Il vizio di smettere e l’attimo straziante della sincerità

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TITOLO: Il vizio di smettere

AUTORE: Michele Orti Manara     

ILLUSTRAZIONI: Francesca Protopapa    

EDITORE: Racconti Edizioni   PAGINE: 170   PREZZO: 14,00

 

Esce oggi 22 Marzo 2018, per Racconti Edizioni Il Vizio di Smettere, di Michele Orti Manara, il secondo titolo italiano della casa editrice romana.

Andrea Cafarella ha letto il libro per Cattedrale, che vi propone la sua recensione.

 

È che quando racconti qualcosa, diceva, per certi versi stai già mentendo, e se menti per certi versi è come se non esistessi neanche, e il tuo racconto fosse, che ne so, il sogno di un fantasma. Perfino quando racconti qualcosa di te, come fai a essere sicuro di aver detto la verità, come verifichi che il racconto sia una cronaca fedele di quel che è successo, e non una specie di bugia bianca, o almeno non tanto sporca?
da «Piccole cose con le zampe»

 

Quando ho letto per la prima volta Michele Orti Manara già sapevo che sarebbe uscito questo libro: Il vizio di smettere (Racconti edizioni, 2018). Lo aspettavo.
Le informazioni che girano tra gli addetti ai lavori, a volte, sembrano voci di corridoio clandestine, come sussurri carcerari dopo l’ora del coprifuoco. E sono quelle voci ad appassionarmi. Perché gli editori custodiscono i propri assi nella manica come il segreto delle sorprese più attese. Come quando prepariamo un regalo speciale per una persona vicina e vorremmo dirglielo, ma proviamo a non farlo per non rovinargli l’effetto-sorpresa, anche se, lo sappiamo: ce lo si legge in faccia. Glielo si leggeva in faccia a Emanuele e a Stefano. Questo libro è un dono e questo Michele Orti Manara è lo scrittore che quelli di Racconti edizioni stavano aspettando: un vero scrittore di racconti. La misura breve gli calza a pennello, come un vestito sgualcito, comodo, vintage (diremmo oggi). Orti Manara manipola la forma breve con grande mestiere; ci si tuffa come un palombaro e s’intrufola nei suoi cunicoli come uno speleologo. Contemporaneamente, però, mantiene il distacco emotivo dell’artigiano, modella i tempi e gli spazi seguendo le pieghe della materia, senza forzarne le curve ma agendo in armonia con la storia, con quella sua «specie di bugia bianca» che altro non è che «il sogno di un fantasma», la spaventosa e profonda Verità.

