La cattedrale di nebbia, di Paul Willems

Titolo: La cattedrale di nebbia
Autore: Paul Willems
Editore: Safarà
Traduzione: Giuseppe Grimonti Greco, Federico Musardo
pp. 112 Euro 16,00

di Fabrizia Gagliardi

Se la scrittura fosse una risposta ci sarebbe bisogno di leggere davvero poco. Due o tre libri fondamentali per rispondere alle domande del lettore, e poi altro sarebbe superfluo perché non aggiungerebbe niente a interrogativi ampiamente scandagliati. In effetti, gli scrittori si occuperebbero del bianco e del nero, mostrare senza dire un mondo ordinato, in cui anche lo sconosciuto sarebbe chiuso in confini ben precisi.
Fortunatamente non è così, perché scrivere è «un atto di fede sempre deluso. Al tanto sospirato orizzonte non arriviamo mai neanche lontanamente e ciò che crediamo di aver afferrato svanisce non appena gli diamo un nome. Se le illusioni non fossero indistruttibili, non scriveremmo più».
Sono le parole di Paul Willems nel saggio Scrivere contenuto ne La cattedrale di nebbia. Safarà editore porta per la prima volta in Italia la traduzione di sei racconti e due saggi di uno degli esponenti più importanti del teatro poetico e fiabesco europeo.


Drammaturgo belga, nato a Edegen, Anversa, nel 1912 ha avuto una vita da viaggiatore essendo Direttore del Palais des Beaux-Arts e presidente delle Jeunesses Musicales, coinvolto spesso in scambi culturali che hanno contribuito a concepire opere teatrali percorse da realismo fantastico.
Nella Cattedrale di nebbia, la traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Federico Musardo, restituisce un mondo di magia sottile e oscura, dove il materialismo abbandona le convinzioni del lettore e sfuma le percezioni di sogno e realtà immergendolo in atmosfere surreali e magiche.
In qualche racconto la malinconia e la fine delle illusioni che sopraggiunge in età matura lacerano con il loro realismo viaggi e incontri inaspettati. Nel racconto Čerepiš, per esempio, seguiamo un on the road spirituale verso un monastero. Il protagonista e l’etnologo Hector continuano a conoscersi intervallando racconti personali e incontri lungo il percorso.

Nell’occhio del cavallo racconta di un padre che ha creato una lingua speciale per la figlia non più in vita:

«Da allora» dice Sergej «questa faccenda delle parole mi ossessiona. Sì. Le parole si consumano; anzi, peggio: si guastano. Tutte queste parole che vediamo ogni giorno sui giornali. Automobili usurate. Non c’è niente da fare. Troppo tardi. Anche noi siamo consumati e non abbiamo più radure per erigervi delle stele. Me ne rendo conto ogni giorno di più da quando ho perduto Maŝa. Mia figlia.
[...]E continua a parlarmi nella lingua segreta di Maŝa. È una lingua intessuta di lacrime e d’aria, nella quale i silenzi che separano le parole sono di un rosso cupo che vira al nero. Il vento che attraversa il racconto di Sergej fa tintinnare dei campanelli di carta e risuonare tamburi di sabbia.

Le parole sono intrinsecamente illusorie perché pretendono di delimitare qualcosa che una volta nominato rischia di sparire. Lo stile di Willems si fa giocoso: con maestria e inventiva fa intuire la libertà sterminata della lingua che però si riconfigura continuamente rispetto al passato; fa uso della metafora per suggerire collegamenti immaginifici («Victor viveva come un aquilone, ovvero legato a un filo. Le tempeste – che si era goduto fino ai venticinque anni – tendevano, senza spezzarlo, il filo che lo teneva ancorato all’infanzia») e pensa alla sinestesia accostando il materiale e l’immateriale.

Il racconto che dà il titolo alla raccolta è l’apice della sua poetica perché ci immergiamo in un luogo magico ed enigmatico, dove la nebbia stessa diventa architettura.

La navata centrale era meravigliosa. Centocinquantaquattro colonne di nebbia fluivano verso l’alto per poi ricongiungersi in sette chiavi di volta. Il vapore vi si condensava in gocce d’acqua, che cadevano una a una secondo un ritmo casuale e che venivano accolte, al suolo, da meravigliose iris scolpite dall’orafo Wolfers. Queste iris di un azzurro intenso erano ricoperte di lamine d’acciaio vibratile che si animavano di suoni impalpabili al cadere di ogni goccia.
[...] Qui e là, verso l’alto, da ogni parte, i rami degli alberi che cingevano la radura attraversavano le mura e la volta di nebbia. Sembravano tenere l’intera chiesa sospesa tra cielo e terra. Questa impressione era rafforzata dalla presenza dell’edera che, non potendo aderire alle pareti, ricopriva il suolo di uno spesso tappeto il cui colore verde era esaltato da una luce diffusa di un grigio finissimo. Nonostante la protezione degli alberi, nei giorni di grande tempesta la chiesa si disperdeva. Si riformava soltanto al crepuscolo, con il calare del vento.

È attraverso queste immagini suggestive che Willems ci trasporta in mondi di pura meraviglia e incanto. I racconti si fermano all’ingresso del soprannaturale, senza mai addentrarcisi davvero ed ciò che rende difficile inquadrare un autore che dissemina la narrazione di simboli.
Probabilmente, dovremo prenderla come scrive lui stesso nel saggio Leggere e cioè che ogni lettura è una creazione e tutti i libri di una biblioteca sono, a tutti gli effetti, la creazione di un mondo, un mondo interiore da rispettare come fosse un luogo sacro.
«Io leggo come immagino si preghi».

L’uomo che uccise Liberty Valance, di Dorothy Johnson

Titolo: L’uomo che uccise Liberty Valance
Autore: Dorothy Johnson
Editore: Mattioli. Traduzione: Nicola Manuppelli
pp. 192 Euro 17,00

di Debora Lambruschini

 

Dorothy Johnson è probabilmente la più importante autrice donna di opere western, che ha saputo dare al genere una connotazione letteraria e umana ben precisa. Autrice di diciassette libri, numerosissimi racconti e articoli, Dorothy Marie Johnson nasce nel 1905 in Iowa per poi trasferirsi con la famiglia in Montana, a Whitefish: una terra d’adozione cui sarà legata per tutta la vita, nonostante una lunga parentesi a New York City dove lavorerà per quindici anni come publisher e giornalista. Ma il cuore – e la sua identità di autrice – è laggiù, nel Montana. Un ritorno necessario. Qui alternerà la scrittura all’insegnamento – di giornalismo, presso l’università di Missoula – e il legame con la terra e le tradizioni si intrecceranno in modo indissolubile alle pagine, tra romanzi, racconti, saggi e articoli. E qui, a Missoula, morirà stroncata dal morbo di Parkinson nel 1984: con lo spirito che la caratterizzò tutta la vita, farà scrivere sulla lapide un enigmatico “Paid”, a cui sono state date varie interpretazioni.  

In Italia il nome di Dorothy Johnson non è mai stato particolarmente noto, ma oggi che Mattioli 1885 porta per la prima volta in libreria L’uomo che uccise Liberty Valance, quattro racconti, tradotti magistralmente da Nicola Manuppelli, molti lettori probabilmente riconosceranno titoli ben noti nell’immaginario del pubblico di film western: tre di queste storie, infatti, sono state trasposte al cinema con grande successo. Personalmente non ho mai amato il genere, di cui pure possiedo mio malgrado una nutrita collezione ereditata da un padre invece grande fan di film western: ma l’impronta che certi scrittori e scrittrici hanno dato al genere è tutta un’altra questione. Penso per esempio a Annie Proulx, a Sam Shepard, al Butcher’s Crossing di John Williams – sì, l’autore di Stoner – , per arrivare fino a Cormac McCarthy e Larry McMurtry, per citare giusto una manciata di quegli autori che hanno reso letterario tutto ciò che è westerners. In questo solco si collocano le storie di Dorothy Johnson, di cui Mattioli porta ora in libreria quattro racconti straordinari: “L’uomo che uccise Liberty Valance” (che dà il titolo alla raccolta), “Un uomo chiamato Cavallo”, “L’albero degli impiccati”, “Una sorella scomparsa”. I primi tre sono diventati, come si accennava, celebri film, ma anche il quarto è un piccolo gioiello da non sottovalutare. Ma che cosa c’è nei racconti western di Johnson da esserle valsi i più prestigiosi riconoscimenti letterari e farla perfino diventare membro onorario della tribù dei Piedi Neri?
Con accuratezza storica e varietà di dettagli Johnson crea un mondo di uomini e donne di frontiera liberandoli di pregiudizi e stereotipi che molto spesso caratterizzano il genere, scavando al cuore delle storie e dei personaggi per restituirli al lettore – tanto di ieri quanto contemporaneo – in tutta la loro complessità; uomini e donne molto spesso duri, come la vita di frontiera richiedeva di essere, ma allo stesso tempo umani, preda di dubbi, paure, fragilità. Duri, ma non invincibili. E, andando contro a buona parte della narrazione western, Johnson dedica lo stesso approfondimento e complessità alla rappresentazione delle tribù indigene e all’incontro/scontro tra bianchi e nativi. A scanso di equivoci: Dorothy Johnson usa il termine “Indians” e, nella traduzione, ricorre quindi la parola “indiani”: così deve essere, non edulcorata, perché quello era il mondo entro cui si muovono i personaggi di queste storie.

 Trova spazio sulla pagina anche il punto di vista femminile e delle donne native, di cui un esempio straordinario – che ci auguriamo arrivi presto anche questo nel catalogo Mattioli – è il romanzo Buffalo Women, pubblicato nel ’77 e ancora una volta basato su accurate ricerche e ricostruzione storica ma soprattutto sul desiderio di una rappresentazione non stereotipata o bianco centrica della questione tra nativi e colonizzatori. Johnson, tra l’altro, si muove agilmente tra forme letterarie diverse, calibrando lo sguardo dal racconto alla novella, al romanzo. Ciò che resta costante e che ben si nota in questa raccolta, è l’intreccio calibrato di plot e linguaggio scelto: la lingua è scarna, misurata, i dialoghi ridotti al minimo e ogni parola incisa sulla pagina è quella essenziale a evocare un mondo e le persone che lo popolano, letteraria – anche se forse il termine più idoneo è “artigiana” – ma mai artificiosa. Esempio ideale di che cosa sia una short story, indipendentemente dal genere cui appartiene, i racconti di Johnson prendono forma per sottrazione, a partire da una lingua che è l’unica adatta a raccontare la storia di un vecchio pistolero e il segreto che si porta nella tomba (“L’uomo che uccise Liberty Valance”), un uomo catturato da una tribù e la riconquista progressiva dell’umanità (“Un uomo chiamato Cavallo”), la vita tra euforia e dramma in un campo di cercatori d’oro (“L’albero degli impiccati”), una donna rapita dai nativi quando era ancora una bambina e che fa ritorno dopo quarant’anni dai suoi famigliari divenuti estranei (“Una sorella scomparsa”). Lavorando per sottrazione, plasmando il linguaggio per ridurlo all’essenziale, Johnson – e l’ottimo Manuppelli con lei, nell’aver reso tanto bene lo stile della narrazione – ricorda al lettore il potenziale della short story, con l’intreccio di storia e modo di raccontarla, la ricerca di una voce specifica, l’uso del tempo, degli spazi vuoti, il gusto per una certa sospensione, specie nei finali.
Storie di frontiera, perfettamente collocate nel tempo e nello spazio, ma la portata dei sentimenti che le attraversano arriva con immutata forza fino al lettore contemporaneo, superando distanze geografiche e cronologiche, grazie anche a una scrittura che sa farsi viva, vibrante. Non serve aver vissuto nel Montana di inizio secolo per sentire la polvere, il fango che si secca sugli stivali e la brama di oro dei cercatori, il tormento di segreti che potrebbero portare alla rovina; non serve aver percorso strade dissestate su una diligenza per cogliere il pericolo di un assalto improvviso, la corsa furiosa dei cavalli imbizzarriti, la sete delirante di una donna perduta nel bosco per giorni; come non serve essere stati rapiti da una tribù per addentrarsi nelle gerarchie e nelle usanze dei Crow, dove anche un prigioniero umiliato può lentamente riprendersi la propria umanità.
Di questo incontro/scontro tra bianchi e nativi sono intrise molte pagine delle storie di Johnson e “Una sorella scomparsa”, il racconto che chiude la raccolta è forse uno degli esempi più riusciti, una gemma da scoprire, nella quale riecheggia la celebre vicenda reale di Cynthia Ann Parker.
Bessie, la sorella scomparsa, era stata rapita ancora bambina da una tribù, non conserva alcun ricordo della sua vita tra i bianchi, nella sua famiglia, se non un nome, Mary, quello della sorella maggiore. La sua “liberazione” e il ritorno in famiglia sono accolte con grande commozione e attesa. Ma quella donna di quarant’anni, silenziosa, sfuggente, che dorme sdraiata sul pavimento dell’elegante camera che era stata preparata per il suo ritorno, scruta costantemente fuori dalla finestra e ai piedi indossa semplici mocassini, è ben diversa da quanto si aspettassero.  

 

Margaret avrebbe potuto capire che una donna indiana non fosse in grado di conversare in una lingua civilizzata, ma sua sorella non era indiana. Bessie era bianca, quindi avrebbe dovuto parlare la lingua delle sorelle, la lingua che non sentiva da quando era bambina. (Una sorella scomparsa, p. 181)

 

In poche righe è condensato un sistema di ignoranza, pregiudizi, razzismo, cui del tutto non si sono ancora fatti i conti che si denota già dal quel dettaglio iniziale di non indicare nemmeno il nome della tribù, a sottolineare la distanza che divide la famiglia dal mondo in cui è cresciuta Bessie. I nativi sono selvaggi, la povera Bessie rapita da bambina è finalmente tornata a casa, dalla sua famiglia, nella civiltà. È sconcertante, quindi, per le zie rendersi conto che quarant’anni di vita nella tribù hanno plasmato una donna ben diversa da quella che si aspettavano e che Bessie non conserva alcuna memoria innata di loro e della società cui apparterrebbe. È necessario perfino un interprete della tribù che possa fare da tramite in quei primi momenti; interprete, naturalmente, che viene trattato con profondo disprezzo, tanto a parole quanto a gesti.
La storia è narrata mediante il punto di vista di un ragazzino di nove anni, figlio del fratello defunto – per mano degli indiani appunto – e che vive nella grande casa delle zie con la madre vedova. Una scelta interessante, che porta il lettore dentro la storia ma soprattutto ne permette una particolare connotazione. Se è vero che l’istintiva opinione del ragazzino nei confronti della gente che è responsabile della morte del padre è inizialmente piuttosto netta – lui, che sognava da grande di vendicare l’uccisione del padre – , la giovane età, un certo grado di innocenza e, probabilmente, una sensibilità innata, gli permettono di osservare la storia che si svolge davanti ai propri occhi con curiosità ma anche libero da condizionamenti e preconcetti. Ed è lui, infatti, a comprendere davvero quella zia ritrovata, bizzarra e taciturna, e il grande torto che le viene fatto nel pretendere che quel ritorno sia da chiamarsi libertà.

 

Bessie aveva davvero vissuto un’esperienza terribile, ma non del tipo che le sorelle avevano in mente. Le sue sofferenze, quando arrivò, provenivano dall’essere stata strappata alla propria gente, gli indiani, e consegnata a estranei. Non era stata liberata. Era stata fatta prigioniera. (Una sorella scomparsa, p. 174)

 

Solo il ragazzino e la sorella maggiore Mary comprendono e accettano Bessie, la donna che è diventata, mentre le zie dall’iniziale felicità per la sorella ritrovata sono presto passate alla costernazione e all’indifferenza, attente però a proteggersi dalla curiosità dei vicini.
In poche pagine Johnson costruisce un racconto retta da una storia sotterranea importante quanto quella in superficie, e ancora una volta coglie perfettamente le complessità svincolate da stereotipi nel rapporto tra bianchi e nativi per restituire al lettore una differente chiave di lettura, cambiarne le aspettative. Il finale lascia un minimo grado di vaghezza e dà così spazio al lettore, cui spetta colmare i vuoti della narrazione, ripercorrerne i fili.
Con “Un uomo chiamato Cavallo” forse osa ancora di più, raccontando la cattura e la prigionia di un giovane di buona famiglia che, partito dal New England in cerca di avventure a Ovest, cade presto nelle mani di una tribù Crow: fatto prigioniero, spogliato della propria umanità, è il racconto anche ironico a tratti di due mondi che si incontrano con violenza ma di come in qualche modo sia anche possibile costruire un ponte dall’uno all’altro. Il ragazzo attraversa tutti gli stadi della prigionia, ma nel tempo trascorso con la tribù ne apprende anche i costumi e il suo ruolo muta via via che dimostra il proprio valore, finendo per ritagliarsi una posizione ben diversa da quella iniziale. E, soprattutto, scegliendo di prolungare la sua permanenza nella tribù quando questa si fa necessaria. Farà forse ritorno a “casa”, alla società in cui è nato, ma di quell’esperienza non potrà che raccontare una minima parte, perché molto di quanto ha vissuto non sarebbe compreso. Una distanza, uno scarto, che probabilmente spiega quelle che ci sono tra bianchi e nativi, e la difficile comprensione macchiata di violenza, pregiudizio, rabbia.

 

Si rese conto che c’erano molte cose di cui non avrebbe parlato una volta tornato a casa.
(Un uomo chiamato cavallo, p. 48)

 

Il rapporto con le popolazioni native non è invece oggetto d’attenzione nei due racconti iniziali, che della realtà di frontiera raccontano un aspetto differente, tra cercatori d’oro, pistoleri, banditi, gente in cerca di una nuova vita.

 

«Bart Barricune è stato mio amico per più di trent’anni». Non poteva dirgli: Era mio nemico; era la mia coscienza; mi ha reso ciò che sono. (L’uomo che uccide Liberty Valance, p. 10)

 

“L’uomo che uccise Liberty Valance” è uno dei più celebri racconti, da cui nel 1962 John Ford realizzò un famoso film con John Wayne, John Steward e Vera Miles, e anche in questo caso la narrazione di Johnson è stratificata, complessa e molto interessante. Una storia di segreti, amore e rinuncia, desiderio di vendetta e omissioni, al cui centro ci sono due uomini, la donna che amano e un fuorilegge di cui vendicarsi: Ransome Foster, come tanti altri arrivato a Ovest in cerca di fortuna, si imbatte nel furfante Liberty Valance che lo deruba e lo lascia, malconcio, nel deserto; è Bert Barricune a trovarlo, in fin di vita, e salvarlo. Abile pistolero ma un uomo che, si dirà al suo funerale, «non era stato nessuno»; Barricune trascina Foster fuori dal deserto, restituendolo alla vita.

 

«Dunque ho ucciso Liberty Valance».

Fu la cosa più vicina a un grazie che osò mai dire. E fu allora che Bert Barricune iniziò a essere la sua coscienza, la sua nemesi, il nemico di una vita e l’uomo che lo rese grande.
(L’uomo che uccide Liberty Valance, p. 27)

 

Attraverso i due piani temporali della storia, per mezzo di dialoghi fulminanti e scene tesissime, Johnson costruisce la complessità del rapporto tra i due, complicato dal debito e dal segreto di cui entrambi si fanno tacitamente custodi. È una storia tesa tra verità e menzogna, che parla di rinuncia, di amore e di quanto la leggenda talvolta sia più importante della realtà.
Di ampio respiro, da farne una novella compiuta, è “L’albero degli impiccati”, la più lunga di queste storie, interpretata da Gary Cooper nella trasposizione cinematografica del ’59. È una narrazione più lunga, dunque, ma ha in sé tutta l’essenza del racconto, quella certa postura ellittica, con ambiguità e una storia sotterranea, il gusto per il frammento.

 

Mi chiedo, pensò Joe Frail, se quello è il ramo a cui verrò appeso. Mi chiedo chi sia l’uomo che ucciderò per meritare la corda. (L’albero degli impiccati, p. 52)

 

Sono i primi pensieri di Joe Frail lungo la strada che lo sta portando al campo di cercatori d’oro da qualche parte in Montana. Uomo dall’oscuro passato, è tormentato dal rimorso e dalla “maledizione” che sente incombere su di lui a seguito di un omicidio e dal senso di colpa per la perdita del migliore amico. Trincerato dietro la propria durezza, diviene medico della zona, temuto e rispettato.

 

Doc Frail era arrogante in modo silenzioso ed era l’uomo più solo dell’intero campo. Apparteneva all’aristocrazia di Skull Creek, a quella categoria di persone indispensabili come gli avvocati, il banchiere, il direttore dell’ufficio del saggio dei metalli preziosi e i proprietari di saloon. Ma questi uomini ostentavano rettitudine e nascondevano i loro revolver, come richiedeva la decenza. Doc Frail portava le sue due pistole in bella vista nelle loro fondine. (L’albero degli impiccati, p. 70)

 

È un microcosmo di cercatori d’oro, uomini e donne che fingono di essere privi di passato, avventurieri e furfanti, gente perbene o che quantomeno ne ha l’aria: una realtà che Johnson tratteggia abilmente, permeandola di vita, dettagli, con una scrittura che sa farsi materia. Una storia densa e articolata, in cui si intrecciano il discorso sulla perdita, il desiderio e l’orgoglio, la durezza e la fragilità. Una realtà in cui le parole infiammano gli animi e possono scatenare la violenza. E dove una donna, per tutti fragile, indifesa, inadatta perfino, può diventare arma e salvezza.
Il lettore si troverò a leggere una ricchezza e complessità variegata, una narrazione articolata e piacevolissima di un’autrice il cui nome è rimasto troppo a lungo sommerso, ma anche di un genere che come capita talvolta con le cose popolari è stato bistrattato ma in cui non mancano esempi magistrali.

