della vecchiaia sul volto; ma anche gli incidenti d’auto, che spesso sfigurano i passeggeri, le esplosioni, gli incendi e tutta una serie di altri imprevisti: la pelle della palpebra è insospettabilmente delicata.
Nel nostro negozio, vicino a place Gambetta, mio padre ha appeso alcune fotografie incorniciate, scattate durante la giovinezza: un ponte medievale, una zingara che stende il bucato vicino alla roulotte e una scultura esposta nei Giardini del Lussemburgo, che gli valse un premio giovanile a Rennes. Basta guardarle per capire che, in tempi molto lontani, aveva talento. Alle pareti ci sono anche opere più recenti: il volto di un bambino bellissimo, morto nella sala operatoria di Ruellan (un problema di anestesia), con il corpo splendente sul tavolo operatorio, bagnato da una luce chiarissima, quasi celestiale, che entra radente da una finestra.
Cominciai a lavorare nello studio all’età di quindici anni, quando decisi di lasciare la scuola. Mio padre aveva bisogno di un aiutante e mi inserì nella sua squadra. Così imparai il mestiere di fotografo medico specializzato in oftalmologia. Anche se in seguito, con il passare del tempo, mi dedicai ai lavori d’ufficio, come tenere la contabilità del negozio. Mi è capitato di rado, in città o in campagna, di andare alla ricerca di una scena che ispirasse il mio obiettivo volubile. Quando passeggio, in genere non ho la macchina fotografica, perché la dimentico o per paura di perderla. Devo confessare, tuttavia, che spesso, mentre cammino per la strada o nei corridoi di un edificio, avverto il desiderio improvviso di scattare una foto, non di paesaggi o di ponti come faceva un tempo mio padre, ma di palpebre insolite che di tanto in tanto individuo tra la folla. Trovo questa parte del corpo che ho visto sin dall’infanzia, e che non mi ha mai suscitato neppure un accenno d’insofferenza, affascinante. Esibita e celata in modo intermittente, ti costringe a stare all’erta per scoprire qualcosa che valga davvero la pena. Il fotografo deve evitare di abbassare le palpebre in contemporanea al soggetto dello studio e catturare l’attimo in cui l’occhio si chiude come un’ostrica giocherellona. Mi sono convinto che ci sia bisogno di un’intuizione speciale, come quella dei cacciatori di insetti, perché non credo vi sia molta differenza tra il battito d’ali e quello delle ciglia.

Mi annovero nell’esigua percentuale di persone appassionate del proprio lavoro e, in questo senso, mi considero fortunato. Ma la mia affermazione non deve trarre in inganno: il nostro mestiere presenta una serie di convenienti. In studio passano persone di ogni genere, il più delle volte in situazioni disperate. Le palpebre che arrivano qui sono quasi tutte orribili, e se non provocano disagio, fanno pena. Non è per nulla che i loro proprietari preferiscano operarsi. Una volta trascorsi i due mesi di convalescenza, quando i pazienti, ormai trasformati, tornano per la seconda serie di fotografie, tiriamo un respiro di sollievo. Di rado il miglioramento raggiunge il cento per cento, ma cambia completamente un volto, la sua espressione, il suo aspetto permanente. Gli occhi sembrano più equilibrati ma, se si osserva bene – soprattutto quando si sono visti migliaia di volti modificati dalla stessa mano – si scopre una cosa abominevole: in qualche modo, si assomigliano tutti. È come se il dottor Ruellan imprimesse un segno distintivo nei suoi pazienti, un marchio lieve ma inconfondibile.
Nonostante le soddisfazioni che dà, questa professione, come qualunque altra, finisce per rendere indifferenti. Ricordo di avere visto pochi casi veramente memorabili nel nostro laboratorio fotografico. Quando capita, mi avvicino a mio padre, mentre prepara la pellicola nel retrobottega, e gli chiedo all’orecchio di concedermi lo scatto dell’otturatore. Lui acconsente sempre, pur non capendo la ragione del mio improvviso interesse. Una di queste scoperte avvenne meno di un anno fa, a novembre. Durante l’inverno lo studio, situato al piano terra di una vecchia fabbrica, è umido in modo insopportabile ed è preferibile stare all’addiaccio piuttosto che rimanere in quella caverna gelida e buia per esigenze lavorative. Mio padre quel pomeriggio non c’era, e io, morto di freddo accanto alla porta, mi distraevo osservando l’indecisione della pioggia mentre maledicevo una cliente che era in ritardo di oltre un quarto d’ora. Quando finalmente la sagoma della cliente comparve dietro l’inferriata, mi sorprese che fosse così giovane, avrà avuto al massimo vent’anni. Un berretto nero, impermeabile, le copriva la testa e lasciava scivolare le gocce d’acqua sui lunghi capelli. La sua palpebra sinistra era di circa tre millimetri più chiusa rispetto alla destra. Entrambe avevano uno sguardo sognante, ma la sinistra mostrava una sensualità anomala, come se pesasse. Guardandola fui pervaso da una sensazione curiosa, dal piacevole senso d’inferiorità che provo di solito davanti alle donne troppo belle.
Con una lentezza esasperante, come se non si curasse affatto del ritardo, si avvicinò per domandare a quale piano fosse lo studio fotografico. Di sicuro mi aveva scambiato per il portiere.
«È qui» le dissi. «Si trova davanti alla porta del negozio.» Tirai il chiavistello e, con un’espressione esaltata che lei non colse, accesi tutti i riflettori, come quando un membro della famiglia reale entra in una sala da ballo. Non appena fu entrata, si tolse il cappello, la sua lunga chioma nera sembrava un prolungamento della pioggia. Come tutti i clienti, mi spiegò che aveva un appuntamento con il dottor Ruellan perché risolvesse il suo problema.
«Quale problema?» stavo per domandarle. «Lei non ha nessun problema.» Ma mi astenni. Era così giovane… non volevo turbarla e preferii un commento banale.
«Non sembra di Parigi. Da dove viene?»
«Dalla Piccardia» rispose lei, timidamente, evitando di incrociare il mio sguardo come fanno di solito i pazienti. Ma in quel momento, invece di rallegrarmi, il suo atteggiamento schivo mi gettò nello sconforto. Avrei dato qualsiasi cosa per restare a guardare tutto il pomeriggio quella palpebra pesante e insieme fragile, e avrei dato il doppio perché quegli occhi si posassero su di me.
«Le piace Parigi?» domandai, adottando un tono falsamente distratto.

«Sì, ma non posso trattenermi a lungo. In realtà sono venuta soltanto per l’operazione.»
«Parigi la conquisterà, ne stia pur certa. Quando meno se lo aspetta, verrà a vivere qui.»
La ragazza sorrise, chinando la testa. «Non credo. Vorrei tornare a Pontoise il prima possibile, non vorrei perdere l’anno.»
Il pensiero che quella donna vivesse in un’altra città bastò a deprimermi. Divenni di cattivo umore. In modo improvviso, forse un po’ brusco, interruppi la conversazione per andare a prendere la pellicola.
«Si sieda qui» le intimai al ritorno. In tutta la mia vita professionale non ero mai stato così poco gentile. La ragazza prese posto sullo sgabello e si tirò indietro i capelli, lasciando in mostra il volto.

«Non so se lo sa» le dissi simulando compassione «ma i risultati non sono mai perfetti. Il suo occhio non sarà mai uguale all’altro. Il dottore glielo ha spiegato?» Lei assentì in silenzio.
«Ma mi ha anche detto che le due palpebre saranno alla stessa altezza. Per me è sufficiente.»
Ero pronto a mostrarle una serie di fotografie di operazioni non riuscite al fine di dissuaderla. Pensai di dirle che, in ogni caso, le sarebbe rimasto il marchio inconfondibile dei pazienti operati dal dottor Ruellan, una tribù di mutanti. Ma non ne ebbi il coraggio. Senza dire una parola le sistemai lo sfondo bianco dietro alla testa, puntandole il riflettore negli occhi. Invece dei soliti tre scatti, premetti il pulsante dell’otturatore quindici volte e avrei continuato fino all’imbrunire, se non fosse arrivato mio padre.
Quando udii il rumore del chiavistello, spensi i fari. La ragazza si alzò e si avvicinò al bancone per firmare un assegno sul quale lessi il suo nome, scritto con una grafia da scolaretta.
«Mi auguri buona fortuna» disse. «Ci vediamo tra due mesi.»
Non so come descrivere lo sconforto in cui sprofondai quel pomeriggio. Sviluppai immediatamente le foto; misi le più convenzionali in una busta con il timbro dell’ospedale e conservai quella che mi parve la più riuscita nel cassetto della mia scrivania: uno scatto frontale, sognante e osceno.
I miei sforzi per dimenticarla si rivelarono inutili. Per tre mesi aspettai con autentico terrore che tornasse per la seconda serie, volevo a tutti i costi non essere presente. Ogni lunedì davo un’occhiata all’agenda di mio padre per sapere quando assentarmi. Ma lei non venne.
Un pomeriggio, all’inizio dell’estate, mentre camminavo sul lungofiume in cerca di palpebre interessanti, la rividi. In quei giorni la Senna scorreva placida; le pietre ne riflettevano il colore verde scuro e il movimento oscillante. Anche lei stava guardando il fiume, e per poco non ci scontrammo. Con mia grande sorpresa, i suoi occhi erano uguali a prima. La salutai con cortesia, facendo di tutto per nascondere la mia gioia, ma dopo qualche minuto non riuscii a trattenermi: «Ha cambiato idea?» le domandai. «Ha deciso di non operarsi?»
«Il dottore ha avuto un contrattempo e l’intervento è stato rimandato alla fine dell’anno scolastico.» «Entro in ospedale domani. Non ho parenti in città, quindi rimarrò ricoverata per tre giorni.» «Come vanno i suoi studi?»
«La settimana scorsa ho fatto l’esame per entrare alla Sorbona» rispose sorridendo. «Vorrei trasferirmi a Parigi.» Sembrava contenta. Nel suo sguardo scorsi l’espressione speranzosa che hanno di solito i pazienti alla vigilia dell’intervento e che conferisce anche ai volti più deformi un’aura di candore.
La invitai a prendere un gelato sull’isola Saint-Louis. C’era un’orchestra jazz che suonava lì vicino, e benché dal lungofiume non si vedessero i musicisti, si udivano le note come se emergessero dall’acqua. La luce del sole tingeva le sue palpebre di arancione. Camminammo per diverse ore, un po’ in silenzio un po’ parlando di ciò che vedevamo durante la passeggiata; della città o del futuro che l’attendeva lì. Se avessi portato la macchina fotografica, adesso avrei una testimonianza, non solo della mia donna ideale ma anche del giorno più felice della mia vita.
All’imbrunire la accompagnai all’hotel in cui alloggiava, una topaia vicino a Bonne Nouvelle. Passammo la notte insieme in un letto decrepito, rischiando continuamente di finire a terra. Una volta nudi, i vent’anni che ci separavano divennero più evidenti. Le baciai più volte le palpebre e, quando mi stancai di farlo, le chiesi di non chiudere gli occhi per continuare a godermi quei tre millimetri supplementari di palpebra, quei tre millimetri di voluttuosità sconvolgente. Dal primo abbraccio fino al momento in cui, sfinito, spensi la luce da notte, avvertii il bisogno di convincerla. A quel punto, senza pudore o inibizioni di sorta, la pregai di non operarsi, di restare con me così com’era. Ma lei pensò che fosse una smanceria, una di quelle bugie esaltate che si dicono in circostanze del genere.
Quella notte dormimmo appena. Se lo avesse saputo il dottor Ruellan! Lui che alla vigilia delle operazioni impone il riposo più assoluto ai suoi pazienti. Arrivò al reparto preoperatorio con due occhiaie che la facevano sembrare più vecchia e anche più bella. Le promisi che sarei rimasto con lei fino all’ultimo e che in seguito, quando si fosse ripresa dall’anestesia, sarei andato immediatamente a trovarla. Ma non mi fu possibile: non appena l’infermiera entrò nella stanza per portarla in sala operatoria, io sgattaiolai verso l’ascensore.
Uscii dall’ospedale ridotto in pezzi, come chi si è confrontato con una sconfitta. Il giorno successivo pensai molto a lei. La immaginai mentre si svegliava da sola, in quella stanza ostile che odorava di disinfettante. Avrei voluto starle accanto e lo avrei fatto se in gioco non ci fosse stato così tanto: il mio ricordo, la mia immagine di quegli occhi che, se li avessi visti dopo, identici a quelli di tutti i pazienti del dottor Ruellan, sarebbero svaniti dalla mia memoria.
Qualche volta di pomeriggio, soprattutto nei periodi di magra, quando la clientela non dà soddisfazioni di sorta, metto la sua fotografia sulla scrivania e la guardo per qualche minuto. In quei momenti mi sento pervadere da una sensazione di soffocamento e da un odio smisurato nei confronti del nostro benefattore, come se il suo bisturi avesse in qualche modo mutilato anche me. Da allora non sono più uscito con la macchina fotografica, i lungofiume della Senna non promettono più sorprese arcane.

© Tratto da "Petali" di Guadalupe Nettel
Per gentile concessione de La Nuova Frontiera

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La Luna pazza, di Stanley Weinbaum

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È in libreria Viaggi sulla luna, l’antologia a cura di Fabrizio Farina e pubblicata da Racconti Edizioni, dedicata ai grandi narratori che hanno raccontato il rapporto tra gli esseri umani e la luna.

Molto prima che l’Apollo 11 toccasse il suolo lunare è stata l’arte, in tutte le sue forme, ad accomodare l’attrazione preparando fatalmente il terreno per l’allunaggio. Nei suoi sogni e desideri – spesso perdendo il senno come l’Orlando – l’uomo è stato sulla Luna infinite volte, eleggendo il «pianeta» prediletto a simbolo romantico dei migliori viaggi d’avventura.

Cattedrale vi propone l’estratto di uno dei racconti del volume, per gentile concessione dell’editore.

*


Stanley Weinbaum
La Luna pazza


«Idioti!» ululò Grant Calthorpe. «Scemi, imbecilli, cretini!» Si scervellò per trovare un termine più esplicativo ma non ci riuscì e scaricò la sua frustrazione con un violento calcio alla pila d’erbacce che stava lì per terra. Un po’ troppo violento, in effetti; si era dimenticato che su Io c’era un terzo della gravità terrestre, così il suo corpo seguì la direzione del calcio compiendo un arco di sei metri.
Appena atterrato i quattro lunatici si misero subito a sghignazzare. Quelle enormi teste idiote, identiche come nient’altro ai faccioni da pagliaccio sui palloncini per bambini, ciondolavano all’unisono su quei colli lunghi un metro e mezzo e spessi quanto il polso di Grant. «Fuori di qui!» tuonò, precipitandosi in piedi. «Andale, sciò, smammare! Niente cioccolata. Niente dolci. Niente di niente, finché non imparate che sono le foglie di ferva quelle che voglio, non la prima cosa che vi càpita sotto il naso. Via di qui!»
I lunatici – Lunae Jovis Magnicapites, o letteralmente Testoni della Luna di Giove – si fecero da parte, ridacchiando i loro lamenti. Sul fatto che anche loro considerassero Grant un idiota non c’erano molti dubbi, ed erano pressoché incapaci di comprendere le ragioni della sua arrabbiatura. Non c’erano dolci in arrivo però, questo gli era chiaro, così i loro tipici risolini avevano preso una sfumatura di delusione.
Una delusione così cocente, a dire il vero, che il capo dei quattro, dopo aver attorcigliato la sua ridicola faccia bluastra verso Grant per dedicargli il suo sorrisetto da demente, cacciò un’ultima risata selvaggia e andò a scagliarsi di testa contro uno dei luccicanti alberi di pietra-corteccia. I suoi compari andarono a raccoglierlo in tutta tranquillità e se la svignarono, trascinandosi dietro il testone come fosse una palla di piombo attaccata alla catena di un condannato.
Grant si passò la mano sulla fronte e si avviò stancamente verso la sua baracca di pietra-corteccia, quando un paio di occhi rossi e luccicanti richiamarono la sua attenzione. Uno strisciattolo – Mus Sapiens – stava sgambettando per tutti i suoi quindici centimetri oltre l’uscio, con sotto il minuscolo e secchissimo braccio qualcosa che assomigliava parecchio al suo termometro clinico. Grant prese allora a gridare alla creaturina, raccogliendo un sasso da terra e lanciandoglielo contro invano. All’estremità del corpo a spazzola lo strisciattolo rivolse subito la sua faccia da topo, eppure semiumana, verso di lui. Poi squittì il suo ciangottio, agitò in aria il suo pugnetto come un umano arrabbiato e svanì, la criniera di pelle come quella di un pipistrello a sventolargli nel vento. Assomigliava parecchio, a dire il vero, a un ratto nero con indosso un mantello.
Era stato uno sbaglio, lo sapeva, tirargli quel sasso. Adesso quei mostriciattoli non gli avrebbero dato pace, e con la loro minuscola stazza, assieme all’intelligenza pseudoumana, erano più pericolosi del peggior nemico.
Eppure né quel pensiero né il suicidio del lunatico lo preoccupavano particolarmente; aveva assistito a prove del genere troppo spesso e poi, a dirla tutta, la testa aveva cominciato a dolergli come se si fosse barricata per un altro assedio della febbre bianca.
Entrò nel rifugio, chiuse la porta e si rivolse al suo pergatto da compagnia. «Oliver!» si sgolò, «tu che mi capisci, ma perché non mi difendi dagli strisciattoli? Che ci stai a fare, sennò?»
Il pergatto si sollevò sulla sua possente e unica gamba posteriore, aggrappandosi tramite gli artigli alle ginocchia davanti. «Un fante di cuori sulla regina di picche» osservò placidamente. «Dieci lunatici non fanno mezzo scemo.» Grant inquadrò le due frasi senza pensarci: la prima era ovviamente un’eco del solitario della sera, mentre la seconda si riferiva al lavoro con i lunatici del giorno prima. A quel pensiero dedicò un grugnito, poi si strofinò la testa dolorante – era di nuovo febbre bianca, non c’erano dubbi. Ingoiò due compresse di ferverina e affondò sfinito sulla branda, chiedendosi quanto ci avrebbe messo quell’attacco di blancha a culminare in delirio.
Si diede del rincretinito per aver accettato quel lavoro su Io, la terza Luna abitabile di Giove. Quel piccolo mondo era un pianeta di folli, buono soltanto per la produzione di foglie di ferva, da cui i chimici terrestri estraevano tanti potenti alcaloidi quanti una volta ne estraevano dall’oppio. Tutto inutile ai fini della scienza, oltretutto; ma che differenza faceva dal suo punto di vista? E che differenza faceva quel magnifico salario, se poi gli toccava tornare sulla Terra farneticando come un maniaco, dopo un anno passato nelle regioni equatoriali di Io? Giurò amaramente a se stesso che, quando il mese successivo sarebbe arrivato l’aereo da Giunopoli a prendere il suo carico di ferva, lui sarebbe tornato alla città sul polo, anche se il contratto con la Neilan Drug era di un anno intero e non gli sarebbe spettata la paga. Del resto cosa vuoi che ci combini coi soldi un lunatico? L’intero pianetucolo era impazzito – lunatici, pergatti, strisciattoli e pure Grant Calthorpe – tutti matti. Come minimo! Chiunque si fosse avventurato al di fuori di ciascuna delle due città polari – Giunopoli a nord, Erapoli a sud – si era ammattito del tutto. In città si era al sicuro dalla febbre bianca, ma ogni punto della Luna al di sotto del ventesimo parallelo era peggio che nella giungla cambogiana della Terra.
Al solo pensiero del proprio pianeta Grant si raddolcì. Appena due anni prima era stato felice, un noto cacciatore, popolare e benestante. E nella vita non era mai stato nient’altro: prima di aver compiuto i vent’anni aveva già cacciato velaffilata e filivermi su Titano, triopi e unipedi su Venere. Prima della crisi dell’oro nel 2110, almeno, quando aveva perso tutto. E quindi be’, se proprio doveva lavorare, gli era sembrato logico sfruttare la sua esperienza interplanetaria come mezzo di sostentamento. Si era detto entusiasta, per la possibilità di associarsi con la Neilan Drug.
Su Io però non c’era mai stato. Non era posto per cacciatori quel selvaggio pezzo di roccia, con tutti quei lunatici idioti e quei perfidi, scaltri, piccoli strisciattoli. Niente che valesse la pena cacciare, su quella lunetta febbricitante immersa nel caldo di Giove, lì a soli quattrocentomila chilometri di distanza.
Se l’avesse visitata prima, si disse allora mestamente, il lavoro non l’avrebbe mai accettato; Io se l’era immaginata più come Titano, fredda ma pulita. Invece era calda come i deserti di Venere, prima di tutto a causa del suo stesso bagliore, e poi perché soggetta a mezza dozzina di luci soffuse diverse – giorno solare, giorno gioviano, giorno solare e gioviano insieme, luce riflessa da Europa, e solo occasionalmente vera e lugubre notte. E per la maggior parte queste luci si succedevano nel corso della rivoluzione di Io, in quarantadue ore – una sequenza impazzita di luci, una dietro l’altra. Li detestava quei giorni vorticosi, la giungla, quelle Colline dell’Idiozia che si dipanavano dietro alla sua baracca.
In quel momento era giorno solare e gioviano insieme, il peggiore di tutti, dato che il Sole in lontananza aggiungeva quel pizzico di calore in più a quello emanato da Giove. E giusto a completare il malessere di Grant ecco quell’attacco imminente di febbre bianca. All’ennesima fitta alle tempie si lasciò andare alle contumelie e mandò giù un’altra compressa di ferverina. Le sue scorte andavano diminuendo, aveva notato: doveva ricordarsi di chiederne un po’ quando avrebbero chiamato quelli dell’aereo – no, macché, doveva tornare con loro!
Oliver si strusciò sulla sua gamba. «Idioti, scemi, cretini, imbecilli» rimarcò il pergatto affettuosamente. «Ma devo andarci per forza a quel dannato ballo?»
«Eh?» fece Grant; non ricordava di aver detto niente che avesse a che fare con un ballo. Evidentemente, decise, doveva aver detto qualcosa durante l’ultimo delirio. Oliver scricchiolò come la porta di casa, poi ridacchiò che pareva un lunatico. «Andrà tutto benissimo» rassicurò Grant. «Papà ha giurato che sarebbe arrivato presto.» «Papà!?» gli fece eco l’umano. Suo padre era morto da quindici anni. «E questa da dove l’hai tirata fuori, Oliver?» «Chissà, sarà la febbre» osservò lui placidamente. «Sei un bravo gattino, ma vorrei che fossi più assennato quando parli. E vorrei che venisse papà.» Alla fine terminò la frase con un gorgoglio mozzato che forse era stato pensato come sospiro.
Grant si mise a guardarlo con gli occhi fuori dalle orbite. Non aveva mai detto niente di tutto ciò. Il pergatto doveva averlo sentito da qualcun altro – qualcun altro? Ma chi, se non c’erano umani nel giro di duecento chilometri? «Oliver!» muggì. «Dove l’hai sentito? Dove le hai sentite queste cose?»
Il pergatto si rannicchiò impaurito. «Papà è idioti, scemi, cretini, imbecilli» disse preso dall’ansia. «Il fante di cuore sul bravo gattino.»
«Vieni qui!» ruggì Grant. «Il papà di chi? Dove diavolo… vieni qui, fai il bravo!»
Grant si precipitò verso l’animaletto, ma dopo aver teso indietro la gamba Oliver partì a razzo verso la cappa della stufa. «Chissà, sarà la febbre!» sbuffò. «Niente cioccolata!» Come un fulmine a tre gambe entrò dentro la canna, poi si udì un rumore di artigli che grattavano il metallo e in un attimo era sgattaiolato fuori di nuovo. Grant si mise a seguirlo, la testa che gli faceva male per lo sforzo, e anche se la parte ancora sana di sé sapeva perfettamente che l’intero episodio era solo frutto del suo delirio non smise di arrancargli dietro.
Più andava avanti e più l’incubo era destinato a peggiorare. I lunatici continuavano a ciondolare i loro lunghi colli al di sopra dell’alta erba sanguinina, con i loro risolini idioti e le loro facce da imbecilli ad aggiungersi alla generale atmosfera di follia. Dal suolo spugnoso sbuffavano in aria vapori fetidi e carichi di febbre a ogni passo. Da qualche parte, alla sua destra, uno strisciattolo squittiva e farfugliava in lontananza; sapeva che in quella direzione c’era uno dei loro piccoli villaggi, perché una volta ci aveva dato un’occhiata, a quelle minuscole e squadrate casupole, perfettamente incastrate nella pietra come paesini medievali in miniatura, con tanto di torri e parapetti. Secondo alcuni quei mostriciattoli si facevano anche la guerra fra loro.
La testa gli continuava a turbinare e ronzare per il combinato effetto di ferverina e febbre. Era un attacco di blancha, poco ma sicuro, e si rese conto di essere un imbecille, un lunatico, ad aggirarsi così impunemente lontano dal rifugio. Doveva rimanere sdraiato sulla sua branda; la febbre non era così grave, ma su Io erano morti più d’uno durante la fase di delirio a causa delle proverbiali allucinazioni della Luna.
E ormai stava delirando. Ne ebbe la certezza non appena vide Oliver che guardava una ragazza attraente, con un impeccabile vestito da sera e in perfetto stile anni ’20 del ventiduesimo secolo. Era piuttosto ovvio che si trattasse di un’allucinazione, di ragazze non se ne vedeva l’ombra ai tropici di Io, e anche se ce ne fosse stata una, putacaso, di sicuro non avrebbe mai scelto una mise così formale. Visto com’era pallida in viso, di quel biancore che dava alla blancha il suo nome, anche lei doveva avere la febbre. Nei suoi occhi grigi non c’era il minimo segno di stupore quando Grant decise di tagliare per l’erba sanguinina verso di lei.
«Buon pomeriggio, sera o mattino» rimarcò Grant controllando imbarazzato la posizione di Giove, che stava sorgendo, e quella del Sole, che tramontava. «O magari solo buongiorno, Miss Lee Neilan.»
Lei gli restituì uno sguardo impensierito. «Mi permetta» disse, «sa che lei è la prima delle mie illusioni che non sono riuscita a riconoscere? Conosco tutti qua intorno, e lei è il primo che mi è estraneo. Ma è davvero un estraneo, mi chiedo? Be’, conosce il mio nome… in effetti dev’esserlo per forza, essendo frutto della mia fantasia.» «Non mi metterò a discutere su chi sia l’allucinazione di chi» suggerì Grant. «Facciamo così, il primo dei due che sparisce è l’illusione. Scommetto cinque dollari che sarà lei.»
«Come faccio a riscuotere?» chiese lei. «Non posso mica prendere soldi dal mio stesso sogno.»
«È un bel problema» si accigliò Grant. «Problema mio, naturalmente, non suo. Io sono sicuro che esisto.»
«E come fa a sapere il mio nome?» domandò lei.
«Ah!» fece lui. «Dalle mie intense letture di cronaca rosa sul bollettino che mi portano con l’aereo per le provviste. Anzi, adesso che ci penso ho affisso un suo ritaglio accanto alla mia branda. Questo probabilmente spiega perché la sto vedendo in questo istante. Mi farebbe piacere conoscerla dal vivo, un giorno di questi.»
tore, ero innamoratissima di te! Avevo il diario pieno di tue foto: Grant Calthorpe in parka pronto per la caccia ai filivermi su Titano, Grant Calthorpe accanto all’unipede gigante appena ucciso sulle Montagne dell’Eternità. Sei… sei davvero l’allucinazione più piacevole che abbia avuto fin qui. Il delirio sarebbe pure… divertente» e si passò le mani sulle ciglia una seconda volta, «se la testa non mi facesse così male!» Mannaggia… pensò Grant, magari fosse vera, questa cosa del diario. Immagino sia questo, quello che gli psicologi chiamano «appagamento dei desideri nei sogni». Una goccia tiepida di pioggia gli cadde sul collo. «Meglio andare a letto» disse poi ad alta voce. «La pioggia non aiuta con la febbre. Spero di rivederti al prossimo delirio.» «Grazie» disse Lee Neilan dignitosamente. «Altrettanto.»
Grant annuì con la testa, cosa che gli provocò un’altra fitta. «Qui, Oliver» disse al pergatto imbambolato. «Da bravo.»
«Ma quello non è Oliver» disse Lee. «Si chiama Polly. Mi ha tenuto compagnia per gli ultimi due giorni, così le ho dato un nome.»
«Non è una lei» mugugnò Grant. «Comunque è il mio pergatto, Oliver.
Non è vero Oliver?»
«Spero di rivederti» disse Oliver sonnecchiando.
«Si chiama Polly. Giusto Polly?»
«Scommetto cinque dollari» disse il pergatto. Poi si tirò su, si stiracchiò e partì a grandi falcate verso l’erba alta. «Chissà, sarà la febbre…» concluse sparendo.
«Proprio così» concordò Grant, e si voltò. «Arrivederci Miss – forse posso chiamarti Lee, visto che non sei reale. Arrivederci Lee.»
«Arrivederci Grant. Però non andare da quella parte, c’è un villaggio di strisciattoli al di là della coltre d’erba.» «Ma no, è dall’altra parte.»
«Da quella parte» insistette lei. «Li ho visti mentre lo costruivano. Tanto non possono farti niente, dico bene? Nemmeno uno strisciattolo può far male a un fantasma. Arrivederci Grant.» E stancamente chiuse gli occhi. Pioveva forte adesso. Grant si spinse attraverso l’erba sanguinina, mentre la linfa rossa gli si raddensava sugli stivali in gocce di rosso sangue. Doveva rientrare presto al rifugio, prima che la febbre bianca e il conseguente delirio lo portassero definitivamente fuori strada. Aveva bisogno di ferverina.
All’improvviso fu costretto a fermarsi. L’erba di fronte a sé era stata sradicata, e nella piccola radura si ergevano all’altezza di una spalla umana le torri e i parapetti del villaggio degli strisciattoli – uno nuovo, a giudicare da alcune case in costruzione e da alcuni esserini ancora indaffarati fra le pietre.
Subito si alzarono squittii e ciangottii di protesta. Grant indietreggiò, ma venne comunque inondato da una dozzina di minuscole frecce. Una lo aveva preso nello stivale ed era rimasta infilzata come uno stuzzicadenti ma nessuna, per sua fortuna, gli aveva penetrato la pelle, dato che erano sicuramente avvelenate. Provò ad accelerare il passo, ma nell’erba spessa e scarnificata intorno a lui era tutto un coro di squittii, fruscii e imprecazioni ciangottanti.
Fece il giro largo. I lunatici continuavano a tirar fuori la testa oltre la vegetazione e di tanto in tanto uno di loro sghignazzava contrito dal dolore per il morso o una pungolata di strisciattolo. Grant tagliò dritto verso quelle creature, nel tentativo di distrarre i piccoli mostriciattoli, quando un lunatico dalla faccia viola piegò il suo lungo collo sopra di lui, sghignazzando e indicando con il proprio dito scheletrico un fascio d’erbacce che teneva sottobraccio.
Grant lo ignorò e virò verso la baracca. Sembrava avercela fatta, così continuò ad arrancare ostinato, agognando la sua compressa di ferverina, quando improvvisamente qualcosa lo trattenne. Quindi si voltò, e cominciò piano piano a ripercorrere i suoi passi.
«Non può essere…» mugugnava fra sé, «mi ha detto la verità sul villaggio degli strisciattoli. Eppure non avevo idea che stesse lì. Come fa una mia allucinazione a dirmi cose che non so?»