Il modo in cui Orti Manara costruisce le sue storie si basa su un esercizio di credibilità e di verificazione (nel senso di «rendere vero») della menzogna. Si basa sulla forza del tanto millantato patto col lettore, vale a dire: credere al racconto di quello che è accaduto – per quanto bizzarro e irreale possa sembrare – cercando di entrare nell’universo in cui si svolge la narrazione e, rispettandone le regole, comprendere il significato profondo della storia. Tutto ciò in un rapporto di reciproco convincimento. Per dare la possibilità a chi legge di stringere il suddetto, lo scrittore dev’essere estremamente rigoroso nella costruzione del suo «mondo fittizio» e delle regole che lo caratterizzano. Alcuni autori, diversamente, si basano su fonti storiche sulle quali poggiare la credibilità della loro storia, oppure autobiografiche, o ancora su un sistema linguistico in grado di alterare le regole e sostituirle con le proprie. Quello di Orti Manara è forse il modus più tradizionale di costruire storie. E, da un certo punto di vista, il più difficile ed elaborato. Gli aspetti tecnici fondamentali, a mio modo di vedere, perché funzioni questo tipo di costruzione della fabula, sono tre: Stile, Voce e Sincerità. Sempre loro, sempre i soliti. Che per Orti Manara sono tutto l’opposto che ignoti. Spiccano.
Mi spiego: lo stile non è altro che il complesso apparato di scelte espressive che pertengono a un’opera. Dalla struttura, alle tematiche trattate, ai punti di vista e come essi si legano tra loro, fino al linguaggio e ai linguaggi e alla materia che vanno plasmando in un unicum di singole scelte, che risulti più o meno omogeneo e compatto. Il vizio di smettere ha una conformazione stilistica forte e armonica. Si muove su piani molto diversi e su argomenti e mondi molto distanti, eppure possiede una struttura solida, che segue una direzione precisa. Andiamo da racconti di un verismo spiccato, a storie oniriche e surreali, fino addirittura a incontrare una sorta di Gesù Cristo del nuovo millennio legato al cielo da nervi senza fine; poco più avanti leggiamo l’analisi lucida, molto ironica, di un uomo e del suo rapporto con il gatto, definitivamente umanizzato, evidentemente utilizzato a simbolo di un’ipotetica compagna, all’interno della coppia ideale formatasi tra i due. Ancora: la raccolta inizia con una nascita: una maternità/paternità e le difficoltà, le ansie (le ossessioni? a questo arriveremo più in là...) che ne conseguono; e verso la fine troviamo la senilità di una vecchina «svitata» che perturba la notte tranquilla del ragazzo che ci racconta la storia. C’è un percorso, anche se non c’è una meta cui protendere. Ogni passo tiene conto di quelli già fatti e di quelli che ancora mancano. E lo notiamo quando il figlio della vecchina di cui sopra, nel racconto che ha per titolo «Vera», chiede al ragazzo protagonista: «Vuoi una sigaretta?». Esattamente come abbiamo già visto fare al padre in «Quello che non sono riuscito a scrivere». Ed è questo «il segnale» – ormai lo sappiamo – di quell’istante preciso, presente, quel prezioso, essenziale «incantesimo di breve durata» che lega tutti i racconti di Orti Manara: l’attimo di sospensione che squarcia il reale.
E se lo Stile è la tara, sostanziale, per guardare a questo libro, esso risulta inscindibile dalla Voce. Il suono della prosa. Il motivo per cui riconosciamo un autore quando leggiamo una sua pagina. La voce di Orti Manara ha un tono asciutto, secco, sicuro di sé. Vario, ogni racconto trova un suo tono, diverso dagli altri, ma comunque riconoscibile. Il suo pregio è la grande consapevolezza: un controllo estremamente lucido della lingua, delle sue parole, dei suoi periodi. Orti Manara non si lascia prendere da lirismi barocchi, eppure sa far librare in volo la sua lingua fino al momento perturbante della poesia, che tutto illumina. In questo senso non posso che rimandare alla lettura di «Agnese», un racconto senza punti, se non i tre che aprono e i tre che chiudono lo sproloquio da bar di cui si confà. Un testo molto tecnico, difficile, reso con un’intensità tagliente, crudele e sincera, che non lascia scampo.

Infine, il terzo aspetto cardinale: la Sincerità.
«Nulla è più meditato della sincerità degli scrittori» scriveva André Gide. Ed è vero: Stile e Voce sono gli strumenti grazie ai quali vestire la verità con l’abito della festa, fatto di piccole «bugie bianche» cucite tra loro: un vestito appariscente, sensuale, che ci fa venire voglia di strapparlo con violenza o sfilarlo delicatamente per guardare e toccare finalmente il corpo nudo della Verità.
E in fondo è proprio questo che cerchiamo nei libri: un brandello, un attimo di sincerità, un istante di comprensione ulteriore. E cerchiamo la nostra verità in quella altrui, per immedesimazione. La catarsi: questo cerchiamo.

«Sono [...] stanco di quel che mi succede, di quel che non mi succede, stanco dell’antico teatro romano in mezzo alla piazza che attraverso tornando a casa, acquattato come un animale che ti fa la posta da centinaia d’anni e che ti osserva con tutti quegli archi, stanco di questa città, e di me, e di tutto» (da «Sulla colonna»).

Chi ci parla in questo libro è Michele, in persona, sentiamo la sua carne viva in queste parole sanguinolente, tristi, definitive. Questo è il tipo di sincerità che pervade tutto il libro. Come quando, attraverso l’io narrante di «I tacchi sul pavimento» chiude il racconto chiedendosi, strappando palesemente il piano narrativo: «E allora, mi dissi guardando prima il cielo e poi la punta delle mie scarpe, cosa corri dietro alle stelle a fare?». Oppure quando, per tramite dell’assassino de «La missione», che nel momento fatidico si blocca e «che sto facendo?, si chiede, e la domanda gli risuona in testa come un diapason a cui si accordano altre domande uguali a quella, ma poste in momenti del passato e del futuro insieme».

