La bocca sentinella, di Andrés Neuman

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Sur pubblica Anatomia sensibile di Andrés Neuman,. Un libro che celebra il corpo in tutte le sue forme e un tributo alla bellezza non convenzionale scritto nella forma di un viaggio poetico, politico ed erotico alla scoperta di ciò che siamo veramente. Un libro che racconta come vediamo noi stessi e come ci guardiamo attraverso gli occhi degli altri, proponendo un ideale estetico dissacrante e inclusivo che mira a scardinare i pregiudizi di genere e sull’apparenza.

Cattedrale pubblica alcuni estratti della raccolta, per gentile concessione dell’editore.

La bocca sentinella

di Andrés Neuman

traduzione di Silvia Sichel

Capricciosa, parla a nome del corpo intero. È piena d’altri. La sua ansia trova origine nelle sue mansioni in fondo incompatibili: esternare e ingerire, proferire e trangugiare.
Molta gente chiacchierina manovra una bocca piccola, come se la cavità si sforzasse di restringere il discorso. Per lo stesso principio, una bocca smisurata può rappresentare parlanti timidi, che amministrano con prudenza quel portento.
Esiste la bocca pozzo. Profonda e umida. Ogni volta che si apre, qualcuno affoga. Dall’accurata rifinitura, la bocca sibilante rimane acquattata. Tra il benvenuto e il disprezzo passa appena un millimetro. La bocca bislunga forza le guance come la finestra il muro, facendo gargarismi di luce. Molto diversa è l’asimmetrica, in cui un labbro dissente dall’altro, in una discussione capace di poligoni inauditi.
Secondo la matematica boccale, se al primo labbro sottraiamo il secondo, si rivela l’incognita. Due più due fa un bacio, tatuaggio che non dura. Incurvandosi il piano, lanciano una parabola. Dalla mira di quel sorriso dipende la grandezza della bocca.
Ci sono labbra che si astengono e si ripiegano. Ce n’è di così gonfie che ostruiscono il linguaggio. Al labbro prominente spetta il protagonismo dell’alunno sapientone; e anche la sua vulnerabilità. Di tanto in tanto spunta un labbro superiore che si direbbe leggermente rialzato da un dito, come se gli chiedesse discrezione. Quelle ben disegnate sono patriote della bocca: ne delimitano il territorio anche senza parlare.
Rinunciando a ogni proselitismo, il labbro pallido sfuma. Quello rosso sottolinea i propri diritti, si delizia nella sua tonalità, cospira con la gengiva. Quello rosa diventa interessante in vecchiaia, conquista la nostra attenzione quando avvizzisce. Quello violaceo raggiunge la pienezza nell’inverno e il labbro scuro è forse il migliore a far nottata.
L’oreficeria della bocca esagera coi denti, opere maestre d’erosione. Ciascuno è il filo di un desiderio: quelli appuntiti chiedono, quelli rotti pregano. Nessuno di essi morde senza il permesso del labbro, dimostrando che la tenerezza governa la ferocia.
Il dente bianco si dà arie da smoking, risalta nelle feste e ha timore dell’alba. Quelli storti hanno un che di danza ebbra. Il dente giallo prova un pizzico di vergogna e, però, quanta sincerità nel suo smalto. I piccolini rosicchiano le parole con rigore aforistico. Tuttavia, niente è paragonabile al fascino puerile dei denti spaziati, tra cui s’intrufola, clandestina, l’allegria.
Con il masticare degli anni, i denti si riempiono di ingegnerie. I loro rilievi sono sferzati da minuscole inclemenze. L’intera dentatura inizia allora una lenta partita a scacchi, che si concluderà immancabilmente con la sconfitta dei pezzi bianchi.
Predicando tra i denti, la lingua batte il tempo e punteggia la nostra prosa. Attende la venuta della frase successiva, sentinella nel silenzio, sotto il cielo del palato.

Biasimo del braccio e lode del gomito

[…]

Nessuna di tali questioni si può paragonare al sacrificio, all’umiltà del gomito. La nostra esperienza vi si accumula e lascia un’impronta arida. Senza il suo provvidenziale contributo, il braccio sarebbe inadeguato alla rettifica o alla sottigliezza, ridotto a una specie di ossessione rettilinea. Chi, se non il gomito, sa essere insieme punto d’appoggio e di inflessione? Chi regge l’attesa e sopporta gli strusci, esponendo la propria corteccia per il bene del ramo? Cantare le lodi del suo silenzio è giustizia poetica.
Più è vivo, più è brutto: nessuno adora il gomito, paria della bellezza. Un giorno o l’altro lo vedremo sollevarsi per attuare la sua piccola rivoluzione sensuale.

 

 

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Da Decameron project, un racconto di Mia Couto

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Quasi settecento anni dopo il Decameron di Giovanni Boccaccio, nel marzo 2020 gli editor del New York Times Magazine hanno raccolto quell’eredità e lanciato il Decameron Project, e alcuni grandi autori contemporanei hanno deciso di mandare le loro parole oltre i confini delle proprie case, oltre lo specchio del proprio mondo. Le loro storie non parlano della pandemia, ma ne sono intrise; non spiegano, ma evocano le piccole allegrie e le grandi nostalgie, le città improvvisamente spente e le strade che diventano miraggi di libertà. Sono testimonianze di un tempo straordinario, lo sguardo di un’umanità unita dagli stessi pensieri e sentimenti, in grado di costruire una memoria comune e una comune visione del domani.

NN pubblica Decameron Project in Italia, con le traduzioni di Ada Arduino, Chiara Baffa, Katia Bagnoli, Stefano Bortolussi, Guido Calza, Giuseppina Cavallo, Gaja Cenciarelli, Fabio Cremonesi, Serena Daniele, Velia February, Giovanna Granato, Gioia Guerzoni, Maria Nicola, Laura Noulian, Silvia Rota Sperti, Alessandra Scomponi, Sara Sullam.

Racconti di: Margaret Atwood – Mona Awad – Matthew Baker – Mia Couto – Edwidge Danticat – Esi Edugyan – Julián Fuks – Paolo Giordano – Uzodinma Iweala – Etgar Keret – Rachel Kushner – Laila Lalami – Victor LaValle – Yiyun Li – Dinaw Mengestu – David Mitchell – Liz Moore – Dina Nayeri – Téa Obreht – Andrew O’Hagan – Tommy Orange – Karen Russell – Kamila Shamsie – Leïla Slimani – Rivers Solomon – Colm Tóibín – John Wray – Charles Yu – Alejandro Zambra.

Cattedrale vi propone la postfazione dell’editrice Eugenia Dubini, e il racconto Un ladro gentile, di Mia Couto, contenuto nella raccolta, per gentile concessione dell’editore.

di Eugenia Dubini

Questo libro è per tutti i lettori, e nasce perché NN vuole costruire un ricordo. Sarà un ricordo che si sommerà a tutti gli altri che a ogni latitudine si avranno dell’anno 2020. Ma il libro che avete tra le mani, per NN, segna un punto: nel 2020 eravamo qui, e con queste storie abbiamo deciso di partecipare al racconto di questo mondo in cui abbiamo vissuto. Nei mesi del primo lockdown, e sotto la pelle di tutto quello che accadeva, sembrava che il tempo si fosse fermato. Sembrava non esserci più passato, sembrava impossibile immaginare futuro, e si ripeteva costante il presente senza confini, che continuava ad accadere sotto i nostri occhi, e che ci lasciava sbalorditi, atterriti, incapaci, immobili. Un’altissima torre di presente (grazie, Chiara Valerio) che si alzava sopra le nostre teste, e che ci rendeva improvvisamente più uniti e più distanti, più vicini e più soli. Quando abbiamo ricevuto il manoscritto del Decameron Project per la traduzione italiana, una luce: i ventinove racconti che leggerete non sono le storie di questa solitudine, né il resoconto di questa inerzia temporale. Sono testimonianza e creazione di grandi scrittori contemporanei, che da ogni parte del mondo, in quel preciso istante del tempo, hanno deciso di partecipare al progetto del New York Times Magazine, così da mandare le loro parole oltre i confini delle proprie case, oltre lo specchio del proprio mondo. Gli scrittori hanno fatto affidamento, ancora una volta, sulla magia della narrazione. E noi di NN abbiamo sentito che il Decameron Project sarebbe stato il nostro modo di esserci, il 7 nostro modo di partecipare alla memoria e alla riflessione che ne verrà poi. Qui dentro c’è la pandemia e ci siamo tutti, ci sono tutti i luoghi del mondo e c’è il dono del tempo. Per questo assaggio a voi librai, abbiamo scelto quattro racconti, che da soli comunicassero l’ampiezza di sguardo dell’opera. C’è l’Italia e la convivenza forzata che tanti di noi hanno vissuto durante il lockdown, nella storia di Paolo Giordano; c’è un chiaro omaggio al Decameron di Boccaccio nella storia di Rachel Kushner, che immagina un vero e proprio racconto nel racconto, per distrarsi dall’avanzare del contagio; c’è la straordinaria fantasia di Margaret Atwood nell’immaginare un piano di supporto all’umanità in preda alla pandemia, grazie a un gruppo di volenterosi extraterrestri inviati sul nostro pianeta. E infine c’è il vecchio contadino di Mia Couto, che ha vissuto agli estremi del paese, senza notizie e connessioni, e che scambia l’infermiere giunto in suo soccorso per un ladro gentile. Proprio come nel Decameron di Boccaccio, che ha viaggiato in ogni luogo, e che ha vissuto quasi mille anni, qui dentro c’è il potere delle storie, che sono capaci di dare un volto al passato e di costruire un futuro. Questo libro, quindi, è un ricordo per NN, e per i lettori, perché il tempo non si è fermato: è stato raccontato, si è fatto memoria e sogno, e ha ripreso a scorrere. Anche oggi che scrivo, il futuro mette paura, ha tratti di grande incertezza ma esiste, e saremo noi a costruirlo insieme, perché in compagnia di queste storie, di tutte le storie, continueremo a cercare un mondo e un nostro tempo nel mondo.

Un ladro gentile
di Mia Couto

Traduzione di Fabio Cremonesi

Bussano alla porta. Bussano si fa per dire. Abito lontano da tutto, solo la fame e la guerra vengono a trovarmi. E ora, nell’eternità dell’ennesimo pomeriggio, qualcuno dà una raffica di pedate alla mia porta di casa. Corro ad aprire. Corro si fa per dire. Trascino i piedi, con le ciabatte che fanno scricchiolare le assi del pavimento. Alla mia età, non posso fare altro. La vecchiaia comincia quando guardi il pavimento e vedi un abisso.
Apro la porta. È un uomo mascherato. Quando si accorge della mia presenza, urla:
«Tre metri, resti a tre metri di distanza!».
Se è un rapinatore, è intimorito. La sua paura mi spaventa. I ladri timorosi sono i più temibili. Estrae una pistola dalla borsa. Me la punta contro. È strana quella pistola: è di plastica bianca ed emette un raggio di luce verde. Me la punta in faccia e io chiudo gli occhi, obbediente. Quel raggio di luce sulla fronte è quasi una carezza. Morire così è un segno che Dio ha esaudito le mie preghiere.
L’uomo mascherato ha la voce dolce, lo sguardo gentile. Non mi lascio ingannare: i soldati più crudeli mi si sono sempre presentati con modi da angelo. Eppure è da così tanto tempo che nessuno mi fa compagnia, che finisco per stare al gioco.
Chiedo al mio ospite di abbassare la pistola e di accomodarsi sull’unica sedia che mi resta. Solo in quel momento mi accorgo che ha le scarpe infilate dentro sacchetti di plastica.
Lo scopo è evidente: non vuole lasciare impronte. Gli chiedo di abbassare la maschera, gli assicuro che può fidarsi di me. L’uomo sorride triste e mormora: in questi giorni non ci si può fidare di nessuno, la gente non sa cos’ha dentro di sé. Capisco il suo messaggio enigmatico, l’uomo pensa che sotto la mia apparenza miserabile, io nasconda un tesoro prezioso.
Si guarda intorno e, dato che non trova niente da rubare, si decide a spiegarsi. Dice di essere lì per conto dei servizi sanitari. E io sorrido. È un ladro giovane, non è capace di mentire. Dice che i suoi capi sono preoccupati per una malattia grave che si sta diffondendo rapidamente. Fingo di crederci. Sessant’anni fa sono quasi morto di vaiolo. È forse venuto qualcuno a visitarmi? Mia moglie è morta di tubercolosi, si è forse visto qualcuno? La malaria si è portata via il mio unico figlio, sono stato io a seppellirlo, da solo. I miei vicini sono morti di aids, nessuno ha mai voluto saperne niente. La mia defunta moglie diceva che era colpa nostra, avendo scelto di vivere lontano dai posti dove ci sono gli ospedali. Lei, poverina, non sapeva che in realtà è il contrario: sono gli ospedali che vengono costruiti lontano dai poveri. Sono fatti così, gli ospedali. Non gliene faccio una colpa. Io sono simile a loro, agli ospedali, sono io che albergo e curo le mie malattie.
Il rapinatore bugiardo non desiste. Cerca di migliorare i suoi modi, ma risulta comunque grossolano. Tenta di giustificarsi: la pistola che mi ha puntato contro serviva a misurare la febbre. Dice che sto bene, me lo comunica con un sorriso sciocco. E io fingo un sospiro di sollievo. Vuole sapere se ho la tosse. Sorrido, conciliante. La tosse mi ha quasi portato alla tomba quando sono tornato dalle miniere, vent’anni fa. Da allora le mie costole hanno quasi smesso di muoversi, il mio torace è fatto solo di polvere e pietra.
Il giorno che riprenderò a tossire, sarà alle porte di San Pietro, per chiedere permesso.
«Non mi pare che lei stia male» commenta l’impostore.
«Però potrebbe essere asintomatico e ugualmente pericoloso».
«Pericoloso?» chiedo. «E perché? Per l’amor di dio, può perquisirmi la casa, sono una persona seria, non esco quasi mai».
Il visitatore sorride e mi domanda se so leggere. Mi stringo nelle spalle. E lui mette sul tavolo un documento di istruzioni per l’igiene, una scatola di saponette e una boccetta di quella che chiama “soluzione alcolica”. Poverino, deve pensare che, come tutti i vecchi solitari, io abbia la tendenza a bere. Congedandosi, l’intruso dice:
«Tra una settimana torno a trovarla».
A quel punto mi viene in mente il nome della malattia di cui parla il visitatore. La conosco bene quella malattia. Si chiama indifferenza. Per curare l’epidemia, servirebbe un ospedale grande come il mondo. Disobbedendo alle sue istruzioni, mi avvicino e lo abbraccio. L’uomo si oppone con forza e mi sguscia tra le braccia. In automobile, si spoglia in fretta. Si leva i vestiti come se si stesse togliendo di dosso la peste. Quella peste che si chiama miseria.
Sorridendo, gli faccio un cenno di saluto. Dopo anni di tormento, mi riconcilio con il genere umano: un ladro così goffo non può che essere una brava persona. La settimana prossima, quando torna, lascerò che rubi il vecchio televisore che ho in camera.

© 2020 by The New York Times

© 2021 Enne Enne Editore, Milano
Berla & Griffini Rights Agency

Polpette, le micro storie di Jacopo Masini

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Del Vecchio Editore pubblica Polpette, una raccolta di micro racconti folgoranti e paradossali. Le micro narrazioni di Jacopo Masini sono degli efficaci esperimenti linguistici e letterari. Quante parole servono per rendere una storia significativa e indimenticabile? La qualità di una storia è connessa al numero delle righe in cui è narrata? Le storie e le fiabe brevissime di Jacopo Masini riescono a costruire e decostruire immaginari, mondi letterari, orizzonti mitici. Passiamo di pagina in pagina come leggendo una guida in una galleria d’arte: ogni ritratto offre la possibilità di un’esperienza che va ben oltre lo stupore del primo sguardo. Ogni parola è scelta con la cura del miniaturista e con l’intelligenza del narratore consapevole. Il risultato è un ironico, a volte crudele, affresco delle piccinerie umane che offre come compenso la meraviglia nei confronti delle infinite possibilità della letteratura e un’arte che con la sua potenza sovverte le regole e inganna ogni prospettiva.

Cattedrale vi propone tre di queste micro storie, per gentile concessione dell’editore.

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Bianca Sereni spediva da dodici anni lettere minatorie a se stessa. Andava in posta, imbucava la lettera, e dopo due o tre giorni la riceveva.

“Stai attenta”, scriveva, “la tua vita è in pericolo”, oppure “Bastarda, me la pagherai cara”.

La notte successiva all’arrivo della lettera non dormiva quasi mai. Ogni rumore la faceva sussultare, immaginava agguati e incursioni nel buio.

– Ho così paura di me stessa, – diceva tremando.

Ha smesso la volta che ha provato a uccidere la propria ombra, pronta all’attacco sulla parete del bagno.

 

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Il Diavolo e la Morte

Il Diavolo, per caso, incontrò la Morte lungo una strada di campagna. Le corse incontro per abbracciarla. La Morte lo fermò severa.
– Continui a sbagliare, – disse, – io e te non lavoriamo insieme.
Poi si allontanò, lasciando il Diavolo solo e infuriato in mezzo alla campagna.

 

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– E adesso dove vado? – chiese il protagonista, giunto alla fine del libro.

– Prova a uscire, – rispose l’autore.

Il protagonista scosse la testa, pieno di cruccio e malinconia.

– Ma come faccio? – disse. – E se esco dalla pagina e casco di sotto?

– Sotto dove? – disse l’autore. – Non sai che oltre il bordo del tuo libro esiste solo un altro libro?

Il protagonista guardò perplesso l’autore.

– D’accordo, – disse, – ma se uscendo cado nella storia sbagliata?

– Quello è un rischio che corriamo tutti, – disse l’autore, – prima o poi ti succederà.

E chiuse il libro.

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A proposito dei racconti, di BERNARDO ATXAGA

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Obabakoak, ossia storie di Obaba, pubblicato da 21Lettere e tradotto da Sonia Piloto di Capri, è un classico della letteratura mondiale. Una raccolta di storie incentrate sulle storie, sull’atto creativo del raccontare e su quello del ricordare, sul processo di immaginarle e sul misterioso legame tra queste e la realtà. Gioia letteraria che con ironica maestria e delicatezza si riflette nei personaggi. Una dichiarazione d’amore per la letteratura e l'umanità.

Cattedrale vi propone uno dei racconti, per gentile concessione dell’editore.


A proposito dei racconti
di Bernardo Atxaga

Dopo aver ascoltato il racconto del servo, il mio amico rimase pensoso. Teneva gli occhi fissi sulla tazzina del caffè, come chi voglia leggere il futuro nei suoi fondi.
“Sono anch’io dell’opinione di Boris Karloff. È un bel racconto”, disse poi. E, come in ogni conversazione notturna degna di questo nome, quel commento portava con sé una domanda un po’ metafisica e di non facile risposta: “Perché è bello? Cosa serve a un racconto per essere bello?”
“Io conosco un racconto moltissimo migliore”, esclamò qualcuno vicino a noi con accento straniero. Sorpresi dalla presenza di un testimone inatteso, io e il mio amico voltammo la testa.
“Sono io”, ci disse allora. Ma non lo conoscevamo per niente. Era un uomo di una certa età, con la barba e i capelli bianchi. Benché fosse chino su di noi e quasi piegato in due, mi pareva molto alto; doveva essere sui due metri. “Io conosco un racconto moltissimo migliore”, ripeté. Il suo fiato puzzava di whisky.
“Allora raccontacelo”, lo incoraggiammo. Mi domandavo di che paese potesse essere quell’individuo. La foggia dei suoi abiti lo faceva straniero.
Alzò la mano con solennità e ci chiese di aspettare un momento. Mentre si avviava al bancone notai che con la testa e anche con il collo superava la media dei clienti dell’autogrill. Era davvero molto alto.
“Sarà meglio andare in qualche altro posto”, dissi al mio amico. Altrimenti non avremmo potuto parlare con tranquillità delle nostre cose.
Quel nonno dalla testa bianca aveva l’aria di essere un tipo interessante, ma sembrava piuttosto sbronzo. Inoltre, dovevamo proseguire per Obaba. “Hai già parlato con tuo zio di Montevideo? Lo sa che ci sarò anch’io?”
“Sì, l’ho già avvisato. È rimasto molto contento quando gli ho detto che anche tu avresti letto qualcosa. Sai com’è. Più vittime ha, più se la spassa”.
“Allora dovremmo ritirarci presto. Domani la giornata sarà dura”.
“Andiamocene subito”, approvai ridendo.
Ma l’uomo alto era già di ritorno. Ora aveva il cappello e teneva in mano un bicchiere di whisky.
“Il mio racconto è molto interessante. Lo dico per davvero”, insistette. Quando fece per sedersi, inciampò e ci cadde addosso.
“I’m sorry”, si scusò.
“Siamo tutt’orecchi”, gli disse il mio amico. L’uomo tirò fuori dalla tasca della giacca un piccolo registratore e lo depose sul tavolo.
“Il racconto s’intitola Il monkey di Montevideo. O, meglio, La scimmia di Montevideo”, affermò dopo aver premuto il tasto per registrare.
Ma non poté proseguire. Aveva la lingua spessa e le parole — alcune in inglese — gli si impastavano in bocca. Spense il registratore con un sospiro.
“Non si può”, si scusò, portandosi più volte le mani alle orecchie.
“Sì, è vero. Qui c’è molto rumore”, gli disse il mio amico alzandosi dalla sedia. “E poi dobbiamo andarcene. Sarà per un’altra volta”.
“It’s a pity”, ci disse quando tutti e tre eravamo in piedi.
“Eh, sì. Ma che possiamo farci! Chissà che non ci si riveda. Saremo ben lieti di ascoltare il suo racconto”. Ero tentato di invitarlo alla sessione di lettura che qualche ora dopo avremmo tenuto a Obaba, ma — benché questo genere di iniziative a sorpresa di solito piacesse molto a mio zio — alla fine non osai. La sua propensione al bere mi spaventava un po’. Giunti al bancone, il cameriere ci disse che la nostra consumazione era già stata pagata.
Con un cenno di saluto ringraziammo il nonno dalla testa bianca, e lui ci rispose portando la mano alla falda del cappello. Quindi uscimmo dall’autogrill e ci dirigemmo alla macchina.
“Eravamo rimasti alle caratteristiche di un bel racconto”, disse il mio amico, quando non avevamo ancora percorso un chilometro d’autostrada. Era chiaro che quell’argomento gli stava a cuore.
Lo presi un po’ in giro, scherzando sulla sua passione per i discorsi seri. In realtà, ammiravo molto l’adolescente che, pieno di inquietudini e assolutamente estraneo alle frivolezze, albergava in quel medico. Non sembrava affatto una persona di fine XX secolo.
“Potremmo iniziare rievocandone alcuni che ci sembrano belli, per verificare se ci troviamo d’accordo sulla qualità”, gli proposi, mentre abbassavo le luci per non abbagliare la Lancia rossa che ci aveva appena sorpassato.
“Mi è sembrato Ismael”, disse il mio amico.
“Come?”
“Che fosse Ismael quello che guidava la Lancia. Almeno mi è parso”.
“Andrà a Obaba per trascorrervi la domenica, come noi”, gli dissi.
“Te l’avevo detto che la storia del ramarro ci avrebbe riservato ancora delle sorprese”, rise il mio amico. “Come l’altra che ci voleva raccontare il nonno, quella della scimmia di Montevideo. Sono certo che un giorno di questi potremo ascoltarla per intero”.
“E siamo di nuovo al punto di partenza. Sarà bene chiarirci le idee prima che se ne presenti l’occasione. Altrimenti, non potremo dirgli se il suo racconto è bello o brutto, e il nonno si sentirà defraudato”, disse il mio amico. Vedevo che era sempre più eccitato.
“Comincia tu. Indicami un racconto che ti sembra bello”.
“Ne scelgo uno di Čechov”.
E il mio amico mi fece il riassunto di quello intitolato Sonno:
“Varka, una giovane cameriera a servizio in una casa perbene, non poteva mai dormire. Glielo impediva il bebè affidato alle sue cure, un bebè insonne che, per tutta la notte, non smetteva mai di piangere. Lei lo cullava, gli cantava dolci ninnenanne, ma tutto era inutile. Più intenso era il suo desiderio di dormire, più la mancanza di sonno la estenuava, e più il bambino strillava. Così un giorno dopo l’altro; finché una mattina, i genitori del bebè, chinandosi sulla culla per dargli il buon giorno, si accorsero con raccapriccio che…”
Come il mio amico finì, io attaccai con un racconto di Waugh intitolato La breve passeggiata di Mister Loveday:
“Una dama dell’alta società prova compassione per un mite vecchietto dai modi garbati, da venticinque anni internato in un manicomio. Perché lo tenete qui dentro? Sembra una persona così a modo, così normale... dice la signora al medico. Sta qui di sua volontà. È lui che non vuole uscire. Prima doveva essere diverso perché, a quanto c’è stato detto, aveva ucciso una ragazza che se ne andava tranquillamente in bicicletta, senz’alcun motivo. Ora la situazione è cambiata. Dopo tanto tempo, dovrebbe venir dimesso. Allora la dama cerca di convincere il vecchio che fuori starebbe meglio, che la libertà è qualcosa di meraviglioso, e gli offre il suo aiuto per espletare tutte le pratiche necessarie. Non ho molta voglia di uscire di qui, le dice il vecchietto, ma le sue parole mi hanno convinto. Sì, mi pare che non mi farebbe male cambiare aria. Inoltre, c’è una cosa che mi piacerebbe fare. E così, quel mite vecchietto dai modi tanto garbati riacquista la libertà. Ma succede che, poche ore dopo essere uscito, è già di ritorno al manicomio. Nel frattempo, su una strada vicina, un camionista trova una bicicletta gettata a terra, e…”
“Molto bene. Siamo d’accordo. Anche a me sembra un racconto ben riuscito. E ora quello della collana. È di Maupassant. Lo conosci?”
“L’ho letto molto tempo fa”, dissi mentre superavo un tir.
“La protagonista si chiamava Mathilde Loisel, no? Sì, mi pare che questo fosse il suo nome”, cominciò il mio amico.
Ma dovette interrompersi, perché l’autista del tir — seccato per il nostro sorpasso, o con voglia di giocare — accelerò e, facendo un rumore del diavolo, ci accostò sulla sinistra e molto da vicino.
Frenai per lasciargli riprendere vantaggio su di noi. Io e il mio amico avevamo bisogno di silenzio.
“Tanti auguri alla Francia”, gli dicemmo vedendo che la sua targa era francese.
“Anche Mathilde Loisel viveva in Francia. Abitava a Parigi”, proseguì il mio amico. “Nella frivola Parigi del XVIII secolo. Era sposata con un modesto impiegato, un travèt, accanto al quale la sua vita non aveva nulla di eccitante. Capitò che un giorno ricevette un invito per il ballo del ministro Ramponneau. La bella notizia fece sì che Mathilde si deprimesse ancor di più. Desiderava con tutta l’anima partecipare al ballo, ma come ci sarebbe andata? Che vestito si sarebbe messa? Che gioielli avrebbe indossato? Era presa da quelle ansie quando all’improvviso si ricordò di un’amica d’infanzia sposata con un uomo ricco. Che male ci poteva essere se le avesse chiesto in prestito qualche gioiello? Si decise a farlo e ottenne i gioielli. E fra questi c’era una preziosa collana di perle...”
“Ah, sì! Ora mi ricordo. Se non sbaglio, Mathilde, dopo aver ballato tanto da essere sfinita, si accorse che la collana di perle che le aveva dato l’amica era sparita dal suo collo. L’aveva persa...”
“Esattamente. Mathilde aveva perso la collana. Ma non poteva di certo dirlo all’amica. Doveva restituirgliela. Così, ipotecò tutto quanto possedeva, anche la sua vita, per poter comprare un’altra collana”.
“Sì, per lei fu una vera rovina. Dovette lavorare giorno e notte per mettere da parte i soldi del costo della collana. E guarda caso, qualche anno dopo, incontrò per strada la sua amica d’infanzia. E cosa venne a sapere? Che le perle della collana che le aveva prestato erano false, erano di bigiotteria!”
Ti sembrerà incredibile, Mathilde, le disse l’amica, ma da quando tu l’hai portata al ballo, la collana non sembra più la stessa, le perle hanno un colore diverso, come fossero autentiche”.
A questo racconto ne seguì un altro di Schwob, e a quello di Schwob un altro di Chesterton; e così, raccontando storie, uscimmo dall’autostrada e imboccammo il sinuoso percorso che, incuneandosi fra le montagne, conduceva a Obaba. Abbassammo i finestrini dell’auto.
“Da bambino chiamavo questa strada Delle farfalle”, dissi al mio amico.
“Non mi meraviglio”, mi rispose. Illuminate dai fari, un’infinità di farfalle bianche volteggiavano davanti a noi.
“Si direbbe che stia nevicando”, aggiunse il mio amico.
“Da piccoli venivamo spesso da queste parti. In bicicletta, proprio come le ragazze del racconto di Waugh. Passavamo l’estate in bicicletta”, ricordai.
“Perché mai ci saranno tante farfalle?” volle sapere il mio amico.
“Credo che questa varietà si nutra di menta. Nel bosco che ora stiamo attraversando, la menta cresce in abbondanza. Immagino sarà per questo”.
A riprova di quello che avevo appena detto, misi la testa fuori dal finestrino e aspirai con forza la tiepida aria estiva. Sì, effettivamente quei boschi odoravano ancora di menta.
Per due o tre chilometri rimanemmo in silenzio, ciascuno assorto nei propri pensieri, osservando le farfalle, scrutando i fremiti del bosco. Ogni tanto, nei tratti di strada più aperti, si scorgevano le luci delle case alle pendici dei monti, lontane, solitarie, nitide.
Quando mancava solo una mezz’oretta per arrivare a Obaba, vedemmo formarsi in cielo, fra le stelle, una nuvoletta. Alla nuvoletta seguì il botto di un fuoco d’artificio.
“C’è una festa in qualche paese qui intorno”, dedusse il mio amico.
“Da quella parte lì”, gli feci notare, indicandogli un campanile il cui profilo si stagliava al di sopra del bosco. “Sembra che alle farfalle non piacciano le feste. Guarda, sono scomparse”.
Il mio amico aveva ragione. In quel momento, i fari dell’auto illuminavano solo le bandierine colorate che ornavano la strada.
Parcheggiammo la macchina all’entrata del paese, su un poggio. Da lì, come dall’alto di un balcone, dominavamo tutta la piazza e si poteva osservare il ballo. La musica dell’orchestrina ci giungeva a intervalli, secondo le folate del vento.
“Allora, a che punto eravamo rimasti a proposito dei racconti?” domandò il mio amico.
Non voleva mescolarsi fra la folla prima di avere almeno un po’ chiarito la questione. E, a dire il vero, a me capitava esattamente la stessa cosa. Si stava molto bene su quel poggio. Veniva voglia di sognare a occhi aperti e di fumare.
Ci fermammo un bel po’ senza smettere di analizzare con molta calma cosa si proponessero autori tanto bravi come Čechov, Waugh o Maupassant, al momento di scrivere i loro racconti; e, traendo le nostre conclusioni, credevamo di avere individuato quelle che sembravano le peculiarità del genere. Avevamo la sensazione di aver avuto un dialogo molto proficuo.
Innanzitutto, ci pareva evidente il parallelismo che esiste fra il racconto e la poesia. Come disse il mio amico, riassumendo quanto si era detto, sia il racconto che la poesia derivano dalla tradizione orale, quindi sono sempre brevi. Inoltre, e probabilmente per queste implicazioni, devono rispondere al requisito di essere densi di significato. Prova ne sia che i brutti racconti e le brutte poesie risultano, come scrisse qualcuno, vani, vuoti e miserevoli.
“Visti in questa luce, la chiave non sta nell’inventare una storia”, concluse il mio amico. “In realtà, di storie ce ne sono in abbondanza. La chiave sta nell’occhio dell’autore, nel suo modo di vedere le cose. Se è capace, prenderà come materiale la sua esperienza, nella quale coglierà qualcosa di essenziale, e dalla quale estrarrà qualcosa di valido per chiunque. Se è incapace, non supererà mai la frontiera del meramente aneddotico. Per questo i racconti che oggi abbiamo rievocato sono belli. Perché esprimono cose essenziali, non semplici aneddoti”.
L’orchestrina che animava la festa stava suonando un pezzo sentimentale, molto lento. Le coppie che poco prima si erano scatenate, ora ballavano abbracciate, quasi senza muoversi.
“Per questo si sono scritti tanti racconti su grandi temi”, lo assecondai, riprendendo il filo della conversazione. “Voglio dire che ruotano sempre attorno a temi come la morte, l’amore e altre cose simili. Un po’ come capita anche con le canzoni, tanto per fare un esempio”.
“Valentino non ti ha dato qualcosa su questo argomento?” mi disse.
“Chi? Quello che vive ad Alaro?”
“Proprio lui”.
Il mio amico si riferiva a uno scrittore con cui ci incontravamo spesso.
“È vero!” mi ricordai. “Mi ha mandato una pubblicazione di Foster Harris. Se non mi sbaglio”, continuai, “Harris ha una teoria molto curiosa a proposito del racconto. Secondo lui, il racconto non sarebbe altro che una semplice operazione di aritmetica. Ma non un’operazione di cifre, beninteso, bensì a base di somme e sottrazioni di elementi quali amore, odio, speranza, desiderio, onore e via di seguito. La storia di Abramo e Isacco, per esempio, sarebbe una somma di pietà più amore filiale. Quella di Eva, invece, una perfetta sottrazione, amore verso Dio meno amore per il mondo. Harris sostiene, inoltre, che le somme, di solito, siano a lieto fine, e le sottrazioni diano origine a finali tragici”.
“In fondo, dice le stesse cose che diciamo noi, no?”
“Sì, ma la sua teoria è ancora più riduttiva. A ogni modo, chi lo può sapere. Magari non siamo altro che degli infelici dominati dall’aritmetica più elementare”.
“Eppure, non credo che quanto abbiamo detto sia esaustivo. Un’occhiata non basta a catturare l’essenziale.
Un buon racconto ha bisogno anche di un finale forte.
Così almeno mi pare”, sostenne il mio amico.
“Anche a me pare che un buon finale sia imprescindibile. Un finale che sia conseguenza di ciò che precede. E questa esigenza spiegherebbe, credo, l’abbondanza di racconti che terminano con una morte. Perché la morte è un evento definitivo, assoluto”.
“Senz’alcun dubbio. Considera il racconto di Čechov, o di Waugh, o quello del servo di Baghdad che mi hai raccontato nell’autogrill. Sono tutti ricchi di significato, e hanno un finale molto forte. Quello di Baghdad mi ricorda quanto è accaduto a García Lorca. Fuggì da Madrid perché temeva che lo avrebbero ucciso, poi... un racconto profetico, molto bello. Per me, il migliore della notte”.
Sorrisi nell’ascoltare le parole del mio amico. Finalmente accennava alla storia che gli avevo raccontato nell’autogrill. Era quindi giunto il momento di tirar fuori l’asso che avevo nella manica.
“Sì, indubbiamente è bello. Comunque, io gli cambierei il finale. Non mi piace tutto quel fatalismo”, gli dissi.
Il mio amico fece una faccia stupita.
“Sto parlando seriamente. Non mi piace il fatalismo di quel racconto. Mi sembra di un determinismo implacabile che si riflette anche sulla concezione che la vita sia come un tiro di dadi. Quello che vuole dirci è che al momento della nascita, il nostro destino è già segnato: lo si voglia o meno. La morte viene per noi? Allora non ci resta altra risorsa che morire”.
Stringendosi nelle spalle, il mio amico mi fece capire che non vedeva altra alternativa.
“Come vuoi. Ma mi pare che sia l’unico finale possibile per quel racconto”, volle chiarire.
“Beh, io gliene ho dato un altro”.
“Vuoi dire che hai scritto una variante del racconto?” disse inarcando le sopracciglia.
“Proprio. Ce l’ho qui”.
E da una cartelletta che tenevo sul sedile dell’auto tirai fuori due fogli fittamente scritti.
Il mio amico scoppiò a ridere.
“Ah, ah! Ora capisco. Quando hai attaccato con i gusti letterari di Boris Karloff e tutto il resto avrei dovuto immaginarlo. Stavamo parlando dei ramarri e degli andazzi di Ismael e, di colpo, ecco che cambi argomento senza alcuna ragione. Certo! Morivi dalla voglia di mostrarmi quello che avevi scritto. È incredibile! Non cambierai mai!”
Le sue ultime parole facevano riferimento alla mia cattiva fama. Tutti i miei amici erano dello stesso parere nel ritenermi capace di qualunque stratagemma pur di avere l’occasione di leggere i miei lavori.
“Signore, perdona questo tuo incorreggibile servo!” dissi levando gli occhi al cielo.
“E va bene. Ma prima andiamo in piazza. Sono disposto ad ascoltare la tua variazione solo con una birra in mano”, propose il mio amico.
“Mi sa che dovrò pagarla io la birra”.
“Sicuro”.
“Che dura è la vita dello scrittore! Bisogna persino corrompere la gente per poter lavorare”, esclamai prima di scendere dalla macchina.
In piazza vedemmo che i musicisti dell’orchestrina si stavano ritirando per una pausa, e che un fisarmonicista li sostituiva sul palco. La gente ora si accalcava negli unici due o tre bar vicini, ridendo e parlando ad alta voce.
Procurarci da bere ci riuscì quasi più difficile che definire le peculiarità dei racconti. Finalmente ce la facemmo e — visto che per sedersi c’erano solo delle panchine sul viale del cimitero — ci allontanammo in fretta e furia da quella baraonda.
Eravamo contenti. La nostra nottata stava sempre più somigliando a quella che in Inghilterra i membri dell’Other Society celebrano una volta all’anno. L’unica differenza era che non ci riunivamo all’Hotel Piccadilly, e che i nostri racconti — almeno in un certo senso — non erano gotici.
Giunto a questo punto del cammino, faccio una nuova sosta e passo a trascrivere la variazione che raccontai al mio amico. Il viaggio verso l’ultima parola proseguirà dopo.

