La meccanica dei corpi, di Paolo Zardi

Autore: Paolo Zardi
Editore:
Neo Edizioni
pp. 170 Euro 15,00

di Debora Lambruschini

In un editoriale particolarmente interessante che qualche anno fa scrisse per Cattedrale, Paolo Zardi si interrogava sulla nascita di uno scrittore, guardando all’esperienza di due autori a lui  cari, Kafka e Philip Roth: c’è, secondo Zardi, un istante preciso in cui si forma «la propria voce, e quindi la propria identità di autore», quel «momento in cui si prova la certezza che è nato qualcosa di nuovo». Quel preciso momento, continua Zardi, per lui era stato l’autunno del 2013, quando in cinque mesi venne alla luce la novella – lui in realtà lo definiva romanzo breve – Il signor Bovary, una storia bellissima e crudele in cui sentì di aver trovato finalmente la propria di voce. In quel momento era emersa l’identità dell’autore.
Quella novella, pubblicata nel 2014 da Intermezzi in versione ebook, chiude ora l’ultima, magistrale, raccolta di racconti dell’autore padovano, La meccanica dei corpi, in libreria per Neo Edizioni che fin dal 2010 ospita i lavori migliori di Zardi, tra racconti e romanzi. Cinque racconti lunghi, indipendenti l’uno dall’altro ma accomunati da una certa continuità di temi e spunti che si inseriscono perfettamente nell’universo letterario di Zardi, a partire da un momento di crisi che rompe l’equilibrio fragile delle vite dei personaggi; l’imprevisto o, per meglio dire, l’imprevedibile, che squarcia l’esistenza. E sono le relazioni e le persone, ancora una volta, il centro di interesse di Zardi, nell’ottica di quella «ricerca antropologica» sugli esseri umani e sui loro rapporti che è il fil rouge delle sue storie, come perfettamente si esplicava in una delle sue raccolte più riuscite, La gente non esiste. Ne La meccanica dei corpi tale ricerca antropologica si intreccia nuovamente a narrazioni differenti per genere e struttura, nelle quali al realismo più puro si alternano storie intrise di realismo magico, che ha sostituito la vena distopica delle raccolte precedenti. La voce autoriale di Zardi è chiara e riconoscibile, ma ciò non significa si sia adagiata entro confini ormai noti, bensì si muove sperimentando di volta in volta forme e possibilità narrative, con la curiosità dello scrittore-lettore consapevole delle molteplicità intrinseche della forma breve.
Se c’è una cosa poi che mi ha sempre colpito di Zardi e che è emersa da incontri, eventi e presentazioni in cui ci siamo ritrovati accanto, è lo scostamento tra l’uomo e lo scrittore: da una parte c’è l’ingegnere appassionato di letteratura, uomo pieno di garbo, che parla sottovoce e con profonda competenza degli autori amati; dall’altro c’è lo scrittore che non ha mai avuto timore di sporcarsi le mani, indagando le pieghe più oscure dell’animo umano, la scrittura che sa farsi brutale, disturbante, un corpo a corpo tra noi e la storia che leggiamo.
Nei racconti de La meccanica dei corpi l’indagine sul male e sulle forme che assume si intreccia a una corporalità evidente, il «deragliamento» delle vite dei protagonisti di fronte a cui tutto cambia per sempre. Ed è, anche, una riflessione spesso amara sulla società contemporanea e le sue storture.
Come ne “L’età della dignità borghese”, il racconto d’apertura, in cui si intrecciano molti temi e spunti ricorrenti nella narrativa di Zardi: le dinamiche delle nostre società, lo scostamento tra aspettative giovanili e vita adulta, il confronto generazionale, il rapporto città-provincia. Lucia, la protagonista della storia, è una trentenne che lavora con scarso successo come redattrice in un’agenzia che si occupa di informazione:

 

Alle nove di mattina era già stanca. Disintegrata, pensava. Le cose non erano andate per il verso giusto: la migliore al liceo, una laurea prima del tempo, l’inevitabile migrazione verso la città (quella città), le grandi aspettative. […] la sensazione perenne di non farcela, di essere finita in un girone infernale dal quale non sarebbe riuscita a fuggire. Era questa la sua vita. Una centrifuga dove la nostalgia, il dolore e certi sogni lavorativi neppure si distinguevano. (“L’era della dignità borghese”, p. 10)

 

Le aspettative si sono presto scontrate con una realtà e una vita adulta ben diversa da quanto immaginava per sé stessa, finita in quella «centrifuga» di lavoro, pressioni, incertezze economiche, solitudini. Sull’orlo del precipizio in cui le pare di trovarsi, torna brevemente a casa dalla famiglia con l’intenzione di schiarirsi le idee e, forse, trovare una via definitiva tra il partire e il restare:

