Lee e Woolson: due scrittrici e due racconti della fin de siècle

di Debora Lambruschini

Parlare di racconti è, sempre, abbattere qualche stereotipo e pregiudizio, più o meno strettamente legati a questa forma. Capita, per esempio, di riflettere sulla short story inglese e sottolineare come l’Ottocento non sia soltanto il secolo del grande romanzo vittoriano ma anche – negli ultimi due decenni – la golden age della forma breve. Se è vero che nel Regno Unito lungo il corso dell’Ottocento il novel è il genere egemone, è innegabile che durante la fin de siècle (che generalmente si indica con il periodo che va dal 1883 anno della pubblicazione di The Story of an African Farm di Olive Schreiner e lo scoppio della prima Guerra Mondiale) mutamenti sociali e culturali portano allo sviluppo e poi all’affrancamento della short story. Il racconto prende sempre più le distanze dal romanzo vittoriano e dai suoi tratti peculiari – happy ending, narratore onnisciente, rappresentazione matrimonio borghese, pubblicazione nella forma del three decker – per esplorare nuove possibilità e direzioni e diventare forma autonoma. Gli ultimi due decenni del XIX secolo rappresentano dunque nel Regno Unito un momento particolarmente importante nella delineazione della short story moderna, la cui eco travalica i confini nazionali e influenza gli sviluppi del racconto del Novecento e contemporaneo. Ed è proprio in questi decenni che emerge la figura più emblematica del tempo, la New Woman, protagonista anche di un filone letterario specifico e al centro del dibattito sociale e culturale. Il termine, coniato dalla scrittrice Sarah Grand nel 1894 durante un dibattito e poi ripreso per indicare la nuova femminilità che va sviluppandosi a fine secolo, è fin da principio problematico (similmente e non a caso a quanto lo sarà “femminista”) e spesso utilizzato  con valenza negativa, al pari di “spinster” o “odd woman”. New Woman è infatti il simbolo di una femminilità nuova, svincolata dal tradizionale modello vittoriano e altrettanto nuova è la produzione letteraria che la rappresenta.  Una produzione che tuttavia viene marginalizzata e messa in ombra al volgere del secolo, e che sarà riscoperta e valorizzata dalla critica femminista degli anni ’70 del Novecento, a partire dagli studi fondamentali di Elaine Showalter. In questo filone della New Woman fiction, il contributo delle scrittrici è stato determinante, eppure la critica per lungo tempo le ha ignorate o relegate ai margini. Si tratta, come sottolinea la prof.ssa Luisa Villa nei suoi studi sulla short story femminile di fin de siècle, di una «generazione minore, schiacciata fra le grandi romanziere vittoriane e la stagione modernista», in un periodo in cui la questione femminile diventa topos ricorrente. «Scrivere di donne è un atto politico. Ascoltare chi non viene ascoltato da nessuno» diceva Grace Paley, e la produzione letteraria della fin de siècle vede appunto il proliferare di testi di donne, sulle donne, dal punto di vista delle donne. Opere, dunque, che necessitano di modalità narrative adeguate, che si discostano dal tradizionale canone vittoriano e trovano nella forma breve il mezzo espressivo ideale, a fronte anche della crescente diffusione delle riviste e dei giornali, in cui ampio spazio viene dato ai racconti, genere molto richiesto e con una crescente presenza femminile tra gli autori. Il paradosso, sottolineato ancora da Showalter, è che se da una parte si è particolarmente critici verso la società patriarcale di stampo vittoriano, allo stesso tempo si avverte alla fine del secolo anche una crescente paura dell’emancipazione femminile in atto, così come dei mutamenti della produzione letteraria.
Olive Schreiner, Mona Caird, Charlotte Perkins Gilman, Kate Chopin, George Egerton (pseudonimo di Mary Chavelita Dunne Bright), Constance Fenimore Woolson, Vernon Lee (pseudonimo di Violet Paget), sono solo alcune delle emblematiche scrittrici della fin de siècle angloamericana che hanno contribuito in modo profondo non solo alla New Woman Fiction ma alla definizione della short story stessa, anticipando molti dei tratti che saranno poi identificativi del Modernismo, tanto del romanzo quanto del racconto, e di autrici come Katherine Mansfield e Virginia Woolf. Un numero importante di scrittrici che pubblica sulle riviste e si ritaglia un ruolo sempre più rilevante nell’ambiente culturale e letterario, attirando di conseguenza anche numerose critiche: Henry James – tra gli altri – si lamenta di questa «femminilizzazione della cultura letteraria» nel racconto “The Death of a Lion”, pubblicato sul numero d’esordio di una rivista d’avanguardia come The Yellow Book , esempio della posizione ambigua della rivista in questo senso, e sintomo di un comune sentire.