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Madre delle ossa, di David Demchuk

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Madre delle ossa, opera narrativa d’esordio del drammaturgo David Demchuk, è un’antologia horror molto peculiare che si dipana nel tempo e nello spazio, partendo dall’Ucraina dell’interguerra, da cui proviene la famiglia dell’autore, fino a giungere al Canada del 21° secolo.
Il testo, intensamente weird, è un mosaico di vicende narrate ognuna da un personaggio, la maggior parte legate dal luogo di provenienza. Al confine tra l’Ucraina e la Romania c’erano un tempo tre villaggi, legati da antiche tradizioni del folklore e da un patto inquietante con una fabbrica di preziosissimi ditali acquistati dai ricchi e dai nobili di tutto il mondo occidentale.

La traduzione è affidata a Claudia Durastanti.

Cattedrale vi propone due racconti della raccolta, per gentile concessione dell’editore.


NICOLAI

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Non me lo ricordo. E la verità non mi riesce. Un anno dopo che lei e mio padre si sposarono, mia madre perse il suo primo figlio, e le fu detto che non ce ne sarebbe stato un altro. Fu difficile, come potete immaginare, e mia madre disse a mio padre di andarsene e trovarsi un’altra moglie che potesse dargli un maschio. Mio padre amava mia madre e rimase. Ma il figlio morto era un’ombra tra loro di cui persino gli estranei si accorgevano. La storia che raccontava lei: un giorno, proprio quando l’inverno volgeva in primavera, mio padre stava aiutando un vicino a riparare il suo fienile mentre mia madre era rimasta in casa a cucire. Sentì un grido dalla foresta dietro la fattoria e, invece di aspettare che lui tornasse, uscì per vedere cosa fosse stato. Proprio oltre il limitare degli alberi, ancora visibile dalla casa, mi trovò sdraiato nella neve appena posata, un neonato, nudo e tremante e prossimo alla morte. Niente tracce di passi, da nessuna parte. Avevo i capelli bianchi e gli occhi trasparenti. Pensava che fossi il fantasma del suo primo bambino. Mi chiamò come lui, mi svezzò come se mi avesse generato e, quando nessuno venne a reclamarmi, lei e mio padre mi fecero loro.
Ma c’erano dei lupi in quei boschi; a volte si sentivano, raramente si vedevano. Ululavano, ma non venivano mai vicini. Una sera, mio padre era fuori sul retro con me, vicino ai cespugli di bacche. Alzò lo sguardo e vide un branco di figure buie ingobbite, con gli occhi scintillanti, che ci fissavano dalla macchia di alberi. Mi infagottò, spaventandomi fino alle lacrime, e si mise a correre verso casa. Aveva un’arma, il fucile da caccia di suo padre, ma non aveva mai ucciso niente con quello, e mia madre non lo aveva mai toccato. Lo prese dalla mensola della credenza sul retro, fece un passo fuori dalla porta e lo sollevò. Le figure scure dagli occhi scintillanti erano già andate via.
Un paio di mattine dopo, mia madre si svegliò per via di un venticello leggero che si era avviluppato attorno alle sue dita, l’odore di erba fresca a riempire la stanza. Spiò fuori in corridoio e si accorse che la porta sul retro in cucina era aperta, la luce del sole esplodeva in casa. Ansimò, saltò dal letto, controllando la mia culla. Non c’ero. Fece un urlo svegliando mio padre e, tirandosi i vestiti addosso, corse nel sole, accecata, gridando e piangendo nella foresta. Si fermò proprio sul punto in cui le prime foglie proiettavano la propria ombra sul terreno. Rimase in piedi, guardò, ascoltò. E mio padre si fermò e stette in piedi accanto a lei, reggendo il fucile.
Era tutto calmo e immobile. Quieto come una foresta non dovrebbe essere mai.
– Avremo bisogno di aiuto a cercare, – sussurrò lui. – Ci serviranno dieci, forse quindici uomini.
– No, – sibilò lei. – Non me ne andrò. Dobbiamo trovarlo adesso.
Diede uno sguardo a destra, dove un rialzo era sormontato da tre faggi. Si mosse lenta verso la piccola altura mentre mio padre guardava, poi si fermò ad ascoltare di nuovo. Un lamento leggero e acuto, e poi un ansimare gentile. Fece segno a mio padre di avvicinarsi, poi strisciò verso la fonte di quel suono, cauta e attenta. In una tana dall’altra parte del rialzo, una lupa bianca stava accucciata su un mucchietto di stracci, ad allattare i suoi cuccioli: tre lupetti bianchi e fragili, e me; il latte caldo di lupa spiaccicato attorno alla mia bocca affamata.
Mio padre sollevò il fucile, e mia madre lo fermò. – No, – disse. E mentre quella parola le si rovesciava fuori dalla bocca, emersero altri tre lupi dagli alberi. Lui abbassò la canna del fucile ed entrambi iniziarono a camminare lentamente indietro, mentre gli animali fissavano attenti. Una volta fuori dalla foresta, mio padre si volse per chiederle: – Cosa faremo?
– Aspetteremo, – disse mia madre. – Io aspetterò. Non gli faranno del male, altrimenti sarebbe già successo. – Poi si voltò verso mio padre e disse, – Ha riconosciuto il mio viso, e io il suo.
– Sono animali, – rispose irato. – Pure nostro figlio è un animale?
– Tutti siamo animali. Io aspetterò.
La sera successiva, mia madre si trovava in cucina a preparare la cena. Stava parlando a mio padre che era nell’altra stanza, quando si rese conto di essere sola. Era scivolato fuori dalla porta dietro di lei. All’improvviso sentì uno sparo, e poi un altro. Corse fuori per vederlo barcollare via dalla foresta e collassare a terra. Urlò e corse verso di lui; aveva il viso e il collo maciullati, tremava furiosamente, il sangue gli si svelava fuori e rallentava in un rivolo. Le convulsioni diminuirono e smisero. Era morto.
Un ululato si squarciò nella foresta dietro di lei. Mia madre si volse e scappò verso la tana per trovare una donna che non era una donna, una donna con lunghi capelli bianchi e otto mammelle, con un buco da sparo sulla spalla, i cuccioli confusi e frignanti attorno a lei, e attorno a me. La donna vide mia madre e si tirò gli stracci addosso per coprirsi; erano la sua camicetta e la sua gonna.
Mia madre si avvicinò, le si inginocchiò accanto, si stracciò la gonna per pulire e fasciarle la ferita. Diede ai cuccioli latte di capra riscaldato. Andò a prendere l’acqua e il cibo mentre i tre lupi osservavano e attendevano. Rimase tutta la notte con la donna, e ci ritornò con me giorno dopo giorno, fino a quando non trovò la tana vuota. I lupi se ne erano andati.
Non ricordo. Non so dire cosa sia vero o no. Ma so questo: quando mia madre morì molti anni dopo, mi inginocchiai accanto al suo letto e piansi, e i lupi nei boschi piansero insieme a me.


SABINA

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C'è stato un tempo, nella storia dei nostri tre villaggi, in cui nascevano pochi bambini. Quasi nessuno di loro era femmina. La movchanya. Questo periodo è durato per quasi dieci anni. Ancora oggi nessuno sa perché, anche se ovviamente ci sono delle teorie: alcune hanno a che fare con la fabbrica di ditali, altre con il governo; alcune hanno a che fare con la terra su cui i nostri villaggi sono stati costruiti, e un paio danno la colpa alle nostre maledette linee di sangue.
Adesso non ne parliamo quasi più, ma all’epoca è stato abbastanza traumatico. Molte donne faticavano a restare incinte e, di quelle poche che riuscivano, quasi tutte abortivano nel corso dei primi due mesi. Solo una dozzina di donne ha portato avanti la gravidanza fino al nono mese, ma i bambini sono nati morti o così deformati che a malapena potevano respirare. Alcuni uomini hanno abbandonato i villaggi per la città, si sono sposati lì, e sono tornati con le nuove mogli, ma non importava. I risultati erano gli stessi. In quei dieci anni nei nostri villaggi sono sopravvissuti solo trenta bambini. Solo sei di loro erano bambine.
Io sono arrivata il settimo anno. Sono nata maschio ma cresciuta come una femmina. Ovviamente non lo capivo all’epoca, e non so se sono stata attratta verso le cose da ragazza prima che i miei genitori decidessero così, o se ne sono stata attratta proprio perché avevano deciso così. Ma quel che è fatto è fatto. Non ero la sola – altre quattro bambine sono cresciute così, tre più grandi di me e una più giovane – ma io ero l’unica del mio villaggio. I nostri genitori si assicuravano, mentre crescevamo, che indossassimo sempre qualcosa di verde per distinguerci dalle altre: un vestito o una gonna o un nastro o un braccialetto o dei calzettoni. Ci chiamavano le Zeleni Divuski, le ragazze verdi.
Naturalmente c’erano state delle prese in giro mentre crescevamo, e c’era anche un po’ di paura nei nostri confronti. Venivamo trattate diversamente, alcune dicevano, in maniera speciale, e questo è sempre faticoso quando si è piccoli. Con il tempo, tuttavia, le ragazze fuori dal gruppo, persino le più grandi, venivano da noi e ci raccontavano i segreti, e i ragazzi si avvicinavano e ci chiedevano come piacere alle ragazze.
I ragazzi spesso facevano pratica con noi, non sessualmente, questo è ovvio, ma tenendoci per mano e parlandoci e baciandoci. – Troppo ruvido, troppo veloce, – dicevamo a qualcuno di loro. – Troppo timido, troppo quieto, – a un altro. Incoraggiavamo i maschi a fare domande e ad ascoltare, a essere meno spacconi, a essere più gentili e a considerare le cose ponderandole bene. – Parleresti così a tua madre? – chiedevamo. Una volta un bambino aveva risposto, – Io non ho una madre, – e una di noi aveva detto, – E ci credo, – di impulso. Cercavamo di non far piangere i bambini, ma c’erano delle volte in cui.
E poi riferivamo tutto questo alle ragazze, dicevamo loro chi era divertente e affascinante, chi forte e chi timido, chi lesto e chi chiassoso. Volevano sapere tutte chi baciava meglio, ma noi non lo dicevamo mai. – Scopritelo da sole! – ridevamo. Era un divertimento innocuo, e da alcuni dei nostri incoraggiamenti sono nati buoni abbinamenti e buone famiglie. È stato solo molti anni dopo che abbiamo trovato mogli comprensive, o mariti comprensivi, per noi stesse.
Tutto questo accadeva prima della guerra. I villaggi si trovavano in terre eternamente contese, non solo tra nazioni, ma tra proprietari terrieri, tra religioni e persino specie diverse. C’erano delle storie sui Drevniye, le creature che sono venute prima di tutti noi, su come alcuni ci vivessero accanto in pace e si proteggessero mimetizzandosi tra noi. Avevamo sentito parlare dei mutaforma, ma non abbiamo mai saputo se vivessero tra di noi o chi potessero essere. E poi c’erano le fiabe oscure sulla Naystarsha, che viveva in profondità, sottoterra, e che era la fonte di tutto il potere dei Drevniye. Favole, tutte quante, eppure.
Un giorno, quando avevo diciassette anni, mi pare fosse un giorno d’estate, o all'inizio dell'autunno, stavo sorseggiando un tè in piazza quando una ragazza molto più piccola di me si era avvicinata e mi aveva detto: – Dovreste iniziare a meditare di andarvene da questo posto. Tutte le ragazze verdi, presto.
Ero sconvolta che una persona così giovane fosse già così audace. – Perché mi dici questo? Chi sei? E perché dovrei andarmene? – Si era portata un dito alle labbra, e poi aveva sussurrato: – Incontrati con le altre, stanotte se riesci. – Mi aveva scrutato negli occhi. – Tua madre ha una sorella a Satu Mare. Vai da lei. Se devi andare ancora più lontano, lo saprai. – Poi si era guardata attorno, e mi ero guardata attorno anche io, e avevo visto che un paio di abitanti del villaggio si tenevano a debita e rispettosa distanza, a osservarci. Credevo di conoscere tutti nel villaggio, ma ora ero circondata da sconosciuti.
– Quanto tempo abbiamo? – le avevo chiesto. – Quanto staremo via?
– Domani a mezzogiorno sarà ancora sicuro partire. Ma stanotte è meglio. Porta via tutto quello che ami.
Qualcosa in quelle ultime parole mi aveva congelata nel profondo. Avevo fatto un inchino verso di lei, verso tutti loro, mi ero voltata ed ero scappata a casa. Avevo detto a mia madre che sua sorella era ammalata, così diceva un’amica comune in paese, e che dovevamo correre da lei al più presto. Lei aveva sollecitato mio padre e il cane spingendoli nella carrozza con un po’ di vestiti e provviste, ed eravamo partiti subito dopo cena. Ho fatto in modo che ci fermassimo negli altri villaggi, ho raccontato la storia alle altre ragazze verdi. Tre si sono potute unire a noi. La piccola Maruska aveva una tosse terribile e non poteva spostarsi, così avevo invitato i suoi genitori a seguirci il prima possibile. Poi avevo chiesto scusa a mia madre per quella bugia ormai ovvia, ma lei si era resa conto di quanto ero spaventata, di quanto eravamo spaventate tutte e anche se era uno scherzetto, un tiro mancino di qualche tipo, almeno ci saremmo fatte un viaggio insieme e avremmo sorpreso la zia.
La piccola Maruska non ci ha mai raggiunto. E noi non siamo mai tornati indietro. Alla fine abbiamo scoperto cos’era successo, questo è ovvio. Non so ancora perché siamo state salvate.

 

Giavasco, di Daniela Gambaro

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Nutrimenti pubblica l’opera prima di Daniela Gambaro, Dieci storie quasi vere, una raccolta menzionata con merito al Premio Calvino 2019.
Dieci storie possibili, dieci sguardi sul quotidiano di famiglie, coppie, madri, bambini. Dieci racconti scritti con una penna leggera e precisa, capace di narrare anche le cose più difficili, quelle terribili e scomode che sono così reali, da essere quasi vere.

Cattedrale pubblica il primo racconto della raccolta, per gentile concessione dell’editore.

Giavasco

Tua madre ti porta in centro a comprare le scarpe nuove e ti ripete più e più volte di accertarti che la misura sia quella giusta.
Quando tu e tua madre arrivate a casa, tu dici: “Forse l’unghia del ditone mi batte in punta”, ti togli le scarpe nuove e corri a piedi nudi. Non fai caso alle pietre, ai sassi insidiosi, alla gramigna tagliente, pensi solo a correre e mentre tua madre, riflettendo sulla difficoltà della restituzione delle scarpe utilizzate incongruamente nel tragitto negozio-casa, ti urla: “Te le faccio leccare finché non sono nuove, capito?”, tu continui, anche se la sua voce ti dà i brividi lungo la schiena (ricordi quella volta che una lucertola ti ha percorso da testa a piedi?), esci dal viottolo e ti infili nel giavasco: fresco, frusciante, gentile e sicuro come una fortezza. Ti fai strada nel fitto, all’interno, tra le sue mura verdi e premurose. Ci sono le bisce? Io non le ho mai viste. Ci buttano le siringhe? Io non ne ho mai trovate. Si prendono le malattie? Io non ho mai preso niente. Bene, tu conosci il giavasco meglio di me, sai che costeggia le case: casa mia, poi casa tua e di tua cugina, le casette a schiera ombreggiate dai pini e avanti fino al cancello dell’obitorio. Se arrivi all’obitorio sei salvo, tua madre non ti cercherà mai fin là; ti siedi e respiri.
Nel giavasco, tra l’erba alta e le ortiche, una volta mi dici: “Mio padre ha i calendari con le donne nude. Sono bellissime. C’è uno che lecca la passera a una tipa. E lei non ha i peli, neanche uno”. Ti dico che, se è per questo, nemmeno io ce li ho, ma la cosa non ti importa granché perché io sono la tua migliore amica. “Lo vuoi vedere?”, mi dici raggiante all’idea di condividere con me quel tesoro di famiglia.
Ci infiliamo di nascosto nell’officina di tuo padre: odore di grasso e di gas di scarico, striature oleose sul cemento grezzo del pavimento, penombra e stracci bisunti dappertutto. A me questa foto non interessa per niente, anzi mi fa un po’ paura, e tengo gli occhi bassi per non incontrarla, studiando una crepa nel pavimento.
“Non c’è più”, mi dici sconcertato indicando il muro vuoto, e per tutto il pomeriggio sei mogio e deluso come chi non ha mantenuto una promessa.
“Pensi che anche i tuoi genitori o i miei lo fanno?”, ti chiedo, sperando che riaprire l’argomento ti possa tirare su il morale.
“Certo”, dici serio, “e anch’io voglio farlo quando ho la morosa”.
Nella mia vita ho conosciuto alcuni artisti, li ho visti ragionare e poi come per magia collegare monadi di pensiero e creare mondi inesplorati, dotati di regole proprie e confini. Eppure conosco l’emozione del principio creativo perché tu me l’hai insegnato.
Se tua madre ti dice di non usare la bicicletta di tuo fratello che è troppo grande per te e tu la prendi, è ovvio che la giornata avrà un sapore interessante e clandestino. Facciamo su e giù nel parco del museo, sui vialetti lucidi di fango, e tu ti diverti a sgommarci sopra, in frenata. Io ti seguo ammirata, incapace di eguagliare le tue prodezze. Poi non so cosa sbagli, la ruota dietro ti parte di lato e tu rotoli sull’asfalto; quando ti alzi al posto delle ginocchia hai due nodi d’albero.
Per qualche secondo restano bianchi e rugosi, poi il sangue comincia ad affiorare e non si ferma più. Io dico “Oddio”, tu dici “Dio sangue”. Io dico “Andiamo in ospedale”, tu dici “Se lo sa mia madre, mi ammazza”. Io dico “Cosa facciamo?”, tu dici “Mi disinfetti tu”.
Inutile obiettare che è troppo profondo, perché la paura di tua madre è più forte di qualsiasi dolore, e aggiungi un logicissimo “Dio male”.
Nella vasca da bagno di casa mia ti faccio zampillare l’acqua ossigenata dentro la ferita, e la vedo friggere nella carne fin contro l’osso, la schiuma frizza e diventa rossa, mentre tu urli e inventi sempre nuove divinità, un olimpo personale, semplice e diretto, che già mi strega. Dio schiuma, dio ossigeno, dio muoio, dio osso, dio basta.
Mia madre torna dal lavoro e nemmeno la sentiamo, quando si affaccia in bagno tu hai quasi perso i sensi ma non la parola. “Dio madre… dio madre”, supplichi mentre ti porta all’ospedale in macchina. E io traduco: la stai ringraziando per non aver chiamato la tua, di madre.
Nel giavasco, lussureggiante e discreto, tu, io, tua cugina e i bambini del vicinato ci raduniamo in segretissime sessioni. Ci caliamo pantaloncini e mutande e confrontiamo le fogge delle reciproche parti intime, apprezzandone similitudini e diversità, nonché cambiamenti nel corso del tempo. Il tutto porta via alcuni minuti e viene eseguito come una routine necessaria e anche rilassante, un quieto intermezzo tra corse e arrampicate. Se ci sono estranei alla cerchia ristretta, la pratica è rimandata. Quello che è naturale tra di noi, diventa imbarazzante in presenza di un compagno o compagna di classe.
Una volta tuo nonno ci scopre e ci insegue con la vanga urlando paonazzo di rabbia: “Schifosi! Onti!”, e noi due per scappare nell’erba che fischia ci ritroviamo acquattati vicini, mezzi nudi, e ci viene da ridere senza potere.
Anche se è luglio il sole cocente non penetra lì sotto. A me batte il cuore all’impazzata mentre tuo nonno ci passa vicino e io vedo la terra sul contorno delle sue unghie. Poi, quando se ne va, tu mi dici serio: “Senti, ci ho pensato. Da grande ti voglio sposare!”.
Mi sembra che il petto mi si apra come a te le ginocchia quando sei caduto, e il sole mi picchia in testa anche se sono all’ombra, capisco che questo è quello che aspetto di sentirmi dire da quando ti conosco, ossia da quella volta che tu e tua cugina mi avete incontrato: io mi ero appena trasferita e non sapevo parlare ancora bene il dialetto, né andare in bicicletta senza mani, né sputare lontano, e per questo, credo, tu e tua cugina non vi sforzavate nemmeno di imparare il mio nome. “Può venire la bambina a giocare?”, chiedevate a mia madre, dopo aver suonato il campanello di casa.
E mi viene in mente un po’ tutto, anche quella volta che tuo nonno aveva messo i gattini appena nati nel sacchetto della Coop e poi l’aveva infilato in un secondo sacchetto sempre della Coop ed era partito in bicicletta verso l’argine del canale, e io singhiozzando ti avevo detto: “Come fai a non piangere?”, e tu mi avevi risposto: “Non posso piangere ogni volta”. E il tuo sguardo sembrava quello di un adulto, di un marito che si preserva, e che insegna alla famiglia come preservarsi.
Poi però mi ricordo del calendario. Se divento tua moglie, devo fare quello che fa la tizia del calendario, tu sei stato chiaro e risoluto: alla morosa farai fare quello che il tizio del calendario fa alla sua compagna senza peli. Ti ho detto che anch’io non ho peli laggiù, e può essere che questo ti abbia fatto riflettere sulla mia possibile candidatura al ruolo. Dio paura, dio amore, dio non posso, dio ho nove anni appena compiuti.
“Io no”, ti dico, tirandomi su i pantaloncini.
“No cosa?”, mi fai.
“Non ti voglio sposare”, ti dico e mi sento salva, leggera, euforica. Nemmeno ti aspetto, corro a cercare gli altri per giocare ad alto-da-terra.
Due mesi dopo inizia la scuola e tu ti innamori di Annalisa, la bambina più bella della classe, che non ha bisogno di correre veloce, saltare giù dai rami degli alberi e imparare il dialetto per piacerti (cosa tra l’altro non facile visto che mia nonna, per contrastare il mio improvviso imbarbarimento, mi sottopone a lezioni di francese: per cui è bosgato o cosciòn? È furscèt o piròn? È giavasco o forè?).
Visto che a nove anni sai già saldare, con la saldatrice di tuo padre costruisci ad Annalisa un portamatite in metallo zincato con il suo nome inciso sopra. Lo stomaco mi si contorce quando vedo la precisione delle saldature e ti immagino a srotolare la bobina del rame e a fonderla, l’odore dolciastro di bruciato che fa. Dio geloso, dio dolore, dio pentimento. Guardo le mie matite che giacciono in un anonimo astuccio con gli elastici e maledico la mia codardia. Che mai poteva succedere se mi facevo fare quello che si faceva fare la tipa del calendario? Annalisa se l’è fatto fare? Eppure non è morta, anzi è uguale a prima, più perfetta di prima, e con tutte le matite in ordine, per di più.
Con l’autunno arrivano gli operai, falciano il giavasco e caricano tutto su un furgone. Dopo di loro arrivano dei camion di sassi, poi le betoniere con l’asfalto e stendono la strada. Tutto ha un aspetto liscio, levigato e ordinato. Finché non cominciano a passare le macchine, possiamo giocare a pallavolo. Chi l’ha mai visto un pallone rimbalzare così? Prima, capace che lo facevi cadere e finiva chissà dove. Nel giavasco ne abbiamo persi un bel po’, di palloni.
“Sai che figo in bicicletta!”, mi dici.
“Già”, ti rispondo.
E mi volto con la speranza di trovare lo stesso sguardo di quando tuo nonno porta ad annegare i gattini: compìto e concentrato nell’impresa adulta di digerire la delusione.
Invece no.
Sorridi sereno, soddisfatto del cambiamento.

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La legge della vita, di Jack London

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Dall’8 Ottobre è in libreria La legge della vita, di Jack London, pubblicato da Ortica Editrice.
L’ambiente dei territori di frontiera, primitivi e remoti, consente a London di sottolineare la brutalità della Natura, vera protagonista dei suoi racconti, e come essa venga accettata pacificamente. Era la legge della vita, ed era giusta. Egli era nato vicino alla terra, era vissuto, e la legge perciò non gli era nuova. Era la legge di tutti gli animali. La natura non è buona col singolo. Non si preoccupa dell’essere chiamato individuo. Terribili corse verso improbabili salvezze, in luoghi dove la natura conserva rare tracce umane; il contrasto del mondo dei bianchi con quello dei nativi e la reciproca inspiegabilità; luoghi che lasciano intravedere le forze che regolano il rapporto dell’uomo con i suoi simili e con la natura in cui la posta in gioco è sempre altissima, la vita.

Cattedrale pubblica il racconto che apre la raccolta, per gentile concessione dell’editore.

La legge della vita


Il vecchio Koskoosh ascoltava avidamente. Benché la sua vista fosse scomparsa da tempo, l’udito era ancora buono, e il suono leggerissimo penetrava fin nella vaga intelligenza che dimorava ancora dietro la fronte rugosa, ma che non contemplava più le cose concrete del mondo. Ah! Il rumore era prodotto da Sit-cum-to-ha, che ingiuriava i cani, mentre li costringeva a forza di scapaccioni sotto la bardatura. Sit-cum-to-ha era la figlia di sua figlia, ma in quel momento era troppo occupata per dedicare un pensiero al misero nonno seduto solo lì nella neve, abbandonato e disperato. Bisognava disfare il campo. La lunga pista attendeva, mentre il breve giorno si rifiutava di attendere. La ragazza sentiva il richiamo della vita, non della morte. E il vecchio era ormai prossimo alla morte.
A questo pensiero, il panico invase per un momento Koskoosh, che tese le mani paralizzate, tastando con gesti tremanti la piccola catasta di legna secca che aveva accanto. Rassicurato che il combustibile fosse veramente lì, la mano si ritirò al riparo delle pellicce spelate, ed egli si mise ad ascoltare. Il cupo crepitare delle pelli a metà gelate, gli disse che avevano smontata la capanna del capo, e che ne ripiegavano i vari pezzi per renderla trasportabile. Il capo era suo figlio, forte e robusto, condottiero della tribù e gran cacciatore. Mentre le donne faticavano col bagaglio del campo, la sua voce si levò sgridandole per la loro lentezza. Il vecchio Koskoosh tese l’orecchio. Era l’ultima volta che avrebbe udita quella voce. Ecco che se ne andava la capanna di Geehow! E quella di Tusken! Sette, otto, nove; restava solo quella dello shaman. Ecco! Erano ormai al lavoro su essa. Il vecchio udiva lo shaman grugnire, mentre ammucchiava le pelli sulla slitta. Un bambino piagnucolò e una donna lo calmò con voce gutturale. Il piccolo Kootee, pensò il vecchio, un bambino scontroso e non troppo robusto. Sarebbe morto ben presto, forse, e gli avrebbero scavato una buca nella terra gelata, e vi avrebbero ammucchiato sopra delle rocce per proteggerlo dagli animali.
Ebbene, che importava? Era il destino di tutti: un po’ di anni trascorsi a ventre vuoto, qualche altro a ventre pieno, poi la fine... La morte, più affamata di tutti, non mancava mai di visitare la tribù.
Che era questo? Oh, gli uomini che legavano le slitte e stringevano le cinghie. Il vecchio ascoltò: il vecchio che non avrebbe più ascoltato. Le fruste schioccarono e morsero i cani. Uditeli mugolare! Come odiano la fatica e la pista! Eccoli partiti! Le slitte si allontanarono l’una dopo l’altra, svanendo nel silenzio. Erano partiti. Erano usciti dalla sua vita, ed egli affrontava da solo l’ultima ora amara. No. La neve scricchiolava sotto un paio di mocassini; un uomo si teneva accanto a lui; sulla sua testa una mano si appoggiava dolcemente. Suo figlio era buono, per compiere quell’atto. Il vecchio rammentò gli altri, i cui figli non avevano atteso, dopo che la tribù era partita. Ma suo figlio aveva atteso. La sua mente si smarrì nel passato finché la voce del giovane la riportò al presente.
— Hai tutto quel che ti occorre? – domandò.
E il vecchio rispose: — Tutto.
— Hai accanto una catasta di legna – continuò il giovane – e il fuoco arde brillantemente. La mattina è grigia e il freddo è venuto. Nevicherà fra breve. Comincia già a nevicare.
— Sì, comincia già a nevicare.
— Gli uomini della tribù hanno fretta. Le loro balle sono pesanti, il loro ventre è piatto per mancanza di cibo. La pista è lunga ed essi viaggiano rapidamente. Devo andarmene, ora. Va bene?
— Va bene. Sono come una foglia dell’anno scorso, attaccata leggermente per il gambo. Il primo alito di vento e cade. La mia voce è divenuta come quella d’una vecchia. Gli occhi non mi mostrano più il cammino e i piedi sono pesanti ed io sono stanco. Va bene.
Curvò la testa tranquillamente, finché gli ultimi scricchiolii della neve si spensero in lontananza, ed egli comprese che il figlio non era più a portata di voce. La sua mano si portò in fretta alla legna. Solo questa si trovava fra lui e l’eternità. Rappresentava la misura della sua vita. Una manciata di fascine. Una dopo l’altra, sarebbero andate ad alimentare il fuoco; e proprio così, passo per passo, la morte si sarebbe avvicinata a lui. Quando l’ultimo pezzo di legna avesse ceduto il suo calore, il gelo avrebbe cominciato ad acquistar forza. Prima i piedi, poi le mani; e poi l’assideramento si sarebbe insinuato piano piano dalle estremità al corpo. La testa gli sarebbe caduta avanti sulle ginocchia, e allora avrebbe trovato il riposo. Era facile. Tutti devono morire.
Non si lamentava. Era la legge della vita, ed era giusta. Egli era nato vicino alla terra, era vissuto, e la legge perciò non gli era nuova. Era la legge di tutti gli animali. La natura non è buona col singolo. Non si preoccupa dell’essere concreto chiamato individuo. Il suo interesse è riposto nella specie, nella razza. Questa era la più profonda astrazione di cui fosse capace la mente barbara di Koskoosh, ma la comprendeva bene. Vedeva in tutta la vita l’esempio di quella legge. Il sollevarsi della linfa, lo sbocciare dei bottoni verdi, la caduta delle foglie gialle: bastava questo a dire l’intera storia. Ma un compito la natura assegnava all’individuo. Se egli non l’adempiva, veniva a morte. Se l’adempiva era lo stesso: moriva. La natura non se ne curava; erano tanti gli obbedienti, e quello che importava era l’obbedienza. La tribù di Koskoosh era antichissima. I vecchi che egli aveva conosciuto da ragazzo avevano conosciuto a loro volta dei vecchi prima di loro. Perciò era vero che la tribù viveva, che esisteva per l’obbedienza di tutti i suoi membri, su su fino al passato dimenticato. Ma i singoli non contavano; erano semplici episodi. Erano scomparsi come nuvole in un cielo estivo. Anche lui era un episodio e sarebbe scomparso. La natura non se ne curava. La vita assegnava un solo compito, dava una sola legge: perpetuare era il compito della vita, la sua legge era la morte. Adempiuto il compito l’individuo, al primo periodo di carestia o alla prima pista difficile, sarebbe stato abbandonato, come avevano abbandonato lui nella neve, con una catasta di legna accanto. Tale era la legge.
Depose accuratamente un ramo sul fuoco e riprese la sua meditazione. Era lo stesso dappertutto, in tutte le cose. Le zanzare sparivano ai primi geli. I piccoli scoiattoli andavano a nascondersi per morire. Quando invecchiava, il coniglio diveniva lento e pesante, e non poteva più vincere i nemici nella corsa. Anche il grande orso diveniva incerto e cieco e irritabile, per essere abbattuto alla fine da un branco di cagnetti ululanti. Rammentava come lui stesso aveva abbandonato il padre un inverno, sul corso superiore del Klondike: l’inverno prima che il missionario venisse col libro di preghiere e la cassetta delle medicine. Molte volte Koskoosh s’era leccato le labbra al ricordo di quella cassetta. L’«ammazzadolori» era stato specialmente gradevole. Ma il missionario era un peso, dopo tutto, perché non portava carne al campo, e mangiava abbondantemente, e i cacciatori brontolavano. Ma si gelò i polmoni sulle montagne del Mayo, e qualche tempo dopo i cani ficcarono il naso fra le pietre e trovarono le sue ossa.
Koskoosh mise un altro ramo sul fuoco e tornò al passato. Era stata l’epoca della Grande Fame, quando i vecchi si accoccolavano col ventre vuoto intorno al fuoco, e rammentavano le vaghe leggende dei giorni antichi, allorché lo Yukon scorse libero per tre inverni e poi restò gelato per tre estati di seguito. In quella carestia egli aveva perduta la madre. Il passaggio del salmone era venuto meno nell’estate, e la tribù aveva atteso l’inverno sperando nel caribu. Poi venne l’inverno ma i caribu non apparvero. Non s’era mai visto nulla di simile, ricordavano i più vecchi. Ma i caribu non vennero, e giunse il settimo anno, e i conigli non s’erano riprodotti, e i cani non erano altro che mucchi di ossa. E durante le lunghe tenebre i bambini gemevano e morivano, e morivano le donne e i vecchi; e neppure uno su dieci della tribù sopravvisse per vedere il sole, quando esso ritornò nella primavera. Che grande carestia!
Ma egli aveva veduto anche tempi di abbondanza, quando la carne si sciupava e i cani erano grassi e incapaci di lavorare per la supernutrizione: tempi quando lasciavano passare indisturbata la selvaggina e le donne erano feconde e le capanne riboccavano di bambini. Allora fu che gli uomini divennero sdegnosi, e ravvivarono antiche lotte, e attraversarono le montagne a sud per uccidere i Pelly, e ad ovest per sedere accanto ai fuochi spenti del Tanana. Rammentava da ragazzo un’epoca di abbondanza, quando vide un alce abbattuto dai lupi. Zing-ha era disteso con lui nella neve e guardava; Zing-ha che più tardi divenne il più esperto dei cacciatori, e che alla fine cadde in una tasca d’aria sullo Yukon gelato. Lo trovarono un mese dopo, irrigidito dal ghiaccio nella posizione in cui era restato, mentre tentava di uscir fuori dalla buca.
Ma la sua mente tornò all’alce. Zing-ha e lui erano usciti quel giorno per giocare alla caccia, imitando i loro padri. Sul letto del fiume rilevarono le tracce fresche di un alce, e con esse le tracce di molti lupi.
— Un vecchio animale – disse Zing-ha che era pronto a leggere i segni. – Un vecchio che non riesce a seguire il suo branco. I lupi l’hanno tagliato fuori e non lo lasceranno più.
E fu così! Era la maniera dei lupi. Di giorno e di notte, mai riposandosi, ringhiando ai suoi talloni, saltandogli sotto il naso, gli restarono accanto sino alla fine. Come i due ragazzi avevano sentito accendersi la sete del sangue! La fine doveva essere uno spettacolo da vedersi!
Coi piedi doloranti, seguirono la pista, che anche lui Koskoosh, lento di vista o poco esperto, avrebbe potuto seguire alla cieca, tanto era larga. Sapevano di trovarsi vicinissimi alla caccia, leggendo in ogni passo la truce tragedia scritta di fresco sulla neve. Giunsero al punto dove l’alce aveva affrontato gli assalitori. In lungo e in largo in ogni direzione, la neve era calpestata e sconvolta. In mezzo erano le profonde impressioni della selvaggina dagli zoccoli spaccati, e tutt’intorno, dovunque, si vedevano le orme più leggere dei lupi. Alcuni, mentre i loro fratelli assalivano per uccidere, s’erano distesi su un fianco per riposarsi. Le lunghe impronte dei loro corpi sulla neve erano perfette come se le avessero lasciate un momento prima. Un lupo era stato abbattuto dalla vittima impazzita e calpestato a morte.
E poi giunsero al punto dove l’alce si era trovato davanti a un argine, che doveva superare per guadagnare la foresta. Ma ora i suoi nemici l’avevano assalito alle spalle, finché egli aveva dovuto indietreggiare, cadendo su loro e schiacciandone due. Era chiaro che la fine era imminente, perché i lupi avevano lasciati intatti i loro fratelli caduti. Due altri combattimenti erano seguiti, rapidi e in breve successione. La pista era rossa e il passo deciso della grande bestia era divenuto incerto e irregolare. Allora udirono i primi suoni della battaglia: non il coro pieno della caccia, ma i latrati brevi e ringhiosi, che parlavano d’una lotta corpo a corpo e dei denti affondati nella carne. Poiché si trovavano sottovento, Zing-ha strisciò nella neve, e con lui si trascinò Koskoosh, che negli anni a venire doveva essere il capo della tribù. Insieme scostarono i rami inferiori d’un giovane abete e guardarono davanti a loro. Assistettero alla fine.
Il quadro, come tutte le impressioni dei giovani, era ancora forte in lui, e i suoi occhi rividero la fine selvaggia e violenta, come l’avevano contemplata in quei giorni antichi. Koskoosh si meravigliò di questa nettezza di ricordo, perché nei giorni che seguirono, quando egli era capo di uomini, aveva compiuto delle grandi gesta, e aveva fatto maledire il suo nome dai Pelly, per non dir nulla dei bianchi che aveva ucciso coltello a coltello, in aperto combattimento.
Meditò a lungo sui giorni della sua giovinezza, finché il fuoco si abbassò e il gelo cominciò a morderlo. Lo ravvivò questa volta con due ramoscelli, e fece il conto della vita che gli restava. Se Sit-cum-to-ha avesse solo pensato al nonno, raccogliendo una bracciata più grande, le sue ore sarebbero state più lunghe. Sarebbe stato facile, allora. Ma ella era stata sempre una ragazza incurante e non onorava l’antenato, dall’epoca che il Castoro, figlio del figlio di Zing-ha, aveva gettato per la prima volta gli occhi su lei. Ebbene, che importava? Non aveva egli fatto lo stesso nella sua viva giovinezza? Per qualche tempo ascoltò in silenzio.
Tese l’orecchio. Non un movimento, nulla. Lui solo esisteva in mezzo al vasto silenzio! Ascolta! Che cos’era? Un brivido gli attraversò il corpo. Il lungo urlo familiare ruppe l’incantesimo del silenzio: era vicinissimo. Allora ai suoi occhi annebbiati apparve la visione dell’alce: i fianchi laceri e sanguinanti, la criniera arruffata e le grandi corna ramificate cadenti al suolo, alla fine. Vide le forme grige che si avventavano, gli occhi lampeggianti, le lingue rosse, le zanne coperte di bava. E vide il cerchio inesorabile serrarsi, finché diveniva un’unica macchia nera in mezzo alla neve calpestata.
Un muso freddo gli si appoggiò alla guancia, e a questo contatto l’anima del vecchio tornò al presente con un balzo. La sua mano corse al fuoco e trasse una fascina fiammeggiante. Sopraffatto dalla paura ereditaria dell’uomo, il bruto si ritirò, lanciando un grido prolungato ai fratelli; ed essi gli risposero prontamente, finché un cerchio di forme grige si formò intorno. Il vecchio ascoltava il serrarsi di questo cerchio. Agitò selvaggiamente il suo ramo, e gli sbuffi si trasformarono in ringhi; ma gli animali ansanti si rifiutarono di disperdersi. Ora uno strisciava avanti, ora un altro, ora un terzo; ma nessuno si ritirava d’un pollice. Perché aggrapparsi alla vita? si domandò il vecchio, lasciando cadere nella neve il ramo fiammeggiante. Questo sibilò e si spense. Il cerchio grugnì, inquieto, ma restò immobile. Koskoosh rivide l’ultima battaglia del vecchio alce, e lasciò cadere con aria stanca la testa sulle ginocchia. Che importava dopo tutto? Non era la legge della vita?