Una florida ed eccitante vita interiore, di Paul Dalla Rosa

Titolo: Una florida eccitante vita interiore
Autore: Paul Dalla Rosa
Editore: Pidgin. Traduzione: Stefano Pirone
pp. 232 Euro 18,00

di Debora Lambruschini

La letteratura dovrebbe mettere scomodi, spostare lo sguardo verso nuovi punti di vista, destabilizzare e porre in discussione un po’ delle proprie certezze. Ma che succede se quando lo fa, come accade con questo libro, ti senti troppo scomodo? Che ne è del giudizio critico e del mestiere? Con questi racconti tesi fra brutalità e bellezza, Paul Dalla Rosa mi ha sicuramente sfidata come lettrice e a un certo punto anche come essere umano.
Una florida ed eccitante vita interiore racchiude dieci storie – molte delle quali apparse su rivista, da Granta a McSweeney’s – di giovani e talvolta giovanissimi protagonisti sospesi tra aspirazioni e realtà, in un vortice di frustrazioni, desideri, sesso, solitudini. Molti di loro sono queer, tutti quanti si muovono in realtà alienanti, dove sembra non esserci spazio per un reale contatto umano. Sullo sfondo di città globalizzate e praticamente indistinguibili l’una dall’altra ognuno insegue una qualche forma di riscatto e si scontra con una realtà che non può soddisfarne le ambizioni. La tematica non è certo nuova, ma ciò che rende particolarmente interessante la raccolta è la polifonia con cui è architettata – resa abilmente dalla traduzione di Stefano Pirone – e la capacità di Dalla Rosa di mutare registro da una storia all’altra per adattarsi al protagonista, scegliendo il punto di vista necessario per una particolare resa, per suscitare determinate reazioni nel lettore. Ogni storia, perfettamente autonoma, si inserisce quindi in un discorso più ampio, lo sguardo dell’autore ben focalizzato su precise tematiche e spunti. La scrittura è attenta, cesellata e al tempo stesso fluida, l’attenzione di Dalla Rosa a una certa dimensione contemporanea confluisce anche nell’orecchio per i dialoghi e una prosa pronta ad accogliere le istanze del reale.
C’è uno scarto notevole tra me lettrice e alcuni dei protagonisti di queste storie, uno scarto che ha richiesto uno sforzo particolare per tarare il giudizio su certi passaggi e, come dicevo in apertura, rende interessante la riflessione su una letteratura che mette scomodi, su giudizio critico e soggettività. Non ho mai pensato sia necessario riconoscersi in ciò che si legge né provare empatia con i personaggi: eppure mi sono ritrovata a interrogarmi su quanto ciò che ho percepito come una debolezza narrativa, ossia un certo indugiare sulle scene sessuali, sia effettivamente tale o invece qualcosa che non comprendo del tutto perché qui legato alla realtà queer. Mi sono interrogata, una storia dopo l’altra, su questo scarto, sul metro di giudizio che non può mai essere del tutto oggettivo, neutro, ma che è la somma di altre letture e di un certo vissuto. E leggere questa raccolta, pur sentendomi destabilizzata a tratti e in realtà proprio per questo, è la conferma a mio avviso di quanto importante sia il ruolo della letteratura e della necessità di spingersi oltre la propria comfort zone, abbandonare certezze granitiche e interrogarsi, sempre. Solo in questo modo la letteratura si fa viva, reale, concreta.  
Ci sono poi parametri che svincolano dalla soggettività e i dieci racconti di Dalla Rosa, con quell’umanità dolente rappresentata in modo tanto vivido, superano la prova letteraria e, più nello specifico, ben si inseriscono nella produzione breve contemporanea. È sapere maneggiare una tematica tutt’altro che inedita e plasmarla in qualcosa di nuovo che ha tutta l’urgenza della realtà, tenere bene a mente quanto storia e modo di raccontarla siano l’una funzionale all’altra. Attraverso un determinato punto di vista, un narratore in prima persona o esterno, mediante precise scelte stilistiche, la narrazione sa adattarsi di volta in volta al protagonista e all’andamento della storia, connotata quindi in modo particolare.

 

Nell’annuncio di lavoro o nel colloquio non lo avevano definito call center, ma dopo che la donna ha ottenuto il posto tutti lo chiamano call center perché è esattamente quello che è. (Contatto, p. 115)

 

L’estraneità e l’alienazione del lavoro si misurano quindi con la scelta nel racconto Contatto di non dare nome alla protagonista, che resterà solo “la donna”: i paragrafi brevi, intervallati da spazi e segni grafici, scandiscono nettamente una narrazione che sembra ricalcare il ritmo del lavoro della protagonista in un call center, la rigidità e il controllo del tempo dei dipendenti, la produttività richiesta, la facciata imperscrutabile che cela quella «florida ed eccitante vita interiore» cui ognuno di loro in queste storie vorrebbe aggrapparsi.
Modalità similari che Dalla Rosa usa per costruire in Charlie ad alta definizione una storia via via sempre più irrazionale, il Bestiario di Cortàzar che riecheggia nella convivenza complicata con un gatto sempre più incontrollabile e rabbioso, costringendo gli abitanti della casa a inventarsi una nuova quotidianità e adeguata divisione degli spazi.
La condivisione della casa è una condizione frequente in questi racconti: una scelta dettata dalle esigenze economiche dei personaggi ma che non coincide con il superamento della solitudine, dell’alienazione in cui si trovano. Dalla Rosa pare comporre la propria personale critica a una società sempre più globalizzata, dove i luoghi, i minuscoli appartamenti all’interno di anonimi grattacieli si assomigliano tutti e la ferocia del capitalismo ha generato nuove ansie e frustrazioni, all’inseguimento di un benessere che non riesce a essere appagato.

 

[…] per la maggior parte della mia vita avrei desiderato cose che pensavo fosse stupido desiderare, ma che avrei comunque desiderato. (Comme, p. 37)

 

Ognuno dei personaggi di Una florida ed eccitante vita interiore aspira a migliore la propria condizione e inseguire una certa idea di successo, di ricchezza, di rivalsa, ma che inevitabilmente genererà frustrazione, sconfitta. È quello scarto tra aspettative e vita adulta che tanto bene racconta il nostro Paolo Zardi nelle sue storie, che qui, però, resta ancorato a una fase precedente della vita, una gioventù concentrata sul riscatto. Dalla Rosa osserva ciò che succede quando si arriva al punto di rottura, quando è evidente – o perlomeno lo è per noi lettori – la distanza tra aspirazioni e realtà e nessuno dei suoi personaggi sembra davvero pronto a farci i conti, ricalibrare il tiro, ma rimane disperatamente aggrappato al proprio sogno di rivalsa.

 

Ero andato lì per fare soldi e diventare qualcun altro. In effetti guadagnavo; non pagavo tasse sul reddito ma l’affitto era esoso, oltraggioso, quindi mi rimaneva poco dopo le spese essenziali. (La cosa più dura, p. 4)

 

Resta un certo grado di amarezza arrivati alla fine di queste storie che non fanno sconti né possono portare consolazione alcuna. Sono il ritratto, brutale, del lato più oscuro della società in cui siamo immersi, all’inseguimento di fama, ricchezza, riconoscimento che quasi sempre scivolano dalle mani smaniose. E, soprattutto, resta una riflessione amara sulla solitudine, che è la stessa tanto in un misero appartamento di fronte a un fast food specializzato in pancake quanto tra gli ospiti di una festa esclusiva in una villa a Los Angeles. Ecco, quindi, che il desiderio di riscatto dei protagonisti è qualcosa che non ha a che fare solo con la ricchezza o il miglioramento sociale, ma si intreccia al riconoscimento delle proprie capacità e dei propri talenti – poco conta se veri o solo presunti – , all’attesa dell’occasione giusta prima che sia troppo tardi, prima che qualcun altro si appropri del nostro posto. Dalla Rosa costruisce un microcosmo teso tra illusioni, sogni infranti, bellezza e oscurità, in cui il vuoto emotivo rimbomba da un capo all’altro del mondo. Ha i contorni della nostra realtà, connotata dalla tecnologia attraverso la quale i personaggi si ingannano di allontanare la solitudine ma che alla fine non fa che amplificarne la portata. Sono le città tutte uguali, il conformismo di ciò che si indossa, da Los Angeles a Dubai. Sono i rapporti, superficiali, opportunisti. Queste storie, come ha detto Dalla Rosa in un’intervista, nascono dal «tentativo ossessivo di capire il problema dell’essere giovani» e non c’è alcun «sarcasmo o nichilismo» nella scrittura, ma uno sguardo lucido, attento, una scrittura forse aspra a tratti ma riflesso della realtà in cui affonda.  Una scrittura che fa quel che deve

Cose da fare per farsi del male, di Michele Orti Manara

Autore: Cose da fare per farsi del male
Editore: Giulio Perrone Editore
pp. 215 Euro 16,00

 

di Alice Pisu

 

Il nuovo libro di racconti di Michele Orti Manara edito da Giulio Perrone Editore è un elogio dell’incapacità umana di liberarsi da un assillo perpetuo, che si tramuta in incubo, tormento, mania, frustrazione, nella tensione perenne tra un passato irraggiungibile e un presente paludoso. L’opera è il compendio dell’intera produzione narrativa dell’autore, richiama il castigo del noto, la ferocia della sopravvivenza, l’enigma dell’altro, il male come voragine a cui ci si affaccia sin da bambini. Aspetti, temi e elementi propri della raccolta Il vizio di smettere (Racconti, 2018) e del romanzo Consolazione (Rizzoli, 2022) che in Cose da fare per farsi del male vedono una sottile evoluzione fantastica nell’inventario sulle possibilità insite nella fine, rese con inattesi scorci grotteschi che fendono il quotidiano apparentemente ordinario dei suoi protagonisti.
La fragilità della cornice famigliare è il terreno d’indagine d’elezione di Orti Manara, capace di insinuarsi nelle pieghe del reale per sfiorare per brevi e intensi tocchi, in Tuo padre che affoga, la stanchezza di vivere di una donna incapace di sottostare all’egocentrismo del marito regista e dell’ingratitudine delle sue figlie. Si colloca sul solco di un dramma per osservare ciò che lo anticipa: accosta le pulsioni preadolescenziali di una ragazzina che anela il mondo del cinema al terrore del fallimento delle aspettative paterne quando, per recitare una breve parte, è costretta da lui a calarsi in un terribile ricordo infantile per risultare verosimile.
I racconti di Orti Manara aprono una breccia verso l’imperscrutabile, evocano aneliti sopiti, fantasie di distruzione, sondano l’origine di un tarlo che cambia forma nel tempo, come accade in Acido lattico. L’autore parte dalle conseguenze per compiere continui andirivieni temporali che palesano oscure fantasie di morte in un bambino segnato dall’uccisione della madre a opera del padre che, tra tentativi riusciti e esperimenti mancati, diverrà un giovane uomo soggiogato da un immaginario violento: un predestinato.
“Ed eccomi qui. Il corpo nudo di Mina sotto di me. La mia eccitazione, e l’indecisione tra il desiderio di penetrarla e quello di metterle le mani al collo”.
Pur partendo da contesti mediocri, i soggetti di Michele Orti Manara finiscono per maneggiare il male riconoscendo un aspetto nuovo di sé che li rende diversi dal passato negli esiti incogniti. È quel che accade quando un’improvvisa scoperta porta un uomo scampato per caso alla morte a cogliere l’ironia del destino e a vedere sotto occhi nuovi la babysitter dei suoi figli, sentendosi sconvolto e attratto da qualcuno che assume una parvenza nuova, un fascino torbido: “Quello che tieni nascosto ti avvelena”.
Tra pagine dai risvolti avventurosi e dagli effetti comico-satirici, grotteschi e in alcuni casi profondamente drammatici su anarchiche spedizioni infantili, vane ricerche di antidoti alla solitudine, tentativi di sopravvivenza in un mondo ostile e indifferente, ribellioni agli atavici contesti famigliari e silenti insurrezioni, i protagonisti di Orti Manara esibiscono capacità inattese nel muoversi tra espedienti e inganni, mostrano la natura misera e dolente dell’individuo.
La ricerca narrativa di Orti Manara solleva istanze sulla violenza, sulla sua origine primordiale attraverso figure smarrite che avanzano nell’esistenza sovrastate da un terrore oscuro, o incuranti delle conseguenze delle loro azioni. Il continuo richiamo fisico, reso nel mistero evocato dalla voce di una natura indolente o dall’allestimento urbano, prende forma nella contrapposizione degli epicentri: traduce il doloroso distacco da sé condiviso da molti dei personaggi ritratti.
A caratterizzare lo sguardo narrativo di Orti Manara è l’attenzione per i grovigli interiori che anticipano rotture, evoluzioni incongrue, stravolgimenti intimi, si legano a nevrosi ricorrenti, a ossessioni tradotte con un’ironia feroce celata in figure ciniche, spietate, o inesorabilmente sole.
Che si tratti di un temporale capace di tramutare una casa in una “distesa di metallo liquido e inquieto”, di una tragedia appresa dalle immagini senza audio del televisore, di una visione fugace di una sagoma nota su un balcone, di un’uscita sospetta da un palazzo dopo giorni di appostamenti nel bar di fronte, ogni evento traccia l’inesorabilità della trasfigurazione, insinua una riflessione sulla labilità delle relazioni, sul peso del compromesso, sul ricatto della nostalgia, sull’odio che macera i pensieri, sulle deviazioni generate da una perversione, sul confine tra desiderio dell’altro e fantasie di annientamento, sull’assenza di libertà e pace nell’irreversibilità, sulla natura brutale di chi è pronto a divorare i propri simili in caso di necessità.
Tra le costanti dell’opera il racconto di una solitudine radicata, resa con una particolare attenzione agli scenari entro cui si consumano peculiari liturgie famigliari, dall’asfittico clima domestico di una vecchia burbera che subirà sottili vendette dal protagonista di Roditori, alla casa-mausoleo di un tempo remoto in La voce del lago, dove gli oggetti restituiscono momenti non replicabili e definiscono una solitudine di coppia in qualche modo preziosa, all’appartamento materno scenario di una rigenerazione nel dramma ne La veglia, agli spazi apparentemente rassicuranti entro cui un bambino attende che si compia l’inesorabile annunciato dai deliri di suo nonno in V, al teatro di una devastazione chimica di fine anno tra gli inganni, gli eccessi, i presagi, gli incubi di un gruppo di ragazzi ne La penultima notte, alla villa decadente che accoglie una logora e fiera principessa e il suo macilento suddito-bambino in Cervello di paglia.
In ogni racconto l’ambiente riflette un disagio interiore, attesta i cambiamenti e il progressivo inabissamento che riguardano ogni figura. Le cose, gli utensili, i mobili – centrali in particolare per il facchino di Roditori che soppesa le vite degli altri dai beni di cui si sbarazzano – riflettono le inquietudini dei protagonisti, l’insensatezza del vivere, l’indifferenza al presente.
Nella forma breve Orti Manara misura una desolazione al contempo singolare e storica, come emerge nel racconto Inseparabili, dove le omissioni in una coppia, lo spettro del tradimento, le partenze, le separazioni, la frenesia urbana, finiscono per rarefarsi nella cura verso una coppia di pappagalli che finirà per catalizzare l’attenzione al punto da annullare stati d’animo che esulino dalla routine animale.
Di fronte all’impossibilità di rinnovamento, tra segreti e colpe da espiare, si insinuano con anse lirico-descrittive visioni su un vuoto personale, invisibile agli altri. Le nevrosi che prendono forma sulla pagina con un bizzarro campionario umano tracciano la perenne dissociazione esistenziale condivisa da ogni soggetto che assume contorni nuovi nel confronto con un dramma improvviso. Ne La veglia una tragedia inattesa costringe al ritorno alla casa materna i figli cresciuti con zelo e mero senso del dovere da una donna anaffettiva, in perenne equilibrio tra meriti, colpe, punizioni. “Restiamo in cucina a parlare, sulle sedie vecchie e scomode, con l’incerata che si attacca ai gomiti e il lutto che cambia sapore poco alla volta”.
Piombati all’improvviso nel passato evocato da camere da letto intatte, con i poster di Miguel Abàco Rodriguez e Cyndi Lauper e gli adesivi di videogiochi anni Novanta, i tre dismettono per la prima volta i panni di figli, per diventare qualcosa di diverso, in una sorta di capsula del tempo entro cui osservarsi ringiovanire e invecchiare di continuo, recitando “con minime variazioni” parti conosciute a memoria. Il mito di un’infanzia grigia ma in qualche modo integra si disperde nel ricordo di un tempo anteriore che è madre, improvvisamente staccato dal presente, esorcizzato da una ritualità che allude a una possibilità di futuro incorrotta.
Una percezione di estraneità resa bene anche nel racconto Che ci faccio qui, dove un padre operaio che ha lottato in fabbrica per rivendicare diritti individuali e collettivi anche in merito al rispetto della privacy dei lavoratori, vive con sconcerto il successo di suo figlio, che riempie i concerti inneggiando nei suoi brani alla miseria delle case popolari del loro quartiere e rendendo pubblico ogni istante del suo quotidiano.
Sfilano sulla pagina sopravvissuti alla vita in bilico tra fugaci euforie e smanie di devastazione. Colti all’apice di un dissidio privato, i protagonisti delle storie di Orti Manara diventano capaci di garantirsi un benessere insano attraverso possibilità sino ad allora inesplorate. La tendenza al gioco al contrasto tra un’inerzia inalterabile e una lucida efferatezza scandaglia i bagliori improvvisi e la rabbia latente propri di individui privi di qualsiasi possibilità di salvezza.
L’autore indaga i traumi sopiti, le privazioni, le relazioni corrotte, le perdite, i dolori inestinguibili, le corrispondenze fra il desiderio e la repulsione, rivelando il gusto per l’isolamento dell’istante che precede un disfacimento interiore irrecuperabile, reso, ad esempio, nelle nitide descrizioni dell’uccisione non premeditata di una tartaruga che apre Acido lattico.
La tensione al male diventa in ogni racconto la misura di un allucinato immaginario sulla morte retto sulla percezione dell'inafferrabilità del reale, tra costanti incognite sull’altrove. L’apparente immobilità delle storie è resa con sapienti sovrapposizioni di immagini, come nel racconto Anna, dove le sequenze di una lite tra fidanzati osservata morbosamente da un cameriere dall’interno di un bar si fondono con quelle del sangue che sgocciola dalla ferita che egli si è provocato per la tensione, in un desiderio di possesso sfociato nella brama di uccisione dell’amata.
L’inabissamento nella dimensione infantile rimanda a un tempo infimo, segnato dall’abbaglio dell’innocenza. Tra i racconti più originali, Cervello di paglia inscena una favola macabra, una revisione allucinata de Il meraviglioso mago di Oz con un chiaro omaggio kafkiano dagli echi apocalittici. In un contesto di profondo degrado, una principessa regna incontrastata in quel che resta di un’abitazione borghese, tra villette abbandonate e in assenza di altre presenze umane al di fuori del suddito. Scovato in un bozzolo dorato accanto a un morto, egli dovrà esaudire ogni desiderio della principessa in cambio del sostentamento derivato dalle scorte di emergenza celate nei bassifondi di una botola, con l’unica gioia dello spettacolo in pellicola replicato quotidianamente sino a prima del disastro.
Il rilievo della nuova raccolta di racconti risiede nell’inesausta ricerca linguistica, enfatizzata da una ricorrenza tematica capace di condurre a esiti nuovi. Le insistenze descrittive amplificano lo stupore per il tangibile e lambiscono l’irrazionale nel dare forma a miraggi e desideri. La prosa cesellata sulla parola esatta, onesta, è l’esito di un’evoluzione stilistica e formale riconoscibile nella precisione dei frammenti che compongono le scene ricostruite sulla pagina con disvelamenti, percorsi a ritroso, epifanie, all’interno di un disegno narrativo che accoglie scorci lirici e segue le intermittenze emotive delle vicende narrate, traducendo nella raffigurazione del paesaggio le incoerenze di chi lo osserva. Gli ingrandimenti realistici equilibrano gli scorci visionari grazie a un’attenzione estrema per la composizione dei dialoghi, per gli sfasamenti temporali, per la tensione espressiva che in ogni racconto restituisce aspetti inediti e, al contempo, riconoscibili della voce letteraria dell’autore.
Con Cose da fare per farsi del male Michele Orti Manara consegna un elogio del visionario generato dal dolore, l’esito finale dell’esasperazione del reale sfociata nel fantastico tra allucinazioni, assilli, deliri di soggetti sospesi nell’attesa, con una mano tesa sul baratro.

Disastri esistenziali e spese folli, di Robert Perišić

Autore: Robert Perišić
Editore: Bottega Errante. Traduzione: Elvira Mujčić
pp. 208 Euro 17,00

di Giordana Restifo

Nell’ultima opera di Robert Perišić c’è tutto il senso dell’esistenza: l’amore, l’odio, le malattie mentali e quelle fisiche, la pace, la guerra, il sesso, la violenza, il mare, la montagna, il pianto, il riso, la religione. Fin dal titolo il lettore è avvisato, nelle pagine avverrà l’incontro con lo scibile e con l’ignoto. Disastri esistenziali e spese folli, pubblicato ad agosto 2023 da Bottega Errante Edizioni e tradotto da Elvira Mujčić, è una raccolta di ventitré racconti scritti tra gli anni ’90 e 2000. Storie che inquadrano la situazione della Croazia durante la guerra e le successive trasformazioni, dal dopoguerra in poi. Il contesto storico in cui sono ambientate alcune di queste risale a più di venti anni fa, nonostante ciò sembrano una fotografia attuale delle nostre società.

«Dice che esistono i talenti, ma quelli che riescono in questa società sono i primitivi e gli aggressivi, perché la gente normale sta zitta», potrebbe essere una frase pronunciata banalmente dal nostro vicino di casa qui e ora, invece esce dalla bocca di Krama, un particolare personaggio del racconto Il gran finale è in corso, mentre sorseggia birra tedesca in un paesino a sud di Zagabria durante un devastante torneo di bocce. Per Krama vivere in un paese con quel mare, quei profumi, quella gente, è una meraviglia e ogni qualvolta torna nella capitale croata cade in preda a un delirio critico. Per alcuni personaggi della stessa storia l’unica cosa che conta è vincere il torneo, per altri è dimostrare al padre di essere alla sua altezza. Priorità, ognuno ha le proprie. 
Per il protagonista di La festa era nella fase iniziale l’importante è compiacere la sua giovane fidanzata Blanka, che sta muovendo i primi passi come deejay e vorrebbe farlo diventare un lavoro. Pur di starle dietro il narratore indossa un’immaginaria maschera che gli permette di andare in ufficio durante la settimana e tornare a casa all’alba nei weekend per seguire la ragazza e i suoi amici alle feste. E a lungo andare, probabilmente a causa della mancanza di sonno o dell’esagerato uso di bevande energizzanti, perde tutto, compreso l’interesse per la vita.