 

Partire o restare: fino a quel momento non era mai stata così chiara la formulazione della domanda che la vita le aveva posto in tutti quegli anni. Ora poteva dire di aver preso una decisione definitiva, irrevocabile. Si era consumato lo strappo che dentro di sé non aveva mai avuto il coraggio di compiere.
(“L’era della dignità borghese”, p. 26)

 

Uno strappo che si crea quando consegna alla redazione una storia di ombre, abusi, sospetto tra le vie del suo paese d’origine. Una storia che non ha un vero fondamento nella realtà ma che somiglia a molte altre storie di malvagità che la cronaca racconta. Un successo immediato, inebriante, ma che scatena anche una reazione presto fuori controllo. E che cambia per sempre la percezione di sé, del luogo da cui proviene, dell’adulta che diventerà.
“L’era della dignità borghese” è quindi il racconto di una società dell’informazione in cui il dovere di cronaca non conosce limiti morali e la responsabilità delle parole è sfumata e malleabile; una realtà che, senza arrivare all’estremo narrato, ha però confini molto ben riconoscibili nel nostro quotidiano, nella disperata frenesia della città, nella manipolazione delle parole, la ricerca di un capro espiatorio, la responsabilità di quanto diciamo e scriviamo. La società immaginata qui da Zardi è cinica e spietata, paurosamente vicina a un certo mondo reale.
Quelle de La meccanica dei corpi sono quindi storie ancorate al presente, di cui ne riconosciamo alcuni indicatori temporali precisi – gli strascichi del lockdown, le mascherine, i social network – e che pur aprendosi con l’immagine di una grande città - «quella città» appunto - sono però profondamente legate alla provincia, dove si compie davvero la storia. I protagonisti di questi cinque racconti sono uomini e donne di età differenti che a un certo punto si trovano di fronte a un bivio, fotografati nel momento preciso in cui qualcosa cambia o si spezza per sempre.
Il tempo è un altro dei temi chiave di queste storie, su cui la riflessione si intreccia in forme diverse: è il passato, la malleabilità del ricordo, la perdita; ma anche la sua meccanica intrinseca e il desiderio di comprenderlo fino a poterlo manovrare, come in “Non passa invano il tempo”, in cui la virata verso il realismo magico si fa particolarmente evidente. È forse il racconto più fragile della raccolta e anche il più distante dal resto, ma emblematico del desiderio di Zardi di mettersi costantemente alla prova – e i suoi lettori con lui – per esplorare le possibilità della narrazione. Realismo magico che, in forma diversa, attraversa anche “Fantasmi”, una storia che condensa molti temi, dal discorso sulla perdita e il lutto, alla vecchiaia e la solitudine. Quella di Armando, l’anziano protagonista rimasto solo nella vecchia casa con tutti i suoi fantasmi, è una storia dolorosa e commovente in cui forse le risposte sono già intuibili ben prima della conclusione, ma non privo di fascino. È, prima di tutto, storia di mancanze e di un futuro brutalmente interrotto dalla tragedia:

 

Dopo la tragedia che si era abbattuta sulla famiglia, avevano smesso di immaginare il futuro, di volerne uno. E quando finalmente si erano risollevati (una brutta copia della felicità di un tempo) era già tardi. (“Fantasmi”, p. 46)

 

Una famiglia come molte altre, marito, moglie, due figli e una vita ordinaria. Il «deragliamento» in questa storia è avvenuto molti anni prima ed è stato brutale e irreparabile, soprattutto per alcuni di loro.

 

Leonardo, da un giorno all’altro, era sparito. Avevano cercato il corpo, sperando di non trovarlo. E dopo non averlo trovato per anni, avevano sperato di trovare i suoi resti, per avere qualcosa su cui piangere e porre fine a quel dolore perennemente sospeso. (“Fantasmi”, p. 62)

 

Ora che l’uomo è rimasto solo in quella casa, il mistero del passato sembra tornare prepotentemente a chiedere risoluzione, nel tentativo di dare un ordine alle cose. “Fantasmi” è anche la riflessione sulla vecchiaia, sulla solitudine che molto spesso si porta dietro, ma anche su figli e genitorialità, un tema che si rincorre in questa raccolta come in altre narrazioni di Zardi, di cui si indagano ancora una volta le ombre, i dubbi, la distanza tra desideri e realtà.