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"Amami e poi lasciami", di Edwidge Danticat

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Dal 24 Settembre è in libreria La vita dentro, di Edwidge Danticat, pubblicato da Sem Editore. Una raccolta di racconti haitiani che ritrae le ferite di donne e uomini in fuga, sopravvissuti e superstiti, personaggi che portano piccole o grandi cicatrici da curare in un altrove salvifico. La diaspora haitiana a seguito della dittatura, è un sottofondo quasi invisibile, ma costante, che rende vivide le vicende più vicine alla nostra attualità: povertà, migrazione, disuguaglianza.

Cattedrale vi propone uno dei racconti per gentile concessione dell’editore.

“Amami e poi lasciami”

«Madame, hanno detto che sto per morire.»
Mélisande si era recata in una clinica del centro e si era sottoposta a un prelievo del sangue, solo per ricevere una possibile condanna a morte. Da un po’ di tempo soffriva di tosse, una tosse inizialmente leggera e discreta che si era fatta sempre più cavernosa, finché non ero stata costretta ad allontanare mio figlio Wesley, di appena undici mesi, dalle sue cure. Solo quando aveva avuto la febbre ed era diventata così lenta da non riuscire quasi a muoversi, si era finalmente decisa a rivolgersi a un medico. Ora singhiozzava sulla soglia di camera mia, il corpo sot- tile e piatto come lo stipite della porta. Sollevò la sottana di seta a fiori per asciugarsi le lacrime. Immediatamente rico- nobbi la gonna che un tempo era stata mia. L’avevo pagata sessanta dollari in un negozio di Miami quando frequen- tavo la scuola di specializzazione, dove avevo conosciuto mio marito, Xavier, un compatriota haitiano con cui ge- stivo un piccolo hotel, che era anche casa nostra, a Port-au- Prince. «Hai parlato con tua madre?» chiesi a Mélisande. Aveva ventuno, ventidue anni al massimo. La madre, Ba- bette, lavorava come cuoca nel nostro albergo. Mélisande era la tata di nostro figlio, e alloggiava con la madre in una stanza sul retro delle cucine. Non affidavo volentieri mio figlio ad altri, ma era evi- dente che Wesley adorava quella ragazza. Non appena lo avevo adagiato tra le sue braccia, Mélisande gli aveva strap- pato la risata più fragorosa che avesse mai fatto fino a quel momento. Forse l’attrazione che provava mio figlio era la stessa che provavo io: la faccia da folletto, la voce acuta, il passo blandamente incerto, come se temesse di toccare il suolo. Xavier pensava che Mélisande dovesse frequentare una scuola di ragioneria, imparare un mestiere quando non ba- dava a Wesley, ma non l’avevamo costretta a studiare e non avevamo mai insistito più di tanto. Durante il tempo libero, la vedevamo aiutare la madre in cucina. La vedevo anche scherzare con le nostre due cameriere quando, a volte, pu- liva la sala conferenze e le dodici camere insieme a loro. Aveva stretto un accordo con le cameriere: se le aiutava, quello che veniva lasciato nelle camere dovevano dividerlo con lei. A volte, oltre alle mance, le cameriere trovavano monili d’oro o d’argento – soprattutto orecchini spaiati e braccia- letti sottili – che io e mio marito facevamo di tutto per re- stituire, ma se nessuno ci rispondeva o li reclamava, dopo qualche mese permettevamo alle ragazze di venderli all’o- refice sulla strada, che li fondeva in altri gioielli da vendere agli ospiti. Quei soldi, Mélisande non li avrebbe guadagnati se fosse andata a scuola e non avesse lavorato per noi, ma l’istruzione avrebbe potuto esserle utile in futuro. E ora ri- schiava di non averlo, un futuro. «Entra e siediti» le dissi. Mi alzai dal letto e andai verso la porta. Ero ancora in camicia da notte. Wesley era in albergo con mio marito, che si trovava alla reception per accogliere cinque studenti universitari per le vacanze di primavera. Dall’albergo mio marito gestiva anche un’agenzia di viaggi. La clientela dei nostri tour guidati consisteva principalmente in figli di hai- tiani nati all’estero. Durante la giornata, Xavier li portava a visitare i monumenti e i siti storici. Di sera venivano ospitati dai nostri amici scrittori, artisti e musicisti, o cenavano con i bambini dell’orfanotrofio vicino. Un altro collega accom- pagnava gli ospiti fuori dalla capitale a visitare Jacmel, una cittadina della costa che un tempo era famosa come la Ri- viera di Haiti, Gonaïves, dove nel 1804 era stata dichiarata l’indipendenza di Haiti dalla Francia, e Citadelle Laferrière, una fortezza mozzafiato costruita dopo l’indipendenza. Il tour proposto da Xavier era anche un mezzo per il recluta- mento. Voleva incoraggiare quei giovani a tornare e a met- tere le proprie competenze al servizio del paese. Mélisande era impalpabile sotto le mie dita – come carta, stoffa o aria – mentre la conducevo verso la sedia a don- dolo accanto al letto. Scivolò sulla sedia dove avevo accata- stato alcuni cuscini. Posandole le braccia sulle spalle, perce- pii il calore della febbre persistente attraverso la maglietta bianca. «Cos’ha detto il dottore di preciso?» le domandai. «Ha detto» replicò seppellendo il viso tra le mani «che ho la SIDA. L’AIDS.» Inizialmente sospettavo una polmonite, una bronchite, ma niente di più grave. Quando Mélisande era tornata, ero pronta a rimproverarla per aver aspettato troppo a farsi visi- tare. Pensavo che al massimo avrebbe avuto bisogno di una cura antibiotica. «Anche se hai la SIDA,» le dissi «ora c’è una cura. Le per- sone vivono anni e anni.» Quel discorso innescò una nuova raffica di singulti. Le sue spalle sussultavano, e io iniziai a farmi prendere dal pa- nico. Wesley. Aveva toccato ogni singola parte del suo corpo, lo aveva lavato, asciugato, lo aveva baciato e coccolato. Si erano mai scambiati sangue incidentalmente? Avrei voluto lasciarla lì e correre oltre la piscina, il giardino di ibischi, i boschetti di alberi di fuoco, fino all’altra casa in stile ginger- bread, all’altro capo della proprietà, per trovare mio figlio. Come al solito Wesley si era svegliato prima di tutti noi, e mio marito lo aveva portato in ufficio con sé. Probabilmente stava giocando o gattonando sotto la scrivania mentre Xa- vier rispondeva al telefono. Mélisande stava ancora singhiozzando. Avremmo do- vuto sottoporre Wesley al test. E come avrei potuto perdo- narmi, se fosse stato contagiato? Decisi di lasciarla piangere. Di lasciarla sfogare prima di cercare una qualche soluzione. Alcune cliniche offrivano buone cure antiretrovirali. Certe lo facevano gratuitamente; altre invece esigevano l’adesione a progetti di ricerca e spe- rimentazione. La clinica a cui si era rivolta Mélisande offriva consulenza ma non cure a lungo termine. Avrei dovuto spronarla a rivolgersi al medico quando aveva iniziato a perdere peso. Avrei dovuto impedirle di amoreggiare più o meno apertamente con alcuni degli ospiti dell’albergo, già dalla sera stessa in cui il concierge aveva in- formato Xavier che a Mélisande piaceva cercare la compa- gnia di alcuni ospiti – quelli grassi, bianchi e affiliati a orga- nizzazioni non governative – che, siccome non sembravano aver mai saltato un pasto in vita loro, la ragazza credeva ric- chi. Non le importava se, per gran parte del tempo, non ca- piva cosa dicevano. Cercare di dare un senso alle loro parole era un gioco divertente per lei. Ripetendo alcune delle cose che dicevano, si illudeva di imparare l’inglese, lo spagnolo, il portoghese, il francese, il tedesco o qualsiasi altra lingua parlassero. Tuttavia, nel desiderio di rendere felici gli ospiti, il concierge notturno non l’aveva mai dissuasa. E comunque, il tempo che Mélisande trascorreva in compagnia di quegli uomini non gli sembrava mai sufficiente per un rapporto sessuale. Inoltre la ragazza viveva con la madre, che la sor- vegliava costantemente. Mélisande smise di piangere allorché parve aver finito le lacrime. Le venne il singhiozzo, che la costrinse ad agitare la testa avanti e indietro, vicino e lontano da me. «Dobbiamo trovare una clinica dove puoi ricevere un se- condo consulto» le suggerii. Mélisande alzò la testa e mi fulminò con lo sguardo, poi sgranò gli occhi, come se mi fosse spuntato sulla testa un al- veare o un nido d’uccello. Aveva gli occhi rossi come il fuoco, i capillari rotti quasi sovrastavano le iridi. «Mi hanno detto che non c’è cura» replicò lei. «Fammi parlare con mesye Xavier» le dissi. «Troveremo qualcuno che si occupi di te.» Non avevo idea di quale fosse la clinica migliore a Port-au-Prince, ma sapevo che Xavier sarebbe riuscito a sco- varla. Lui sapeva come procurarsi le informazioni, special- mente quando le cose prendevano una brutta piega. Il lavoro di una guida e di un albergatore consiste anche in questo. Se gli ospiti hanno fame, gli dai da mangiare. Se vogliono bere, li accontenti. Se vogliono essere lasciati in pace, ti fai vedere il meno possibile. Se vogliono compagnia, li intrattieni. Se hanno il cuore spezzato, gli procuri un nuovo amore. E se si ammalano, trovi il modo di curarli in fretta prima che tirino le cuoia sotto la tua responsabilità.

Wesley risultò negativo al test per l’HIV. Lo stesso medico canadese di Pétionville che aveva sottoposto lui e Mélisande, per la seconda volta, alle analisi fu anche quello che ci aiutò a trovare gli antiretrovirali di cui la ragazza aveva bisogno. La soluzione migliore, ci disse, era l’assunzione di una sola pa- stiglia che molti dei suoi pazienti avevano soprannominato la gwo blan, o la “biancona”. Sarebbe stato più semplice controllare che la paziente fosse ligia al dovere. Il medico si accorse subito che Mélisande non lo sarebbe stata. Innanzitutto negò di aver avuto rapporti sessuali e, siccome non si era iniettata con aghi ipodermici né era stata sottoposta a trasfusioni di sangue, non si poteva che concludere che stesse negando l’e- videnza. «Se nemmeno riconosci il modo in cui la malattia è en- trata nel tuo corpo, come puoi sperare di trovare la forza di combatterla?» chiese il dottore nel suo creolo dall’accento francese a Mélisande che, seduta davanti a lui, fissava la pa- rete tappezzata di diplomi con le palpebre a mezz’asta. Ma dopo che il medico ci ebbe fornito due mesi di cura dalla sua scorta personale – al prezzo di due dollari ameri- cani a pastiglia – Mélisande si rivelò più diligente di quanto ci aspettassimo. Per abituarla, le dissi di venire da me tutte le mattine per poter controllare che prendesse la pastiglia mentre facevamo colazione insieme, in genere a base di cibi solidi come platani e uova o spaghetti con l’aringa, per lei, e qualcosa di più leggero, tipo caffè e pane tostato, per me. La maggior parte delle volte mangiavamo sul patio di camera mia che si affacciava sulla piscina dell’albergo dove alcuni dei nostri ospiti già facevano la loro nuotata mattutina. Al- tre volte mangiavamo nella sala da pranzo dell’albergo, con Wesley sul seggiolone al mio fianco. Mélisande mise su peso, e ora i miei vecchi vestiti le sta- vano meglio. Piangeva meno, in parte forse perché sapeva che tutto il personale, inclusi i giardinieri e le guardie giu- rate, ci tenevano d’occhio. Ma quello che non faceva più era toccare mio figlio, che le tendeva le piccole braccia grassot- telle, distorcendo il faccino in una smorfia che si tramutava in dolore, e in pianto, quando lei lo ignorava o si voltava dall’altra parte. Dopo un po’ smisi di portare Wesley a colazione con noi. Era insopportabile per entrambi. Anche se ne avrei avuto sicuramente bisogno, non assunsi un’altra tata perché non vo- levo che Mélisande stesse peggio di quanto non si sentisse già. Invece chiesi a Xavier di darmi una mano quando non c’erano tour guidati, e mi portavo dietro Welsey dapper- tutto, spingendolo sul passeggino quando diventava troppo pesante. Quella settimana, tra gli ospiti più problematici c’era la coppia di sposini del posto che avevano trascorso quattro notti chiusi nella suite luna di miele pur avendola prenotata soltanto per due. E il senatore che aveva abbandonato casa sua per ragioni di sicurezza e adesso alloggiava in una delle camere accanto al gazebo. Mi imbattei nel senatore mentre correvo qua e là con We- sley, per dare una controllata frettolosa al giardino prima di fare colazione con Mélisande. L’uomo sedeva in piscina a leggere il giornale, con indosso solo il costume da bagno. Mi sorrise e mi fece l’occhiolino, come faceva sempre quando gli rammentavo il conto che doveva ancora saldare. C’era anche il vecchio gobbo, un filosofo francese che sosteneva di essere a Haiti per scrivere un libro sul paese, ma che non faceva al- tro che fumare e bere come una spugna per tutto il giorno. A tutti questi ospiti, e anche alla giornalista a cui dovevo ram- mentare che i soldi inviati dal suo giornale non erano mai arrivati, bisognava stare con il fiato sul collo. Molto più che a Mélisande, la quale ero convinta sarebbe stata in grado di assumere la terapia da sola. Ben presto smisi di fare colazione con lei e iniziai a mo- nitorare il suo comportamento nei confronti della madre, che dal giorno in cui aveva appreso della malattia della fi- glia aveva cominciato a chiamarla bouzen, “puttana”, anche se tutte le mattine interrompeva il lavoro per accertarsi che Mélisande avesse preso la pastiglia a colazione. Certe mattine le osservavo dal patio. Babette non era più alta di Mélisande, ma era robusta e grassoccia. Le vene del collo le pulsavano mentre inveiva contro la figlia, che pro- vava a mettere fine alla conversazione ingollando la pillola e poi dandosela a gambe. «Cosa farai quando mesye e madame smetteranno di pa- gare quelle pastiglie da cento gourde?» le strillava Babette come un sergente istruttore che tormenta una recluta. La sua paura era palpabile. La sopravvivenza della figlia ora di- pendeva da me e mio marito. Se avessimo deciso di vendere l’albergo e trasferirci altrove, le condizioni di Mélisande sa- rebbero peggiorate. E se le aziende farmaceutiche avessero smesso di produrre la medicina o di inviarla a Haiti? Se la catena che andava dalla creazione del farmaco alla nostra capacità di reperirlo si fosse spezzata in un punto qualsiasi, Babette avrebbe potuto perdere la figlia. Una mattina la udii chiedere a Mélisande, che stava prendendo la pillola: «E se gli stranieri, i blan, si tenessero il medikaman tutto per sé? E se mesye e madame lasciassero Haiti?». «Non avrai mai un bambino sano» le disse un altro giorno. «Non avrai mai un marito.» «Dovresti parlarle» mi suggerì Xavier un giorno, dopo aver origliato quei discorsi. Mio marito stava organizzando il pranzo per un gruppo di imprenditori locali che a volte usavano la sala conferenze dell’albergo per le loro assemblee. Si appuntava sul cellulare di ricordarsi di ordinare i vini, di avvisare lo chef e di elabo- rare un menu, tutto mentre parlava. «Non credo che a quella povera figliola faccia bene sen- tirsi dire certe cose» commentò Xavier. «Dove vuoi essere sepolta?» domandò Babette alla figlia poco dopo. «Meglio che tu cominci a mettere da parte i soldi se vuoi una bella bara.» A differenza di tutti noi, Babette non poteva permet- tersi il relativo ottimismo che a me e Xavier trasmettevano le pastiglie. Se Mélisande fosse stata figlia mia e non avessi avuto i soldi per comprarle una cura, avrei nutrito gli stessi timori.

L’indomani mattina chiesi di scambiare due parole con Ba- bette che, non appena chiusi la porta dell’ufficio di mio ma- rito, mi strinse la mano e disse: «Mèsi, mèsi. Grazie, madame, per non averla mandata via. Grazie per non averla lasciata morire». «Ci sono persone in tutto il mondo che prendono quelle medicine» esordii ritirando delicatamente la mano. «Inol- tre stai sprecando del tempo prezioso con tua figlia, tempo che potresti trascorrere come facevi prima. La aiuteresti molto di più se smettessi di insultarla e le dimostrassi il tuo amore.» «Il mio amore?» Si accigliò, indietreggiando da me. «Sì, il tuo amore» ripetei. Doveva esserle sembrato un or- dine. «Devi amarla» ribadii. Sapevo cosa le stava passando per la testa. Questi fore- stieri buoni a nulla, questi non più haitiani, quasi blan, pra- ticamente degli stranieri, questi dyaspora con le loro idee sdolcinate, perché riducono tutto a un solo genere d’amore, l’amore di cui parlano tutti, anziché quello che ti strazia il cuore? Questi dias-poracci, questi dyaspowa e dyasporèn, que- sti monarchi illuminati non sanno che ci sono molti altri modi per esprimere l’amore oltre a parlarne di continuo? «Certo che la amo» ribatté la donna allargando le brac- cia come a mostrare la portata del suo affetto. «Ecco perché sono così dura con lei.» Abbassò lo sguardo e chinò il capo, e parve vergognarsi del fatto che avessi avuto ragione di rimproverarla, del fatto che non aveva altra scelta che starsene lì e ingollare. «Eskize m. Scusami» le dissi. «Siamo madri tutt’e due. Ti capisco.»
Si guardò intorno nella stanza, le fotografie appese al muro, i ritratti dei parenti miei e di Xavier, a Haiti e all’e- stero. Guardò la decina e più di fotografie di Wesley che era al mondo da meno di un anno. Guardò le pareti come se sperasse di vedervi se stessa o Mélisande, ma nemmeno si stupì di non trovarvi nessuna delle due. «Lei è una madre che mantiene suo figlio, e anche la mia» disse Babette alzando gli occhi al soffitto imbiancato. «Non siamo uguali.» Io volevo il bene di Mélisande, replicai, così come lo de- siderava lei. In quel senso eravamo uguali. Sapevo di non averla convinta. Sapevo anche che dopo la nostra chiacchie- rata non ci sarebbero stati discorsi di scuse né abbracci di ri- conciliazione tra madre e figlia. L’indomani mattina mi affacciai dal patio con Wesley che saltellava nel box accanto a me e la vidi porgere in silenzio un bicchiere d’acqua a Mélisande. «Cosa diamine le hai detto?» domandò Xavier che era passato a fare un saluto a Wesley. «Lo sai...» risposi per fargli capire che non avevo voglia di parlarne.

Alla fine del secondo mese, quando Mélisande aveva bi- sogno di un’altra scorta di farmaci, il medico lasciò Haiti e tornò a Montréal. Mélisande non ebbe altra scelta che cer- carsi un altro dottore, un cubano stavolta, che le prescrisse un’altra batteria di analisi. Quando Mélisande fece ritorno con parecchie boccette di pastiglie, tra cui fitoterapici e vita- mine, compresi che qualsiasi illusione avesse mai nutrito di guarire era ormai svanita. La nuova terapia non faceva per lei. Mélisande aveva mal di stomaco, nausea e diarrea, e passava tutto il giorno a letto. Il suo corpo avrebbe impiegato del tempo ad abituarsi ai me- dicinali e agli integratori, disse il dottore cubano, ma aveva bisogno di entrambi, tanto degli antiretrovirali quanto dei rimedi naturali. Xavier fece qualche altra telefonata e le tro- vammo un altro medico, una dottoressa haitiana, per avere la conferma che Mélisande fosse curata nel modo giusto. Dopo che il medico l’ebbe visitata nella stanza dove al- loggiava con la madre, Mélisande disse che rivoleva la gwo blan, o la “biancona”. Mostrò le boccette che le aveva dato il medico canadese alla dottoressa haitiana che, non ap- pena lesse il nome del collega, fece schioccare la lingua ed esclamò: «Gesù, Giuseppe e Maria!». «Cosa c’è che non va?» chiesi dalla soglia, dove stazio- navo. A detta della dottoressa haitiana, quello che il medico canadese aveva prescritto a Mélisande era meno efficace di un’aspirina. Era una cura placebo. Non aveva alcun effetto. Anzi, avrebbe addirittura potuto indebolire il suo sistema immunitario. Il medico canadese che ci aveva prescritto e venduto le prime pillole era fuggito da Haiti perché era stato smascherato da alcuni colleghi che lo avevano denunciato al Ministero della Salute per aver venduto quei farmaci inutili a decine di pazienti ignari in tutta la città. Si dubitava perfino che fosse un vero medico. «Devi stare molto attenta» la dottoressa ammonì Méli- sande. Le prescrisse la gwo blan di nuovo, ma si racco- mandò affinché ci sincerassimo che fosse quella originale. A quella notizia il corpo di Mélisande sprofondò sotto le lenzuola. Aveva perso del tempo prezioso. «Quell’uomo ha giocato con la sua vita» mi disse la dot- toressa quando la accompagnai fuori dalla stanza. Méli- sande si voltò dall’altra parte, affondando il viso nel cuscino mentre chiudevo la porta.

Non avrei dovuto fidarmi del primo medico. Forse ero stata accecata dalla sua pelle bianca e da tutti i diplomi appesi al muro. Mi sarei fidata di lui se Mélisande fosse stata figlia mia? «Abbiamo fatto più del nostro dovere» affermò Xavier mentre si accordava per messaggio con un autista riguardo a una gita al MUPANAH, il museo nazionale, da organizzare in pochi giorni per un gruppo di studenti di storia dell’arte. «Come?» replicai. «Portandola da un ciarlatano?» «Ci abbiamo provato» disse lui. «Abbiamo fallito» lo corressi, gridando. «Abbiamo fatto tutto quello che avremmo fatto per We- sley» insisté lui. «Davvero?» Presi subito appuntamento per sottoporre nostro figlio a un secondo test.

Il pomeriggio, prima dell’appuntamento dal dottore per We- sley, la madre di Mélisande servì me e Xavier nel gazebo, mentre nostro figlio dormiva nel passeggino. Babette su- dava nell’uniforme azzurra. Aveva la testa avvolta in un fou- lard nero e, sebbene ultimamente lo portasse spesso, all’im- provviso quel velo mi parve un drappo funebre. «Siamo molto dispiaciuti» le disse Xavier. «Ma probabil- mente era già malata quando è arrivata da noi. Può essere successo anche quando era più giovane.» La donna servì il cibo in fretta, ci dette le spalle senza dire niente e si allontanò. Forse ci reputava disonesti come il medico ciarlatano, e adesso ci permettevamo addirittura di insultare sua figlia. Avrei dovuto chiederle scusa, dissi a Xavier dopo che se ne fu andata, garantirle che volevamo solo aiutare Méli- sande. Eravamo stati derubati con l’inganno, non solo dei nostri soldi ma anche delle nostre speranze. Mi alzai per andare a cercare la madre di Mélisande, ma Xavier mi afferrò la mano e mi tirò indietro. «Lascia stare» disse, ora davvero arrabbiato, non solo con il medico fasullo e la situazione nel suo complesso, ma an- che con Babette.

Alcuni giorni dopo mi recai nella loro stanza per vedere Mélisande e per informarla che anche il secondo test di We- sley era negativo. Lei era a letto e dormiva profondamente, e non si mosse quando entrai. Le treccine lunghe fino alla vita, fatte da poco, sembravano troppo voluminose per il suo viso e le si allargavano intorno alla testa come un nido di serpi in fuga. Il corpo dall’aspetto fragile, nudo tranne per un reggiseno nero e un paio di mutandine a pois, alla fine si sarebbe adattato completamente alla cura, ci aveva assicu- rato la dottoressa. Vedendola dormire, così serena e vulnerabile, special- mente con la bocca aperta, mi interrogai su quale fosse la sua volontà. I sintomi erano pressoché scomparsi per quasi due mesi quando aveva assunto la cura placebo. Pareva aver funzionato proprio perché lei ci credeva. Ora, però, c’era qualcosa di diverso nel suo viso. Non sembrava più giovane. Forse per via degli sbalzi di peso, adesso le erano spuntate persino le rughe, alcune in mezzo alle sopracciglia, altre in- torno alla bocca.

Una settimana dopo Mélisande si rimise in piedi. La notai un mattino, mentre io e Wesley facevamo colazione sul patio: era vestita di tutto punto e sedeva su una sdraio in piscina, lo sguardo fisso verso l’acqua. Si frugò in tasca ed estrasse un gioiello che si passò sulle linee del palmo. Quindi lo tenne stretto nel pugno prima di rimetterlo in tasca. Ripeté quei gesti un paio di volte, tirò fuori l’oggetto dalla tasca, lo guardò, lo ripose. A un certo punto notai che era un anello con una pietruzza scintillante che, nonostante le piccole di- mensioni, rifletteva la luce più di tutto il resto.
Portai Wesley alla piscina per salutarla. Aveva gli occhi chiusi e dovetti chiamarla per farle sapere che eravamo lì. Fu sorpresa di vederci. «Come stai?» le domandai mentre prendevamo posto sulla sdraio accanto. Mio figlio si precipitò verso l’oggetto scintillante che stava nella mano sinistra di Mélisande, ma lei ritrasse tutt’e due le mani e lo rimise in tasca. «Cos’è?» volli sapere. Probabilmente Mélisande si chiese da quanto tempo la stavo guardando mentre tirava fuori e metteva via il gioiello. Lentamente si frugò in tasca ed estrasse nuovamente l’a- nello. La fascetta era sottile come uno spaghetto, ma aveva, proprio come sospettavo, una piccola pietra trasparente che catturava la luce. Attratto dallo scintillio della pietra, Wesley allungò di nuovo la mano per prenderlo, ma Mélisande lo nascose come per proteggerlo. «Lo ha dimenticato uno degli ospiti?» le chiesi. Scosse la testa. «Allora te lo ha regalato qualcuno?» Annuì. «Un uomo?» Annuì di nuovo. «Te lo ha dato prima che ti ammalassi?» «Può darsi» rispose con un fil di voce tenendo lo sguardo puntato sul pugno richiuso intorno all’anello. «Aveva detto che ti voleva sposare?» Non rispose. Sì, le aveva detto che voleva sposarla, immaginai, poi era tornato alla sua vita, da sua moglie, o da qualsiasi persona a cui fosse davvero legato, e non aveva più fatto ritorno. L’anello era una patacca, naturalmente, uno dei gioielli di krizokal realizzati dall’orefice più avanti sulla strada. Ne avevo visti moltissimi alle dita delle ragazze che venivano a bere al bar dell’albergo per abbordare gli ospiti stranieri o locali, ospiti che sostenevano di amarle e regalavano loro un anellino uguale a quello, a pegno della propria fedeltà, e poi le abbandonavano, lasciandole appese a qualche vuota promessa, per non tornare mai più. Dalle nostre parti quel genere di anello aveva persino un nome. Li chiamavamo le fedi nuziali di Port-au-Prince, o gli anelli renmen n, kite m, “amami e poi lasciami”. «Mélisande» ripresi cercando le parole giuste per dirle, o meglio per ricordarle che quell’anello era come le pastiglie che aveva assunto all’inizio. Non c’era verità, magia o potere di guarigione in quell’oggetto. Il viso emaciato e gli occhi arrossati indicavano che già lo sapeva. «M konnen,» disse «lo so» agitando la mano ossuta per farmi capire che non voleva parlarne più.

Per gentile concessione di Societè Editrice Milanese e The Marsh Agency

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Yucu, di Giovanna Rivero

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Dal 25 Giugno 2020 è in libreria la raccolta di racconti di Giovanna Rivero Ricomporre amorevoli scheletri pubblicata da gran vìa edizioni. Feroci e implacabili, eppure ammantati da un’atmosfera di delicata malinconia, questi quindici racconti, tra i più rappresentativi dell’autrice e raccolti in forma inedita in questa edizione, fanno conoscere al lettore italiano una delle voci più originali della letteratura boliviana e latinoamericana contemporanea.
La traduzione dei racconti è stata realizzata dagli allievi primo corso di traduzione di gran vìa "Tradurre la narrativa breve", sotto la cura di Matteo Léfevre.

Cattedrale vi propone uno dei racconti, per gentile concessione dell’editore.

YUCU
di Giovanna Rivero


Traduzione di Francesco Esposito

La prima cosa che si nota tra la folla che urla il mio nome con un misto di fanatismo e orrore è la scandinava testa rossa di Olaf Stamm, il parroco, accorso presumibilmente per placare gli animi e assicurare la mia cattura con le garanzie previste dalla legge. Che sia esemplare la punizione per il più esecrabile dei peccati, ma che il popolo non si sporchi le mani.
Non mi sorprende vedere la cuoca in mezzo a quella ressa. Posso giustificarla. Sul viso scuro eccessivamente esposto al sole e alla tristezza non si muove nemmeno un muscolo. Si trova lì perché deve. In quale altro luogo potrebbe attendere la ricomparsa della figlia, la piccola cameriera di otto anni, il cui canino sinistro io conservo come offerta devota? Se la cuoca bussasse alla mia porta con sincera gentilezza, le restituirei il canino affinché le rimanesse almeno qualcosa della figlia, un ricordo.
Ma così, con tale brutalità, io non cedo.
Pensano che mi piegherò, che la mia condizione di straniero costituisca un terreno fertile per lo scherno, che mi porti dietro da altre culture vizi e difetti da mettere in pratica nella mia perversa intimità.
Comunque sia, anche il parroco è uno straniero e porta con sé i propri vizi e i propri retaggi culturali. Se lo accettano è per il compromesso vantaggioso che offre dal suo leggìo ogni domenica: la salvezza eterna. Io, che conosco meglio la tediosa questione dell’eternità, non prometto nulla. Non rompo le palle e non voglio che me le rompano. Un compromesso equo.
Fino a ieri qui ci vivevo bene. Non avevo intenzione di spostarmi dal dipartimento del Beni, per lo meno fino a quando non fosse diventata indissimulabile e sgradevole la persistenza della mia relativa giovinezza. Non sempre posso fingere. Non sempre voglio fingere. La sincerità per me è un lusso, qualcosa che altri sprecano e spendono senza un progetto. La sincerità dovrebbe essere un progetto esistenziale, o quanto meno politico. La bambina lo aveva capito sin dall’inizio e per questo mi sono azzardato a fare quello che ho fatto.
Che esca fuori quel maledetto!, grida qualcuno dalla folla. È la voce acuta di una donna. La cuoca rimane quieta, in silenzio, dignitosissima nella tragedia. A volte mi chiedo se avesse capito.
Esci, figlio di puttana!, grida un uomo.
Spio dalla fessura lasciata da una sassata sul legno logoro della finestra a quattro ante. Le gole urlano, s’infiammano, affiorano vene gonfie che tuttavia, in questo momento, non risvegliano in me alcun appetito. Non sono nervoso per loro. Questa inquietudine è dovuta ad altre cause.