C’è Tandar che dovrebbe trovarsi all’ospedale Vinogradska a disintossicarsi dall’eroina, o almeno così ha detto agli amici, nel racconto La visita. I due conoscenti scopriranno, solo dopo aver rischiato di essere aggrediti da un gruppo di donne, che in quella struttura sanitaria non c’è nessuno che corrisponda alla descrizione di Tandar, il loro amico non è mai stato lì. Partito per Zagabria per andare a lavorare come muratore, per la vergogna ha inventato la storia della tossicodipendenza, mentendo a tutti.
Questi sono solo alcuni dei tanti personaggi che popolano le storie di Perišić, le donne e gli uomini di racconti che, anche se profondamente diversi tra loro, hanno tutti una caratteristica essenziale: l’essere impelagati nei propri disastri esistenziali, ognuno con le proprie urgenze, con i propri traumi pregressi che non svaniscono nel presente della narrazione. Su ciascun personaggio pesa il doloroso passato, il passaggio dalla guerra della fine degli anni ’90 al mondo globalizzato. In alcuni racconti l’affanno di quegli anni di conflitto è evidente, in altri non è citato in modo esplicito ma traspare comunque dalle connotazioni caratteriali dei personaggi. C’è chi ha affrontato quel periodo con paura e sconforto, con isteria e preoccupazione, come il ragazzo e la ragazza di Addio alle armi, una storia di amore e di guerra, chiaro richiamo al celebre romanzo di Ernest Hemingway. Il racconto, che inizia con un incipit tutt’altro che premonitore («Giornate calde, notti bollenti. Estate, Dalmazia»), in dodici pagine si fa sempre più impegnativo, grave, passando da un clima di odio verso i serbi invasori alla gioia per l’arrivo in porto di rimorchi croati carichi di armi. Il lettore si imbatte anche in chi, al contrario, non pare preoccuparsi delle granate che esplodono intorno, come Martina, la protagonista di quella che all’apparenza potrebbe sembrare una storia totalmente strampalata, Il formaggione.

È l’argomento di questi giorni: se senti il fischio di una granata, devi buttarti a terra. Perché vuol dire che sta viaggiando nella tua direzione; può caderti in testa, può anche cadere molto dietro di te. Ma meglio non aspettare il risultato in piedi.

Così, tra un bombardamento e un accucciarsi per proteggersi, Martina cammina rapidamente verso casa dei genitori pensando alla grande e rotonda forma di formaggio che trasporta nello zaino. Quel formaggio, che non si sa nemmeno se sia più commestibile dopo dieci giorni di viaggio, è allo stesso tempo il seme della discordia tra la protagonista e il ragazzo che frequenta, e fonte di risate per stemperare la tensione del momento in famiglia.

La guerra nell’ex Jugoslavia ha rinfocolato un antico odio per i combattenti serbi e per i cetnici (termine ripreso dal passato e usato durante il conflitto degli anni ’90 per indicare le milizie irregolari nazionaliste serbe); in alcuni paesi dell’ex repubblica federale ha innescato psicosi, egoismi, nazionalismi. Per contrastare la tragicità degli eventi molti hanno cercato conforto in sostanze psichedeliche, tabacco e alcol, così avviene anche nei racconti di Perišić. Uno di questi è Per chi suona la campana, altro riferimento allo scrittore della generazione perduta, in cui il protagonista racconta di Aleksandar, il proprietario della casa in cui abita abusivamente. Il narratore è in attesa di quest’uomo che da un momento all’altro potrebbe rientrare nel suo appartamento. Un’attesa febbrile che, insieme alla mancanza di sonno, all’alcol (lo aspetta notte e giorno sveglio bevendo birra), all’assunzione di LSD, rende nevrotico il racconto, con una sorpresa nel finale: una proposta per appoggiare una singolare causa in difesa dei diritti umani. In un imperfetto equilibrio tra tragico e comico c’è il grande paradosso raccontato in Non ho smesso di bere, ma ho perso la speranza. All’apparenza una storia su un beone, il Dottore, concretamente, invece, dimostra come la percezione della realpolitik di un paese sia diversa, e alterata in alcuni casi, per ognuno di noi:

Sotto i russi si beveva bene, raccontava il Dottore. Sono stati periodi liberali, voglio dire da noi. E qualcosa si è pure conservato dopo. C’erano quelli che sembravano ortodossi, ma bevevano in segreto. Noi, però, eravamo più audaci, eravamo un pugno di radicali e, ovviamente, si venne a sapere. Bevevamo sempre di più, forse pure per protesta. Comportandoci così, era chiaro che eravamo pro Occidente. Dissidenti, come si suol dire.

 E tutto ciò perché «Giusto perché tu sappia, da noi l’alcol era ufficialmente proibito, dal regime che gli americani stessi hanno aiutato a far salire al potere. Una sorta di democrazia ma senza l’alcol. Con i russi era diverso, è stato il nostro sistema più occidentale». Sostanze che spesso hanno reso il rifugio agognato una trappola di paranoie e fobie e che nelle storie dell’autore croato rendono certe situazioni assurde ed esilaranti.
Nel racconto Strangers in the night, mentre scende la notte e le strade diventano buie, alcuni stranieri si trovano su una panchina a Central Park in attesa di un momento catartico che probabilmente non arriverà mai; contemporaneamente i lettori staranno cercando di decifrare la scrittura cantando tra sé e sé il celebre motivetto interpretato da Frank Sinatra «Strangers in the night exchanging glances, Wondering in the night…». Una lettura ardua.

I personaggi di Perišić ispirano simpatia, insofferenza, sono perlopiù incomprensibili e incompresi, con i loro disastrosi fallimenti esistenziali possono far infuriare ma possono anche suscitare molta ilarità. D’altronde, lo ammettono essi stessi, «Il sorriso aveva contagiato anche il volto di lui, perché i sorrisi si tramandano attraverso certe storie, così come tramite altre storie si trasmettono espressioni del tutto differenti» (in Saluta lo Zar), e ancora «La risata avvicina le persone che non si capiscono» (in Nessun Dio a Susedgrad). Dalla storia più corta (Sotto la scarpa) a quella più lunga (Nessun Dio a Susedgrad), non ce n’è uno che possa dirsi redento, nonostante la costante e inconsapevole espiazione che fa parte dei loro giorni. In fondo, se fossero così trasparenti, accessibili, sarebbero normali, e credo che questo tipo di persona non esista, che normale sia un aggettivo da riferire solo alle cose. Nei racconti Il gran finale è in corso e Saluta lo Zar si fa riferimento a cosa sia considerato normale, alla gente normale, ma ogni essere umano è più complesso di ciò che è conforme alla norma, alla consuetudine, che la complessità sia manifesta o nascosta. In fin dei conti, ne siamo consapevoli noi e anche i protagonisti di Disastri esistenziali e spese folli. In questa sua ultima opera, Robert Perišić fa iniziare tutto da un incontro, dalle storie d’amore, dai tradimenti e da amanti platonici; attraversa matrimoni al tramonto, vendette, amicizie, sesso occasionale, affronta anche i temi del lavoro in fabbrica, dei diritti rivendicati, dei lavori illegali, della disoccupazione, della sanità, della religione, chiamando in causa singoli individui, famiglie, autoctoni e migranti; lo fa sfumando da un racconto all’altro la narrazione, facendo sembrare l’intera opera un’unica macro storia. Quella delle nostre esistenze.

L’amore al fiume (e altri amori corti), di Ezio Sinigaglia

Autore: Ezio Sinigaglia
Editore: Wojtek
pp. 180 Euro 16,00

di Francesca Piovesan

L’amore al fiume (e altri amori corti) ci porta in un campo militare, ma non solo. Ci porta tra uomini giovani, ma non solo. Ci porta in una natura incontaminata, dove l’opera dell’uomo è solo quella messa in scena in queste pagine, dove quella stessa natura assume sembianze ferine, seduttive, erotiche.
Una natura rischiarata dal sole, rinfrescata dall’ombra, puntellata da tende da campo, da divise che appaiono in lontananza luccicanti, perfette e sgualcite.

I racconti di Ezio Sinigaglia ci portano nell’amore, tra corpi che si sfidano e si affidano come i bersaglieri Cecconi e Zanella, intrico di carne e di lingua, quella lingua che divide e unisce, che delimita confini, posizione sociale, affidabilità pura e seduzione ambigua. Quella lingua che l’autore riesce, nella sua imprescindibile differenza, a mutarla in collante, in innamoramento insperato, temuto, stratagemma per svelare l’oscuro, l’inganno.

“Sarebbe troppo pretendere dal bersagliere Cecconi, che ha già compiuto nell’ultima ora progressi tanto impressionanti e ammirevoli, una tranquilla accettazione del fatto di essersi innamorato in quattro e quattr’otto dell’efficace e incantevole bersagliere Zanella (…). Tutto ciò che concerne Mao, la sua anatomia, le sue parole e i suoi gesti è balzato all’improvviso in avanti, in primissimo piano, e si rende facilmente visibile e quasi palpabile, mentre tutto il resto galleggia su uno sfondo grigio e sfocato (…).
“Mò arrivo, a Zzanè!”, grida il feroce Giancrì nella frusciante pace del bosco
e, sulle ali del desiderio, riparte alla caccia.”

Sinigaglia, artigiano di ritmo e parole, scandisce nei dialoghi tempi e luoghi, estasi orgasmiche e fantasie sudate, pièces teatrali come, appunto, in “La pièce”, dove il bersagliere Barigozzi detto Maciste, leggendo ‘La dottoressa dei pompieri’, dirige e interpreta un racconto pornografico dove finisce per immedesimarsi nella stessa dottoressa, nel paziente, in tutti i personaggi, mettendo in scena una vera e propria rappresentazione teatrale licenziosa ma ironica, divertente, a tratti travestita dalla pudicizia e impudicizia dell’infanzia, sfrontata nel suo personale vocabolario.

“Per quanto il concetto di identificazione sia di una complessità e di una sottigliezza che lo pongono nettamente al di fuori delle capacità di astrazione del bersagliere Barigozzi, tuttavia la funzione evocativa del camice è tale da accendere dentro di lui la spaventosa consapevolezza di vivere un’identificazione che non è in grado di nominare e comprendere (...).

I racconti di del libro sono questo, quindi: dizionari del desiderio, che declinano carni, passioni, emozioni e sentimenti; alfabeti  che raccolgono a pieni mani dai dialetti, dalle inflessioni, dal Nord e dal Sud d’Italia; stile che l’autore riesce a rendere magistralmente come suo tratto distintivo, cristallizzandolo in un canone che è riconosciuto, apprezzato, antologizzato.

Il mio consiglio, nell’affrontare questa lettura, è di abbandonarsi al ritmo, alle parole che creano questo ritmo, alla ripetizione che può suonare fra le nostre labbra, allo stupore dei punti esclamativi, alle vocali trascinate, e alle consonanti troncate, assaporando la scoperta di un autore che sta donando ai lettori il suo talento.

La meccanica dei corpi, di Paolo Zardi

Autore: Paolo Zardi
Editore:
Neo Edizioni
pp. 170 Euro 15,00

di Debora Lambruschini

In un editoriale particolarmente interessante che qualche anno fa scrisse per Cattedrale, Paolo Zardi si interrogava sulla nascita di uno scrittore, guardando all’esperienza di due autori a lui  cari, Kafka e Philip Roth: c’è, secondo Zardi, un istante preciso in cui si forma «la propria voce, e quindi la propria identità di autore», quel «momento in cui si prova la certezza che è nato qualcosa di nuovo». Quel preciso momento, continua Zardi, per lui era stato l’autunno del 2013, quando in cinque mesi venne alla luce la novella – lui in realtà lo definiva romanzo breve – Il signor Bovary, una storia bellissima e crudele in cui sentì di aver trovato finalmente la propria di voce. In quel momento era emersa l’identità dell’autore.
Quella novella, pubblicata nel 2014 da Intermezzi in versione ebook, chiude ora l’ultima, magistrale, raccolta di racconti dell’autore padovano, La meccanica dei corpi, in libreria per Neo Edizioni che fin dal 2010 ospita i lavori migliori di Zardi, tra racconti e romanzi. Cinque racconti lunghi, indipendenti l’uno dall’altro ma accomunati da una certa continuità di temi e spunti che si inseriscono perfettamente nell’universo letterario di Zardi, a partire da un momento di crisi che rompe l’equilibrio fragile delle vite dei personaggi; l’imprevisto o, per meglio dire, l’imprevedibile, che squarcia l’esistenza. E sono le relazioni e le persone, ancora una volta, il centro di interesse di Zardi, nell’ottica di quella «ricerca antropologica» sugli esseri umani e sui loro rapporti che è il fil rouge delle sue storie, come perfettamente si esplicava in una delle sue raccolte più riuscite, La gente non esiste. Ne La meccanica dei corpi tale ricerca antropologica si intreccia nuovamente a narrazioni differenti per genere e struttura, nelle quali al realismo più puro si alternano storie intrise di realismo magico, che ha sostituito la vena distopica delle raccolte precedenti. La voce autoriale di Zardi è chiara e riconoscibile, ma ciò non significa si sia adagiata entro confini ormai noti, bensì si muove sperimentando di volta in volta forme e possibilità narrative, con la curiosità dello scrittore-lettore consapevole delle molteplicità intrinseche della forma breve.
Se c’è una cosa poi che mi ha sempre colpito di Zardi e che è emersa da incontri, eventi e presentazioni in cui ci siamo ritrovati accanto, è lo scostamento tra l’uomo e lo scrittore: da una parte c’è l’ingegnere appassionato di letteratura, uomo pieno di garbo, che parla sottovoce e con profonda competenza degli autori amati; dall’altro c’è lo scrittore che non ha mai avuto timore di sporcarsi le mani, indagando le pieghe più oscure dell’animo umano, la scrittura che sa farsi brutale, disturbante, un corpo a corpo tra noi e la storia che leggiamo.
Nei racconti de La meccanica dei corpi l’indagine sul male e sulle forme che assume si intreccia a una corporalità evidente, il «deragliamento» delle vite dei protagonisti di fronte a cui tutto cambia per sempre. Ed è, anche, una riflessione spesso amara sulla società contemporanea e le sue storture.
Come ne “L’età della dignità borghese”, il racconto d’apertura, in cui si intrecciano molti temi e spunti ricorrenti nella narrativa di Zardi: le dinamiche delle nostre società, lo scostamento tra aspettative giovanili e vita adulta, il confronto generazionale, il rapporto città-provincia. Lucia, la protagonista della storia, è una trentenne che lavora con scarso successo come redattrice in un’agenzia che si occupa di informazione:

 

Alle nove di mattina era già stanca. Disintegrata, pensava. Le cose non erano andate per il verso giusto: la migliore al liceo, una laurea prima del tempo, l’inevitabile migrazione verso la città (quella città), le grandi aspettative. […] la sensazione perenne di non farcela, di essere finita in un girone infernale dal quale non sarebbe riuscita a fuggire. Era questa la sua vita. Una centrifuga dove la nostalgia, il dolore e certi sogni lavorativi neppure si distinguevano. (“L’era della dignità borghese”, p. 10)

 

Le aspettative si sono presto scontrate con una realtà e una vita adulta ben diversa da quanto immaginava per sé stessa, finita in quella «centrifuga» di lavoro, pressioni, incertezze economiche, solitudini. Sull’orlo del precipizio in cui le pare di trovarsi, torna brevemente a casa dalla famiglia con l’intenzione di schiarirsi le idee e, forse, trovare una via definitiva tra il partire e il restare:

 

Partire o restare: fino a quel momento non era mai stata così chiara la formulazione della domanda che la vita le aveva posto in tutti quegli anni. Ora poteva dire di aver preso una decisione definitiva, irrevocabile. Si era consumato lo strappo che dentro di sé non aveva mai avuto il coraggio di compiere.
(“L’era della dignità borghese”, p. 26)

 

Uno strappo che si crea quando consegna alla redazione una storia di ombre, abusi, sospetto tra le vie del suo paese d’origine. Una storia che non ha un vero fondamento nella realtà ma che somiglia a molte altre storie di malvagità che la cronaca racconta. Un successo immediato, inebriante, ma che scatena anche una reazione presto fuori controllo. E che cambia per sempre la percezione di sé, del luogo da cui proviene, dell’adulta che diventerà.
“L’era della dignità borghese” è quindi il racconto di una società dell’informazione in cui il dovere di cronaca non conosce limiti morali e la responsabilità delle parole è sfumata e malleabile; una realtà che, senza arrivare all’estremo narrato, ha però confini molto ben riconoscibili nel nostro quotidiano, nella disperata frenesia della città, nella manipolazione delle parole, la ricerca di un capro espiatorio, la responsabilità di quanto diciamo e scriviamo. La società immaginata qui da Zardi è cinica e spietata, paurosamente vicina a un certo mondo reale.
Quelle de La meccanica dei corpi sono quindi storie ancorate al presente, di cui ne riconosciamo alcuni indicatori temporali precisi – gli strascichi del lockdown, le mascherine, i social network – e che pur aprendosi con l’immagine di una grande città - «quella città» appunto - sono però profondamente legate alla provincia, dove si compie davvero la storia. I protagonisti di questi cinque racconti sono uomini e donne di età differenti che a un certo punto si trovano di fronte a un bivio, fotografati nel momento preciso in cui qualcosa cambia o si spezza per sempre.
Il tempo è un altro dei temi chiave di queste storie, su cui la riflessione si intreccia in forme diverse: è il passato, la malleabilità del ricordo, la perdita; ma anche la sua meccanica intrinseca e il desiderio di comprenderlo fino a poterlo manovrare, come in “Non passa invano il tempo”, in cui la virata verso il realismo magico si fa particolarmente evidente. È forse il racconto più fragile della raccolta e anche il più distante dal resto, ma emblematico del desiderio di Zardi di mettersi costantemente alla prova – e i suoi lettori con lui – per esplorare le possibilità della narrazione. Realismo magico che, in forma diversa, attraversa anche “Fantasmi”, una storia che condensa molti temi, dal discorso sulla perdita e il lutto, alla vecchiaia e la solitudine. Quella di Armando, l’anziano protagonista rimasto solo nella vecchia casa con tutti i suoi fantasmi, è una storia dolorosa e commovente in cui forse le risposte sono già intuibili ben prima della conclusione, ma non privo di fascino. È, prima di tutto, storia di mancanze e di un futuro brutalmente interrotto dalla tragedia:

 

Dopo la tragedia che si era abbattuta sulla famiglia, avevano smesso di immaginare il futuro, di volerne uno. E quando finalmente si erano risollevati (una brutta copia della felicità di un tempo) era già tardi. (“Fantasmi”, p. 46)

 

Una famiglia come molte altre, marito, moglie, due figli e una vita ordinaria. Il «deragliamento» in questa storia è avvenuto molti anni prima ed è stato brutale e irreparabile, soprattutto per alcuni di loro.

 

Leonardo, da un giorno all’altro, era sparito. Avevano cercato il corpo, sperando di non trovarlo. E dopo non averlo trovato per anni, avevano sperato di trovare i suoi resti, per avere qualcosa su cui piangere e porre fine a quel dolore perennemente sospeso. (“Fantasmi”, p. 62)

 

Ora che l’uomo è rimasto solo in quella casa, il mistero del passato sembra tornare prepotentemente a chiedere risoluzione, nel tentativo di dare un ordine alle cose. “Fantasmi” è anche la riflessione sulla vecchiaia, sulla solitudine che molto spesso si porta dietro, ma anche su figli e genitorialità, un tema che si rincorre in questa raccolta come in altre narrazioni di Zardi, di cui si indagano ancora una volta le ombre, i dubbi, la distanza tra desideri e realtà.

 

Ogni tanto si chiedeva se erano quelli i figli che avrebbe voluto. Poi guardava quegli degli altri e non ne vedeva uno che fosse all’altezza delle ingenue speranze cui i genitori si erano abbandonati al momento dell’unione. […] ora poteva dire di non aver mai amato nessuno come Leonardo e Laura, e nessuno lo aveva fatto soffrire tanto. […] a ben vedere, neppure lui, Armando, era stato all’altezza. L’imperfezione era il paradigma di ogni cosa. (“Fantasmi”, p. 71)

 

Una genitorialità che ha molte facce diverse, di cui si raccontano gli aspetti più complessi. Talvolta è il centro narrativo, altre un dettaglio più periferico ma non di poco conto, come ne “Il risveglio” – ed è da qui che ho tratto la parola «deragliamento» – con le figure dei genitori del protagonista, vittima di un grave incidente, impossibili da raggiungere e poi una volta rintracciati ancora distanti, confusi dal ruolo che sarebbe loro richiesto di assumere. Ma “Il risveglio” è, soprattutto, una storia potente sull’identità e la coppia, ammaliante e misteriosa, in cui Zardi dosa brillantemente limpidezza e ambiguità, parole e spazio bianco della narrazione. E dalla quale è possibile immaginare altre storie, altre possibilità narrative. Silvia e Andrea sono una coppia normale, qualsiasi cosa questo possa significare: li incontriamo nel bel mezzo della loro quotidianità e nella loro vita intima, una sera qualunque nel loro letto; tutto, tragicamente, cambia con una scelta istintiva.

 

Fu quello l’istante preciso in cui le loro vite deragliarono. (“Il risveglio”, p. 93)

 

In strada, sotto la loro finestra, un uomo maltratta una donna, nella completa indifferenza di chi osserva da dietro le tende ma nulla fa per impedirlo. Andrea si precipita fuori – è stata una sua iniziativa, un suo istinto morale o la risposta a una richiesta di Laura, si chiederà ossessivamente la donna dopo la tragedia – ma lo sconosciuto gli spara e lo ferisce gravemente alla testa. È un istante, brutale, che modifica ogni cosa per sempre. C’è, nella narrazione di Zardi, tutta la drammaticità del momento, mentre la pozza di sangue si allarga sempre di più sul marciapiede, la corsa disperata all’ospedale, l’attesa di notizie, le prime indagini per ricostruire i fatti. La vita di Andrea finisce. Pochi giorni dopo, in terapia intensiva, Andrea per qualche minuto muore. Poi, inaspettatamente, si risveglia. Ma ciò che emerge nel corso della lunga riabilitazione del ritorno alla vita è che l’uomo dietro le fasciature non sembra essere più la persona arrivata in ospedale, quella che Laura conosce e ama. Non è più Andrea, non ne vuole portare più nemmeno il nome.

