Breve elogio del racconto

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di Alfredo Zucchi

 

Il racconto sembra vivere una nuova stagione, una sorta di rinascita editoriale. Nell’ultimo anno sono uscite in Italia svariate raccolte di racconti di rilievo – ricordiamo, tra le altre: Uccidendo nani a bastonate di Alberto Laiseca (Arcoiris), Birra scura e cipolle dolci di John Cheever, Il vizio di smettere di Michele Orti Manara e Dal tuo terrazzo si vede casa mia di Elvis Malaj (Racconti Edizioni), Non risponde mai nessuno di Simone Ghelli (Miraggi), oltre a I difetti fondamentali di Luca Ricci (Rizzoli), che ha fatto molto parlare di sé. C’è tuttavia un altro elemento che mi spinge ora a comporre questo breve elogio delle forme brevi come una risposta, una reazione necessaria. Si sente infatti dire in giro, complice la nuova auge delle riviste letterarie online, si sente invogliare giovani e/o aspiranti scrittori a scrivere e mandare racconti alle riviste, a cimentarsi col racconto come una palestra in vista di qualcosa di più grande. Che questo qualcosa di più grande debba essere un romanzo sembra implicito, ed è un equivoco, un’aberrazione per vari motivi – primo tra tutti è questo: il racconto non è una palestra se non di se stesso.

Non si tratta qui dunque di negare il valore delle riviste, dei lit-blog e dei magazine digitali quali luoghi e contenitori per le forme brevi – sarebbe un esercizio masochistico, oltre che parziale e impreciso. Si tratta invece di indagare più a fondo la natura del racconto, di tentare di ridefinirla per riuscire a sgomberare il campo da stereotipi – idee, gerarchie, egemonie – che ormai sembrano attecchire non solo nelle teste di editori e lettori, ma in quelle degli stessi scrittori.

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Uno. Poche sono le leggi fondamentali. Per descrivere l’universo, ad esempio, uno può limitarsi a dire: 1) che esso è fatto di atomi; e 2) che l’infinito è, ma non esiste. Per descrivere il racconto invece si può dire, con Cortázar, quanto segue:

“E l’unico modo in cui può avere luogo questo sequestro momentaneo del lettore è attraverso uno stile basato sull’intensità e sulla tensione, uno stile in cui gli elementi formali e espressivi si adattino, senza la minima concessione, all’indole del tema, che conferiscano al tema la sua forma visiva e auditiva più penetrante e originale, che lo rendano unico, indimenticabile, che lo fissino per sempre nel  suo tempo, nel suo ambiente e nel suo senso più primordiale.”
(“Algunos aspectos del cuento” (1962-63), Obra crítica 2, 1994, Alfaguara)

Due. Il racconto è una forma letteraria in cui vige il paradosso di Achille e la tartaruga. La vertigine del romanzo, al contrario, è quella del naufragio: è il mare aperto. Se nel primo caso quello che fa tremare le gambe allo scrittore è l’infinitamente piccolo, nel secondo è invece l’infinitamente grande. Entrambe le misure, è ovvio, non esistono.

Tre. Un romanzo porta con sé un ampio raggio di finali possibili – ed è terribile, per lo scrittore, dirsi che è quasi impossibile sbagliare. L’estensione gradua, la graduazione stempera: si naviga nel vago. Prendiamo ad esempio 2666 di Roberto Bolaño: un romanzo eccezionale, giustamente annoverato tra i capolavori degli ultimi decenni – e un finale brutto.

Un racconto, al contrario, fin dalle prime battute vuole una e una sola chiusa, quella lì – ed è quasi impossibile trovarla. È peggio di una roulette russa: «Un uomo va al casinò, vince un milione, torna a casa, si suicida».

Quattro. Un racconto è un’unità di fruizione: come tale andrebbe letto di giorno, quando c’è tempo, senza interruzioni (idealmente al mattino o al tramonto); come un sogno andrebbe scritto di notte, quando il tempo torna docile, va a cuccia obbediente (avevo un cane e lo chiamai Tempo, comme une marque de mouchoirs).

Cinque. Come la Legge, il racconto non ammette ignoranza. Esso richiede allo scrittore un confronto schietto con la tradizione: che trasformazioni ha subito, ad esempio, la forma racconto da Poe a oggi? E di rimando: chi ancora usi il finale a sorpresa, è consapevole dell’operazione parodistica e/o paleontologica? A chi davvero ha in animo di scrivere qualcosa di più grande consigliamo dunque un’altra palestra: 20 piegamenti sulle braccia, 40 salti sul posto, in rapida successione, mattina e sera.

Sei. Racconto/romanzo: come una lieve differenza strutturale possa rendere la scrittura un’esperienza radicalmente diversa. Negli ultimi anni ho affrontato questo argomento con tutti gli scrittori che ho avuto modo di frequentare. Tra questi, solo gli scrittori morti mi hanno dato risposte adeguate.

Sette. Proprio Bolaño, che tra i morti gode di un privilegio peculiare (pur defunto continua a sfornare novità editoriali), ha un messaggio per voi, giovani e/o aspiranti: «Mai e poi mai concepire un racconto alla volta; onestamente, uno può stare a scrivere lo stesso racconto per tutta la vita». Al contrario, la cosa migliore sarebbe «scriverli in gruppi di tre, o di cinque. Se pensi di essere abbastanza forte, scrivili in gruppi di nove o di quindici».