La bambina è scomparsa due notti fa. Le prime ricerche della polizia hanno condotto a un gruppo di malviventi da quattro soldi. Li hanno rilasciati dopo averli massacrati di botte e aver verificato che, nonostante conoscessero la piccola cameriera, non avevano la più pallida idea di dove si trovasse.
È stato proprio Stamm, spinto dai suoi terrori ecclesiastici, a presentarsi in commissariato per parlare dei suoi sospetti. L’altra volta, nel caso della gringa dai capelli rossi (quali conti in sospeso avrò mai con quelli con i capelli rossi?), fu sempre lo stesso Stamm a suggerire il mio nome come elemento da tenere in considerazione. Quella volta non si scatenò nessuna caccia all’uomo e potei addirittura fare l’offeso, l’uomo mortificato da una tale insinuazione. Inoltre, l’ambasciata fu soddisfatta della perizia del medico legale: la gringa era rimasta folgorata mentre cercava di far cadere i manghi maturi da un albero più frondoso di quello che Olaf Stamm coltivava nell’eden della sua immaginazione. L’asticella metallica con cui la sventurata cercava di rubare quei frutti aveva fatto contatto con un cavo dell’alta tensione che attraversava il fogliame e, come dicono da queste parti, chau majau.
L’unico in grado di addossarmi la colpa per una morte del genere poteva essere solo il parroco Stamm, che per lo meno è una persona istruita, questo glielo concedo.
Durante una notte insonne trascorsa a contemplare Marte, l’unico pianeta che mi tranquillizza, Stamm passò davanti a casa mia. Stava portando a spasso i cani che facevano la guardia alla parrocchia dopo che alcuni brasiliani avevano lasciato la Madonna coperta solo dal velo, portandosi via i gioielli barocchi che la adornavano. I cani, ovviamente, rincularono con il pelo drizzato. Non mi capita spesso una situazione del genere, ma quella notte avevo sognato secoli passati e i miei pori trasudavano nostalgia. Il sudore di uno come me è una brutta cosa.
Stamm guardò per terra, non per paura ma per calcolare quanti centimetri raggiungesse la mia ombra sotto i piedi. Io continuai a guardare Marte e ad aspettare con pazienza il respiro di qualche gattino randagio.

L’unica che si rese conto di ciò che mi tormentava fu la bambina, la figlia della cuoca. Occhi nerissimi, anziani, al contrario dei denti: giovani, bianchi, su cui si poteva ancora notare l’affilatura seghettata, come se la bambina non avesse mai masticato nulla di consistente, un bel pezzo di carne rossa o il cilindro fibroso di una canna. Come se si cibasse soltanto di pappine e payuje.
Ammetto che questi sono stati anni facili rispetto ai precedenti. La gente del Beni è famosa per il carattere allegro e a tratti indiscreto – dei ficcanaso insomma –, ma nessuno si era mai azzardato a indagare oltre quello che ero disposto a condividere. Qui il concetto di “straniero” conserva ancora un’aura romantica, un certo glamour antiquato di cui non godevo dagli inizi del xx secolo, quando passai circa venti o trent’anni ai confini della Germania, nel Brandeburgo. Lì mi trattarono bene, con prudente distanza ma con il dovuto rispetto, fin quando le mie abitudini alimentari cominciarono a dar fastidio ed essi confusero la mia allora insuperabile avversione alla carne con un’origine ebraica che invece non possiedo. Perché io non posseggo nulla. In genere, comprendo e accetto tutto delle culture e questa passività benevolente, per definirla in un certo modo, mi risparmiava tutta una serie di rogne, per la gioia dei miei muscoli. Non si trattava di una strategia transumante: era più che altro un’indolenza cronica.
Una maledetta indolenza.
Il giorno della scomparsa le cose andarono come sempre. Era una giornata nuvolosa, quindi ne approfittai per pranzare all’aperto. Per scherzare, gli abitanti del luogo dicono che il calore dei tropici è l’anticamera dell’inferno.
La bambina si avvicinò con il taccuino. Oggi abbiamo “fegato strapazzato”, “pacú affumicato” e “collo ripieno”.
Cavolo! Non avete il “falso coniglio”? (Mi divertiva questo piatto, il mio preferito.)
No, signor duca. Solo quello che le ho detto. E da bere, chicha di mais o limonata.
Il “fegato strapazzato” contiene uova?
La bambina chiese urlando alla madre, la cuoca, se il “fegato” contenesse uova, e che lo stava chiedendo “il duca”.
Stranamente mi chiamano “il duca” per la mia passione per le eleganti guayaberas che indosso e non per il mio nome, Duke Moldova. Riguardo alle guayaberas, si tratta più che altro di un gusto che ho acquisito qui, dalle abitudini dei tropici. C’è una domestica della provincia di Moxos che viene a casa tre volte a settimana per lavare e stirare. È un’artista nell’inamidare i colletti. Li porto ben alzati, nonostante il sole picchi forte. In compenso, non ho mai sentito un’inclinazione speciale per la moxeña, il suo collo anemico mi lascia indifferente. Inoltre, raramente mischio le sfere che compongono la mia vita quotidiana.
Il “fegato strapazzato” in effetti conteneva uova. E io, in seguito a quell’episodio che sollevò un polverone in ogni angolo del paese, ho sviluppato una specie di allergia all’uovo. Non tanto al suo sapore, ma probabilmente all’albumina, o all’immagine della gringa dai capelli rossi che spiegava alla bambina cosa significasse essere vegana. Ricordo che la bambina la guardava meravigliata, rapita dall’accento impacciato, con gli occhioni neri fissi sul viso lentigginoso della ragazza. Le argomentazioni vegane erano lunghe, evangelizzatrici, desideravano arrivare al tenero cuore della piccola cameriera, contagiarla con il loro irritante amore per il regno animale, colpevolizzarla. Ho una mucca vegana, è una mucca australiana, mangia il fieno alla mattina, fuma erba in cucina, la la la, la la la, aveva infine cantato la gringa. La piccola cameriera aveva accennato un sorriso, intuendo – grazie a un’intelligenza atavica, estremamente sviluppata rispetto alla sua età – la disperata cosmesi ideologica dei miserabili esseri umani.
Quindi aveva trovato qualcosa nel menu che sembrava adeguarsi all’estrema severità della purezza vegana: si trattava di una crema di zapallo. Era stato in quel momento che ero intervenuto con un’opportuna traduzione: lo zapallo altro non era che zucca, ovvero pumpkin. La gringa aveva sorriso riconoscente. Aveva un collo pallido con vene celesti, ben marcate. Senza latte, aveva precisato. La cuoca, che al cospetto della parabola vegana si era spinta fino al patio per servire personalmente la gringa, aveva inarcato le sopracciglia. Sarebbe stato difficile far addensare lo zapallo senza il latte, ma avrebbe trovato il modo…

Allora, meglio una porzione di “collo ripieno”, ordinai.
Farcito per bene, mi assicurò la bambina, e si allontanò camminando tacco-pianta-punta fino in cucina. La bambina era diversa, senza ombra di dubbio. La sua gentilezza derivava dalla cultura, sì, ma una specie di arroganza la elevava al di sopra delle cose e delle banalità del suo lavoro. Il destino le riservava altro. Un giorno disse di avermi sognato e che io sapevo qual era stato il suo sogno. Non indagai. Non si può mai sapere che genere di stratagemmi utilizzino i nativi per ficcare il naso dove non dovrebbero. La cuoca, ad esempio, conosceva i peccati di mezzo paese e di certo condiva con questi la sua cucina amazzonica. La piccola cameriera era tutt’altra cosa. Gli occhi neri e il sorriso dai denti affilati mi convinsero definitivamente delle sue intuizioni selvagge. La bambina non aveva bisogno di sapere altro su di me.
Mi distrassi guardando i delfini rosa. Sbuffavano piano piano, si stava avvicinando il periodo dell’accoppiamento e i musi umidi erano diventati di un rosa ancora più intenso. Si scambiavano baci, saltavano e si tuffavano con eleganza, muovendo le pinne come le ali di uccelli enormi. Adorabili bestie. Il parroco Stamm arrivò alla locanda in quel momento. Ci salutammo inclinando la testa con riguardo. Scelse un tavolo accanto alla riva. Sorrise ai delfini, forse in maniera meccanica. Quei delfini addolciscono l’animo con la loro simpatia.
La bambina mi portò finalmente l’ordinazione. Appoggiò il piatto fumante sul legno grezzo del tavolo, un legno che mi piaceva per le sue irregolarità, che sentivo con i polpastrelli con lo stesso obiettivo con cui i giapponesi si soffermano a palpare le asperità delle sfere di carta di alluminio: placare la fame. Non questa fame – quella fisica, diciamo – ma l’altra, la fame che mi trasforma in un animale. Il luogo comune della mia leggenda, la fame prevedibile che mi rende uguale, per disperazione e umiliazione umana, agli scheletri di quelle fotografie tendenziose dell’Africa. Potrebbero scattare anche a me una di quelle fotografie manichee durante le notti di inquietudine, quando mi alzo a contemplare Marte per ascoltare il fragore dei suoi gas che lo proteggono da quell’intestino infinito e vorace che è l’universo. Le mie notti con Marte sono le notti in cui lotto con me stesso, un altro vecchio luogo comune su cui il chiacchiericcio popolare ha tessuto racconti dozzinali (magari proprio la mia vita, questa parentesi nel tropico boliviano, sarebbe stato l’ennesimo, dozzinale racconto, se non ci fosse stata la bambina a placare le mie battaglie). A ogni modo, questa lotta non è così straordinaria né così perversa. È soltanto un crampo sgradevole allo stomaco, un’insonnia persistente simile all’infelicità, con la certezza che nonostante l’indolenza cronica voglio, devo, continuare a respirare. Il mio compito è passivo come quello del testimone. Non è previsto nemmeno un interlocutore. Vedo scorrere i secoli, mi sfamo e sopravvivo. Durante le notti di Marte, alla fine, scrivo qualcosa, lo brucio rigorosamente e mi accontento di qualche gattino famelico senza un padrone che lo pianga o un cane che gli abbai contro. E se qualcuno fotografasse l’istante in cui aspetto il languido felino, potrebbe notare l’indefinibile debolezza della mia natura mentre accetto queste elemosine dalla civiltà (cazzo, così tanti anni e non sono ancora riuscito a togliermi di dosso l’autocommiserazione).
Il piatto in questione era semplice. Guardai la bambina, quasi come per reclamare qualcosa, l’esuberanza di altri cibi che avevo assaporato in quella stessa locanda di Laguna Suárez. Non ordinavo mai pesce per non andare a cercare proprio il pelo nell’uovo, ma si poteva affermare che quella locanda era una succursale dell’Olimpo. La bambina sorrise: trasparente, cartilagine pura. Una gocciolina di sangue le tingeva il labbro inferiore. Oh, dio santo, dammi la forza!, respirai profondamente. Che miserabile che sono.
Indicai la bocca della bambina con il dito che tremava, chiudendo gli occhi per non guardarla mentre tremava anche lei, mentre sanguinava. Scambiò forse per disgusto ciò che era invincibile debolezza.

* * *

Prendono a calci la porta e le assi interne con cui l’ho bloccata si piegano, ma non cedono. Penso a quelle bare medievali, dai legni così umili e raffinati come questi del Beni.
Linciamolo!, s’infiammano le voci. È curioso, ma sento in esse quasi una certa allegria, una rinnovata vitalità.
Mi cambio la guayabera sudata. Devono esserci quasi quaranta gradi. Magari piovesse. Piove, piove, la gatta non si muove, canticchio. Non riesco a fischiare. La dentatura e il palato non aiutano.
Una corda!

Quel giorno, nel pomeriggio, aspettai la bambina lungo la strada sterrata. Conoscevo le abitudini della cuoca e sapevo che sarebbe rimasta alla locanda fino a sera per squamare il pacú. La bambina spuntò dal colle Monovi con passo deciso. Una gambetta dopo l’altra. Camminava concentrata su quelle pietre che scintillano quando si sfregano. L’avevo già vista raccogliere quelle pietruzze in un barattolo di vetro. Quando mi superò, la seguii per un tratto. Volevo godermi quella velocità infantile che di lì a poco avrei raggiunto, sì, ma in altri termini.
La bambina sentì, immagino, lo scricchiolio dei miei sandali sulla ghiaia, ma invece di correre rallentò il passo. Tuttavia, sollevò la testa per sentire, suppongo, quanto fosse vicino il suo inseguitore.
Lo ero abbastanza da potermi perdere nell’odore acido della sua graziosa pelle. Perché lei era interamente ricoperta da una pelle resistente, da asperità di bambina che la proteggevano, come se di lei ce ne fossero due. Una che serviva i clienti alla locanda e un’altra che era soltanto una luce fioca e selvaggia che mi cercava lungo la strada sterrata.
I capelli, al contrario, odoravano di fumo. Allungai la mano e le toccai la treccia già quasi sciolta.
La bambina si voltò con degli occhi neri enormi, umidi per le lacrime.

La turba entra. Olaf Stamm nomina Iddio, invoca alla calma, alla fiducia in una giustizia che supera la volontà dell’uomo. Siete figli del Bene!, urla. Non ci sentite forse, uomini sordi? Siete figli del Bene!
Guardo la clessidra che io stesso ho riempito con la sabbia fine del Mamoré. Una clessidra infallibile, del tutto indifferente al tempo. Mancano tre ore. Mi aggiusto il colletto della camicia. Stavolta la domestica ha esagerato con l’amido.

* * *

Non fu necessario offrirle caramelle né tenderle alcuna trappola arcinota. La chiamai con il suo nome: Lena.
Questo è tuo, dissi, porgendole il gioiello.
Lena guardò il palmo della mia mano.
Ha tantissime rughe sulla mano, signor… duca, disse. Le lacrime le scorrevano lungo il viso dolce e bruno.
Lena odorava anche di cipolle fresche.
Non prendi ciò che è tuo?

* * *

Tre soggetti mi avvolgono una corda spessa attorno al collo. Essere catturato e massacrato non mi preoccupa. Non è questo il metodo giusto. Mi trascinano tra i piedi della folla. Riconosco le gambe varicose della cuoca. Succede tutto molto rapidamente. Stamm cerca di proteggermi con il suo corpo vichingo, ma lo spintonano via, dicendogli, con permesso, questa non è né la sua terra né il suo regno. Vengo colpito in faccia da uno stivale da cowboy. Non riesco nemmeno ad avvertirli delle conseguenze che comporta il cospargere la loro terra con il mio sangue, che in un attimo mi ritrovo legato mani e piedi all’asta della piazza dove ogni 18 novembre viene issata la bandiera.

Il famoso “collo ripieno” era, in realtà, una specie di verme grassoccio nella vastità circolare del piatto. Un pezzo di yucca alleviava la solitudine della porzione. Non riuscivo a tagliare quel budello, la sua oscena pienezza mi ipnotizzava.
Olaf Stamm mi guardava dal suo tavolo, affamato e disgustato dalla lussuriosa visione del mio pranzo, circondato dal vapore che impregnava l’aria di spezie e sali.
Ho sviluppato la capacità di vedermi dall’esterno, qualcosa che cinque o sette secoli fa mi sembrava francamente impossibile, poiché avevo sempre seguito l’istinto, l’istante troppo breve della soddisfazione, in un’intimità asfissiante. Ero il cannibale di me stesso. In questo deve consistere la penitenza della mia stirpe: l’istante contro l’eternità. L’eternità cade sconfitta davanti all’infantile esistenza dell’istante. L’uomo comune non lo sa ed è felice.
Tagliai il “collo” in tre parti. Mi piace fare le cose così, in tre episodi, quasi a imitare la lunghezza dei racconti. Nella prima parte qualcuno soffre, e lo vengono a dire a me, che riconosco il panico persino negli occhi di un avvoltoio. È curioso. Continua a sorprendermi la creatività dei poveri, aizzati dalle avversità per distrarre la morte, gli aspetti volgari della morte. Anche io, a essere sincero, sono abbastanza povero. Sempre a calcolare l’imminenza della fame, la penuria di gatti, i sospetti di un villaggio che sa distinguere i suoi crimini dagli atti abominevoli.

C’era della filosofia in quel “collo ripieno”. La pelle del collo della gallina – la delicatissima ingegneria delle ossa che lo costituiscono – viene farcita con le rigaglie dello stesso animale. Nulla si spreca, tutto si trasforma, contiene sé stesso, in un egoismo molecolare mascherato da frugalità. Forse era per quello che mi sentivo così bene in quel tropico aggressivo, per quell’etica selvaggia al momento di sedersi a tavola.
Terminato il piatto, scoprii il gioiello, la sorpresa! Una perla appuntita brillava tra le interiora del “collo”. Alzai la testa e scrutai la baia, le acque ancora calme, i musi femminili dei delfini che si stuzzicavano, la gronda della cucina, i ganci delle reti da pesca, l’amaca sul retro con i suoi ciuffi di fili che ballavano nella brezza; arrivai fino alla bambina e la vidi sorridente, con un’oscurità appena nata nel punto in cui fino a quella mattina c’era il canino sinistro. Me lo aveva dato in offerta. La bambina mi aveva dato in offerta un frutto della sua infanzia.
Una voglia antichissima di piangere mi bruciò gli occhi. Uno come me non piange senza pagarne le conseguenze. Quel sale provoca delle bolle persistenti che mi rendono simile a un lebbroso. Un essere con cui posso avere alcune cose in comune, ma per il quale non sento proprio alcuna empatia. Questione di chimica, di leggende risapute.
Non piansi. Bevvi la chicha tutta d’un sorso. La sua acidità finale mi ricompose.
Il parroco dai capelli rossi mi guardava con cattiveria ecclesiastica.
Riposi il dente nel taschino. Mi servii un altro po’ di chicha, ne bevvi un ultimo sorso e andai via. Il parroco disse, buon appetito, ma con gli occhi socchiusi, quasi a misurare la mia ombra e il modo in cui questa si piega sotto i miei talloni.

* * *

Adesso implora pietà, maledetto Moldova!
Qualcuno porta una tanica di benzina.
Lena, dico a bassa voce.
Olaf Stamm piange disperato. Alza le mani e dice che ho almeno il diritto di pregare. Non so se è una frase di circostanza o uno stratagemma. Non è possibile che lo dica sul serio.

L’ho seppellita tra alberi alti, fitti, affinché al risveglio non avesse le convulsioni e la sete fosse tollerabile. Esistono miti e verità. Le avevo chiesto se conoscesse una parola magica nella lingua di sua madre, il moxeño, e che quella sarebbe stata la sua parola nel momento in cui avrebbe cominciato a percorrere il suo cammino ultrasecolare, affinché il diluirsi del tempo non la scavasse del tutto e le vite accumulate non la riempissero di un tedio insopportabile.
Yucu, disse Lena.
Accendemmo quindi un fuoco discreto e mettemmo a cuocere il canino, solo per essere sicuri. Il dente si elevò affilato e platinato come una luna calante. Allora le presi il polso e le recisi la pelle con il suo stesso dentino. Il resto fu meno complicato. Lo scricchiolio alla rottura del suo piccolo “collo” per aprire il flusso del sangue mi commosse. In quel momento sì che piansi un po’, di pura emozione.
Infine immersi il mio viso, le mie fauci, i lunghi anni delle mie ricerche nel fiume di Lena.
Le avevo promesso che si sarebbe risvegliata al terzo giorno, come era successo a tante persone in tutta l’umanità. Lena mi promise che la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata cercarmi. Venire a me.

Mi cospargono le gambe di benzina. Non imploro pietà. Oltretutto, il mondo ha perso il suo significato. Per qualche motivo, piuttosto, mi affligge l’angoscia del parroco Stamm che, tenuto in piedi da due cambas corpulenti, comincia a vomitare. Un vichingo inutile in una terra dove il mare è dolce e crudele. Un mare aperto come una femmina multipara, che non approda da nessuna parte, un mare immobile. Un mare bastardo che genera anche spietati piranha. Povero parroco.
La cuoca mi guarda senza tradire emozioni, ormai sprofondata in un abisso di disperazione. Mi piacerebbe darle il piccolo canino, consolarla, dirle che Lena avrà nuovi denti, fiammanti, autoritari, invidiati da qualsiasi animale.
Le donne mi tirano pietre e frutta marcia. I ragazzini accendono fiammiferi e li spengono con un soffio, per gioco, torturandomi. Va bene così, che si divertano durante quest’ultima ora che Lena impiegherà a svegliarsi, a sorprendersi del nuovo stato d’animo del mondo, del verde pungente dell’erba, a scrollarsi di dosso le foglie secche, a sistemarsi la treccia, a mangiare rapidamente un coniglio, strizzando gli occhi mentre gusta il primo sapore di un cuoricino delicato, ad attraversare l’enorme montagna, a spaventare le bestie e infine a venire, venire a me.
Nel frattempo, che continui a innalzarsi dalle paludi questa nebbia complice e che l’ululato del vento ravvivi la fiamma sterile ai miei piedi. Bruciare è ciò che voglio.

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Lontano lontano, di Gianni Di Gregorio

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Dopo anni di cinema Di Gregorio arriva finalmente alla letteratura con Lontano lontano, tre novelle che confermano il suo talento e sorprendono per la naturalezza, come se dietro il regista da sempre si fosse celato lo scrittore. Sono storie di famiglie indolenti e camminate solitarie, di italiani medi che pensano soprattutto a se stessi, personaggi e situazioni che mai cadono nello stereotipo, tratteggiati in una lingua ricca e originale, in apparenza senza tempo e che invece affonda nella contemporaneità, nei suoi problemi, nei suoi paradossi.

Cattedrale vi propone l’incipit dell’ultima novella che da il titolo alla raccolta, per gentile concessione dell’editore.



Lontano lontano


Lunedì

Il professore era seduto al tavolinetto del bar e leggeva il giornale. Gli piaceva quel posto la mattina, il bell’affaccio sulla strada alberata che sale al Gianicolo, i ragazzi simpatici che gli facevano grossi sconti perché lo conoscevano e lo vedevano sempre gentile e sorridente, anche quand’era ubriaco.
Andato in pensione da poco, si ritrovava a condurre la sua vitarella, fatta di piccole cose noiose ma rassicuranti in fondo, tanto non c’era altra scelta.
Era stato un bell’uomo, e piaceva alle donne ma era innamorato di tutte e di nessuna, un inetto. Tuttavia si sposò e il matrimonio durò qualche anno. Non aveva figli ma non ne sentiva certo la mancanza dopo più di trenta anni passati a combattere con i suoi studenti del liceo, fra gioie e dolori, più dolori che gioie, cercando di illuminare generazioni di testoni con briciole di sapienza.
Qualcuno reclamò il giornale, che era quello del bar. Lo cedette a malincuore e tornò a sorseggiare lentamente il suo calice di vino bianco. Si accorse che si stava scaldando, e questo poteva compromettere il sereno avvio del nuovo giorno. Si domandò se fosse più giusto continuare a centellinare oppure berlo tutto d’un botto, prima che diventasse un brodo. In quel frangente vide passare il Vichingo sul marciapiede opposto. Bevve d’un botto e lo raggiunse.
«Ciao Vichì».
«Ciao. M’accompagni all’Ufficio Postale a ritirà la pensione, così te ridò quel cinquantino?».
Il Vichingo era suo coetaneo e vecchio amico. Di più, la loro amicizia risaliva all’infanzia, si erano conosciuti a sette otto anni mentre facevano il bagno nel Fontanone del Gianicolo. Era un’usanza bellissima. Le domeniche d’estate i ragazzini di Trastevere salivano al Fontanone e in mutande si tuffavano. Due o tre bambini scendevano da nord, un altro paio erano i figli degli ambasciatori che abitavano a due passi, scavalcavano i cancelli e arrivavano già in mutande o addirittura in costume da bagno. Era una festa. Lo scintillio del sole, gli schizzi, il pavimento fresco e ricoperto di sottile muschio, per cui scivoloni e un tripudio di urla e di risate.
Il Vichingo era stato per tutta la vita ed era tuttora refrattario e ostile al lavoro. Avrebbe potuto lavorare al banco di frutta e verdura al mercato gestito prima da sua madre e poi da suo fratello, lavorare in famiglia è un privilegio, ma non ci fu mai niente da fare. L’alzarsi presto la mattina, il caldo, il freddo, la polvere e il vento, un carattere antico e misterioso, la romanità stessa, avevano creato in lui una barriera d’orrore.
Ora aveva, per fortuna, la pensione minima. Si accontentava di poco, veramente di poco, gli piaceva stare al bar a chiacchierare, farsi quattro birrette e buonasera. Ogni tanto, se qualcuno gli stava antipatico, mostrava un certo caratterino, ma erano cose passeggere. Non era cattivo, anzi, considerando la fatica e l’impegno necessari a pensare il male, e dal pensiero passare all’azione, c’era da immaginare che l’anima del Vichingo fosse limpida come l’aria del mattino.
L’ufficio postale era pieno di vecchietti, giorno di pensione. Tutti cercavano di piazzarsi davanti alla bocchetta dell’aria condizionata, che più di tanto non poteva fare. Ma qualcuno non era rassegnato, e inveiva contro l’unico impiegato, un poraccio pure lui.
Finalmente ne uscirono e andarono a sedersi al bar San Calisto, per il meritato premio, vino bianco e una birretta. Il Vichingo aprì la busta e volle per forza restituire il cinquantino al professore. «Quello che è giusto è giusto, i buffi vanno pagati, anzi...».
Si alzò ed entrò deciso nel bar. Ne riuscì qualche secondo più tardi, pensieroso. Ricontò i soldi. «Ma qui ce mancano, porca mignotta!».
Allungò il foglietto al professore che si mise gli occhiali.
«Dunque… detrazione INPS euro diciannove e novanta… detrazione INAIL ventidue, IRPEF detrazione modello settecentotrenta euro ventitré e sessanta. Totale quattrocentoventi. Beh, è giusto, non manca niente».
«Ma come non manca niente?! Ogni volta sò de meno!».
Il Vichingo stracciò il foglio e bevve un sorso amaro.
«A professò, bisogna che ce ne andiamo da ’sto paese!».
«E dove vai?».
«I pensionati in Italia se ne vanno tutti, che non lo sai? Io per esempio c’ho la pensione minima, no?».
Il professore annuì.
«E ringrazia Dio che ce l’hai, co’ quello che hai lavorato...».
Il Vichingo lo guardò male.
«Insomma io qua non ce faccio niente, mentre ce sò paesi dove co’ ’sti quattro soldi ce vivi e fai pure una vita dignitosa!».
«Sarà, me sa che la fai troppo facile».
«Certo, che te frega a te? Tu c’hai la pensione bona!».
«Ah! Io c’ho la pensione bona? Io fra l’affitto e le spese non c’ho una lira e bada bene che ho insegnato latino e greco a centinaia di ragazze e ragazzi, per anni, hai capito?».
Al Vichingo scappò un sorrisetto.
«E pensi che se lo ricordano?».
«Se lo ricordano, non te preoccupà, se lo ricordano...».
La sera il professore aveva già dimenticato lo sproloquio del Vichingo e si preparò una minestrina più buona del solito. Il segreto sta nel non fare le cose di corsa. Tempo ce n’era ed era quello il momento migliore della giornata. Già al tramonto la coscienza si rilassava, aveva fatto quello che poteva, cioè niente, ed era abbastanza. Si addormentò davanti al televisore che trasmetteva un clamoroso western. Il Vichingo, staccatosi finalmente dalla sedia del bar, veleggiò verso casa, con il bicchiere di Campari ancora in mano. Rientrò nella sua tana, un antico fondaco ripieno di impicci, ma che aveva un bel bagnetto, grande comodità. Proprio lì cercava di entrare il Vichingo, ma la porta non si apriva. Quasi si spaventò.
«Chi c’è dentro?».
Dallo spiraglio si affacciò la faccia insaponata di un ragazzetto africano.
«Sono Abu, faccio la doccia. M’hai dato chiavi, ti ricordi?».
Il Vichingo si ricordò e andò a sedersi. «Che palle! Sbrigate!».
Certo, Abu. Gli dava spesso le chiavi per farsi la doccia, stava tutto il giorno in giro sotto il sole. Però aveva detto una doccia ogni tanto e adesso passava quasi tutti i giorni. E ogni volta lasciava al Vichingo un elefantino, pezzo forte delle piccole cose africane che cercava di vendere.
«Basta, ce n’ho tanti!».
«Porta fortuna!».
«Eeeh!».
Il Vichingo regalò ad Abu un sacchetto di frutta fresca e lo congedò. Ne giravano per Trastevere e per tutto il centro storico di ragazzi così. Gli facevano pena.


© Sellerio editore,  2020 - Tutti i diritti riservati.

 
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Le ultime parole del poeta, di René Daumal

Fotografia di Luc Dietrich.

Fotografia di Luc Dietrich.

La poesia e la morte

Un’introduzione alle ultime parole del poeta di René Daumal

 

«Non si conosce la parola mediante la parola, ma attraverso il silenzio» 

René Daumal

 

René Daumal ebbe due ossessioni, una consequenziale all’altra: la poesia e la morte. La poesia era per lui un fatto serissimo, una questione di vitale importanza: la ricerca della Parola Unica, della Cosa-da-dire; la poesia, l’unica poesia che abbia un vero senso – la poesia bianca – è fatta esclusivamente di «parole di verità», pensava Daumal. E questa Parola Unica è inevitabilmente una «parola impronunciabile» poiché deve emergere, deve germogliare come un seme dal silenzio, dal buio, dal vuoto (o se vogliamo dalla vacuità buddhista), deve passare attraverso l’esperienza della morte. Morte che non è fisica, non è quella del corpo ma negazione dell’Io e della sua immagine falsa, del suo “apparire” –  diremmo forse oggi. Solo morendo metafisicamente, prima che sopraggiunga la morte definitiva, il poeta può davvero raggiungere il proprio Sé e lavorare strenuamente alla ricerca della Verità.

 

«Tutta la notte cercò di estrarre dal cuore la parola impronunciabile».

 

Il 1936 è un anno essenziale per René Daumal. Innanzitutto, è l’anno della pubblicazione di Le Contre-Ciel (in uscita, per la prima volta in italiano, nella versione di Damiano Abeni, per Edizioni Tlon), l’unico libro di poesia dell’autore e il primo dei soli due testi che vide pubblicati in vita. Questa pubblicazione segna la fine di un percorso – una morte – e l’inizio di un nuovo cammino che lo porterà ad allontanarsi da tutto quanto aveva vissuto fino a quel momento per intraprendere la perigliosa salita al Monte Analogo. 

Ed è nel 1936 che Daumal scriverà: «Le ultime parole del poeta», un breve testo, rappresentativo di tutta la sua poetica fino a quel punto e paradigmatico di quanto seguirà, nella sua vita e nella sua opera, da lì e in avanti fino alla sua prematura morte, otto anni dopo. Si tratta di una prosa lirica che, raccontando di un poeta condannato a morte, cui viene concesso di dire la sua ultima poesia, parla appunto della poesia in generale. Della Poesia Unica, dell’unica parola che valga la pena pronunciare. «Non ho che una parola da dire, una parola semplice come il fulmine», poiché quella Cosa-da-dire corrisponde al seme da cui può nascere la Verità. 

Eppure, ci dice Daumal, «La poesia non ascoltata è un seme perso», «se la poesia è un frutto, il poeta non è un albero. Vi chiede di prendere le sue parole e di mangiarle all’istante. Poiché non può, da solo, produrre il proprio frutto». Dobbiamo essere noi a mangiare la Poesia Unica e farla attecchire dentro, questo è il grande lascito di René Daumal: darci la responsabilità assoluta di raccogliere il suo insegnamento immane per non lasciarlo imputridire con il suo corpo. Ci offre una possibilità, una direzione, un’indicazione misterica e silenziosa – l’unica possibile – della via da seguire per raggiungere la Verità, la cima del Monte Analogo, la poesia bianca, il vero senso della nostra vita.

Così, l’ultimo grido del poeta, prima della fine, esprime tutti i timori intimi di René, la sua urgenza di ricerca, il suo bisogno estremo di morire per ritrovarsi, per risorgere nella conoscenza e nell’illuminazione del seme fattosi albero, fattosi uomo, divenuto poeta e infine maestro. 

 

«Raccogliete queste parole, che non siano un seme perduto!

Covate le mie parole, fatele crescere, fatele parlare!».

 

Pubblichiamo questo testo illuminato in attesa del suo Controcielo e nella speranza che il lettore attento possa trarne il significato più profondo e radicale per farlo suo e covarlo dentro di Sé con un lavoro costante teso a raggiungere la Parola Unica e l’unica Verità.

 

Andrea Cafarella

 


 Le ultime parole del poeta

 

Da un frutto che si lascia imputridire per terra può ancora nascere un nuovo albero. Da quest’albero, centinaia di nuovi frutti.

Ma se la poesia è un frutto, il poeta non è un albero. Vi chiede di prendere le sue parole e di mangiarle all’istante. Poiché non può, da solo, produrre il proprio frutto. Occorre essere in due per fare una poesia. Chi parla è il padre, chi ascolta è la madre, la poesia è il figlio. La poesia non ascoltata è un seme perso. O ancora: chi parla è la madre, la poesia è l’uovo e chi ascolta ne è il fecondatore. La poesia non ascoltata diventa un uovo imputridito.

 

*

 

A questo pensava, nella sua prigione, un poeta condannato a morte. Era in un piccolo paese, appena invaso dalle armate di un conquistatore. Avevano arrestato il poeta perché, in una canzone che cantava nelle strade, aveva paragonato la tristezza che logorava fino all’osso la carne del suo corpo ai fumi micidiali che avevano bruciato fino alla roccia la terra del suo villaggio.

Domani all’alba sarà impiccato. Ma gli si concede la grazia di poter dire di fronte al popolo, prima di morire, un’ultima poesia.

 

*

 

Diceva a se stesso, nella sua cella:

 

«Finora non ho fatto che canzoni per divertire.

Sarà la mia prima ed ultima poesia.

Dirò loro:

“Raccogliete queste parole, che non siano un

seme perduto!

Covate le mie parole, fatele crescere, fatele

parlare!”.

 

Ma che dirò loro, poi?

Non ho che una parola da dire, una parola semplice come il fulmine.

Una parola che mi gonfia il cuore, una parola che mi sale alla gola, una parola che gira nella mia testa come un leone nella gabbia.

Non è una parola di pace. Non è una parola facile da ascoltare. Ma deve condurre alla pace. Ma deve rendere tutto facile da ascoltare. A patto che la si prenda così come la terra riceve il seme e lo nutre uccidendolo.

Quando sarò imputridito, tra qualche giorno, che un albero di parole nasca dalla mia putrefazione. Non di parole di pace, non di parole facili da ascoltare, ma di parole di verità.

 

*

 

Ma, ancora, che dirò loro?

Non ho che una parola da dire, una parola tanto reale quanto la corda che m’impiccherà.

Una parola che mi dà prurito, una parola che mi divora, una parola che anche il boia potrà capire.

Aprirò la bocca – dirò la parola – chiuderò la bocca – e questo sarà tutto.

 

Non appena avrò aperto la bocca, si vedranno rientrare sotto terra i fantasmi e i vampiri e tutti i ladri di parole, gli imbroglioni al gioco della vita, gli speculatori della morte:

Quelli che fanno girare i tavoli,

quelli che fanno oscillare i pendoli,

quelli che cercano negli astri ragioni per non far nulla.