 

C’era stato un errore di trascrizione tra una versione e l’altra di suo marito: era vivo, poi era morto, e infine qualcuno aveva di nuovo soffiato in quel corpo; ma la seconda vita non ricalcava la precedente, non collimava neanche lontanamente. (“Il risveglio”, p. 114)

 

“Il risveglio” è un racconto strano e immaginifico, che indaga «la meccanica dei corpi» e soprattutto delle relazioni, riflette sul significato di identità, istinto e scelte che facciamo e vira verso un finale inaspettato e ambiguo.
La raccolta si chiude con “Il signor Bovary”, già citato in apertura, ed è la conclusione ideale di un volume che conferma Zardi come uno dei più talentuosi raccontisti italiani, con la suaprosa salda, il desiderio di sperimentazione, lo sguardo attentissimo. Un racconto che porta intrinseco nel nome già tutta la tragedia che racchiude: nella storia di un tradimento si avverte fin da principio l’ineluttabilità della fine e l’eco dell’illustre predecessore letterario che in certa misura omaggia e rilegge. Ma più ancora dell’intreccio e delle virate della trama, sono le scelte formali a rendere particolarmente interessante questa storia, lo scostamento progressivo dalla terza persona alla prima del finale e che ne amplifica l’ambiguità. Alla narrazione del tradimento si intrecciano temi e spunti quali le differenze di classe, l’identità costruita sullo status sociale, la facciata borghese dietro cui certe vite si barricano. È, anche in questo caso, il racconto di un deragliamento, che investe la vita ordinaria del protagonista non tanto con l’avvio di una relazione extraconiugale quanto con le conseguenze della tragedia che li investe, le scelte da lui compiute, la colpa e la vergogna sempre più insopportabili. Un signor Bovary che al pari di Emma pare non avere scampo, non tanto per il tradimento dei voti coniugali quanto per la condanna sociale e le conseguenze pratiche delle proprie scelte. La voce effimera che qui e là appariva nel corso della narrazione, si prende la scena sul finale e accompagna il lettore verso un epilogo dai contorni sempre più sfumati, le domande che si affollano e ci interrogano direttamente, noi lettori, partecipi di quel piccolo miracolo che è la letteratura.       

Potendo, li avrei salvati, di Leonard Michaels

Autore: Leonard Michaels
Editore: Racconti Edizioni
Traduzione: Luca Briasco, Roberto Serrai
pp. 588 Euro 26,00

di Fabrizia Gagliardi


«Gli scrittori muoiono due volte, prima nel corpo, poi nelle opere, eppure tirano fuori un libro dopo l’altro, come pavoni che fanno la ruota, uno splendido lampo di colore presto trascinato di nuovo nella polvere.»
In realtà, Leonard Michaels si muove in direzione contraria, con una produzione letteraria poco compulsiva e del tutto misurata.
In Italia, abbiamo avuto occasione di immergerci in un’esperienza narrativa variegata e sorprendente grazie a Sylvia (traduzione di Vincenzo Vergiani, Adelphi, 2016), il tragico memoir intriso di anni Sessanta e Beat Generation, che racconta l’amore folle e ossessivo dell’autore con la moglie Sylvia Bloch; e Il club degli uomini (traduzione di Katia Bagnoli, Einaudi, 2018) un racconto ironico e controverso dell’identità maschile con sette uomini riuniti a condividere esperienze, lontani dal mondo femminile che permea la loro vita.
A dire la verità, la palestra letteraria dell’autore si svolge proprio sui racconti e per la prima volta in Italia, grazie a Racconti Edizioni, abbiamo a disposizione la raccolta completa con l’uscita di Potendo, li avrei salvati (traduzione di Luca Briasco e Roberto Serrai).

«La short story mi pareva molto più profonda e seria del romanzo, per questo la preferivo. Quando si scrive un racconto non sono permessi errori. È una forma pura, magica.»

I trentotto racconti interconnessi tra loro rivelano un percorso di sperimentazione che passa per la revisione ossessiva della lingua e della struttura e per l’indagine di diverse forme narrative come saggi e autobiografie. Potendo, li avrei salvati emerge come un capolavoro ineguagliato eliminando il pericolo di oblio dell’autore e affiancandolo ad autori come Roth e Cheever.
La genesi personale e finzionale di Michaels, figlio di emigrati polacchi, affonda la sua esperienza nel Lower East Side di New York. Vive in un contesto di lingue intrecciate tra yiddish e polacco, le uniche che parlerà fino all’età di sei anni quando, alla musicalità e al ritmo delle prime, unirà la conoscenza dell’inglese. Sarà proprio il talento nella scrittura a permettergli di frequentare la New York University, a conseguire un dottorato in letteratura inglese all’università del Michigan e poi a dedicarsi all’insegnamento con il trasferimento a Berkeley, California.

In effetti, i suoi racconti sono intrisi di esperienze in grandi metropoli sporche, caotiche e confusionarie, che infilano pezzi di trama proiettando la storia in un avanti psichedelico. Mentre ci trasciniamo tra un amico e un corteggiamento, tra sesso e violenza emotiva, proviamo un’infinità di contraddizioni primordiali: i personaggi di Michaels tentano di attrarsi e respingersi senza soluzione di continuità, con un tono spesso ironico, ma anche amaro e disincantato. In Going Places, la prima raccolta di racconti del 1969 che l’ha presentato al pubblico, le cornici che contornano la cruda realtà dell’esistenza umana sono definite da una grande capacità di creare atmosfere e di catturare i dettagli significativi:

Passò a prenderla al suo dormitorio, la portò al cinema e più tardi, nella sua Chevrolet presa in prestito, la condusse in campagna con frasi pesanti e coccodrillesche le comunicò il suo dolore in mezzo al granturco alieno. Lei assisté allo sfogo con rapidi e incoraggianti cenni del capo e guardò le parole che strisciavano oltre i suoi occhi e sentì la forza che si concentrava nei loro faticosi movimenti mentre il Turco si allungava verso di lei e con le labbra ancora impegnate ad articolare le parole imprimeva alle cose un significato indelebile, stuprandola e costringendola a infinite variazioni delle quali non aveva mai sentito parlare, benché fosse una gran lettrice di romanzi d’avanguardia e di commentari filosofici sulla condizione moderna…

 

La scrittura di Michaels è frenetica e immaginifica e anche in un flusso di subordinate riesce a inserire metafore senza perdere la tenuta secca e descrittiva di emozioni e rivelazioni. I protagonisti delle sue storie sono sempre in movimento nel disperato tentativo di sopprimere la solitudine, infrangere le inquietudini e scontrarsi inevitabilmente con figure che tentano di fare lo stesso: sono tutte maschere di incomprensioni e compromessi con il mondo («Accade di rado, ma a volte gli opposti si fondono nelle angolosità divisive di Manhattan e man mano che la dialettica di una contrastata individuazione si faceva più intensa, questi due opposti si fondevano sempre più strettamente»).
Ne è l’esempio Philip Liebowitz, il suo alter ego letterario, protagonista di molti racconti a partire dalla raccolta I Would Save Them If I Could (1975). In Il capitano, per esempio, Liebowitz parteciperà a una festa a casa del suo futuro capo, ma gradualmente tutto si trasforma in un teatro grottesco: la compagna del capo gli offre continuamente incontri intimi, mentre la donna che lo accompagna accetta di essere corteggiata dal padrone di casa.
In Una ragazza con una scimmia, Beard cerca di dimenticare il suo divorzio con un viaggio in Germania dove però non farà altro che riversare la sua solitudine in una dipendenza affettiva per una prostituta.

Come in un sentiero verso la maturità così la scrittura evolve e negli anni di To Feel Things (1993) e A Girl with a Monkey (2000) rallenta, riprende contatto con l’andamento riflessivo dei racconti dei primi anni fino ad arrivare a The Nachman Stories. Le sette storie di Nachman, matematico geniale e scapolo, costituiscono la perla nascosta e antiromantica della raccolta.
In La Penultima Congettura, Michaels esplora le ombre del linguaggio attraverso la sensazione di essere derubati, aggiungendo un elemento di mistero e suspense alla trama. In Crittologia, Nachman viene invitato a New York da una società di crittologia, svelando un mondo oscuro e enigmatico che si intreccia con la sua vita passata.
La complessità delle storie di Michaels è una fusione di abilità narrativa e introspezione psicologica. Ogni parola, ogni virgola, è piazzata con cura, rivelando uno scrittore attento alla forma e al rapporto con la personalità.
In questo intreccio di solitudini, presenze e assenze, coinvolgimento e distanza, emerge la vera essenza dell'autore, con le sue ferite a vista. Michaels diventa un architetto delle emozioni, plasmando personaggi che, nonostante le loro storie uniche, riflettono le sfumature universali dell'esperienza umana.
In conclusione, Potendo, li avrei salvati è molto più di una semplice raccolta di racconti. È un viaggio nel cuore e nella mente di un autore straordinario che trova finalmente il riconoscimento che merita.

I pericoli di fumare a letto, di Mariana Enriquez

Autore: Mariana Enriquez
Editore: Marsilio
Traduzione: Fabio Cremonesi
pp. 176 Euro 17,00

di Debora Lambruschini

Il perturbante, l’ossessione, i corpi e il desiderio; le rovine della città, l’adolescenza quasi mai innocente, il trauma, la denuncia sociale. Sono il fil rouge che attraversa la produzione letteraria di Mariana Enriquez e i suoi racconti incendiari, tesi tra realtà e horror, ambientazione contemporanea e contaminazioni. Di recente Marsilio ha portato in libreria nella perfetta traduzione di Fabio Cremonesi la raccolta I pericoli di fumare a letto, pubblicata per la prima volta nel 2007 e che precede quindi i racconti di Le cose che abbiamo perso nel fuoco (Marsilio, sempre traduzione di Cremonesi), un bestseller tradotto in trenta lingue. Dodici storie non pienamente mature, forse, ma parimenti esplosive, nelle quali il perturbante si mescola al quotidiano, l’horror alla denuncia sociale, la contemporaneità alla tradizione, aprendo la strada a tematiche e spunti che saranno propri della scrittura di Enriquez. Le etichette – quelle stesse che come quasi ogni autore anche la scrittrice argentina rifugge – che vi possiamo apporre collocano i racconti di Enriquez nel solco della tradizione e li avvicinano, con le dovute distinzioni, alle storie di Poe, Amparo Dàvila, Shirley Jackson per certi versi, King, Lovecraft, un repertorio classico la cui influenza è ben riscontrabile e che si rinnova in storie che a partire da questa tradizione riescono a trovare la propria dimensione, la propria ragione di essere nella contemporaneità. Ed è, forse, proprio nell’intreccio di horror e denuncia sociale, folklore e realtà quotidiana, che i racconti di Enriquez diventano qualcosa di proprio e si fanno molteplici.
La lingua è affabulatoria, la narrazione segue di volta in volta un ritmo diverso, indugia sul particolare, il dettaglio, qui e là vira sul macabro ma mai fine a sé stesso; è un ritmo che segue l’andamento della storia, le sensazioni che mira a suscitare nel lettore, si muove sapientemente tra prima e terza persona. Il mondo di Enriquez è quello della città (Buenos Aires per lo più) o delle periferie, del degrado, del male che le attraversa e corrompe, dell’alienazione, del disagio, situazione ideale dove la realtà si contamina con il mito. E dove il sovrannaturale – che a tratti sembra assumere vagamente la forma del distopico – si innesca perfettamente sulla realtà più riconoscibile e usuale, i piani della ragione e dell’invenzione che si fanno via via più confusi. È una scrittura affabulatoria che estende al massimo il potenziale dell’ambiguità, piega gli strumenti della narrazione breve e conduce il lettore in luoghi oscuri, impenetrabili, da cui è impossibile uscire.
C’è una particolare ossessione per l’adolescenza, l’età più letteraria e ammaliante: le ragazze – perché sono soprattutto donne le protagoniste – di Enriquez quasi mai innocenti, oscillano tra l’essere vittime e carnefici. Si trova già nelle prime battute de “La Vergine della cava”, il secondo racconto della raccolta:

 

Era la nostra amica “grande”, quella che ci teneva d’occhio quando uscivamo, quella che ci prestava la casa in cui potevamo farci una canna o vederci con i ragazzi. Eppure volevamo vederla rovinata,
indifesa, distrutta.
(“La Vergine della cava”, p. 17)

 

Sono la gelosia, l’ossessione, il desiderio di vendetta e un istinto animale a guidare verso la rovina e un macabro epilogo, brutale. Ecco, brutali sono i racconti di Enriquez, per l’oscurità che li attraversa, la tensione costruita con cura, la violenza pronta a esplodere. Non è la violenza di Shirley Jackson o Flannery O’Connor, ma qualcosa che si rincorre lungo tutta la narrazione, inevitabile; di Jackson, Enriquez ricorda certi meandri oscuri del cuore umano, che più di demoni e fantasmi sono gli uomini e le donne i veri artefici del male, mai davvero innocenti.
È la rovina di un quartiere perbene che di fronte al diverso mette a nudo la propria meschinità e cattiveria e non può esserci salvezza (“Il carrello”), neppure tra i non direttamente colpevoli; è una famiglia che condanna una delle figlie per liberarsi del maleficio che li affligge («Decisero di salvarsi loro, bambina», “La cisterna”); è il fanatismo di due adolescenti portato all’estremo (“Carne”).
Ci sono poi due racconti in particolare da cui emerge ancor più evidente che in altri la commistione tra horror e denuncia sociale, cui la narrativa sudamericana difficilmente può rinunciare. Se Amparo Dàvila, regina del cuento e del perturbante, nel trattare la questione femminile sceglie di calarla nel quotidiano, in stretto rapporto con il contesto sociale in opposizione ai proclami e alla patina dell’attivismo, anche Enriquez trova la propria dimensione per denunciare l’oppressione, il peso della Storia recente, le storture, i pericoli del quotidiano. Ne “Le cose che abbiamo perso nel fuoco”, lo farà con il racconto potentissimo e distopico che dà il titolo alla raccolta, dove le donne per protestare contro la violenza e i femminicidi iniziano a lanciarsi volontariamente nel fuoco, uscendone sfigurate, sopravvissute, un simbolo. In questi dodici racconti che lo precedono, il discorso sul femminile è forse meno apertamente di protesta ma ugualmente presente: è nella rappresentazione del desiderio – che sconfina nell’ossessione, nella dipendenza, nell’isolamento – , nella rottura con i modelli tradizionali di moglie e madre, nell’indugiare sui corpi, nel cannibalismo perfino delle adolescenti di “Carne”.
Il più lungo e per certi aspetti compiuto racconto de I pericoli di fumare a letto non è quello eponimo – quasi mai, dopotutto, lo è – ma “Ragazzi che ritornano”, in cui l’intreccio di distopia, folklore, horror, denuncia sociale è quantomai efficace. E parte con l’alienazione del lavoro di chi ha costantemente a che fare con la sofferenza altrui, il contesto ideale su cui si innesta il distopico:

 

Quello di Mechi era un lavoro silenzioso, la manteneva isolata: consisteva nel gestire e tenere aggiornato l’archivio dei bambini smarriti e scomparsi nella città di Buenos Aires, conservato nello schedario più grande dell’ufficio, che apparteneva al Consiglio per i diritti di bambini, bambine e adolescenti. Neppure lei aveva le idee chiare sulle reti burocratiche di consigli, centri e amministrazioni a cui faceva riferimento, e a volte faticava a capire per chi stesse lavorando […].
(“Ragazzi che ritornano”, p. 114)

 

 Un archivio perfettamente ordinato, laddove ordine nel caos generato dalla scomparsa non può esserci. La ripetitività del quotidiano mossa da qualche incontro occasionale, relazioni superficiali e fugaci. Poi, l’ossessione e la rottura dell’equilibrio: una di quelle storie, uno dei tanti volti e nomi di ragazzi scomparsi, Vanadis, si imprime nella mente della donna; una ragazza bellissima, dalla vicenda tragica, misteriosamente scomparsa. Un filmato sgranato pare indicarne la morte. Ma appena pochi giorni dopo il ritrovamento del filmato, Vanadis riappare. È proprio lei, bellissima, emaciata, silenziosa. E di lì a poco altri ragazzi e bambini scomparsi o morti, riappaiono in città.

 

Nelle settimane successive si arrivò all’isteria, e anche un po’ più in là. I ragazzi spariti dalle loro case cominciarono a ricomparire, ma non ovunque: in quattro grandi parchi della città, il Chacabuco, l’Avellaneda, il Sarmiento e il Rivadavia. Rimanevano lì, la notte dormivano fianco a fianco e non sembravano intenzionati ad andare da nessuna parte.
(“Ragazzi che ritornano”, p. 137)

 

Riapparizioni improvvise, inquietanti, e le persone in cerca di rassicurazioni accettano di buon grado spiegazioni superficiali. Ma chi sono davvero questi ragazzi? E dove può condurre l’isteria generale, la paura di qualcosa che non si comprende?
È un racconto sottilmente inquietante, che apre a molteplici spunti su tematiche differenti, dall’alienazione al controllo, i timori collettivi, la povertà, l’emarginazione, l’indifferenza, e che si regge su una struttura narrativa tradizionale, solida, in cui molto spazio è lasciato all’ambiguità, elemento fondante di questo racconto.
Ambiguità che assume sfumature differenti, inequivocabilmente politiche, in “Quando parlavamo con i morti”, il racconto che chiude la raccolta e richiama una delle pagine più oscure della storia argentina del Novecento: la dittatura militare e la questione dei desaparecidos, chiamata a gran voce, una parola che apre squarci:

 

Il fatto era che tutti sapevano che i genitori di Julita non erano morti in un incidente: i genitori di Julita non si trovavano più. Erano scomparsi. Erano desaparecidos. Non sapevamo nemmeno bene come dirlo. Julita diceva che li avevano portati via, perché così dicevano i suoi nonni.
(“Quando parlavamo con i morti”, p. 167)

Attraverso una tavola per parlare con i morti, un gruppetto di amiche cerca un contatto, una voce, una prova di come sia andata quella storia, una di molte altre. E ognuna di loro – tranne una – , per esperienza diretta o attraverso racconto di altri, porta una storia simile di persone scomparse. Fino all’ultima, misteriosa apparizione. Che mette fine a un gioco, ma non può rispondere a tutte le domande, rimaste appese ai fili della storia, rimaste sospese anche nella nostra realtà.
L’incanto è compiuto.

Dammi il tuo cuore, di Joyce Carol Oates

Autore: Joyce Carol Oates
Editore: La Nave di teseo
Traduzione: Rino Serù
pp. 348 Euro 20,00


di Fabrizia Gagliardi

Tutti noi sappiamo come si esercita il potere. Se non ne abbiamo idea, possiamo riconoscerne le conseguenze quando lo abbiamo subìto o lo abbiamo impartito.
Quasi nessuno riesce a spiegare come perderlo, perché molto spesso il mio valore – non ben identificato e scarsamente percepito – è una tacca sull’asticella immaginaria dell’altrui. Mi identifico in quello che qualcun altro può darmi o può togliermi, concedendomi qualcosa (lavoro, sesso, riconoscimento sociale) o mancando il profitto atteso, in una spirale continua di dipendenza reciproca.
Una cosa è certa: tale reciprocità forzata dal prevaricatore non è accordo, ma puntuale negazione del riconoscimento dell’altro.
In un quadro che è tragicamente attuale i racconti di Joyce Carol Oates in Dammi il tuo cuore (traduzione di Rino Serù, La nave di Teseo) arrivano come una pugnalata.
Lo scontro tra il realismo e la mancanza di percezione della finzione portano in primo piano una sensazione straniante: i dieci racconti potrebbero essere dieci pezzi di cronaca, e cioè ricostruzioni – non-fiction attenta nello stile e seducente nel susseguirsi di eventi – che provocano il dubbio di trovarsi davanti A sangue freddo di Truman Capote.

 

A un uomo come papà, e forse come Deek, è concesso un certo potere: spegnere una vita, come potresti fare (se ti sentissi cattivo e nessuno stesse guardando) schiacciando una farfalla con le ali rotte che si sta agitando vicino al tuo piede, oppure permettere a una vita di continuare.

 

In Strip poker una ragazzina rimane coinvolta nel gioco sempre più minaccioso di un gruppo di uomini. L’epilogo che il lettore pensa di intravedere, tuttavia, non avrà conseguenze così scontate.
Nelle storie della Oates i bambini e gli adolescenti sono il capovolgimento della norma e lambiscono sfumature gotiche. Sono molto simili a creature come elfi o streghe, dotati di un’innocenza melliflua, con una comprensione del mondo degli adulti che oscilla tra l’ingenuità e l’inquinamento dell’animo. In loro si percepiscono i semi dei pensieri seducenti e pericolosi del lasciarsi andare: queste piccole figure sondano e quasi desiderano la forza delle mani che li solleva come se nulla fosse, lanciano occhiate per scimmiottare il gioco della seduzione. Succede anche a Miriam in Da nessuna parte che, con le sue scorribande in compagnie maschili nella sperduta contea di Westchester, è tormentata dall’affetto dolce e ossessivo per il padre in prigione e per una madre che avverte distante.
Anche in questo caso la scrittura della Oates lascia la firma distintiva e sempre riconoscibile nella sua sterminata produzione. Come in L’altra te e Un’educazione sentimentale l’autrice abbraccia la complessità delle relazioni umane e sonda le profondità delle emozioni più oscure. Tutto passa attraverso la capacità di creare personaggi vividi e plausibili immersi in ritmi di pensieri crescenti e ossessivi.
Nel racconto che dà il titolo alla raccolta una lunga lettera di una donna rivolta a un amante del passato snocciola gradualmente scene di vita spiata dell’uomo.
Ne Il primo marito un uomo si fa prendere dalla fissazione per l’ex marito dell’attuale compagna. La sua indagine partirà da innocenti fotografie del passato, ancora conservate dalla moglie, sulle quali immaginerà risvolti erotici e ossessivi che lo porteranno sulle tracce dell’altro.

Nelle crepe di una vita densa di appuntamenti, l’ossessione per Oliver Yardman crebbe nello stesso modo in cui l’erbaccia più resistente fiorirà in un terreno scarsamente accogliente per la vita vegetale. [...]
Provò a immaginare quanto spesso Valerie sfogliasse le Polaroid nel cassetto della scrivania. Quanto frequentemente, addirittura quando erano stati freschi fidanzati, aveva chiuso gli occhi per richiamare alla mente il suo primo marito, la viziata bocca imbronciata, le mani impudenti, il pene duro pulsante sangue che non si afflosciava mai, nemmeno quando lei giaceva senza fiato e ansimante tra le braccia di Leonard dichiarando di amare lui.
Dal momento della scoperta settimane prima, a novembre, aveva cercato altre foto. Non nell’album che Valerie custodiva con apparente sincerità e orgoglio coniugale, ma nei suoi cassetti, negli armadi. Nelle regioni più remote della grande casa, dove le cose venivano riposte nelle scatole. Pensando, sagacemente, che il fatto di non aver trovato nulla non significasse che non c’era niente da trovare.

