di Alice Pisu
«Tutti gli artisti sperimentano dolorosamente l’abisso che separa le proprie visioni interiori dalla loro espressione finale, un abisso che non viene mai colmato del tutto».
Risiede in tale assunto il valore dell’esperienza di scrittura per Isaac Bashevis Singer. Maestro della forma breve, lo scrittore polacco di lingua yiddish premio Nobel per la letteratura nel 1978, compone un’epopea della diaspora che alterna la cosmogonia ebraica, la cronaca sociale est-europea (tra realismo documentale e invenzione fantastica), lo studio del messianismo, il folklore popolare, in romanzi e racconti nei quali l’equilibrio tra mistico e demoniaco attesta la crisi del simbolico.
Decisiva, nella consapevolezza del destino di scrittore, l’infanzia trascorsa in una casa di Torah e libri sacri a giocare con i volumi della biblioteca paterna e a scribacchiare ancor prima di imparare l’alfabeto.
«A casa nostra le domande più pressanti erano quelle eterne.
I rompicapi cosmici non erano teorici, ma pratici».
Un’impronta riconoscibile già nei primi racconti - confluiti nella raccolta Gimpel l’idiota - composti da Singer poco più che ventenne quando, già noto nell’ambiente letterario yiddish di Varsavia, riceve una proposta di pubblicazione dall’editore Boris Kletzin che finisce per declinare. La prima edizione inglese avviene oltre ventisette anni dopo, nel 1957 (in yiddish nel 1962).
In Italia Gimpel l’idiota esce originariamente nel 1966. Rileggerlo oggi con una nuova edizione Adelphi (a cura di Elisabetta Zevi e la traduzione di Anna Bassan Levi) illumina nuclei tematici, visioni e assilli centrali nella produzione successiva e in senso più ampio rappresenta una delle porte d’accesso non solo a una letteratura ma a una filosofia personale, fulcro della ricerca intellettuale di Singer.
Il racconto eponimo narra le vicende di un uomo umiliato e svilito da chiunque per la sua ingenuità e la sua strenua fiducia verso il prossimo. Frampol è il luogo d’elezione di vari testi di Singer: nel tipico villaggio ebraico polacco guidato da un rabbino, le maldicenze e gli inganni sono perpetuati nella convinzione di sovrastare i più deboli, con devastazioni che rievocano il destino di Sodoma e Gomorra.
In quella che è stata definita la gigantesca mitologia popolata da personaggi indimenticabili, si susseguono giovani diavoli, candidi destinati a tradimenti imperituri, spose che covano vendette, narrati da Singer ispirandosi, nei temi e nell’incedere, alla figura del Magghid, antica istituzione oratoriale polacca. Radicato nella storia e sperimentale al contempo per le continue evoluzioni espressive, lo yiddish di Singer è “una lingua di esilio, senza terra, senza frontiere, non difesa da nessun governo – come la definì lo scrittore nel discorso del 1978 per il conferimento del Nobel – , una lingua che non possiede parole per le armi, le munizioni, le esercitazioni militari, le tattiche di guerra”.
È un ritratto proletario quello che emerge in controluce nelle alterne fortune di calzolai, panettieri, bottai, commercianti di oche vive, violinisti mendicanti, in scenari che variano dai banchetti di nozze a quelli di circoncisione, teatro di distacchi migratori dolorosi, vendette, disastri tragicomici con riferimenti frequenti ai salmi. Tra le costanti, come nel racconto Il signore di Cracovia, l’irruzione in un contesto di quiete apparente di soggetti luciferini eclettici dediti ad abbagliare il popolo con promesse di benessere.
L’esasperazione allegorica degli effetti dell’individualismo è esaltata da diavoli dalle sembianze di insetti, di domestiche, o di folletti nascosti dietro le stufe per sedurre spose. Singer si diverte a ispezionare l’altro lato del peccato come occasione di virtù e possibilità di elevazione morale. Attraverso espiazioni bizzarre, esplora i vincoli insiti nelle relazioni con toni grotteschi nei risvolti sordidi di maledizioni, disastri ben congegnati e musiche nefaste come il pianto sommesso dei violini per mostrare le conseguenze dell’empietà (come ne L’ammazzamogli).
«Quando Dio vuole punire qualcuno, lo priva della ragione».
Ogni vicenda narrata assume i connotati di una parabola, induce chi legge a interrogarsi sulle deformazioni disumane nella miseria, sul valore della giustizia, sul significato della verità, sulla natura della morte reale e della morte apparente. La messa in discussione dell’equazione luce/verità trova espressione in narrazioni dove la giustizia risuona come un abbaglio, dove ogni segreto attende di essere tradito e ciò che è sacro dovrà essere profanato.
Lo scetticismo religioso di Singer emerge spesso per voce di personaggi apparentemente negativi, come lo spiritello protagonista del racconto Lo specchio che tenta la figlia del rabbino per poi chiedersi: “Dio esiste? Ed è davvero misericordioso? Zirel verrà mai perdonata? Oppure il creato è un serpente primigenio grondante di malvagità? Come faccio a saperlo?”. Domande spesso legate anche al significato del vivere in relazione al mistero che connota la libertà.
I toni surreali e le ambientazioni ai limiti del fantastico raggiungono l’apice nel racconto Dal diario di un non nato, che principia in un venerdì tredici del tredicesimo mese in un luogo privo di esseri umani e bestiame e segue le vicissitudini di uno spirito che cambia costantemente le sue sembianze. Il paesaggio naturale fa da contrappunto alle vicende narrate, sottende un dolore condiviso come quello sprigionato in una notte autunnale fredda e limpida, quando sotto il «debole chiarore giallastro del cielo stellato un gregge di capre era intento a strappare in silenzio la corteccia del legname accatastato per l’inverno nel cortile della sinagoga. Una civetta, come afflitta da un dolore implacabile, si lamentava con voce quasi di donna smettendo di tanto in tanto e riprendendo ogni volta».