I fantasticoni, i suicidi,

i maniaci del mistero,

i maniaci del piacere,

i viaggiatori immaginari, cartografi del pensiero,

i maniaci delle belle arti, che non sanno perché cantano,

danzano, pettinano o costruiscono.

I maniaci dell’aldilà

che non sanno stare quaggiù.

I maniaci del passato, i maniaci del futuro, illusionisti di eternità.

Li si vedrà rientrare sotto terra non appena avrò la bocca aperta.

 

Non appena potrò pronunciare la parola, gli occhi dei sopravvissuti si rivolteranno nelle loro orbite, e ciascuno di questi uomini e ciascuna di queste donne guarderà in faccia il fondo della propria sorte.

Abisso di luce! Oscurità sofferente!

 

Non appena avrò chiuso la bocca, i loro occhi si rivolgeranno verso il mondo, carichi della luce centrale, e vedranno che il fuori è l’immagine del dentro. Saranno re, saranno regine, si vedranno gli uni gli altri, ciascuno solo come il sole è solo; ma tutti illuminati, dentro, dal fuoco di un’unica solitudine, così come, fuori, dal fuoco di un unico sole.

 

*

 

Ma sogno e cedo alla troppo facile speranza. Piuttosto, senza dubbio – diranno:

“Quel matto, è ora che lo si impicchi. Quella bocca inutile, è ora che la si chiuda”.

O forse diranno ancora:

“Le sue non sono parole di pace, non sono parole facili da ascoltare. Sono parole di un demonio. È ora d’impiccarlo e basta”.

 

E, in ogni caso, sarò impiccato. Ebbene, dirò loro:

“Voi non vivrete molto più a lungo di me.

Io muoio oggi, voi la prossima settimana. E la nostra miseria è la stessa, e la nostra grandezza è la stessa”.

 

Ma crederanno che sono parole d’odio. Questi infelici sono talmente certi di essere immortali! E, in ogni caso, sarò impiccato.

Che dirò loro? Certo dirò loro: “Svegliatevi!”. Ma non saprò dir loro come fare, e loro diranno:

“Ma noi non dormiamo. Impiccate, impiccate quest’impostore, e che lo si veda sputare la lingua!”.

Ed io, in ogni caso, sarò impiccato». 

 

*

 

E il poeta, nella sua prigione, colpiva la testa contro il muro. Il rumore di tamburo soffocato, il tam-tam funebre della sua testa contro il muro fu la sua penultima canzone.

Tutta la notte cercò di estrarre dal cuore la parola impronunciabile. Ma la parola cresceva nel suo petto e lo soffocava e gli saliva nella gola e girava sempre nella sua testa come un leone in gabbia.

Ripeteva a se stesso:

 

«Ad ogni modo, sarò impiccato all’alba».

 

E ricominciava il tam-tam sordo della sua testa contro il muro. Poi tentava ancora:

 

«Non ci sarebbe che una parola da dire. Ma sarebbe troppo semplice. Direbbero:

“Sappiamo già. Impiccate, impiccate questo ciarlone”.

Oppure diranno:

“Vuole sradicarci dalla pace dei nostri cuori, dal nostro solo rifugio in questi tempi di dolore. Vuole immettere il dubbio straziante nelle nostre teste, mentre la frusta dell’invasore già ci strazia la pelle. Non sono parole di pace, facili da ascoltare. Impiccate, impiccate questo malfattore!”.

E, in ogni caso, sarò impiccato. Che dirò loro?».

 

*

 

Il sole sorgeva con il rumore degli stivali. Fu condotto, i denti serrati, verso la forca. Davanti a lui i suoi fratelli, dietro di lui i suoi boia. Diceva a se stesso:

 

«Ecco dunque la mia prima e ultima poesia. Una parola da dire, semplice come aprire gli occhi. Ma questa parola mi mangia dal ventre alla testa, vorrei aprirmi dal ventre alla testa e mostrare loro la parola che nascondo. Ma se occorre farla passare dalla mia bocca, come ne varcherà lo stretto orifizio, questa parola che mi riempie?».

 

Allora tacque una prima volta: la sua bocca mantenne il silenzio. Una seconda volta tacque: il suo cuore si fermò. Una terza volta tacque: tutto il suo corpo divenne come una roccia silenziosa.

(Era come una roccia bianca, come la statua di un ariete davanti a un branco di montoni addormentati; e dietro di lui i lupi già sogghignavano).

 

*

 

Si sentirono rumori di baionette e di speroni. La proroga accordata giungeva al termine. Sul suo collo, il poeta sentì il solleticare della canapa e nel fondo dello stomaco la zampa unghiata della morte. E allora, all’ultimo momento, la parola esplose dalla sua bocca vociferando:

 

«Alle armi! Alle vostre forche, ai vostri coltelli,

alle vostre pietre, ai vostri martelli,

siete mille, siete forti,

liberatevi, liberate me!

voglio vivere, vivete con me!

uccidete a colpi di falce, uccidete a colpi di pietre!

Fate che io viva e io vi farò ritrovare la parola!».

Ma fu la sua prima e ultima poesia.

 

Il popolo era già troppo terrorizzato.

E per aver troppo tentennato in vita, il poeta ciondola ancora dopo la sua morte.

Sotto i suoi piedi, i piccoli mangiatori di putrefazione spiano questa carogna che morì appesa al ramo. Sopra la sua testa volteggia il suo ultimo grido, che non ha nessuno su cui posarsi.

(Poiché spesso è la sorte – o il torto – dei poeti, parlare troppo tardi o troppo presto).

  


Il testo qui riprodotto è tratto da Poesia nera e poesia bianca (Castelvecchi, 2014). Traduzione di Michela Summa. Ringraziamo l’editore per la gentile concessione. 

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Pulisci le ossa, di N. Thompson-Spire

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L’editore Black Coffee ha portato ai lettori italiani, la raccolta di racconti Facce di colore, di Nafissa Thompson-Spires, tradotta da Massimiliano Bonatto.
Se molti autori di colore restano aggrappati a una narrativa che guarda al passato, queste storie rielaborano il canone letterario ancorandolo saldamente al presente. È così che Nafissa Thompson-Spires, giovane autrice al suo esordio letterario, riflette sulla «visibilità» fisica, sociale e politica del cittadino nero dell’America di oggi, resistendo alla tentazione di fornire facili risposte in favore di uno sguardo autentico che rifugge la generalizzazione.

Cattedrale vi propone uno dei racconti del libro per gentile concessione dell’editore.



Pulisci le ossa


Alma tenne gli occhi chiusi mentre cantava, in chiesa e poi al cimitero. Le bare sigillate le mettevano ansia, lasciavano alla fantasia troppi spazi da colmare. Provò a concentrarsi sulla canzone. Tredici. Il ragazzo aveva tanti anni quanti fori di proiettile in corpo, dalla testa al torace. Il vento di gennaio le sferzava le guance ma non riusciva ad asciugarle il sudore. Si tamponò la fronte con la sciarpa di seta, trattenne il respiro e si sedette sulla sedia bianca con il proprio nome. Non sentì il sollievo abituale nel pronunciare «going up yonder», i profondi suoni gutturali non la liberarono dal dolore. Era il quinto funerale in due mesi. Vedendo i portatori appoggiare rose bianche sulla bara argentata si sentì, d’un tratto, in colpa a farsi pagare per prendere parte a quell’intimità. Non conosceva il ragazzo, ma ne conosceva tre di quelli per cui aveva cantato negli ultimi tempi. I compensi permettevano a lei e al piccolo Ralph di infagottarsi in cappotti imbottiti come il soprabito blu con basco in tinta che indossava quel giorno. Composta all’esterno, dentro si sgretolava. Le dolevano le anche, gocce di sudore le imperlavano l’attaccatura della parrucca migliore che aveva e non riuscì a scaldarsi né in chiesa né sul prato assolato, accanto alla fossa dove deposero il ragazzo e la cassa in un gesto definitivo. «Hai cantato» disse Bette, collega di Alma in ospedale, che la aspettava con il piccolo Ralph presso l’ultima fila di sedie.
«È stata una bella cerimonia, fiori stupendi. E tu hai cantato».
La madre del ragazzo, la signora Madison, si avvicinò e strinse la mano ad Alma in silenzio, annuendo con approvazione prima di seguire il resto della famiglia nel corteo. Lei e il marito avevano poco più di quarant’anni e il ragazzo era, o era stato, il secondo di quattro figli.
«Ottima interpretazione. Vi aspettiamo a casa per il pasto» disse un uomo alto dalla fila in movimento, uno zio o forse un cugino che aveva aiutato con la sepoltura. Alma sorrise. Aveva conquistato il pubblico. Era il suo dono. Placare, almeno per un po’, l’agitarsi insonne della notte precedente.
Aveva eseguito «See You When I Get There» assieme a canti funebri tradizionali.
I genitori del ragazzo le avevano richiesto espressamente di evitare «I Believe I Can Fly».
Per cantare ai funerali servivano le stesse doti che impiegava nel confortare gli amici nelle sale d’aspetto o consolare i mariti al capezzale delle loro mogli. L’assemblea aveva mormorato i suoi «Mmm», pronunciato gli «Amen», cantato con lei «Since I Lay My Burdens Down», sventolato la mano destra in accordo alle parole «ne ho abbastanza di averne abbastanza». Era stata una cerimonia decorosa, senza forti pianti né lamenti, ma la mancanza della tensione abituale – l’assenza di singhiozzi o plateali traumi fisici – le aveva dato un senso di nausea, e il freddo le gonfiava la pancia come un fibroma che le si aggrovigliava ogni istante di più ai noduli che aveva dentro. I farmaci l’avevano ingrassata di dieci chili in due mesi, che erano andati ad aggiungersi al peso guadagnato con la gravidanza di Ralph, che ancora non aveva perso, e la faccia di prima ora galleggiava nella sua nuova faccia. La gonadotropina e gli antidepressivi che le aveva prescritto la ginecologa nonché collega, la dottoressa Brown, non lenivano la sofferenza, ma lei li prendeva lo stesso per avere la sensazione di star facendo qualcosa. Si svegliava in un bagno di sudore freddo, teneva una vestaglia e lenzuola pulite sul comodino accanto al letto per cambiarsi alle tre di notte, riusciva a cronometrare le palpitazioni nel petto e le fitte alle ossa del bacino. A trentacinque anni le avevano indotto la menopausa precoce per fermare la crescita dei noduli, ed erano sintomi che aveva previsto. Quello che non si era aspettata era l’intensità del terrore notturno, che la teneva sveglia dopo che il sudore si era asciugato e che si insinuava lungo le ore di veglia. E cosa avrebbe fatto del bambino accoccolato sulla spalla di Bette – anche lui ne aveva abbastanza di averne abbastanza – con il muco rappreso che gli incrostava entrambe le narici e lo costringeva a rantolare dalla bocca, il bambino che compariva sempre più spesso durante gli attacchi di terrore?
«Andiamocene da qui» disse a Bette.


Alla tavola calda di Ashland, Alma e Bette si sedettero a un tavolo e sistemarono Ralph sul lato corto in un seggiolone. Stava piagnucolando, così Alma gli diede la scatola con le bustine di zucchero e altri dolcificanti con cui giocare.
«Sei andata a fargli vedere il naso?» chiese Bette, mescolando il latte nel caffè. Aveva un anno in più di Alma e niente figli, e spesso le teneva Ralph quando i turni in rianimazione non si sovrapponevano. «Sempre la stessa storia» disse Alma, fissando il suo tè. Bette stava dicendo che Ralph era davvero carino, che la camicetta e la cravatta bordeaux lo facevano sembrare un ometto, che se lo sarebbe potuto mangiare.
Puoi tenertelo, pensò Alma. Poi lo disse ad alta voce: «Puoi tenertelo».
«E io me lo terrei anche» tubò Bette, rivolta a Ralph. «Certo che sì, certo che sì». Prese una delle bustine gialle di dolcificante che il bambino aveva disseminato sul vassoio del seggiolone. Lui le rifilò un grugnito e gliela strappò di mano. «Fai il bravo, Ralphie». La sua voce era stucchevole come le bustine. «Fai il bravo con zia Bette».
Alma intonò e alleggerì la voce per conferirle l’aria di una domanda ipotetica: «Ma cosa faresti se te lo lasciassi così, davanti alla porta di casa?». Le sfuggì una risata.
Bette smise di sorridere, aprì le dita di Ralph per prendere la bustina, la svuotò in fretta nel caffè e gliela restituì: «Lo prenderei con me, ma mi preoccuperei. Cosa c’è, Alma, è per il funerale, tutti quei funerali?». «Ma come faresti a tenerlo al sicuro?» chiese Alma. «Noi viviamo in un buon quartiere» rispose Bette.
L’altra metà di quel «noi» era il marito Justin. «Anche tu vivi in un buon quartiere, cavoli».
«Ma come faresti a proteggerlo?» le chiese Alma.
«Farei del mio meglio» cominciò Bette, ma finì con: «Forse è meglio andare a casa, così ti puoi riposare. È stata una lunga settimana. Posso tenere Ralph questa sera, se vuoi staccare un po’».
Alma scosse la testa.
Quando si separarono, Bette diede un altro abbraccio a Ralph con un «Fai il bravo con la mamma, tesoro», e poi disse che l’avrebbe chiamata più tardi.


Durante l’attacco di terrore di due sere prima Terry, il fratello di Alma, le era apparso assieme al ragazzo della stanza 26: duettavano con le chitarre mentre cantavano un medley delle canzoni preferite di Terry. Macchie di sangue secco chiazzavano il camice verde sbiadito del ragazzo, simili a tanti colpi di pistola, e sebbene la pelle scura apparisse pallida sotto la luce a neon della stanza, lui continuava a suonare la chitarra elettrica con energia, ululando come un forsennato.

Oh what’s a man to do?
What’s a man to do
If I can’t have you?
If I can’t


Cantavano senza la tipica leggerezza di Terry nel declamare i testi, con i volti arrabbiati. Il ragazzo mise giù la chitarra di colpo e dal taschino del camice estrasse un bisturi e si avvicinò ad Alma. «Praticherò un’incisione sul lato destro, da qui a qui» disse, indicandosi il bacino striminzito da una parte all’altra. «Tirerò fuori un bambino e gli darò un nome antiquato, tipo Ralph». Alma guardò Terry in cerca d’aiuto, ma lui era disteso sul letto del ragazzo con gli occhi chiusi e le mani cinte in grembo, la stessa posizione che aveva nella bara. Provò a urlare, ma tutto quel che le uscì fu una canzone. L’incubo finì bruscamente con Alma inzuppata di sangue, ma quando si toccò le anche, era soltanto sudore.


Alma entrò con Ralph nell’appartamento, che si affacciava su un laghetto artificiale, e si tolse il cappotto. Il bambino, grassoccio al diciottesimo mese di vita, si era riempito le tasche di bustine di dolcificante, quattro gialle e due rosa.
Durante il tragitto in macchina, e anche adesso a casa, aveva stretto in mano una cannuccia rossa, e mentre Alma lo svestiva ed era alle prese con il suo naso e l’aspiratore, lui canticchiava versi striduli ma appagati. «Vai a giocare con le tue cose, Ralphie» disse Alma dopo che gli ebbe cambiato il pannolino. Lasciò la porta della camera accostata e si accomodò nella cucina spaziosa.
Bette doveva pensare che fosse impazzita. Avrebbe dovuto dirle della mancanza di sonno, almeno quella causata dai farmaci. I terrori notturni li avrebbe tenuti per sé. Terry le faceva spesso visita durante gli attacchi, ma negli ultimi tempi le apparivano sempre più spesso anche i pazienti della rianimazione, e persino quelli di traumatologia di cui aveva solo sentito parlare nei corridoi e che non aveva seguito personalmente.
Sette anni prima Alma, sua madre, la sorella Lisette e la ragazza di Terry, Katrina, avevano sepolto il ventinovenne Terry in seguito a una sparatoria con la polizia. Era quello il termine che aveva usato la stampa, «sparatoria», ma Terry era disarmato. Le cause legali erano chiuse, la bara di Terry aperta, le sue visite notturne assidue ma non più allarmanti. Non sembrava che stesse tentando di dirle qualcosa che non sapesse già sulle circostanze della sua morte. Nell’armadio di sotto, avvolto nella carta da forno, Alma teneva un pezzo di femore del fratello. L’aveva lavato e pulito lei stessa, una richiesta personale che aveva fatto al medico forense. La madre, la sorella e Katrina avevano tenuto le altre spoglie, i vestiti, i libri, le chitarre.
Ma perché le appariva con i ragazzini, quelli dell’ospedale? Tre settimane prima era stata la volta del ragazzo investito dalla volante, due mesi fa una ragazza il cui fratello stava giocando con la pistola della madre.
Ralph si mise a piangere dietro la porta socchiusa, voleva che lo prendesse in braccio. E sebbene fosse in grado di camminare (era solo cocciuto), Alma lo sollevò al petto e lo portò in soggiorno, mettendogli davanti due frollini e un piatto di plastica pieno di cracker al formaggio.
Alma aveva immaginato la vita come qualcosa di sensuale: tasti, corde, fili che nella combinazione giusta producevano accordi bellissimi, blues lenti e lacrimosi. Adesso era fatta di strilli nel cuore della notte e piagnucolii senza preavviso. Era tutta corpi: quelli che arrivavano in reparto crivellati di proiettili, ragazzini di undici, dodici anni con le felpe fradice, e quelli vestiti per i funerali, con i fori tamponati e coperti da abiti eleganti, spesso comprati all’ultimo minuto da madri che faticavano a mettere in tavola un piatto di spaghetti in bianco. All’inizio del lavoro in ospedale, alcune infermiere le avevano insegnato a pregare per i ragazzini a seconda della gravità. Il primo livello, pregare che si rimettessero; il secondo, pregare che il dolore si placasse. Alma ci aveva messo un po’ a comprendere il terzo livello – pregare che morissero, che la pietà e la grazia accorciassero la sofferenza –, ma dopo qualche mese di lavoro l’aveva accettato, quando avevano portato il ragazzo con il volto fatto a pezzi. Gli occhi di sua madre avevano con- vinto Alma che a volte la vita allungava soltanto il dolore.


C’erano così tanti corpi nella vita quotidiana di Alma. Come quello minuscolo di Ralph, a tratti gocciolante, a tratti congestionato per la bronchite, le infezioni bronchiali, la sinusite cronica che gli colorava di verde e giallo le narici e gli provocava il vomito per impedirgli di soffocare nel cuore della notte. Alma lo lavava e provava a rimettersi a dormire, grata che non fosse asfissiato.
Squillò il telefono e Alma valutò se ignorare la chiamata di Bette prima di risponderle.
«Sto bene» insistette, quando l’amica si offrì di andare da lei. «Lo metto a dormire presto e mi godo la giornata libera prima che finisca».
Sul certificato di nascita c’era scritto Ralph Boaz Parr, ma Alma lo chiamava il piccolo Samuele, perché quando ancora l’utero le si attorcigliava alle viscere, aveva promesso al Signore che se l’avesse benedetta con un figlio, lo avrebbe offerto a Lui. Dopo due laparoscopie (una per estrarre un fibroma di sei centimetri completo di denti e capelli), un raschiamento e un ciclo di punture per la fertilità, aveva concepito Ralph con l’aiuto dell’amico Danny, che aveva acconsentito a fungere da donatore di sperma ma non da genitore, da padre ma non da papà. In quel momento ad Alma era andato bene. Ora le aderenze erano tornate, le sentiva tirare nel fianco sinistro, e prendeva i farmaci per ritardare un altro intervento. Si domandava cosa sarebbe successo se avesse scelto di avere un bambino in modo tradizionale, se Danny fosse stato il papà, addirittura il marito, e non solo il padre. Forse avrebbe ricevuto più sostegno oppure, trovando insopportabile badare ad Alma e a suo figlio, Danny l’avrebbe lasciata sola, proprio come adesso.
Aveva messo a Ralph un vestitino bianco e una cuffietta in occasione del battesimo, al quale Danny era presente. Era avvenuto tre mesi prima, all’incirca quando i terrori notturni si erano intensificati. Al battesimo non avevano immerso Ralph per intero, gli avevano spruzzato un po’ d’acqua addosso e unto la testa con l’olio consacrato, secondo la tradizione pentecostale. Sotto il lavandino del bagno, Alma conservava una parte dell’olio d’oliva in una sottile bottiglia intagliata.
Lei non aveva passato il segno quanto sua madre nell’usare l’olio consacrato. La madre ci aveva unto le colonne di casa, si era aggirata per le stanze mormorando incantesimi e aveva suggerito che, quando il bambino avesse fatto il difficile, una spalmata in faccia gli avrebbe senz’altro giovato. Tuttavia, quando si esibiva, Alma si ungeva la fronte con l’olio e pregava velocemente affinché potesse, in tutta umiltà, dare conforto a famigliari e amici, perché ricordassero l’incoraggiamento dei testi e le canzoni servissero a rasserenarli. Benché non potesse esserne certa, senza l’olio le esibizioni le sembravano meno capaci di alleviare il dolore, spargevano sabbia invece di balsamo. Non che le canzoni fossero meno belle, ma dopo aver cantato senza l’unguento, le famiglie le sorridevano e le stringevano le mani quasi fosse lei ad aver bisogno di consolazione. Sì, doveva essersi scordata di usare l’olio prima di esibirsi al funerale del ragazzo di Madison. Doveva essere quella la ragione per cui, nonostante i complimenti ricevuti, si era sentita così inquieta.
«Andiamo a fare il bagnetto» disse Alma. Accese un po’ di musica e portò Ralph nel secondo bagno.
Quella sera si spalmò olio di ricino sull’addome, cominciando dal lato destro, massaggiando il fegato e scendendo lungo il ventre fino alle anche e poi di nuovo sui fianchi.
Come per l’olio consacrato anche quando dimenticava di completare il rituale il corpo glielo faceva sapere. Le tossine sembravano accumularsi più in fretta, la digestione diventava lenta e il dolore, che non si placava mai del tutto ma era lieto di rammentarle che poteva andare peggio, le faceva contorcere la cavità addominale e pelvica. Gli impacchi di olio di ricino avrebbero dovuto ridurre i noduli, così diceva Internet, e nonostante la formazione da ricercatrice e la diffidenza, ogni sera Alma si cospargeva con quell’olio freddo e viscoso in attesa di qualche miglioramento. Si premeva addosso un cuscinetto termico e avvolgeva il busto con vecchi panni. L’olio macchiava lo stesso le lenzuola, lasciandovi un odore penetrante. Era quella la sua vita, i resti che riusciva a lavare via e quelli che non riusciva a togliersi di dosso.
Non dormì. Non era mai capace di dormire dopo una performance, a prescindere da come fosse andata, ma soprattutto adesso. Prevedeva l’arrivo di Terry e pensava che ad accompagnarlo sarebbe stato il ragazzo di Madison da sotto il coperchio della bara. Tuttavia fu Ralph a comparire assieme a Terry durante l’attacco di terrore. Stavolta non canta- va, ma gridava con voce tombale: «Come farai a tenermi al sicuro?». Aveva il volto e i vestiti zuppi, come se lo avessero immerso nell’acqua.
Alma si alzò e andò a controllare il figlio, che russava lievemente nella culla. Quando tornò in camera, si mise in ginocchio accanto al letto e recitò un’altra serie di preghiere. Spense il volume della televisione e riprodusse musica dal cellulare tenendola bassa. Sedette sul letto e cominciò ad angosciarsi per il turno che sarebbe cominciato da lì a quattro ore, per la propria vita, per il suo bacino.

Quando, single e senza figli, Alma aveva cominciato a cantare ai matrimoni, gli affari andavano a rilento, ma era la sua passione e non soltanto un secondo lavoro; i soldi non le servivano. Alcuni clienti, che avevano saputo di lei con il passaparola all’ospedale e grazie ai cd demo che distribuiva durante le visite, trovavano i gorgheggi e i virtuosismi eccessivi per l’occasione: per il loro giorno speciale preferivano qualcosa più da Chiesa episcopale invece che da Chiesa di Dio in Cristo. Come cantante da funerali aveva più esibizioni di quante ne desiderasse e con i guadagni, per quanto le sembrasse sbagliato chiamarli così, aveva pagato le terapie per la fertilità.
La madre e la sorella non capivano perché Alma si fosse sottoposta a cure così impegnative per sistemarsi l’utero soltanto per diventare una madre single. Però non avevano più menzionato i modi poco tradizionali in cui Ralph era stato concepito, una volta visto «quell’adorabile bebè, uguale identico allo zio Terry».
Per quanto il bambino fosse separato dall’utero, e nono- stante una solida rete di famigliari e amici che la sosteneva- no, talvolta Alma sentiva che Ralph era solo un’altra aderenza, un nodulo nella sua felicità futura.
Una volta capito che Terry e Ralph stavano per tornare da lei, Alma si rassegnò a non dormire e andò a sedersi in cucina. Fuori era ancora buio e il lago si increspava alla luce di un lampione lontano. Controllò di nuovo Ralph nella culla. Aveva il pannolino e la parte inferiore del body fradici, e sul petto gli si era rappreso qualcosa di bianco e limaccioso. Mentre andava nell’altro bagno a riempire la vasca, Alma si sentì sull’orlo delle lacrime.
Doveva chiamare Bette o forse l’ospedale, o addirittura sua madre.
Non pensò a prendere dall’armadio la vaschetta per bambini. Aprì l’acqua, saggiando la temperatura con il gomito. Tolse dalla culla Ralph, che per un attimo si lamentò e frignò, e poi la guardò negli occhi come a dire: «Perché mi hai svegliato?».
Tentò di comporre un sms col pensiero, di dargli un qual- che tipo di spiegazione o richiesta di scuse, ma non riusciva a decidersi sulle parole giuste. Ralph batté le mani prima e dopo essersi fatto sfilare dalla testa la maglietta. Alma lo spogliò e poi gli mise un completo bianco di lino che aveva comprato per una vacanza imminente. Gli unse la fronte con l’olio d’oliva.
Le sovvenne una canzone, una che Terry suonava alla chitarra acustica quando lei aveva sei o sette anni. Una volta finito con Ralph si sarebbe preparata per il lavoro – altre volte aveva lavorato dormendo anche meno di così – e si sarebbe occupata del ragazzo della stanza 47, magari avrebbe detto una preghiera da terzo livello per lui e una da secondo per sé.
Quando coprì la testa di Ralph con l’acqua tiepida, rifletté che quantomeno non era ghiacciata. Quantomeno non era profonda come se avesse fatto un tuffo da una nave negriera. Quantomeno era più confortevole che se l’avesse obbligato a galleggiare sul Nilo in un cesto di vimini. Lo spinse sotto una prima volta e contò fino a cinque. Quando i proiettili gli ave- vano frantumato la gamba destra e poi il petto, Terry aveva avuto tempo di gridare? Avrebbe conservato anche una parte di Ralph? I volti di entrambi si mescolavano tra loro. Pianse di terrore e placò il rimorso canticchiando qualche strofa, «le sue ossa non si spezzeranno», «lassù non ci saranno più pianti». Poteva farcela: undici, dodici, tredici. A quattordici, il dubbio aveva cominciato a insinuarsi. Non doveva avere un scelta anche Ralph, adesso che era qui? Chi era lei per strappargli la vita nel timore che qualcos’altro potesse farlo? Era questo che avrebbe voluto Terry per suo nipote?
Strattonò Ralph fuori dall’acqua. Aveva gli occhi sbarrati e lei aveva perso il conto. Temette che il danno fosse ormai irreparabile e ascoltò il petto del figlio. Alma era fuori di sé, ma la memoria muscolare prese il sopravvento e si mise a praticare il massaggio cardiaco. E se non si fosse svegliato? E se si fosse svegliato ma fosse rimasto un vegetale per tutta la vita?
Alla prima compressione Ralph emise un gorgoglio, sputò acqua e pianse. Era abituato a respirare appena.
Per la prima volta da mesi Alma tirò il fiato.
Non sapeva come sarebbero riusciti a superare la notte, tantomeno gli anni. Un giorno o l’altro uno di loro o entrambi avrebbero potuto finire con la testa sott’acqua. Per ora, Alma avrebbe controllato Ralph e se stessa, magari avrebbe chiamato Bette. Diede un leggero pizzicotto alla gamba grassottella di Ralph. Sentì una specie di raggio di sole illuminarle il collo e il petto, vide un bagliore caldo di cielo o speranza nel volto bagnato del piccolo, e rivestì entrambi per andare a letto.

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Piccole apocalissi, di Livio Santoro

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Epifanie minime
L’esordio di Livio Santoro

 di Andrea Cafarella


Ogni esordio suona sempre come una presentazione.
Bisognerebbe poi fare un distinguo tra un esordio assoluto e un esordio in lingua e poi dovremmo considerare accuratamente il periodo del quale stiamo parlando, solo per capire il ruolo che un libro d’esordio possa aver avuto per un autore e per il suo pubblico e i pubblici che si sono passati il testimone nei decenni.
Basti pensare agli esempi di Jorge Luis Borges, Julio Cortázar e Roberto Bolaño. Tre scrittori sudamericani molto diversi, probabilmente i più grandi del novecento, appartenenti a tre generazioni che si susseguono. Borges esordisce nel 1923, Cortázar nel 1945 e Bolaño nel 1976. Ognuno di questi esordi ha una diversa storia: Furore a Buenos Aires di Borges ha avuto una prima pubblicazione frettolosa, seguita da un posteriore labor limae che ha trasformato il suo Furore in quella che ora è una raccolta poetica tradotta in tutto il mondo, simbolo dello spirito argentino. L’altra sponda di Cortázar è stato messo in ombra dal Bestiario ed è diventato un’opera minore che troviamo solitamente nelle raccolte complessive di tutti i racconti. Reinventar el amor, un po’ come tutta la poesia di Bolaño, si è tramutato in un cimelio per appassionati, raramente citato o tradotto. La caratteristica che mi interessa di questi libri è una certa “inconsapevolezza”. Si dice sempre che la caratteristica essenziale di uno stile solido e credibile sia la consapevolezza, eppure, credo che l’eccesso di questa immancabile qualità possa portare – causa l’ansia psicotica del giudizio altrui – a una castrazione assoluta dell’altro attributo indispensabile che pertiene allo Stile: il coraggio.
A questi tre giganti sudamericani il coraggio di certo non mancava, tuttavia, sono convinto che è soprattutto nei primi e negli ultimi libri che si può trovare il cuore magmatico della loro scrittura: per Borges i primi sono Inquisizioni (1925) e Finzioni (1944 – il suo secondo libro di racconti dopo Storia universale dell’infamia) e gli ultimi: Libro di sogni (1976) e Nove saggi danteschi (1982); Cortázar pubblicò Rayuela nel 1963 e – dato ancora più ambiguo e significativo – pubblica nel 1986 Divertimento e L’esame (scritti rispettivamente nel 1949 e nel 1950) e nel 1995 Diario di Andrés Fava (un frammento del testo originale de L’esame); Il caso di Bolaño è ancora più palese poiché i suoi due libri più famosi, importanti e splendenti, I Detective Selvaggi e 2666, furono pubblicati rispettivamente nel 1998 (tre anni dopo i suoi primissimi romanzi brevi) e nel 2004, incompiuto, dopo la sua morte e a seguito di un lavoro estenuante che lo impegnò fino agli ultimi giorni di vita. Tutti questi dati possono non voler dire assolutamente nulla, anzi, in quanto dati non significano niente: ma. Ma possiamo senza dubbio affermare che i primi e gli ultimi passi lungo il cammino hanno sempre un sapore diverso rispetto a tutti gli altri passi. Illuminano la via che va a venire e adombrano quanto abbiamo lasciato alle spalle, dandoci tempo e spazio per riposarci sopra. Sono l’inizio e la fine e, in barba al «qui e ora», sono quanto di più eloquente e rappresentativo esista del viaggio, dell’opera e della vita stessa di ognuno di noi.

Siamo onorati e lieti di presentarvi, attraverso un racconto estratto dalla sua prima raccolta pubblicata in Italia, Piccole apocalissi (Edicola, 2019), il primo passo, l’esordio di Livio Santoro. Vi basterà cercare il suo nome nell’immensa ragnatela del web per avere un’idea del percorso che lo ha portato fino a questo importante “primo passo”. Si occupa di letteratura sudamericana, ha scritto diversi pezzi di critica sull’opera di Volodine e trovate suoi racconti in diverse riviste, se vorrete farvene un’idea previa. I racconti contenuti in Piccole apocalissi sono «epifanie minime», prendono piede da quella che al giorno d’oggi viene chiamata microfiction o micronarrazione ma non gli importa niente di saperlo – come non importava a Borges, d’altronde –, divampano dello stesso fuoco delle più differenti lingue babiloniche. Parlano tutti gli idiomi, le apocalissi di Santoro, indagano il quotidiano come il fantastico, esplodono ma senza fare il botto: esplodono dentro, in silenzio, nell’illusione che tutto rimanga quel che è ma lasciando il mondo totalmente diverso da com’era prima, prima del momento illuminante, prima di vedere le stelle muoversi nella luce del sole.

Ringraziamo l’autore e l’editore per averci gentilmente permesso la pubblicazione del testo che segue.


*

 

Piccole apocalissi

Il giovanissimo Antonino era quel che si dice una peste. Una maledizione, insomma, per i suoi genitori. Non stava mai fermo, non prestava attenzione, masticava ogni cosa per poi sputartela in faccia e non potevi girarti che rompeva un bicchiere o ti tirava un calcione.
Nessuno era capace di farlo star buono, ancorché utilizzasse coercizione e minacce. Solo una cosa lo rendeva momentaneamente inerte e tranquillo, per il breve conforto di mamma e papà. Era quando di pomeriggio, un po’ prima del tramonto, il sole entrava in salone sotto forma di una striscia obliqua tra le tende della finestra, andando a finire sul muro di fronte. In quella fetta illuminata di stanza, Antonino contemplava le particole di polvere che riflettevano il sole muovendosi scoordinate nell’aria. Fermo e con la bocca aperta, le osservava con tanta intensità da tralasciare gli abituali uffici.
Quella pace temporanea era tanto gradevole e sacra che i due afflitti genitori, timorosi di infrangere malauguratamente l’incantesimo, evitavano persino di chiedere ad Antonino cosa ci trovasse di bello nella luce filtrante, ed evitavano pure di pulire per bene il salone.
Venne però un giorno in cui, cedendo alla speranza di trarre qualche informazione utile a estendere la quiete del bimbo anche nelle ore lontane dal tramonto, dopo lungo e attento consulto si decisero cauti a interrogare il figliolo.
Perché ti piace così tanto questa luce, Antonino?, gli fece garbata la mamma, porgendogli una fetta di torta.
Perché lì dentro la polvere mi sembrano le stelle, rispose il bambino senza nemmeno guardarla.
È vero, le stelle sono belle, ribatté lei, vogliamo andare a guardare anche quelle su in cielo, più tardi? No, rispose immediato Antonino, e stavolta si girò per fissarla negli occhi. Quelle stanno ferme.
Queste invece si muovono, sbattono una contro l’altra, vanno a finire sul muro. A quest’ora, qui a casa è come la fine di tutto l’universo.

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Non è mica la vergine Maria, di Feby Indirani

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Add editore pubblica Non è mica la Vergine Maria, di Feby Indirani, tradotto da Antonia Soriente.

In Indonesia, la più popolosa nazione musulmana al mondo, i veli che coprono i volti delle donne – e delle bambine – sono esplosi come una moda. Di recente il governatore della capitale Jakarta, Ahok, è stato arrestato con l’accusa di blasfemia perché, cristiano, ha osato citare il Corano in campagna elettorale. Da questo clima nascono i diciannove racconti di Feby Indirani, parodie provocatorie che con acume e umorismo mettono in rilievo le incongruenze dell’islam radicale. Musulmana ed emancipata, l’autrice offre una lettura femminista della vita sociale dell’Indonesia contemporanea sottoposta all’ortodossia islamica.

Cattedrale vi propone il racconto che da il titolo alla raccolta, per gentile concessione dell ‘editore.