La raccolta è percorsa da una coerenza tematica, un filo conduttore di angoscia e desiderio in cui ogni racconto è un viaggio emotivo, una sfida alla percezione della realtà e una riflessione sulle distorsioni che risiedono nei recessi della psiche umana.
Oates esplora l'amore, il dolore e la perdita in modo crudo e senza compromessi. Le sue narrazioni sono intense e a tratti disturbanti, ma è proprio questa intensità che cattura l'attenzione del lettore e lo costringe a confrontarsi con la gamma completa delle emozioni umane.
Inoltre, Oates dimostra di essere una maestra nel far emergere le complesse dinamiche delle relazioni. La sua prosa è descrittiva, ricca di dettagli e si serve di metafore cangianti e indimenticabili:

Valerie, mordendosi il labbro inferiore, contraendo il volto come la Giuditta di Caravaggio mentre è intenta a staccare la testa del malvagio re Oloferne, riuscì a inserire la lama affilata, eseguire le necessarie incisioni, completare il taglio così che la carne potesse adesso essere aperta come le pagine di un libro. (tratto da Il primo marito)

 

La sua ossuta testa da ragazzo era stata rasata, come per esporre la sua vulnerabilità, fragili strati di ossa craniche sui quali un cuoio capelluto, arrossato per eruzioni cutanee e bernoccoli, sembrava essere stato calzato di precisione come la pelle di un tamburo. Una testa molto brutta, aborigena, rozzamente scolpita nella pietra e dissotterrata da secolari strati di terreno. (tratto da Tetano)


La lunga esperienza nel muoversi in narrazioni variegate, sia per genere che per forma narrativa, le permette di evocare in poche battute alcuni trucchi per trasportare il lettore direttamente nel cuore di ogni storia: i salti temporali anticipano o ritardano qualcosa che avverrà solo alla fine, l’ipotassi accelera e accresce la tensione delle scene.
Dammi il tuo cuore è una raccolta di racconti che affronta il baratro dell'esperienza umana con onestà e intelligenza. L’autrice riesce a catturare l'essenza delle emozioni in modo crudo e a offrire una prospettiva che, sebbene a volte scomoda, è incredibilmente autentica. Un'opera che chiede al lettore di scrutare le proprie paure, desideri e oscure passioni, lasciando un'impronta indelebile nella mente di chi si avventura in questo viaggio letterario.

 

Tu ed io e altri racconti, di Andrej Donatovič Sinjavskij

Autore: Andrej Donatovič Sinjavskij
Editore: Voland
Traduzione: Benedetta Lazzaro
pp. 208 Euro 18,00


di Alice Pisu

“Da quattro giorni si trova nel mio campo di osservazione. Io gli sembro un pitone, il cui sguardo a sangue freddo fa perdere i sensi al coniglio. Le idee che si è fatto su di me sono una vera sciocchezza. Ma anche volendo basarsi su queste stupide fantasie non so chi di noi tenga intrappolato chi: io lui o lui me? Entrambi siamo caduti prigionieri, incapaci di staccare l’uno dall’altro gli sguardi ormai vitrei”.

 

L’indagine sul mistero di sé e il disagio mentale domina Tu ed io di Andrej Sinjavskij, il racconto centrale che dà il titolo alla raccolta appena pubblicata da Voland nella traduzione di Benedetta Lazzaro che torna in libreria dopo oltre settant’anni dalla prima pubblicazione. I racconti fantastici firmati come Abram Terc, uscirono inizialmente in Francia per una rivista di emigrati polacchi e arrivarono al pubblico italiano nel 1962 (La gelata, trad. Maria Olsoufieva, Rizzoli).
Necessario, per comprenderne la poetica e gli ideali, addentrarsi nella vicenda privata e pubblica dell’autore, a partire dal valore assunto da uno pseudonimo divenuto il suo alter ego, grazie a cui Sinjavskij poté pubblicare all'estero narrazioni, saggi e testi caustici in contrasto con i canoni dell’epoca e con il pesante clima culturale sovietico.
A sconvolgere l’esistenza di uno degli intellettuali moscoviti più acuti del suo tempo fu il processo epocale, subito tra il 1959 e il 1960, insieme al poeta russo Julij Markovič Daniėl'. La risonanza avuta dal caso fu imponente, portò alla mobilitazione di numerosi scrittori e critici che indissero petizioni e inviarono lettere aperte per rivendicare il valore artistico delle opere contestate. Nonostante ciò, Sinjavskij fu condannato a sette anni di gulag per attività antisovietica e propaganda reazionaria contro il regime. Le dure condizioni subite non gli impedirono però di continuare a scrivere anche durante la prigionia. Una volta libero, nel 1971 si trasferì a Parigi con la sua famiglia, divenne professore di Letteratura Russa alla Sorbona e seguitò a scrivere i suoi romanzi e i suoi saggi critici firmandosi Abram Terc. Fondò e diresse con sua moglie la rivista Sintaksis, rilevante nell’accogliere le firme della dissidenza russa e dell’emigrazione. Solo nel 1990 le sue opere furono pubblicate in Russia.
La condizione di alienazione e di assenza di libertà segnarono lo scrittore nel profondo, generando la necessità di insistere su tale esperienza attraverso narrazioni capaci di compiere un superamento del dato reale e tracciare un’evoluzione dell’esperienza personale in visione artistica.
Leggere Tu ed io e altri racconti offre la possibilità di scoprire anche un racconto inedito in Italia (Pchenc) che riflette sullo smarrimento di chi è lontano dai luoghi natii ed è consapevole che non vi farà più ritorno. Il testo è incentrato su un alieno che da oltre trent’anni vive sulla Terra mascherato da gobbo contabile sessantunenne, scapolo, non iscritto al partito, che ammira segretamente il proprio corpo di rami e fronde, emblema della bellezza perduta della sua patria.
Ricorrono nei racconti temi cari all’autore: il rapporto col passato, il rilievo della letteratura nell’inviare missive nel futuro, il ruolo dell’individuo nella Storia, l’emarginazione e la follia, la relazione con il soprannaturale e la reincarnazione, le possibilità insite in ogni fine.
La scelta di Sinjavskij di allestire contesti sovietici asfittici affini ai classici della letteratura russa è indicativa di una precisa volontà di enfatizzare il fantastico a partire da quadri di miseria, disperazione, follia tragicomica e delirio. Di particolare significato l’uso sottile dell’elemento comico come strategia per amplificare il dato reale e generare una trasfigurazione grottesca.
Il racconto Grafomani è emblematico nel raccontare le vicende di un gruppo di letterati alle prese con vani tentativi di pubblicazione per case editrici e riviste sovietiche. Emergono sottotraccia profonde affinità con la vicenda personale dell’autore, vissuto in ristrettezze economiche anche a causa delle velleità letterarie del padre che non ottenne mai il successo sperato e gravò sua moglie (come accade nel racconto) della conduzione della famiglia con il suo solo stipendio.
Il degrado dello scrittore che si ritiene un “cervello geniale” dal “cuore ardente” costretto a sostentarsi con polpette avariate, tra mura sporche di unto e tracce di cimici, è reso tra toni tragicomici. La frustrazione per il mancato successo si trasforma in mania di complotto nell’invidia del successo altrui, ottenuto depredando le sue intuizioni letterarie.
Sinjavskij compie una feroce critica del sistema editoriale senza rinunciare a evidenziare la natura ridicola di sedicenti letterati, attraverso un bizzarro campionario umano di correttrici di bozze licenziate per lapsus politici, insegnanti di botanica, “vecchiette in pince-nez alla Čechov che scrivevano di allevamenti di suini”, “giovani fanciulli neofiti con riccioli alla Puškin, imitatori di Esenin”, colonnelli in pensione, ragazzi che puzzavano di “alcol, prigione e suicidio”. Quell’epopea sugli scrittori falliti che il protagonista finisce per comporre su suggerimento dell’amico Galkin sarà il suo modo di congedarsi dalla letteratura e dedicarsi alla famiglia a lungo trascurata.
Le venature grottesche nei ritratti di miseria evidenziano la natura beffarda dell’indigenza, ricordano le atmosfere insane tipiche di Dostoevskij nell’angustia inestinguibile generata dal presagio del dramma e nel succedersi all’apparenza confuso degli eventi con al centro figure contraddittorie, divorate da un opprimente senso di ingiustizia. La natura farsesca e tragica delle sue storie riserva esiti sorprendenti, tra successioni all’apparenza incoerenti o ripetizioni di scene singolarmente ordinarie ma che nella sincronia concorrono a comporre un mosaico in prosa: “[…] non sapevano di fungere da dettagli in un quadro che ero io a creare mentre li osservavo”.
L’architettura formale eletta da Sinjavskij genera a tratti un divertito smarrimento nel lettore che, come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, crederà sino all’ultimo di seguire le vicende di due personaggi distinti. Come accade infatti anche in Tu ed io, i toni fantasmagorici permettono all’autore di esplorare la perdita di contatto con sé stessi, l’inganno del vero, affrontare le ossessioni e i disturbi dissociativi, lo sdoppiamento della coscienza, immortalare la condizione che precede la follia in contesti di pesanti discrepanze sociali che traducono la ferocia della povertà attraverso storie che riservano slanci lirici inattesi, sulla scorta dell’esempio fornito da uno dei suoi maestri, E.T.A. Hoffmann. Di stampo hoffmanniano anche la disposizione a inglobare il comico, il grottesco e il fantastico in armonia con scorci di un quotidiano in cui convivono credenze diverse e aneliti sopiti. 

“All’improvviso il mio campo visivo veniva invaso da una strada di cumuli ciechi, e una lacrima gialla, mischiata con la neve scintillante, scendeva dal mio occhio sul naso, sui lampioni e sui tetti, coperti da quella stessa neve come capanne. Ogni volta che mi riscuotevo e asciugavo col guanto l’ennesima lacrima, la natura mi dava conferma del fatto che nevicava e che avrebbe nevicato ancora a lungo,
forse per tutta l’eternità”.

Tra i racconti della raccolta assume un particolare rilievo La gelata, incentrato su un uomo dalle doti di chiaroveggenza che vive nel costante presagio di una disgrazia imminente. Verrà sequestrato dalla polizia per occuparsi in segreto di crisi diplomatiche, smascherare nemici e contribuire a risolvere questioni politiche ma perderà il suo potere alla morte dell’amata, che nonostante i suoi avvertimenti non è stata preservata dall’incidente fatale.
Il racconto riflette sulla labilità delle relazioni, sulla presenza della morte nella vita, sul peso del futuro, sull’ipocrisia sociale. La valenza del testo risiede anche nella riflessione sulla perdita di sensibilità durante la reclusione vissuta da chi, pur assolvendo un dovere civile, pensa da intellettuale e si sente a disagio nel compiere azioni dannose per le minoranze. Pur avendo consapevolezza dei benefici rispetto ad altri detenuti comuni, l’uomo finisce per annientarsi in tale condizione: si riduce a perdere ogni riferimento, destinato prima al manicomio e poi al confino.
L’ossessione per la perdita della memoria ricorre nel racconto tra pagine dalle venature spiritualistiche. Certo della reincarnazione, il protagonista teme che l’assenza del ricordo della propria storia conduca a una cancellazione ben più temibile della morte stessa. Sinjavskij ama operare forti contrasti identificando in contesti di apparente evasione l’ineluttabilità del tragico. Così, una festa di capodanno diventa lo scenario ideale per un uomo dai poteri soprannaturali che osserva i moccoli delle candele immaginando che corrispondano all’esistenza dei presenti, tra chi si spegnerà con spensieratezza e chi si renderà conto con orrore della propria condizione solo poco prima della fine.
“La morte ci separa con le barriere dell’oblio”.
Qualsiasi tema affrontato da Sinjavskij può essere osservato da angolazioni diverse grazie all’espediente fantastico e trova nella cura estrema per la parola esatta e nell’armonia della composizione una ricerca estetica nata a partire dallo studio di Majakovskij. L’irriverenza di Sinjavskij risiede nel fare propri i dettami dei grandi maestri della letteratura e dell’arte in genere, per dare forma a opere che racchiudono una verve analitica e uno spirito creativo inconfondibili, la cui direzione è palesata nell’illuminante saggio Che cosa è il realismo socialista, dai tratti dissacranti nel minare i canoni del suo tempo e esplicitare i principi della sua rivoluzione letteraria.

 

“Attualmente, io spero in un’arte fantasmagorica, con ipotesi al posto dello scopo, un’arte in cui il grottesco rimpiazzi la descrizione realistica della vita quotidiana. È l’arte che meglio risponderebbe allo spirito dell’epoca. Possano le immagini di Hoffmann, Dostoevskij, Goya, Chagall e Majakovskij, con quelle di tanti altri realisti e non realisti, insegnarci a essere veridici con l’aiuto della fantasia più assurda!”.

L'ultima auto sul Sagamore Bridge, di Peter Orner

Autore: Peter Orner
Editore: Gallucci
Traduzione: Riccardo Duranti
pp. 336 Euro 16,50


di Fabrizia Gagliardi

Le raccolte di racconti sono animali strani e rischiosi: concertano una complessità di storie diverse tra loro, le conducono sotto la rassicurazione di un filo comune, misurano i pesi dello stile per aspirare all’equilibrio, preparano il lettore a storie perfettamente riuscite da sole senza il bisogno delle altre, o forse sì.
È come se chi legge avesse a disposizione una doppia visione divisa tra tanti piccoli lungometraggi, tutti mossi a ritmi diversi ma sempre armonici tra loro da una parte, e, dall’altra, è come se stesse scoperchiando una scatola di fotografie, una di quelle disperse nella soffitta dei genitori, popolate da volti ignoti protagonisti di storie che vibrano singolarmente e riverberano nelle vite altrui.

Sono queste, a grandi linee, le sensazioni prodotte da L’ultima auto sul Sagamore Bridge di Peter Orner, pubblicato da Gallucci con la traduzione di Riccardo Duranti. L’etichetta di “uno dei maestri della short story americana” appare fuorviante – o forse bisognerebbe dire che ogni autore americano di short stories è speciale a modo suo –, ma non è un caso che Peter Orner era già entrato nel radar delle scoperte di minimum fax agli inizi degli anni Duemila con Esther Stories, la sua raccolta d'esordio segnalata dal New York Times come uno dei “libri da ricordare” del 2001, e poi con il romanzo Un solo tipo di vento (entrambi tradotti da Riccardo Duranti).

L’ultima auto sul Sagamore Bridge racchiude cinquantadue storie attraversate da fili invisibili e costanti: racconti lunghi e toccanti si alternano a vicende di una sola pagina che a loro volta lasciano spazio a storie in corsivo in prima persona. Arrivati alla fine, quando si uniranno i tasselli all'ultima pagina, le quattro sezioni del libro riveleranno il mosaico completo: la prima parte, Superstiti, ascolta le testimonianze di quello che rimane dopo un amore passato o dopo una perdita;  la Normalità tra storie di divorzi atipici, tornei tra ergastolani e impiegati silenziosi della nettezza urbana, si interroga sulla reale esistenza di una regolarità nella vita umana; la terza parte, A Mosca sarà tutto diverso, il procedimento del ricordo si avvicina alla possibilità di originare un rimpianto inascoltato e prosegue anche nella quarta parte, Il Paese di noialtri, che chiude la raccolta.
Sebbene il Sagamore Bridge suggerisca il radicarsi nelle atmosfere del Midwest, la raccolta viaggia continuamente da Chicago, città di origine dell’autore, al New England fino a una prigione sovietica e altri soggiorni occasionali, non così significativi da occupare la caratterizzazione dei protagonisti.

A muovere la narrazione di Orner è una sincera curiosità per le conseguenze più disparate del peso delle circostanze. I racconti più devastanti nascondono, nella loro lunghezza, un avvicinamento metodico all’apice e lo affrontano da diverse prospettive come, ad esempio, il racconto di un testimone, la distanza della terza persona che viene diluita mano a mano col procedere dei ricordi o, ancora, lo strappo temporale che dal passato riporta, all’improvviso, al presente.
Nel Lamento di Pumpkin una campagna elettorale seguita dal padre del protagonista segue le vicende del candidato governatore. La cronaca delle elezioni passerà gradualmente in secondo piano al momento di una dolorosa confessione: la moglie del candidato è innamorata di un altro. Qualche sospetto su chi sia il colpevole, ma quello che è stato immaginato si scoprirà solo alla fine:

Osservarono il vapore del fiato l'uno dell’altra nell’aria gelida. In confronto a lei, avvolta nel dolore e nella larga tesa del so cappello nero, l’aspetto di mio padre appariva glaciale e sparuto. Lui distolse lo sguardo da lei solo dopo che erano arrivate altre persone che le si erano accostate per porgere le condoglianze di rito. Non ho idea di quanto fosse durato il loro rapporto. Non sono neanche tanto sicuro che la cosa abbia importanza. Oppure sì? Ora so che allontanarsi da quello che si credeva fosse impossibile fare a meno è più facile di quanto immaginassi.

La scrittura di Peter Orner ha cura di essere essenziale, evita di perdersi nelle metafore ma ama definire i particolari in rapide pennellate descrittive. Tutto miscela abilmente vite e destini traghettando il clima del racconto dall’iniziale leggerezza a una recondita saggezza che arriva solo dopo aver attraversato gli stadi di bellezza e dolore.
Ne Lo stagno di Foley la spensieratezza dei giochi da ragazzi si incupisce quando uno di loro salta una settimana di scuola dopo che la sorellina annega nello stagno, passando sotto il recinto come lui le aveva insegnato. Horace e Josephine racconta l’intera parabola di una coppia di zii, uniti fino alla fine da una tenerezza profonda e reciproca.
L’intreccio è un uso sapiente di analessi e prolessi per muoversi sui binari della memoria. Non è detto però che il bagaglio emotivo dei salti temporali suggerisca uno stimolo per un’azione risolutiva: molto spesso tutto si riduce alla contemplazione della contraddittorietà umana, al fine di restituire lo strano alla sfera del familiare.
E così in Affittuari Frank salta dal presente al passato per un viaggio nei ricordi nella casa dove lui e la compagna abitavano prima della malattia di lei; in Al Fairmont Bernice rievoca il tempo in cui accoglieva le attenzioni di uomini sconosciuti in attesa del ritorno del suo marinaio; Il divorzio è la storia così poco ordinaria di due coniugi rimasti in contatto perenne anche dopo essersi lasciati.

Lei lo amava. Certe persone che s’incontrano al mondo si finisce per amarle. Ce ne sono altre che proprio non ci si riesce. A tante non diamo neanche una seconda possibilità. Perché a Gary sì? Non c’era nulla di particolare che minacciasse il loro matrimonio e forse era stato proprio questo a far loro decidere di eliminarlo formalmente davanti allo Stato del Michigan, prima che avessero un motivo reale e quantificabile nel loro intimo più profondo.

 

Nei racconti di una pagina o poco più verrebbe la tentazione di chiamare in causa Lydia Davis, solo che l’incisività e la capacità di fulminare in poche righe in Orner spesso si perde preferendo una direzione non ben precisa e un finale che, in compenso, fa collezionare una serie di mantra per la vita.

Quando chiedeva: Perché mai i nostri sogni non si accontentano della realtà? (da Il poeta)

Non capite? Il movimento è dove avviene la perdita. Se solo riuscissimo a star fermi. Ma allora come si farebbe a cercare? Come si farebbe a trovare? (da Hotel Grand Pacific, Chicago, 1875)

 

Altre volte il monologo interiore ricorda gli intrecci di Grace Paley, soprattutto nel capolavoro di stile che è L’ultima auto sul Sagamore Bridge. Qui Walt Kaplan, personaggio che appare anche in Esther Stories, inciampa e ingarbuglia il ragionamento in uno splendido avvicendarsi di ironia e suspense.

Tornare più volte su temi e argomenti già affrontati nel corso di altre opere o, addirittura, all’interno della stessa raccolta è la vera e propria sfida lanciata dall’autore. Il lettore potrebbe percepirsi come un osservatore invisibile all’interno di una casa degli specchi: continuerà a contemplare la stessa sensazione riflessa su ogni superficie. In realtà, proprio quando Orner sembra aver esaurito tutte le sfumature possibili, ecco che è in grado di presentare tutto da capo, da una prospettiva diversa.

Circo Bulgaria, di Dejan Enav

Autore: Dejan Enav
Editore: Bottega Errante
Traduzione: Giorgia Spadoni
pp. 335 Euro 20,00

di Giordana Restifo

Che cosa succede alla popolazione di un paese quando questo vive un lungo e lento momento di transizione da regime autoritario a Repubblica democratica? Negli ultimi decenni la letteratura balcanica ci ha indicato alcune risposte. La storia della Bulgaria, con le sue trasformazioni, le sue stagnazioni, il suo incedere etilico, non è dispensata dal quesito. Per farsi un’idea su come trascorre la vita del popolo bulgaro basta leggere Circo Bulgaria, raccolta di racconti di Dejan Enev, appena pubblicata nella collana Radar da Bottega Errante Edizioni e tradotta da Giorgia Spadoni.