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Su commissione, di Jaume Cabré

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Da Febbraio è in libreria Quando arriva la penombra, di Jaume Cabré, pubblicato da La Nuova Frontiera e tradotto da Stefania Ciminelli. Una raccolta di racconti che toccano nel profondo e che intavolano un dialogo costante tra di loro e con i grandi romanzi dello scrittore catalano. Grazie alla consueta maestria che l’ha reso uno degli scrittori più popolari d’Europa, Cabré scrive un libro avvincente, con un tocco di umorismo nero, atmosfere da thriller e sorprendenti incursioni nel fantastico, il tutto racchiuso in una struttura circolare e compatta. Raramente un libro popolato da personaggi che vivono ai margini, tutti più o meno colpevoli, è stato così pieno di vita.

Cabré, uno dei più grandi autori della letteratura catalana. — La Repubblica

Cabré dà sfoggio di grande perizia stilistica e compositiva. — La Lettura

Cattedrale pubblica uno dei racconti, per gentile concessione dell’editore.

Su commissione

Beh, dunque, perché io direi che i soldati uccidono d’ufficio. I più consapevoli sono i soldati di fanteria: possono vedere in faccia il nemico e sentire i pianti dei bambini. Quelli che lanciano le bombe non riescono neanche ad avvertire la puzza di bruciato che le loro azioni provocano. Ma tutti uccidono in modo impersonale. Quelli che mi assomigliano di più sono i cecchini: ogni sparo è un morto, praticamente, con tanto di dedica, personalizzato. Ma sempre con la sicurezza della distanza e con l’aiuto di un proiettile. Vedono la vittima, ma non hanno alcun bisogno di conoscerla. Io no. Io uccido da pari a pari: un lavoro di prossimità. Uccido persone con nome e cognome che prima ho guardato negli occhi. Il mio lavoro lo richiede. Non posso permettermi alcun errore, la mia reputazione ne risentirebbe di colpo: è un mestiere molto crudele questo, perché, non ci crederete, ma c’è una concorrenza durissima nel mio settore. Quindi, per non dovermi preoccupare, non mi posso mai permettere un errore. Mai. Sì, sì, la capisco; ma no: nessun rimorso. Il mio è un puro atto professionale. Senta, ho ucciso uomini, donne, bambini, cani, cavalli, anziani; di tutto, con prevalenza di uomini di mezza età. Non ho mai pensato che uccidere un cassiere chiacchierone fosse diverso dal neutralizzare un ragazzino di dodici anni la cui esistenza disturbava profondamente i piani del mio cliente.
Certo, nella vita c’è gente che dà fastidio; io risolvo il problema e basta. Perché li guardo negli occhi? È la mia garanzia. Ognuno ha il proprio stile: il mio si basa sull’assoluta certezza che è quello il mio obiettivo. Prima, nelle settimane che precedono l’atto, ne studio dettagliatamente la fisionomia, lo seguo nella sua vita normale e a volte ci scambio anche due parole. Certo: è quello il momento in cui lo guardo negli occhi. E mi sento come un ragno gigante. Ma che dice: la vittima non sa né di essere vittima né che io le ho già teso la trappola da cui non potrà mai scappare. Perché compassione? Quella persona disturba il mio cliente e basta. E chi paga avrà i suoi motivi, su cui io non ho niente da dire. Mi limito a far bene il mio lavoro. Beh, come dire… come tutti quelli che svolgono lavori simili, vivo bene, senza ristrettezze, ma forse un po’ troppo solo. Ho delle donne, ma a volte mi punge il desiderio di un caminetto acceso, di una mano che mi accarezzi la nuca, mentre lascio passare il pomeriggio senza altra pretesa se non quella di osservare le rughe impercettibili che ci appaiono sul viso. Sì, sono una persona molto sensibile: so che di vita ce n’è una sola, e per questo do tanta importanza ai dettagli nelle relazioni, per esempio. Poco tempo fa ho deciso di andare a vivere con una delle mie amiche. Sì, sì, convivenza coniugale, sì. È una gran signora, che non mi chiede dove vado quando dico che starò fuori un mese intero per lavoro. E poi, ha la passione dell’arte quasi quanto me. Oh, pensi che a casa ho le pareti piene di tele, soprattutto contemporanee. E adesso le dirò un segreto: in un angolo discreto ho La paysanne di Millet. Esatto: quella che è diventata famosa per… No, no: sono tranquillissimo. È una piccola fortuna che mi obbliga a tenere un sistema sofisticato di allarme a casa. Me lo posso permettere, comunque.
Due all’anno. In qualche annata eccezionale, tre interventi. No, no: è più che sufficiente. Di più, no, non potrei vivere: pensi che per ogni intervento ho bisogno di qualche settimana di studio teorico e poi di lavoro sul campo. E ancora, sessioni di prova e di ridefinizione. Poi l’azione e il ripiegamento, che non voglio fare in modo frettoloso. Il tutto richiede tre o quattro settimane. Perfezionista? Senza ombra di dubbio. Ma in questo mestiere o sei perfetto o ti beccano al primo incarico. No, non vivo sempre sulle spine; non ne varrebbe la pena. Sono tranquillo, prima di tutto con me stesso; poi con quelli che mi circondano e a cui voglio bene e infine con il mondo. E non ho paura di rappresaglie, perché il mio sistema di ripiegamento è così efficace che nessuno sa della mia esistenza. Voglio dire che nel caso di quell’affabile signora anziana di Delhi morta per un attacco di cuore, nessuno della sterminata e rumorosa famiglia sospetta remotamente che sia stata assassinata. Per non parlare di quel bambino la cui sola esistenza era una complicazione e che ha avuto la disgrazia di affogare un giorno in cui sulla spiaggia c’era la bandiera rossa. Ovvio: il servizio di sicurezza della famiglia si è beccato la strigliata del secolo perché il bambino, che era una peste, era sfuggito al loro controllo, nessuno sapeva dov’era. E intanto il ragazzino inghiottiva acqua con gli occhi sbarrati perché io lo tenevo sotto per le caviglie e non lo lasciavo riemergere. Ci misero due giorni a recuperare il cadavere, perché il mare mosso gioca brutti scherzi. Esatto! Per ogni singolo caso devo creare una situazione, devo inventare una specie di romanzo in cui la morte desiderata presenti dei parametri di accettazione che non lascino spazio a dubbi né a sospetti. Pensava forse che andassi in giro con un fucile di precisione e tutto il resto? Ma per l’amor del cielo, siamo nel ventunesimo secolo! Parlando sinceramente, la linea tra la vita e la morte è molto sottile. Io mi occupo di ritoccarla in certi casi e lo faccio in modo pulito. Il che non vuol dire, se siamo dei buoni professionisti, che le morti ritoccate siano innocue. Non siamo mica al macello, signore. Se la trama che ho creato richiede una morte raccapricciante, allora la morte sarà raccapricciante, e non ho problemi a dire che non tutto si può risolvere con opportuni attacchi di cuore. Senta, padre: sono convinto che il mio bagaglio culturale mi aiuta a fare un lavoro pulito, preciso e incontrovertibile. Il che non vuol dire che mi piaccia strafare: non oltrepasso i limiti e non gioco con la messa in scena. Gli assassini che lasciano guanti, carte da gioco e firme di altro genere li trovo teneramente patetici, sembrano usciti da un giallo di Agatha Christie, e l’unica cosa che vogliono, in fondo in fondo, è essere scoperti perché la gente li ammiri. La mia sfida consiste nel non esistere per nessuno. Non esisto neanche per i miei clienti. Come capirà, adesso non starò qui a rivelarle i metodi, così, al plurale, che seguo per mettermi in contatto con loro e loro con me. Ma le posso dire che non mi hanno mai visto in faccia e che non conoscono il mio nome né la mia voce; ignorano anche il numero del mio conto corrente. E la trappola che ho costruito, diversa per ogni intervento, la distruggo appena ho finito un lavoro. Perché qualcuno di questi clienti potrebbe trasformarsi in una minaccia per me nel caso in cui le cose per lui prendessero una brutta piega e volesse scaricare la responsabilità. Mi blindo su tutti i fronti, per questo posso dormire tranquillo. Mi scusi, ma io non parlo mai di vittime: parlo di obiettivi. Pietà, dice? Pietà? Sia chiaro che non ho nulla contro i miei obiettivi: anzi, gli sono riconoscente perché mi permettono di comprare quel Pollock su cui ho messo l’occhio da tempo. A parte questo, nei loro confronti non ho alcun tipo di obbligo, né morale né economico né sentimentale.
Beh, ho lavorato in tutti e cinque i continenti e sempre con queste premesse. Perché le racconto tutto questo? Sa padre? Arriva un momento in cui uno pensa di ritirarsi definitivamente, e allora, gli piaccia o no, ha voglia di aprirsi, di raccontare qualcosa di se stesso, di uscire dal guscio anche solo per un momento, prima di trasformarsi in un cittadino onesto che apre una galleria d’arte per intrattenersi nelle sue lunghe giornate. E tutto quello che le ho detto del caminetto acceso e del lasciar passare il tic-tac del tempo. Perché un confessore è sempre la garanzia più chiara dell’inviolabilità del segreto. Che vuole che le dica, no, non sono pentito. Ma santo cielo, come vuole che mi penta di quello che è l’orgoglio della mia vita? Oh, ma io non cerco l’assoluzione. Cerco solo delle orecchie che sappiano ascoltare. Lei è l’eccezione al mio modo di agire, se consideriamo le situazioni che ho creato finora. Non avevo mai parlato di me, ma dal momento che il lavoro che sto svolgendo è l’ultimo di una lunga e fruttuosa attività professionale, mi sono permesso questa frivolezza. No, non ho paura che lo vada a raccontare a nessuno perché credo fermamente nelle rigorose leggi del segreto confessionale. D’accordo, lei potrebbe anche commettere l’orribile peccato di raccontare i segreti di confessione, sì. Su questo ha ragione. Non sarebbe la prima volta, a quanto ne so. Non c’è bisogno di essere credenti per saperlo. Che vuole che le dica: sono una persona informata. Perché sono così tranquillo? Perché è proprio lei il mio ultimo obiettivo professionale, padre. Non voglio offenderla, ma spero che comprenda che non posso rivelarle il nome del cliente che mi ha commissionato l’incarico.
Le dico di no; non insista. Però una cosa gliela voglio dire: se lo sapesse, farebbe fatica a crederci. Possibilità? Non ci provi neanche a mettersi a correre, non ha via di scampo, padre. Lei è il mio punto finale. Addio, è stato un piacere.

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Granchi, di Paolo Colagrande

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Sedici racconti tra Italia e Cina, tradotti da Patrizia Liberati e Silvia Pozzi.
Gli insaziabili raccoglie i racconti di otto autori italiani e di otto autori cinesi intorno al doppio filo rosso rappresentato da eros e cibo: temi che riguardano in maniera viscerale e profonda due culture distanti geograficamente e storicamente, eppure piene di terreni fertili per un confronto, una conoscenza e un arricchimento reciproci ancora tutti da sondare e coltivare. Il libro, che esce in contemporanea in Italia e in Cina, è un gioco di specchi, di incastri, di visioni, di sguardi su due argomenti che sono agenti di scambio, strumenti di comunicazione e aggregazione, processi chimici regolati da rituali, modelli culturali, veicoli di senso, facilitatori interculturali - e vorrebbe avvicinare i lettori italiani alla Cina e i lettori cinesi all’Italia, smontando magari piú di un preconcetto e contribuendo ad accorciare le distanze grazie a quell’avventura senza patria che è la lettura.

Racconti di Milena Agus, Alessandro Bertante, Paolo Colagrande, Gabriele Di Fronzo, Giorgio Ghiotti, Ginevra Lamberti, Laura Pugno e Mirko Sabatino gli autori italiani.
A Yi, Ge Liang, Feng Tang, Lu Min, Shu Qiao, Wen Zhen, Zhang Chu e Zhang Yueran gli autori cinesi.

Cattedrale propone un’anticipazione del libro, che sarà in libreria dal 7 Febbraio 2019, con il racconto di Paolo Colagrande, per gentile concessione dell’’editore.

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GRANCHI
di Paolo Colagrande

 

Esistono sincerità talmente confuse
che sono peggiori delle menzogne.

Albert Camus


Cosa succede nel temperamento delle persone che respirano – dice Liverio Lamonaca – non ci è mai stato spiegato con franchezza e trasparenza, perché dentro questi meccanismi c’è un calcolo traditore: non ce ne accorgiamo perché siamo un po’ pigri e un po’ stupidi, ci fidiamo dell’organismo, che ci è nemico, e della scienza, che è complice dell’organismo. Ogni respiro è un colpo di martello sulla pietra: e tutti noi, che una volta eravamo pietre rispettabili, adesso somigliamo a delle brutte statue, a delle colonne storte, o a delle lastre da cimitero.

Liverio Lamonaca abita a Bruglio di Brembio, dove l’aria è ricca di ammonio, cadmio, stibio e berillio che agiscono sull’area corticale del cervello provocando avarie nei sistemi di trasmissione e un intorbidamento del cosiddetto dominio analitico. Non mi sto inventando niente, a parte qualche parola strumentale: ci sono ricerche americane localizzate sia nell’area geografica, Bruglio di Brembio, sia nell’area del cervello che presiede al dominio analitico, l’emisfero sinistro, partendo da quello di Liverio Lamonaca.

L’emisfero sinistro è nato di recente. Prima c’era solo l’emisfero destro, che serviva a riconoscere la cosiddetta realtà e a distinguere, poniamo, un albero da un fosso; se l’albero era vicino al fosso e, per ipotesi, nel fosso c’era l’acqua, dove nuotava poniamo un pesce, l’emisfero sinistro registrava i fatti senza entrare nel merito di possibili attinenze. L’uomo è rimasto cosí per molto tempo, fra alberi, fossi, acqua, pesci e tutto un corredo involontario che lui intercettava in modo formalistico e scisso, con quel solo emisfero che ai tempi era tutto l’apparato cerebrale, quindi lo stiamo chiamando emisfero impropriamente, per comodità.
L’emisfero sinistro arriva dopo, con la cosiddetta istanza critica che pretende un cambiamento di visuale per capire per esempio se le ragioni dell’esistenza dell’albero e del pesce sono collegate alle proprietà dell’acqua tramite il fosso che la contiene: è il primo passo nel percorso della mente verso gli abissi spaziotemporali dell’unità e del molteplice. Ma ci son voluti milioni di anni per scoprirlo, perché la scienza non è un ente avulso ma è figlia di quella stessa stirpe di uomini che all’inizio vedeva l’albero, il fosso, l’acqua e il pesce senza progettualità; l’ominide poteva magari fare una stima grezza di continenza o stretta contiguità o bassa cronologia, nel senso che l’acqua, contenente il pesce e contenuta nel fosso la cui visuale era coperta dall’albero, diventava evidenza fisica solo quando l’ominide cadeva nel fosso, dove poteva bere o catturare il pesce oppure annegare, o tutte e tre le cose in successione.
Bisognava che l’emisfero sinistro non solo prendesse posto legittimo nel cervello ma fosse anche capace di sviluppare un pensiero prodromico alla sua stessa scoperta, se è chiaro il ragionamento e se non spaventa la parola prodromico.

 Gli scienziati americani prevedono che il territorio di Bruglio di Brembio, ipotizzando un radicamento di stirpi omogenee in una stabile identità etnica, sarà interessato a una compressione degli emisferi sinistri, preceduta da una fase di rilassamento dei tessuti neurocerebrali e di infiacchimento dei corpi callosi che potrebbe realizzarsi già nel secolo corrente facilitando la spinta espansionistica dell’emisfero destro fino a sgominare l’altro, non per ucciderlo ma per ridurlo in schiavitú o in confusione, entro il secolo prossimo.

Ma torniamo al respiro. La teoria di Liverio Lamonaca viene da lontano, possiamo situarla in un’epoca compresa fra la Wirtschaftswunder e la crisi petrolifera, quando chi abitava a Bruglio di Brembio oppure ci passava per caso poteva incontrare verso l’ora di pranzo vicino alla ferrovia uno scolaro di età fra gli otto e i dodici anni che tornava a casa col passo in cantilena e lo sguardo nei misteri eterni. A dir la verità, un po’ tutti a Bruglio di Brembio camminavano cosí, per l’interazione sinergica di ammonio, cadmio, stibio e berillio che corrompe le posture e offusca i sentimenti. Ma in quello scolaro si agitava qualcosa di piú pervasivo e verrebbe da dire anche escatologico: diciamo, in parole povere, che il suo passo e il suo sguardo descrivevano
la scabra pesantezza della morte. Lo scolaro era Liverio Lamonaca, potevo avanzare di dirlo ma bisogna rispettare i ritmi del climax. E camminava vicino alla ferrovia perché abitava lí, con suo padre e sua madre, anche questo era implicito ma non costa niente specificarlo. Riguardo alle ricerche, fatte molti anni dopo, la condizione di Liverio Lamonaca è riassunta in una frase: inibizione dell’enzima motivazionale.

Cosa sia l’enzima motivazionale è una domanda ragionevole la cui risposta può ricavarsi dal contesto o per approssimazione: quindi manterrei la formula nella sua bellezza metrica senza altre spiegazioni. Diciamo che già in età infantile Liverio Lamonaca aveva il senso della catastrofe universale, una categoria sconosciuta all’ominide ma che nell’uomo moderno segna il discrimine fra la crescita somatica e l’assestamento del soggetto adulto in una onesta dimensione intellettuale. L’enzima motivazionale si esaurisce con la cosiddetta maturità avanzata che non coincide necessariamente con l’invecchiamento perché l’età è solo una componente, diciamo che si può anche morire in tarda vecchiaia con l’enzima attivo.
L’emisfero sinistro di Lamonaca, carente di enzima motivazionale fin dalla nascita, intercettava solo segni funesti e stimoli tragici verso derive rovinose. Per esempio, le ore passate a scuola, che allo scolaro medio con normale corredo di emisferi ed enzimi danno un generico malessere, a Liverio provocavano avvilimento e strazio, sfiducia nell’esistenza, fusi in una sintesi chimica che cresceva nell’organismo come la muffa e i parassiti. Gli insegnanti brugliesi non se ne accorgevano, o forse non davano peso al problema perché del resto anche loro erano esposti agli stessi agenti ambientali, magari con tempi di aggressione piú lenti per ragioni di età e di metabolismo consolidato (l’ingresso in atmosfera di ammonio, cadmio, stibio e berillio viene fatto risalire a un’epoca compresa fra la teiera di Russell e lo sviluppo dell’industria pesante).
La condizione di Liverio trovava diciamo un contrappeso nell’alimentazione, perché, come è stato spiegato, l’inibizione dell’enzima motivazionale provoca indebolimento di un ormone situato nel cromosoma 7 che chiameremo per comodità Ivan e che controlla l’appetito: il blocco di Ivan libera un enzima antagonista, quello della fame, che chiameremo per comodità Vladimir, la cui iperattività produce stimolazione dell’ipotalamo con frustrazione dei meccanismi della sazietà. Sono meccanismi sofisticati del meraviglioso corpo umano spiegati dai ricercatori per dire che per effetto dell’enzima Vladimir che spadroneggiava indisturbato, il corpo già ridondante di Liverio cresceva sproporzionatamente al fabbisogno.
Raggiunti i centoquaranta chili a diciotto anni, di fronte al declino di se stesso come proiezione del declino di un mondo in corsa verso la catastrofe universale, Liverio Lamonaca aveva elaborato la teoria del respiro inteso come azione ripetitiva cronica senza uno scopo se non quello di accompagnare l’uomo all’estinzione. La scienza – per sintetizzare il suo pensiero – ti fa credere che questo movimento sia vitale e benefico, invece è un processo biochimico obbligatorio: l’uomo è impotente davanti all’inevitabilità del respiro, e già da qui si svela l’impostura tirannica dell’organismo che poteva essere inventato senza questo dispositivo traditore che con una mano ti toglie i pezzi e con l’altra ti dà la lusinga dell’infinità come una specie di dono prometeico.
Una conferma della teoria si troverebbe nei testi dei poeti dove il respiro è quasi sempre collegato alla morte, quando ad esempio il poeta, per spiegare che un uomo muore, dice che esala l’ultimo respiro o l’estremo sospiro, o, piú esplicitamente, quel mortal sospiro che rende gli uomini siccome immobili. Il discorso vale anche per il respiro dei narratori liricamente orientati che è sempre collegato a derive cimiteriali o contesti ospedalieri terminali; per non parlare del respiro intriso di luttuoso pessimismo del cantautore poliedrico che dice: tu sei il respiro che mi toglie ancora il fiato. E siccome la poesia è evocazione simbolica delle forze madri del cosmo, il cerchio si chiude qui.