Non è mica la Vergine Maria

Maria era incinta. Senza aver fatto sesso con alcun uomo e al di fuori del matrimonio.
Quando se ne rese conto rimase basita, quasi spaventata. Era il 2016, ed era impossibile immaginare che un miracolo come quello accaduto a Siti Maryam, la Maria della tradizione islamica, potesse avvenire di nuovo. Il tutto si era già concluso quando nacque Gesù, senza padre, tanti secoli fa. Al giorno d’oggi chi crederebbe che Maria possa essere incinta senza avere avuto rapporti sessuali con un uomo? Figuriamoci lei, che certo non è una vergine. Maria è convinta di essere incinta per miracolo senza che nessuno l’abbia sfiorata. Ma chi le crederebbe? Come qualsiasi donna che vive in una metropoli segue uno stile di vita non proprio casto. Di certo non trascorre le giornate tra le mura della moschea in ginocchio a pregare come faceva Siti Maryam. Lei è solo una ragazza come tante con la sua vita di donna indipendente e lavora in un ufficio di un’azienda privata. Ha anche un se- condo impiego, fa la modella per una rivista per adulti, il che significa che è abituata a mostrarsi liberamente con vestiti succinti davanti alla macchina fotografica. Ma è lei a stabilire le condizioni e quali pose vuole o non vuole assumere.
Quando può, conduce una vita rilassata e si concede delle pause a sorseggiare caffè nei bar con gli amici, o trascorre i fine settimana fuori città, fa l’amore con il fidanzato, quando ne ha uno. Ma adesso un fidanzato non ce l’ha, eppure qual- cosa ha cominciato a crescere nel suo ventre. Lei non se ne è resa conto prima di essere entrata nel terzo mese di gravidanza. Sapeva soltanto di non avere il ciclo, ma nei primi mesi pensava che si trattasse di stanchezza o stress, o di altri motivi. Quando al terzo mese la sua pancia ha cominciato di giorno in giorno a ingrossarsi è andata nel panico e ha fatto ogni possibile test di gravidanza per scoprire che tutti porta- vano allo stesso risultato: era incinta.
La prima reazione fu di smettere di parlare. Ma dopo un’in- tera nottata trascorsa in silenzio, a riflettere e a piangere, non riusciva a sopportare quel peso da sola e così aveva chiamato Saskia, la sua migliore amica dalle scuole superiori. Quando Saskia era arrivata, Maria stava lì abbandonata, debole, sul letto, in una stanza lussuosa in affitto, cui era stato volontariamente dato l’appellativo di «residence» per dimostrare che non si trattava di un appartamento qualunque. «Chi è il padre?» Maria aveva fatto di no con la testa. «Per l’amor di Dio, non c’è.»
«Sì, come no...»
Maria aveva chiuso gli occhi. «Davvero, non c’è.»
«Prova a ricordare, forse eri ubriaca, o non eri cosciente? Forse sei stata con qualcuno ma non te lo ricordi.»
Maria continuava a negare con la testa. «Non ho mai bevuto fino a ubriacarmi.»
Saskia la guardava con incertezza. «Da quanto tempo mi conosci? Non sono mica una bugiarda.»
«Quindi, vuoi abortire?»
Maria si voltò e tornò a sdraiarsi dando le spalle a Saskia. «Mar...»
«E se portassi in grembo un profeta? Non si dice forse che alla fine dei tempi Isa, ovvero Gesù, ritornerà nel mondo per salvare i fedeli? I segni della fine del mondo sono sempre più vicini, non lo sai?»
«Sì, se ti comportassi come Siti Maryam, la vergine Maria, che pregava devota, avvicinandosi a Dio e mantenendo le distanze dagli uomini. Ma tu... scusami... non sei proprio una santarellina.»
Maria tornò a zittirsi. «Sì, però, non faccio neanche così tanto schifo...» disse offesa. «Non ho mai calpestato i diritti degli altri né corrotto nessuno, tiro avanti da sola, con il mio sudore, anche se tra le altre cose faccio la modella sexy. Faccio le mie preghiere, anche se qualche volta ne salto qualcuna. Pago le tasse, non butto l’immondizia dove capita, faccio le file... Non rubo, non violo le regole, non dormo con i mariti delle altre...»
Saskia tacque. Confusa. Seguì un silenzio imbarazzante. Non sapeva cosa fare o dire, era davvero difficile crederle. «Quindi che cosa vuoi fare?»
Maria continuò a tacere. Aveva gli occhi gonfi come fossero troppo stanchi per piangere ancora.
Saskia le prese le mani. «Cerchiamo un uomo che voglia sposarti.»
«E dove lo troviamo uno che mi voglia?»
«Ma ancora non ci abbiamo provato, no?»
Cominciarono a fare una lista degli uomini che erano stati vicini a Maria e che ancora le giravano intorno in quegli ultimi due anni, un lasso di tempo che valutarono fosse abbastanza ragionevole.
Se avessero indagato più indietro nel tempo, quegli uomini si sarebbero rifiutati subito. «Rama?»
«Si è appena accasato...»
«Ricky?»
«Sì, ma ha una religione diversa, sarebbe una cosa troppo lunga da gestire...»
«Ardan?»
«Ah, è inutile, non sono il suo tipo.»
«Fahmi?»
«Con lui non mi ci metterei neanche morta!»
«Dai, Mar, ma perché? Non hai scampo. Cosa pretendi?» «No, non se ne parla. Meglio lasciar perdere...» Saskia fece il broncio, stizzita. «Ah, c’è pure Gilang! Non è da tanto che hai smesso di frequentarlo, no?» «Gilang... uhm... è ancora sposato con quella, Sas...»
«Ma come? Lo vedi? Non avevi detto che non dormivi con i mariti delle altre?»
Maria si imbarazzò e, per la prima volta in quelle ore, le scappò un sorriso. «Non spesso...»
Saskia continuava a fare no con la testa, con un’espressione frustrata sul viso. «Come può qualcuno credere che tu sia incinta senza aver avuto nessuna relazione con un uomo?»
«Vuoi dire che tu non mi credi?»
«Chiunque stenterebbe a crederti...» Anche Maria mise il broncio.
«Mar, che io ti creda o meno non è importante. Quello che bisogna capire ora è cosa devi fare. Più passerà il tempo e più la tua pancia si ingrandirà, e la gente comincerà a farsi delle domande. A casa, in ufficio, i tuoi amici, anche la tua famiglia lo scoprirà se tornerai a casa, non puoi continuare a nasconderlo.»
«Già...»
«Perciò, secondo me, le scelte sono due: o trovi un uomo che ti voglia sposare oppure abortisci quanto prima.»
«Uhm... entrambe le scelte non mi piacciono.»
«Il problema non è cosa ti piaccia o no, Mar...» Saskia si alzò, seguita dallo sguardo fisso e preoccupato di Maria. Aprì il frigorifero, versò l’acqua in due bicchieri, diede un bicchiere a Maria e tracannò l’altro.
«Ok. Fahmi. È la tua migliore possibilità» disse con fermezza Saskia.
Maria immediatamente scosse la testa con forza. «Ok. Se è così, abortisci.»
«Ma perché deve essere così? Perché non posso essere una donna indipendente, mettere al mondo un bambino da sola, senza dovermi sposare con qualcuno? Ho dei risparmi. Saranno abbastanza per mantenere me e il bambino.»
«Sì, ma tutti chiederanno di chi è il bambino!»
«È mio figlio, chiaro...»
«Ok, ma chi è il padre?»
«Non c’è, io sono come Siti Maryam. Suo figlio era un profeta, chissà che non lo sia anche il mio...»
«Sei impazzita!»
«Sì, ma tu sei più pazza di me, imponendomi di uccidere mio figlio.»
Saskia agitò le mani. «Non è possibile che tuo figlio sia un profeta. Se davvero tu non hai dormito con nessuno, al massimo potrebbe essere uno spiritello o un fantasma. Se, invece, in realtà stai mentendo, si tratterà solamente di un figlio illegittimo!»
«Ma tu ancora non credi che io sia incinta senza che un uomo abbia avuto un ruolo... ok, bene. Credevo che fossi la mia unica amica, l’unica persona sulla faccia della terra che mi avrebbe creduto!»
«Non c’è nessuna differenza, che io ti creda o no. Il punto è che io non posso aiutarti, perché sei testarda e non vuoi seguire i miei consigli. Anzi, se proprio vuoi saperlo, io in realtà non ti credo!»
«Bene! Allora se è così, che cosa fai ancora qua?» disse Maria, in tono di sfida.
Senza dire più niente, Saskia andò via.
In quel momento Maria capì di essere davvero sola. Erano solo in due, lei e il bambino.
Non c’era nessun altro che le avrebbe creduto. Tutti le avrebbero dato della sgualdrina. Ma chi se ne frega! Questo è mio figlio. Questa è la mia vita. E questo è il 2016. Essere una madre single non è poi così strano nel 2016.
Maria vive in un luogo a maggioranza musulmana, è vero, ma è fortunata: non verrà frustata perché accusata di aver peccato. Anche se in qualche modo avrebbe dovuto pensare bene a come nascondere la cosa alla famiglia. Doveva anche avere a disposizione più soldi per le spese del parto e cercare un nascondiglio sicuro per quando il suo grembo sarebbe diventato più evidente. Poi doveva cominciare a pensare dove sarebbero andati a vivere lei e il bambino quando fosse nato.
All’improvviso si sentì girare la testa, troppi pensieri la assalirono nello stesso momento. Maria trascorse i giorni successivi da sola, cercando di tenere duro. Tornò in ufficio, come suo solito, comportandosi come se nulla fosse cambiato nella sua vita. Indossava vestiti più larghi, ma nessuno sospettava di lei.
Dopo essere entrata nel quinto mese, alcune persone cominciarono a fare commenti sul fatto che sembrasse più pienotta, più grassa, ma che allo stesso tempo sembrasse più bella. Maria dispensava sorrisi come sempre, sebbene spesso la notte piangesse. Rifiutò le offerte per servizi fotografici che le arrivarono, perché la sua gravidanza si sarebbe vista chiaramente indossando vestiti attillati e aperti sulla pancia.
I suoi genitori, che vivevano in un’altra città, la vennero a trovare. Maria dovette agire di furbizia e coprì il tutto con la scusa di aver cambiato modo di vestire e in più raccontando la storiella che all’improvviso le piacesse molto mangiare. I genitori furono contenti nel vedere le sue guance piene e il suo viso in salute. Incredibilmente la passò liscia fino all’ingresso nel settimo mese. Da lì, la gravidanza divenne sempre più difficile da nascondere. Sebbene usasse vestiti molto larghi, la pancia si vedeva lo stesso. Continuò a mostrarsi calma e disinvolta, come se niente fosse cambiato. Era consapevole che si parlasse di lei, che la guardassero con il grande desiderio di sapere, qualcuno anche con sdegno. Tutti sapevano che non era sposata. Ma in fondo questi non erano solo affari suoi?
Alcuni colleghi di lavoro più coraggiosi di altri cominciarono a domandare direttamente a lei. Maria aveva deciso di rispondere la verità, a qualsiasi costo. I commenti iniziarono a piovere implacabili. «Sei pazza, tu credi di essere la Siti Maryam o la santa Maria? Solamente perché porti il suo nome? Non sognartelo nemmeno!»
«Non ti vergogni di crederti simile alla vergine Maria? Sei una modella di giornali per adulti!»
«Siamo nel 2016, che una donna sia incinta senza marito non è poi così strano, l’importante è che tu sia sincera, noi ti aiuteremo a costringere quell’uomo a prendersi le sue responsabilità.»
Le dicerie sulla sua gravidanza continuarono a circolare, e sempre più persone facevano strane supposizioni su Maria. Chissà da dove prendevano le informazioni. Alla fine anche la sua famiglia venne a conoscenza della gravidanza. E vennero anche a sapere del secondo lavoro come modella di riviste per adulti. Come se una persona avesse spiattellato tutto di proposito per far vergognare Maria e anche loro. Maria venne richiamata a tornare al villaggio, proprio quando mancavano pochi giorni al parto. Il suo arrivo fece scalpore tra i vicini e gli amici di vecchia data. Era incinta senza marito, ed era pronta a giurare di non essere incinta a causa di un uomo.
«Chi è il padre?» chiesero la madre e il padre piangendo. Maria restò in silenzio. Diede una lettera ai suoi genitori piena di richieste di perdono in cui ribadiva che era davvero incinta senza avere avuto relazioni con nessuno. Diceva anche che era stanca e non avrebbe più parlato fino alla nascita del bambino.
Nel mezzo di un giorno torrido, dopo nove mesi e nove giorni, Maria mise al mondo una bambina.
Non si sa come, ma la notizia si sparse in fretta tra i suoi amici. Erano tutti stizziti. Come mai la santa Maria non aveva dato alla luce il profeta? Come mai non aveva partorito il salvatore? Ma a Maria non importava. Era sola, si stiracchiava e continuava ad allattare la bambina.
Lei la guardava con gli occhi fissi, finché parlò. «Mamma, stavo quasi per non nascere, questo mondo da troppo tempo ha smesso di credere.»
Maria abbracciò la sua bambina.
«Ma io ci credo!»

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Farsi una birra, di Robert Coover

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Esce oggi 21 Novembre 2019, La babysitter e altre storie, l’attesa raccolta di racconti di Robert Coover, pubblicata da NN editore; un libro che ripercorre la carriera di uno dei padri della letteratura americana.

Ognuna di queste trenta storie si avventura oltre i confini della realtà, catapultando il lettore in universi fantastici come quelli dell’Uomo Invisibile o dei cartoni animati, oppure riscrivendo le narrazioni del mondo occidentale, dalla Bibbia alle fiabe classiche, dai film ai fumetti. Ciascun racconto è stato affidato alla traduzione di trenta traduttori, che hanno restituito la potenza evocativa linguistica di questo autore preciso e denso.

L’editore di NN Eugenia Dubini, commenta così l’idea del progetto: “Mi sembrava che far tradurre a 30 diversi traduttori 30 racconti di Robert Coover riuscisse a restituire l’infinità di voci di questo scrittore”.

La curatela è affidata a Luca Pantarotto e Serena Daniele.

Cattedrale vi anticipa uno dei racconti della raccolta, con la collaborazione di NN Editore, dandovi appuntamento a un approfondimento con le voci che hanno reso possibile la realizzazione di questo progetto.

Farsi una birra
Robert Coover

Traduzione di Laura Noulian

Si ritrova seduto nel bar del quartiere a bere una birra proprio nel momento in cui comincia a pensare di andar lì a berne una. In realtà l’ha già finita. Forse può ordinarne un’altra, pensa, mentre se la scola e ne ordina una terza. C’è una donna giovane seduta non lontano da lui che non è esattamente attraente, ma lo è comunque quanto basta, e ha l’aria di essere brava a letto, come in effetti è. Lui l’ha finita quella birra? Non se lo ricorda. Conta solo una cosa: gli è piaciuto godere? Ma ha goduto davvero? Questo si chiede uscendo dall’appartamento di lei e tornando a casa lungo le strade nebbiose. L’appartamento era pieno di bambole Kewpie, di quelle che si vincono al luna park, e si sono dati appuntamento, lui ricorda, per andarci insieme. E lì lei ne vince un’altra: è qualcosa per cui ha talento. Dopodiché eccoli di nuovo nell’appartamento di lei, si spogliano, la donna eccitata stringe fra le braccia la nuova bambola in un letto che ne è pieno. Lui non ricorda da quanto tempo non dorme, e fatica a trovare, barcollando per le strade notturne, ancora nebbiose, la via di casa, quanto all’orgasmo, ammesso ne abbia avuto uno, gli sta già svanendo dalla memoria. Forse dovrebbe portarla di nuovo al luna park, pensa, dove lei vincerà un’altra bambola Kewpie (questo è quantomeno il loro secondo appuntamento, se non il quarto), e stavolta vanno a farsi un romantico cicchetto notturno nel bar in cui si sono incontrati la prima volta. Dove un tipo muscoloso comincia a importunarla. Lui interviene e se la vede spuntare accanto al letto in ospedale: gli ha portato una delle bambole Kewpie perché gli faccia compagnia. Questo è il modo in cui la donna vuole esprimere il legame che c’è fra loro, o così lui suppone, mentre lascia l’ospedale sulle stampelle, non sapendo di preciso in quale parte della città si trovi. O in quale parte dell’anno. Decide che è tempo di darci un taglio – lei lo sta facendo uscire matto – ma poi il tipo muscoloso si presenta al loro matrimonio e si scusa per le botte che gli ha dato. Non aveva capito, dice, quanto fosse seria la loro storia. I regali di nozze del tipo sono un buono per due birre al bar dove si sono conosciuti e un paio di nastri di satin bianco per le stampelle. Durante la cerimonia sia lei che lui hanno in mano una bambola Kewpie, il che probabilmente ha un significato molto poco recondito, come in effetti si dimostrerà presto. Il bambino che lei gli dà, suo o di un altro, gli ricorda, come se ne avesse bisogno, che il tempo scorre veloce. Ora lui ha delle responsabilità e decide di verificare se sia ancora suo il lavoro che svolgeva quando l’ha conosciuta. Lo è. La sua assenza, ammesso che sia stato assente, non viene rimarcata, ma neanche si congratulano con lui per il matrimonio, senza dubbio perché – se ne ricorda ora – prima di conoscere la moglie lui aveva una relazione con una collega e c’era stata già una festa di fidanzamento organizzata dai colleghi, i quali ora devono avercela con lui per i soldi che hanno speso per i regali. È imbarazzante, e l’atmosfera in qualche modo è ostile, ma lui ha un bambino all’asilo e un altro in arrivo, quindi cosa può fare? Be’, non ha ancora utilizzato il buono, così, innanzitutto, che diavolo, può farsi una birra, due in realtà, e può permettersene una terza. C’è una donna giovane seduta vicino a lui e ha l’aria di essere brava a letto, ma non è sua moglie e lui non vuole commettere adulterio, o almeno così si dice mentre è seduto sul bordo del letto di lei con i pantaloni attorno alle caviglie. Se li sta togliendo o se li sta mettendo? Non lo sa, ma ora se li tira su e torna a casa zoppicando, avendo lasciato chissà dove le stampelle coi nastri. Rincasando trova tutte le bambole Kewpie, che da quando sono cominciati ad arrivare i bambini sono state collocate su uno scaffale, sparse qui e là per l’appartamento, decapitate e mutilate. Uno dei bambini piange e lui, dopo aver messo sul fornello il latte per il biberon, va nella camera del piccolo per calmarlo e, appuntato sul pigiamino, trova un biglietto della moglie, in cui dice di essere andata in ospedale a partorire un altro figlio e che sarà meglio che lui non si faccia trovare a casa quando ritorna, perché altrimenti lo ammazza. Lui le crede, e poco dopo è di nuovo per strada, e si chiede se ha poi dato il biberon al piccolo o se il latte è ancora sul fornello. Passa davanti al bar del vecchio quartiere ed è tentato di entrare ma decide di avere avuto già tanti guai quanti ne bastano per un’intera vita e sta per proseguire quando viene intercettato dall’energumeno che lo aveva picchiato e che ora gli offre un sigaro perché è appena diventato padre e lo trascina nel bar per festeggiare l’evento con un cicchetto, o meglio svariati cicchetti, lui ha perso il conto. In ogni caso i festeggiamenti sono già finiti e il neo padre, che ha sposato la stessa donna che ha buttato lui fuori di casa, piange sulla sua birra le miserie della vita matrimoniale e si congratula con lui perché ne è uscito, che uomo fortunato. Lui però non si sente affatto fortunato, soprattutto quando vede una donna giovane seduta vicino a loro, che ha l’aria di essere brava a letto, e decide di proporle di andare da lei ma è troppo tardi: lei sta uscendo dal bar con il tipo che lo ha picchiato e che gli ha rubato la moglie. E a quel punto lui si fa un’altra birra, e si chiede dove andare a vivere adesso, e rendendosi conto – è il barista che glielo dice, allungandogli un’altra birra gratis – che la vita è breve e brutale e che prima ancora di rendersene conto uno è già bello che morto. Il barista ha ragione. Dopo qualche altra birra, e qualche altro orgasmo, alcuni li ricorda vagamente, la maggior parte no, uno dei suoi figli, ora pilota di macchine da corsa e presidente della stessa società per la quale lui lavorava un tempo, viene a trovarlo mentre è sul letto di morte e, scusandosi per il notevole ritardo (Sono andato a farmi una birra, papà, sai come vanno queste cose), gli dice che sentirà la sua mancanza ma che probabilmente è meglio così. Perché è meglio così? chiede lui, ma suo figlio se n’è andato, ammesso che sia mai venuto davvero. Be’... sa... la vita, dice lui all’infermiera che è venuta per coprirgli il viso col lenzuolo e a portarlo via sul letto a rotelle.

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Il futuro promette bene, di Lesley Nneka Arimah

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Premiato con il Kirkus Prize, il New York Public Library’s Young Lions Award e il Commonwealth Short Story Prize per l’Africa, Quando un uomo cade dal cielo, di Lesley Nneka Arimah, è una raccolta di storie che spazia dal realismo al racconto fantastico, tutte legate dallo stesso filo: le loro protagoniste femminili. La scrittura di Lesley Nneka Aarimah, la sua capacità di fissare con poche parole un momento decisivo, di descrivere i sentimenti con grande lucidità, sono la chiave di un talento che ha ancora molto da dire.

Cattedrale vi propone il racconto che apre la raccolta, per gentile concessione dell’editore e The Italian Literary Agency.

Il futuro promette bene

Ezinma traffica con le chiavi nella serratura e non vede cosa le arriva alle spalle: suo padre quando era ancora un bambinetto adorabile, lì a contendersi l’amore della propria madre. La nonna, riempita di lavoro fino al collo da donne a cui spolverava la casa, lavava la biancheria, puliva il culo dei figli; riempita di lavoro da un marito che voleva molti figli maschi, e dagli uomini con cui lei si intratteneva per farli; una donna che vigila sul figlio fino ai suoi tredici anni con la precisione di un’infermiera e che poi muore nel suo letto con un lungo, esausto sospiro. Qualche tempo dopo la matrigna guarda il ragazzino come si guarderebbe un cane randagio che si presenta alla porta abbastanza spesso da riconoscerne il muso, ma dio la fulmini se lo farà entrare in casa. Danzano l’uno attorno all’altra, il bambino avanzando determinato a passo di valzer, la donna allontanandosi con piroette. È la maggiore di troppi figli e sa quanto i bisogni di un bambino possano prosciugare i sogni di una ragazza. Il piccolo vede solo le sue spalle voltate, il rifiuto, mentre suo padre ignora la cosa, accecato dalla gioia di essere un uomo vecchio con una moglie giovane e ancora fertile. Non la vuole condividere con nessuno. E quando il ragazzino ha quindici anni e tornando dal mercato trova tutte le sue cose in due buste di plastica sui gradini di casa, non bussa nemmeno per scoprire il perché o per chiedere dove dovrebbe andare, ma insieme ad altri senzamadre occupa un bungalow costruito a metà e abbandonato, dove gli vengono rubate le sue due camicie migliori e impara a portarsi sempre dietro tutti i suoi soldi. Mendica, vende rottami di ferro, ruba, e questa terza cosa gli riesce così facile che diventa la sua via di fuga. Inizia in piccolo, scippando borse e sgraffignando merce da banconi del mercato incustoditi. Poi impara a scassinare le serrature, a mettere in moto automobili senza la chiave, diventa sempre più bravo. Quando ha ventun anni, arriva la guerra, e mentre la gente festeggia nelle strade e urla «Biafra! Biafra!» lui inizia a fare scorte di beni. Quando in giro non c’è più niente, fa una fortuna. E quando anche il cibo comincia a scarseggiare, saccheggia le fattorie nel cuore della notte, che è come ha conosciuto sua moglie, e perché Ezinma, trafficando con le chiavi nella serratura, non vede cosa le arriva alle spalle: sua madre a ventidue anni, non proprio una bellezza ma con l’aspetto sano di una persona che non ha mai sofferto la fame. Una ragazza sfrontata che prende più di quello che le viene offerto. È il 1966, mesi prima che cambi tutto, la madre si trova a una festa a casa di amici dei suoi e c’è un uomo, la pelle gialla come un mango, la mascella squadrata e un fisico come la statua del David; le donne senza marito sfoderano tutte le loro armi (sorrisi seducenti, décolleté abbondanti, personalità servizievoli) e si battono per lui. Quando alla fine è lei a spuntarla, prende la vittoria come se le fosse dovuta. Quasi un anno dopo l’inizio del corteggiamento arriva la guerra. La famiglia di lei è leale alla repubblica del Biafra, quella di lui pensa che Ojukwu sia un pazzo. La sera della festa di fidanzamento ci sono solo i parenti della ragazza. E quando lei l’indomani va a trovarlo, scopre che lui ha lasciato il paese.
La famiglia di lei viene presto costretta a lasciare la città, presto costretta a barattare le cose che era riuscita a portare con sé, e infine costretta quasi a mendicare. Per la prima volta nella sua vita, il cibo scarseggia così tanto che di notte la giovane donna si intrufola di nascosto nelle fattorie e raccoglie furtivamente tenere piante di granturco non ancora cresciute del tutto. Bollite diventano così morbide che mangia sia la parte più interna sia le foglie esterne. Una sera s’imbatte in una piccola fattoria nascosta dietro una collina dove incontra un uomo che ruba patate dolci novelle che avrebbero potuto essere sue. Ma non c’è storia: lui è ben nutrito e forte, e anche se lei provasse a dare l’allarme per dispetto, lui riuscirebbe a zittirla. L’uomo però mette un dito sulle sue labbra e le dà una patata. Ed essendo quella che è, lei gli fa segno di dargliene due. Lui gliene passa un’altra e lei scappa via. Quando la sera successiva torna alla fattoria, lo trova ad aspettarla. Gli si siede accanto e ascoltano i grilli e i respiri uno dell’altra. Quando lui la cinge con un braccio, lei gli si appoggia contro e piange per la prima volta dalla festa di fidanzamento di molti mesi prima. Quando le mette una patata in grembo, lei ride. E quando le prende una mano, pensa: “Valgo tre patate dolci”. Avrà due figlie. La prima la chiama Biafra per sfida, come a dire: “Ecco, mamma, riponi le speranze in un’altra cosa fragile”. E alla seconda dà il nome di sua madre, che a quel punto è morta e non sa che sua figlia l’ha perdonata per avere scelto il lato perdente e ha chiamato la propria figlia più piccola Ezinma, che traffica con le chiavi nella serratura e non vede cosa le arriva alle spalle: sua sorella, che tutti hanno cominciato a chiamare Bibi, perché non ha senso chiamare una bambina come un paese che non esiste. Bibi, bella come sua madre non è mai stata. Bibi, testarda come sua madre è sempre stata. Litigano fin da quando era nel suo grembo e le pesava così tanto sulla cervice che un piccolo colpetto avrebbe potuto spingerla fuori. Costretta a letto, la madre ha finito per avercela con lei, scaldandosi così tanto che la bambina rischiava di bollirle in pancia. E tre anni dopo ecco arrivare Ezinma, carina, sì, ma così docile che non farebbe male a una mosca. È un fantasma di Bibi, più pallida nei toni e nella personalità, ma dolce come Bibi sa essere solo quando vuole qualcosa. Bibi la detesta. No, Ezinma non può giocare con i suoi giocattoli; no, Ezinma non può andare a piedi a scuola con Bibi e le sue amiche; no, Ezinma non può avere un assorbente vero, deve mettere insieme un po’ di fazzoletti di carta e gestirsela così. Ezinma cresce bramando l’affetto della sorella. Quando ha ventun anni e i suoi genitori sgobbano per pagarle le tasse universitarie, Bibi conosce Godwin, la pelle gialla e la mascella squadrata come il padre, e si innamora. Se ne innamora ancora di più quando la madre cerca di dissuaderla. E quando la madre insiste, dicendo «Non conosci la sua famiglia», Bibi risponde: «La conosco. Tu sei solo arrabbiata e amareggiata che ho un uomo migliore del tuo». Sua madre la schiaffeggia e il discorso si chiude così. Ezinma fa da intermediaria, ruolo a cui è costretta sin da quando era piccola, e informa Bibi di tutte le novità in famiglia, malgrado la richiesta della madre di essere esclusa dalla vita della figlia. E Godwin sa provvedere ai suoi bisogni meglio del padre, che adesso è un modesto commerciante. Le prende in affitto un appartamento. Le procura una macchina. La acceca con una costellazione di regali, cose che lei non ha mai avuto prima. Ma l’unica volta in cui Bibi prova a parlare di matrimonio, lui esce di casa e lei non riesce a rintracciarlo per dodici giorni. Dodici giorni in cui Bibi deve ricorrere ai risparmi in banca; dodici giorni in cui se ne sta seduta nell’appartamento intestato a lui, guida l’auto intestata sempre a lui, e si chiede cosa ci sia di tanto prezioso in quel suo cognome da non volerlo condividere con lei. E quando alla fine Godwin ritorna e la vede fare le valigie, la afferra per i capelli, glieli tira urlando che anche quelli sono suoi, e lei viene colpita... da un pugno, sì, ma anche dall’intuizione che forse doveva dar retta alla madre. Ritrovarsi non è dolce. L’occhio destro di Bibi è quasi chiuso dal gonfiore, la bocca della madre resta sigillata: non si guardano, non si parlano. Il padre, che non riesce a sopportare la tensione tra loro, ripensando alla propria infanzia turbolenta, stringe le spalle di Bibi, poi va via, ed è quella fugace stretta che la fa piangere. Dopo un attimo singhiozza mentre la madre è ancora impenetrabile, anche se è un viso bagnato dalle lacrime quello che volge dall’altra parte perché nessuno possa vederlo. Ezinma porta Bibi al gabinetto, lo stesso che hanno condiviso e si sono litigate fino a essere grandi a sufficienza da riuscire a parlare. La fa sedere sulla tavoletta del water e inizia a pulirle le ferite. Quando finisce, la sorella ha ancora un aspetto terribile. E quando Bibi si alza per esaminarsi il viso, si ritrovano entrambe davanti allo specchio. «Continuo a fare schifo» dice Bibi. «Mi sa di sì» risponde Ezinma, e scoppiano a ridere. E nel loro riflesso notano per la prima volta che hanno lo stesso identico sorriso. Come hanno fatto a non accorgersene prima? Nessuna delle due lo sa. Bibi è preoccupata perché le sue cose sono ancora nell’appartamento. Ezinma le dice di non preoccuparsi, andrà a prenderle lei. «Perché continui a essere così gentile con me?» domanda Bibi. «Abitudine» replica Ezinma. Bibi ci pensa per un istante e dice alla sorella una cosa che non le ha mai detto. «Grazie.» E così Ezinma traffica con le chiavi nella serratura e non vede cosa le arriva alle spalle: Godwin, cresciuto nella corrosiva indulgenza del padre. Godwin, così poco avvezzo a sentirsi dire di no che la cosa lo ferisce come un’ondata di acido, dissolvendo la patina di decenza tipica di chi ottiene sempre ciò che vuole. Godwin, che ha rotto il suo violoncello quando ha scoperto che il fratello minore sapeva suonarlo meglio di lui, che è il motivo per cui è finito qui, a guardare Ezinma – che da dietro somiglia così tanto alla sorella – mentre traffica con chiavi che non conosce nella serratura dell’appartamento di Bibi così da non vedere cosa le arriva alle spalle: Godwin, che con una pistola le spara.

Quando un uomo cade dal cielo
di Lesley Nneka Arimah
Pubblicato in accordo con The Italian Literary Agency
Titolo originale dell’opera: What it means when a man falls from the sky
© 2017 Lesley Nneka Arimah Copyright © 2019 Società Editrice Milanese 
www.semlibri.com

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Disincontri, dalla raccolta inedita di Julio Cortazar

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Dal 6 Settembre 2019 è in libreria Disincontri, la raccolta di racconti che Cortázar ha pubblicato nel 1982. Pubblicati per la prima volta da Sur in un volume a sé e nella nuova traduzione di Ilide Carmignani, sono chiavi per porte che non si aprono, puntuali come un contrattempo, familiari e spiazzanti come un déjà-vu. Che lo si legga da sempre o per la prima volta, l’incontro con Cortázar è sempre un «disincontro».

Cattedrale vi propone il racconto che dà il titolo alla raccolta, per gentile concessione dell’editore.

DISINCONTRI

Non avevo più alcuna ragione particolare per ricordarmi di tutte quelle cose, e anche se in certi periodi mi piaceva scrivere e c’erano amici che apprezzavano i miei versi e i miei racconti, a volte mi veniva da domandarmi se quei ricordi d’infanzia meritassero di essere scritti, se non nascessero da un’ingenua tendenza a credere che le cose erano state più vere quando le mettevo in parole per fissarle a modo mio, per averle lì come le cravatte nell’armadio o il corpo di Felisa la notte, qualcosa che non si sarebbe potuto rivivere ma che diveniva più presente come se nel semplice ricordo si aprisse una terza dimensione, una quasi sempre amara ma anelata contiguità. Non ho mai capito bene perché, ma tornavo e ritornavo su cose che altri avevano imparato a dimenticare per non trascinarsi nella vita con tutto quel tempo sulle spalle. Ero sicuro che fra i miei amici ce ne fossero pochi che ricordavano i loro compagni d’infanzia come io ricordavo Doro, anche se quando scrivevo di Doro non era quasi mai lui a muovermi a scrivere ma qualcos’altro, qualcosa in cui Doro era soltanto il pretesto per l’immagine di sua sorella maggiore, l’immagine di Sara a quell’epoca, quando io e Doro giocavamo nel cortile o disegnavamo nel salotto della casa di Doro. Eravamo stati così inseparabili ai tempi delle medie, dei dodici o tredici anni, che non ero capace di percepire separatamente me stesso che scrivevo di Doro, di accettarmi fuori dalla pagina a scrivere di Doro. Vederlo significava contemporaneamente vedermi come Aníbal con Doro, e non sarei riuscito a ricordarmi nulla di Doro se al tempo stesso non avessi sentito che anche Aníbal era lì in quel momento, che era stato Aníbal a tirare la pallonata che un pomeriggio d’estate aveva rotto un vetro della casa di Doro, lo spavento e la voglia di nascondersi o di negare, l’arrivo di Sara che li chiamava mascalzoni e li spediva a giocare nel prato all’angolo. E con questo ecco che arrivava anche Bánfield, è chiaro, perché tutto era successo laggiù, né Doro né Aníbal si sarebbero potuti immaginare in un paese che non fosse Bánfield dove le case e i prati erano allora più grandi del mondo intero. Bánfield, con le sue strade sterrate e la stazione del Ferrocarril Sud, coi suoi campi incolti che d’estate, all’ora della siesta, brulicavano di cavallette multicolori, un paese che di notte si acquattava come impaurito intorno ai pochi lampioni sugli angoli delle vie, con qualche fischio delle guardie a cavallo e l’alone vertiginoso degli insetti che svolazzavano intorno a ogni lampione. Le case di Doro e di Aníbal così poco distanti che la strada era per loro come un corridoio in più, qualcosa che li teneva uniti di giorno e di sera, nel prato quando giocavano a calcio all’ora della siesta o sotto la luce del lampione all’angolo quando guardavano i rospi disposti in cerchio per mangiarsi gli insetti ubriachi a forza di girare intorno alla luce gialla. E l’estate, sempre, l’estate delle vacanze, la libertà dei giochi, il tempo tutto per loro, per loro, senza orari né campanelle di entrata in classe, l’odore dell’estate nell’aria calda dei pomeriggi e delle sere, sulle facce sudate dopo aver vinto o perso o litigato o corso, dopo aver riso e a volte pianto ma sempre insieme, sempre liberi, padroni del loro mondo di aquiloni e palloni e angoli di strada e marciapiedi.

