di Fabrizia Gagliardi
Un dilemma filosofico applicato alla vita: se uno scrittore non raggiunge l'olimpo degli autori del suo tempo fa comunque rumore?
Nel 1999, dopo la morte di Gina Berriault la stampa ha iniziato a scandagliare la vita di quella che ha definito writer’s writers: scrittrice per scrittori, con un’opera inimitabile che si è mossa timida e silenziosa, bistrattata da vendite modeste, nonostante gli elogi degli autori del tempo.
Richard Yates, con cui l’autrice condivideva l’anno di nascita e uno sguardo affine, l’ha definita «un talento di prim'ordine che, in qualche modo, è rimasto quasi del tutto ai margini del circuito mainstream», mentre Andre Dubus la considerava «una scrittrice splendida ma misconosciuta».
Anche se tardivi, i riconoscimenti erano arrivati quando nel 1996 era uscito Women in Their Beds, che si è aggiudicato il premio PEN/Faulkner, il National Book Critics Circle Award e, più tardi, il Premio Rea per la Short Story. Come racconterà in un’intervista: «Non vado mai agli eventi letterari, non vado mai alle feste. Di solito finisco per starmene immobile in un angolo, con un drink in mano, sentendomi molto a disagio.»
Il totale disinteresse per l’ambiente letterario del tempo rispecchia il timore di tradire la voce delle sue storie, nonostante una carriera tutt’altro che immobile: storie e articoli apparsi su riviste come Esquire e The Paris Review, quattro romanzi, tre raccolte di racconti, una sceneggiatura per il film tratto da un suo racconto.
Senza una prestigiosa scuola di scrittura alle spalle, la formazione di Gina Berriault avviene grazie alla fame di storie. Tutto inizia negli anni Trenta a Long Beach, in California, dove il suo spirito inquieto vede la lettura come una fuga allettante per vagare nell’immaginazione. La macchina da scrivere del padre diventa uno strumento affascinante per copiare le frasi dei suoi autori preferiti (Čechov, Turgenev, Gogol’, Bunin), fino a innescare la corrispondenza mistica tra chi legge e chi scrive: le parole riverberano nelle viscere, perché uno spirito affine e lontano insieme imperla la vita di una persona qualsiasi, facendola sentire vista.
L’immersione nelle parole è tale da far apparire la scrittura come strada di futuro e rivalsa: gli esperimenti con la macchina da scrivere diventano racconti, le prime lettere di rifiuto e incoraggiamento dalle riviste sono il segnale che la sua voce può esistere. Tuttavia, a quel tempo la famiglia versa in disgrazia, come racconterà anche lei in una lunga intervista: hanno perso la casa, l’albero di arance e le rose, «volevo guadagnare abbastanza con la mia scrittura da comprare una fattoria per loro. (Avevo sempre desiderato vivere in una fattoria)».
Se esiste un vero bisogno, un’ossessione di scrivere, sarà tale da manifestarsi nonostante ogni previsione avversa. Il padre di Gina Berriault muore prima che lei riesca a sostenere la famiglia con il suo lavoro, la madre inizierà a perdere la vista, ma è proprio osservandola agitare la mano, ascoltando i romanzi, a puntate alla radio che si rende conto dell’affinità con il suo operato: «potrebbe essere una metafora del mio tentativo di scrivere, sperando di far scaturire un po' di luce dal buio».
I primi due romanzi politici vengono accolti tiepidamente: The Descent (1960), ambientato nel 1964, racconta di un professore di storia scelto dal Presidente degli Stati Uniti per ricoprire la carica di Segretario per l'Umanità, mentre incombe il terrore di una guerra atomica; A Conference of Victims (1962) inizia a mostrare l’empatia e la compassione che caratterizzeranno le sue opere successive, con la storia dell'oblio che coinvolge la famiglia e la comunità di un politico morto suicida.
È con la prima raccolta di racconti The Mistress and Other Stories (1965) che Gina Berriault attira l’attenzione dei critici. In Italia, Mattioli 1885 ha pubblicato le opere dell’autrice iniziando da Piaceri rubati (traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, 2018).