Il dono prometeico mi son permesso di aggiungerlo io, insieme alla lusinga dell’infinità e alla dispnea del cantautore. Ma il concetto di base è di Liverio Lamonaca, non ho toccato niente.

Va detto, per non cadere in equivoco, che non c’è nesso tra la condizione mentale del Lamonaca e il suo stato fisico, cioè non stiamo parlando di un temperamento depresso entrato nella spirale bulimica compulsiva che dilata e deturpa il corpo e fomenta il disprezzo per sé portando all’autoemarginazione che è poi l’anticamera di quella forma di misantropia strategica che serve a incolpare il prossimo, e in generale il mondo, di quel che si è. In Liverio tutto questo non c’era: né depressione né misantropia strategica, niente. Anzi, almeno fino a un certo punto Liverio aveva mantenuto un livello accettabile di socialità e un tasso di autostima diciamo nella norma, che forse non teneva abbastanza conto della sua notevole forza fisica, e questo è un particolare importante perché di solito l’obesità deprime la forza fisica, e la forza fisica innalza l’autostima. È dimostrato che a vent’anni Liverio riusciva a tener sollevata per sette secondi la Wartburg giardinetta a miscela di suo padre, tenendola dal paraurti davanti con conducente a bordo; e a tirare un sasso a trecentocinquanta metri centrando la finestra di camera sua; e a spezzare il dente di un ranghinatore con le nude mani, con scintille. Se fosse un altro effetto di scompensi enzimatici o fattori ambientali o di tutti e due non si sa. Si è solo affacciata l’ipotesi che ad alimentare questa forza contribuissero certi alimenti, come la vigonza rossa brembiana, le cui componenti, agendo all’interno di un metabolismo incongruo, scatenavano l’ormone della crescita che a sua volta incamerava parte del sovraccarico energetico da destinare alla rigenerazione delle cellule, quindi alla costruzione di muscoli e ossa, il resto, cioè la residua sovrabbondanza, si corrompeva nel grasso corporeo. Torneremo sulla vigonza rossa brembiana, non subito perché c’è carne al fuoco e il discorso va organizzato.

Quello che piú interessa è che Liverio Lamonaca a un certo punto della vita che coincide con la maturità conseguita al liceo di Bruglio di Brembio e, per meglio storicizzare, con l’atterraggio della sonda americana Viking Lander sul pianeta rosso, si era convinto della valenza mortifera del respiro, frutto di un complotto superiore di cui non si conoscono gli scopi, e aveva elaborato una strategia eversiva che consisteva nel respirare il meno possibile, nel senso di mantenere il ritmo aerobico alla soglia base ed evitare situazioni di stress o stati di affanno che lo accelerassero. Detto piú in sintesi, Liverio aveva scelto la quiete del corpo e dei sentimenti come sistema di sopravvivenza e come atto di sfida all’organismo traditore governato dal respiro che a ogni passaggio gli martellava via un pezzo. Questa decisione segna lo snodo articolare della vita di Liverio, se si può dire snodo articolare, perché limitare il respiro è una scelta estrema che comporta rinunce, privazioni, come per esempio il lavoro, o i rapporti sociali che vanno oltre i convenevoli meccanici, ma anche certi svaghi con ripercussioni emotive, tipo leggere il giornale, ascoltar la radio; perfino guardare la televisione, per via di una complessa interazione fra sistemi nervosi centrale e periferico che poteva avere contraccolpi sulla frequenza respiratoria. La scelta di Liverio, favorita dall’iscrizione all’università che consentiva per cosí dire la stasi della mente, escludeva anche le dimostrazioni di forza fisica, che a dir la verità lui faceva malvolentieri: erano gli altri a chiedergliele, a portargli poniamo un dente di ranghinatore da piegare a metà, un sasso da tirare su una finestra a trecentocinquanta metri, o a chiedergli di sollevare la Wartburg, facendo a gara per sedersi alla guida intanto che lui sollevava. Ci si divertiva cosí, a Bruglio di Brembio.

Anche nei rapporti sociali Liverio aveva fatto una selezione rigida, salvando alla fine solo Brennero Trenazzi, detto Patrimonio, cicloriparatore analogico ipoacusico.
Brennero Trenazzi era sposato con Agnese da cui aveva avuto quattro figlie, tutte piuttosto belle, ed era anche nonno perché l’ultima, Silvana, di sedici anni, aveva avuto anche lei un figlio da un signore di cui mancavano notizie precise. Liverio Lamonaca le avrebbe anche guardate volentieri, soprattutto l’Afra, la piú grande, ma il progetto di risparmio aerobico non permetteva certe distrazioni. D’altra parte era raro che le figlie di Brennero incrociassero Liverio, sia perché non incontrava i loro gusti, sia perché non entravano mai in bottega, dove Liverio passava tutti i pomeriggi seduto su una seggiola da barbiere a guardar Brennero riparar le biciclette e ascoltarlo mentre raccontava passi mitologici della sua vita con trame sempre diverse e senza colpi di scena che avrebbero disturbato gli equilibri respiratori dell’ascolto. In questi pomeriggi Liverio si alzava dalla seggiola solo due volte, per far entrare il cane di Brennero, Devid, quando grattava la porta fuori, e per farlo uscire, quando grattava la porta dentro; lo faceva non per spirito di servizio ma per evitare il disagio neurofisiologico del grattare di Devid, che poteva andare avanti dei quarti d’ora senza che Brennero lo sentisse, perché era ipoacusico. La seggiola da barbiere era stata messa vicino alla porta per ridurre al minimo lo sforzo.

Brennero Trenazzi, volendo spendere altre due parole, veniva chiamato Patrimonio perché patrimonio era la parola piú usata nei suoi discorsi. Per esempio il cane Devid era stato stimato un patrimonio da esperti forestieri che tutti i giorni gli offrivano un patrimonio di soldi per comprarlo ma lui rifiutava perché il patrimonio messo via per la vecchiaia era di tale entità da generare spontaneamente altri patrimoni, senza bisogno di incrementarlo. Anche il motocarro Ercole valeva un patrimonio perché prodotto in poche unità, e il padre del nipotino era un ingegnere che girava in America e in Russia a progettare fiumi, laghi, mari guadagnando patrimoni. Diciamo, per sintetizzare, che ogni cosa in natura che per qualsiasi motivo entrava nella sfera personale di Brennero diventava automaticamente un patrimonio: dal cacciavite multiplo al compressore, alla protesi auricolare, alla sedia da barbiere dove si sedeva Liverio Lamonaca, fino a certi amici e parenti che nessuno aveva mai visto ma che erano tutti titolari di patrimoni. Brennero era alto un metro e quaranta, aveva una faccia che sembrava scampata per miracolo a una disgrazia ed era, oltre che ipoacusico, strabico in posizione sulle dieci e venti ma col colorito brillante per via del bottiglione sempre a misura di mano.
L’Agnese non era del posto, faceva parte di una fornitura da dieci unità arrivate dall’Abruzzo Citeriore su un om ex-militare guidato da un impresario che importava le mogli destinate a uomini poco ottimisti sul fatto di trovarne col proprio bagaglio seduttivo; in un anno aveva fatto una ventina di giri e ne aveva riportate indietro pochissime. Passato l’anno non si era piú visto. All’Agnese era toccato Brennero.
Questa storia, che ho appena raccontato con beata leggerezza ma che a pensarci fa venire le ortiche alla schiena, Brennero non la raccontava. Diceva solo che l’Agnese valeva un patrimonio, ma non si riferiva al prezzo di compravendita. A vederli bene uno per volta, l’Agnese e Brennero, era poi difficile pensarli uniti, in senso spirituale e in senso piú tecnico, nel fermento del commercio procreativo. Il fatto che nessuna delle figlie somigliasse a Brennero, a parte i capelli rossi ma li aveva rossi anche l’Agnese, suscitava molte chiacchiere, quel tipo di chiacchiere dove però abita una componente moderata di invidia, dico moderata perché a Bruglio di Brembio era tutto di livello moderato. Quando giravano tutti insieme per il paese sul motocarro Ercole, la chiacchiera tornava sempre a strisciare: guarda là, dicevano, Patrimonio con le bambole e il bastardino, ma era solo moderata invidia perché quello che in realtà si vedeva a occhio nudo era una famiglia felice: Brennero al manubrio dell’Ercole con ferma padronanza, l’Agnese vicino a lui col nipotino in braccio, le quattro figlie nel cassone dietro.
Sono voluto entrare nell’intimità di Brennero Trenazzi per far capire quello che c’era intorno alla bottega di cicloriparazioni dove Liverio Lamonaca passava tutti i pomeriggi a sopravvivere nella quiete economica del corpo e dei sentimenti.

A livello di dinamica dei sistemi, la figura di Liverio Lamonaca in questa fase della vita si può descrivere come una fusione grezza di inerzia e gravità non sottoposta a perturbamenti: si svegliava la mattina alle dieci, faceva una colazione energetica, andava in bagno dove restava una cinquantina di minuti, ritornava in camera a vestirsi e poi ricoricarsi sul letto per guardare a distanza i libri dell’università in piedi su una mensola che gli aveva montato il babbo. A mezzogiorno si sedeva a tavola dove sua mamma gli serviva tre portate comode oltre a un contorno ricco di vigonza rossa, una micca di pane, un bicchiere di Santamedeo, il caffè con lo zucchero; poi chiudeva gli occhi per mezz’ora e quando li riapriva andava da Trenazzi, a dodici passi contati, dove rimaneva fin verso le sette; tornava a casa, cenava con tre portate comode piú vigonza rossa, pane, Santamedeo e caffè, andava in camera e dormiva il sonno del giusto. Ho saltato pochi passaggi di collegamento.
È andato avanti cosí per quattro o cinque anni, un periodo che possiamo definire felice ma piú che altro stabile e pacifico perché chi insegue una causa giusta è poi in pace con se stesso, e quindi col mondo. In questo stato di pace Liverio aveva messo a regime il senso di catastrofe universale concentrandosi sulla campagna contro l’impostura tirannica dell’organismo e lo strapotere dell’enzima Vladimir che comunque spadroneggiava dissoluto grazie all’inibizione dell’ormone Ivan.

Fino a quel determinato giorno che sul calendario si colloca in un medio autunno ancora fiorito, ma si tratta di coloriture inappropriate all’ecosistema di Bruglio di Brembio dove l’interazione sinergica di ammonio, cadmio, stibio e berillio determina una specie di afasia o disfasia stagionale che scompagina le rotazioni.
In questo specifico giorno di uno specifico anno meglio storicizzabile con la sconfitta del virus del vaiolo e il trionfo della Cecoslovacchia agli Europei, a un’ora che con approssimazione possiamo indicare fra le due e mezza e le tre di pomeriggio, con in gola ancora un riverbero gentile di vigonza rossa, Liverio Lamonaca entra nella bottega di Brennero Trenazzi.
Ma non trova lui. Trova l’Agnese.

La presenza dell’Agnese non avrebbe in sé niente di sospetto, a parte il fatto che non entrava mai nella bottega di cicloriparazioni e infatti in quegli anni Liverio l’aveva vista tre volte in tutto, a esagerare, e solo per passaggi fuggevoli. Quello che non si spiegava era l’assenza di Brennero che, tolte le domeniche e i festivi, per il resto viveva in bottega, dove l’Agnese gli portava la marmitta del pranzo e della cena col bottiglione di scorta. A casa ci tornava per dormire.

Nelle dinamiche della natura – apro questa parentesi funzionale ma la chiudo subito – c’è un movimento di contingenze libere che si sovrappongono e si scontrano, oppure si scansano, ed è poi su di loro che si misura la storia coi suoi fatti e i suoi complici e le sue creature imbarazzate semoventi, e la disperazione che costituisce il suo legante plastico insieme a una casualità mistificatrice che ogni volta ci dice: te l’avevo detto, come dire che è inutile piantar dei pali e montar dei programmi o anche far degli auguri a Natale e Pasqua o se li fai è per aspettarti o sperar qualcos’altro, secondo una legge naturale per cui quel che hai deciso tu non va bene, che è poi la parafrasi del pensiero di quel filosofo simpatico che diceva: è bene che ciò che gli uomini si augurano non avvenga. Non so piú da dove son partito ma mi sembra un bel modo di chiudere una parentesi.
Per dire che di questo aggregato di contingenze libere noi cogliamo spesso sintomi per cosí dire infinitesimi, istantanei, dove gli abbinamenti si confondono e si scambiano: i suoni si sentono col tatto, i sapori con l’udito e i colori con l’odorato. E infatti, nel caso che ci interessa, Liverio Lamonaca entrando nella bottega aveva avuto la sensazione di un punto di rottura a colpo d’occhio.

La Agnese era girata di spalle e chinata in avanti a cercare qualcosa in una scatola con pezzi di scarto tipo una boccola, la maniglia di un freno, il coperchio di un campanello, ma anche, poniamo, un filtro da caffettiera, un morsetto da bretella. In tutti i luoghi umani c’è una scatola cosí, piena di oggetti di risulta, che diventa una miniera dove non trovi quasi mai quello che cerchi ma qualcos’altro che condivide lo stesso principio sostanziale. Può anche capitare che trovi quello che ti interessa, ma è raro. L’Agnese stava cercando un cavatappi, cosa che si è potuta capire dopo qualche minuto di ricerca quando si è girata in direzione della porta con in mano un tirabuso a cremagliera, e passando davanti a Liverio gli ha detto: Oggi Brennero non c’è. Il fatto potrebbe finir qui, senza nessun interesse, a parte il reperimento del tirabuso.

Ma bisogna fare un passo indietro, al momento in cui Liverio, entrando nella bottega, ha avuto la sensazione a colpo d’occhio di un punto di rottura. Si tratta di sentori istantanei, come ho detto, ai confini del pensiero conscio, dove intravedi quello che ancora deve succedere e che succederà, ma che nella nostra misura del tempo non riuscirebbe a star dentro un’ora o un giorno.
Ad ogni modo, finito l’istante denso e magmatico, Liverio era rimasto a guardare l’Agnese girata di spalle con quel tipo di meraviglia che è difficile spiegare, come quando vedi qualcosa di diverso liberarsi dal panorama coatto di tutti i giorni, o come quando scansi la tenda e vedi nevicare e non ti ricordi piú che tempo faceva prima. E il respiro che fino a quel momento era docile e lento aveva cominciato ad accelerare senza rispetto per gli equilibri aerobici di Liverio Lamonaca che però non faceva niente per rimetterli in prudenza anzi, rimaneva lí fisso a far correre gli occhi su e giú fra la testa e le caviglie dell’Agnese con pause intermedie e una panoramica di contorno affollata di camionate di donne dall’Abruzzo Citeriore, amori clandestini, figlie non somiglianti ai padri eccetera, cose che di regola non gli interessavano ma che ora prendevano una loro quadratura, o forse è piú preciso dire che si mettevano in colonna come dei numeri. E quando l’Agnese gli era passata molto vicino anzi adiacente col tirabuso a cremagliera in mano e gli aveva detto: Oggi Brennero non c’è, con anche una specie di sorriso, Liverio aveva tirato la riga sotto la colonna e aveva deciso improvvisamente che si poteva aprire una parentesi. Perché la natura umana è oscura ed ermetica, e il cervello non tiene mai una rotta rigida.

I ricercatori americani dicono che queste virate repentine dipendono dai flussi del tono edonico e dalla cosiddetta codifica del piacere, dove entrano in gioco delle variabili situate nelle regioni della corteccia orbitofrontale, dove riemergono schemi affettivi atavici o astratti.
La corteccia orbitofrontale di Liverio, nell’itinerario visuale fra i capelli e le caviglie dell’Agnese con tutti i passaggi morbidi intermedi, aveva fatto impennare il tono edonico dando impulso al neurone che per tramite di certi neurotrasmettitori un po’ cinici gli aveva guidato la mano. Non bisogna però credere che sia stato un gesto involontario, è giusto precisarlo perché a star dietro a questo ragionamento sembra che tutto sia successo a sua insaputa. Il movimento della mano era volontario e deliberato, frutto di una stima che partiva dalla camionata dall’Abruzzo Citeriore, dal sospetto di infedeltà, dalla situazione contingente di intimità, fino all’assenza tattica di Brennero e al sorriso che garantiva l’esattezza del calcolo; e in questo processo di codifica, anche il tirabuso a cremagliera poteva rivendicare un ruolo o una simbologia.
E l’Agnese aveva risposto, tempestiva e precisa.
Aveva delle mani grandi e delle braccia fiorenti, l’Agnese, come le donne dell’Abruzzo Citeriore, e forse Brennero gliel’aveva anche detto, chissà, ma si vede che non era stato attento.

Nella memoria di Liverio le fasi a seguire restano confuse. Ricorda nitidamente la sua mano correre verso imprecisate zone palpabili ma non ricorda se poi la mano era arrivata a segno, e soprattutto non ricorda la badilata di ritorno dell’Agnese che in una plausibile ricostruzione cinematica avrebbe attinto la faccia di Liverio quasi simultaneamente al gesto intrepido, producendo sulla persona intera lo stesso moto parabolico della catapulta o del trabucco. Stiam parlando della persona intera di Liverio Lamonaca, mica di un ballerino, quindi la ricostruzione può sembrare esagerata. Ma sono leggi fisiche, non si sa cosa dire. La metafora del trabucco è mia.

Mettendo in ordine i pezzi della storia, è poi risultato che Brennero Trenazzi non era al lavoro per un improvviso imbarazzo di stomaco da granchi fluminari; che la ricerca del cavatappi nella cassetta era dettata dall’urgenza di stappare il pistone che serviva a medicamento dell’imbarazzo; che l’Agnese era passata effettivamente molto vicino a Liverio ma solo perché Liverio ingombrava la porta e lei doveva uscire; che nel passare vicino a Liverio per superarne l’ingombro non aveva fatto sorrisi, aveva solo chiesto permesso una volta poi un’altra volta; che alla terza volta Liverio invece di spostarsi aveva allungato la mano sulle imprecisate parti palpabili.

Ad ogni modo Liverio aveva riaperto gli occhi sul soffitto della bottega e sulle facce desolate dell’Agnese e dell’Afra chinate su di lui a fargli delle domande che lui non capiva, cioè capiva che erano domande ma non capiva il lessico e comunque non riusciva a parlare. Era stato poi sollevato e messo sulla seggiola da barbiere mentre l’Afra gli portava una bottiglia pare di Fernet che gli aveva fatto ritrovare la percezione del corpo insieme a un dolore caldo nella parte sinistra della faccia e a un subbuglio di formiche dentro la testa.

Dire che il fatto rappresenti un punto di rottura nella vita di Liverio, sarebbe esagerato, piú appropriato parlare di una svolta. Le svolte possono anche seguire un percorso progressivo, per fasi. Quindi, per dar la giusta curvatura al ragionamento, possiamo dire che l’episodio rappresenta l’iniziazione sessuale di Liverio Lamonaca e al tempo stesso la prima fase di quello che i ricercatori chiamano deviamento dall’irreversibilità. Cosa voglia dire deviamento dall’irreversibilità è un’altra domanda la cui risposta si può desumere dal contesto o per approssimazione, quindi è meglio lasciarla dov’è. Di questa fase delicata salterei l’inizio, con tutti i passaggi per cosí dire fattuali e fenomenici, per dire che Lamonaca, ferma restando l’opposizione intransigente allo strapotere tirannico e impostore dell’organismo, aveva cominciato a riflettere sul senso delle rinunce, soprattutto di quella specifica rinuncia che attiene alla sfera erotica, in senso lato e semplificando, dove la badilata dell’Agnese apriva a suo modo una visuale. Son pensieri che implicano un’introspezione invasiva e diciamo chirurgica, un’incursione negli abissi dell’io che, detto fra noi, è una manovra pericolosissima perché espone al rischio di entrare nel vortice pornografico della conoscenza di se stesso, cioè la cosa piú irresponsabile che possa fare una persona a modo. Le statistiche dicono che questo se stesso, che qualcuno vuol conoscere a tutti i costi, novanta volte su cento è un depravato, un malfattore che non merita amicizia né confidenze, meglio non conoscerlo, tenere le distanze da lui o tutt’al piú limitarsi a un rapporto formale, di pura cortesia. Insomma Liverio Lamonaca era entrato in questa specie di finto santuario dell’introspezione col rischio di far dei brutti incontri. Se poi negli abissi dell’io l’ha incontrato, se stesso, peggio per lui, non gliel’aveva mica ordinato il dottore di entrarci.
In linea di massima mi sentirei però di dire che non l’aveva incontrato, e mi viene anche da pensare che a Bruglio di Brembio è difficile che qualcuno lo incontri, e anche che si infili in certi abissi.

Ma chiunque abbia incontrato nel viaggio introspettivo, alla fine Lamonaca era arrivato a due conclusioni: la prima, che il demone che aveva guidato la mano verso le parti palpabili dell’Agnese non era giusto che sparisse cosí: bisognava parlargli, in contesto appropriato e con modalità diverse, magari senza l’Agnese; la seconda, che la ribellione contro le imposture dell’organismo tiranno era moralmente irrinunciabile e politicamente necessaria, ma era ora di prendersi una pausa. Unendo i due punti credo che si arrivi al deviamento dall’irreversibilità che dicevano i ricercatori.
Cominciando dal secondo, già a partire dal dopodomani rispetto al fatto (l’indomani era stato dedicato all’incursione introspettiva), Liverio sembrava aver cambiato le panoramiche. Era entrato puntuale nella bottega con la solita lentezza corporea ma con la faccia che comunicava concetti positivi e programmatici, come rendersi utile o ingrandire gli orizzonti; altro che aprire la porta al cane Devid. Interagire, interfacciare.
Brennero se n’era accorto subito, come di un odore cattivo che entra da fuori. Non che non gli piacesse parlare, anzi; diciamo che non gli piaceva parlare con qualcuno, non capiva il senso dello scambio, e di ascolto non era pratico. Che poi qualcuno volesse rendersi utile era un pericolo serio, non per sospetto di incompetenza, che comunque nel caso di Liverio ci stava, ma perché in bottega poteva lavorare solo Brennero: gli altri potevano entrare, guardare, sedersi, ascoltare se avevano voglia, mettersi a camminare: a lui non dava fastidio. Potevano frugare nella scatola degli scarti ed esaminare i pezzi, e questo magari gli faceva piacere perché ogni pezzo era un frammento mitologico. Ma rendersi utile era un’idea sfacciata, come pretendere di andare in chiesa per dir la messa.

Sul primo punto invece, quello relativo al comparto erotico, Liverio si era accorto che gli mancavano le basi, come per esempio trovare un’interlocutrice, chiamiamola cosí, e inventare qualcosa che incontrasse il suo interesse. Ma l’unico argomento su cui era forte, a parte il ciclo mitologico di Brennero Trenazzi, era la vigonza rossa brembiana, già nominata, di cui conosceva pregi e misteri, il gusto, la metafisica. Poteva spiegare tempi e metodi di semina e coltivazione, tecniche di avulsione, fitopatie e parassiti, concentrazione di sodio, potassio e azoto. La conoscenza veniva da generazioni di coltivatori nella stirpe, letture, sperimentazioni empiriche. Era un tema un po’ tecnico, di nicchia, ma del resto quando ci si appassiona a un argomento la conoscenza supera la competenza ed entra nella dimensione dell’eros; la passione guida la curiosità, come nelle scienze e nelle dinamiche sessuali. Ci si può affezionare poniamo ai coleotteri o alle statue funerarie cinesi o a generi piú spericolati come il cybersex o la critica letteraria. Quale sia il motore, chissà. Liverio era affezionato alla vigonza rossa. E aveva pensato di cominciare da lí.
Ma nell’universo di Bruglio di Brembio non c’era il gusto della conversazione sui temi alti: la metafisica, Dio, la genetica molecolare, la vigonza, niente. C’era una moderata quantità di possibili interlocutrici ma sul tema della vigonza il dialogo non decollava o non produceva le vibrazioni giuste. Del resto, l’isolamento nella bottega di Brennero aveva reso Liverio avulso dal contesto sociale e impreparato sui temi di tendenza, che erano distanti dalla vigonza rossa, e non c’era nessuno che lo aiutasse.
In questa condizione desolata si era fatto largo un nuovo senso di catastrofe, piú vivo e sanguinario perché non piú sublimato dalla lotta. Per un certo periodo la figura adulta di Liverio Lamonaca aveva ricominciato a camminare nei pressi della stazione con la scabra pesantezza della morte, ma chi passava di lí non lo vedeva neanche.