L’opera in lingua originale risale al 2005 (intitolata inizialmente Vsički na nosa na gemijataTutti sulla prua della barca), successivamente è stata tradotta per altri lettori europei – la versione inglese (dal titolo Circus Bulgaria), curata da Kapka Kassabova, è stata finalista al Frank O’ Connor International Short Story Award nel 2011 – e all’inizio di settembre è finalmente approdata nelle nostre librerie. Nei sessantadue racconti brevi, alcuni brevissimi, della versione italiana sono condensati tutta la miseria, lo squallore, la dignità, la tristezza e la rassegnazione dei bulgari. Sono frammenti di storie che creano un ritratto incisivo del paese. Principalmente ambientate nelle vie, nelle piazze e nelle case di Sofia, che brulica di personaggi anonimi e al tempo stesso particolari. Enev, considerato uno tra gli autori bulgari contemporanei più apprezzati, colloca i suoi protagonisti anche fuori dalla capitale, sul monte Vitoša, nei paesi di Kurilo, di Mali Dren e di Staro Selo, sui sentieri attorno al Monastero di Rila, nei piccoli centri abitati e disabitati disseminati sui monti Rodopi.
Evitando l’uso di toni didascalici, Enev ci mostra la metamorfosi della Bulgaria. Con l’affermazione del regime comunista, nella prima metà del ‘900, il paese, un tempo agricolo, ha intrapreso un lungo processo verso l’industrializzazione. In quegli anni, autori come Elin Pelin e Jordan Jovkov, citati da Enev, l’uno nell’introduzione dal titolo Tutti sulla prua della bagnarola e l’altro nel racconto La rondine bianca, caratterizzavano le proprie opere con uno spiccato realismo, raccontando della Bulgaria rurale e del passaggio dalla vita nelle campagne e nei villaggi a quella nelle città. Il dualismo campagna-città in Enev non è così marcato. Il fenomeno di urbanizzazione nella sua opera si è realizzato. Se nella maggior parte dei racconti il riferimento alla trasformazione della società è velato, in Casablanca, una storia d’amore e di esproprio, invece, è esplicito:

La loro casetta era l’ultima del quartiere. In un paio di anni le erano cresciuti attorno decine di edifici residenziali a più piani, che di notte s’illuminavano come transatlantici. Solo la casetta a un piano del signor e della signora Sarafov rovinava la vista. […] Gli imprenditori erano impazienti di saperli morti, perché si era a conoscenza che i due non avevano eredi. E al posto della casetta nel giro di pochi mesi si sarebbe potuto erigere un altro condominio vertiginoso. Ma il signor e la signora Sarafov non morivano”.

La città cresce, si trasforma, lasciando dietro chi la abita, che, nel frattempo, soccombe sotto l’influsso dell’alcol (la rakija onnipresente nella letteratura balcanica non manca nemmeno in Circo Bulgaria, ma i personaggi bevono anche whisky, cognac e altri distillati e liquori), dei disturbi psichici, della povertà. Così, nei racconti di Enev il lettore incontra soldati annoiati nei loro giorni di permesso o spaesati perché appena tornati dal fronte, giovani donne (prostitute, bariste, cameriere, ballerine, impiegate di lavanderie) costrette ad avere a che fare con uomini rozzi, famiglie monche che faticosamente si reggono in piedi, giornalisti confusi dalla realtà dei fatti, pazienti e personale di cliniche psichiatriche. È verosimile che l’autore abbia attinto dalle sue precedenti esperienze lavorative per dare forma ai personaggi. Prima di diventare uno dei maestri bulgari della narrazione breve, ha svolto mansioni di operaio, imbianchino, insegnante, assistente ospedaliero notturno, redattore e giornalista.
In due aspetti, collegati tra loro, si riscontra principalmente la bravura di Enev. I racconti (o “razkazi” in bulgaro), nonostante siano concentrati nell’arco temporale della narrazione di poche giornate, riescono, invero, a fare addentrare il lettore nell’intera esistenza dei protagonisti. Arrivati al finale, di alcune storie si vorrebbe sapere di più, di altre bastano gli elementi colti durante la lettura. Non è solo grazie alla tecnica di scrittura che ci si appassiona ma anche alla caratterizzazione dei personaggi. L’autore riesce a renderli autentici, concreti, inducendo il lettore a non saper distinguere la finzione dalla realtà. Giorgia Spadoni, la sua traduttrice, ci dice:

Nel frattempo mi ero trasferita a Sofia, studiavo e lavoravo e giravo per la Bulgaria e più volte mi sono imbattuta in situazioni e persone che sembravano uscite dalle storie di Dejan, come dei déjà-vu. Belle e brutte. Divertenti e tristi. Traducevo un racconto e subito mi ritrovavo il protagonista davanti, in carne e ossa”.

Ciò accade perché il narratore deve convincere i lettori usando «il visibile, il fisico, l’eminentemente tangibile», lo spiega bene in un’intervista Isabella Zani, traduttrice di Anthony Doerr, citando proprio l’autore statunitense. Per arrivare a far percepire e assimilare quel mondo sconosciuto, reale o immaginario che sia, il racconto deve essere costellato di dettagli e particolari giusti al posto giusto.

Se da una parte, nel libro, si avverte una sempre più incalzante e incurante economia di libero mercato che travolge chi non sta al passo, dall’altra c’è la natura che evoca ricordi ancestrali. Le stelle, l’astronomia, il «grande parco Borisova Gradina» di Sofia, la miracolosa sorgente nascosta sul pendio che porta al Monastero di San Giovanni, le stelle alpine di cui è pieno «il cortile del Buon Dio» e lo scenario rurale di quei posti in cui i contadini ancora lavorano la terra da generazioni, dove sembra che il tempo si sia cristallizzato; tutto concorre a creare il contrasto tra moderno e antico.
Anche gli animali sono parte integrante della composizione, alle volte sono a subire le crudeltà degli uomini, altre volte fonte di guadagno (come l’allevamento di coccodrilli nel racconto Il padre del soldato o Cezar, la tigre ormai dismessa e venduta, in quello che presta il titolo alla raccolta, Circo Bulgaria appunto). Quando tutto sembra irredimibile, irreversibile, mentre il fallimento, la disperazione, i toni cupi e una leggera vena di umorismo nero aleggiano sui racconti, Enev inserisce uno spiraglio, una crepa di ottimismo con Il gigante: un cacciatore di orsi bruni si reca, con il figlioletto, a Mali Dren per uccidere l’orso che sta danneggiando il paese e cibandosi del bestiame degli abitanti. Padre e figlio attraversano la collina, si fanno largo «tra gli enormi alberi barbuti dai licheni», a valle c’è l’Oscuro bosco («sopravvissuto chissà come al terribile disboscamento sui nostri Balcani») e avvistano l’orso. Al momento di sparare, però, l’uomo si blocca, lui e l’animale hanno uno scambio intenso di sguardi finché quest’ultimo non va via seguito da un piccolo orsetto uscito dai cespugli.
Inoltre, nelle pagine di Enev sono presenti elementi folkloristici, culinari (come il kozunak – dolce pasquale tipico – del racconto La mia Pasqua o i kebapceta – piccole salsicce di carne mista – di Santa Marija da Staro selo), musicali, della tradizione e della cultura bulgara; espedienti che l’autore utilizza plausibilmente per rendere le sue storie più realistiche e concrete.
Infine, c’è un forte richiamo alla religione, più che altro a Dio. Nel paese, a maggioranza cristiana ortodossa e storicamente caratterizzato dalla convivenza tra cristiani, musulmani ed ebrei, sembra che avere fede in Dio, o meglio affidarsi a Dio, sia rimasta una delle poche cose da fare. C’è un passaggio in Obitorio, il racconto più lungo della raccolta, che colpisce più che negli altri:

Dio ci dà molto, ma chiede anche molto. E noi esseri umani, per avidità o egoismo o disonestà, non vogliamo pagarne il prezzo. Dio vuole la bontà da noi, Džo, una continua, raggiante bontà. Vuole che siamo generatori di bontà. Dio ha posto una concezione chiara del bene e del male. Il luogo in cui sentiamo quando facciamo del bene e quando del male si chiama anima. Si trova qui, dove c’è il diaframma”.

A pronunciare queste parole è zia Ani, una donna imponente fisicamente e caratterialmente, che ogni giorno ha a che fare con la morte, occupandosi dei corpi portati in un obitorio. Parla senza edulcorare, ma, inaspettatamente, nella fredda stanza dove lavora, nel seminterrato buio di un ospedale, mentre prova a spiegare l’esistenza di Dio al suo dipendente (nonché narratore del racconto), il suo registro cambia, s’ingentilisce. E, come se si rivolgesse anche a noi lettori, ci lascia questa chiara e pura deduzione:

La fede in Dio, la consapevolezza che esiste, non è un’illuminazione, non è un fulmine a ciel sereno. È una condizione, un dolce fardello che permette di vivere una vita piena, significativa e colma di dignità. Dio non vuole grandi opere da noi. Dio vuole una cosa sola da noi: che chiediamo sempre alla nostra anima se ciò che facciamo o pensiamo è buono o cattivo. Solo questo”.

Anche gli alberi caduti sono il bosco, di Alejandra Kamiya

Autore: Alejandra Kamiya
Editore: Ventanas Edizioni
Traduzione: Serena Bianchi
pp. 142 Euro 14,00


di Francesca Piovesan


Ventanas Edizioni, giovane casa editrice fondata da Laura Putti, porta in Italia per la prima volta, tradotta da Serena Bianchi, la raccolta di racconti Anche gli alberi caduti sono il bosco di Alejandra Kamiya.
Kamiya, nata nel 1966 a Buenos Aires da padre giapponese e madre argentina, riversa n queste pagine i due mondi a cui appartiene: il Giappone lontano con i suoi riti, i suoi valori, il senso dell’obbedienza, dell’onore e del decoro e l’Argentina, creatura ai limiti del mondo con la sua Patagonia, terra di ghiaccio e di fuoco, di cavalli che fiutano il temporale, di pescherecci che navigano il mare per mesi.
In questi dodici racconti l’autrice intreccia mirabilmente tradizione e innovazione, sapori orientali e ombre latine.
Le personagge agite, e personagge è voluto perché la maggior parte dei racconti si fonda su di loro, si stagliano all’interno di una quotidianità che passa attraverso colazioni preparate in maniera minuziosa, come in “La colazione perfetta”, dove la cucina è preludio alla tragedia:

Per preparare il miso shiru profumerai l’acqua con delle acciughine secche. Immaginerai la dolcezza del cocco danzare con  il salato delle acciughe. Come se quel mare, che accarezza i piedi delle palme, arrivasse a Tokyo, a casa tua.
Farai  attenzione a non mettere troppe acciughe nell’acqua, affinché quella danza non si trasformi in lotta.

In “I resti del segreto”, il quotidiano è il percorso di crescita di due bambine che giocano a essere altre, altre vite, altri segreti:

“Ma abbiamo una vita sola, torero”, dice Belinda mentre riordina i pacchetti di sigarette.
“No, Carmen” dice Guillermina facendo svolazzare il panno. “ne abbiamo tante, come le strade. Se non le percorriamo, le erbacce crescono e le ricoprono. Coraggio, Carmen,andiamo.”


Segreti che passano di bocca in bocca, da famiglia a famiglia, da madre a madre, per incarnarsi in lettere, missive che prendono la forma del tempo, e sveleranno il segreto finale.
Altro elemento molto caro a Kamiya è la memoria; memoria che passa attraverso il cibo come in “Riso”, dove un padre malato e la figlia ricordano le loro origini parlando delle risaie, del modo di lavare il riso, della coltura:

“Vedendo i gesti di mio padre riesco a ritornare al passato, al Giappone, alla sua storia, che è la mia”.
“Più si è pieni, più si è educati, umili. Ci si inchina come una pianta di riso sotto il peso dei chicchi”.

I racconti sono attraversati da una tensione che riporta sempre ai nomi, al nominare, al dover richiamare a se stessi per capirne e carpirne la realtà, le cose e le persone.
Come in “I nomi”, dove un fratello scappato o cacciato di casa, qui si insinua il dubbio della giovane sorella, viene dimenticato nell’atto del non nominare:

Smettemmo di nominare mio fratello il giorno stesso in cui se ne andò di casa, io avevo otto anni. E, come se con un colpo di mano le avesse portate con sé nell’oblio, anche molte delle sue cose persero il nome.


È tensione che sfocia anche nella diversità che l’autrice percepisce sempre; percepisce in Argentina da giapponese, e percepisce in Giappone da argentina. E tutto ancora gira attorno alle parole, a come vengono intese, interpretate:

Potrei fare un elenco di parole che a casa mia avevano un significato diverso da quello che avevano fuori: morte, io, inverno, altro, sale, fatica, parola, bacio, onore, nonno, attesa, tè, lavoro, mangiare, silenzio, accettare, dolore.
(da “Il parto”)

L’onore e l’accettazione sono i temi portanti del racconto più lungo della raccolta: “La buca”. Racconto in cui il protagonista è un uomo, un soldato che, durante la seconda guerra mondiale, viene lasciato su un’isola, apparentemente solo, a scavare una buca che nel corso della pagine da trincea diventerà fossato, anche con un risvolto terribile di fossa comune.
In queste venti pagine, circa, emerge tutta l’obbedienza alla Patria, tutto l’onore tipicamente giapponese, il dolore che, a un certo punto, il soldato prova nel voler trasgredire le regole dopo mesi di solitudine. L’idea che la punizione debba essere esemplare, ossia la morte.
Altro racconto insolito, perché formato principalmente da dialoghi, è “Frammenti di una conversazione”, dove viene messo in scena il rapporto di una donna matura, e poi anziana, con la suda domestica. Una quotidianità che si nutre di piccoli dispetti, rivalse e di richieste di affetto, di aiuto, dell’esserci sempre e comunque anche a discapito della propria vita personale:

Mi accolse spalle alla porta, prendendo appunti su un taccuino.
“Qual è il dramma della tua vita?” fu la prima cosa che mi disse.

“Nessuno”.
Allora si voltò e mi guardò.
“Ogni domestica ha un dramma da raccontare”.
“Io no” ribadii.
“Quindi forse non sei una domestica…”.
“È un lavoro” dissi. “Ho bisogno di soldi”.
“E questa non ti sembra una risposta drammatica?”.

 
“Anche gli alberi caduti sono il bosco” è una raccolta dove l’uso della parola è lieve ma denso, frutto di estrema cura. I personaggi vivono continue piccole epifanie che gettano nuova luce sulla loro vita privata, offrendo nuove chiavi di lettura, e togliendo dall’ombra gli angoli più bui della stanza. È Oriente e confini del mondo, civiltà giovani e culture millenarie che scambiano parole e valori.

Bestiole, di Kianny N. Antigua

Autore: Kianny N. Antigua
Editore: Arcoiris
Traduzione: Barbara Flak Stizzoli 
pp. 152 Euro 12,00

di Chiara Bianchi

«La letteratura non ha padroni, Miguel. Si lascia appartenere da chiunque abbia il coraggio di aprire un libro» [da Attivati e illustri]

Kianny N, Antigua è nata nella Repubblica Dominicana alla fine degli anni Settanta, caraibica. Ha pubblicato negli Stati Uniti, dove vive, oltre venti libri per bambini, racconti, poesie, antologie, microfinzioni e un romanzo. Ha vinto numerosi premi. È narratrice, poetessa, traduttrice ed è senza dubbio una delle penne raffinate della diaspora letteraria dominicana.
Edizioni Arcoiris porta in Italia – grazie alla traduzione di Barbara Flak Stizzoli – la sua raccolta di racconti dal titolo Bestiole.
Il termine bestia, declinato al diminutivo, in italiano così come in spagnolo, ha un’accezione quasi positiva: una bestiolina è un essere carino e piccolo, ma nell’uso familiare del termine il diminutivo veste un’opposta funzione, dispregiativa, sinonimo di ignorante.
I personaggi di questi diciotto racconti brevi sono lo specchio di ogni comportamento bestiale presente nell’essere umano: animale complesso, capace di attivare profondi meccanismi malvagi, di godere del dolore altrui. L’essere bestiole, però, passa anche attraverso scelte personali semplici dai risvolti genuinamente ignorati. Ecco che l’ignorante diviene colui che ignora la bestialità propria e altrui.


Cortázar diceva di scrivere da un interstizio.
Antigua si fa portavoce di un punto di vista laterale, da un interstizio appunto, composto da una lingua – come spiega la traduttrice nella nota finale – intrisa di domenicanismi che non trovano corrispondenza in italiano. Una miscela di identità culturali che fanno parte della complessità insita nelle terre caraibiche, nelle quali le diversità culturali e sociali innescano serie difficoltà nell’esistenza di ogni persona che quel territorio lascia o che in esso resta. La scrittrice fa della sua visione della terra d’origine e della gente il racconto rarefatto di esistenze turbate dalla violenza pubblica e privata, dal razzismo, dalla venerazione al mondo oltre confine – ovvero gli Stati Uniti – dalla frattura sociale tra ricchi e poveri, istruiti e ignoranti, ma si fa portavoce anche di aspetti divertenti e positivi, come una festa a bordo piscina, o il ricordo dolceamaro dei nonni, fino al bisogno di trasgredire che passa anche dalla sessualità.
La barriera rappresentata dalla distanza geografica, in quanto donna vissuta negli Usa, si frantuma nella scelta di scrivere in spagnolo, sua lingua madre.

 Con un piglio giornalistico, vicino ai temi sociali, Antigua apre la raccolta con Flash, il racconto della breve vita di un ragazzino ai margini della società. In Trasloco, appare la prima protagonista donna che vive sommersa da cianfrusaglie e ignora la lettera di sfratto. Un racconto dal finale surreale.
Apostata dà voce a chi è fuggito dalla morsa delle sette religiose, testimonianze assemblate da una voce narrante straziata dalla malvagità di chi distrugge famiglie e singoli individui in nome di qualcosa che, nella maggior parte dei casi, si chiama Dio Denaro.
Espulsi dal paradiso sposta l’attenzione sul tradimento e sull’amore tra due amanti, carico di illusione e di ripensamenti: «finiremo all’inferno» chiosa la protagonista, come se ciò che sta vivendo fosse davvero il paradiso.
Follower estremizza, ma senza troppo andare lontano da abituali notizie sui giornali, la presenza dei social nel quotidiano. La scelta di guardare ogni cosa attraverso lo scatto di un selfie sembra essere non solo un modo per cavalcare l’onda della popolarità, di essere testimoni di eventi straordinari, ma anche un modo per raccontare l’immensa solitudine che popola le vite nel contemporaneo: «connettermi con la natura e condividere un altro scenario con voi, i miei follower», la vita registrata attraverso l’hashtag.
Timberland ha come protagonista un ragazzo che presto lascerà il paese per raggiungere suo zio a New York. Il processo di americanizzazione inizia con il nuovo look e l’invio da parte di suo zio di un paio di scarponi marca Timberland. La conquista della ragazza dei suoi sogni terminerà con un finale inatteso.
Attivati e illustri è un dialogo tra un professore in attesa di cattedra e Miguel, un «mangiatore di libri», i quali discorrono di letteratura ispanica (dando anche a noi lettori occidentali spunti di lettura) fino a che un terzo personaggio, una persona qualunque, si introduce facendo l’unica domanda a cui il professore non sa o non vuole rispondere.
La polemica nei confronti della letteratura e del mondo dei libri continua anche in Opera prima, in cui è protagonista una scrittrice esordiente in viaggio verso la sua prima presentazione, descritta come una vicenda di rara innocenza adulta. Anche in Il Terrore [Lato B] ritroviamo una scrittrice in viaggio in treno. Le domande sul finale lasciano aperte numerose questioni.  
In Gioco di bambola la protagonista è una ragazzina abbandonata da sua madre, con le sue nuove Barbie – una bianca e una nera – e i dispetti poderosi nei confronti della sua amica Ive, quasi da profilo serial killer.
Diversi temi sono ricorrenti: l’abbandono materno – spesso legato alla ricerca di un modo per lasciare il paese – che torna anche nel racconto Mamma: qui, la protagonista tratteggia sua nonna come una madre usando infinita dolcezza persino descrivendo dettagliatamente il suo sorriso. In Di piatti e di persiane un’adolescente alle sue prime esperienze amorose e sessuali, in assenza di sua madre, e accudita da sua nonna rivela il sapore di una crescita personale che va al di là delle scelte genitoriali e trova luce nell’amicizia; quest’ultima è tema principale anche di Come la prima volta, dove protagonisti sono due bimbi piccoli e le loro conversazioni multilingue, l’intrusione di un terzo bambino incrina il loro equilibrio amicale, ma un gesto estremo riporta tutto nella giusta prospettiva.

Le donne sono predilette protagoniste di una serie di racconti dai temi forti: Con un nodo in gola, Topi, Da quando ho iniziato, E c’erano le autostrade del sud raccontano storie di depressione post-partum – lacrime amare sono quelle della protagonista di Con un nodo in gola che tracolla in un mondo insondato e prestazionale nel suo flusso di in-coscienza – di violenza domestica e sessuale. In Dietro la tenda, si racconta di un rapimento e di una segregazione che sfocia in violenza fisica.

 

Non mi difendo, ho imparato da molto tempo che quando gli uomini hanno quel gelo negli occhi sono capaci di tutto per ottenere ciò che vogliono, ciò di cui il loro pene ha bisogno. [da Dietro la tenda]

 

Donne in lotta, case infestate dai topi, segregazioni domestiche messe in atto da familiari o da sconosciuti sono temi comuni a un’altra scrittrice capostipite della forma breve, Pauline Melville (i suoi racconti sono stati pubblicati in Italia da Tamu Edizioni nella raccolta Uno di questi due paesi è immaginario) che in comune con Antigua ha le origini caraibiche. I temi in Melville sono politici e si fondono in una narrazione dagli elementi prettamente fantastici, in Antigua il fantastico lascia il posto a un sottile surrealismo che incontra, in un’esplosione di verità, la realtà cronachistica.

Antigua è capace di descrivere in poche memorabili righe tanto le caratteristiche del personaggio quanto la sua condizione interiore, permettendo a chi legge di vedere i suoi personaggi muoversi nello spazio del racconto e di connettersi a loro. Il linguaggio quotidiano, un abile e sottile umorismo, vari esperimenti ritmici e un’impercettibile poesia sono gli ingredienti che, sommati alla conoscenza della tecnica narrativa della forma breve, fanno di questa raccolta di racconti un formidabile riuscito esempio.
E per citare ancora Cortázar «Un racconto si muove su quel piano dell’uomo dove la vita e l’espressione scritta di quella vita ingaggiano una lotta fraterna […] e il risultato di tale lotta è il racconto stesso, una sintesi vivente e insieme una vita sintetizzata, qualcosa come un incresparsi d’acqua dentro un bicchiere, una fugacità in una permanenza».
E permanenti restano queste diciotto vite raccontate.