Lasciate stare gli ossessi

Riflettendo su come scrivere questo pezzo mi sono venuti in mente degli autori. Sono tutti giovani scrittori esordienti (o quasi) italiani. Tutti lavorano nel mondo dei libri, con ruoli «marginali» ma sostantivi, concreti, effettivi. C’è chi fa il libraio, chi aiuta come consulente nella casa editrice che ha fondato con amici e colleghi, chi fa il social media manager per un’importante editore nazionale (come il nostro Orti Manara). Lettori eccezionali, appassionati esploratori delle lettere. Ho avuto il piacere di incontrarli personalmente, in diverse occasioni. Parlano sempre di libri. Sono i classici tipi di cui si dice: «lui ha letto tutto».  Eppure non è solo questo: vivono la letteratura come un’esperienza: un percorso di accrescimento dell’anima, una pratica magica, un atto esoterico. In sostanza: sanno leggere. Sono veri intellettuali, nel senso latino del termine: tutto ciò che concerne l’intelletto come attività teoretica di conoscimento del sé.
E lo dimostra quella che è, a mio parere, l’unica (escludendo la grande consapevolezza tecnica e stilistica, ché pure sarebbe un dato interessante)  caratteristica che i loro libri hanno in comune: l’ossessione. Perché chi lavora con la propria anima, chi «fa qualcosa» è sempre una persona ossessionata. Me lo ha ricordato uno di loro, oggi, davanti a una birra. E ce lo dice benissimo anche Michele Mari, nel suo incredibile e definitivo I demoni e la pasta sfoglia (Il Saggiatore, 2017), che si fonda proprio sull’idea che la Letteratura – con la maiuscola – corrisponda all’ossessione e infatti inizia proprio così: «Céline, Gadda, Gombrowicz, Kafka, Borges, Conrad, Canetti, Manganelli, Perutz, Melville, Landolfi, Maupassant: molti dei nostri scrittori sono degli ossessi». E allora non conta che i loro personaggi siano ossessionati dai serpenti, dagli alieni, dalla voragine che hanno al posto del cuore, dai misteri nascosti nelle profondità del sottosuolo o semplicemente da se stessi. Quel che conta è l’Ossessione, sentire l’ossessione, vivere l’ossessione e raccontare l’ossessione.
Credo che oggi, più che mai, in Italia, sarebbe importante ascoltare queste voci e capire cosa hanno da dire. Sia perché sono l’espressione – forse la più alta ed eterna – di un disagio generazionale contingente e attuale. Sia perché sono uomini e donne che riescono a conciliare una vita «normale» con una passione (chiaro: un’ossessione) insensata, che richiede una dedizione totale. Una passione così forte che a volte bisogna nasconderla. Una passione che è un esempio bellissimo e concreto di controcultura, di ribellione ai dettami di questa nostra società. Società che chiede agli scrittori una standardizzazione del lavoro che possa rispettare i tempi ciclici del mercato, imponendo la pubblicazione di obbrobri, spreco inutile di carta preziosa e spazio e un mostruoso accumulo di polvere. Una società che non concepisce il valore della riflessione, dell’attesa, della lentezza.
E allora forse dovremmo leggerli questi giovani autori esordienti, estremamente consapevoli, in grado di darci un esempio virtuoso, una possibilità per il destino di pensatori, scrittori, poeti... Però, ripensandoci, forse – e penso che alla fin fine è questo ciò che loro vorrebbero davvero – dovremmo lasciarli in pace, leggerli più in là, quando saremo pronti a guardare nei loro sogni distorti, difficili da capire, mistici, profondi, disperati, strazianti. E attraverso i loro incubi rivedere le nostre manie, rileggere il mondo che abbiamo attorno. Probabilmente sarebbe meglio se li leggessimo quando, finalmente, saremo pronti a sbattere la faccia ossessivamente contro il portellone chiuso di un’astronave, oppure a solcare i mari, statue immobili, al posto di una bellissima polena senza senso e senza scopo. Per poi inabissarci, in una solitudine eterna. E a posto così.

 

Faccio quasi solo tre sogni, sempre gli stessi, ho detto io. In uno sbatto di continuo la faccia contro il portellone di un’astronave aliena da cui non riesco a uscire; in un altro sono una di quelle statue sul davanti delle navi, e la nave su cui sono io si sta inabissando; nel terzo sono uno di quei filosofi, tipo eremiti, hai presente? Quelli che vivevano sopra una colonna senza scendere mai. E quindi nel sogno sono lì, sopra la mia colonna, larga abbastanza da starci disteso. In tutti e tre i sogni però sono inspiegabilmente molto felice.
O mangi pesante o sei molto ansioso, mi ha detto lei. Forse tutte e due le cose, ho risposto.
O forse – ma questo a lei non l’ho detto – forse i sogni vogliono solo farmi capire che farei meglio a starmene da solo.
E a posto così.
(da «Sulla colonna»)