I ricercatori sostengono che l’ipotesi suicida non è sempre collegata alla disperazione, può esserci dietro l’urgenza di un’indagine estrema, di una ricerca oltre i calcoli e le causali, dove lo sperimentatore è tutt’uno con l’esperimento. Non si può escludere che nel cervello di Liverio Lamonaca si fosse fatta strada un’ideazione suicidaria e che in questa ideazione si muovesse proprio l’urgenza di capire i misteri dell’exitus e le sue dinamiche. O forse non c’era nessuna ideazione e stiam parlando alla rinfusa. Ma una cosa è sicura: nella pesantezza del suo camminare c’era qualcosa di piú del normale senso di catastrofe, qualcosa che attingeva alla memoria recente ed è facile capire dov’era il fuoco di questa memoria.
È un attimo raggiungere l’angolo di fragilità, dove il filo di ferro si spezza. A volte ci si passa senza accorgersene. Ma a volte è proprio lí, a un millimetro, che arriva la parola salvifica; e infatti a Liverio Lamonaca la parola è arrivata un millimetro prima.

Un particolare importante che non si è detto è che Brennero Trenazzi sapeva tutto. Nello stretto arco di tempo fra lo svenire e il rinvenire di Liverio, l’Agnese era riuscita a correre a casa, aprire il pistone col tirabuso a cremagliera, raccontare il fatto a Brennero e rientrare in bottega insieme all’Afra. Brennero aveva provato una sincera pena, senza gelosia né malanimo. Si era preoccupato di non averlo visto il giorno dopo in bottega, ma anche di piú quando l’aveva visto entrare il giorno dopo ancora con la faccia felice tipica di chi sta per ammazzarsi. E ci aveva pensato su a lungo.
Passato qualche giorno, nel silenzio della bottega cadenzato dal respiro di Devid, Brennero ha posato gli attrezzi, si è girato verso la seggiola da barbiere, ha guardato Liverio con un occhio in faccia e l’altro nelle verze, e gli ha detto la parola salvifica. Che era poi una frase:

 Il segreto è nei granchi.

Quando si dice granchi si intende granchi fluminari, e su questo non si discute: gli altri granchi, quelli di mare, sono fasulli, impostori. A Bruglio di Brembio i granchi vivono nei fossi all’ombra degli alberi, da almeno un milione di anni. Son carne ricca e prelibata, forse un po’ passata di tendenza: nessuno ne mangiava piú, a parte Brennero Trenazzi, fino all’evo nuovo, che comincia proprio da lí.
La stagione dei granchi coincide con la mezza stagione d’autunno, soprattutto nel microclima di Bruglio di Brembio, malgrado la sfasatura dei cambi e delle rotazioni. E in quel periodo Brennero si era sempre nutrito di granchi: di notte li pescava, di giorno li mangiava. Tutte e quattro le figlie erano state concepite nella stagione dei granchi e, facendo per bene i calcoli, anche il nipotino. Diciamo quindi che la stagione dei granchi era la stagione fertile di Brennero Trenazzi. Passata la stagione, gli stimoli si inabissavano in un letargo che valeva sia per Brennero sia per l’Agnese, i cui bioritmi erano fusi osmoticamente fin dal giorno della discesa dalla camionata. Si trattava di un letargo per cosí dire compensativo, perché nel periodo fertile veniva fatta la spunta su tutti i santi del lunario, o anche due o tre spunte ogni santo, e volendo tenere la contabilità di queste cose veniva fuori un numero importante, che mette la cosiddetta pietra tombale sulle chiacchiere della comunità.
Brennero non parlava mai di queste cose: ne ha parlato solo quella volta, ma senza riferimenti espliciti, per rispetto dell’Agnese. Ha nominato piú che altro i granchi, e sui granchi Brennero non tralignava, se si può usare il verbo tralignare.

Tu non fare niente, gli aveva detto Brennero: lascia fare. Il granchio è generoso.

Il granchio fluminario, per dare un’investitura scientifica al discorso, è dotato di un corpo esoscheletrico inospitale, pieno di chele e di piedi, poco adatto alla promiscuità e quindi, in teoria, all’accoppiamento. Ma la natura ha una visione pratica dei fenomeni viventi: dove non arriva il corpo in sé arrivano l’ingegno e la pazienza che, come dicono i filosofi, è ciò di cui il piacere è ricompensa, e in questa filosofia i granchi riescono a copulare come tutti gli altri, anzi meglio.
Se ci riesce il granchio ci riesci anche tu, gli aveva detto ancora Brennero. Come dire, cambiando visuale, che il granchio era un’allegoria di Liverio.

I ricercatori americani sostengono che un’alimentazione a base di granchi fluminari consente l’assorbimento di quella sostanza detta feromone ma che qui chiameremo Dimitri, per comodità. Dimitri è la molecola che una volta intercettata olfattivamente crea l’interesse sessuale reciproco fra creature omogenee, senza bisogno di espedienti e forzature intellettualistiche che da secoli deprimono gli uomini per colpa di un rapporto irrisolto fra emisferi, enzimi, ormoni eccetera. Quello che diceva Brennero è, quindi, quello che da sempre dice la natura mentre sparge la molecola Dimitri: non fare niente, lascia fare.
Liverio gli ha dato retta e adesso siam qui a parlarne facendo un bel salto di anni.

C’era una bella fetta di paese, al funerale di Brennero Trenazzi: curiosi, indifferenti, pettegoli. E, al di sopra dell’incolmabile estensione dell’etere dove dimorano gli dei, c’era anche lui, a godersi lo spettacolo e a raccontarlo a un patrimonio di anime, per i secoli dei secoli.
Quello stesso giorno, ma è stato solo un caso, sono arrivati gli americani e sono ancora lí adesso. Hanno macchine portentose fantastiche, motori mobili e motori immobili, cannocchiali psicodinamici che guardano dentro gli uomini che respirano: vedono gli umori, le malinconie, i colori e le ingegnerie degli emisferi. Hanno corpi volanti di acciaio magnesio e tungsteno che aspirano e sputano l’aria delle stagioni. Hanno strumenti striscianti pornografi che spiano la flora spenta e la fauna pigra, e anche le biografie, come quella di Liverio Lamonaca. Il granchio fluminario, servito in tavola su letto di vigonza rossa brembiana, ora è conosciuto in tutto il mondo, grazie a loro: ne parlano gli esperti di tutti i rami.

Ci ripensa spesso, Liverio, alle parole salvifiche di Brennero. Ci ha pensato con le lacrime agli occhi il giorno del matrimonio in municipio, e poi quando son nati i figli, uno a uno, cinque di numero in cinque anni, tutti rossi e nessuno che gli somiglia.

Oggi, in apertura di stagione, Liverio firma come tutti gli anni una tregua con l’organismo e col respiro, è solo tregua perché la guerra è sempre aperta e non finirà mai.
Tutte le mattine saluta l’Afra e i bambini, esce, cammina nei ritmi della soglia minima, apre la bottega. Ma prima di cominciare il lavoro si gira e guarda ancora in strada il vivaio di uomini e donne di tutte le età. Lo fa tutti i giorni. Ha smesso di cercare le ragioni del tradimento che striscia dentro i loro corpi:

li guarda e basta, oggi piú martellati di ieri, tante pietre martellate ogni giorno, chi assomiglia a una brutta statua, chi a una colonna storta, chi a una pietra da cimitero. Poi entra e chiude la porta.

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Grace Paley, un racconto

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Edizioni Sur propone i quarantacinque racconti che rappresentano l’intera opera narrativa di Grace Paley: un corpus a prima vista esiguo ma di enorme rilevanza, che la consegna alla storia della letteratura come una maestra della short story americana del Novecento. Il libro sarà in libreria il 22 Novembre 2018. La traduzione è di Isabella Zani.

Cattedrale propone uno dei racconti, per gentile concessione dell’editore.


VIVERE
Enormi cambiamenti all’ultimo minuto (1974)

Due settimane prima di Natale Ellen mi chiamò e mi disse: «Faith, sto morendo». Quella settimana stavo morendo anch’io. Dopo averle parlato mi sentii peggio. Lasciai soli i bambini e corsi giù all’angolo per bermi una cosa al volo tra creature vive. Ma Julie’s e tutti gli altri bar erano pieni di uomini e donne che buttavano giù un whisky caldo e se ne andavano in fretta a far l’amore. La gente ha bisogno di farsi forza prima degli atti della vita. Allora mi feci un rosso californiano qualunque a casa e pensai – perché no – che ovunque ti giri c’è qualcuno che grida datemi la libertà o io vi darò la morte. Ci sono vicini pieni di buonsenso, proprietari di cose, timorati di chiesa, che si mettono le mani sulle orecchie al fischio di una sirena per impedire che le ripercussioni gli danneggino gli organi interni. Bisogna essere strabici per amare, e ciechi per mettersi a guardare fuori dalla finestra la propria via fredda come il ghiaccio. Io stavo morendo davvero. Sanguinavo. Il dottore aveva detto: «Non puoi sanguinare per sempre. O finisci il sangue o smetti. Nessuno sanguina per sempre». E invece sembrava che io avrei sanguinato per sempre. Quando Ellen mi chiamò per dirmi che stava morendo, le dissi limpidamente: «Ti prego! Anch’io sto morendo, Ellen». Allora lei disse: «Oh, Faithy, non lo sapevo». E proseguì: «Faith, come facciamo? Coi bambini. Chi ci baderà? Ho troppa paura a pensarci». Avevo paura anch’io, ma volevo solo che i bambini stessero fuori dal bagno. Non mi preoccupavo per loro. Mi preoccupavo per me. Erano chiassosi. Tornavano a casa da scuola troppo presto. Facevano un macello assurdo. «Mi restano un paio di mesi al massimo», riprese Ellen. «Dice il dottore che non ha mai visto nessuno con così poca voglia di vivere. Pensa che non ho voglia di vivere. Invece io ce l’ho, Faithy, ce l’ho. È solo che ho paura». Io riuscivo a stento a togliermi dalla testa quel sangue. La fretta con cui voleva andarsene da me mi drenava il rosso da sotto le palpebre e la scottatura dalle guance. Mi saliva tutto dai piedi gelati per trovare l’uscita più rapida. «La vita non è poi ’sto granché, Ellen», dissi. «Abbiamo avuto solo giornate da schifo e uomini da schifo e niente soldi e sempre al verde e scarafaggi e niente da fare la domenica se non portare i bambini a Central Park e remare su quel laghetto lurido. Che c’è di tanto bello, Ellen? Dov’è ’sta gran perdita? Vivi un altro paio d’anni. Vedrai i bambini e tutto questo schifo di posto, tutti i buchi in questo groviera di mondo inceneriti dall’onda di calore delle bombe atomiche...»
«Voglio vedere tutto», disse Ellen. Io sentii un grosso grumo che faceva la sua vertiginosa uscita. «Non posso parlare», dissi. «Sto svenendo». Verso la stagione dell’agrifoglio cominciai ad asciugarmi. Mia sorella si prese i bambini per un po’ così io potevo stare a casa tranquilla a fabbricare emoglobina, globuli rossi eccetera senza interruzioni. A Capodanno ero in forma così smagliante che per poco non mi faccio rimettere incinta. I miei maschietti tornarono a casa. Erano alti e bellissimi. Tre settimane dopo Natale Ellen morì. Al suo funerale, in quella bella chiesetta sulla Bowery, suo figlio si prese un minuto di pausa dal pianto per dirmi: «Non preoccuparti, Faith, la mamma si è accertata di tutto. Mi ha sistemato dal posto di lavoro. È venuto quel signore a dirmelo». «Ah. Ma non è meglio che ti adotto comunque?», domandai, chiedendomi, se lui avesse detto sì, dove avrei trovato i soldi, la stanza, altri dieci minuti di buonanotti. Era un po’ più grandicello dei miei figli. Presto avrebbe avuto bisogno di una buona enciclopedia e di un piccolo chimico. «Ascolta, Billy, dimmi la verità: che faccio, ti adotto?» Lui smise del tutto di piangere. «Ma dai, grazie. Comunque no. Ho uno zio a Springfield. Vado da lui. Andrà tutto bene. È in campagna. Ci sono anche dei cugini». «Bene», dissi io, sollevata. «Ti voglio tanto bene, Billy. Sei meraviglioso. Ellen è senz’altro fierissima di te». Lui fece un passo indietro e disse: «Non è più niente di nessuno, Faith». Poi se ne andò a Springfield. Non credo che lo rivedrò mai. Spesso però avrei voglia di parlare con Ellen, insieme alla quale, tutto sommato, in questi anni privati e spaventosi ho fatto un milione di cose. Abbiamo portato i bambini su ogni stramaledetto sasso di Central Park. La domenica di Pasqua appiccicavamo colombe bianche su manifesti azzurri e pregavamo sull’Ottava Strada per la pace. Poi eravamo stanche e urlavamo coi bambini. Erano ancora piccoli. Per ridere ci siamo spillate le loro tutine da sci alle gonne e in un furore di schiavitù abbiamo marciato ogni sabato per settimane sui ponti che collegano Manhattan al resto del mondo. Abbiamo condiviso appartamenti, lavori e stalloni spocchiosi. E poi, due settimane prima dell’ultimo Natale, stavamo morendo.


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Frankie, dracula e il lupo mannaro, di William Meikle

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Dal 21 Settembre è in libreria Lavoro sporco, Mucho Mojo Club pubblicato da Casa Sirio. Otto maestri della crime fiction spalancano le porte della loro scrittura e celebrano il Mojo che si affaccia in ognuno di noi. 

Cattedrale vi propone il racconto di Willie Meikle per la traduzione di Martino Ferrario.



Frankie, dracula e il lupo mannaro
di Willie Meikle



- Cos’è, uno scherzo? - disse il barista del Mucho Mojo. Lasciai fosse Drac a parlare. Avevamo già deciso di restare il più possibile nel personaggio, e poi la maschera di lattice che avevo addosso rendeva parecchio difficile articolare qualsiasi discorso. - Le assicuro, mio caro signore - disse Drac nell’atroce tentativo di scimmiottare l’accento europeo - che questa non è una sterile burla. Siamo l’intrattenimento di questa serata e siamo qui per portarvi il terrore. Poi spalancò il mantello e mise in mostra i canini. - Te’o’e - urlò Frankie, e batté i piedi a terra. Mi unii al gruppo con un ululato. Tre clienti si accodarono al mio urlo, e il nostro spettacolo – il nostro primo spettacolo – fu così pronto a cominciare. Prepararci richiese molto più tempo del previsto. Quelle manone pelose di gomma mi crearono parecchi problemi a infilare i jack negli attacchi e in più Frankie, che era rimasto nel personaggio, stava facendo tutto con una lentezza estenuante. Così, quando fummo pronti a cominciare, il pubblico si era già parecchio innervosito. Le bacchette, strette nei guanti, mi sembravano un corpo estraneo, e non appena cominciammo The Monster Mash mi resi conto che sarebbe stata una lunga notte. Io ero fuori ritmo, il basso di Frankie era troppo alto e Drac continuava a cantare con quel ridicolo accento pensando fosse divertente, solo che non rideva nessuno. Se a queste cose aggiungete che non avevamo provato abbastanza e che, per sfondare, ci affidavamo principalmente al talento di Drac nel suonare la chitarra, potete ben capire che gli elementi per il disastro c’erano tutti. Gli schiamazzi iniziarono durante Bad Moon Rising. Non potevo davvero biasimarli, mi sarei messo a fischiare pure io se fossi stato costretto ad ascoltarci. Mentre concludevamo la canzone, ognuno coi suoi tempi, il barista fece cenno di averne avuto abbastanza e staccò la corrente. Poi si lasciò dietro il bancone e ci si avvicinò. - Guardate, ragazzi, vedo che avete talento… ma così non va. Tornate tra un paio di mesi, quando avrete lavorato per bene sulle canzoni. Vi tengo una data attorno a Capodanno, va bene? Era stato più generoso di quanto avremmo potuto sperare e, fosse stato per me, avrei accettato la proposta e me la sarei data a gambe prima che la serata diventasse un’umiliazione. Ma Drac non era della stessa idea.
- Un’altra canzone - disse. - Solo una. Lascio perdere l’accento, e faremo tutti le cose per bene. Se riusciamo a finirla, poi sta a lei scegliere se staccarci la corrente o lasciarci andare avanti. Solo un’altra. Per favore. Con mia grande sorpresa, il barista accettò. - Va bene, ma prendetevi dieci minuti di pausa, dategli il tempo di calmarsi. Se vi rimetto sul palco adesso, a qualcuno potrebbe venire in mente di infilzarvi con un paletto. Cercammo di non dare nell’occhio e uscimmo dalla porta sul retro non appena il barista annunciò un giro di consumazioni scontate. Probabilmente non aveva un gran orecchio per il talento, ma sapeva benissimo come far felici i suoi clienti. Drac era un fascio di nervi, non l’avevo mai visto così agitato. - Bene - disse. - Qual è il nostro pezzo forte? Con cosa li possiamo stendere? - Non avete un pezzo forte - disse una voce dal buio che c’era dietro i fusti vuoti. - Ma io posso prestarvene parecchi, dipende dal prezzo. Satana uscì dalle tenebre. Il suo costume era migliore dei nostri; non si vedeva una cucitura, e la sua voce era roca al punto giusto. Rimase nel personaggio per tutto il tempo. - Di che parli? - disse Drac. Il tipo venne più vicino e io mi allontanai impercettibilmente. Puzzava di uova marce e di qualcosa di persino peggiore, come un cane morto lasciato al sole per troppo tempo. Il nuovo arrivato alzò una mano mostrando i fili di fumo che gli nascevano dalle dita. - Tutto quello che chiedo è che rimaniate nei vostri personaggi - disse. - E che pensiate a me mentre state suonando. Vedrete che vi basterà avermi in mente per diventare una cosa sola. Fidatevi, l’ho già fatto tante altre volte. Funzionerà. - Dobbiamo solo restare nel personaggio? Satana sorrise. - Chiedo troppo? Drac guardò me e Frankie. Rispondemmo alzando le spalle, non sapevamo davvero cos’altro fare. Da parte mia, l’unica cosa che volevo era mettere fine a quella serata il più presto possibile. Drac decise di stare al gioco. Allungò la mano. Satana si sputò un grumo di muco bollente sul palmo prima di stringergliela. - Adesso abbiamo un accordo. Detto ciò sparì nel buio dietro ai fusti di birra, veloce come era arrivato. - Questa sì che è strana - disse Drac. - Stasera i matti sono tutti in giro. Torniamo a noi però, qual è la canzone che ci serve per far funzionare sta cosa? Ci accordammo per qualcosa che avrebbe coinvolto il pubblico. Quando tornammo dentro non furono granché felici di vederci, e le proteste iniziarono non appena salimmo sul palco. Ci furono pure un po’ di fischi. Tutto cambiò non appena Drac attaccò l’intro di Werewolves of London con l’ampli settato a mille. Frankie entrò al momento giusto con un giro di basso che fece tremare il pavimento, le bacchette divennero un’estensione delle mie mani. Pensai a Satana, e tirai fuori un ritmo che fece oscillare le lampade sopra di noi. Quando ululai durante il ritornello, l’intero bar ululò con me e io sentii un brivido salire su per la spina dorsale. Non mi ero mai sentito così. Portai a termine la canzone con un altro ululato, un ululato che si fece strada dalla bocca dello stomaco per riecheggiare in lungo e in largo per tutto il bar e chiudere la bocca ai presenti. Drac spezzò il silenzio avvicinandosi al microfono e sussurrando in una perfetta imitazione di Bela Lugosi: - I figli della notte. Che musica dolce producono. L’applauso, quando arrivò, fu assordante. Il barista ci mostrò i pollici alti. Gli sconti andavano avanti, e con loro noi, che lanciammo Bad to the Bone. Frankie fece esplodere il bar marciando su e giù per il locale, il basso a tempo coi piedi ed entrambi a ritmo con la canzone. Drac si prese il suo momento di gloria con una versione oscena di Bad Things. Riuscì persino a far strillare un po’ di ragazze con quella pronuncia strascicata. Per quanto riguarda me, ebbi l’occasione di ululare ancora su Hey There, Little Red Riding Hood, che avevamo provato solo una volta ma che ci uscì come se fossimo nati per suonarla. Per tutto il tempo ebbi in mente lui: l’uomo in rosso, Satana, che sorrideva mentre si sputava sul palmo della mano e la stringeva per suggellare il patto.
Adesso era con noi tutto il pubblico, che cantava e ringhiava, che batteva le mani o teneva il tempo coi piedi, e l’intero locale stava per partire di testa. Drac lo condusse in una cover di The Time Warp, e in molti iniziarono a ballare sui tavoli e rovesciare la birra a terra, ma al barista sembrò non importare. Rallentammo il giusto per Red Right Hand, e anche se il mio rullante avesse suonato come un set di campane tubolari per tutta la canzone non mi sarei lamentato, non con il livello di adulazione del pubblico che ci arrivava alle orecchie. Tornammo a volumi da spaccare i timpani con The Devil Went Down to Georgia, con la chitarra di Drac che sostituiva alla grande il violino impazzito del pezzo originale. Verso la fine del suo feroce assolo, alzai lo sguardo e intravidi l’uomo in rosso in piedi dietro al bancone, un sorriso che partiva da un orecchio e arrivava vicino a quell’altro, ma, quando guardai di nuovo, non c’era più. Chiudemmo la serata con una versione di Beat the Devil’s Tattoo cui aggiunsi un po’ di ululati. Nessuno sembrò dispiacersi e anzi, quando arrivammo all’apice del pezzo, il bar intero stava ululando alla luna. Scendemmo dal palco per essere trattati come eroi conquistatori. L’eccitazione durò fin dopo l’orario di chiusura, e solo quando iniziammo a mettere via i nostri strumenti i clienti accennarono ad andarsene. - Bel lavoro, ragazzi - disse il barista. - Organizzeremo un’altra serata molto prima di Capodanno.
Ormai eravamo rimasti solo in sei nel locale; noi tre, il barista e due delle cameriere, entrambe parecchio colpite da Drac, che si stava crogiolando nelle loro attenzioni. - Potete togliervi i costumi adesso che la gente se n’è andata - disse il barista. - Vi starete sciogliendo lì dentro. - Scio’ndo - disse Frankie a voce troppo alta. - Se vi va, potete fare un salto a casa nostra - disse una delle cameriere. - Abbiamo un paio di bottiglie di Australia Red e… - Io non bevo… vino - rispose Drac serissimo. Provai a ridere, ma l’unica cosa che riuscii a emettere fu un abbaio che mi bagnò di saliva le labbra. Alzai una mano per pulirmi la bocca e la sentii umida, un po’ appiccicosa. Sensazione di saliva sui peli delle nocche. Non c’erano più né gomma né guanti, solo pelo e carne e artigli affilati come rasoi. Mi toccai la bocca e sentii delle zanne altrettanto aguzze. - Dobbiamo solo restare nel personaggio - disse Drac, e saltò addosso alla barista più vicina, spingendola contro il bancone per metterle in mostra il collo. I suoi canini trapassarono la pelle con facilità. Il sangue schizzò e io ululai, a testa alta, inspirandone l'odore esaltante e volendone ancora. Il barista cercò di prendere qualcosa sotto al bancone, non sapremo mai se una mazza da baseball o una pistola. Frankie lo afferrò, lo sollevò in aria e, con un ruggito che fece oscillare le lampade, lo scagliò dall’altra parte del locale, vicino al palco, dove atterrò sotto forma di mucchio di ossa rotte. - Merda - disse la cameriera rimasta, e scattò verso la porta. - Mer’ra - esplose Frankie, e si mise a correrle dietro, le gambe rigide, sfondando il telaio della porta mentre ci passava in mezzo e seguendo le urla nel parcheggio. Drac mi sorrise, il sangue che ancora gocciolava dai canini. - Si sta alzando una luna cattiva. Andiamo a darle un’occhiata? Ululai. Poi mi unii alla caccia.



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L’inquietante motivo della visita del reverendo, di G.K. Chesterton

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Dal 31 Maggio è in libreria per Lindau Il club dei mestieri stravaganti, di G.K Chesterton, tradotto da Federico Zaniboni; la prima raccolta dell'autore datata 1905, e accompagnata dalle illustrazioni dello stesso Chesterton. 
Vi proponiamo uno dei racconti contenuti nel testo.