Di Sara gli restavano poche immagini, ma ognuna si stagliava come una vetrata nell’ora del sole più alto, con azzurri e rossi e verdi che fendevano lo spazio fino a fargli male, a volte Aníbal vedeva soprattutto i capelli biondi che le scendevano sulle spalle come una carezza che lui avrebbe voluto sentire sul viso, a volte la pelle bianchissima perché Sara non usciva quasi mai al sole, assorbita com’era dalle faccende di casa, la madre malata e Doro che tornava ogni pomeriggio coi vestiti sporchi, le ginocchia sbucciate, le scarpe piene di fango. Non aveva mai saputo l’età di Sara all’epoca, solamente che era già una signorina, la giovane madre di suo fratello che diventava più bambino quando lei gli parlava, quando gli passava la mano sulla testa e poi lo mandava a comprare qualcosa o chiedeva a tutti e due di non gridare così tanto nel cortile. Aníbal la salutava timido, dandole la mano, e Sara gliela stringeva gentilmente, quasi senza guardarlo ma accettandolo come l’altra metà di Doro che quasi quotidianamente veniva a casa a leggere o a giocare. Alle cinque li chiamava per dargli caffellatte e biscotti, sempre sul tavolinetto del cortile o nel salotto tetro; Aníbal aveva visto solo due o tre volte la madre di Doro, dolcemente dalla sua sedia a rotelle diceva il suo ciao bambini, state attenti alle macchine, anche se c’erano così poche macchine a Bánfield e loro sorridevano sicuri di poterle schivare per strada, della loro invulnerabilità di giocatori di calcio e corridori. Doro non parlava mai di sua madre, che stava quasi sempre a letto o ascoltava la radio in salotto, casa sua erano il cortile e Sara, a volte qualche zio in visita che domandava cos’è che avevano studiato a scuola e regalava cinquanta centesimi ciascuno. E per Aníbal era sempre estate, degli inverni quasi non aveva ricordo, la sua casa diventava una prigione grigia e nebbiosa dove contavano solo i libri, la famiglia intenta nelle proprie cose e le cose piazzate al proprio posto, le galline a cui doveva badare, le malattie con lunghe diete e tè e solo a volte Doro, perché a Doro non piaceva restare tanto in una casa dove non lo lasciavano giocare come nella sua.

Fu nel corso di una bronchite di quindici giorni che Aníbal cominciò a sentire la mancanza di Sara, quando Doro veniva a trovarlo gli domandava di lei e Doro rispondeva distratto che stava bene, l’unica cosa che gli interessava era se quella settimana avrebbero potuto giocare di nuovo in strada. Aníbal avrebbe voluto saperne di più su Sara ma non aveva il coraggio di domandare molto, a Doro sarebbe sembrato stupido che si preoccupasse di qualcuno che non giocava come loro, che era così lontano da tutto quello che facevano e pensavano loro. Quando poté tornare a casa di Doro, ancora un po’ debole, Sara gli diede la mano e gli domandò come stava, non doveva giocare a pallone per evitare di stancarsi, meglio che disegnassero o leggessero in salotto; il suo tono era serio, gli parlava come parlava sempre a Doro, affettuosa ma lontana, la sorella maggiore premurosa e quasi severa. Quella sera, prima di addormentarsi, Aníbal sentì che qualcosa gli saliva agli occhi, che il cuscino diventava Sara, sentì il bisogno di abbracciarla forte e di piangere con il viso stretto a Sara, ai capelli di Sara, il desiderio che lei fosse lì e gli desse le medicine e guardasse il termometro seduta ai piedi del letto. Quando la mattina dopo venne sua madre a frizionargli il petto con della roba che sapeva di alcol e mentolo, Aníbal chiuse gli occhi e fu la mano di Sara a sollevargli la camicia da notte, ad accarezzarlo lieve, a guarirlo.

Era di nuovo estate, il cortile della casa di Doro, le vacanze con romanzi e figurine, con la collezione di francobolli e la raccolta di calciatori che s’incollavano su un album. Quel pomeriggio parlavano di pantaloni lunghi, ormai non mancava più molto a metterseli, non si poteva mica andare alle superiori coi pantaloni corti. Sara li chiamò per il caffellatte e Aníbal ebbe l’impressione che avesse ascoltato i loro discorsi e che sulla sua bocca aleggiasse l’ombra di un sorriso, forse si divertiva a sentirli parlare di quelle cose e li prendeva anche un po’ in giro. Doro gli aveva detto che adesso aveva il fidanzato, un signore grande che veniva a trovarla il sabato ma che lui non aveva ancora visto. Aníbal se lo immaginava come uno che portava i cioccolatini a Sara e parlava con lei in salotto, come il fidanzato di sua cugina Lola, in pochi giorni era guarito dalla bronchite e ormai poteva giocare di nuovo nel prato con Doro e gli altri amici. Ma la sera tutto diventava triste e al tempo stesso così bello, da solo nella sua stanza prima di addormentarsi si diceva che Sara non era lì, che non sarebbe mai entrata a fargli visita né da sano né da malato, proprio nell’ora in cui lui la sentiva così vicina, la guardava a occhi chiusi senza che la voce di Doro o le grida degli altri ragazzi si mischiassero con questa presenza di Sara sola lì per lui, accanto a lui, e il pianto ricominciava come un desiderio di abbandono, di essere Doro nelle mani di Sara, di sentire i capelli di Sara che gli sfioravano la fronte e la sua voce che gli diceva buonanotte, che Sara gli rimboccasse le lenzuola prima di andar via. Trovò il coraggio di domandare come per caso a Doro chi si occupasse di lui quando era malato, perché Doro aveva preso un’infezione intestinale e aveva passato cinque giorni a letto. Glielo domandò come fosse normale che Doro gli dicesse che lo aveva curato sua madre, pur sapendo che non poteva essere così e quindi Sara, le medicine e il resto. Doro rispose che gli faceva tutto la sorella, cambiò argomento e si mise a parlare di cinema. Aníbal però voleva saperne di più, se Sara si era occupata di lui da quando era bambino, ed era chiaro che se n’era occupata lei perché sua madre era quasi invalida da otto anni e Sara badava a tutti e due. Ma allora era lei che ti faceva il bagno quando eri piccolo? Certo, perché mi domandi queste cretinate? Così, per saperlo e basta, dev’essere talmente strano avere una sorella grande che ti fa il bagno. Non c’è niente di strano, sai. E quando ti ammalavi da piccolo era lei che si occupava di te e ti faceva tutto? Sì, è chiaro. E tu non ti vergognavi che tua sorella ti vedesse e ti facesse tutto? No, perché avrei dovuto vergognarmi, ero piccolo allora. E adesso? Be’, adesso uguale, perché dovrei vergognarmi se sono malato. Perché, è chiaro. Nell’ora in cui chiudendo gli occhi immaginava Sara che entrava di notte nella sua stanza e si avvicinava al suo letto, c’era come un desiderio che lei gli domandasse come stava, gli mettesse la mano sulla fronte e poi tirasse giù le lenzuola per guardargli la ferita al polpaccio, gli cambiasse la fasciatura chiamandolo stupido per essersi tagliato con un vetro. La sentiva che gli alzava la camicia da notte e lo guardava nudo, tastandogli il ventre per vedere se era infiammato, coprendolo di nuovo perché si addormentasse. Abbracciato al cuscino si sentiva di colpo così solo, e quando apriva gli occhi nella stanza ormai vuota di Sara era come una marea d’angoscia e di gioia perché nessuno, nessuno poteva sapere del suo amore, nemmeno Sara, nessuno poteva capire quella pena e quel desiderio di morire per Sara, di salvarla da una tigre o da un incendio e di morire per lei, e che lei lo ringraziasse o lo baciasse piangendo. E quando allungava le mani in basso e cominciava ad accarezzarsi come Doro, come tutti i ragazzi, Sara non entrava in scena, c’era la figlia del droghiere o sua cugina Yolanda, certe cose non potevano succedere con Sara che la sera veniva a prendersi cura di lui come si prendeva cura di Doro, con lei non c’era altro che quella gioia di immaginarla mentre si chinava su di lui e lo accarezzava e l’amore era quello, anche se Aníbal ormai sapeva che cosa poteva essere l’amore e se lo immaginava con Yolanda, tutto quello che una volta o l’altra lui avrebbe fatto a Yolanda o alla ragazza del droghiere.

Il giorno del fossato fu quasi alla fine dell’estate, dopo aver giocato nel prato si separarono dalla banda e su un sentiero che conoscevano soltanto loro due e che chiamavano il sentiero di Sandokan si persero nella boscaglia spinosa dove una volta avevano trovato un cane impiccato a un albero ed erano scappati dalla paura. Graffiandosi le mani si fecero strada fino al punto più fitto, affondando la faccia nei rami dei salici piangenti finché furono sul bordo del fossato dalle acque torbide dove avevano sempre sperato di pescare saraghi ma non avevano mai preso nulla. Gli piaceva sedersi sul bordo a fumare le sigarette che Doro faceva con i cartocci del granoturco, parlando dei romanzi di Salgari e progettando viaggi e cose. Quel giorno però non ebbero fortuna, ad Aníbal si incastrò una scarpa in una radice e cadde in avanti, si aggrappò a Doro e scivolarono tutti e due giù nel fossato entrandoci fino alla vita, non c’era pericolo ma fu come se ci fosse, annasparono disperati finché afferrarono i rami penduli di un salice, strisciando e imprecando si arrampicarono di nuovo in cima, col fango che gli si era infilato da tutte le parti, che gli colava dentro le camicie e i pantaloni e puzzava di marcio, di topi morti. Tornarono indietro quasi senza parlare e si intrufolarono in casa di Doro dal fondo del giardino, sperando che non ci fosse nessuno in cortile per sciacquarsi di nascosto. Sara stava stendendo il bucato vicino al pollaio e li vide arrivare, Doro come impaurito, e Aníbal dietro, morto di vergogna, che voleva morire davvero, essere mille miglia lontano da Sara nel momento in cui lei li guardava stringendo le labbra, in un silenzio che li inchiodava, ridicoli e confusi, sotto il sole del cortile. «Ci mancava solo questa», si limitò a dire Sara, rivolgendosi a Doro ma anche ad Aníbal che balbettava le prime parole di una confessione, era colpa sua, gli si era incastrata una scarpa e allora, Doro non aveva nessuna colpa, è che era tutto così sdruccioloso. «Andate subito a lavarvi», disse Sara come se non lo avesse sentito. «Toglietevi le scarpe prima di entrare, e poi sciacquate i vestiti nella pila del pollaio».
In bagno si guardarono e Doro fu il primo a ridere ma era una risata poco convinta, si spogliarono e aprirono la doccia, sotto l’acqua poterono cominciare a ridere davvero, a litigare per la saponetta, a guardarsi da capo a piedi e a farsi il solletico. Un fiume di fango scorreva via verso lo scarico diluendosi poco a poco, la saponetta cominciava a fare schiuma, si divertivano così tanto che in un primo momento non si accorsero che la porta si era aperta e Sara stava a guardarli, che si avvicinava a Doro per togliergli di mano la saponetta e strofinargliela sulla schiena ancora infangata. Aníbal non sapeva cosa fare, in piedi immobile nella vasca da bagno si mise le mani sull’inguine, poi si voltò di colpo perché Sara non lo vedesse e fu ancora peggio, di tre quarti con l’acqua che gli scorreva sul viso, cambiando lato e di nuovo di spalle, finché Sara non gli diede la saponetta con un lavati meglio le orecchie, hai il fango da tutte le parti. Quella sera non riuscì a vedere Sara come le altre sere, anche se chiudeva forte le palpebre l’unica cosa che vedeva era Doro con lui nella vasca, Sara che si avvicinava per ispezionarli da capo a piedi e poi usciva dal bagno con i vestiti sporchi sulle braccia, diretta generosamente alla pila a lavare le loro cose gridando che si sfregassero bene con i teli finché non erano perfettamente asciutti, servendo il caffellatte senza dire nulla, né arrabbiata né gentile, sistemando l’asse da stiro sotto il glicine e asciugando pian piano i pantaloni e le camicie. Come mai non era riuscito a dirle nulla alla fine, quando li aveva mandati a vestirsi, nemmeno un semplice grazie, Sara, lei è proprio buona, grazie davvero, Sara. Nemmeno quello era riuscito a dirle e Doro uguale, erano andati a vestirsi in silenzio e poi la collezione di francobolli e le figurine degli aeroplani, senza che Sara ricomparisse più, sempre impegnata a badare alla madre la sera, a preparare la cena e a volte a canticchiare un tango fra il rumore dei piatti e delle pentole, assente come adesso sotto le sue palpebre che non erano più in grado di farla apparire, di farle sapere quanto l’amava, quanta voglia aveva di morire davvero dopo averla vista che li guardava mentre erano sotto la doccia.

Dovevano essere state le ultime vacanze prima di iniziare il Colegio Nacional, senza Doro perché Doro avrebbe fatto la Escuela Normal, ma tutti e due si erano ripromessi di continuare a vedersi ogni giorno anche se sarebbero andati in scuole diverse, che importava se tanto il pomeriggio avrebbero continuato a giocare come sempre, senza sapere che invece no, che un giorno di febbraio o di marzo avrebbero giocato per l’ultima volta nel cortile della casa di Doro perché la famiglia di Aníbal si trasferiva a Buenos Aires e si sarebbero visti solo nei fine settimana, pieni di una rabbia amara per un cambiamento che non volevano accettare, per una separazione che i grandi imponevano come tante altre cose, senza preoccuparsi di loro, senza consultarli. Di colpo tutto andava avanti veloce, cambiava come loro coi primi pantaloni lunghi, quando Doro gli disse che Sara si sarebbe sposata agli inizi di marzo, lo disse come una cosa senza importanza e Aníbal non fece alcun commento, passarono giorni prima che trovasse il coraggio di chiedere a Doro se Sara avrebbe vissuto con lui anche dopo sposata, ma sei scemo, figurati se restano qui, quello ha un sacco di grana e se la porta a Buenos Aires, ha un’altra casa a Tandil e io rimarrò con la mamma e con la zia Faustina che si occuperà di lei. Quell’ultimo sabato delle vacanze vide arrivare il fidanzato sulla sua auto, lo vide vestito di blu e ciccione, con gli occhiali, che scendeva dall’auto con un vassoietto di pasticcini e un mazzo di gigli. Intanto lo stavano chiamando da dentro casa perché cominciasse a imballare le sue cose, il trasloco era lunedì e non aveva ancora fatto nulla. Sarebbe voluto andare a casa di Doro senza nemmeno sapere perché, per starsene semplicemente là, ma sua madre lo obbligò a impacchettare i libri, il mappamondo, le collezioni di insetti. Gli avevano detto che avrebbe avuto una stanza grande tutta per sé con vista sulla strada, gli avevano detto che sarebbe potuto andare a scuola a piedi. Tutto era nuovo, tutto sarebbe iniziato in un altro modo, tutto girava lentamente, e ora Sara doveva essere seduta in salotto insieme al ciccione col vestito blu, a prendere il tè coi pasticcini che lui aveva portato, così lontana dal cortile, così lontana da Doro e da lui, senza mai più chiamarli per il caffellatte sotto il glicine.

Il primo fine settimana a Buenos Aires (era vero, aveva una stanza grande tutta per sé, il quartiere era pieno di negozi, c’era un cinema a due isolati), prese il treno e tornò a Bánfield per vedere Doro. Conobbe la zia Faustina, che non gli diede nulla quando ebbero finito di giocare nel cortile, uscirono a fare un giro e Aníbal ci mise un po’ a domandargli di Sara. Be’, si erano sposati in municipio e ormai erano nella casa di Tandil per la luna di miele, Sara sarebbe tornata ogni quindici giorni a trovare sua madre. E non ti manca? Sì, ma che vuoi farci. È vero, ormai è sposata. Doro si distraeva, cominciava a cambiare argomento e Aníbal non sapeva più come farlo parlare ancora di Sara, forse chiedendogli di raccontare il matrimonio e Doro che rideva, che ne so io, sarà stato come tutti gli altri, dopo il municipio se ne sono andati in albergo e poi c’è stata la prima notte di nozze, sono andati a letto e a quel punto lui. Aníbal ascoltava e intanto guardava i cancelli e i balconi, non voleva che Doro lo vedesse in viso e Doro se ne accorgeva, scommetto che non sai cosa succede la prima notte di nozze. Non rompere le palle, certo che lo so. Lo sai ma la prima volta è diverso, me l’ha raccontato Ramírez, a lui gliel’ha detto il fratello che è avvocato e si è sposato l’anno scorso, gli ha spiegato tutto. C’era una panchina vuota nella piazza, Doro aveva comprato le sigarette e continuava a raccontare e a fumare, Aníbal annuiva, mandava giù il fumo che cominciava a dargli la nausea, non aveva bisogno di chiudere gli occhi per vedere sullo sfondo del fogliame il corpo di Sara che non aveva mai immaginato come un corpo, vedere la prima notte di nozze attraverso le parole del fratello di Ramírez, attraverso la voce di Doro che continuava a raccontare. Quel giorno non ebbe il coraggio di chiedergli l’indirizzo di Sara a Buenos Aires, rimandò alla visita successiva perché in quel momento aveva paura di Doro, ma la visita successiva non arrivò mai, cominciò la scuola con i nuovi amici, Buenos Aires a poco a poco inghiottì Aníbal carico di libri di matematica e con tanti cinema in centro e lo stadio del River e le prime passeggiate serali insieme a Beto, che era un vero porteño. Anche a Doro probabilmente stava succedendo la stessa cosa a La Plata, ogni tanto Aníbal pensava di mandargli due righe perché Doro non aveva il telefono, poi arrivava Beto o bisognava fare una ricerca per compito, passarono i mesi, il primo anno, vacanze a Saladillo, di Sara non restava ormai che qualche immagine isolata, una ventata di Sara quando qualcosa in María o in Felisa gli ricordava per un attimo Sara. Un giorno del secondo anno la vide nitidamente uscendo da un sogno e gli fece male di un male amaro e bruciante, in fin dei conti non era stato così innamorato di lei, poi allora era un bambino e Sara non lo aveva mai considerato come adesso Felisa o la bionda della farmacia, non era mai andata a un ballo con lui come sua cugina Beba e Felisa per festeggiare la promozione al quarto anno, non si era mai lasciata accarezzare i capelli come María, andare a ballare a San Isidro e scomparire a mezzanotte fra gli alberi della riva, baciare Felisa sulla bocca fra proteste e risate, appoggiarla a un tronco e accarezzarle il seno, scendere fino a perdere la mano in quel calore sfuggente e dopo un altro ballo e tanto cinema trovare rifugio in fondo al giardino di Felisa e scivolare con lei a terra, sentire in bocca il suo sapore salato e lasciarsi cercare da una mano che lo guidava, ovviamente non le avrebbe detto che era la prima volta, che aveva avuto paura, ormai era al primo anno di ingegneria e non poteva dire così a Felisa e poi non ce ne fu più bisogno perché s’imparava tutto molto in fretta con Felisa e qualche volta con sua cugina Beba.

Non seppe più nulla di Doro e non gli importò, si era dimenticato anche di Beto che insegnava storia in qualche paese di provincia, i giochi non avevano riservato sorprese a nessuno, Aníbal accettava senza accettare, qualcosa che doveva essere la vita accettava al posto suo, una laurea, un’epatite grave, un viaggio in Brasile, un progetto importante in uno studio con due o tre soci. Stava salutando uno di loro sul portone prima di andare a bersi una birra dopo il lavoro quando vide arrivare Sara sul marciapiede opposto. Di colpo si ricordò che la notte prima aveva sognato Sara e che erano sempre nel cortile della casa di Doro anche se non succedeva nulla, anche se Sara stava solo lì a stendere i panni o a chiamarli per il caffellatte, e il sogno finiva così senza quasi essere iniziato. Forse perché non succedeva nulla, le immagini erano di una precisione tagliente sotto il sole dell’estate di Bánfield che nel sogno non era la stessa di Buenos Aires; forse anche per questo o in mancanza di qualcosa di meglio gli era tornata in mente Sara dopo tanti anni di oblio (ma non era stato oblio, si ripeté cupo nel corso della giornata), e adesso vederla arrivare per strada, lì vestita di bianco, identica ad allora coi capelli che le sfioravano le spalle a ogni passo in un gioco di luci dorate, agganciandosi alle immagini del sogno con una continuità che non lo stupiva, che aveva qualcosa di necessario e prevedibile, e poi attraversare la strada e sbarrarle il passo, dirle chi era e lei che lo guardava sorpresa, non lo riconosceva e di colpo sì, di colpo sorrideva e gli tendeva la mano, gliela stringeva davvero e continuava a sorridergli. «Incredibile», disse Sara. «Come facevo a riconoscerti dopo tanti anni». «Lei no, certo», disse lui. «Ma io, vede, l’ho riconosciuta subito». «È logico», disse logicamente Sara. «Non avevi ancora i pantaloni lunghi. Anche io sarò cambiata tanto, è che tu sei più fisionomista». Aníbal esitò un secondo prima di capire che era da idiota darle ancora del lei. «No, non sei cambiata, nemmeno la pettinatura. Sei la stessa». «Fisionomista ma un po’ miope», disse Sara con la sua vecchia voce in cui si mischiavano bontà e presa in giro. Il sole in faccia, non si poteva parlare in mezzo al traffico e alla gente. Sara disse che non aveva fretta e che le sarebbe piaciuto bere qualcosa in un caffè. Fumarono la prima sigaretta, quella delle domande generali e dei giri di parole, Doro faceva il maestro a Adrogué, la mamma era morta come un uccellino mentre leggeva il giornale, lui lavorava in uno studio associato con altri giovani ingegneri, le cose gli andavano bene anche se la crisi, certo. Alla seconda sigaretta Aníbal lasciò cadere la domanda che gli bruciava le labbra. «E tuo marito?» Sara esalò il fumo dal naso, lo guardò lentamente negli occhi. «Beve», disse. Non c’era né amarezza né pena, era una semplice informazione e poi di nuovo Sara a Bánfield prima di tutto questo, prima della lontananza e dell’oblio e del sogno della notte precedente, proprio come nel cortile della casa di Doro, con lei che accettava il secondo whisky, come sempre quasi senza parlare, lasciandolo proseguire, toccava a lui raccontare perché aveva tanto di più da raccontare, aveva avuto anni così pieni, lei era come se non avesse vissuto molto e non valeva la pena dire perché. Forse perché l’aveva appena detto con una sola parola. Impossibile sapere in che momento tutto smise di essere difficile, gioco di domande e risposte, Aníbal aveva allungato la mano sulla tovaglia e la mano di Sara non si era sottratta al suo peso, lei l’aveva lasciata lì mentre lui chinava la testa perché non poteva guardarla in faccia, mentre le parlava a fiotti del cortile, di Doro, le raccontava le sere nella sua stanza, il termometro, il pianto contro il cuscino. Glielo diceva con una voce piatta e monotona, mescolando insieme momenti ed episodi ma era tutto la stessa cosa, ero così innamorato di te, ero così innamorato e non te lo potevo dire, tu venivi la sera a prenderti cura di me, eri la mamma giovane che io non avevo, mi misuravi la febbre e mi accarezzavi perché mi addormentassi, ci davi il caffellatte nel cortile, ti ricordi, ci sgridavi quando facevamo delle sciocchezze, io avrei voluto che parlassi soltanto a me di tante cose ma tu mi guardavi così dall’alto, mi sorridevi così da lontano, c’era un vetro immenso fra noi e tu non potevi far nulla per romperlo, ecco perché la sera ti chiamavo e tu arrivavi per prenderti cura di me, per stare con me, per amarmi come io ti amavo, accarezzandomi la testa, facendomi quello che facevi a Doro, tutto quello che avevi sempre fatto a Doro, ma io non ero Doro e solo una volta, Sara, solo una volta e fu orribile e non lo dimenticherò mai perché avrei voluto morire e non potevo e non sapevo, è chiaro che non volevo morire ma era l’amore, voler morire perché tu mi avevi guardato tutto nudo come un bambino, eri entrata nel bagno e avevi guardato me che ti amavo, e mi avevi guardato come avevi sempre guardato Doro, tu che eri già fidanzata, tu che stavi per sposarti e io lì mentre mi davi la saponetta e mi ordinavi di lavarmi anche le orecchie, guardavi nudo il bambino che ero e non ti importava nulla di me, nemmeno mi vedevi perché vedevi soltanto un bambino e poi te ne andavi come se non mi avessi mai visto, come se io non fossi stato lì senza sapere dove mettermi mentre mi guardavi. «Mi ricordo benissimo», disse Sara. «Me lo ricordo bene quanto te, Aníbal».
«Sì, ma non è lo stesso». «Chissà se non è lo stesso. Tu non potevi rendertene conto allora, ma io avevo sentito che mi amavi in quel modo e che soffrivi, ecco perché dovevo trattarti uguale a Doro. Eri un bambino ma a volte mi dispiaceva così tanto che fossi un bambino, mi sembrava ingiusto, qualcosa del genere. Se tu avessi avuto cinque anni di più... Te lo dico perché ora posso e perché è giusto, quel pomeriggio entrai apposta nel bagno, non c’era nessun bisogno che venissi a vedere se vi stavate lavando, entrai perché era un modo per mettere fine alla faccenda, per guarirti dal tuo sogno, perché tu ti rendessi conto che non avresti mai potuto vedermi così mentre io avevo il diritto di guardarti da tutte le parti come si guarda un bambino. Per questo, Aníbal, perché guarissi una volta per tutte e smettessi di guardarmi come mi guardavi pensando che io non lo sapessi. E ora sì, un altro whisky, ora che siamo grandi tutti e due». Dall’imbrunire a notte fonda, lungo strade di parole che andavano e venivano, di mani che si incontravano un istante sulla tovaglia prima di una risata e altre sigarette, restava una corsa in taxi, un certo posto che conosceva lei oppure lui, una camera, tutto come fuso in una sola immagine istantanea che si riduceva a un candore di lenzuola e alla quasi immediata, furiosa convulsione dei corpi in un interminabile incontro, nelle pause interrotte e rifatte e violate e sempre meno credibili, e in ogni nuova implosione che li falciava e li sommergeva e li bruciava fino al sopore, fino all’ultima brace delle sigarette dell’alba. Quando spensi la lampada della scrivania e guardai il fondo del bicchiere vuoto, tutto era ancora una pura negazione delle nove di sera, della fatica alla fine di un’altra giornata di lavoro. Perché continuare a scrivere se le parole scivolavano ormai da un’ora su quella negazione, stese sulla carta per quel che erano, meri disegni privi di qualsiasi fondamento? Fino a un attimo prima correvano cavalcando la realtà, riempiendosi di sole e di estate, parole cortile di Bánfield, parole Doro e giochi e fossato, alveare rumoroso di una memoria fedele. Solo che giunto a un tempo che non era più Sara né Bánfield il rendiconto si era fatto quotidiano, presente utilitario senza ricordi né sogni, la vita nuda e cruda né più e né meno. Avevo voluto proseguire e far proseguire docili anche le parole fino ad arrivare al nostro oggi di ogni giorno, a una qualunque delle lente giornate nello studio di ingegneria, ma poi mi ero ricordato del sogno della notte precedente, di quel sogno di nuovo con Sara, del ritorno di Sara da così lontano e così indietro, e non avevo potuto restare in un presente in cui ancora una volta sarei uscito dallo studio la sera e sarei andato a bere una birra al bar all’angolo, le parole erano tornate a riempirsi di vita e benché mentissero, benché non ci fosse nulla di vero, avevo continuato a scriverle perché nominavano Sara, Sara che arrivava per strada, così bello proseguire anche se assurdo, scrivere che avevo attraversato la strada con parole che mi avrebbero portato a incontrare Sara e a farmi riconoscere, l’unico modo per poterla finalmente rivedere e dirle la verità, arrivare alla sua mano e baciarla, ascoltare la sua voce e vederle i capelli che le sfioravano le spalle, andarmene con lei verso una notte che le parole avrebbero riempito di lenzuola e di carezze, ma come proseguire adesso, come iniziare da questa sera una vita con Sara quando lì accanto si sentiva la voce di Felisa che entrava coi bambini e veniva a dirmi che la cena era pronta, che dovevamo metterci subito a tavola perché era tardi e i bambini volevano vedere Paperino in televisione alle dieci e venti.

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Ptosi, di Guadalupe Nettel

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È in libreria Petali, e altri racconti scomodi, di Guadalupe Nettel, tradotti da Federica Niola e pubblicati da La Nuova Frontiera.

Maniacali, eccentrici o semplicemente troppo umani, i protagonisti di questi racconti a volte sembrano opporsi alla loro alterità, altre volte si abbandonano al loro amaro desiderio, portando però sempre su di loro l’oscuro fascino dell’anomalia.

Cattedrale vi propone uno dei racconti della raccolta, per gentile concessione dell’editore.

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PTOSI

di Guadalupe Nettel

Il lavoro di mio padre, come tanti altri in questa città, è un impiego parassitario. Fotografo di professione, sarebbe morto di fame – e con lui tutta la famiglia – se non fosse stato per la generosa proposta del dottor Ruellan che, oltre a uno stipendio dignitoso, offrì alla sua ispirazione imprevedibile la possibilità di concentrarsi su un compito meccanico, senza grandi difficoltà. Il dottor Ruellan è il migliore chirurgo palpebrale di Parigi, opera all’Hôpital des Quinze-Vingts e ha una clientela inesauribile. Alcuni pazienti sono disposti persino ad aspettare un anno per un appuntamento piuttosto che rivolgersi a un medico meno rinomato. Prima di operare, il nostro benefattore impone ai suoi pazienti due serie di fotografie: la prima consiste in cinque scatti ravvicinati – a occhi chiusi e aperti – affinché rimanga una prova del loro stato prima dell’operazione. La seconda si realizza dopo l’intervento, quando la ferita è ormai cicatrizzata. Quindi, a prescindere da quanto siano soddisfatti del lavoro, vediamo i nostri clienti solo due volte nella vita. Tuttavia può capitare che il dottore commetta qualche errore – nessuno, neppure lui, è perfetto –: un occhio resta più chiuso dell’altro o, al contrario, troppo aperto. Allora la persona si ripresenta per farsi scattare una nuova serie di fotografie, che pagherà altri trecento euro, perché mio padre non è responsabile degli errori medici. Può sembrare strano, ma gli interventi alle palpebre sono molto frequenti e le motivazioni innumerevoli, a cominciare dalle conseguenze nefaste dell’età, dalla vanità delle persone che non sopportano i segni della vecchiaia sul volto; ma anche gli incidenti d’auto, che spesso sfigurano i passeggeri, le esplosioni, gli incendi e tutta una serie di altri imprevisti: la pelle della palpebra è insospettabilmente delicata.
Nel nostro negozio, vicino a place Gambetta, mio padre ha appeso alcune fotografie incorniciate, scattate durante la giovinezza: un ponte medievale, una zingara che stende il bucato vicino alla roulotte e una scultura esposta nei Giardini del Lussemburgo, che gli valse un premio giovanile a Rennes. Basta guardarle per capire che, in tempi molto lontani, aveva talento. Alle pareti ci sono anche opere più recenti: il volto di un bambino bellissimo, morto nella sala operatoria di Ruellan (un problema di anestesia), con il corpo splendente sul tavolo operatorio, bagnato da una luce chiarissima, quasi celestiale, che entra radente da una finestra.
Cominciai a lavorare nello studio all’età di quindici anni, quando decisi di lasciare la scuola. Mio padre aveva bisogno di un aiutante e mi inserì nella sua squadra. Così imparai il mestiere di fotografo medico specializzato in oftalmologia. Anche se in seguito, con il passare del tempo, mi dedicai ai lavori d’ufficio, come tenere la contabilità del negozio. Mi è capitato di rado, in città o in campagna, di andare alla ricerca di una scena che ispirasse il mio obiettivo volubile. Quando passeggio, in genere non ho la macchina fotografica, perché la dimentico o per paura di perderla. Devo confessare, tuttavia, che spesso, mentre cammino per la strada o nei corridoi di un edificio, avverto il desiderio improvviso di scattare una foto, non di paesaggi o di ponti come faceva un tempo mio padre, ma di palpebre insolite che di tanto in tanto individuo tra la folla. Trovo questa parte del corpo che ho visto sin dall’infanzia, e che non mi ha mai suscitato neppure un accenno d’insofferenza, affascinante. Esibita e celata in modo intermittente, ti costringe a stare all’erta per scoprire qualcosa che valga davvero la pena. Il fotografo deve evitare di abbassare le palpebre in contemporanea al soggetto dello studio e catturare l’attimo in cui l’occhio si chiude come un’ostrica giocherellona. Mi sono convinto che ci sia bisogno di un’intuizione speciale, come quella dei cacciatori di insetti, perché non credo vi sia molta differenza tra il battito d’ali e quello delle ciglia.

Mi annovero nell’esigua percentuale di persone appassionate del proprio lavoro e, in questo senso, mi considero fortunato. Ma la mia affermazione non deve trarre in inganno: il nostro mestiere presenta una serie di convenienti. In studio passano persone di ogni genere, il più delle volte in situazioni disperate. Le palpebre che arrivano qui sono quasi tutte orribili, e se non provocano disagio, fanno pena. Non è per nulla che i loro proprietari preferiscano operarsi. Una volta trascorsi i due mesi di convalescenza, quando i pazienti, ormai trasformati, tornano per la seconda serie di fotografie, tiriamo un respiro di sollievo. Di rado il miglioramento raggiunge il cento per cento, ma cambia completamente un volto, la sua espressione, il suo aspetto permanente. Gli occhi sembrano più equilibrati ma, se si osserva bene – soprattutto quando si sono visti migliaia di volti modificati dalla stessa mano – si scopre una cosa abominevole: in qualche modo, si assomigliano tutti. È come se il dottor Ruellan imprimesse un segno distintivo nei suoi pazienti, un marchio lieve ma inconfondibile.
Nonostante le soddisfazioni che dà, questa professione, come qualunque altra, finisce per rendere indifferenti. Ricordo di avere visto pochi casi veramente memorabili nel nostro laboratorio fotografico. Quando capita, mi avvicino a mio padre, mentre prepara la pellicola nel retrobottega, e gli chiedo all’orecchio di concedermi lo scatto dell’otturatore. Lui acconsente sempre, pur non capendo la ragione del mio improvviso interesse. Una di queste scoperte avvenne meno di un anno fa, a novembre. Durante l’inverno lo studio, situato al piano terra di una vecchia fabbrica, è umido in modo insopportabile ed è preferibile stare all’addiaccio piuttosto che rimanere in quella caverna gelida e buia per esigenze lavorative. Mio padre quel pomeriggio non c’era, e io, morto di freddo accanto alla porta, mi distraevo osservando l’indecisione della pioggia mentre maledicevo una cliente che era in ritardo di oltre un quarto d’ora. Quando finalmente la sagoma della cliente comparve dietro l’inferriata, mi sorprese che fosse così giovane, avrà avuto al massimo vent’anni. Un berretto nero, impermeabile, le copriva la testa e lasciava scivolare le gocce d’acqua sui lunghi capelli. La sua palpebra sinistra era di circa tre millimetri più chiusa rispetto alla destra. Entrambe avevano uno sguardo sognante, ma la sinistra mostrava una sensualità anomala, come se pesasse. Guardandola fui pervaso da una sensazione curiosa, dal piacevole senso d’inferiorità che provo di solito davanti alle donne troppo belle.
Con una lentezza esasperante, come se non si curasse affatto del ritardo, si avvicinò per domandare a quale piano fosse lo studio fotografico. Di sicuro mi aveva scambiato per il portiere.
«È qui» le dissi. «Si trova davanti alla porta del negozio.» Tirai il chiavistello e, con un’espressione esaltata che lei non colse, accesi tutti i riflettori, come quando un membro della famiglia reale entra in una sala da ballo. Non appena fu entrata, si tolse il cappello, la sua lunga chioma nera sembrava un prolungamento della pioggia. Come tutti i clienti, mi spiegò che aveva un appuntamento con il dottor Ruellan perché risolvesse il suo problema.
«Quale problema?» stavo per domandarle. «Lei non ha nessun problema.» Ma mi astenni. Era così giovane… non volevo turbarla e preferii un commento banale.
«Non sembra di Parigi. Da dove viene?»
«Dalla Piccardia» rispose lei, timidamente, evitando di incrociare il mio sguardo come fanno di solito i pazienti. Ma in quel momento, invece di rallegrarmi, il suo atteggiamento schivo mi gettò nello sconforto. Avrei dato qualsiasi cosa per restare a guardare tutto il pomeriggio quella palpebra pesante e insieme fragile, e avrei dato il doppio perché quegli occhi si posassero su di me.
«Le piace Parigi?» domandai, adottando un tono falsamente distratto.