Nell’addentrarsi nel peculiare immaginario dello scrittore, tornano alla mente le riflessioni della maturità circa la curiosità infantile provata verso l’insolito, il prodigioso, il misterioso, anche per via delle suggestioni con cui l’autore cresce e gli eventi traumatici che incrinano certezze sulla validità della ragione favorendo un caos fertile per il pensiero e la creazione artistica, tra sogni macabri, allucinazioni, fantasticherie erotiche.
Come confessa in un saggio pubblicato su Esquire nel 1974, ben prima di leggere i filosofi moderni, Singer sperimenta lo scarto tra le verità religiose propugnate dalla sua famiglia e la presa di coscienza dell’impossibilità di dimostrare l’esistenza di Dio, dell’anima, del libero arbitrio, nella convinzione che quando entrano in gioco il tempo, lo spazio e la casualità, la ragione porta ad antinomie. Il suo studio inesausto sui princìpi religiosi si basa su opere come La guida dei perplessi, il Kuzari, Il libro delle credenze e delle opinioni, I doveri del cuore, l’Etica di Spinoza, per arrivare ai Prolegomeni di Kant, e al Trattato sulla natura umana di Hume e poter così affrontare i libri sulla Qabbalah e farsi influenzare anche da letture successive, tra cui Dostoevskij, Gogol’, Heine, Goethe, Flaubert, Maupassant. London, Poe. Dichiara in più occasioni di aver iniziato a scrivere in ebraico, poi in yiddish per sentirsi più libero rispetto alle associazioni suscitate dall’ebraico.
«Uno scrittore yiddish in America è un’entità invisibile, quasi un fantasma – scrive a matita in una nota autobiografica senza data trovata nei suoi archivi – . Forse per questo sono tanto interessato alle storie di fantasmi e al soprannaturale. In tutti i miei scritti tendo a cercare ciò che è nascosto alla vista. Dentro di me alberga la convinzione che ogni essere umano sia posseduto, e per me i veri scrittori sono coloro che sanno praticare l’esorcismo».
Amante di Turgenev, lambisce costantemente nei suoi testi il confine tra origine e fine, creazione e distruzione, nel solco di polarità esperite sin dall’ascolto infantile dei racconti yiddish sulle astuzie delle potenze maligne, sui prodigi di santi grazie ai poteri della Qabbalah, e nel rapimento estatico provato nell’osservazione delle imprese straordinarie dei maghi nel cortile di famiglia, in via Krochmalna a Varsavia, fantasticando di emularli.
«Immaginavo di trovare un cappello che mi rendesse invisibile e un paio di stivali delle sette leghe. Scoprivo una posizione che mi faceva diventare saggio come re Salomone e forte come Sansone. Il profeta Elia di notte veniva a trovarmi e mi portava sul suo carro di fuoco trainato da cavalli di fuoco fino ai palazzi celesti dove avrei incontrato Dio, gli angeli, i serafini, il Messia. Lungo la strada ci fermavamo a Sodoma, dove potevo vedere la moglie di Lot trasformata in colonna di sale. E avevo anche la possibilità di entrare nel palazzo di Asmodeo sul monte Seir, dove il re degli inferi sedeva sul suo trono, con la barba nera che toccava il pavimento, e una corona di pietre di Onice dietro le corna. Diavolesse nude disposte in cerchio cantavano per il re canzoni blasfeme e profane».
Il ricatto dei vincoli di sangue, la scure della punizione, l’impossibilità di una reale redenzione, uniti a rimandi al misticismo, al deismo, alla filosofia, agli scritti cabbalistici, all’occultismo e alla maturazione di uno scetticismo religioso inducono negli anni lo scrittore a trasformare la sua idea di inibizione in metodo creativo, sulla base dell’assunto che «se l’arte ha qualcosa da insegnarci è che “in principio ci fu l’eccezione”».
La valorizzazione dell’intera opera di Singer investe di nuove consapevolezze chi si addentra non solo nei racconti o nei romanzi ma nella produzione giornalistica e in particolare in quella saggistica, spesso legata a interventi pubblici e rimasta a lungo inedita. Pregevole in tal senso la pubblicazione della raccolta critica A cosa serve la letteratura? (a cura di David Stromberg, trad. Marina Morpurgo, Adelphi), per avvicinarsi alla visione di un intellettuale la cui analisi sulla crisi della letteratura in prosa, della poesia e del teatro risuona oggi profondamente attuale, a partire dal riconoscimento, nel declino, di una generale perdita dell’essenza autentica delle arti, in favore di una tendenza alla contaminazione di generi e ambiti che produce impoverimento culturale.
«Sulle rovine delle stupidaggini e delle banalità, della psicologia vacua, della finta sociologia, del simbolismo e del formalismo vuoti nascerà un’arte dal carattere puro, un’arte che rivelerà le sorprese che si trovano unicamente nella personalità umana, nelle sue battaglie e nel suo sviluppo. La vera arte va al cuore delle cose, tocca la sostanza dell’essere e della creazione. L’arte intrattiene, e intanto continua a cercare, a modo suo, le verità eterne. Ancora tenta di penetrare la natura dell’essere, di risolvere il rompicapo del tempo e del cambiamento, di trovare una risposta alla sofferenza, di rivelare l’amore nell’abisso della crudeltà e dell’ingiustizia. I veri artisti non possono mai fare pace con la morte e l’oblio.»