 

L’inquietante motivo della visita del reverendo

La rivolta della materia contro l’uomo (a cui credo ferma- mente) si è ridotta, ormai, a una condizione singolare. Infatti, sono le piccole cose, piuttosto che le grandi, a muovere guerra contro di noi e, per dirla tutta, in molti  casi a sconfiggerci. Le ossa dell’ultimo mammut si sono decomposte tantissimo tempo fa, come un maestoso relitto; le tempeste non divorano più le nostre navi, le montagne dal cuore di fuoco non scatenano più l’inferno sopra le nostre città. Eppure, siamo coinvolti in una dura, eterna guerra con le piccole cose; principalmente contro i microbi e i bottoni dei colletti. Mentre ero immerso nelle suddette riflessioni, stavo proprio lottando (senza esclusione di colpi) con un bottone che non riuscivo a inserire nell’asola del colletto, quando a un tratto udii bussare alla porta.
Dapprima pensai che fosse Basil Grant, venuto a prendermi per uscire. Quella sera, infatti, io e lui eravamo stati invitati a una cena (per la quale, appunto, io mi stavo preparando) e forse gli era venuta l’idea di passare prima da me, anche se avevamo deciso di andare ognuno per conto suo. Si trattava di un ritrovo tra pochi intimi a casa di una sua vecchia conoscenza, una signora impegnata in politica, una donna perbene e anticonformista. Aveva invitato entrambi per farci conoscere il capitano Fraser che, a quanto pareva, si era fatto un nome ed era un’autorità in materia di scimpanzé. Poiché Basil era un vecchio amico della signora e io, personalmente, non l’avevo mai incontrata, pensai che (con la sua consueta sagacia in fatto di rapporti sociali) lui avesse deciso di accompagnarmi per rompere il ghiaccio. Come tutte le mie teorie, anche questa era fondata; ma la pratica era diversa: non era Basil alla porta.
Una mano mi porse un biglietto intestato «Rev. Ellis Shorter»; sotto, con grafia frettolosa che non riusciva a nascondere una poco allettante solennità aristocratica, era scritto: «Le chiedo la cortesia di accordarmi qualche minuto del suo tempo per discutere di una questione della massima urgenza».
Alla fine ero riuscito a sottomettere il bottone, proclamando così la supremazia dell’immagine di Dio sopra tutta la materia (una verità sempre preziosa) e, infilandomi in tutta fretta panciotto e cappotto, scesi in salotto. Al mio arrivo si alzò, dimenandosi come una foca; non saprei descriverlo diversamente. Faceva sventolare la mantellina scozzese che teneva sul braccio e un paio di patetici guanti neri; tutto il suo abbigliamento sbatteva di qua e di là; anzi, potrei dire, senza esagerare, che mentre si alzava in piedi sbatté perfino le palpebre al vedermi. Era un anziano reverendo, quasi senza sopracciglia, con capelli e favoriti bianchi, dall’aria goffa e trasandata. Disse: «Le porgo le mie scuse. Mi dispiace molto, mi dispiace enormemente. Sono venuto… posso solo dire, a mia difesa… che sono venuto… per una questione importante. La prego di perdonarmi».
Gli dissi che lo perdonavo senza problemi e aspettai.
«Quello che ho da dire» disse lui con voce rotta, «è così terribile, così terribile… Io ho sempre vissuto una vita tranquilla».
Fremevo per andarmene, perché dubitavo già di riuscire ad arrivare in tempo per cena. Ma in quell’uomo anziano c’era una tale sincera amarezza che mi sembrava rivelare una vita ben più intensa e tragica della mia.
Così dissi con gentilezza: «La prego, vada avanti».
E nondimeno l’anziano signore, ormai avanti con gli anni, notò la mia intima impazienza e parve ancora più confuso.
«Sono davvero desolato – disse umilmente. – Non sarei mai venuto da lei se… non me l’avesse consigliato un suo amico, il maggiore Brown».
«Il maggiore Brown!» ribattei, con un certo interesse.
«Esatto» disse il reverendo Shorter, sbatacchiando febbrilmente la mantellina scozzese. «Mi ha detto che lei l’ha aiutato in un momento di grande difficoltà… e il mio caso, signore, è questione di vita o di morte!».
Balzai in piedi, alquanto perplesso. «Ci vorrà molto, Mr Shorter? Perché dovrei andarmene subito, ho un invito per cena».
Si alzò anche lui, tremando dalla testa ai piedi; eppure, anche in quello stato di paralisi mentale, si alzò con tutta la dignità propria della sua età e del suo ruolo.
«Io non ho nessun diritto, Mr Swinburne… non ho proprio nessun diritto – disse. – Se lei deve uscire per cena vada pure ovviamente… ne ha ben donde. Ma quando tornerà… qualcuno sarà morto».
E poi si risedette, tremando come gelatina.
In quei minuti, la futilità della cena che mi attendeva finì presto per eclissarsi nella mia mente. Non mi interessava più andare a trovare una vedova impegnata in politica e un capitano che collezionava scimmie; volevo ascoltare ciò che quel caro, vecchio prete aveva da raccontarmi in merito a un pericolo imminente.
«Gradirebbe un sigaro?» chiesi.
«No, grazie» disse, con un imbarazzo indescrivibile, come se non fumare sigari fosse un peccato imperdonabile.
«Forse un bicchiere di vino?».
«No, grazie, grazie; adesso no» ripeté con quella sorta di ansia isterica con cui le persone che non bevono mai cercano di lasciare intendere che, se solo fosse un altro giorno, passerebbero volentieri tutta la serata a bere punch al rum. «Adesso no, grazie».
«Non c’è nient’altro che le posso offrire?» chiesi, provando una stretta al cuore per quel poveretto così umile e beneducato. «Una tazza di tè?».
Vidi che era molto combattuto, avevo vinto io. Quando arrivò la tazza di tè, la bevve come un dipsomane si avventa sul brandy. Poi si lasciò ricadere e disse: «Ho passato momenti terribili, Mr Swinburne. Non sono abituato a simili strapazzi. In qualità di vicario di Chuntsey, nell’Essex – e pronunciò queste parole con l’indescrivibile disinvoltura della vanità – non ho mai creduto potesse succedermi niente di simile».
«Di cosa sta parlando?» chiesi.
Si raddrizzò di colpo, in un sussulto d’orgoglio.
«In qualità di vicario di Chuntsey, nell’Essex – disse – nessuno mi aveva mai costretto a vestirmi da vecchietta e a prendere parte a un crimine così conciato. Mai. La mia esperienza sarà anche limitata, forse insufficiente, ma non mi era mai accaduto prima».
«Non sapevo – dissi – che questo rientrasse tra i compiti di un pastore. Ma non me ne intendo di cose ecclesiastiche. Mi scusi, forse non ho ben capito cosa ha detto… Travestito da cosa?».
«Da vecchietta» rispose solennemente il reverendo «da anziana signora».
Dentro di me pensai che trasformare quell’uomo in vecchietta non richiedesse poi tanta fatica, ma poiché la cosa appariva ben più tragica che comica, chiesi rispettosamente:
«Posso chiederle com’è successo?».
«Comincerò dall’inizio – disse Mr Shorter – e racconterò la mia storia con la massima precisione possibile. Stamattina, alle undici e diciassette minuti, sono uscito dalla canonica perché avevo qualche appuntamento e qualche visita da fare in paese. La mia prima visita è stata a Mr Jervis, il tesoriere della nostra Lega di Divertimenti Cristiani, con il quale dovevo discutere a proposito di una richiesta di Mr Parker, il giardiniere, sulla manutenzione del nostro campo da tennis. Poi sono andato da Mrs Arnett, una donna molto devota che purtroppo si trova costretta permanentemente a letto. È autrice di diversi libretti sulla fede e di una raccolta di poesie intitolata, se la memoria non mi inganna, Eglantine».
Il reverendo disse tutto questo con grande cautela, o per meglio dire – senza temere di cadere in contraddizione – con cautela impaziente. Penso che nella sua testa avesse qualche vago ricordo delle storie dei detective, che richiedono sempre la massima precisione nei dettagli.
«Poi mi sono recato da Mr Carr» proseguì con la stessa irritante coscienziosità, «si badi, non Mr James Carr, bensì Mr Robert Carr, che assiste temporaneamente il nostro organista, e dopo essermi consultato con lui (a proposito di un ragazzino del coro accusato, non so se a torto o ragione, di aver fatto dei buchi nelle canne dell’organo), alla fine ho fatto una scappata a una riunione delle Dame di Carità a casa di Miss Brett. Le riunioni si tengono solitamente in canonica, ma poiché mia moglie è indisposta, Miss Brett, da poco trasferitasi in paese e molto attiva nelle iniziative della chiesa, si è offerta gentilmente di ospitarle. L’associazione delle Dame di Carità è di regola gestita interamente da mia moglie, e tranne Miss Brett, che come ho detto è molto attiva, conosco a malapena le altre signore. Ma avevo promesso di passare da loro, e così ho fatto.
«Quando sono arrivato, insieme a Miss Brett c’erano soltanto quattro signorine, tutte intente a cucire. Naturalmente, è molto difficile per chiunque ricordare e riferire una conversazione nei dettagli, anche per chi è spinto dalle circostanze a fare un’esposizione chiara ed esaustiva dei fatti, e soprattutto una conversazione che – sebbene ispirata dal grande zelo con cui le donne stavano lavorando – sul momento non colpisce particolarmente l’ascoltatore; infatti si parlava principalmente di calze. Tuttavia, ricordo distintamente che una delle signori- ne (una donna esile con uno scialle di lana, che pareva avere freddo e che sono quasi sicuro mi sia stata presentata come Miss Jane) ha detto che il tempo era molto variabile. Poi Miss Brett mi ha offerto una tazza di tè, che ho accettato, pur non ricordandomi con quali parole. Miss Brett è una signora robusta e tracagnotta, coi capelli bianchi. L’unica altra persona del gruppo che ha attirato la mia attenzione era una tale Miss Mowbray, una piccola e distinta signora dai modi aristocratici, i capelli argentei, il colorito roseo e la voce squillante. Era la più carismatica del gruppo, e le sue opinioni sui grembiuli, benché espresse con naturale deferenza nei miei confronti, erano decise e moderne. Non posso negare che in confronto a lei – pur essendo tutte e cinque vestite semplicemente di nero – le altre sembravano, come direste voi, gente di mondo, un po’ sciatte.
«Dopo circa dieci minuti di conversazione, mi sono alzato per congedarmi, e mentre me ne stavo andando ho udito qualcosa che… non riesco a descrivere… qualcosa che sembrava… davvero, non trovo le parole per descriverlo».
«Che cosa ha sentito?» chiesi con una certa impazienza.
«Ho sentito» disse il reverendo solennemente, «ho sentito Miss Mowbray (la signora coi capelli argentei) dire a Miss James (quella dallo scialle di lana) le seguenti, incredibili parole. Me le sono impresse subito nella memoria, e appena le circostanze me l’hanno permesso le ho annotate su un pezzo di carta. Dovrei averlo qui con me».
Si mise a frugare nella tasca interna del cappotto, tirando fuori taccuini, circolari e programmi di concerti del villaggio.
«Ho sentito Miss Mowbray dire a Miss James le seguenti parole: “Ora tocca a te, Bill”».
Dopo aver fatto la sua dichiarazione, mi fissò negli occhi per qualche secondo, con aria grave e risoluta, come fosse pienamente consapevole della situazione, senza alcun turbamento. Poi riprese a parlare, voltando la testa calva ancora di più verso il camino.
«Mi è parsa subito una cosa notevole, non riuscivo a capire. In primo luogo, mi sembrava davvero straordinario che un’anziana signorina si rivolgesse a un’altra anziana signorina chiamandola “Bill”. Come ho detto, forse la mia esperienza è limitata; forse nei circoli riservati alle zitelle ci sono usanze più strambe di quanto pensassi. Eppure mi sembrava strano, e potrei giurare – ma la prego di non fraintendere le mie parole – che in quel momento ero sicuro che quella frase, “Ora tocca a te, Bill”, non fosse stata affatto pronunciata col tono aristocratico che, come ho già detto, era caratteristico del modo di parlare di Miss Mowbray. Infatti, le parole “Ora tocca a te, Bill” sarebbero apparse inopportune, se pronunciate con quel tono.
«Quella frase, quindi, mi aveva molto colpito. Ma la mia sorpresa è stata ancora maggiore quando, guardandomi attorno sconcertato, col cappello e l’ombrello in mano, ho visto l’esile signora con lo scialle appoggiata alla porta da cui sarei dovuto uscire. Stava continuando a cucire, così ho immaginato che quella  posizione  eretta contro  la porta fosse solo  una
stravaganza da zitelle, e che la signorina avesse dimenticato la mia intenzione di andarmene.
«Le ho detto, in tono gioviale: “Mi dispiace molto disturbarla, Miss James, ma devo proprio andare. Devo… ” e lì mi sono interrotto, perché ciò che lei mi ha detto in risposta, seppur stranamente breve e pronunciato con noncuranza, era tale da rendere, credo, la mia interruzione più che scusabile. Ho annotato anche queste parole. Non avevo la più pallida idea di cosa significassero, così mi sono limitato a trascriverle. Mi ha detto…»
Mr Shorter sbirciò il foglietto.
«Mi ha detto: “Chiudi il becco, ciccione”, aggiungendo qualcosa che suonava come “fregato” o forse “beccato”. È stata l’ultima goccia, o ero impazzito io o era impazzito l’universo intero. La mia stimata amica e aiutante, Miss Brett, appoggiata alla mensola del caminetto, ha detto: “Ficca questo vecchio ciccione in un sacco, Sam, e legalo bene prima di spifferare tutto. Un giorno o l’altro sarete voi a farvi beccare, a forza di combinare ‘ste mascherate”.
«La testa mi girava. Forse, come avevo immaginato un attimo prima, queste signore nubili facevano davvero parte  di una pericolosa cricca segreta? Mi sono tornati alla mente vaghi ricordi della mia formazione classica (all’epoca ero un vero studioso, adesso, ahimè, sono un po’ arrugginito), la storia misteriosa della Bona Dea, quell’oscura loggia femminile. Ho pensato perfino ai sabba delle streghe… stordito e confuso com’ero, stavo addirittura cercando di ricordarmi un verso sulle ninfe di Diana, quando Miss Mowbray mi prese alle spalle. Appena ho sentito il suo braccio su di me, mi sono accorto subito che non era il braccio di una donna.
«Miss Brett – o colui che chiamavo Miss Brett – adesso era davanti a me con una grossa rivoltella in mano e un ghigno impressionante dipinto sul volto. Miss James era sempre ap- poggiata contro la porta, ma aveva cambiato completamente atteggiamento, adottandone uno così poco femminile da lasciare di stucco. Batteva i tacchi sul pavimento, teneva le mani in tasca e la cuffia di lato. Era un uomo. Voglio dire, era una don… cioè, invece di essere una donna era… insomma, era un uomo».
Mr Shorter si agitò terribilmente, dimenandosi tutto mentre si sforzava di mettere ordine in quella confusione di generi, nonché di tenere a posto la sua mantellina scozzese. Riprese a parlare in tono ancora più concitato: «Quanto a Miss Mowbray, lei… lui mi stringeva come in una morsa… il suo braccio attorno al suo collo… ehm, il mio collo… non potevo gridare. Miss Brett – anzi Mr Brett o Mr qualcosa, ma non certo Miss Brett – teneva la pistola puntata contro di me. Le altre due signorine… ehm, gli altri due signori stavano armeggiando con un sacco in fondo alla stanza. Ormai era tutto chiaro: erano criminali travestiti da donna, erano lì per rapirmi! Ra- pire il vicario di Chuntsey, nell’Essex. Ma per quale motivo? Per fare i sovversivi?
«A un certo punto il bruto appoggiato contro la porta ha urlato: “Datti una mossa, Harry. Spiega al vecchio come funziona il gioco e tagliamo la corda”. “Maledizione!” ha esclamato Miss Brett – voglio dire l’uomo con la rivoltella – “per- ché dobbiamo spiegargli il gioco?”.
«“Stammi a sentire” ha detto l’uomo sulla porta, che chiamavano Bill. “Un uomo che sa quello che fa è dieci volte meglio di uno che non lo sa, anche se è un vecchio parroco scemo”.
«“Bill ha ragione” ha detto con voce roca l’uomo che mi teneva stretto (e che era stato Miss Mowbray). “Tira fuori la foto, Harry”.
«L’uomo con la rivoltella è andato verso le altre due donne – voglio dire uomini – che stavano rovistando in una valigia. Ha chiesto qualcosa e loro gliel’hanno dato, poi è tornato verso di me e me l’ha fatto vedere. Rispetto alla sorpresa che ho provato in quel momento, tutte le sorprese precedenti di questa orribile giornata sono svanite di colpo.
«Era un mio ritratto. Il fatto che una simile fotografia fosse nelle mani di furfanti come quelli poteva sì sorprendere, ma non più di tanto. Quello che ho provato in quel momento non era semplice sorpresa. La somiglianza era estremamente credibile, ottenute grazie a tutti gli accessori dei moderni studi fotografici. Nella foto appoggiavo la testa al palmo della mano e dietro di me c’era un fondale boschivo dipinto. Palesemente non si trattava di un’istantanea, anzi era chiaro che io avessi posato. Ma la verità è che io non ho mai posato per una foto simile. È una fotografia che non ho mai fatto.
«Continuavo a fissarla. Mi sembrava alquanto ritoccata, e inoltre era incorniciata sotto vetro, e non si riusciva a distinguere bene i particolari. Ma non c’erano dubbi, quelli erano la mia faccia, i miei occhi, il mio naso, la mia bocca, la mia testa nel palmo della mano, ero io in posa nello studio di un fotografo. Ma io non ho mai posato per nessun fotografo.
«“Visto che bel miracolo?” ha detto l’uomo con la rivoltella, nel suo tono spiritoso così inopportuno. “Caro pastore, preparati a incontrare il Creatore”. E così dicendo estrasse la fotografia dalla cornice. Una volta tolto il vetro, ho visto che una parte dell’immagine era stata dipinta col bianco di zinco, per la precisione un paio di favoriti bianchi e il collarino da prete. Sotto c’era il ritratto di una vecchia signora con un semplice abito nero, che teneva la testa appoggiata alla mano, sullo sfondo boschivo. Io e l’anziana signora ci assomigliavamo come due gocce d’acqua. Era bastato aggiungere i favoriti e il collarino per farla diventare come me, tale e quale.
«“Divertente, vero?” ha detto l’uomo chiamato Harry, men- tre rimetteva a posto il vetro. “Una somiglianza davvero notevole, reverendo. Sta bene alla signora, sta bene a te. E devo dire che sta bene anche a noi, perché ci farà guadagnare un bel gruzzolo. Conosci il colonnello Hawker, no? Quello che è venuto a vivere da queste parti”. Io ho annuito.
«“Bene”, ha detto l’uomo chiamato Harry, indicando la foto, “quella è sua madre. Chi è che gli cambiava il pannolino? Proprio lei”, e puntava col dito quella figura che mi assomigliava perfettamente.
«“Di’ al vecchio che cosa deve fare e finiscila”, ha sbottato Bill dall’altro lato della stanza. “Tranquillo, reverendo Shorter, non ti faremo del male. Anzi, magari ti daremo anche qualco- sina per il disturbo, se vuoi. Quanto ai vestiti della vecchietta, non ti preoccupare, ti staranno benissimo”.
«“Proprio non ci sai fare con le spiegazioni, Bill” ha detto l’uomo alle mie spalle. “Mr Shorter, stia a sentire. Stasera dobbiamo andare da questo tizio, il colonnello Hawker. Forse quando ci vede ci abbraccerà tutti e ci offrirà il migliore champagne. O forse no. Forse sarà morto stecchito quando noi ce ne andremo. O forse no. Ma dobbiamo andare da lui a tutti i costi. Ora, come saprà anche lei, è un tipo che si barrica in casa e non apre mai la porta a nessuno; forse lei non sa perché, ma noi sì. L’unica che può entrare da lui è sua madre. E, dannazione, è una coincidenza davvero incredibile” disse, accentando l’ultima sillaba, “proprio una fortuna sfacciata che lei sia sua madre!”.
«“Quando ho visto quella foto” ha detto Bill, scuotendo la testa con l’aria di rimuginare qualcosa “quando l’ho vista ho detto subito: ‘Il vecchio Shorter’. Proprio così, ho detto: ‘Il vec- chio Shorter!’”.
«“Che cosa intendete fare, pazzi farabutti? – ansimavo. – Che cosa dovrei fare io?”.
«“È presto detto, sua vecchiezza”, ha detto l’uomo con la rivoltella, con aria da buontempone, “si deve mettere quei vestiti” e ha indicato una cuffia da donna e un mucchietto di abiti femminili buttati in un angolo.
«Non mi dilungherò, Mr Swinburne, sui dettagli di ciò che è seguito. Non avevo scelta. Non potevo lottare contro cinque uomini, per non parlare della rivoltella. Nel giro di cinque minuti, signore, il vicario di Chuntsey è stato travestito da vecchietta… o da madre di qualcun altro, se preferisce… ed è stato trascinato fuori da quella casa per commettere un crimine.
«Era già tardo pomeriggio, e la notte invernale stava scendendo rapida. Lungo una strada buia, nel vento che fischiava, ci siamo avviati verso la dimora solitaria del colonnello Hawker; eravamo forse il corteo più strampalato che abbia mai percorso quella o qualsiasi altra strada. A un qualunque osservatore esterno saremmo sembrate sei rispettabili e modeste vecchiette, coi nostri abiti scuri e le cuffie un po’ antiquate; in realtà eravamo cinque criminali incalliti e un povero reverendo.
«La farò breve. In testa avevo un turbinio di pensieri, mentre camminavo cercando un modo per scappare. Mettersi a gridare, dato che eravamo così lontani dalle case, sarebbe stato un atto suicida, perché quelle canaglie avrebbero potuto accoltellarmi o imbavagliarmi e gettarmi in un fosso. D’altra parte, tentare di fermare un estraneo e spiegargli la situazione era altrettanto impossibile, vista la follia della situazione stessa. E poi, ben prima che io fossi riuscito a convincere un postino o carrettiere di passaggio con la mia assurda storia, i miei compagni se la sarebbero certamente svignata, con ogni probabilità tirandosi dietro anche me, come una loro amica che aveva la sventura di essere pazza o di aver bevuto un bicchierino di troppo. Alla fine, però, ho avuto l’ispirazione; anche se era un pensiero terribile. Eravamo dunque a questo punto? Il vicario di Chuntsey doveva fingersi pazzo o ubriaco? Ebbene sì, era l’unica possibilità.
«Continuavo a camminare insieme agli altri lungo la strada deserta, cercando, per quanto potevo, di imitare e tenere il loro passo, rapido eppure simile a quello delle vecchiette, quando in lontananza ho visto un lampione e un poliziotto che vi stazionava sotto. Ormai avevo deciso. Ci avvicinavamo svelti e silenziosi. Ma non appena abbiamo raggiunto il poliziotto, io mi sono lanciato contro la cancellata urlando: “Urrà! Urrà! Viva la Bretagna! Tagliati i capelli! Oplà! Bum!”. Era una situazione a dir poco inedita per un uomo come me.
«L’agente ha puntato  subito  la sua lanterna verso di me,  o meglio verso l’arruffata e allegra vecchietta che fingevo di essere. “Ma insomma, nonnina!”, ha esordito, burbero.
«“Non aprire bocca o ti rovino” mi sibilava all’orecchio la voce roca di Sam. “Vedi di piantarla o ti faccio a fettine”. Era spaventoso sentire quelle parole provenire da vecchie e distinte zitelle, tutte imbacuccate.
«Ma io continuavo a gridare e a strepitare, ormai non potevo più tirarmi indietro. Cantavo a squarciagola certi volgari ritornelli che, mio malgrado, avevo sentito intonare dai giovani ai concerti del villaggio; barcollavo avanti e indietro come un birillo.
«“Se non riuscite a far stare zitta la vostra amica, signorine” ha detto il poliziotto “dovrò portarla via io. È ubriaca e molesta più che a sufficienza”.
«Allora ho raddoppiato i miei sforzi. Non ero certo preparato ad affrontare una cosa simile, ma penso di aver superato me stesso. Parole che non conoscevo o che non avevo mai sentito uscivano a valanga dalla mia bocca e io non facevo niente per frenarle.
«“Dopo facciamo i conti” mi sussurrava Bill “e vedrai che urlerai ancora più forte; strillerai ancora di più quando ti bruceremo i piedi”.
«Terrorizzato com’ero, cantavo a squarciagola allegri stornelli. Neanche nei peggiori incubi può esistere qualcosa di così orribile e raccapricciante come le facce di quei cinque uomini che spuntavano da sotto le cuffie; autentici demoni nei panni di amabili vecchiette di campagna. Non penso che all’inferno possa esistere qualcosa di più sconvolgente.
«Per un istante tremendo pensai che le affannose premure dei miei compagni e la rispettabilità dei nostri abiti avrebbero convinto il poliziotto a lasciarci passare. Ma l’agente esitava, per quanto possa esitare un agente di polizia. Io continuavo a barcollare, e a un tratto sono finito con la testa contro il suo petto, gridando – se non ricordo male: “Oh accidenti a te, Bill”. E in quel momento mi sono ricordato di essere il vicario di Chuntsey, nell’Essex.
«Quel gesto disperato è stato la mia salvezza. Il poliziotto mi teneva stretto per la collottola. “Tu adesso vieni con me”, ha detto, ma Bill si è fatto avanti con la sua perfetta imitazione della vocina da zitella.
«“Oh, sia gentile, agente, non si disturbi per la nostra po- vera amica. Adesso la portiamo a casa. Forse a volte beve un bicchierino di troppo, è vero, ma è una signora perbene… solo un po’ eccentrica”.
«“Ma mi ha colpito allo stomaco” ha detto l’agente. “È una delle sue stravaganze” ha replicato Sam, candidamente.
«“La prego, lasci che la portiamo a casa” ripeteva Bill, immedesimatosi di nuovo nel ruolo di Miss James.
«“Ha bisogno di qualcuno che la aiuti”. “Sicuro. – fa il poliziotto. – Me ne occuperò io”.
«“No, no” ha esclamato Bill ansioso, “ha bisogno delle sue amiche. Le serve una particolare medicina che abbiamo noi”.
«“È vero” si è affrettata a ribadire Miss Mowbray, “nessun’altra medicina le fa effetto, signor agente. Ha un disturbo raro”.
«“Io sto benissimo. Oppalè, oppalà!” ha replicato, con sua eterna vergogna, il vicario di Chuntsey.
«“Care signore, statemi a sentire” ha detto il poliziotto in tono severo. “Non mi piacciono le stravaganze della vostra amica, non mi piacciono le sue canzoni e nemmeno che mi si colpisca allo stomaco. E adesso che ci penso, non mi piacciono neanche le vostre facce, ne ho vista di gente conciata come voi che poi ne ha combinate di tutti i colori. Chi siete?”.
«“Non abbiamo con noi i biglietti da visita” ha replicato Miss Mowbray con incredibile sussiego. “E non vedo nemmeno perché dovremmo farci insultare da un piedipiatti qualsiasi che si diverte a essere sgarbato con le signore, quando invece sarebbe pagato per proteggerle. Se vuole approfittare della debolezza della nostra povera amica, legalmente ha il diritto di portarla via. Ma se crede di avere il diritto di offenderci, mi lasci dire che ha sbagliato persone”.
«La precisione e la dignità di questo discorso hanno spiazzato il poliziotto. Approfittando dell’occasione, i miei persecutori hanno rivolto verso di me i loro volti allucinati e poi si sono dileguati nelle tenebre. Quando l’agente, insospettito, ha puntato la lanterna verso di loro, ho capito in un attimo dai loro sguardi che l’unica cosa da fare ormai era darsela a gambe.
«In quel momento mi sono lentamente afflosciato sul marciapiede, cercando di riflettere. Finché quei farabutti erano con me non avevo osato abbandonare il ruolo dell’ubriacona, perché se avessi cominciato a parlare in maniera assennata e a spiegare tutta la faccenda, l’agente avrebbe potuto credere semplicemente che mi fossi ripreso e mi avrebbe affidato alle cure dei miei amici. Ora invece, volendo, avrei potuto rivelargli la verità.
«Devo confessare, però, che non lo feci. Le vie del signore sono infinite, e può capitare che un reverendo della Chiesa d’Inghilterra, lungo le strade tortuose del suo dovere, debba far finta di essere una vecchietta ubriaca; ma simili circostanze sono sufficientemente rare da apparire a molti, suppongo, del tutto improbabili. Si immagini se fosse girata voce che io fingevo di essere ubriaco, e si immagini se la gente non avesse creduto che era tutta una finzione! 
«Così barcollando, con l’agente che mi teneva ben stretto e quasi mi sollevava da terra, mi sono trascinato in silenzio per un centinaio di iarde. Evidentemente, l’agente pensava che io fossi troppo assonnato e confuso per provare a scappare, e ha cominciato a mollare un po’ la presa. Abbiamo svoltato una, due, tre, quattro volte, e lui continuava a trascinarmi con sé, lento, claudicante e refrattario com’ero. Alla quarta svolta, di colpo mi sono liberato dalla sua mano e sono sfrecciato via di corsa come un cavallo imbizzarrito. Lui non se l’aspettava, era di corporatura pesante ed era buio pesto. Io correvo, correvo a più non posso, e dopo cinque minuti mi sono reso conto di averlo seminato. Mezz’ora dopo mi trovavo in mezzo ai campi, sotto le sacre stelle lucenti; mi sono strappato via quel maledetto scialle e la cuffia e li ho sepolti sotto terra».

