Incursione nei racconti di George Egerton

Debora Lambruschini in dialogo con Cecilia Fabaro

 

«Tutti hanno trascurato quell’eterna natura selvaggia, quel temperamento primitivo e indomito che si nasconde anche nella donna più mite. Questo tratto primordiale brucia in profondità, attraverso secoli di norme sociali: una qualità indomabile che si può celare ma che la civiltà non ha mai sradicato». George Egerton, “Lenze incrociate”

Queste donne indomite popolano i racconti di George Egerton, pseudonimo di Mary Chavelita Dunne, scrittrice inglese della fin de siècle, troppo a lungo trascurata dalla critica letteraria e dai lettori fuori dalla cerchia accademica, ma la cui voce è arrivata fino a noi, riscoperta, studiata, accolta tra gli autori e le autrici che, sul finire dell’Ottocento, hanno contribuito a plasmare la short story, anticipando molte delle istanze del Modernismo che di lì a poco si sarebbe imposto come il movimento letterario e artistico più rappresentativo del primo Novecento. Ben nota ai contemporanei, il nome di Egerton è stato però presto dimenticato, similmente a quanto accaduto per buona parte della generazione di scrittrici e scrittori suoi contemporanei: una «generazione minore», la definiva la prof.ssa Maria Luisa Villa, schiacciata da una parte dalla grande stagione vittoriana e dall’altra appunto dai modernisti, ma anche oscurata dallo scandalo Wilde che travolse ogni cosa, perfino quelle autrici e quegli autori che poco o nulla avevano a che fare con lui. Ci sono voluti molti decenni perché il nome di Egerton accendesse l’interesse della critica britannica ed è stato grazie agli studi fondamentali della critica femminista degli anni Settanta che la short story inglese degli ultimi decenni del XIX secolo ha finalmente trovato il posto che gli spettava nella discussione letteraria e il contributo di scrittrici come Egerton appunto pienamente riconosciuto. Tuttavia fuori dai circuiti accademici e britannici il percorso editoriale dell’autrice ha continuato a essere ancora a lungo oggetto di scarso interesse, con rare traduzioni e un numero ancor più esiguo di testi critici.

I racconti di Egerton svolsero un ruolo fondamentale nel passaggio dal realismo vittoriano allo sperimentalismo modernista. Furono a tutti gli effetti un punto di rottura rispetto alle forme e ai contenuti della tradizione letteraria precedente.

È importante rendersi conto oggi di quella che fu la portata della sua opera: nel primo anno, il 1893, la sua raccolta Keynotes vendette oltre seimila copie, entro il 1898 raggiunse otto ristampe e fu tradotta in sette lingue. Egerton era rappresentante di spicco dell’avanguardia del periodo: Keynotes diede il nome a una delle collane più in vista e sperimentali dell’epoca, pubblicata da John Lane, editore anche dello Yellow Book, rivista dell’élite letteraria, resa riconoscibile dalle raffinate e provocatorie copertine dell’artista Aubrey Beardsley. (Cecilia Fabaro, traduttrice di Terra vergine)

È alle ricerche per la tesi di laurea magistrale sulla short story inglese della fin de siècle che personalmente devo il mio primo incontro, ormai tanti anni fa, con George Egerton: fu una folgorazione. Mi procurai, con non poche difficoltà, le due raccolte disponibili, Keynotes e Discords, setacciai la banca dati dell’università alla ricerca di paper e materiale critico su questa autrice, la cui forza espressiva era innegabile. È iniziato allora il percorso che mi ha portata alla cura di un volume che comprende una selezione dei racconti di Egerton, un lavoro che sembrava non volere mai vedere la luce ma che, finalmente, quest’anno è stato accolto da 8tto edizioni, per una di quelle connessioni astrali che talvolta si creano: quasi contemporaneamente sia io che una traduttrice che non conoscevo, Cecilia Fabaro, avevamo proposto alla casa editrice milanese di lavorare sui racconti di Egerton.

Ho scoperto George Egerton durante il mio dottorato in letteratura inglese, lavorando a una tesi sulle raccolte di racconti degli anni Novanta dell’Ottocento, un periodo di grandissimo fascino ma di cui forse si parla poco. Chiunque si occupi dell’evoluzione della short story inglese non può non incontrare il nome di Egerton, ormai presente in tutti i principali studi sull’argomento. (Cecilia Fabaro)

Difficile per loro ignorare un segno come questo e dunque, un anno dopo è approdato nelle librerie Terra vergine, che porta appunto la mia curatela e la traduzione di Fabaro. Il lavoro di curatela potete facilmente intuire quanto sia stato importante per me: selezionare i racconti da proporre ai lettori italiani, prendermi cura delle parole, trovare un ordine e un percorso di lettura, scrivere la prefazione e poi, a libro compiuto, trovare le parole per raccontarlo, per raccontare la mia Mary Chavelita, per raccontare tutto quello che c’è dentro questo libro, anche quello che non si vede ma che c’è, esiste, lo sostiene e gli da forma. Perché costruire questo libro è stato anche un lavoro di squadra, curiosamente una squadra tutta al femminile, composta da me, la traduttrice, le editrici di 8tto. Lavorare alla sua curatela ha significato un dialogo, un confronto costante con Cecilia Fabaro, appunto, un lavoro di traduzione complesso e notevole.  