Constance Fenimore Woolson

Non cito per caso Henry James proprio in questo contesto: il suo “fantasma” aleggia infatti in un paio di racconti di recente pubblicazione italiana, evocato in modo più o meno esplicito da due autrici che allo scrittore erano legate da rapporti personali oltre che di stima – ma non per questo prive di criticità nei confronti della sua figura e scrittura e di ciò che James rappresentava. Due racconti a firma di altrettante autrici tra quelle citate poc’anzi, Vernon Lee e Constance Fenimore Woolson, inglese una e americana l’altra, ma entrambe legatissime al vecchio continente, nel quale trascorrono fasi importanti della propria vita. Le professoresse Giovanna Mochi e Benedetta Bini, rispettivamente traduttrici italiane di Miss Grief (di Woolson, pubblicato originariamente nel 1880) e di Lady Tal (Lee, 1892), curano una pregevole edizione di queste due short stories, pubblicata quest’anno da Marsilio nella collana Letteratura Universale e che si distingue per il puntuale apparato critico bibliografico, fondamentale per presentare ai lettori italiani l’opera di due autrici finora non particolarmente note fuori dall’ambito accademico, e spiegare le ragioni di questo accostamento. I due racconti in questione sono infatti legati sotto diversi aspetti; il primo e più immediato è il richiamo tematico della donna scrittrice che ostinatamente vuole far sentire la propria voce autoriale e pubblicare i propri scritti facendosi strada nel mondo editoriale. Un mondo a cui l’accesso sembra impossibile senza l’intercessione di un Master, un maestro – uomo, naturalmente – stimato e di successo, che possa aprir loro le porte di un ambiente elitario, chiuso, diffidente verso la scrittura femminile. Ma tanto la Miss Grief di Woolson quanto la Lady Tal di Lee non accettano di sottostare in silenzio alle regole imposte e, per questo, vengono in qualche modo “punite”, rimproverate dal Master, non comprese.
Altro legame tra i due racconti è appunto con quel Master, dietro cui si cela un richiamo non tanto velato proprio allo scrittore Henry James, conosciuto da entrambe (anche se all’epoca della pubblicazione di Miss Grief, Woolson non lo aveva ancora incontrato personalmente) e da tutte e due stimato ma, come si accennava poc’anzi, non per questo inibite dal rappresentare pure gli aspetti più critici della sua – ingombrante – figura.
I titoli, ancora, o meglio i soprannomi delle due protagoniste rappresentano, come ricordano le curatrici nella prefazione, creano un ulteriore legame tra i racconti: Miss Grief – Signorina Dolore – è il nomignolo con cui lo scrittore-narratore del racconto omonimo si rivolge erroneamente alla sua ospite (all’anagrafe Miss Crief) e che nella sua opinione perfettamente si lega alla figura malinconica, scialba, consumata e povera dell’aspirante autrice; Miss, a sottolineare tanto la condizione economica quanto il ruolo di marginalità sociale dell’essere una donna nubile – che per altro alla fin de siècle rappresentavano un problema sociale, un pericolo, molto discusso. Per contro, Lady Tal è già nel titolo rappresentante di una ben differente classe e condizione sociale: sposata – o meglio, vedova, e come si scoprirà costretta a specifiche condizioni per mantenere la propria eredità – e di ceto aristocratico, ma come la donna di Woolson anche in questo caso il Master del racconto le si rivolge con un nomignolo, derivato dall’altezza imponente. In entrambi i casi, dunque, il giudizio esteriore – dell’uomo-scrittore, della società – viene ben prima di quello sul valore letterario e, anzi, poco credito è dato alla donna che abbia velleità artistiche. Anche il contesto geografico di questi due racconti è simile, quell’Italia conosciuta da entrambe le autrici: Venezia per la Lady Tal di Lee, Roma per la Miss Grief di Woolson. Tuttavia, sono due ambienti molti diversi quelli in cui si muovono le protagoniste dei racconti, rimarcando ancora la distanza di classe che intercorre tra le due, il tono stesso delle storie, il loro epilogo.
L’intertestualità dei due racconti dunque è sottolineata dalle curatrici nella prefazione e ben spiegata anche nelle brevi note che accompagnano i testi. Se è vero che da bibliofila e anglista bramerei un bel volume completo di tutti i racconti di entrambe le autrici – di cui esistono diverse opere tradotte in italiano ma poche reperibili e non tutte di pari cura editoriale – con la stessa cura editoriale riservata a questo testo, è pur vero anche che mettere in dialogo due racconti di due autrici e svelarne le occorrenze dentro e fuori dai testi è un esercizio critico particolarmente interessante e apre al lettore finale diverse possibilità e chiavi di lettura, suggestioni, ricerche bibliografiche, per costruire dunque da sé un percorso letterario peculiare.
Ciò su cui in questa sede mi pare importante ancora riflettere è, come si diceva in principio, il ruolo fondamentale delle scrittrici della fin de siècle nella definizione del racconto moderno, inglese e non solo, forma che risponde in modo particolare alle istanze del tempo e, per contro, osservare quali ostacoli specifici hanno dovuto superare le autrici. Se appare inoltre evidente il valore letterario di queste due voci, mi preme anche indagare le ragioni per cui oggi sia ancora interessante e utile riflettere sulla New Woman Fiction di cui, in modi peculiari, tanto Lee quanto Woolson sono esempi notevoli. La New Woman Fiction rappresenta infatti una produzione letteraria che ben esemplifica le possibilità di sperimentazione del racconto, tanto da un punto di vista tematico quanto strutturale e, naturalmente, il ruolo fondamentale delle donne, protagoniste delle storie e autrici, oltre al discorso sul ruolo delle riviste in rapporto al racconto. Molto stretto, inoltre, il dialogo con la contemporaneità: negli ultimi anni è sempre più frequente l’interesse di editori, critica e pubblico verso le «autrici sommerse», scrittrici che per logiche diverse sono rimaste fuori dal canone o finite nell’oblio e le autrici della fin de siècle sono, loro malgrado, un esempio ideale da cui partire per la riscoperta. Va da sé che anche le tematiche trattate nel periodo e, in particolare, la riflessione sulla Woman Question, non si siano mai davvero esaurite; stando solo ai due racconti presenti nella pubblicazione Marsilio, il tema della donna-scrittrice – ma potremmo anche ampliarlo alla donna-artista – risulta ancora particolarmente rilevante nel dibattito contemporaneo.