L’anziano reverendo aveva terminato la sua storia e appoggiò la testa allo schienale della poltrona. Tanto il contenuto quanto il suo modo di raccontare mi avevano, a poco a poco, colpito favorevolmente. Sì, era un vecchietto goffo e pedante, ma prima di tutto era un uomo di campagna e una persona perbene, che aveva dimostrato coraggio e anche una certa agilità nel momento della disperazione. Aveva raccontato la sua storia indulgendo in tante piccole e inutili formalità, ma anche con realismo assai convincente.
«E adesso?» accennai.
«Adesso…» disse Mr Shorter sporgendosi di nuovo in avanti, con una specie di servile energia, «adesso, Mr Swinburne, che ne sarà di quel pover’uomo, Mr Hawker? Non so che cosa intendessero fare quegli uomini, né se facessero sul serio. Ma di sicuro quell’uomo è in pericolo. Io non posso andare alla polizia, per ragioni che lei comprenderà. E, tra l’altro, non mi crederanno mai. Cosa dobbiamo fare, secondo lei?».
Estrassi l’orologio dal taschino. Era già mezzanotte e mezza.
«Il mio amico Basil Grant – dissi – è la persona migliore a cui rivolgersi. Dovevamo andare insieme a una cena stasera; ma a quest’ora dovrebbe essere già tornato. Ha qualcosa in contrario a prendere una carrozza?».
«Nient’affatto» replicò il pastore, alzandosi con decisione e raccogliendo l’assurda mantellina scozzese.
Qualche scossone di vettura ed eccoci ai piedi di quelle lugubri pile di appartamenti popolari in cui abitava Basil Grant; una ripida scala di legno ci portò all’ingresso della sua soffitta. Appena messo piede sulle assi sconnesse dell’inter- no, il bagliore dello sparato di Basil e la lucentezza del suo cappotto di pelliccia abbandonata su una panca mi saltarono subito agli occhi. Stava bevendo un bicchiere di vino prima di andare a letto. Avevo ragione, era appena tornato dalla cena.
Ascoltò la storia del reverendo Ellis Shorter con la mode- stia e il rispetto che non aveva mai mancato di mostrare nei confronti di un altro essere umano. Terminato il racconto, disse semplicemente: «Lei conosce, per caso, un certo capitano Fraser?».
Rimasi completamente spiazzato di fronte a questa frase, che faceva inspiegabilmente riferimento all’illustre collezionista di scimpanzé col quale avrei dovuto cenare quella sera stessa, e lanciai a Grant un’occhiata severa. Così facendo, non potei guardare la reazione di Mr Shorter. Lo sentii solo rispondere di no, con tono alquanto infastidito.
Basil, invece, sembrava trovare interessante la risposta e il contegno del pastore, tanto che continuò a tenere i suoi grandi occhi azzurri fissi su di lui, sempre più sgranati per lo stupore.
«È davvero sicuro, Mr Shorter – ripeté – di non conoscere il capitano Fraser?».
«Certo» rispose il vicario, e io rimasi perplesso al vederlo di nuovo così intimidito, per non dire demoralizzato, com’era giunto a casa mia ore prima.
Basil scattò in piedi.
«Ma allora mi sembra chiaro – disse – che lei è ancora in alto mare, Mr Shorter. La prima cosa da fare è andare tutti insieme dal capitano Fraser».
«E… quando?» balbettò il pastore.
«Adesso» rispose Basil, afferrando il cappotto di pelliccia. L’anziano reverendo balzò in piedi tutto tremante.
«Non credo proprio che sia necessario» disse.
Basil lasciò il cappotto, lo lanciò nuovamente sulla panca e si mise le mani in tasca. 
«Oh» disse con una certa enfasi. «Oh, lei non crede che sia necessario… in tal caso…» e aggiunse con grande chiarezza e decisione: «In tal caso, Mr Ellis Shorter, tutto quello che posso dire è che vorrei vederla senza i favoriti».
All’udire queste parole anch’io balzai in piedi, temendo che fosse giunto il momento del collasso finale. Per quanto fosse meravigliosa e avvincente la vita a stretto contatto con una mente come quella di Basil, avevo sempre avuto il sentore che fosse sempre sull’orlo della follia. La sua vita era sempre accompagnata da quella visione capace di penetrare l’essenza delle cose e, alla fin fine, di far perdere la ragione agli uomini. E io presagivo lo scoppio di questa sua pazzia come si presagisce la morte di un amico malato di cuore. Può accadere dovunque, in un campo, in una carrozza, di fronte a un tramonto, o fumando una sigaretta. Era accaduto ora. Proprio al momento di esprimere un giudizio che poteva salvare un’altra creatura, Basil Grant era definitivamente impazzito.
«I favoriti!», esclamò, facendosi avanti con occhi fiammeggianti. «Mi dia i suoi favoriti. E anche la calvizie».
L’anziano reverendo, naturalmente, indietreggiò di qualche passo. Io mi frapposi tra i due.
«Si sieda, Basil – lo implorai –, si sente un po’ frastornato.
Finisca di bere il suo vino».
«Favoriti!» ripeté con tono sempre più severo «favoriti!».
E così dicendo fece uno scatto verso l’anziano signore,  che tentò di sfuggire verso la porta ma venne fermato. Ed ecco che, prima che potessi rendermene conto, nella stanza silenziosa si scatenò un pandemonio. Le sedie volavano e si schiantavano sul pavimento, i tavoli venivano ribaltati con fragore di tuono, i paraventi furono distrutti, le stoviglie fatte a pezzi, e in tutto ciò Basil Grant continuava a correre dietro al reverendo Shorter, mugghiando.
In quel momento iniziai a percepire qualcosa di nuovo, che aggiunse un ultimo tocco balordo al mio sbigottimento: il reverendo Ellis Shorter, da Chuntsey, nell’Essex, non si stava affatto comportando come in precedenza, o come, considerata la sua età e la sua posizione, mi sarei aspettato che si comportasse. La sua agilità nel saltare, nello schivare i colpi e nel lottare sarebbe stata notevole in un ragazzo di diciassette anni; in quel barcollante vecchio pastore aveva qualcosa di farsesco o di favoloso. Inoltre, non sembrava così allibito come pensavo. Nei suoi occhi c’era quasi un lampo di divertimento, così come in quelli di Basil. Anzi, bisogna dire la verità, per quanto incomprensibile: stavano entrambi ridendo.
Alla fine, Shorter fu messo all’angolo.
«Andiamo, Mr Grant – ansimava –, lei non mi può fare niente. È tutto perfettamente legale. E non fa del male a nessuno. È solo una messinscena, un’opera della nostra complessa società».
«Io non la biasimo, vecchio mio» disse Basil con voce tranquilla. «Ma voglio i suoi favoriti. E la sua calvizie. Sono del capitano Fraser?».
«Che diavolo significa tutto questo?!» esclamai, quasi urlando. «In che razza di incubo siamo finiti? Perché mai la calvizie di Mr Shorter dovrebbe essere del capitano Fraser? Com’è pos- sibile? Che diavolo c’entra il capitano Fraser con questa storia? Qual è il problema? Ha cenato con lui, Basil».
«No – disse Grant – non è così».
«Non è andato alla cena da Mrs Thornton?» chiesi, sgranando gli occhi.
«Be’» rispose Basil con un lento e strano sorriso «il fatto è che sono stato trattenuto da un ospite. Si trova, in camera mia, in realtà».
«In camera tua?» ripetei; ma ormai la mia immaginazione aveva raggiunto il punto in cui, se avesse detto nella carbonaia o nella tasca del panciotto, sarebbe stato lo stesso.
Grant si diresse verso la porta della camera, la spalancò ed entrò. Poco dopo ne uscì di nuovo, insieme all’ultimo dei prodigi in carne e ossa di quell’assurda serata: con un’aria come se volesse scusarsi, spingeva davanti a sé, tenendolo per la collottola, un vecchio reverendo zoppicante, calvo, coi favoriti bianchi e una mantellina scozzese.
«Sedetevi, signori» disse Grant, battendo le mani con vigore. «Sedetevi tutti e prendete un bicchiere di vino. Come ha detto lei, questa cosa non fa del male a nessuno, e se solo il capitano Fraser mi avesse accennato qualcosa, forse gli avrei impedito di buttare via una discreta somma. Non che vi sarebbe dispiaciuto, dico bene?».
I due pastori gemelli, intenti a sorseggiare il loro Borgogna con la stessa smorfia compiaciuta, scoppiarono a ridere, e uno di loro, come se niente fosse, si staccò i favoriti dal viso per posarli sul tavolo.
«Basil – dissi – se mi vuole bene mi salvi, che cosa significa tutto questo?».
Lui rise di nuovo.
«È solo l’ultima trovata da aggiungere alla sua collezione di mestieri stravaganti, Cherubino. Questi due signori, alla cui salute ho ora il piacere di brindare, sono due “trattenitori di professione”».
«E che diavolo vuol dire?» chiesi.
«È davvero molto semplice, Mr Swinburne» cominciò colui che era stato il reverendo Ellis Shorter di Chuntsey, nell’Essex; e fu per me uno shock indescrivibile sentire come da quella figura solenne e ormai familiare non giungesse più la voce altrettanto solenne e familiare, ma il tono vivace e un po’ brusco di un giovane uomo di città. «Davvero, non è niente di speciale. Noi siamo pagati dai nostri clienti per trattenere in conversazione, con un innocuo pretesto qualsiasi, le persone che vogliono tenere fuori dai piedi per qualche ora. E il capitano Fraser…» e qui esitò, sorridendo.
Anche Basil sorrise. Poi intervenne: «Il fatto è che il capitano Fraser, che è uno dei miei migliori amici, ci voleva entrambi fuori dai piedi. Parte stasera per l’Africa Orientale, e la signora con cui dovevamo cenare è… ehm, colei che si potrebbe definire “l’amore della sua vita”. Voleva passare quel paio d’ore solo con lei, e così ha assoldato questi due reverendi per trattenerci a casa, in modo da avere campo libero».
«E ovviamente» disse l’ex Mr Shorter con tono di scusa nei miei confronti «dovendo trattenere un gentiluomo dall’andare a cena da una signora, dovevo inventarmi qualcosa di misterioso e intrigante, qualcosa di serio, che non fosse per nulla banale».
«Oh – dissi – se è così la assolvo dal peccato di banalità».
«Grazie, signore» disse l’uomo rispettosamente «le sarò sempre grato per ogni raccomandazione».
Intanto l’altro si levò svogliatamente la sua calvizie artificiale, rivelando una capigliatura rossastra, e attaccò a parlare con aria sognante, forse ispirato dal Borgogna di Basil.
«È incredibile quanto siamo richiesti, signori. Il nostro ufficio è pieno di lavoro dal mattino alla sera. Non ho dubbi che ci abbiate già incontrati in precedenza. Badate bene, quando uno scapolo si dilunga con voi raccontando noiose storie di caccia mentre state fremendo per conoscere una certa persona, state certi che viene dal nostro ufficio. Quando si presenta da voi una signora pia e attacca a parlare della parrocchia, proprio mentre dovete andare dai Robinson, potete stare altrettanto certi che c’è il nostro zampino. Oppure quello dei Robinson».
«Solo una cosa non mi è chiara – dissi. – Come mai siete tutti e due reverendi?».
Un’ombra passò sulla fronte dell’improvvisato vicario di Chuntsey, nell’Essex.
«Forse c’è stato un errore – disse – ma non è colpa nostra. È stata la munificenza del capitano Fraser. Ha preteso che usassimo tutti i nostri mezzi e le nostre doti, pagando la tariffa più alta, per trattenere voi due, gentili signori. Ora, la tariffa più alta della nostra agenzia è quella riservata a chi impersona reverendi e vicari, essendo i personaggi più rispettabili e più impegnativi. Ci pagano cinque ghinee a visita. La buona sorte ci aiutato a portare a termine il nostro lavoro, con grande soddisfazione dell’agenzia; e d’ora in poi saremo vicari per sempre. Prima siamo stati colonnelli per due anni, che è il secondo ruolo meglio pagato: costa quattro ghinee».

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Rugiada d'oro, di Tommaso Landolfi

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Dal 28 Maggio è in libreria, la raccolta di Tommaso Landolfi A caso, edito da Adelphi. Per gentile concessione dell'editore, vi proponiamo l'incipit di uno dei racconti contenuti nel libro.


Rugiada d'oro

« Il Profeta della Nuova Religione procedeva, seguito da una piccola turba di discepoli, lungo le rive d’un fiume... ».
« Perché lungo le rive d’un fiume?».
« Per tre motivi: perché dall’acqua viene la vita, perché in quel fiume Egli era stato battezzato, e insine perché è costume dei profeti procedere lungo le rive d’un fiume ».
« Almeno il primo motivo val poco, e in certo senso inficia gli altri: Egli avrebbe potuto altrettanto bene procedere lungo le rive d’un lago o del mare ».
« E infatti ben presto lo fece, ossia il fiume cesse... ».
« “Cesse”? ».
« Cesse: diavolo, o piuttosto mio Dio, lo sapete pure che parlando di certe cose una certa aulicità di linguaggio è di prammatica. Insomma il fiume cedette il luogo a un lago (del resto e per l’appunto chiamato volgarmente mare), del quale era emissario ».
« Uhm. Ma: “luogo” e “lago”, che cacofonia ».
« Oh, be’!... Dalle Sue labbra uscivano alte parole... ».
« Come, alte? non più di altre, se uscivano dalle sue labbra, cioè allo stesso livello ».
« E di “alte” e “altre” che pensare?».
« Va bene, proseguite ».
« Alte parole, ed alate ».
« “Alte, altre, alate”: che guazzabuglio. Tutte le parole, poi, volano; ovvero intendete precisamente che le sue non avevano peso?».
« Al contrario, erano pesantissime e sommamente significanti! ».
« Allora risolvete un po’ voi la contraddizione ».
« E voi siete un malnato spirito positivo. Alate, nel senso che si libravano tra terra e cielo. Eppoi se m’interrompete sempre, addio racconto ».
« Già, già; andate avanti come vi piace ».
« Uscivano alte ed alate parole, ripeto. Egli si diceva figlio di Dio... ».
« Ed era? ».
« Fate per corbellare?... E prometteva agli uomini un’era di pace e di libertà, una nuova franchigia, un nuovo ordine d’innocenza ».
« E mantenne poi la promessa? ».
«Questo non c’entra. Prometteva, dico, e procedeva intanto lungo le rive... ».
« Animo, su codesto procedere siamo già d’accordo ».
« Procedeva; e i discepoli avidamente suggevano... ».
« Le sue alate parole, naturalmente ».
« Naturalmente; e si accalcavano alle falde del Suo camice... ».
 

@2018 Adelphi Edizioni spa Milano
 

 

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Il ballo, di Pablo Simonetti

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«La prima volta che ho letto un suo racconto l’ho fatto per curiosità, e non ho potuto abbandonarlo fino alla fine. La tensione ti cattura in dall’inizio. Era da tempo che non leggevo racconti così ben narrati da uno scrittore cileno.» 

Roberto Bolaño


Il primo Marzo Lindau porta in libreria la raccolta Vite vulnerabili finora inedita in Italia dello scrittore Pablo Simonetti, uno degli scrittori cileni più autorevoli contemporanei. La traduzione è a cura di Francesco Verde.

Cattedrale ve ne da un'anteprima con uno dei racconti contenuti nella raccolta.

 

Il ballo


Era la vigilia di Capodanno. Io e Mariana eravamo stati invitati da alcuni amici a una festa nella loro casa al mare. Salutavamo Miguel, il nostro anfitrione, quando mi giunse alle orecchie una voce effeminata: «Miguelito, porto il pollo in tavola?». La voce sembrava mixata al sintetizzatore. Miguel non mostrò alcun fastidio per l’interruzione, né per il vezzeggiativo e lo sgradevole timbro di voce. Si fece di lato, e dietro la sua figura di pretore romano comparve un ometto alto quanto me, un metro e settanta o giù di lì, ma della metà del mio peso. Indossava una maglietta bianca, dalle cui maniche spuntavano due lunghe braccia rachitiche, e aveva un grembiule stretto in vita. «Cucho… Questi sono i nostri amici Esteban e Mariana». La voce professorale del padrone di casa contrastava tanto con quella del presunto domestico, che risultò non meno fastidiosa. L’informalità di quel loro scambio di battute mi mise a disagio, anche un po’ in imbarazzo, sebbene non ne capissi il perché. Mariana salutò con un cenno del capo. Io rimasi immobile. «Ciaooo…» salutò l’uomo in tono mellifluo, con lo sguardo rivolto al pavimento di cotto incerato ed entrambe le mani poggiate sul fianco destro. Aveva la pelle del viso molto avvizzita, a causa, suppongo, del sole e dell’aria salmastra; profonde rughe segnavano il contorno dei suoi occhi, neri come voragini. Il naso, affilato e aquilino, sembrava sul punto di gocciolare; la testa, calva e abbronzata, era costellata di lentiggini. «Allora, Miguel? Porto il pollo o no?» protestò l’ometto, torcendosi tutto come un bimbo capriccioso. La domanda suonò alquanto autoritaria, e posta con un tono di voce che mi parve eccessivamente alto per la circostanza: quasi gridando. Fu per questo, forse, che notai l’apparecchio acustico al suo orecchio sinistro. Senza rispondergli, Miguel si fece più vicino a noi e sussurrò: «Lavora per la mia famiglia da più di trent’anni». Da un gruppo di invitati uscì Inés, la padrona di casa. Onorava il suo innato buongusto con un sari viola e una coroncina di lustrini. Aveva gli splendidi capelli neri raccolti in una coda. Ci accolse con un sorriso smagliante e, prendendoci a braccetto, ci accompagnò in terrazza. La casa, illuminata da candelabri dal disegno orientale, profumava d’incenso; dal pergolato della terrazza pendevano strisce di stoffa rossa. Dopo averci lasciati con i nostri drink fra le mani, Inés chiamò il domestico con un gesto aggraziato. L’ometto la seguì tra la gente, camminando a passi corti e affrettati, come un fedele servitore cinese. All’esterno, il mormorio del mare fra gli scogli, ai piedi della casa, sovrastava il vocio degli invitati. Ci si fece incontro Tomasito, Tomás Urmeneta, nostro amico e membro di spicco della comunità balneare. Un corpulento, barbuto viveur. «Come vi sembra Cucho?» ci chiese a bruciapelo, con uno sguardo pieno di malizia. Senza attendere risposta, continuò: «È davvero un personaggio: nato a Puerto Saavedra e scampato al maremoto. Per uno come lui, finire a fare il custode di una casa vicina al mare è quasi uno scherzo del destino, non trovate?». Passammo a parlare d’altro, non ricordo di cosa. La mia mente rimaneva concentrata sulla strana figura del custode. Fu servita la cena, preparata proprio da Cucho, così mi dissero. Era un pollo tandoori, accompagnato con riso e frutta. Non ho una particolare predilezione per i piatti esotici, ma devo ammettere che quello era buonissimo. Il domestico girava in silenzio per la casa, pronto a soddisfare ogni necessità degli invitati, con insistenza quasi aggressiva. Non c’era piatto o bicchiere rimasto vuoto che sfuggisse al suo zelo. Constatarne l’abilità non mi rendeva meno incomprensibile, però, il fatto che un simile personaggio potesse lavorare in casa dei nostri amici. Più tardi, mentre fumavamo una sigaretta, Tomasito mi disse: «Visto come cucina lo stronzetto? È un fenomeno». Parlava con accento argentino: gli piaceva presentarsi come un uomo di mondo. «E sapessi la vita che fa. A volte me ne parla al telefono». Fece una pausa, tirò una boccata di fumo e si guardò intorno, per accertarsi che nessuno stesse ascoltando. A voce bassa, stavolta senza accento, aggiunse: «C’è un tipo che gli piace, ma quello lo tratta male. Non sai come ci soffre. Quando s’incontrano in paese, nemmeno lo saluta. Tira dritto, si ubriaca e poi se ne torna a casa. Il poverino è innamorato, ma il tipo non ne vuole sapere». Tomasito adorava raccontare storielle scabrose, ma quella mi turbò più di qualsiasi altra avessi mai ascoltata da lui. «Potresti scriverci su un articolo» commentò in tono ironico, quasi di sfida. «Sì, forse potrei» dissi. Sembrava compiaciuto del mio turbamento. Per un po’ non riuscii a pensare ad altro che al custode. Lo immaginai in un giorno d’inverno, chiuso nel suo capanno maleodorante, con i cani che avevo visto gironzolare intorno alla nostra auto, all’arrivo; seduto accanto alla finestra, aspettando con ansia e timore la visita del tipo. Provai a scacciare l’immagine dalla mia testa, senza riuscirci. Una musica si diffuse in tutta la casa, con ritmi prima orientaleggianti, poi decisamente più occidentali. La reazione dei presenti non si lasciò attendere. Subito, una ventina di invitati presero a ballare in terrazza. Era quasi mezzanotte. Io e Mariana scambiavamo cenni d’intesa con Miguel e Inés, che ballavano accanto a noi. Ebbi la sensazione di far parte di un gruppo di formiche eccitate attorno a una goccia di miele. Un’occhiata maliziosa di Tomasito, sommata a un certo tramestio alle mie spalle, mi fece capire che stava accadendo qualcosa di strano. Mi voltai e mi trovai davanti il custode. Ballava ancheggiando, a non più di un metro di distanza. Teneva lo sguardo basso, ma capii che il motivo di quel dimenarsi ero io. Mi girai verso Mariana e vidi sul suo volto un sorriso congelato, quasi una smorfia. Con gli occhi, cercai subito Miguel. Il mio sconcerto era palese e in qualche modo chiedevo aiuto. Miguel mi lanciò uno sguardo solidale. «Quando beve, gli viene da ballare» mi disse, divertito. «Non preoccuparti, è inoffensivo». Pensai che quello doveva essere lo stesso tono di voce che usava per tranquillizzare i suoi pazienti. «Evidentemente gli piaci» azzardò Inés, ridendo e facendo ondeggiare il suo sari. «Balla un po’ con lui. Lo renderai felice». «Sarà meglio che balli con me, invece» intervenne Mariana, afferrandomi per i fianchi. Continuai a ballare con lei, sebbene non riuscissi a non tener conto della presenza del domestico. Mariana fingeva di non accorgersene. Tutti i miei sensi erano concentrati su quanto avveniva un metro dietro di me. Il ballo del domestico aveva evidentemente catturato l’interesse degli invitati; e anch’io, di riflesso, avevo stuzzicato la loro curiosità. All’inizio pensai di protestare per la spiacevole situazione, ma la disinvolta cordialità dei padroni di casa mi frenò. Non riuscivo a spiegarmi perché Miguel non ordinasse al domestico di smettere di ballare e di tornarsene in cucina. In quel momento, una mano mi sfiorò la schiena. Mi girai di scatto, deciso ad affrontare il mio molestatore. Ebbi l’impulso irrefrenabile di colpirlo. Tuttavia, qualcosa nei suoi movimenti mi fece supporre che mi avesse toccato senza volerlo, o così volli credere. Accanto a me, Miguel osservava la scena, ridendo di gusto e applaudendo alle piroette del domestico. Incrociai lo sguardo del custode: innocente, timido, ansioso, ma con una luce di speranza ravvivata dall’alcol. Il suo modo di muoversi e di gesticolare aveva qualcosa di infantile, come quello di un bambino che invita un altro bambino a partecipare a un gioco che ha appena inventato. D’improvviso non seppi più se ciò che sentivo era rabbia o compassione. Me ne stavo lì, quasi immobile, ma nel segreto del mio cuore ballavo con lui. Ricordo di avere contato a voce alta gli ultimi dieci secondi dell’anno vecchio. Abbracciai Mariana e poi Cucho. Dovevo essermi emozionato, poiché mi ci volle un momento per riprendere fiato e dirgli, accostando le labbra al suo apparecchio acustico: «Buon anno, Cucho».

