Cento sigarette al giorno per amore, solo per amore. Pasquale Festa Campanile

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di Andrea Di Consoli

Pasquale Festa Campanile ha realizzato, in qualità di regista e sceneggiatore, alcune delle pellicole più popolari del cinema di commedia (a volte erotica) a cavallo tra anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Ecco alcuni titoli della sua lunga filmografia – che, come si evincerà immediatamente, pesano ancora molto nell’immaginario collettivo che latamente potremmo definire “basso”: Quando le donne avevano la coda (1970), Il merlo maschio (1971), Rugantino (1973), Conviene far bene l’amore (1975), Il corpo della ragassa (1979), Gegè Bellavita (1979), Qua la mano (1980), Culo e camicia (1981), Bingo Bongo (1982), La ragazza di Trieste (1982), Porca vacca (1982) e Un povero ricco (1983). Un cinema, quello di Festa Campanile, di trama e di trovate, di grandi attori e di consumo, di battute indimenticabili e di malizioso vitalismo, di incassi al botteghino e di freddezze della critica.

Pasquale Festa Campanile, però, ha scritto in questo stesso periodo – che potremmo definire “aureo” – anche i suoi romanzi migliori (dopo il folgorante esordio, nel 1957, con La nonna Sabella, al quale seguì un lungo silenzio letterario, che però non coincise affatto con un silenzio esistenziale e professionale): Conviene far bene l’amore (1975), Il ladrone (1977), Il peccato (1980), La ragazza di Trieste (1982), Per amore, solo per amore (1984) e La strega innamorata (1985). Sembrerebbe il percorso di un artista “scisso” (brutta parola che non significa quasi nulla), diviso a metà da due distinte pulsioni creative; in realtà, per chi sappia calarsi senza moralismi estetici in quest’ampio materiale artistico tumultuoso e a volte dispersivo, si tratta di opere tutte mosse dallo stesso grande sentimento che animò e travolse l’arte e la vita di Pasquale Festa Campanile: un amore curioso e insaziabile per la vita e per le storie delle persone. Un amore non astratto o introspettivo, ma tutto riversato “in esterna”, per strada, nelle case, tra le storie del popolo, nei corpi vivi e palpitanti, nei rumori della realtà; tanto che a quest’altezza del discorso diventa quasi evidente perché l’autore di origini melfitane non sprofondò mai nella letteratura: perché facendolo avrebbe tradito la vita, benché, così facendo, tradì almeno un poco la letteratura. Tuttavia va detto che tanti scrittori che non tradirono mai la letteratura scrissero molte opere volontaristiche tutto sommato trascurabili, mentre tanti “traditori” – e nel Novecento ce ne sono tanti – hanno sì scritto meno di quanto potessero (ma qual è la giusta misura?) ma al contempo arricchirono la propria curiosità, sapienza e generosità in ambiti diversi, in apparenza di minor prestigio, quali la televisione, il cinema, il teatro e il giornalismo: tutti mondi dove prevale il lavoro collettivo, la concretezza della comunicazione e un rapporto diretto e costante con il pubblico, spesso numericamente imponente. Ci sono scrittori che sanno stare per tutta la vita in silenziosa compagnia di se stessi, e ce ne sono altri che trovano irresistibile, magari per impazienza o inquietudine, “contaminarsi” con il lavoro collettivo e con la comunicazione più diretta. Va inoltre detto che i lavori “secondari” a volte pesano quanto se non di più di quelli “principali”, ma questo lo si può stabilire solo con il passare del tempo, quando le mode, le convenzioni e i luoghi comuni non incidono più in maniera determinante sulla ricezione delle “opere”. Il destino artistico di Festa Campanile ci pare globalmente inquieto, tormentato, frenetico; e, forse, un po’ infelice – oggi è sottovalutato come scrittore e sminuito come regista, anche se tutti ne parlano con simpatia e con affetto. Scriveva notte e giorno, convulsamente, fumando cento sigarette al giorno; e morì giovane, per tumore ai reni, a poco meno di sessant’anni. Eppure il suo nome risulta assai famigliare alla storia del cinema e della letteratura del secondo ’900, nonostante le sue continue fughe in avanti e di lato non permettano un’agevole “sistemazione” del suo percorso artistico; infatti incastrare Bingo bongo in Per amore, solo per amore crea qualche turbamento finanche nel critico a suo agio con le forme più aperte, ibride e compromesse del concetto di “opera”. La scrittura di Festa Campanile è semplice, dinamica, essenziale. Essa è al servizio della trama, che è sempre gustosa, articolata e fortemente “visiva”. Che si parli di eros, di malattia mentale o di temi religiosi, a prevalere è sempre la costruzione coerente della trama, a discapito della dimensione “ideologica” o stilistica. Scrittore popolare? Diciamo pure di sì, anche se sarebbe più corretto definirlo scrittore esperienzale, in diretta comunicazione con i fatti concreti della vita, pure quando sono spinti nei territori del fantastico o del paradosso.

Lo si può notare anche in questi quattro racconti ristampati per la prima volta dopo la loro pubblicazione su «La Fiera letteraria» tra il 1948 e il 1951 – una rivista allora diretta, e non ci pare solo un caso, da scrittori “traditori” quali Angioletti e Fabbri. Tutto, in questi racconti, nasce da un solido nucleo vissuto: un concorso ministeriale, la visita di leva di un prete, un processo militare, la morte di una nonna. I dettagli sono minimi, benché memorabili e calibrati, la scrittura è asciutta e diretta, la dinamica interna della trama è rapida e fluida – la si direbbe, appunto, cinematografica. Poi, certo, ci sono sempre elementi fantastici o un po’ caricaturali che mirano a colpire la curiosità del lettore, e più che “perturbanti” sono “trovate”, colpi di genio di un artigiano sapiente. Eppure una volta letti, questi racconti non si dimenticano più. Quanto più Festa Campanile vola rasoterra, tanto più trova il modo di entrare dalla porta principale dell’attenzione. Lo stesso discorso vale per i suoi film più di consumo: come dimenticare, per esempio, la parabola grottesca del “superdotato” Gegè Bellavita, Adriano Celentano che, sulle note di Uh... Uh..., piega un lampione per recuperare una lattina e il corpo struggente, irresistibile, tormentato di Lilli Carati ne Il corpo della ragassa? Come tutti gli artisti che troppo vissero e amarono, Festa Campanile ha lasciato dietro di sé tanti non detti e troppi non scritti. Sarebbe bellissimo leggere una sua biografia, conoscerlo meglio, illuminare i tanti punti in ombra della sua vicenda artistica ed esistenziale: il rapporto con la fede, con le donne e con l’amore, con la letteratura “impegnata”, con la Lucania, che trattò con affetto e rispetto ma verso la quale non manifestò mai tormenti, rancori o nostalgie vertiginose, in tal modo rivelandosi il più risolto tra i tanti emigrati della cultura. È dunque tutto un discorso ancora da scrivere, quello su Pasquale Festa Campanile; e magari La felicità è una cosa magnifica servirà anche a questo: a puntare un po’ di luce si di lui. Su un uomo di mondo al quale non si può non voler bene, e al quale sarebbe stato bello raccontare ogni cosa di se stessi, anche la più segreta, perché ogni cosa della vita, quest’uomo buono e tormentato, capiva e accettava, perché inesauribile era la sua fame di vita.