 

Ogni tanto si chiedeva se erano quelli i figli che avrebbe voluto. Poi guardava quegli degli altri e non ne vedeva uno che fosse all’altezza delle ingenue speranze cui i genitori si erano abbandonati al momento dell’unione. […] ora poteva dire di non aver mai amato nessuno come Leonardo e Laura, e nessuno lo aveva fatto soffrire tanto. […] a ben vedere, neppure lui, Armando, era stato all’altezza. L’imperfezione era il paradigma di ogni cosa. (“Fantasmi”, p. 71)

 

Una genitorialità che ha molte facce diverse, di cui si raccontano gli aspetti più complessi. Talvolta è il centro narrativo, altre un dettaglio più periferico ma non di poco conto, come ne “Il risveglio” – ed è da qui che ho tratto la parola «deragliamento» – con le figure dei genitori del protagonista, vittima di un grave incidente, impossibili da raggiungere e poi una volta rintracciati ancora distanti, confusi dal ruolo che sarebbe loro richiesto di assumere. Ma “Il risveglio” è, soprattutto, una storia potente sull’identità e la coppia, ammaliante e misteriosa, in cui Zardi dosa brillantemente limpidezza e ambiguità, parole e spazio bianco della narrazione. E dalla quale è possibile immaginare altre storie, altre possibilità narrative. Silvia e Andrea sono una coppia normale, qualsiasi cosa questo possa significare: li incontriamo nel bel mezzo della loro quotidianità e nella loro vita intima, una sera qualunque nel loro letto; tutto, tragicamente, cambia con una scelta istintiva.

 

Fu quello l’istante preciso in cui le loro vite deragliarono. (“Il risveglio”, p. 93)

 

In strada, sotto la loro finestra, un uomo maltratta una donna, nella completa indifferenza di chi osserva da dietro le tende ma nulla fa per impedirlo. Andrea si precipita fuori – è stata una sua iniziativa, un suo istinto morale o la risposta a una richiesta di Laura, si chiederà ossessivamente la donna dopo la tragedia – ma lo sconosciuto gli spara e lo ferisce gravemente alla testa. È un istante, brutale, che modifica ogni cosa per sempre. C’è, nella narrazione di Zardi, tutta la drammaticità del momento, mentre la pozza di sangue si allarga sempre di più sul marciapiede, la corsa disperata all’ospedale, l’attesa di notizie, le prime indagini per ricostruire i fatti. La vita di Andrea finisce. Pochi giorni dopo, in terapia intensiva, Andrea per qualche minuto muore. Poi, inaspettatamente, si risveglia. Ma ciò che emerge nel corso della lunga riabilitazione del ritorno alla vita è che l’uomo dietro le fasciature non sembra essere più la persona arrivata in ospedale, quella che Laura conosce e ama. Non è più Andrea, non ne vuole portare più nemmeno il nome.

 

C’era stato un errore di trascrizione tra una versione e l’altra di suo marito: era vivo, poi era morto, e infine qualcuno aveva di nuovo soffiato in quel corpo; ma la seconda vita non ricalcava la precedente, non collimava neanche lontanamente. (“Il risveglio”, p. 114)

 

“Il risveglio” è un racconto strano e immaginifico, che indaga «la meccanica dei corpi» e soprattutto delle relazioni, riflette sul significato di identità, istinto e scelte che facciamo e vira verso un finale inaspettato e ambiguo.
La raccolta si chiude con “Il signor Bovary”, già citato in apertura, ed è la conclusione ideale di un volume che conferma Zardi come uno dei più talentuosi raccontisti italiani, con la suaprosa salda, il desiderio di sperimentazione, lo sguardo attentissimo. Un racconto che porta intrinseco nel nome già tutta la tragedia che racchiude: nella storia di un tradimento si avverte fin da principio l’ineluttabilità della fine e l’eco dell’illustre predecessore letterario che in certa misura omaggia e rilegge. Ma più ancora dell’intreccio e delle virate della trama, sono le scelte formali a rendere particolarmente interessante questa storia, lo scostamento progressivo dalla terza persona alla prima del finale e che ne amplifica l’ambiguità. Alla narrazione del tradimento si intrecciano temi e spunti quali le differenze di classe, l’identità costruita sullo status sociale, la facciata borghese dietro cui certe vite si barricano. È, anche in questo caso, il racconto di un deragliamento, che investe la vita ordinaria del protagonista non tanto con l’avvio di una relazione extraconiugale quanto con le conseguenze della tragedia che li investe, le scelte da lui compiute, la colpa e la vergogna sempre più insopportabili. Un signor Bovary che al pari di Emma pare non avere scampo, non tanto per il tradimento dei voti coniugali quanto per la condanna sociale e le conseguenze pratiche delle proprie scelte. La voce effimera che qui e là appariva nel corso della narrazione, si prende la scena sul finale e accompagna il lettore verso un epilogo dai contorni sempre più sfumati, le domande che si affollano e ci interrogano direttamente, noi lettori, partecipi di quel piccolo miracolo che è la letteratura.