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Victorio Ferri racconta una storia, di Sergio Pitol

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Il 22 Febbraio 2018 gran vía porterà in libreria, tradotto da Stefania Marinoni La pantera e altri racconti, del messicano Sergio Pitol, uno dei grandi classici viventi e maestro indiscusso della letteratura latinoamericana.
Pubblichiamo uno dei racconti della raccolta, con un piccolo estratto dalla prefazione di Enrique Vila-Matas.

 

Dalla prefazione

Hai messo in moto la follia
di Enrique Vila-Matas

 

9 agosto

«Mi dica, come definirebbe lo stile del Pitol scrittore di racconti?» mi ha chiesto Raquel Garzón il giorno in cui mi ha telefonato a casa. Ho risposto con un’altra domanda: «Ha letto Notturno di Bukhara, uno dei racconti più belli e perfetti che siano mai stati scritti?» Le ho spiegato che, terminata la lettura di Notturno di Bukhara, sono rimasto per un bel po’ a chiedermi se fossi arrivato alla fine e questo mi ha spinto a rileggere il racconto più volte finché ho capito che quell’insieme di frammenti o dettagli di cui è composto aveva paradossalmente trasformato il racconto in una storia chiusa, completamente sigillata se non per un mistero che ho capito di non poter mai risolvere.
«Ci sono racconti in cui Pitol sembra raccontare tutto» mi ha fatto notare Raquel Garzón. «Racconta tutto e lascia un mistero da risolvere, che è un altro modo di raccontare tutto. Lo stile di Pitol consiste nel rifuggire da quelle persone orribili che sono piene di certezze. Il suo stile consiste nel distorcere ciò che vede. Il suo stile consiste nel viaggiare, perdere Paesi e in essi smarrire sempre una o due paia di occhiali, perderli tutti. Lo sa che Sergio perde sempre gli occhiali? Forse per questo Juan Villoro ha scritto che la narrazione di Pitol non vuole chiarire ma distorcere ciò che vede».
«Capisco, credo di capire. O chissà, forse non capisco niente».
«Magari non c’è niente da capire, solo questo motto che sembra accompagnare sempre il maestro: ‘Perdere gli occhiali e perdere i Paesi, perdere tutto. Non avere niente ed essere sempre uno straniero’».  «Cosa intende con distorcere?» ha domandato Raquel Garzón prima di riattaccare.
«Telefoni a Juan Villoro» ho risposto per rendere tutto ancora più ingarbugliato. Juan Villoro? Quando ha riattaccato ho pensato, o meglio mi sono ricordato, che Pitol lascia sempre i personaggi a briglia sciolta, liberi di crearsi un proprio mistero. Ho avuto la sensazione di essermi appena preso quella libertà.

 

Victorio Ferri racconta una storia

So che mi chiamo Victorio. So che mi credono pazzo (convinzione la cui insensatezza a volte mi fa infuriare, altre semplicemente mi diverte). So che sono diverso dagli altri, ma anche mio padre, mia sorella, mio cugino José e persino Jesusa sono diversi, e nessuno pensa che siano pazzi: cose peggiori si dicono di loro. So che non assomigliamo per nulla al resto della gente e che nemmeno tra noi esiste la minima somiglianza. Ho sentito dire che mio padre è il demonio e anche se finora non sono mai riuscito a scorgere un segno che lo identifichi come tale, la mia convinzione che sia chi davvero è risulta ormai inscalfibile. Sebbene in qualche occasione mi riempia di orgoglio, in genere non mi piace né mi intimorisce far parte della progenie del maligno. Quando un contadino si azzarda a parlare della mia famiglia, dice che casa nostra è l’inferno. Prima di sentire questa affermazione immaginavo che la dimora dei diavoli fosse diversa (pensavo, ovviamente, alle classiche fiamme), ma ho cambiato idea e ho dato credito a quelle parole quando dopo un arduo e doloroso meditare mi sono reso conto che nessuna casa di mia conoscenza è simile alla nostra. In quelle non abita il male, in questa sì. La perversità di mio padre è così vasta da sfiancarmi; vedo il piacere nei suoi occhi quando ordina la segregazione di qualche contadino nelle stanze in fondo alla casa. Mentre li fa picchiare e osserva il sangue sgorgare da quelle schiene lacerate mostra i denti in un’espressione di gioia. È l’unico nella fattoria che sa ridere così, ma io sto imparando. La mia risata sta diventando così tremenda che le donne nel sentirla si fanno il segno della croce. Quando la soddisfazione ci invade, mostriamo i denti ed emettiamo una sorta di nitrito compiaciuto. Nessun contadino, nemmeno in preda ai fumi dell’alcol, si azzarda a ridere come noi. La gioia, se ancora ricordano cosa sia, crea sui loro volti una smorfia che non osa trasformarsi in sorriso. La paura ha invaso le nostre proprietà. Mio padre ha proseguito il lavoro di suo padre e, quando a sua volta lui non ci sarà più, sarò io il signore della tenuta, e diventerò il diavolo: sarò la Frusta, il Fuoco e il Castigo. Obbligherò mio cugino José ad accettare il corrispondente della sua parte in denaro e, dato che preferisce la vita urbana, potrà andarsene in quella Città del Messico di cui tanto parla, che Dio solo sa se esiste o se la inventa per farci invidia; io rimarrò con le terre, le proprietà e gli uomini, con il fiume in cui mio padre ha affogato suo fratello Jacobo, e, per mia disgrazia, con questo cielo che ci sovrasta ogni giorno, con il suo colore cangiante, con nuvole che esistono solo un istante per poi trasformarsi in altre, che a loro volta saranno altre ancora. Cerco di alzare lo sguardo il meno possibile perché mi terrorizza sapere che le cose non sono sempre identiche, che mi sfuggono vertiginosamente davanti agli occhi. In compenso Carolina, per infastidirmi, nonostante il rispetto che mi deve in quanto fratello maggiore, passa lunghi momenti a contemplare il cielo e di sera, a cena, racconta, accompagnata da uno sguardo stupido che non raggiunge mai l’estasi, che al tramonto le nuvole avevano un color oro su sfondo lilla, o che al crepuscolo il colore dell’acqua soccombeva a quello del fuoco, o altre idiozie simili. Se c’è qualcuno davvero posseduto dalla demenza in casa nostra, quella è lei. Mio padre, compiacente, finge un’eccessiva attenzione e la invita a continuare, come se le stupidaggini che ascolta potessero avere minimamente senso per lui! Con me a cena non parla mai, ma sarei sciocco a offendermi visto che d’altra parte solo a me concede di godere della sua intimità ogni mattina, all’alba, quando io torno a casa e lui, con in mano una tazza di caffè che beve frettolosamente, si prepara a lanciarsi nei campi per ubriacarsi di sole e abbruttirsi con i lavori più duri. Perché il diavolo (sebbene non me ne spieghi il motivo) è assillato dalla necessità di dimenticare i propri crimini. Sono sicuro che se affogassi Caterina nel fiume non proverei il minimo rimorso. Forse un giorno, quando potrò liberarmi di queste lenzuola sporche che nessuno, da quando mi sono ammalato, è venuto a cambiare, lo farò. Allora potrò sentirmi nella pelle di mio padre, capire cosa si prova anche se, disgraziatamente, incomprensibilmente, tra noi ci sarà sempre una differenza: lui amava suo fratello più della palma che ha piantato davanti al portico e della cavalla alsaziana e della puledrina che questa ha partorito, mentre per me Carolina è solo un peso morto e una presenza nauseabonda. In questi giorni la malattia mi ha portato a squarciare più di un velo fino a oggi intatto. Nonostante dorma da sempre in questa stanza, posso dire che solo ora essa mi svela i suoi segreti. Non avevo mai notato, per esempio, che sono dieci le travi che corrono sul soffitto, né che sulla parete di fronte alla quale giaccio ci sono due grandi macchie di umidità, o che, e questa scoperta mi è intollerabile, sotto il pesante comò di mogano si annida una gran progenie di topi. Il desiderio di acchiapparli e sentire sulle labbra il battito della loro agonia mi attanaglia. Ma tale piacere mi è per il momento precluso. Non si creda che la molteplicità di queste scoperte fatte giorno dopo giorno mi consenta di sopportare la malattia, nient’affatto! La nostalgia, sempre più forte, delle scorribande notturne è costante. A volte mi chiedo se qualcuno mi stia sostituendo, se qualcuno di cui ignoro il nome usurpi le mie funzioni. Tale repentina inquietudine svanisce sul nascere, mi rallegra pensare che nessun altro nella fattoria potrebbe soddisfare i requisiti che un compito tanto delicato e laborioso richiede. Solo io che sono conosciuto dai cani, dai cavalli, dagli animali domestici posso avvicinarmi alle baracche e ascoltare ciò che mormora la servitù senza suscitare il latrato, il canto o il nitrito con cui quegli animali denuncerebbero chiunque altro. Il mio primo servizio lo feci senza rendermene conto. Scoprii che dietro la casa di Lupe c’era la tana di un topo. Steso a terra, assorto nella contemplazione del buco, trascorsi varie ore in attesa che l’animaletto apparisse. Mi toccò vedere, mio malgrado, il sole scendere un’altra volta e al suo sparire fui vinto da un profondo torpore contro il quale ogni resistenza fu vana. Quando mi svegliai, era calata la notte. Dentro la baracca si udiva il tenue mormorio di voci svelte e furtive. Appoggiai l’orecchio contro una fessura e fu allora che per la prima volta mi resi conto delle dicerie che circolavano sulla mia famiglia. Quando riportai la conversazione, il mio servizio fu premiato. Ebbi l’impressione che mio padre si sentisse lusingato nello scoprire che io, contro ogni aspettativa, potevo rivelarmi utile. Ne fui felice perché da quel momento acquisii una superiorità innegabile su Carolina. Sono passati già tre anni da quando mio padre ordinò il castigo di Lupe per maldicenze. Il tempo mi sta rendendo un uomo e, grazie al mio lavoro, ho accumulato capacità che sebbene innate non cessano di sembrarmi prodigiose: ho imparato a vedere nella notte più fitta, il mio udito è diventato fine come quello di una nutria, cammino così silenziosamente, così, potremmo dire, alatamente da far invidia a uno scoiattolo, posso stendermi sui tetti delle capanne e rimanerci per molto tempo finché non ascolto le frasi che più tardi la mia bocca ripeterà. Ho imparato a fiutare ciò di cui parleranno. Posso dire, con superbia, che le mie notti raramente si rivelano inutili perché dai loro sguardi, dal modo in cui la bocca si contrae, da un certo fremito dei muscoli, dall’odore emanato dai loro corpi, riconosco coloro che, spinti da un’ultima vergogna o da un residuo di dignità, di rancore, di sconforto, la notte si abbandoneranno a confidenze, confessioni, mormorii. In questi tre anni sono riuscito a non farmi mai scoprire, lasciando attribuire a poteri satanici la capacità di mio padre di conoscere le loro parole e punirle nel modo dovuto. Nella loro ingenuità credono che sia una delle facoltà del demonio. Io me la rido. La mia convinzione che lui sia il diavolo ha ragioni ben più profonde. Talvolta, solo per divertimento, spio la baracca di Jesusa. Ho potuto contemplare il suo corpicino sodo che s’intreccia alla vecchiaia di mio padre. L’impudicizia delle loro contorsioni mi frastorna. Mi dico, nel mio profondo intimo, che la tenerezza di Jesusa dovrebbe essere rivolta a me, che sono suo coetaneo, e non al maligno, che da tempo ha passato i settanta. Il dottore è venuto più volte. Mi esamina con presuntuosa preoccupazione. Si rivolge a mio padre e con voce grave e misericordiosa sentenzia che non c’è speranza, che non vale la pena di tentare una cura e che bisogna solo aspettare con pazienza l’arrivo della morte. In quei momenti osservo il verde negli occhi di mio padre diventare più chiaro. Uno sguardo di esultanza (di scherno) compare in essi e a quel punto non riesco a trattenere una fragorosa risata che fa impallidire il medico di incomprensione e paura. Quando infine se ne va, anche il sinistro scoppia a ridere, mi dà una pacca sulla spalla e sogghigniamo insieme fino alle lacrime. Si sa che tra le molte sventure che possono colpire un uomo, le peggiori provengono dalla solitudine. Sento che questa cerca di abbattermi, distruggermi, insinuarsi nei miei pensieri. Fino a un mese fa ero completamente felice. Le mattine le dedicavo al sonno, di pomeriggio scorrazzavo nei campi, andavo al fiume o mi sdraiavo bocconi sull’erba, aspettando il passare delle ore. Di notte ascoltavo. Pensare mi era doloroso ed evitavo di farlo. Ora frequente sono preda di incertezze e ciò mi terrorizza. E questo sebbene sappia che non morirò, che il medico sbaglia, che nel Refugio c’è sempre bisogno di un uomo, perché quando il padre muore il figlio deve prendere il comando: è sempre stato così e le cose non possono andare in modo diverso (per questo io e mio padre, quando si afferma il contrario, scoppiamo a ridere). Ma quando solo, triste, al termine di un lungo giorno comincio a pensare, i dubbi mi attanagliano. Ho constatato che niente accade fatalmente in un unico modo. Nella ripetizione dei fatti più banali si producono varianti, eccezioni, sfumature. Perché, dunque, la tenuta non potrebbe rimanere senza il figlio che sostituisce il padrone? Un’inquietudine maggiore si è impressa nella mia mente negli ultimi giorni, l’idea che forse mio padre creda che morirò e che la sua risata non sia, come supposto, di scherno verso il dottore bensì di esultanza al pensiero della mia scomparsa, di gioia per potersi finalmente liberare della mia voce e della mia presenza. È possibile che chi mi odia lo abbia convinto che io sia pazzo… Nella cappella che i Ferri possiedono nella chiesa parrocchiale di San Rafael c’è una piccola lapide dove si legge: Victorio Ferri morto bambino il padre e la sorella lo ricordano con affetto.

Città del Messico, 1957

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Il martire, un racconto di Katherine Anne Porter

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Bompiani riunisce l'opera degli scritti brevi di Katherine Anne Porter, vincitrice nel 1966 del National Book Award e Premio Pulitzer, con il libro Lo specchio incrinato.
Pubblichiamo uno dei racconti della raccolta per gentile concessione dell'editore.

 

Il martire
tradotto da Giovanna Granato

Rubén, il più illustre pittore messicano, era pazzo d’amore per la sua modella Isabel che, da parte sua, aveva un legame romantico con un artista rivale il cui nome poco importa. Isabel chiamava Rubén il suo piccolo “Churro”, che è una specie di dolcetto, oltre a essere un nome molto diffuso tra i cagnolini messicani. Rubén lo trovava un nome delizioso e diceva a chi andava a trovarlo in studio: “E adesso mi chiama ‘Churro’! Ah! Ah!” Quando rideva gli ballava il panciotto perché stava ingrassando. Allora Isabel, che era alta e magra, con le dita lunghe e affusolate, ficcava le mani dentro un mazzo di fiori che Rubén le aveva regalato e spargeva tutti i petali, oppure urlava: “Sì, come no!” in tono di scherno, e gli sporcava di pittura la punta del naso. L’avevano anche vista tirargli i capelli e le orecchie senza pietà. Quando le persone per bene che si recavano in pellegrinaggio percorrevano la stradina di acciottolato, attraversavano il patio facendo attenzione alle pozzanghere e arrancavano su per le scale traballanti per dare uno sguardo a quel personaggio così grande eppure così alla mano, lei gridava: “Ecco che arrivano le belle pecorelle!” E si godeva il loro sguardo meravigliato di fronte a tanta audacia. Si annoiava spesso, perché certe volte passava tutto il santo giorno in piedi a farsi e disfarsi le trecce mentre Rubén la ritraeva, e dimenticavano di mangiare fino alle ore beate; ma non sapeva dove altro andare finché il suo amante, il rivale di Rubén, non avesse venduto un quadro, perché a detta di tutti Rubén avrebbe sparato a vista all’uomo che avesse tentato di rubargli Isabel. Perciò Isabel restava, e Rubén le fece ben diciotto disegni per il suo murale, e Isabel ogni tanto cucinava per lui, litigava con lui e tirava fuori la lunga lingua rossa davanti ai visitatori che non le andavano a genio. Rubén l’adorava. Stava giusto cominciando il diciannovesimo disegno di Isabel quando il suo rivale vendette un quadro enorme a un riccone a cui l’arredatore aveva suggerito di appendere un pannello verde e arancio su una certa parete della nuova casa. Per una felice coincidenza, il suddetto quadro era guarda caso proprio verde e arancio. Il riccone lo pagò una fortuna ma, spiegò, ne fu ben contento perché tappezzare quello spazio gli sarebbe costato sei volte tanto. Fu contento anche il rivale, anche se si astenne dallo spiegare il perché. Il giorno dopo lui e Isabel andarono in Costa Rica, e per quanto ci riguarda la loro storia finisce qui. Rubén lesse il biglietto d’addio:

Povero il mio vecchio Churro! Peccato che la tua vita è così noiosa e io non riesco più a viverla. Me ne vado con uno che non mi permetterà mai di cucinare per lui e che invece farà un murale dove io comparirò cinquanta volte anziché soltanto venti. Avrò anche le ciabattine rosse e una vita allegra per la gioia del mio cuore.

La tua vecchia amica, Isabel

Quando Rubén lesse quelle parole si sentì come uno che annega. Gli mancò il respiro e agitò a lungo le braccia. Poi scolò una grossa bottiglia di tequila, senza limone né sale a stemperarla, si stese in terra con la testa dentro una tavolozza di colori appena mischiati e sbottò in un pianto dirotto. Ne uscì completamente cambiato. Apriva la bocca solo per parlare di Isabel, del suo viso angelico, dei suoi modi simpatici e dei suoi scherzetti: “Mi prendeva a calci negli stinchi coprendomi di lividi,” diceva in tono affettuoso, e gli occhi si riempivano di lacrime. Sbocconcellava di continuo dolcetti croccanti attinti da una busta vicino al cavalletto. “Capito?” diceva, sollevandone uno prima di prenderne a sazietà, “mi chiamava ‘Churro’ come questo!” Gli amici furono tutti contenti di veder sparire Isabel e dissero fra loro che era stato fortunato a perdere quella diavolessa pelle e ossa. Decisero di aiutarlo a dimenticare. Ma non c’era verso di distrarlo. “Un’altra così non esiste,” diceva, scuotendo caparbiamente la testa. “Andandosene si è portata via la mia vita. Non ho nemmeno l’animo di vendicarmi.” Poi aggiungeva: “Ve lo dico io, quel povero angioletto della mia Isabel è un’assassina perché mi ha spezzato il cuore.” Ogni tanto si aggirava nervosamente per lo studio, calciando con le pantofole di feltro l’accozzaglia di disegni impilati a raccogliere polvere, oppure macinava per qualche minuto i colori, dicendo con voce afflitta: “Prima tutto questo me lo faceva lei. Quant’era buona!” Ma poi tornava sempre alla finestra, a mangiare dolci, frutta e torte di mandorle. Quando gli amici lo portavano fuori a cena, lui se ne stava in silenzio a mangiare piatti enormi di qualsiasi cosa, innaffiandoli con il vino dolce. Poi attaccava a piangere, e parlava di Isabel. Gli amici concordarono che stava rimbecillendo. Isabel era andata via da quasi sei mesi e Rubén si rifiutava anche solo di toccare la sua diciannovesima figura, figuriamoci poi di cominciare la ventesima, e il murale non andava a parare da nessuna parte. “Sta’ a sentire, mio caro amico,” disse Ramón, che faceva caricature e teste di belle ragazze per le riviste, “perfino io, che non sono un grande artista, so che le donne sono capaci di rovinare il lavoro di un uomo. Ti dirò, quando Trinidad mi ha lasciato, per una settimana sono stato uno straccio. Niente aveva sapore, non distinguevo un colore dall’altro, ero letteralmente insensibile. Quella sgualdrinella svergognata per poco non mi rovinava. Ma tu, amigo, tirati su, e finisci il tuo meraviglioso murale per il mondo, per il futuro, e ricordati di Isabel solo quando ringrazi Dio che se n’è andata.” Rubén scuoteva la testa spiattellato sul divano a sgranocchiare mandorle dolci, e piagnucolava. “Questo dolore al cuore mi ucciderà. Non esiste un’altra come lei.” I colletti cominciarono tutt’a un tratto a non volerne più sapere di allacciarsi sotto il mento. Allargò la cintura di tre buchi e spiegò: “Sto immobile. Non riesco più a muovermi. La mia energia si è trasformata in dolore.” Gli strati di grasso gli si accumulavano insidiosamente addosso, si gonfiò tanto da non riuscire più a riconoscersi. Ramón, mostrando la sua nuova caricatura di Rubén agli amici, dichiarò: “Giuro che avrei potuto disegnarlo col compasso. I bottoni della camicia gli scoppiano. È veramente in pericolo.” Ma Rubén se ne stava solo soletto a mangiare imbronciato e a piangere su Isabel dopo la terza bottiglia di vino dolce della serata. Gli amici ne discussero a lungo, giungendo alla conclusione che ormai c’erano davvero poche speranze; era tempo che qualcuno gli dicesse la vera causa del suo male. Ma tutti volevano delegare il compito agli altri. E si scoprì che non uno nel gruppo né, forse, in tutto il Messico, era così indelicato da assumersi quel compito. Decisero di appioppare la responsabilità a un medico universitario. La mente di una persona siffatta avrebbe unito una sensibilità sufficientemente raffinata al massimo grado di conoscenze tecniche. Era quella la cosa diplomatica, giudiziosa e sofistica da fare. La fecero. Il medico trovò Rubén seduto davanti al cavalletto, di fronte alla diciannovesima figura incompleta di Isabel. Piangeva e, tra un singhiozzo e l’altro, ingollava formaggio morbido di Toluca con il mango speziato a cucchiaiate. Debordava dallo sgabello da pittore, come un cumulo di impasto per il pane. Al medico raccontò per prima cosa di Isabel. “Le giuro sul mio onore, amico mio, che nemmeno io ho saputo catturare sulla tela la linea della bellezza della sua coscia e dell’incavo del piede. Per non dire che era un angelo di bontà.” Poi disse che quel dolore al cuore l’avrebbe portato alla tomba. Il medico rimase profondamente turbato. Lo consolò a lungo senza trovare il coraggio di prescrivere cure materiali a uno di così squisita sensibilità. “Ho soltanto rimedi grossolani e volgari,” e con gesto aggraziato parve offrirglieli tra il pollice e l’indice, “ma sono l’unico contributo che il mondo della carne sia in grado di offrire per guarire lo spirito ferito.” Li sciorinò uno a uno. Si distribuirono in una fila ordinata ma poco convincente: dieta, aria fresca, lunghe passeggiate, frequente ginnastica pesante, preferibilmente alla sbarra, docce ghiacciate, quasi niente vino. Rubén parve non sentirlo. Il suo mormorio continuo e immemore fluiva caldo tra le frasi solennemente arrotondate del medico. “I dolori sono quasi insopportabili la notte, quando sono solo a letto a fissare il cielo deserto dalla mia stretta finestra, e penso: ‘Presto la mia tomba sarà più stretta di quella finestra, e più buia di quel firmamento,’ e mi si stringe il cuore. Ah, Isabelita, mia carnefice!” Il medico uscì rispettosamente in punta di piedi lasciandolo lì a mangiare formaggio e fissare con gli occhi pieni di lacrime la diciannovesima figura di Isabel. Gli amici cominciarono ad averne le tasche piene e lo lasciarono sempre più da solo. Per varie settimane nessuno lo vide a parte il proprietario di un piccolo bar che si chiamava Le scimmiette, dove Rubén portava sempre a cena Isabel e dove adesso andava a mangiare da solo. Lì una sera di punto in bianco Rubén si strinse il cuore con violenza, si alzò dalla sedia e rovesciò il piatto di tamales con salsa al pepe che stava mangiando. Il proprietario corse da lui. Rubén disse qualcosa in un frettoloso sussurro, fece un gesto molto d’effetto portandosi un braccio sopra la testa e, per dirla nel modo più gentile possibile, morì. Il giorno dopo gli amici accorsero a trovare il proprietario, che fornì una versione fortemente istrionica dell’increscioso episodio. Ramón stava giusto raccogliendo il materiale per una biografia intima del pittore più eminente del suo paese, da illustrare con un gran numero delle caricature disegnate di suo pugno. La dedica ce l’aveva già: “Al suo amico e maestro, genio ispirato e incomparabile dell’arte sul continente americano.” “Ma che cosa le ha detto,” insistette Ramón, “alla fine di quel meraviglioso momento? È della massima importanza. Sono le ultime parole di un grande artista, dovrebbero essere molto eloquenti. Le ripeta con precisione, mio caro amico! Aggiungeranno splendore alla sua biografia, anzi, alla storia dell’arte tutta, se sono eloquenti.” Il proprietario annuì con l’aria di chi ha mangiato la foglia. “Lo so, lo so. Be’, forse non mi crederete se vi dico che le sue ultime parole sono state un messaggio veramente sublime a voi, suoi buoni e fedeli amici, e al mondo. Ha detto, signori miei: ‘Di’ loro che sono un martire dell’amore. Perisco per una causa degna del mio sacrificio. Muoio perché mi si è spezzato il cuore!’ e poi ha detto: ‘Isabelita, mia carnefice!’ Tutto qui, signori miei,” concluse il proprietario con semplicità e reverenza. Chinò il capo. Chinarono tutti il capo.  “Davvero magnifico,” disse Ramón, dopo un congruo intervallo di silenzio addolorato. “La ringrazio. È un epitaffio superbo. Le sono molto grato.” “Aveva anche una vera adorazione per i miei tamales con salsa al pepe,” aggiunse il proprietario in tono modesto. “Sono stati l’ultimo piacere che si è concesso.” “Saranno opportunamente menzionati, non tema, mio buon amico,” disse Ramón piangendo, la voce che si sgretolava sinceramente commossa, “e anche il nome del suo bar. Diventerà un tempio per gli artisti quando si verrà a sapere. Si fidi, provvederò io a serbare per il futuro ogni minimo dettaglio della vita e del carattere di questo grande genio. Ogni episodio ha un suo interesse sacro, un interesse prezioso e singolare. Sì, davvero, menzionerò i tamales.”