Per rendere eterno un istante la narrazione non si ferma sulla superficie delle tragedie umane, ma disseziona il momento in prismi rizomatici lasciando da parte, in apparenza, il controllo rigoroso della vicenda. Così le storie di Gina Berriault formano una costellazione di vicende umanissime e comuni, forse diremmo scontate, distanti dall’epicità di colpi di scena e da sbalzi iperbolici della psiche.
Per esempio, in Morte di un uomo minore i dissapori coniugali tornano a galla dopo un malore del marito. La moglie ricorda il tempo in cui si è lasciata andare alla libertà, alla sua ossessione per Camus, alle vite non vissute dopo la scelta del matrimonio. Ora, al cospetto della morte, quello che sembrava importante è ridotto a un capriccio e tutto si risolve nella contraddizione di aver ceduto all’inerzia di una vita stabile, noiosamente normale:
Non le aveva mai dato l’impressione di essere insoddisfatto della propria vita. Non aveva mai progettato grandi imprese che fossero andate a monte. Tutto, in lui, manifestava distacco — la cura dei dettagli, il modo in cui si adeguava alle circostanze invece di prenderle di petto, la determinazione quasi perversa a non cambiare la propria vita, per la sua stabilità. Ma in quel momento, sdraiata accanto a lui, sentì che il marito era diventato la quintessenza dell’inutilità, percepì il suo risentimento per lo specialista poco disponibile, e anche per lei, la moglie, che lo insultava col sogno di un’altra vita senza di lui.
Emergono i goffi tentativi di appropriarsi del passato e di averne il controllo, fino a saccheggiarlo per i piaceri passeggeri del presente: succede all’anziano corteggiatore dell’Infinito potere delle aspettative, «la cui vita sembrava qualcosa di lungamente atteso ma non ancora vissuto», alle prese col corteggiamento di una ragazza molto più giovane di lui; succede alla protagonista dell’Amante quando, accecata dalla vanità, vuole rivivere i fasti di una gioventù archiviata rivelando a un ragazzo sconosciuto di essere stata la compagna clandestina del padre.
Lo sguardo compassionevole fa percepire una lente d’ingrandimento puntata su una stortura, una sbeccatura dell’interiorità che, se sollecitata dai casi della vita, può avvicinare ai veri e propri reietti.
Molto spesso nei racconti di Gina Berriault non ci sono avvisaglie, mancano le pagine che indugiano nel dramma, ma all’improvviso una frase crea la stessa impressione di notare una crepa su uno specchio che eravamo convinti di aver guardato con attenzione.
«“Non volevo niente” rispose categorico. Poi uscì e scese i gradini sul retro,
spaventato dalla sua stessa risposta».
Così si chiude Il bambino di pietra, uno dei racconti più toccanti della raccolta, poi diventato un film con Robert Duvall e Glenn Close, con la sceneggiatura della stessa Berriault.
Avrebbe voluto continuare a scrivere racconti, ma gli editori insistevano per la forma del romanzo, più apprezzata dalle vendite, così nel 1966 esce Il figlio(traduzione di Nicola Manuppelli, Mattioli 1885). Vivian è nata in una famiglia benestante degli anni Quaranta e deve affrontare l’abbandono del marito e l’arrivo di un figlio. Trova poco spazio nelle consuetudini del tempo e si lascia andare alla libertà dei piaceri e alla dipendenza dallo sguardo maschile. Tra una serata di lavoro al night e i matrimoni che si susseguono, l’unico punto fermo resta il figlio David, in una spirale sempre più estrema di bisogno reciproco.
In effetti, guardando l’intera produzione di Gina Berriault si notano i chiaroscuri più intriganti delle figure femminili. Gioie e dolori sono immanenti all’esperienza femminile, come fossero l’eco del ricordo di quello che è successo ad altre. Le donne di Berriault non trovano conforto nei costumi che si addicono loro e vagano perennemente affamate di una vita che non possono vivere alle loro condizioni. Così, la consumano dall’interno e divorano la polpa fino a lasciare intatta e lucida la buccia di una mela dal destino già segnato.