Che cosa fa la gente tutto il giorno?, di Peter Cameron

Autore: Peter Cameron
Editore:
Adelphi
Traduzione:
Giuseppina Oneto
pp.
188 Euro 18,00

di Debora Lambruschini

A metà maggio, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, la raccolta di racconti Che cosa fa le gente tutto il giorno?, Peter Cameron ha trascorso un paio di settimane in Italia, incontrando lettori e giornalisti durante le tappe del suo tour partito da Torino. Un’intervista a tu per tu era stata concordata anche per Cattedrale, ma un piccolo intoppo di salute mi ha impedito di incontrarlo. Mi sono ritrovata quindi a leggere la raccolta consapevole di uno scambio mancato tra me e l’autore, di una serie di domande che sarebbero rimaste lì appese, ma che forse in un certo senso hanno anche amplificato la portata della lettura stessa, attraversata da molti interrogativi e spunti su cui soffermarsi nel tentativo di decifrare gli spazi bianchi della narrazione e le implicazioni di queste storie. Quello che so è che le dodici storie qui riunite nell’ottima traduzione di Giuseppina Oneto – tutte in precedenza apparse su rivista tranne quella che dà il titolo alla raccolta – è nel senso di smarrimento che contengono, nell’incapacità di comprendersi davvero e nel ritratto delle umane incertezze che dialogano con il lettore, proprio in quello spazio che “manca” alla narrazione e sì, al confronto con chi le ha scritte. Una raccolta eterogenea, pura – per fare un esempio tra le ultime raccolte lette, penso a Cose dell’altro mondo di Elizabeth McCracken – in cui si rintracciano alcune tematiche e spunti ricorrenti ma ogni storia resta autonoma e auto definita. E sono racconti che ben si inseriscono nella bibliografia di Cameron, scritti tra il 1984 e il 2014 e che attraversano quindi molta vita e molta produzione letteraria. Non sono la prova letteraria migliore dell’autore, che a mio avviso si muove più agilmente nel romanzo (nonostante la sua prima pubblicazione sia stata appunto una raccolta di racconti, One way or another, 1986), ma ne rappresentano una parte importante e riconoscibile, attraversate da una comune postura autoriale, un certo sentire, una direzione di sguardo. Temi e spunti che si ritrovano nelle narrazioni dell’autore statunitense e quella prosa dall’eco british, influenzata dagli studi in letteratura inglese e dal lungo soggiorno a Londra, di una certa attitudine letteraria: la prosa misurata, le atmosfere rarefatte, la cura particolare per i dialoghi – anche se poi è proprio l’incapacità di comprendersi dei personaggi uno dei cardini della narrazione.
Diceva Cortàzar che il racconto è paragonabile alla fotografia – il romanzo invece al cinema – per quella «rigorosa limitazione previa», che è propria del mezzo espressivo e del modo in cui il fotografo lo utilizza: ecco, i racconti di Cameron ben si legano a questo concetto e della fotografia anche come influenza e ispirazione ne sono esempio. A partire da “Una famiglia perbene” che è esplicitamente ispirato a una fotografia di Richard Tuschman, a sua volta influenzato dai quadri di Edward Hopper (cui dedica la serie fotografica “Hopper Meditations”): la caducità dell’essere umano, la distanza tra io interiore e frenesia della società moderna, solitudini e distanze, atmosfere taciturne. Il richiamo a questi artisti permea ben più di un singolo racconto, evocando una simile postura nelle solitudini, nelle inquadrature, nell’ordinario e quotidiano su cui si concentra lo sguardo narrativo. Le storie di Cameron fotografano frammenti di vite ordinarie scosse da svolte spiazzanti, ne scandagliano le solitudini e lo smarrimento, i rapporti, le incomprensioni. A partire da sé stessi, da quanto sia difficile comprendersi e accettarsi fino in fondo e, quindi, della distanza tra noi e gli altri.

 

Pensò alla sua vita e alle cose che le succedevano, a come fosse impossibile impedire che succedessero, controllarle. Sembrava di galleggiare in una piscina della grandezza di un oceano insieme a tutte le cose che potrebbero capitarci nella vita, e poterne sfiorare solo alcune, in modo del tutto casuale, e che tutte le cose desiderate fossero sottili e scivolose come pesci. (“Mercatino d’inverno”, p. 120)

 

Gli uomini e le donne di Cameron nuotano in questa immensa piscina sfiorando desideri e cose che potrebbero essere e accadere, ma su cui in fondo pare suggerire l’autore abbiamo ben poco controllo o perfino consapevolezza. Ed è nelle parole non dette, nei dialoghi che sembrano correre su binari diversi, che si muovono i rapporti scandagliati con tanta precisione, nelle solitudini e mancanze, nello spaesamento dell’età adulta in cui spesso non sappiamo collocarci. Come Laine, appena atterrata a New York dopo mesi nei Peace Corps, che non riconosce niente della vita di prima e fatica a trovarvi un posto ed è nel luogo più inatteso – un parco a tema – che per qualche momento le pare invece di ritrovare e ritrovarsi. Ma è un equilibrio precario, una quotidianità effimera, destinata a non durare.
È, ancora, lo spaesamento di un uomo che preferisce lasciar credere alla moglie di avere una relazione pur di non rivelarle che nasconde un cane nella cabina armadio, di cui si prende cura ogni notte, mentre tutto intorno a lui va in pezzi sotto il peso della menzogna.
Ma che cosa fa quindi la gente tutto il giorno, viene da chiedersi? Prova a vivere. Annaspando in quella piscina dove non si tocca, sfiorando le cose che avremmo voluto, afferrandone un paio, provando a tornare indietro per poi capire che non è possibile, come i due ex amanti di “Area arrivi e partenze”.

 

Ho pensato: che pena coloro che non sono più amati. Che meticolosità nel soffrire, e nel coltivare il rifiuto tormentandosi di continuo le ferite. (“Area arrivi e partenze”, p. 73)

 

C’è una malinconia di fondo che attraversa queste dodici storie, la solitudine e lo smarrimento di un quotidiano che per i protagonisti è ben lontano dall’immagine che ne avevano abbozzato anni prima, da ciò che speravano per l’età adulta. E quando la osserviamo quell’età adulta, quando per un attimo cade il velo che la separa dal mondo dell’infanzia, si rivela in tutte le sue mancanze. «La vita non ha mantenuto le sue promesse o era sbagliato il sogno» si chiedeva Paolo Zardi in un racconto de La gente non esiste, quello studio chirurgico dell’uomo, la crisi dell’età adulta, le aspettative che si scontrano brutalmente con la realtà. Realtà e vita adulta verso cui pare di precipitare, un tuffo di testa:

 

Mi sentivo sospeso in aria, sopra quell’orribile acqua azzurro acceso, ma non riuscivo a girare il corpo anche se stavo precipitando in modo pericoloso e a tutta velocità. (“Testa o piedi”, p. 166)

 

Sono storie di distanze – dalle persone che amiamo o abbiamo amato, dall’idea che abbiamo di noi stessi e dall’immagine della vita che desideravamo – di connessioni umane fugaci, attraversate di profonda malinconia: due vecchi amici di fronte alla malattia terminale che si ritrovano per sgombrare la casa, la caducità della vita che dialoga con la fine di un rapporto sentimentale, fuoriscena eppure altrettanto protagonista; una famiglia disfunzionale, adulti assenti e una ragazza che crea nella finzione un sostituto a ciò che manca; una giovane vedova caduta nella disperazione, il ricordo della vita felice, l’abbandono alla solitudine; la fine di un amore e un sentimento non ricambiato tra due ex che si ritrovano brevemente per una vacanza insieme.
Le relazioni, in fondo, nient’altro che questo, sono il cuore di questi racconti su cui lo sguardo di Cameron si posa senza giudizio, restituendoci una fotografia delle nostre fragilità, del senso di inadeguatezza e dello scarto che c’è tra l’immagine che proiettiamo di noi stessi e ciò che realmente siamo e desideriamo. Della distanza tra queste due che talvolta diviene insopportabile. E quell’io intimo, da proteggere, tenendo ben celato, in una società, sembra suggerirci Cameron, in cui non c’è spazio per la tenerezza. Sono dodici piccole increspature del quotidiano, un movimento minimo della superficie che agisce ben più forte però in profondità. 

Dialoghi in cielo, di Can Xue

Autore: Can Xue
Editore: Utopia
Traduzione: Maria Rita Masci
pp. 128 Euro 17,00


di Francesca Piovesan

Utopia Editore, con la traduzione di Maria Rita Masci, porta in Italia Dialoghi in cielo, una delle prime e più acclamate raccolte di racconti di Can Xue, pseudonimo di Deng Xiaohua, voce più acclamata della letteratura cinese contemporanea.
Xue, dopo aver svolto vari lavori nella sua vita, tra cui l’operaia, l’insegnante e la sarta, lavori che ritornano nelle pagine di questa raccolta, ha iniziato a dedicarsi alla scrittura da metà degli anni Ottanta, diventando un’esponente di picco della letteratura sperimentale.
Già candidata, nel 2019 e 2021, per l’International Book Prize, la sua scrittura è stata definita dal The New York Times “una corsa nel buio in discesa: si gode dello slancio, ma si ignora le direzione”.
Ed è proprio questo che si perde mentre si prosegue la lettura: la direzione.
Xue tramite uno stile che è flusso malinconico alla Woolf, che riprende misteri alla Kafka, sfociando in un irrazionale che è onirico e perturbante, ci conduce attraverso la civiltà cinese, maternamente oscura e parallelamente moderna.
Non è un caso che uno degli elementi ricorrenti nei racconti sia la figura materna; una madre negligente, una madre anaffettiva, una madre foriera di terrore e persecuzione come nel racconto “La capanna sulla montagna”, in cui la famiglia, la casa sono terrore, orrore.
La madre diventa un ostacolo per la protagonista, la rottura del punto di equilibrio che lei cerca di ottenere sistemando continuamente un cassetto, guardando dalla finestra una capanna, simbolo di liberazione.

La mia sorella minore corre a dirmi di nascosto che mia madre ha deciso di spezzarmi le braccia, perché quando apro e chiudo il cassetto il rumore la fa impazzire. Ogni volta che sente quel rumore, soffre a tal punto da immergere la testa nell’acqua gelata e tenercela finché non si prende un forte raffreddore.

Madre che si scioglie in un catino di acqua saponata in “Bolle di sapone sull’acqua sporca” :

Mia madre si è sciolta in una bacinella di acqua saponata. Non lo sa nessuno. Se qualcuno sapesse come sono andate le cose, mi darebbe della bestia, dell’assassino sordido e sinistro.

Bestia nella quale il figlio si tramuterà, alla fine del racconto, diventando un cane con la bava alla bocca nei confronti della folla curiosa.
Madre che si potrebbe interpretare come Madrepatria, quella Cina fatta di persecuzioni politiche che Xue descrive nel racconto che apre la raccolta “La splendida estate del Sud”, dove è una nonna, una figura magica che richiama le antiche origini, l’unione con la natura, le piante e gli animali, a tenere unite le redini di una famiglia esiliata, povera, istruita e rieducata dal regime.
Il freddo, il ghiaccio, la neve che blocca i corpi, gela gli occhi, immobilizza tutto e tutti in una condanna definitiva ritorna quasi in ogni racconto, a cristallizzare personaggi e luoghi, incubi e universi di realtà.
”Quello che mi è capitato in quel mondo” è storia di internamento, di diversità, di condanna da parte del gruppo, anche familiare, di chi sente di più, di chi è ancorato alla sensibilità come rifugio, come uscita di salvezza:

I pensieri in cui è immersa la balena bianca sono eterni, frammenti di ghiaccio si urtano lontano… nel mondo di ghiaccio non c’è notte, non c’è giorno.
“…i parenti si erano accorti di questo mio correre su e giù lungo l’argine del fiume, ed erano convinti che fossi malata. Approfittarono di quando ero profondamente addormentata per legarmi mani e piedi, quindi mi chiusero in un tempio diroccato.
La notte, nel tempio si muoveva un numero indefinito di spiriti e qualcosa saltava all’impazzata sottoterra. Quando mi fecero uscire ero veramente ammalata. Il mio viso era gonfio e trasudavo muco, le mie gambe seccate dal vento tremavano.”

Cuculi, uccelli notturni, api che si devono cercare di notte, serpenti sono animali totemici che possono condurre nell’immaginifico, che possono ricoprirsi di aloni magici, veicolare visioni, allucinazioni, metamorfosi. Odori e suoni scatenano le percezioni che portano altrove, all’infanzia, a un amore perduto come “Nell’istante in cui canta il cuculo”, dove una stazione diventa un portale per raggiungere una scuola, un compagno di banco con una camicia blu da studente, e una farfalla appuntata al petto.
C’è anche spazio per l’amore fra coppie, coniugale o meno, reale o meno.
Amori che si ritrovano in un’isola deserta “mentale” dopo essersi incontrati tutte le mattine, alle cinque, per vent’anni. Incontrati vedendo sempre le spalle dell’uomo, scoprendo il suo viso solo in questo finale di favola, come gesto liberatorio, come confessione, svelamento:


Quando arrivava mi volgeva la schiena, non si è mai voltato. La sua schiena era ampia. Scoccate le 5, gocce di pioggia cadevano sulle foglie della palma fuori dalla finestra. Ripeteva ossessivamente la stessa frase: “Se ora fuori spuntasse il sole, gli scarafaggi si tramuterebbero in elicotteri”.
I suoi passi erano leggerissimi e se ne andava sempre all’improvviso. Appena la porta della stanza si chiudeva, il mio collo si riempiva di rughe.

O come nei tre capitoli/racconti di “Dialoghi in cielo I, II, III”, dove gli incontri d’amore, le sparizioni di amore, le rincorse d’amore si affidano al profumo di una tuberosa da attendere tutte le notti, a mezzanotte. O la ricerca di un compagno/compagna ideale, spesso, non è altro che la nostra trasposizione nella figura dell’altro.
Sono anche amori contrastati, in “Le ansie di Amei in una giornata di sole”, sempre dalla stessa famiglia, ancora una volta dalla madre, figura vestita di nero, scontrosa, che alleva un nipote ad aglio crudo; un nipote che non sa chiamare la vera madre “mamma” e l’apostrofa con un “Ehi” come il marito scappato, lontano, che è ridiventato scapolo, che ha guarito le pustole del suo viso con un amore rubato e gettato.
A conclusione della raccolta, Can Xue, pone i due racconti più terribili, spaventosi.
“Nella landa desolata”,  i protagonisti sono marito e moglie che vagano insonni da notti in stanze enormi, sporche, immense, prigionieri di passi che si sentono sul pavimento e di bocche che masticano, in una discesa agli inferi che troverà la sua fine nella landa desolata:


Quella sera, dopo essersi addormentata, improvvisamente si accorse che non stava dormendo. Allora si alzò e si mise a camminare su e giù per la stanza buia, le tavole sconnesse del pavimento scricchiolavano sinistre. Nell’oscurità, qualcosa di ancora più scuro stava accovacciato in un angolo, faceva vagamente pensare a un orso. Muovendosi fece scricchiolare anch’esso le tavole del pavimento.

“Chi è?”
La voce le si smorzò in gola.
“Sono io”.
La voce spaventata del marito.
Ebbero l’uno paura dell’altra.

Il racconto finale “Il lucernario” mette in scena un incubo a occhi aperti: un figlio maggiore che segue un uomo che “brucia i morti” e “scava buche” in un viaggio psichedelico fatto di uva coltivata, cenere, pozze che si riempiono d’acqua per marcire, vedendo da lontano la sua casa, i suoi genitori malati, mortiferi, i fratelli minori sciocchi, trasformati in animali senza acume.

Can Xue è una scrittrice onirica, che dipinge un universo forse a noi occidentali incomprensibile, perché non abbiamo le radici di questa cultura. È flusso gotico, e anche grottesco. È antichità sepolta che striscia con le serpi, che suona con i flauti, che porta nell’altrove della sperimentazione, del ritorno all’immaginazione liberata.

Spazzolare il gatto, di Jane Campbell

Autore: Jane Campbell
Editore: Atlantide
Traduzione: Federica Bigotti
pp. 176 Euro 17,50

di Francesca Piovesan

“ La voglia di un vecchio è disgustosa ma la voglia di una vecchia è peggio.
Lo sanno tutti. Susan lo sapeva di sicuro.”

Inizia così la raccolta di racconti Spazzolare un gatto dell’esordiente Jane Campbell, autrice inglese di ottant’anni, pubblicata da Atlantide Edizioni, collana Blu, per la traduzione di Federica Bigotti.  Credo sia fondamentale sottolineare l’età per due aspetti: il tanto agognato esordio che, come si può notare in questo caso, non arriva mai troppo tardi perché la creatività e il saper scrivere, l’allenarsi a scrivere,  è un esercizio continuo, di ricerca, di coraggio nelle proprie capacità e abilità, coraggio anche nel decidere di uscire dalla propria comfort zone come è successo alla stessa Campbell che, per anni, come lei stessa ha dichiarato in un’intervista uscita su Il Libraio, ha scritto continuamente, febbrilmente, di tutto: articoli, testi brevi, poesie, per poi approdare a un primo racconto.
Spazzolare il gatto è stato scritto mentre era in vacanza con il figlio e la nuora e si prendeva cura di Lucy, uno dei due siamesi anziani. Da questa gatta, che inarcava la schiena per il piacere, è nato tutto.
Campbell, poi, aveva spedito il racconto a The London Review of Books e benché la rivista non pubblichi fiction, il testo aveva visto la stampa in poche settimane.
Da lì, da questa serie di circostanze che si riassumono nella parola vita, e anche nella fiducia nelle proprie parole, sono nate le storie di tredici donne; tredici donne anziane, tutte sopra la settantina come lo era l’autrice al tempo della stesura, tutte donne con un punto in comune: la riscoperta del desiderio.
Qui, entra in gioco il secondo aspetto legato all’età: il desiderio in età avanzata, il desiderio che una vecchia, come Susan, non dovrebbe provare, perché primariamente inficiato dall’età, un’età che non è nemmeno matura, è oltre, è senilità, pace dei sensi, oblio.
Vecchiaia che richiama gli anni Quaranta, Cinquanta, fatti di cose appropriate, di educazione impartita, di donne rispettose di voleri paterni o materni: matrimonio, figli, una vita di serenità da rivista, che con il sopraggiungere della fine biologica, svolta; svolta all’improvviso, repentinamente, ancora per la vita, verso il desiderio da realizzare.

È proprio la stessa Susan a dire nel primo racconto “Susan e Miffy”:

“Susan sapeva che era importante essere, prima di tutto, una signora. Non era appropriato, non era mai appropriato, pensare in certi modi, vestire o mangiare o parlare in certi modi. E fantasie come quelle erano oltraggiosamente, terribilmente sbagliate. Erano palesemente sbagliate, si disse. Erano disgustose. E distolse gli occhi da Miffy…”.

Ma il richiamo del piacere che, in questi racconti, si declina in vari modi: dall’erotico, al mentale, al romantico, al piacere che deriva da una piena e rotonda consapevolezza del proprio corpo, della fine, della caducità, della volontà di decisione che può trascendere le protagoniste per liberare altri corpi, è forte, impetuoso, travolgente; conta poco l’età, conta pochissimo, sebbene sia un elemento evidente nella sua, a volte, goffaggine, paura:

Guardò la mano di Miffy poggiata sulla trama ruvida della coperta d’ospedale colorita e ricordò che un tempo, come dolcetto all’ora del tè, le era concesso del pane caldo tostato con burro e sciroppo di zucchero e che quando il burro gocciolava da sotto lo sciroppo luccicante aveva esattamente quel colore; il colore della pelle di Miffy. E Susan dovette trattenersi dall’allungare il braccio per toccarla e quasi, pensò, confusamente, dal mettersela in bocca.

Se queste righe cariche di erotismo non vi hanno spiazzato per fastidio, ma incuriosito per la scoperta di un punto di osservazione insolito, la raccolta è fatta per voi.

Scorrerete attraverso “Il graffio”, il racconto di un corpo vecchio che dimentica l’atto del ferirsi, forse sepolto in un incontro del passato, con un altro corpo, ma giovane: “ Lo splendore di quella ragazza, l’odore del suo sangue, la piega dei suoi fianchi, il profumo che sprigionavano i suoi capelli e la sua pelle umida. Com’era stata bella.”

Spazzolare il gatto, finalmente, è la vita domestica di due femmine anziane, forse la stessa Jane e la gatta; femmine che si cercano, hanno cura l’una dell’altra, in un continuo rispecchiarsi fisico che lascia poco scampo: “Ha un muso invecchiato, come ce l’ho io, ovviamente.” “ È praticamente senza denti. Sono un punto debole  nei siamesi. Questo probabilmente aggrava il problema della caccia. Io ho ancora  i miei denti ma sono tutti rivestiti e incapsulati e così via. Mi fanno abbastanza male. A volte penso che sarebbe più semplice farseli togliere come hanno fatto con quelli della gatta.”

Ci sono moltissimi animali in questi racconti: gatte e farfalle che trasportano il lettore in Africa come in “Lamia”, il nome d’amore, il nome che può annunciare un morso, il veleno, la tragedia, che diventa un atto di estrema e assoluta bellezza nelle descrizioni del paesaggio che Campbell conosce bene perché ci ha vissuto, nello Zambia e in Sudafrica:

Adesso la luce si stava scurendo, ma con quella luminosa qualità che l’immenso cielo africano conserva anche la notte. Le zebre che erano state a girovagare tra le palme erano tutte sparite. Un piccolo motoscafo con il tetto di foglie e turisti in gita la tramonto si stagliò per un attimo nel cielo albicocca e tra le nuvole porpora. E ,giusto in tempo, sopra il mormorio del fiume
e il tuonare delle cascate lei avvertì il ronzio di una zanzara….

Ci sono cani amati, perduti come in “Schopenhauer e io”, dove un robot, un’intelligenza artificiale, vuole monitorare costantemente la vita di Martha, residente in “una discarica per anziani”o aggressivi, enormi, vittime di un ego maschile che esce sempre distrutto da queste righe, a pezzi, frantumato, vero fautore della fine, salvo rarissimi episodi di amore e piacere vicendevole.

“Gentilezza” è sicuramente il racconto più spietato dove una piccola cittadina balneare sulla costa occidentale dell’Inghilterra (c’è sempre molto mare in questi racconti anzi, molta acqua. Acqua salata, acqua dolce, acqua che lava, che nasconde, che ristagna, che dona vita e morte, quasi una trasposizione del piacere, una sorta di orgasmo primitivo e mortale. Bisognerebbe sempre domandarsi perché si scrive d’acqua, cosa scava e porta alla luce questo elemento di cui siamo per la maggior parte composti) è il palcoscenico dell’atto più gentile della vita della protagonista, una donna sola, senza un cane, che passeggia, sempre all’interno o appena appena all’esterno di una comunità di pensionati.
Il cane Bruto, senza ironia, è di una coppia di vicini e sarà il perno del racconto.