«Sì, ma non posso trattenermi a lungo. In realtà sono venuta soltanto per l’operazione.»
«Parigi la conquisterà, ne stia pur certa. Quando meno se lo aspetta, verrà a vivere qui.»
La ragazza sorrise, chinando la testa. «Non credo. Vorrei tornare a Pontoise il prima possibile, non vorrei perdere l’anno.»
Il pensiero che quella donna vivesse in un’altra città bastò a deprimermi. Divenni di cattivo umore. In modo improvviso, forse un po’ brusco, interruppi la conversazione per andare a prendere la pellicola.
«Si sieda qui» le intimai al ritorno. In tutta la mia vita professionale non ero mai stato così poco gentile. La ragazza prese posto sullo sgabello e si tirò indietro i capelli, lasciando in mostra il volto.

«Non so se lo sa» le dissi simulando compassione «ma i risultati non sono mai perfetti. Il suo occhio non sarà mai uguale all’altro. Il dottore glielo ha spiegato?» Lei assentì in silenzio.
«Ma mi ha anche detto che le due palpebre saranno alla stessa altezza. Per me è sufficiente.»
Ero pronto a mostrarle una serie di fotografie di operazioni non riuscite al fine di dissuaderla. Pensai di dirle che, in ogni caso, le sarebbe rimasto il marchio inconfondibile dei pazienti operati dal dottor Ruellan, una tribù di mutanti. Ma non ne ebbi il coraggio. Senza dire una parola le sistemai lo sfondo bianco dietro alla testa, puntandole il riflettore negli occhi. Invece dei soliti tre scatti, premetti il pulsante dell’otturatore quindici volte e avrei continuato fino all’imbrunire, se non fosse arrivato mio padre.
Quando udii il rumore del chiavistello, spensi i fari. La ragazza si alzò e si avvicinò al bancone per firmare un assegno sul quale lessi il suo nome, scritto con una grafia da scolaretta.
«Mi auguri buona fortuna» disse. «Ci vediamo tra due mesi.»
Non so come descrivere lo sconforto in cui sprofondai quel pomeriggio. Sviluppai immediatamente le foto; misi le più convenzionali in una busta con il timbro dell’ospedale e conservai quella che mi parve la più riuscita nel cassetto della mia scrivania: uno scatto frontale, sognante e osceno.
I miei sforzi per dimenticarla si rivelarono inutili. Per tre mesi aspettai con autentico terrore che tornasse per la seconda serie, volevo a tutti i costi non essere presente. Ogni lunedì davo un’occhiata all’agenda di mio padre per sapere quando assentarmi. Ma lei non venne.
Un pomeriggio, all’inizio dell’estate, mentre camminavo sul lungofiume in cerca di palpebre interessanti, la rividi. In quei giorni la Senna scorreva placida; le pietre ne riflettevano il colore verde scuro e il movimento oscillante. Anche lei stava guardando il fiume, e per poco non ci scontrammo. Con mia grande sorpresa, i suoi occhi erano uguali a prima. La salutai con cortesia, facendo di tutto per nascondere la mia gioia, ma dopo qualche minuto non riuscii a trattenermi: «Ha cambiato idea?» le domandai. «Ha deciso di non operarsi?»
«Il dottore ha avuto un contrattempo e l’intervento è stato rimandato alla fine dell’anno scolastico.» «Entro in ospedale domani. Non ho parenti in città, quindi rimarrò ricoverata per tre giorni.» «Come vanno i suoi studi?»
«La settimana scorsa ho fatto l’esame per entrare alla Sorbona» rispose sorridendo. «Vorrei trasferirmi a Parigi.» Sembrava contenta. Nel suo sguardo scorsi l’espressione speranzosa che hanno di solito i pazienti alla vigilia dell’intervento e che conferisce anche ai volti più deformi un’aura di candore.
La invitai a prendere un gelato sull’isola Saint-Louis. C’era un’orchestra jazz che suonava lì vicino, e benché dal lungofiume non si vedessero i musicisti, si udivano le note come se emergessero dall’acqua. La luce del sole tingeva le sue palpebre di arancione. Camminammo per diverse ore, un po’ in silenzio un po’ parlando di ciò che vedevamo durante la passeggiata; della città o del futuro che l’attendeva lì. Se avessi portato la macchina fotografica, adesso avrei una testimonianza, non solo della mia donna ideale ma anche del giorno più felice della mia vita.
All’imbrunire la accompagnai all’hotel in cui alloggiava, una topaia vicino a Bonne Nouvelle. Passammo la notte insieme in un letto decrepito, rischiando continuamente di finire a terra. Una volta nudi, i vent’anni che ci separavano divennero più evidenti. Le baciai più volte le palpebre e, quando mi stancai di farlo, le chiesi di non chiudere gli occhi per continuare a godermi quei tre millimetri supplementari di palpebra, quei tre millimetri di voluttuosità sconvolgente. Dal primo abbraccio fino al momento in cui, sfinito, spensi la luce da notte, avvertii il bisogno di convincerla. A quel punto, senza pudore o inibizioni di sorta, la pregai di non operarsi, di restare con me così com’era. Ma lei pensò che fosse una smanceria, una di quelle bugie esaltate che si dicono in circostanze del genere.
Quella notte dormimmo appena. Se lo avesse saputo il dottor Ruellan! Lui che alla vigilia delle operazioni impone il riposo più assoluto ai suoi pazienti. Arrivò al reparto preoperatorio con due occhiaie che la facevano sembrare più vecchia e anche più bella. Le promisi che sarei rimasto con lei fino all’ultimo e che in seguito, quando si fosse ripresa dall’anestesia, sarei andato immediatamente a trovarla. Ma non mi fu possibile: non appena l’infermiera entrò nella stanza per portarla in sala operatoria, io sgattaiolai verso l’ascensore.
Uscii dall’ospedale ridotto in pezzi, come chi si è confrontato con una sconfitta. Il giorno successivo pensai molto a lei. La immaginai mentre si svegliava da sola, in quella stanza ostile che odorava di disinfettante. Avrei voluto starle accanto e lo avrei fatto se in gioco non ci fosse stato così tanto: il mio ricordo, la mia immagine di quegli occhi che, se li avessi visti dopo, identici a quelli di tutti i pazienti del dottor Ruellan, sarebbero svaniti dalla mia memoria.
Qualche volta di pomeriggio, soprattutto nei periodi di magra, quando la clientela non dà soddisfazioni di sorta, metto la sua fotografia sulla scrivania e la guardo per qualche minuto. In quei momenti mi sento pervadere da una sensazione di soffocamento e da un odio smisurato nei confronti del nostro benefattore, come se il suo bisturi avesse in qualche modo mutilato anche me. Da allora non sono più uscito con la macchina fotografica, i lungofiume della Senna non promettono più sorprese arcane.

© Tratto da "Petali" di Guadalupe Nettel
Per gentile concessione de La Nuova Frontiera

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La Luna pazza, di Stanley Weinbaum

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È in libreria Viaggi sulla luna, l’antologia a cura di Fabrizio Farina e pubblicata da Racconti Edizioni, dedicata ai grandi narratori che hanno raccontato il rapporto tra gli esseri umani e la luna.

Molto prima che l’Apollo 11 toccasse il suolo lunare è stata l’arte, in tutte le sue forme, ad accomodare l’attrazione preparando fatalmente il terreno per l’allunaggio. Nei suoi sogni e desideri – spesso perdendo il senno come l’Orlando – l’uomo è stato sulla Luna infinite volte, eleggendo il «pianeta» prediletto a simbolo romantico dei migliori viaggi d’avventura.

Cattedrale vi propone l’estratto di uno dei racconti del volume, per gentile concessione dell’editore.

*


Stanley Weinbaum
La Luna pazza


«Idioti!» ululò Grant Calthorpe. «Scemi, imbecilli, cretini!» Si scervellò per trovare un termine più esplicativo ma non ci riuscì e scaricò la sua frustrazione con un violento calcio alla pila d’erbacce che stava lì per terra. Un po’ troppo violento, in effetti; si era dimenticato che su Io c’era un terzo della gravità terrestre, così il suo corpo seguì la direzione del calcio compiendo un arco di sei metri.
Appena atterrato i quattro lunatici si misero subito a sghignazzare. Quelle enormi teste idiote, identiche come nient’altro ai faccioni da pagliaccio sui palloncini per bambini, ciondolavano all’unisono su quei colli lunghi un metro e mezzo e spessi quanto il polso di Grant. «Fuori di qui!» tuonò, precipitandosi in piedi. «Andale, sciò, smammare! Niente cioccolata. Niente dolci. Niente di niente, finché non imparate che sono le foglie di ferva quelle che voglio, non la prima cosa che vi càpita sotto il naso. Via di qui!»
I lunatici – Lunae Jovis Magnicapites, o letteralmente Testoni della Luna di Giove – si fecero da parte, ridacchiando i loro lamenti. Sul fatto che anche loro considerassero Grant un idiota non c’erano molti dubbi, ed erano pressoché incapaci di comprendere le ragioni della sua arrabbiatura. Non c’erano dolci in arrivo però, questo gli era chiaro, così i loro tipici risolini avevano preso una sfumatura di delusione.
Una delusione così cocente, a dire il vero, che il capo dei quattro, dopo aver attorcigliato la sua ridicola faccia bluastra verso Grant per dedicargli il suo sorrisetto da demente, cacciò un’ultima risata selvaggia e andò a scagliarsi di testa contro uno dei luccicanti alberi di pietra-corteccia. I suoi compari andarono a raccoglierlo in tutta tranquillità e se la svignarono, trascinandosi dietro il testone come fosse una palla di piombo attaccata alla catena di un condannato.
Grant si passò la mano sulla fronte e si avviò stancamente verso la sua baracca di pietra-corteccia, quando un paio di occhi rossi e luccicanti richiamarono la sua attenzione. Uno strisciattolo – Mus Sapiens – stava sgambettando per tutti i suoi quindici centimetri oltre l’uscio, con sotto il minuscolo e secchissimo braccio qualcosa che assomigliava parecchio al suo termometro clinico. Grant prese allora a gridare alla creaturina, raccogliendo un sasso da terra e lanciandoglielo contro invano. All’estremità del corpo a spazzola lo strisciattolo rivolse subito la sua faccia da topo, eppure semiumana, verso di lui. Poi squittì il suo ciangottio, agitò in aria il suo pugnetto come un umano arrabbiato e svanì, la criniera di pelle come quella di un pipistrello a sventolargli nel vento. Assomigliava parecchio, a dire il vero, a un ratto nero con indosso un mantello.
Era stato uno sbaglio, lo sapeva, tirargli quel sasso. Adesso quei mostriciattoli non gli avrebbero dato pace, e con la loro minuscola stazza, assieme all’intelligenza pseudoumana, erano più pericolosi del peggior nemico.
Eppure né quel pensiero né il suicidio del lunatico lo preoccupavano particolarmente; aveva assistito a prove del genere troppo spesso e poi, a dirla tutta, la testa aveva cominciato a dolergli come se si fosse barricata per un altro assedio della febbre bianca.
Entrò nel rifugio, chiuse la porta e si rivolse al suo pergatto da compagnia. «Oliver!» si sgolò, «tu che mi capisci, ma perché non mi difendi dagli strisciattoli? Che ci stai a fare, sennò?»
Il pergatto si sollevò sulla sua possente e unica gamba posteriore, aggrappandosi tramite gli artigli alle ginocchia davanti. «Un fante di cuori sulla regina di picche» osservò placidamente. «Dieci lunatici non fanno mezzo scemo.» Grant inquadrò le due frasi senza pensarci: la prima era ovviamente un’eco del solitario della sera, mentre la seconda si riferiva al lavoro con i lunatici del giorno prima. A quel pensiero dedicò un grugnito, poi si strofinò la testa dolorante – era di nuovo febbre bianca, non c’erano dubbi. Ingoiò due compresse di ferverina e affondò sfinito sulla branda, chiedendosi quanto ci avrebbe messo quell’attacco di blancha a culminare in delirio.
Si diede del rincretinito per aver accettato quel lavoro su Io, la terza Luna abitabile di Giove. Quel piccolo mondo era un pianeta di folli, buono soltanto per la produzione di foglie di ferva, da cui i chimici terrestri estraevano tanti potenti alcaloidi quanti una volta ne estraevano dall’oppio. Tutto inutile ai fini della scienza, oltretutto; ma che differenza faceva dal suo punto di vista? E che differenza faceva quel magnifico salario, se poi gli toccava tornare sulla Terra farneticando come un maniaco, dopo un anno passato nelle regioni equatoriali di Io? Giurò amaramente a se stesso che, quando il mese successivo sarebbe arrivato l’aereo da Giunopoli a prendere il suo carico di ferva, lui sarebbe tornato alla città sul polo, anche se il contratto con la Neilan Drug era di un anno intero e non gli sarebbe spettata la paga. Del resto cosa vuoi che ci combini coi soldi un lunatico? L’intero pianetucolo era impazzito – lunatici, pergatti, strisciattoli e pure Grant Calthorpe – tutti matti. Come minimo! Chiunque si fosse avventurato al di fuori di ciascuna delle due città polari – Giunopoli a nord, Erapoli a sud – si era ammattito del tutto. In città si era al sicuro dalla febbre bianca, ma ogni punto della Luna al di sotto del ventesimo parallelo era peggio che nella giungla cambogiana della Terra.
Al solo pensiero del proprio pianeta Grant si raddolcì. Appena due anni prima era stato felice, un noto cacciatore, popolare e benestante. E nella vita non era mai stato nient’altro: prima di aver compiuto i vent’anni aveva già cacciato velaffilata e filivermi su Titano, triopi e unipedi su Venere. Prima della crisi dell’oro nel 2110, almeno, quando aveva perso tutto. E quindi be’, se proprio doveva lavorare, gli era sembrato logico sfruttare la sua esperienza interplanetaria come mezzo di sostentamento. Si era detto entusiasta, per la possibilità di associarsi con la Neilan Drug.
Su Io però non c’era mai stato. Non era posto per cacciatori quel selvaggio pezzo di roccia, con tutti quei lunatici idioti e quei perfidi, scaltri, piccoli strisciattoli. Niente che valesse la pena cacciare, su quella lunetta febbricitante immersa nel caldo di Giove, lì a soli quattrocentomila chilometri di distanza.
Se l’avesse visitata prima, si disse allora mestamente, il lavoro non l’avrebbe mai accettato; Io se l’era immaginata più come Titano, fredda ma pulita. Invece era calda come i deserti di Venere, prima di tutto a causa del suo stesso bagliore, e poi perché soggetta a mezza dozzina di luci soffuse diverse – giorno solare, giorno gioviano, giorno solare e gioviano insieme, luce riflessa da Europa, e solo occasionalmente vera e lugubre notte. E per la maggior parte queste luci si succedevano nel corso della rivoluzione di Io, in quarantadue ore – una sequenza impazzita di luci, una dietro l’altra. Li detestava quei giorni vorticosi, la giungla, quelle Colline dell’Idiozia che si dipanavano dietro alla sua baracca.
In quel momento era giorno solare e gioviano insieme, il peggiore di tutti, dato che il Sole in lontananza aggiungeva quel pizzico di calore in più a quello emanato da Giove. E giusto a completare il malessere di Grant ecco quell’attacco imminente di febbre bianca. All’ennesima fitta alle tempie si lasciò andare alle contumelie e mandò giù un’altra compressa di ferverina. Le sue scorte andavano diminuendo, aveva notato: doveva ricordarsi di chiederne un po’ quando avrebbero chiamato quelli dell’aereo – no, macché, doveva tornare con loro!
Oliver si strusciò sulla sua gamba. «Idioti, scemi, cretini, imbecilli» rimarcò il pergatto affettuosamente. «Ma devo andarci per forza a quel dannato ballo?»
«Eh?» fece Grant; non ricordava di aver detto niente che avesse a che fare con un ballo. Evidentemente, decise, doveva aver detto qualcosa durante l’ultimo delirio. Oliver scricchiolò come la porta di casa, poi ridacchiò che pareva un lunatico. «Andrà tutto benissimo» rassicurò Grant. «Papà ha giurato che sarebbe arrivato presto.» «Papà!?» gli fece eco l’umano. Suo padre era morto da quindici anni. «E questa da dove l’hai tirata fuori, Oliver?» «Chissà, sarà la febbre» osservò lui placidamente. «Sei un bravo gattino, ma vorrei che fossi più assennato quando parli. E vorrei che venisse papà.» Alla fine terminò la frase con un gorgoglio mozzato che forse era stato pensato come sospiro.
Grant si mise a guardarlo con gli occhi fuori dalle orbite. Non aveva mai detto niente di tutto ciò. Il pergatto doveva averlo sentito da qualcun altro – qualcun altro? Ma chi, se non c’erano umani nel giro di duecento chilometri? «Oliver!» muggì. «Dove l’hai sentito? Dove le hai sentite queste cose?»
Il pergatto si rannicchiò impaurito. «Papà è idioti, scemi, cretini, imbecilli» disse preso dall’ansia. «Il fante di cuore sul bravo gattino.»
«Vieni qui!» ruggì Grant. «Il papà di chi? Dove diavolo… vieni qui, fai il bravo!»
Grant si precipitò verso l’animaletto, ma dopo aver teso indietro la gamba Oliver partì a razzo verso la cappa della stufa. «Chissà, sarà la febbre!» sbuffò. «Niente cioccolata!» Come un fulmine a tre gambe entrò dentro la canna, poi si udì un rumore di artigli che grattavano il metallo e in un attimo era sgattaiolato fuori di nuovo. Grant si mise a seguirlo, la testa che gli faceva male per lo sforzo, e anche se la parte ancora sana di sé sapeva perfettamente che l’intero episodio era solo frutto del suo delirio non smise di arrancargli dietro.
Più andava avanti e più l’incubo era destinato a peggiorare. I lunatici continuavano a ciondolare i loro lunghi colli al di sopra dell’alta erba sanguinina, con i loro risolini idioti e le loro facce da imbecilli ad aggiungersi alla generale atmosfera di follia. Dal suolo spugnoso sbuffavano in aria vapori fetidi e carichi di febbre a ogni passo. Da qualche parte, alla sua destra, uno strisciattolo squittiva e farfugliava in lontananza; sapeva che in quella direzione c’era uno dei loro piccoli villaggi, perché una volta ci aveva dato un’occhiata, a quelle minuscole e squadrate casupole, perfettamente incastrate nella pietra come paesini medievali in miniatura, con tanto di torri e parapetti. Secondo alcuni quei mostriciattoli si facevano anche la guerra fra loro.
La testa gli continuava a turbinare e ronzare per il combinato effetto di ferverina e febbre. Era un attacco di blancha, poco ma sicuro, e si rese conto di essere un imbecille, un lunatico, ad aggirarsi così impunemente lontano dal rifugio. Doveva rimanere sdraiato sulla sua branda; la febbre non era così grave, ma su Io erano morti più d’uno durante la fase di delirio a causa delle proverbiali allucinazioni della Luna.
E ormai stava delirando. Ne ebbe la certezza non appena vide Oliver che guardava una ragazza attraente, con un impeccabile vestito da sera e in perfetto stile anni ’20 del ventiduesimo secolo. Era piuttosto ovvio che si trattasse di un’allucinazione, di ragazze non se ne vedeva l’ombra ai tropici di Io, e anche se ce ne fosse stata una, putacaso, di sicuro non avrebbe mai scelto una mise così formale. Visto com’era pallida in viso, di quel biancore che dava alla blancha il suo nome, anche lei doveva avere la febbre. Nei suoi occhi grigi non c’era il minimo segno di stupore quando Grant decise di tagliare per l’erba sanguinina verso di lei.
«Buon pomeriggio, sera o mattino» rimarcò Grant controllando imbarazzato la posizione di Giove, che stava sorgendo, e quella del Sole, che tramontava. «O magari solo buongiorno, Miss Lee Neilan.»
Lei gli restituì uno sguardo impensierito. «Mi permetta» disse, «sa che lei è la prima delle mie illusioni che non sono riuscita a riconoscere? Conosco tutti qua intorno, e lei è il primo che mi è estraneo. Ma è davvero un estraneo, mi chiedo? Be’, conosce il mio nome… in effetti dev’esserlo per forza, essendo frutto della mia fantasia.» «Non mi metterò a discutere su chi sia l’allucinazione di chi» suggerì Grant. «Facciamo così, il primo dei due che sparisce è l’illusione. Scommetto cinque dollari che sarà lei.»
«Come faccio a riscuotere?» chiese lei. «Non posso mica prendere soldi dal mio stesso sogno.»
«È un bel problema» si accigliò Grant. «Problema mio, naturalmente, non suo. Io sono sicuro che esisto.»
«E come fa a sapere il mio nome?» domandò lei.
«Ah!» fece lui. «Dalle mie intense letture di cronaca rosa sul bollettino che mi portano con l’aereo per le provviste. Anzi, adesso che ci penso ho affisso un suo ritaglio accanto alla mia branda. Questo probabilmente spiega perché la sto vedendo in questo istante. Mi farebbe piacere conoscerla dal vivo, un giorno di questi.»
tore, ero innamoratissima di te! Avevo il diario pieno di tue foto: Grant Calthorpe in parka pronto per la caccia ai filivermi su Titano, Grant Calthorpe accanto all’unipede gigante appena ucciso sulle Montagne dell’Eternità. Sei… sei davvero l’allucinazione più piacevole che abbia avuto fin qui. Il delirio sarebbe pure… divertente» e si passò le mani sulle ciglia una seconda volta, «se la testa non mi facesse così male!» Mannaggia… pensò Grant, magari fosse vera, questa cosa del diario. Immagino sia questo, quello che gli psicologi chiamano «appagamento dei desideri nei sogni». Una goccia tiepida di pioggia gli cadde sul collo. «Meglio andare a letto» disse poi ad alta voce. «La pioggia non aiuta con la febbre. Spero di rivederti al prossimo delirio.» «Grazie» disse Lee Neilan dignitosamente. «Altrettanto.»
Grant annuì con la testa, cosa che gli provocò un’altra fitta. «Qui, Oliver» disse al pergatto imbambolato. «Da bravo.»
«Ma quello non è Oliver» disse Lee. «Si chiama Polly. Mi ha tenuto compagnia per gli ultimi due giorni, così le ho dato un nome.»
«Non è una lei» mugugnò Grant. «Comunque è il mio pergatto, Oliver.
Non è vero Oliver?»
«Spero di rivederti» disse Oliver sonnecchiando.
«Si chiama Polly. Giusto Polly?»
«Scommetto cinque dollari» disse il pergatto. Poi si tirò su, si stiracchiò e partì a grandi falcate verso l’erba alta. «Chissà, sarà la febbre…» concluse sparendo.
«Proprio così» concordò Grant, e si voltò. «Arrivederci Miss – forse posso chiamarti Lee, visto che non sei reale. Arrivederci Lee.»
«Arrivederci Grant. Però non andare da quella parte, c’è un villaggio di strisciattoli al di là della coltre d’erba.» «Ma no, è dall’altra parte.»
«Da quella parte» insistette lei. «Li ho visti mentre lo costruivano. Tanto non possono farti niente, dico bene? Nemmeno uno strisciattolo può far male a un fantasma. Arrivederci Grant.» E stancamente chiuse gli occhi. Pioveva forte adesso. Grant si spinse attraverso l’erba sanguinina, mentre la linfa rossa gli si raddensava sugli stivali in gocce di rosso sangue. Doveva rientrare presto al rifugio, prima che la febbre bianca e il conseguente delirio lo portassero definitivamente fuori strada. Aveva bisogno di ferverina.
All’improvviso fu costretto a fermarsi. L’erba di fronte a sé era stata sradicata, e nella piccola radura si ergevano all’altezza di una spalla umana le torri e i parapetti del villaggio degli strisciattoli – uno nuovo, a giudicare da alcune case in costruzione e da alcuni esserini ancora indaffarati fra le pietre.
Subito si alzarono squittii e ciangottii di protesta. Grant indietreggiò, ma venne comunque inondato da una dozzina di minuscole frecce. Una lo aveva preso nello stivale ed era rimasta infilzata come uno stuzzicadenti ma nessuna, per sua fortuna, gli aveva penetrato la pelle, dato che erano sicuramente avvelenate. Provò ad accelerare il passo, ma nell’erba spessa e scarnificata intorno a lui era tutto un coro di squittii, fruscii e imprecazioni ciangottanti.
Fece il giro largo. I lunatici continuavano a tirar fuori la testa oltre la vegetazione e di tanto in tanto uno di loro sghignazzava contrito dal dolore per il morso o una pungolata di strisciattolo. Grant tagliò dritto verso quelle creature, nel tentativo di distrarre i piccoli mostriciattoli, quando un lunatico dalla faccia viola piegò il suo lungo collo sopra di lui, sghignazzando e indicando con il proprio dito scheletrico un fascio d’erbacce che teneva sottobraccio.
Grant lo ignorò e virò verso la baracca. Sembrava avercela fatta, così continuò ad arrancare ostinato, agognando la sua compressa di ferverina, quando improvvisamente qualcosa lo trattenne. Quindi si voltò, e cominciò piano piano a ripercorrere i suoi passi.
«Non può essere…» mugugnava fra sé, «mi ha detto la verità sul villaggio degli strisciattoli. Eppure non avevo idea che stesse lì. Come fa una mia allucinazione a dirmi cose che non so?»


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Su commissione, di Jaume Cabré

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Da Febbraio è in libreria Quando arriva la penombra, di Jaume Cabré, pubblicato da La Nuova Frontiera e tradotto da Stefania Ciminelli. Una raccolta di racconti che toccano nel profondo e che intavolano un dialogo costante tra di loro e con i grandi romanzi dello scrittore catalano. Grazie alla consueta maestria che l’ha reso uno degli scrittori più popolari d’Europa, Cabré scrive un libro avvincente, con un tocco di umorismo nero, atmosfere da thriller e sorprendenti incursioni nel fantastico, il tutto racchiuso in una struttura circolare e compatta. Raramente un libro popolato da personaggi che vivono ai margini, tutti più o meno colpevoli, è stato così pieno di vita.

Cabré, uno dei più grandi autori della letteratura catalana. — La Repubblica

Cabré dà sfoggio di grande perizia stilistica e compositiva. — La Lettura

Cattedrale pubblica uno dei racconti, per gentile concessione dell’editore.

Su commissione

Beh, dunque, perché io direi che i soldati uccidono d’ufficio. I più consapevoli sono i soldati di fanteria: possono vedere in faccia il nemico e sentire i pianti dei bambini. Quelli che lanciano le bombe non riescono neanche ad avvertire la puzza di bruciato che le loro azioni provocano. Ma tutti uccidono in modo impersonale. Quelli che mi assomigliano di più sono i cecchini: ogni sparo è un morto, praticamente, con tanto di dedica, personalizzato. Ma sempre con la sicurezza della distanza e con l’aiuto di un proiettile. Vedono la vittima, ma non hanno alcun bisogno di conoscerla. Io no. Io uccido da pari a pari: un lavoro di prossimità. Uccido persone con nome e cognome che prima ho guardato negli occhi. Il mio lavoro lo richiede. Non posso permettermi alcun errore, la mia reputazione ne risentirebbe di colpo: è un mestiere molto crudele questo, perché, non ci crederete, ma c’è una concorrenza durissima nel mio settore. Quindi, per non dovermi preoccupare, non mi posso mai permettere un errore. Mai. Sì, sì, la capisco; ma no: nessun rimorso. Il mio è un puro atto professionale. Senta, ho ucciso uomini, donne, bambini, cani, cavalli, anziani; di tutto, con prevalenza di uomini di mezza età. Non ho mai pensato che uccidere un cassiere chiacchierone fosse diverso dal neutralizzare un ragazzino di dodici anni la cui esistenza disturbava profondamente i piani del mio cliente.
Certo, nella vita c’è gente che dà fastidio; io risolvo il problema e basta. Perché li guardo negli occhi? È la mia garanzia. Ognuno ha il proprio stile: il mio si basa sull’assoluta certezza che è quello il mio obiettivo. Prima, nelle settimane che precedono l’atto, ne studio dettagliatamente la fisionomia, lo seguo nella sua vita normale e a volte ci scambio anche due parole. Certo: è quello il momento in cui lo guardo negli occhi. E mi sento come un ragno gigante. Ma che dice: la vittima non sa né di essere vittima né che io le ho già teso la trappola da cui non potrà mai scappare. Perché compassione? Quella persona disturba il mio cliente e basta. E chi paga avrà i suoi motivi, su cui io non ho niente da dire. Mi limito a far bene il mio lavoro. Beh, come dire… come tutti quelli che svolgono lavori simili, vivo bene, senza ristrettezze, ma forse un po’ troppo solo. Ho delle donne, ma a volte mi punge il desiderio di un caminetto acceso, di una mano che mi accarezzi la nuca, mentre lascio passare il pomeriggio senza altra pretesa se non quella di osservare le rughe impercettibili che ci appaiono sul viso. Sì, sono una persona molto sensibile: so che di vita ce n’è una sola, e per questo do tanta importanza ai dettagli nelle relazioni, per esempio. Poco tempo fa ho deciso di andare a vivere con una delle mie amiche. Sì, sì, convivenza coniugale, sì. È una gran signora, che non mi chiede dove vado quando dico che starò fuori un mese intero per lavoro. E poi, ha la passione dell’arte quasi quanto me. Oh, pensi che a casa ho le pareti piene di tele, soprattutto contemporanee. E adesso le dirò un segreto: in un angolo discreto ho La paysanne di Millet. Esatto: quella che è diventata famosa per… No, no: sono tranquillissimo. È una piccola fortuna che mi obbliga a tenere un sistema sofisticato di allarme a casa. Me lo posso permettere, comunque.
Due all’anno. In qualche annata eccezionale, tre interventi. No, no: è più che sufficiente. Di più, no, non potrei vivere: pensi che per ogni intervento ho bisogno di qualche settimana di studio teorico e poi di lavoro sul campo. E ancora, sessioni di prova e di ridefinizione. Poi l’azione e il ripiegamento, che non voglio fare in modo frettoloso. Il tutto richiede tre o quattro settimane. Perfezionista? Senza ombra di dubbio. Ma in questo mestiere o sei perfetto o ti beccano al primo incarico. No, non vivo sempre sulle spine; non ne varrebbe la pena. Sono tranquillo, prima di tutto con me stesso; poi con quelli che mi circondano e a cui voglio bene e infine con il mondo. E non ho paura di rappresaglie, perché il mio sistema di ripiegamento è così efficace che nessuno sa della mia esistenza. Voglio dire che nel caso di quell’affabile signora anziana di Delhi morta per un attacco di cuore, nessuno della sterminata e rumorosa famiglia sospetta remotamente che sia stata assassinata. Per non parlare di quel bambino la cui sola esistenza era una complicazione e che ha avuto la disgrazia di affogare un giorno in cui sulla spiaggia c’era la bandiera rossa. Ovvio: il servizio di sicurezza della famiglia si è beccato la strigliata del secolo perché il bambino, che era una peste, era sfuggito al loro controllo, nessuno sapeva dov’era. E intanto il ragazzino inghiottiva acqua con gli occhi sbarrati perché io lo tenevo sotto per le caviglie e non lo lasciavo riemergere. Ci misero due giorni a recuperare il cadavere, perché il mare mosso gioca brutti scherzi. Esatto! Per ogni singolo caso devo creare una situazione, devo inventare una specie di romanzo in cui la morte desiderata presenti dei parametri di accettazione che non lascino spazio a dubbi né a sospetti. Pensava forse che andassi in giro con un fucile di precisione e tutto il resto? Ma per l’amor del cielo, siamo nel ventunesimo secolo! Parlando sinceramente, la linea tra la vita e la morte è molto sottile. Io mi occupo di ritoccarla in certi casi e lo faccio in modo pulito. Il che non vuol dire, se siamo dei buoni professionisti, che le morti ritoccate siano innocue. Non siamo mica al macello, signore. Se la trama che ho creato richiede una morte raccapricciante, allora la morte sarà raccapricciante, e non ho problemi a dire che non tutto si può risolvere con opportuni attacchi di cuore. Senta, padre: sono convinto che il mio bagaglio culturale mi aiuta a fare un lavoro pulito, preciso e incontrovertibile. Il che non vuol dire che mi piaccia strafare: non oltrepasso i limiti e non gioco con la messa in scena. Gli assassini che lasciano guanti, carte da gioco e firme di altro genere li trovo teneramente patetici, sembrano usciti da un giallo di Agatha Christie, e l’unica cosa che vogliono, in fondo in fondo, è essere scoperti perché la gente li ammiri. La mia sfida consiste nel non esistere per nessuno. Non esisto neanche per i miei clienti. Come capirà, adesso non starò qui a rivelarle i metodi, così, al plurale, che seguo per mettermi in contatto con loro e loro con me. Ma le posso dire che non mi hanno mai visto in faccia e che non conoscono il mio nome né la mia voce; ignorano anche il numero del mio conto corrente. E la trappola che ho costruito, diversa per ogni intervento, la distruggo appena ho finito un lavoro. Perché qualcuno di questi clienti potrebbe trasformarsi in una minaccia per me nel caso in cui le cose per lui prendessero una brutta piega e volesse scaricare la responsabilità. Mi blindo su tutti i fronti, per questo posso dormire tranquillo. Mi scusi, ma io non parlo mai di vittime: parlo di obiettivi. Pietà, dice? Pietà? Sia chiaro che non ho nulla contro i miei obiettivi: anzi, gli sono riconoscente perché mi permettono di comprare quel Pollock su cui ho messo l’occhio da tempo. A parte questo, nei loro confronti non ho alcun tipo di obbligo, né morale né economico né sentimentale.
Beh, ho lavorato in tutti e cinque i continenti e sempre con queste premesse. Perché le racconto tutto questo? Sa padre? Arriva un momento in cui uno pensa di ritirarsi definitivamente, e allora, gli piaccia o no, ha voglia di aprirsi, di raccontare qualcosa di se stesso, di uscire dal guscio anche solo per un momento, prima di trasformarsi in un cittadino onesto che apre una galleria d’arte per intrattenersi nelle sue lunghe giornate. E tutto quello che le ho detto del caminetto acceso e del lasciar passare il tic-tac del tempo. Perché un confessore è sempre la garanzia più chiara dell’inviolabilità del segreto. Che vuole che le dica, no, non sono pentito. Ma santo cielo, come vuole che mi penta di quello che è l’orgoglio della mia vita? Oh, ma io non cerco l’assoluzione. Cerco solo delle orecchie che sappiano ascoltare. Lei è l’eccezione al mio modo di agire, se consideriamo le situazioni che ho creato finora. Non avevo mai parlato di me, ma dal momento che il lavoro che sto svolgendo è l’ultimo di una lunga e fruttuosa attività professionale, mi sono permesso questa frivolezza. No, non ho paura che lo vada a raccontare a nessuno perché credo fermamente nelle rigorose leggi del segreto confessionale. D’accordo, lei potrebbe anche commettere l’orribile peccato di raccontare i segreti di confessione, sì. Su questo ha ragione. Non sarebbe la prima volta, a quanto ne so. Non c’è bisogno di essere credenti per saperlo. Che vuole che le dica: sono una persona informata. Perché sono così tranquillo? Perché è proprio lei il mio ultimo obiettivo professionale, padre. Non voglio offenderla, ma spero che comprenda che non posso rivelarle il nome del cliente che mi ha commissionato l’incarico.
Le dico di no; non insista. Però una cosa gliela voglio dire: se lo sapesse, farebbe fatica a crederci. Possibilità? Non ci provi neanche a mettersi a correre, non ha via di scampo, padre. Lei è il mio punto finale. Addio, è stato un piacere.

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