Le luci della terra (traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, Mattioli 1885), quarto romanzo pubblicato vent’anni dopo Il figlio, racconta di una donna che sperimenta la solitudine dopo essere stata lasciata dall’amato, e che tenta di recuperare troppo tardi il rapporto con il fratello, in una San Francisco fatta di comunità letterarie e anime perdute.
Qui è chiara la nostalgia per la forma breve: ogni capitolo è un cortometraggio che potrebbe esistere senza gli altri, la lingua si addensa in nugoli di istanti amplificati, il ritmo si appesantisce verso il basso e deforma il tempo della storia.
Con la pubblicazione di Donne nei loro letti (traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, Mattioli 1885), all’età di settant’anni, l’autrice riceve finalmente il riconoscimento che le spetta.
Si può dire che lo stile si sia sedimentato molti anni prima, perché la raccolta eguaglia in ritmo e abilità i racconti precedenti.
Gli aspetti sicuri e scontati della vita, i più bistrattati dalla quotidianità, sono i più precari perché gli sconvolgimenti sono frutto di cambiamenti silenziosi.
Nella Donna col vestito rosa bastano pochi istanti per entrare negli occhi di una bambina che si trova in una stanza con il padre e una donna con cui lui ha avuto una relazione; in Incendio boschivo gesti e battute risanano in poco tempo il rapporto madre-figlia per dare il conforto tanto aspettato.
La storia che dà il titolo alla raccolta dimostra come la protagonista Angela, una giovane attrice che lavora come assistente sociale in ospedale, cerchi di creare un universo di donne che condividono nei loro letti una conoscenza universale.
Trascorse la notte nel suo letto, quello che sicuro avrebbe ricordato come il letto di quel periodo della sua vita, sdraiata accanto all’amante che ne era comproprietario, e si chiese se quelle donne pensassero mai a lei, a dove fosse il suo, di letto, se lo divideva con qualcuno e con chi.
Se le domande e la curiosità erano segni di vita,
avrebbe dato loro una bella carica vitale raccontando qualcosa di sé mentre aspettava il sonno.
Ascoltate, mie care donne sole di tutta la città. Vi ricordate che ogni volta che vi sdraiavate in un letto vi chiedevate, anche solo per un attimo, cosa ci facevate? E che mi dite dei letti che pensavate di esservi scelte? Adesso vi sembra forse che sia stato qualcun altro a scegliere al posto vostro? La mano del destino le faceva sdraiare: mettetevi qui, mettetevi qui. Dio ha senz’altro creato i letti perché venissero condivisi, perché gran parte dei miei lo sono stati, e guardate in quanti modi avete condiviso i vostri, quanti ne avete dati ai vostri bambini che avete stretto con amore e ai compagni e agli amanti. E forse è per questo che un letto solitario è così piacevole, piacevolissimo solo se è temporaneo e non per sempre.
Le figure femminili sono dotate di ubiquità fisica e sentimentale, mentre quelle maschili sono quasi sempre colte e perse nell’intelletto, oppure hanno poca empatia per le vite altrui.
In questo contesto San Francisco non risparmia nessuno: puoi unirti alla folla che fa finta di non notare l’escluso o puoi farci caso, consapevole che il rovescio della medaglia potrebbe investirti senza avvisare.
In The Achievement of Gina Berriault Richard Yates, ancora una volta, coglie in poche righe uno degli aspetti che rende inimitabile il lavoro dell’autrice: «Credo che lei ci stia dicendo ciò che i grandi scrittori hanno sempre voluto farci capire: che l'ignoranza e il terrore non sono mai lontani dall'impadronirsi dei nostri cuori e che, in qualsiasi momento, potrebbero abbattersi su tutti noi — "come una tonnellata d'acqua" — travolgendoci con cose che non conosciamo».
Il rumore, allora, non è quello delle classifiche o dei premi arrivati troppo tardi: è il graffio sulla superficie, la frase che continua a lavorare nel lettore molto dopo l’ultima riga. Per cinquant’anni Gina Berriault ha girato cortometraggi di poche pagine su vite qualsiasi, e chi li attraversa esce con la sensazione di essere stato visto. Ricordarla significa soltanto restituirle lo sguardo.