Dei suoi racconti mi hanno colpito le protagoniste, sessualmente emancipate e indipendenti, la freschezza e lo sperimentalismo dello stile e delle strutture narrative, le ambientazioni suggestive, come Irlanda e Norvegia. E poi la carica esplosiva di un racconto di denuncia come Terra vergine, ancora oggi dirompente, o l’ironia (e l’autoironia), la vulnerabilità e l’onestà della voce in prima persona di Now Spring Has Come, racconto autobiografico che ha il tono intimo di una confidenza.
Quando mi sono resa conto che, nonostante la fortuna critica di cui ormai gode, Egerton era quasi del tutto assente dal panorama editoriale italiano, ho deciso di proporne la traduzione a 8tto Edizioni, una casa editrice attenta alla riscoperta di voci femminili del passato. (C.F)

Entrambe conoscevamo bene i racconti di Egerton, li avevamo letti, riletti, studiati: di fronte alla necessità di tradurli in italiano ci siamo rese conto ancora una volta di quanto stratificate fossero quelle storie, della profondità di innovazione tematica e formale operata da Egerton e, di conseguenza, dell’arduo compito di trasporle nella nostra lingua. Se la fin de siècle è stata un’epoca di profonde trasformazioni  sociali e culturali, l’opera di Egerton ha saputo meglio e più di altre interpretarne il fermento, rinnovare in modo tanto marcato la letteratura del tempo e, come si diceva, anticipare molte istanze proprie del Modernismo novecentesco apportando un contributo determinante nello sviluppo della short story moderna. Egerton abbandona le lunghe trame vittoriane e gli intenti moraleggianti privilegiando plot condensati, background indefiniti; sono soprattutto l’indagine psicologica e l’interiorità dei personaggi – specie quelli femminili –, a interessare l’autrice, concentrata nella rappresentazione di momenti ordinari, quotidiani, con una narrazione che predilige l’uso del monologo interiore che rompe con il tradizionale narratore onnisciente di stampo vittoriano. Da qui scelte formali che contribuiscono alla delineazione di quella voce autoriale tanto peculiare, la predilezione del tempo presente, un uso particolare della punteggiatura – tralascio sulle lunghe disquisizioni tra me e Cecilia su trattini e punti e virgola – , le ambiguità linguistiche, i monologhi, i pensieri che si fanno sogni, fantasie, divagazioni.

I racconti sono audaci sia nei temi sia nella forma. Egerton, come altri autori fin de siècle, abbandona il plot tradizionale per privilegiare l’esplorazione della vita interiore e la psicologia delle sue protagoniste. I racconti si limitano, nella loro brevità, a catturare momenti circoscritti, “slices of life” della vita dei personaggi, prefigurando la short story modernista di autori come Woolf, Mansfield e Joyce. Sono costruiti su ellissi e omissioni e sono spesso caratterizzati da finali aperti. Una caratteristica distintiva dei racconti è l’uso frequente del tempo presente, che trasmette una forte sensazione di immediatezza e spontaneità. Lo stile di Egerton è però allo stesso tempo vario e complesso: i racconti sono contraddistinti infatti anche da elaborati passaggi descrittivi, come l’incipit di A Cross Line (che è stato particolarmente impegnativo da tradurre), e da riflessioni/digressioni di carattere filosofico e ideologico. Un esempio particolarmente evidente dello sperimentalismo formale e dell’originalità di questi racconti è la struttura tripartita di A Psychological Moment at Three Periods, che racconta la vita di una donna attraverso tre frammenti, tre momenti chiave della sua esistenza, nell’infanzia, nella giovinezza e in età adulta. (C. F.)

Il lavoro di traduzione, dunque, è stato particolarmente complesso e Fabaro ha svolto un lavoro notevole nel tentativo di rimanere quanto più fedele possibile al testo ma adattandolo anche alla lingua di approdo. E, intanto, cercando di non perdere nessuna sfumatura, di non smarrirsi dentro ai testi, nelle frequenti «oscillazioni tra presente e passato» per l’uso peculiare dei tempi verbali operato da Egerton.