“Ogni giorno le spiagge si riempiono di anziani come me che portano a spasso i loro cani nei loro Barbour e stivali da pioggia. Io sono decisamente troppo egoista per avere un cane ma mi piace camminare e so che mi fa bene, quindi faccio una passeggiata di un paio di chilometri ogni mattina sulle spiagge disegnate dalle onde, dentro le tante piccole pozzanghere d’acqua salata depositate dalla corrente in ritirata e guardo lì sulla sabbia bagnata le nostre orme tanto numerose e varie. Comunque, per quanto varie possono essere, sta di fatto che le mie sono indistinguibili dalle altre e questa osservazione porta, come fanno così spesso le passeggiate lungo il mare, a meditazioni filosofiche su quanto io sia davvero diversa da questa gente spaventosa o se in realtà non sia anche io stupida e insulsa come loro.”

La morte è ovunque in queste pagine.
Tuttavia è naturale solo per i personaggi di contorno; spesso è indotta volontariamente o meno, perché anche le sponde di un fiume, se non conosciute possono essere quel vascello che traghetta, anche due occhi uguali possono essere la spia di un futuro in una scarpata nel bosco, anche un vialetto ghiacciato può portarti a immaginare una morte da amata ma sola, come nell’ultimo della raccolta “Essere soli” che è, sicuramente, il racconto più emotivo, delicato, dove l’amore fra due donne molto diverse nasce in una maniera insolita: un rifugio, una cura dopo un’alluvione, ancora l’acqua che travolge e trasporta, e la scoperta, per la prima volta, del sentire la solitudine, nel desiderare così tanto un’altra persona da percepire la propria solitudine in una casa, durante una tempesta, dall’altra parte del telefono.
Ci sono sprazzi di pandemia, parole che si dimenticano, algoritmi che dovrebbero rendere migliori le giornate di chi non ha famiglia, o figli, righe oniriche su amori di gioventù, ma i racconti dove il piacere, di qualsiasi tipo, predomina, perché è potere nel dare e nel darsi, rendono questo libro il caso letterario che profuma di olio per pelle secca e frutti proibiti.

 

L’uomo che vendeva aria in Terrasanta, di Omer Friedlander

Autore: Omer Friedlander
Editore: NN
Traduzione: Abigail Piccinini.

pp. 240 Euro 18

 
di Anna Lo Piano

Omer Friedlander L’uomo che vendeva aria in Terrasanta, NN, traduzione dall’inglese di Irene Abigail Piccinini.
Per iniziare a parlare della raccolta di racconti di Omer Friedlander L’uomo che vendeva aria in Terrasanta, da poco pubblicata in Italia da NN, e tradotto da Abigail Piccinini, vorrei partire dalla fine.
A pagina 231, dopo una doverosa lista di editor, mentori e amici, e una di libri, film e documentari sulla storia di Israele e della Palestina che sono serviti per le sue ricerche, Friedlander ringrazia David Grossmann. Lo fa inserendo fra le fonti “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, ma soprattutto riportando un brano di una sua intervista:

 

«Ciascuno di noi ha una specie di storia ufficiale che presenta agli altri[...] Ma se siamo abbastanza fortunati da trovare un buon ascoltatore, un testimone empatico, allora ci indurrà a raccontare non solo la nostra storia ufficiale, ma anche la storia sottostante. [...] Questo ci costringerà a rinunciare alla protezione della storia ufficiale che per noi è diventata una trappola e persino una prigione. [...] Il potere di una buona storia non è quello di proteggerci, ma di esporci e portarci a più stretto contatto con la nostra stessa vita»

 

Negli undici racconti che compongono la raccolta, la storia ufficiale è certamente presente, da “Le arance di Giaffa”, che attraverso la memoria di un anziano coltivatore ripercorre le vicissitudini della città dall’impero ottomano alla Nakba, fino al “Miniaturista”, dove la memoria si spinge fino alla Spagna Omayyade. Non mancano i check point, i campi profughi, le città del deserto e le tribù beduine, la guerra in Libano e nel Golan, i bombardamenti su Gaza e i tunnel per il contrabbando. Ma a raccontare sono voci che veicolano una propria versione dei fatti, molto poco ufficiale. E i personaggi nascondono, dietro la forma visibile che mostrano al mondo, dolori e desideri stratificati in segreto.
Nato a Gerusalemme nel 1994 e cresciuto a Tel Aviv, Omer Friedlander è nipote di Saul Friedlander, famosissimo in Francia come storico dell’Olocausto. In vari suoi interventi, c’è un ricordo del nonno che riporta spesso. Lui e il fratello, ancora bambini, erano andati a trovarlo a Parigi, con l’intenzione tra l’altro di registrare i suoi racconti. C’è molta aspettativa sull’incontro con questo avo dai capelli grigi e fluenti. Ma alla fine, seduti al ristorante insieme a lui, rimangono così affascinati dall’enorme piatto di patatine che troneggia sul tavolo che dimenticano di accendere il registratore.
Un’eco di questa figura si trova in “Il sopravvissuto sefardita”. “Sono sempre stato geloso dei miei compagni di classe ashkenaziti con i nonni sopravvissuti alla Shoah” spiega il giovane narratore “Mio fratello Zohar e io siamo sefarditi”. La loro missione è portare anche loro, come gli altri compagni di classe, un parente sopravvissuto per il Giorno della Memoria, che possa raccontare gesta epiche e terribili. E soprattutto battere il terribile e antipatico

 

Matan Mordechai Mendelbaum, che aveva sempre le storie migliori. Suo nonno non era solo un sopravvissuto, era anche uno storico stimato, uno specialista mondiale del settore, i cui libri sulla Shoah avevano vinto premi e riconoscimenti.”

 

I due fratelli trovano quindi un vecchio sefardita e gli chiedono di fare la parte del nonno. Per Yehuda inventano delle storie mirabolanti e avventurose, ma il vecchio, invece di limitarsi a ripeterle, si comporta in modo strano: cura il giardino, cucina, ha ribellioni adolescenti. La loro idea appare come un completo fallimento finché non decidono di ascoltare finalmente la vera storia del vecchio, che è bellissima, e malgrado non abbia niente a che fare con la Shoah, contiene il senso di tutte le stranezze che ha fatto sino a quel momento.
Se c’è una terra in cui a raccontare la propria storia si finisce sempre per pestare i confini di quella dell’altro è sicuramente Israele. Lo sa bene Grossman che ne ha fatto il cuore della sua narrativa, con la capacità di vedere attraverso altri occhi, anche quando sono quelli del nemico.
Nel racconto “Il collezionista di sabbia”, una ragazzina che abita nel deserto del Negev scopre che c’è un altro modo di guardare e nominare la terra su cui abita, ma soprattutto per la prima volta si rende conto che fa parte di un “voi”, che può essere vista come “altro”. Un bel colpo per la propria identità.

«Mio padre mi ha insegnato tutti i vecchi nomi beduini dei luoghi del deserto» disse Salim. «Prima che arrivassero i sionisti e cambiassero tutti i nomi».
Non mi piacque come disse “sionisti”. Era come se avesse detto una parolaccia. Io non sapevo proprio di che cosa stesse parlando, ma non ero disposta ad ammetterlo.
«Non abbiamo cambiato nessun nome» dissi, provando a suonare sicura di me.
«Sì, invece. La mia famiglia è qui da moltissimo tempo. Io sono della tribù Al-Azazmeh. Avevamo i nostri nomi per tutti i posti e voi li avete cambiati tutti».
«Non è vero» dissi io. «Come abbiamo fatto a cambiare i nomi?».
«Il Comitato per la designazione dei toponimi nel Negev».
«Te lo sei appena inventato».

 

Per riuscire ad assumere la visione dell’altro bisogna spostare la propria prospettiva, conquistare una distanza necessaria a vedere le cose più chiaramente. In una intervista Friedlander fa riferimento alle lezioni americane di Calvino, quando affronta il mito di Perseo e Medusa per parlare della scrittura, della necessità di riflettere lo sguardo del mostro per non esserne inceneriti. Lui, dice, ha cercato sia lo sguardo di sbieco di Perseo che quello pietrificante di Medusa.
Dopo aver studiato in Inghilterra e negli Stati Uniti, Friedlander ha scelto di scrivere in inglese, e per sua stessa ammissione è una scelta che ha un preciso valore nel modo di rapportarsi a una materia tanto vicina a sé. Nella nota finale, la traduttrice Piccinini la commenta così:

 

Mi piace pensare che abbia scelto di scrivere in inglese perché aveva bisogno di staccarsi emotivamente almeno un po’ dai suoi personaggi per raccontarli vivi e autentici nel loro coacervo di contraddizioni surreali, tenere e crudeli, dolorose e immaginifiche, senza lasciarsene risucchiare troppo. Mi piace pensare che abbia avuto bisogno di tradurli in una lingua diversa dall’ebraico per poterli raccontare in modo più avvertito, più autentico e più vero.

 

Creare una distanza per raggiungere l’autentico, può sembrare una contraddizione, ma forse è necessario a liberarsi di quella narrazione fossilizzata di cui parla Grossman, dalle identità standardizzate. Al cuore di ogni racconto c’è una relazione conflittuale che mette a nudo le proprie molteplici identità.  Ognuno dei suoi personaggi fornisce una propria visione del mondo, maturata attraverso perdite e desideri, ma anche il modo di interpretarli. L’attivista di mezza età che ogni giorno si reca al check point fa continuamente riferimenti al teatro, a Kakfa, perché quel tipo di storie hanno formato il suo modo di leggere la vita, persino il proprio lutto. I bambini di “Meduse a Gaza” interpretano la tristezza del padre di ritorno dalla guerra attraverso le favole che lui raccontava. Nell’”Uomo che vendeva aria in Terrasanta”, l’accanimento a ribadire l’assurdo è tanto di Simcha quanto di sua figlia Lali, che finge di credere alle storie del padre per non ferirlo, per non togliergli il suo pezzo di realtà.
In “Sherazade”, un soldato israeliano è ben consapevole del potere delle storie della donna. Sa che il finale sarà tragico, e allora come in una battaglia sguaina il proprio, e racconta come un lupo, una volta, gli ha salvato la vita.

C’è molta ironia, molta infanzia e molta immaginazione in queste storie, costruite in parte come favole, usando ripetizioni, ribaltamenti e strutture simmetriche, come nel racconto delle due donne, madre e figlia, che camminano sette giorni avanti e indietro (Walking Shiva), con un riferimento esplicito nella parte centrale a Cappuccetto Rosso.
E mi piace chiudere allora con un’ultima storia, che la traduttrice inserisce nella nota finale, come un’ennesima possibilità:

 

Quando Omer Friedlander aveva cinque anni, vivevo a Gerusalemme, studiavo l’ebraico grazie a una borsa di stu-dio e conoscevo e frequentavo i paesaggi e i personaggi dei racconti che lui avrebbe poi scritto in inglese una ventina d’anni dopo. Mi piace pensare che potremmo esserci incro- ciati per caso senza saperlo, per strada oppure sull’autobus, o magari sulla spiaggia a Tel Aviv. Se ci fossimo incontrati ci saremmo ignorati, non ci saremmo degnati di uno sguardo, chiusi nei rispettivi mondi delle rispettive età. Oppure sarei entrata anch’io in uno dei suoi racconti.

Forse quella bottiglia di aria della Terrasanta che tengo sul comodino non l’ho comprata invano.

Uno shock, di Keith Ridgway

Autore: Keith Ridgway
Editore: Sur
Traduzione: Federica Aceto
pp. 306 Euro 18,00

di Debora Lambruschini

 

Delle etichette editoriali che si applicano alle raccolte di racconti quella di “romanzo a racconti” è una delle più frequenti. Certo, continua a far storcere il naso a noi amanti della forma breve, convinti che la subordinazione al romanzo dovrebbe ormai da tempo essere finita e i racconti avere dignità di mercato propria. Ma la realtà la conosciamo bene e vendere una raccolta esattamente per quello che è può alienarsi per partito preso una fetta considerevole di lettori e  - la grande affluenza all’ultimo Salone del libro di Torino non ci inganni – il mercato editoriale nostrano non se la passa poi benissimo. L’etichetta di romanzi a racconti in effetti si adatta bene però a Uno shock, dello scrittore irlandese Keith Ridgway – magistralmente tradotto dalla sempre ottima Federica Aceto per Sur – come a suo tempo per Olive Kitteridge di Elizabeth Strout. O forse, ancor più specifica, potrebbe essere l’etichetta di short story cycle, per primo utilizzata dal critico statunitense Forrest Ingram a indicare quella forma intermedia tra racconto e romanzo in cui la struttura è retta da un pattern complessivo, centrale: una serie di racconti, quindi, in cui ognuno è legato all’altro in equilibrio tra autonomia e unità del tutto, dove temi e motivi si esplicano nell’unità complessiva in una relazione su vari livelli tra i racconti della sequenza. Le nove storie di Uno shock, pur mantenendo un certo grado minimo di autonomia – specie alcune – è nell’insieme infatti che rivelano il loro potenziale; l’architettura che tiene insieme le storie è data in questo caso dalla ricorrenza di alcuni temi, dall’ambientazione, dall’occorrenza di personaggi e, non da meno, dalla circolarità della trama. Se vogliamo apporgli un’etichetta, quindi, per me quella di short story cycle è la più adatta da applicare a questo testo: identifica le scelte formali di cui si compone, è parte integrante della sua struttura, ci aiuta in un certo modo a ragionare sul testo che abbiamo di fronte e tentare di penetrare il mistero della scrittura. In quest’ottica mi sembra che il discorso sull’etichetta appropriata abbia una sua funzione critica ed è quindi dagli elementi peculiari del short story cycle che voglio partire per riflettere sul testo di Ridgway, le sue stratificazioni, le circostanze, il ponte che crea fra tradizione letteraria e aderenza al contemporaneo.
Le nove storie di Uno shock si muovono tutte sul palcoscenico urbano, in un quartiere popolare e a rischio gentrificazione del sud di Londra (ecco qui la prima occorrenza tra i racconti) e, zoomando ancora, nello spazio specifico e quotidiano di case e stanze. Del quartiere, di Londra, cogliamo le difficoltà di una politica distante e inetta, il divario economico, il problema sempre più urgente della gentrificazione. Un tema quest’ultimo che oggi ha sempre meno i contorni del topos letterario fine a sé stesso per farsi invece fotografia di una criticità globale, ben inquadrata per esempio da autori come Zadie Smith (penso per esempio alla raccolta di racconti Grand Union), Jonathan Coe (nell’ultimo romanzo, Bourville), Bryan Washington (Lot), Scott McClanahan (Crapalachia), Kali Fajardo Anstine (Sabrina&Corina), Ron Rash, per citarne alcuni, narrazioni letterarie di un fenomeno pericolosamente reale e che sta già da tempo coinvolgendo anche le nostre realtà italiane.
Sono le persone, che quella città, quel quartiere, quelle stanze le popolano, il cuore pulsante dei racconti di Ridgway, di cui l’autore con impeccabile orecchio riproduce i dialoghi, nelle case, ai tavoli del pub e, soprattutto, ne rappresenta le fragilità, le piccole gioie e i dolori, il quotidiano scosso da un elemento disturbante, una battuta d’arresto, un errore. Uomini e donne, bianchi e neri, un microcosmo che prende vita grazie appunto all’attenzione ai dialoghi e a un uso ben calibrato del flusso di coscienza. La condanna per ogni autore irlandese è quell’inevitabile confronto – per similitudine o contrasto – con Joyce e nemmeno Ridgway si è sottratto al paragone, evidenziato dallo strillo in copertina preso da una recensione del Times: «come Finnegans Wake, ma leggibile», a sottolineare tanto l’appartenenza letteraria quanto il distacco dalla tradizione. Ma, come anche altri critici hanno notato, se al parallelo con Joyce non vogliamo sottrarci è forse quello con i Dubliners ad avere qualche punto di contatto in più, quantomeno nel desiderio di raccontare storie di vita quotidiana entro i confini della città – Dublino in quel caso, Londra in questo. L’uso del flusso di coscienza di reminiscenza modernista è efficacemente utilizzato da Ridgway nel suo significato primordiale e magari meno letterario, permettendo al lettore di avvicinarsi quanto più possibile ai personaggi, partecipare ai loro dubbi, alle epifanie, al quotidiano, esplorando varie sfumature della natura umana e dei sentimenti, in una narrazione mai appesantita. La sensazione è quella di un narratore che ha presa salda sulla materia letteraria e che in un certo senso gli preferisce la realtà, il contemporaneo, l’orecchio sempre teso ai dialoghi, l’occhio sul mondo che lo circonda. E che nel pub, luogo simbolo per eccellenza, ha il suo ritrovo ideale: di fronte al bancone di The Arms sfilano tutti i personaggi di queste storie, inquadrati da angolature diverse, si svelano piano piano al lettore, ma mai del tutto. Ecco, c’è una certa misura di mistero che pervade le storie, di non svelato, una serie di spazi bianchi della narrazione che Ridgway dosa sapientemente e con i quali noi lettori di racconti siamo abituati a confrontarci, andando a caccia di indizi, colmando fin dove possiamo i “vuoti”, ciò che resta laterale nella fotografia e che pure intuiamo essere importante quanto i soggetti in primo piano, perfettamente a fuoco. È, per esempio, l’etichetta con cui il ragazzo de “Il piccione” – soprannominato appunto Pidgeon dal verso che ogni tanto emette – è abituato a fare i conti, il fratello bello che sottintende un “ma stupido” e che apre mondi nella narrazione; è la crisi che colpisce Stan, uno dei personaggi più ricorrenti eppure per certi versi il più inafferrabile, quando scopre un ratto nella cucina di casa; sono le chiacchiere a una festa, in apparenza superficiali, effimere, nel racconto che chiude la raccolta e ne rivela pienamente la circolarità della struttura.
Il flusso di coscienza controllato e i dialoghi vividissimi, si intrecciano a formare una narrazione tesa tra reale ed elemento imprevedibile che talvolta supera i bordi del realismo stretto per aprire ad atmosfere dai contorni meno definiti, in racconti ove il senso di mistero che pervade la scrittura assume una connotazione ulteriormente significativa.

 

Per un po’ non c’è niente. Cos’è un po’? Nessuno viene. Nessuno chiama. David non è in camera da letto. E nemmeno in bagno. L’ingresso è vuoto. Come anche il soggiorno e la cucina. Non è in queste stanze.

È nell’altra stanza, la quinta.

E a saperlo siamo solo io e voi.

(“L’appartamento”, p. 228, finale)

 

L’ambientazione – il quartiere popolare di Londra, il pub The Arms – , è il primo elemento di connessione, la postura autoriale, l’obiettivo puntato sulle persone, la circolarità della struttura. Ma è anche un inseguirsi di solitudini, un sentimento che pervade la raccolta tutta e lega in qualche modo ancor più degli incontri effettivi i personaggi che la compongono. Ne è esempio ideale il racconto di apertura – e a mio gusto il più riuscito della raccolta, che dialoga con l’ultimo – la cui eco continua oltre la fine della lettura. Ci aggiriamo tra le stanze di quella casa silenziosa insieme all’anziana protagonista e il suo gatto, la seguiamo nella routine di ogni giorno, tra i pasti semplici, la mente che vaga e indugia nei ricordi. Qualche giorno prima la coppia che si è da poco trasferita nell’appartamento accanto ha bussato alla sua porta, si è presentata con dei doni e delle scuse preventive per il disturbo che di lì a poco avrebbe causato la festa di inaugurazione della casa. Il punto di vista è quello della donna ed è da lì che ci aggiriamo in questa storia, è da lì che un pezzo dopo l’altro mettiamo insieme stralci di vite e di quotidianità, la narrazione che intreccia dialoghi e pensieri. L’occhio si posa sui dettagli delle stanze, dei gesti, e ognuno di loro è importante in qualche modo. Ognuno di loro, ogni parola – poche da parte dell’anziana – , ogni pensiero e sguardo è il modo dell’autore di dirci: guardate questa vita, l’ordinarietà del quotidiano, sentitela. La solitudine si fa tangibile, il ricordo del marito defunto da tempo pervade ogni cosa, ogni oggetto.

 

Le sembra assurdo. Cosa ci fa con tutto quel tempo? Eppure. Sembravano passati non più di due secondi da quando lui era morto, e solo uno o due minuti da quando si erano conosciuti, e forse mezz’ora da quando lei era piccola. Come la voltavi e la giravi era una cosa assurda. E quanto è banale, pensa, quanto è prevedibile e monotono pensare al tempo in genere.

(“La festa”, p. 22)

 

Il tempo, la solitudine, il ricordo. La festa pochi giorni dopo riempirà la casa dei vicini è l’elemento che modifica la routine e che porta la donna a un gesto inaspettato: incuriosita dalle voci che provengono dall’appartamento accanto, dalle risate, dalla musica, inizia a scavare un minuscolo foro nel cartongesso della parete, da cui poter osservare e osservando sentirsi parte della vita. Un foro sempre più grande, che diventa una nicchia nel muro entro la quale nascondersi e guardare. E da quella nicchia forse addirittura non riuscire più a venire fuori.
Nell’ultimo racconto siamo dall’altra parte del foro, nell’appartamento accanto, ed è lì che tutto si chiude o, come recita l’autore nelle ultimissime battute, è lì invece che tutto comincia:   

 

C’è un occhio nella parete, che luccica, stranissimo, in tutto e per tutto vivo. E sta guardando lei. Sembra impossibile da capire, ma Maria non ha paura, non grida. Per lei non è uno shock.

Forse la storia sarebbe dovuta cominciare così.

Forse è così che comincia.

(“La canzone”, finale del racconto e della raccolta, p. 303)

 

È anche un gioco metaletterario, è lo scarto improvviso del punto di vista come improvviso è l’elemento che scombina le cose, il quotidiano, le etichette che applichiamo alle storie. Ridgway utilizza sapientemente gli strumenti narrativi, sconfina da una forma all’altra, ma è l’equilibrio della prosa a rendere la raccolta tanto riuscita dal punto di vista formale, e la resa di una traduttrice esperta come Aceto senza dubbio fa la differenza. Un grado di sperimentazione minimo, ma ben evidente.
Messi da parte i confronti cui appunto un autore irlandese pare impossibile da sottrarre, quello che resta è una raccolta vibrante e viva, la sensazione di essere seduti al bancone di The Arms e osservare la vita che si muove intorno a noi, le sue storie inventate, quelle vissute e celate. Camminiamo non tra le vie di Dublino ma dentro le stanze e le vite di quel quartiere popolare di Londra, dove ognuno è intento a combattere la sua personale lotta contro la solitudine, la disuguaglianza, le mancanze. E dove le parole non sempre escono o sono quelle giuste per farci comprendere dagli altri, per comprenderli a nostra volta.
Ma qui, tra le pagine, le parole scelte sono sicuramente quelle più giuste.