© 2018 Giunti Editore S.p.A.

 

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Segatura, di Chris Offutt

In libreria la raccolta Nelle terre di nessuno di Chris Offutt, pubblicata da Minimum Fax. Uno tra gli esordi più fulminanti degli ultimi decenni, che aggiunge alla grande tradizione del racconto americano un nuovo, potente capitolo. La traduzione è di Roberto Serrai.
Cattedrale pubblica il primo racconto della raccolta, ringraziando l'editore per la gentile concessione. 

 

Segatura

Sulla collina nessuno ha finito le superiori. Da queste parti ti giudicano da come ti comporti, non da quanto ti credono intelligente. Io non vado a caccia, non vado a pesca e nemmeno lavoro. I vicini dicono che penso troppo. Dicono che sono come mio padre, e Mamma ha paura che abbiano ragione. Quand’ero piccolo avevamo un cane da procione che si era incartato con una puzzola e poi era stato così sfacciato da infilarsi sotto la veranda. Stava lì al buio, uggiolava e non voleva uscire. Papà gli sparò. Questo non lo fece puzzare di meno, ma Papà si sentì meglio. Disse a Mamma che se non sapeva distinguere un procione da una puzzola meritava di essere ucciso. «Però l’hai lasciato sotto la veranda», disse Mamma. «Lo so», disse Papà. «Anch’io gli volevo bene a Tater. Non ce la faccio mica a sotterrarlo». Guardò me e mio fratello. «Non pensarci nemmeno a mandare i ragazzi sotto la veranda», esclamò Mamma. «Il cane è tuo e lo tiri fuori tu».
Sparì dietro la casa, turandosi il naso. Papà ci guardò di nuovo. «Voi sentite qualcosa?» Avevo le lacrime agli occhi, ma feci di no con la testa. «Io li odio gli animali morti», disse Warren. «Anche le mogli te le raccomando», disse Papà, e mi passò il fucile. «Prendi, Junior. Mettilo a posto e portami la canna col mulinello». Corsi in casa a prenderla. Quando tornai fuori Papà si era messo in ginocchio e puntava la torcia sotto la veranda. In fondo, in un angolo, c’era il vecchio Tater, morto stecchito. «Tocca lanciare alla cieca», disse Papà. «Magari mi diverto pure». Allargò le gambe, fece scattare il polso, mandò la lenza sotto la veranda e la recuperò. Aveva agganciato un vecchio straccio. Lanciò di nuovo e stavolta agganciò Tater, ma quando recuperò era rimasto solo un ciuffo di peli. Al terzo lancio gli si impigliò la lenza. Diede un bello strattone e la spezzò. La canna partì come una frusta e prese Warren in faccia. Quando lo sentì gridare Mamma arrivò di corsa. «E ora che hai fatto?», disse. «Ho spezzato la lenza», disse Papà. «Reggeva fino a quattro chili. E c’era pure un bel piombo». «Perché non fai un buco nel pavimento, come quando peschi sul ghiaccio?» «Non trovo più la sega». «E meno male, perché sennò l’avresti fatto davvero!» Prese Warren, salì i gradini di legno grigio e lo trascinò in casa. Papà si ruppe la canna da pesca sul ginocchio. «Era meglio che non li facevo, i figli», disse, e gettò i pezzi della canna nel campo. Una ghiandaia si alzò in volo strillando. Papà mi prese per le spalle e si chinò a guardarmi in faccia.
«Io volevo fare il veterinario e curare i cavalli», disse. «La sai una cosa, però?» Scossi la testa. Lui strinse più forte. «Dopo le elementari ho smesso di andare a scuola perché non avevo niente da mettermi. Come tutti i miei parenti. Tutti fino all’ultimo». Mi lasciò andare e guardai la sua schiena curva che spariva tra gli alberi. Le grandi foglie dei pioppi gli si chiusero dietro con un fruscio. Qualche anno dopo Papà diede via il fucile e cominciò ad andare in chiesa. Regalò a Warren un cucciolo che cadde dalla veranda e si ruppe una zampa. Papà pianse tutto il giorno. Mi faceva paura, Mamma però disse che se piangeva era segno che la testa aveva ricominciato a funzionargli, e che dovevo essere orgoglioso. La domenica, in chiesa, Papà salì in piedi sulla panca durante la messa. Pensai che il Signore l’avesse toccato e che si sarebbe messo a parlare in un’altra lingua. Il pastore interruppe il suo sermone. Papà si guardò intorno e giurò su Dio che avrebbe guarito la zampa rotta del cucciolo o sarebbe morto nel tentativo. Mamma lo fece rimettere a sedere e gli disse di chiudere la bocca. Mi fece di nuovo paura. Dopo la messa Papà portò il cucciolo sul crinale, vicino a un albero di noce, e cercò tutto il giorno di sistemargli la zampa. Ce l’aveva ancora con Dio, quando Mamma ci mandò a letto. Il mattino dopo lo trovò lei. Si era sfilato la cinta e si era impiccato. Per terra, ai suoi piedi, c’era il cucciolo con tutte e quattro le zampe rotte. Era ancora vivo.

Io e Warren smettemmo di andare a scuola. Lui trovò un lavoro e cominciò a mettere da parte i soldi. Io andavo nel bosco a raccogliere funghi, ginseng e radici d’ogni genere. M’infilavo dappertutto, roba che nemmeno un coniglio. Lo scorso autunno Warren ha portato una roulotte in una valletta e ci è andato a vivere. Ha detto che se c’era una cosa che sapevo fare era occuparmi di Mamma. Due volte alla settimana andavo all’ufficio postale di Clay Creek, ai piedi della collina. Avevamo solo quello e la chiesa, l’uno accanto all’altra, tra il torrente e la strada. Quasi tutti li bazzicavano entrambi, io e Mamma ce li eravamo divisi. A me arrivava più posta, lei andava in chiesa anche per me, e per tutto il resto della contea. Ero abbonato a un sacco di riviste e leggevo tutto due volte, anche la posta dei lettori e i consigli per le casalinghe. A un certo punto non sono più arrivate perché non pagavo mai. A volte andavo all’ufficio presto e mi mettevo a guardare le fotografie dei delinquenti ricercati dal governo. Ce n’erano sessanta spillate insieme come il calendario di un negozio di mangimi, ed erano tutte facce di gente qualsiasi. Sotto c’era scritto l’elenco dei reati commessi dal tizio, se aveva delle cicatrici e se era bianco o nero. Mi sembrava strano mettere la fotografia di un uomo e poi scrivere di che colore aveva la pelle. Da queste parti ce l’abbiamo quasi tutti marrone. Io non avrei problemi a parlare con qualcuno che ce l’ha di un altro colore, ma quelli non vengono mai da queste parti. Qua non ci viene mai nessuno, casomai se ne vanno via. Un pomeriggio vidi un cartello all’ufficio postale su una cosa che si chiama ged. Chiunque poteva fare questo test in un centro in città gestito da volontari, e mi venne da pensare a quello che diceva Papà sullo smettere di andare a scuola. Lui aveva letto solo la King James e almeno un centinaio di carte geografiche. Le collezionava come tanta gente prende i cani: grandi e piccole, quelle che gli piacevano e quelle che teneva tanto per tenerle. Lo guardavo studiarle, seduto su un ceppo, anche col buio pesto. Voleva sapere dov’era il paese di Nod e quali erano i suoi abitanti. Il pastore gli aveva detto che era andato distrutto nel diluvio universale. Papà non era convinto. «Se è un posto, da qualche parte sarà», diceva sempre. Il ged mi tenne sulle spine per tre giorni, trascorsi passeggiando nel bosco. Stavo quasi per mettere un piede su un serpente corridore che prendeva il sole su un sasso. Ci guardammo per un po’, lui che tirava fuori la sua piccola lingua biforcuta, e io che non riuscivo a pensare ad altro che al test. Quasi tutti quando vedono un serpente scappano senza nemmeno chiedersi se è velenoso o anche solo se è vivo. Col ged era la stessa cosa. Se non lo passavo non succedeva niente, se lo passavo tutti sulla collina avrebbero saputo che non ero come credevano loro. Magari avrebbero cambiato idea anche su Papà. La mattina dopo feci l’autostop fino a Rocksalt e mi fermai sul marciapiede. La gente mi guardava dalle macchine. Avevo la mano sulla maniglia e grondavo di sudore. Aprii la porta. L’aria era fresca e le pareti bianche. Dietro una scrivania di metallo c’era una signora che si dipingeva le unghie di rosa. Mi guardò, poi tornò a concentrarsi sulle unghie. «Il barbiere è qui accanto», disse. «Non devo tagliarmi i capelli, signora. Magari ne ho bisogno, ma non è che sono venuto in città per questo». «Non è che», disse, come se volesse prendermi in giro. Parlava in fretta e si mangiava le parole. Chissà cosa l’aveva portata sulle colline. Eravamo messi proprio male, se la gente di città veniva a cercare lavoro qui. «Voglio fare il ged», dissi. «Chi ti ha mandato?»
«Nessuno». Mi guardò a lungo con gli occhi sgranati. Agitava la mano come per scacciare le mosche e quando lo smalto fu asciutto aprì un cassetto e mi diede un libro. Era grande come una rivista, con la copertina di plastica nera. «Torna quando sei pronto», disse. «Sono qui per aiutare quelli come te». Ci vollero cinque ore per tornare a casa e il caldo non lo sentii per niente. Quando arrivai, qualcuno mi aveva visto giù in città e lo aveva detto a un vicino, che lo aveva detto a Mamma all’incontro di preghiera. Da noi funziona così. Fai uno sternuto, e prima che torni a casa lo sanno tutti. «Dicono che ti dai un sacco di arie e vuoi farci passare da ignoranti», disse. «Visto che ci sei, potresti pure leggere la Bibbia». «Già fatto. Due volte». «Almeno non ho cresciuto un miscredente». Dopo cena mi buttai sugli esercizi. La lettura andava alla grande, ma la matematica era un disastro. Cioè, uno prende un casino di numeri e dice che è uguale a qualcos’altro. Magari è per questo che a certi gli piace la matematica, ma un mucchio di legna non è uguale a un albero. E la segatura? Dove la mettiamo la segatura? Tutti questi calcoli e poi niente che dimostri che hai lavorato, niente che devi pulire, niente da vedere. Una fila di numeri è come una cacca di gufo su un sentiero. Si capisce che è passato un uccello, ma non da che parte andava. Warren arrivò sul prato col pick-up a trazione integrale e suonò il clacson. Prima lavorava in città, poi hanno aperto uno stabilimento a Lexington. Ora tra andare e tornare si fa tre ore di macchina al giorno. Ha la parabola, il microonde e il videoregistratore.
Sentii i suoi stivali sulla veranda e la porta che sbatteva. Entrò nella nostra vecchia stanza. «E insomma, Junior? Tutto da solo. Avevi paura a dirlo?» Scossi la testa. Dopo la morte di Papà Warren aveva cercato in tutti modi di farsi accettare dagli altri. Io l’esatto contrario. «Ho sentito che hai beccato il virus dell’intelligenza», disse. «E fai quel test in città, quello della scuola». «Ci sto pensando». «Dovresti lasciar perdere e provare a lavorare. Allora potrai metterti stivali di coccodrillo come questi». Tirò su la gamba dei pantaloni. «Dove li hai presi?», dissi. «A Lex. C’è un centro commerciale grosso come due pascoli uno di seguito all’altro. Li ho visti in vetrina e li ho comprati. E ho pure pagato in contanti». «Ti hanno fregato, Warren. Sono quasi dieci anni che non fanno più niente coi coccodrilli. Il governo li protegge». «E tu come le sai, tutte queste cose?» «L’ho letto su una rivista». Warren mise il broncio. Lui dà retta solo alla tv. Quelli della pubblicità per lui sono persone vere. Sapevo che si stava arrabbiando perché aveva le vene del collo grosse come lombrichi. «Ora con questi stivali ti ci prendo a calci nel culo». «Restano comunque taroccati». «Ma almeno sono nuovi». Il calcio lo diede ai miei scarponi, che avevo comprato per posta sul catalogo Sears and Roebuck. «Per Dio, hai sempre questi cazzo di scarponi dal catalogo di Natale». «Warren!», strillò Mamma dalla cucina. Lei non si fa scrupoli con le parole, ma nominare il nome di Dio invano è troppo pure per lei. Papà glielo faceva apposta, per ripicca.
«Lo sai che significa ged?», disse Warren. «Grezzo E Deficiente». Uscì sbattendo i piedi, accese il motore, ingranò la marcia e diede gas. Si lasciò dietro una nuvola di polvere che sembrava fumo. Guardai la luna che saliva sopra Redbird Ridge. La notte arrivò strisciando nella conca. Uscii e andai a sedermi sul ceppo di Papà, quello delle carte geografiche. Tanto tempo fa avevo paura del buio, poi Papà mi disse che la notte era la stessa cosa del giorno, solo che l’aria aveva un colore diverso.

Dopo una settimana avevo fatto tutti gli esercizi due volte ed ero pronto a impegnarmi sul serio. Sulla collina lo sapevano tutti. Il pastore garantì a mia madre un bel posto in paradiso per questa croce che doveva portare sulla terra. Disse che ero troppo testardo per cavarne qualcosa di buono. Ci pensavo mentre ero nel bosco e decisi che forse non era poi così male. Non sono uno che coglie i fiori di campo e li porta in casa, dove muoiono quasi subito. E non taglierei mai un albero che fa ombra d’estate per bruciarlo in inverno. Col ged era la prima volta che mi intestardivo a fare qualcosa, invece che a non farla. Ecco in cosa eravamo diversi, io e Papà. Anche lui era testardo, ma solo quando la sua opinione non contava niente. La mattina scesi dalla collina ed ero già a metà strada per la città quando trovai un passaggio fino in centro. La signora fu sorpresa di vedermi. Scrisse il mio nome su un modulo e mi chiese quindici dollari per il test. Io non dissi niente. «Lo sai che ci vogliono quindici dollari?», domandò. «Non ce li ho». «Un lavoro ce l’hai?»
«No». «Vivi con la tua famiglia?» «Con Mamma». «E lei lavora?» «No». «Lo prendete il sussidio?» «No, signora». «E come tirate avanti tu e tua madre?» «In silenzio, più che altro». Strinse le labbra e scosse la testa. Parlava lentamente e a voce alta, come se fossi sordo. «Dove li trovate i soldi, tu e tua madre?» «Non ne abbiamo un gran bisogno». «E per mangiare?» «Abbiamo l’orto». La signora posò la matita e si sporse per guardare qualcosa. Sul muro alle sue spalle c’era il ritratto del governatore, con la cravatta. Guardai dalla finestra il negozio di ferramenta sul marciapiede di fronte. Papà era morto che doveva ancora finire di pagare la nuova catena per la motosega. Dopo il funerale ci arrivò il conto e Mamma, per pagare il debito, vendette una trapunta che aveva fatto la sua prozia. Mi misi d’impegno, ma non mi venne in mente granché. Non avevo niente da vendere. Warren me li avrebbe anche dati, i quindici dollari, ma non sarei mai riuscito a chiederglieli. Mi voltai e feci per andarmene. «Junior», disse la signora. «Puoi comunque fare il test». «Non ho bisogno del suo aiuto». «È gratis, quando si è poveri». «Ve li devo», dissi. «Pagherò prima che cominci a nevicare».
Mi accompagnò per una porta in una stanzetta senza finestre. Mi infilai in un banco di scuola e lei mi diede quattro matite gialle e i fogli del test. Quando ebbi finito mi disse di tornare dopo un mese, per vedere se l’avevo passato. Mi disse, a voce bassa, che potevo fare il test tutte le volte che serviva. Feci cenno di sì, e uscii dalla città per tornare a casa. Non pensavo né sentivo niente. Camminare però mi faceva bene.

Ogni sera Mamma diceva di essere preoccupata, che per superbia disprezzavo le mie origini. Warren non mi parlava più. Andavo in giro per le colline, pensavo alle cose che avevo imparato sul bosco. So riconoscere un uccello dal nido e un albero dalla corteccia. L’odore di cetriolo vuol dire che vicino c’è un serpente mocassino. Le more più dolci sono quelle più vicine a terra e i migliori pali per i recinti si fanno con la robinia. Trovavo divertente che avessi dovuto fare un test per scoprire che ero povero. Forse è perché lo sapeva, che Papà alla fine aveva mollato. Quando morì, Mamma bruciò tutte le sue carte geografiche, ma io tenni quella del Kentucky. Il posto dove abitiamo noi non c’è. Rimasi nel bosco tre settimane di fila. Quando alla fine andai all’ufficio postale, la posta non era ancora arrivata. Era il primo del mese e un sacco di gente aspettava il sussidio. I più anziani erano seduti dentro, per ripararsi dal sole, e tutti noialtri eravamo all’ombra dei salici lungo il torrente. Un ragazzo, uno dei Monroe, diede una gomitata al fratello e mi indicò. «Guarda il Dottore», disse, «che si prende una pausa dai libri». «Ehi Dottore, vuoi diventare ricco e intelligente?» «Sicuro», disse il fratello. «Aprirà un bordello e lo manderà avanti con una mano sola».
Risero tutti, anche un paio di vecchie con due crocchie grosse come pigne. Decisi di lasciar perdere la posta e tornare a casa. Poi quel ragazzino mi fece incazzare. «Il mio cucciolo sta male, Dottore. Lei è bravo com’era suo padre?» Per come funziona qui da noi, picchiare qualcuno a volte non basta. A volte si sta buoni un anno, prima di sparare a un cane per vendicarsi del padrone, ma così, davanti a tutti, non potevo andarmene e basta. Andai al loro pick-up e con un calcio spaccai un fanale. Il più piccolo dei Monroe arrivò di corsa ma lo feci inciampare e rotolò nella polvere. L’altro mi saltò sulla schiena e mi prese un orecchio tra i denti. Mi stringeva con le gambe e non riuscivo a levarmelo di dosso. Continuava a colpirmi sul lato della testa. Caddi all’indietro sul cofano del pick-up e allora mi lasciò andare. Due vecchi trattenevano l’altro ragazzo. Attraversai il torrente e salii sulla collina ripida fino a casa, sputando sangue per tutto il tragitto. Mamma non disse una parola, quando seppe il motivo della rissa. La sera dopo arrivò Warren. «Li ho presi uno al torrente e l’altro in cima a Bobcat Holler», disse. «Non diranno più certe cose». «Gliele hai suonate?» «Beh, diciamo che se ne sono accorti». Warren aveva preso un paio di cazzotti sulla mascella, e le vene del collo gli si erano gonfiate di nuovo. Non lo buttavi a terra nemmeno con una traversina. «Lo fai lo stesso il ged?», disse. «Venerdì escono i risultati». «Mi voglio comprare una tv a batterie». «Per far che?»
«Per sedermi e guardarla». «Anch’io, Warren. Anch’io». Si toccò un bubbone sotto allo zigomo. Abbassò le spalle. «Farei sempre a botte per te, Junior. E anche per Papà. Ma non ho mai capito che cosa avete in testa, nessuno dei due». Uscì, e aprì lo sportello del pick-up coi pollici. Si era ferito alle nocche di entrambe le mani, e se piegava le dita gli si staccavano le croste. Una già perdeva un po’ di sangue. Accese il motore in seconda, per non dover cambiare, e si allontanò guidando col palmo. Lo guardai finché la polvere della strada non tornò a posarsi.

Il venerdì andai in città seguendo la cresta, sopra al torrente. Rocksalt si trova in un’ampia vallata tra le colline. Non l’avevo mai vista dall’alto e sembrava davvero piccola, niente di cui aver paura. Scesi giù, attraversai il torrente e arrivai sul marciapiede. Rimasi a lungo davanti al centro dove avevo fatto il test. Potevo andarmene, e non sapere mai se lo avevo passato o no. Entrambe le cose mi facevano paura. Aprii la porta e misi la testa dentro. «Congratulazioni», disse la signora. Mi diede un certificato dello Stato che diceva che avevo il diploma delle superiori. Il mio nome era scritto con l’inchiostro nero. Sotto c’erano un sigillo dorato e la firma del governatore. «Ho i moduli per cercare lavoro», disse. «Non ti prometto niente, ma adesso hai tutto quello che serve. Se vuoi andartene da qui, il prossimo passo è trovare un lavoro». «Mi basta questo certificato». «Non lo vuoi un lavoro?» «No, signora».
Sospirò e guardò per terra, stropicciandosi gli occhi. Si appoggiò allo stipite della porta. «A volte non so che ci sto a fare qui», disse. «Non lo sa nessuno», risposi. «Qui quasi tutti aspettano di morire e basta». «Non è divertente, Junior». «No, ma la cosa divertente è che tutti si alzano comunque con le galline». «A me piace dormire fino a tardi», disse lei. Sorrideva ancora quando mi chiusi la porta alle spalle. Non potevo arrivare più vicino di così a finire la scuola, e non era una brutta sensazione. Prima di uscire dalla città mi voltai a guardare la fila di edifici a due piani. Papà diceva sempre che un uomo intelligente la città la lascia perdere, ma adesso so che si sbagliava. Ci possono andare tutti, ogni volta che vogliono. La città è solo un gruppo di persone che vivono insieme nell’unico punto dove c’è abbastanza spazio tra le colline. Lasciai la strada e attraversai l’erba alta fino alla sponda del torrente. Era un buon modo per trovare bottiglie vuote, e dovevo ancora restituire quindici dollari. 

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