Anche la traduzione dei titoli ha richiesto diverse riflessioni. A Cross Line, che abbiamo reso con Lenze incrociate, contiene un doppio riferimento: da un lato alla pesca (line indica qui la fishing line, la lenza), dall’altro alla relazione clandestina tra i due personaggi. Per A Psychological Moment at Three Periods, titolo complesso che sottolinea l’attenzione dei racconti per il “momento” fugace e l’indagine interiore, abbiamo invece preferito una soluzione più libera: Vita di una donna in tre atti. Nel caso di The Spell of the White Elf, racconto che richiama la leggenda dei changeling del folklore irlandese, la scelta era tra ‘elfo’ e ‘folletto’. Abbiamo optato per ‘elfo’ tenendo conto del legame di Egerton con la cultura e la letteratura scandinave: nella mitologia norrena e nell’Edda in prosa si parla infatti di “elfi chiari”, o “della luce”, contrapposti agli “elfi oscuri”, o “elfi delle tenebre”. (C.F)

Sembrano dettagli di poco conto, ma non lo sono affatto. Si può stare una giornata intera su una parola, finendo per fare le ricerche più curiose e disparate. Egerton ci ha sicuramente messe alla prova, anche con registri diversi all’interno di un racconto.

In Wedlock, per esempio, gran parte dei dialoghi è scritta in cockney, il dialetto parlato dalla working class nei quartieri popolari di Londra: per la traduzione ho usato quindi un registro basso e colloquiale, mantenendo una sintassi semplice ed evitando, per esempio, l’uso del congiuntivo e di termini ricercati. (C. F.)

Il racconto di apertura, Lenze incrociate – in originale A Cross Line – è il più celebre e antologizzato di Egerton e, forse, uno dei più complessi da tradurre, già dal titolo e poi via via con quel flusso di pensieri e fantasie e sogni su cui incede la protagonista senza nome.

Uno dei passaggi più impegnativi, ma anche più belli da tradurre, è la scena di Lenze incrociate costruita sul libero fluire dei pensieri e delle fantasie della protagonista. Sdraiata su un prato, mentre osserva le nuvole scorrere nel cielo, la donna sogna a occhi aperti: immagina di viaggiare in luoghi esotici e di essere una sensuale danzatrice acclamata dal pubblico. La difficoltà è stata quella di ricreare questo “flusso” di pensieri e sensazioni per libere associazioni, in un ritmo via via più incalzante fino al climax finale. (C.F.)

È soprattutto il punto di vista femminile il focus dei racconti di Egerton in generale e di quelle da mee selezionate per la raccolta, non un punto di vista univoco ma senza dubbio dominante: sono le donne, i pensieri e desideri, il centro nevralgico della produzione letteraria di Egerton, rappresentate senza filtri, anche negli aspetti più conflittuali e oscuri. Attraverso queste donne, l’autrice pone al centro le tematiche più dibattute del tempo tra cui la femminilità stessa, il nuovo modello rappresentato dalla New Woman, la Marriage Question, la maternità, l’educazione femminile. Esplora il desiderio sessuale femminile, non per forza vincolato al matrimonio, inevitabilmente attirando su di sé feroci critiche dai contemporanei, fino all’accusa di erotomania per i continui riferimenti al sesso e la dissolutezza dei personaggi femminili. Tutto questo lo fa con una voce limpida, diretta, che ancora brucia intensamente a distanza di oltre un secolo.

L’aspetto forse più importante dei racconti di Egerton, e ciò che li rende ancora oggi una lettura necessaria, è la libera esplorazione di quella che lei stessa definì la “terra incognita” della soggettività femminile: ciò che le donne sanno di sé, contrapposto all’immagine che ne ha costruito l’uomo. Territori allora sconosciuti, appunto, di cui fu un’assoluta pioniera. Non è un caso che, all’uscita di Keynotes, la scrittrice abbia ricevuto numerose lettere da parte di lettrici in risposta ai suoi racconti.

Uno degli aspetti più dirompenti e attuali, inoltre, è forse il fatto che Egerton rifiuti gli esiti narrativi convenzionalmente riservati ai personaggi femminili nelle opere letterarie dell’epoca: il matrimonio in primis, oppure, per le donne che sfidano le norme sociali, la punizione o la morte. Sceglie invece spesso finali aperti, in cui le protagoniste si trovano in un momento di passaggio, di transizione, con un futuro ancora da scrivere. (C.F.)

Il futuro delle donne di Egerton è ancora da scrivere, dunque, la sua autrice tra i lettori italiani, auspichiamo, trovi finalmente l’accoglienza che merita.