Vernon Lee

Numerose sono le pubblicazioni recenti che riflettono sulle criticità peculiari con cui le scrittrici si sono e ancora continuano a confrontarsi – penso per esempio ai saggi Vietato scrivere di Joanna Russ o L’ha scritto lei ma… di Johnny L. Bertolio – e altrettanto lo sono gli esempi noti e meno noti di autrici che hanno sacrificato moltissimo per ritagliarsi il dovuto spazio nell’ambiente letterario, andando incontro a critiche e ostacoli del tutto estranei ai colleghi maschi. E forse il primo ostacolo è quello con sé stesse, il sentirsi legittimate a scrivere, a produrre arte, sottraendo tempo a quel resto che sembra sempre più importante, necessario, legittimo appunto, socialmente accettabile.
Miss Grief e Lady Tal sono dunque espressione, pur nelle loro differenze, di una questione ancora profondamente attuale e il punto di osservazione delle due autrici sull’argomento, lo sviluppo delle storie e il percorso delle loro protagoniste, ben coglie problematiche e complessità del mondo letterario entro cui si muovono. La Lady Grief di Woolson, la Signorina Dolore presa in giro dallo scrittore senza nome cui si rivolge perché possa aprirle le porte del mondo editoriale, è evidente fin da subito quale posizione di subalternità occupi nei confronti del suo interlocutore e della società tutta: è nubile, non ha mezzi, la sua salute versa in cattive condizioni. Ed è una donna, forse il suo svantaggio principale. Si rivolge allo scrittore affermato – alimentando tutta la sua boria e ironia – affinché si faccia tramite con il mondo letterario ma, qui sta l’aspetto più interessante del racconto e l’ingegno dell’autrice, nonostante appunto la sua posizione subalterna, è saldamente ancorata alla propria arte, alla propria voce, di cui riconosce il valore:

 

«No» rispose con garbo, sempre sorridendo. «Non si cambia neanche una virgola»

(“Miss Grief)

 

Pienamente consapevole del proprio talento, Miss Grief non si piega alle tenaci critiche del suo Master, che rigetta una dopo l’altra. Al lettore scoprire quale sarà l’esito di questo duello, ma quel che conta in tal sede è sottolineare la stratificazione di un testo che apre a molteplici spunti, dalla condizione femminile al ruolo delle scrittrici, l’ostracismo – e, verrebbe da dire, un certo grado di ottusità – del mondo editoriale, la scrittura stessa.
La Lady Tal di Lee si muove con altrettanta sicurezza nell’ambiente che frequenta, forte del proprio status ma non aliena alle critiche che le vengono mosse, alle sue spalle naturalmente. Quello che Lee tratteggia è infatti non solo il racconto di una donna e la sua ambizione letteraria ma anche la rappresentazione di un microcosmo ben noto all’autrice e alla compagine reale dello scrittore del racconto, ossia Henry James il quale, troppo indignato per quanto aveva appreso del racconto, pare si rifiutò perfino di leggerlo. Di certo la storia provoca uno scandalo e non tanto per la rappresentazione dell’ambizione femminile quanto per come l’elite veneziana si sia riconosciuta troppo bene tra quel gruppo di viaggiatori stranieri che Lee inserisce nel suo racconto, dediti al pettegolezzo e alle meschinerie, implacabili nel loro giudizio su Lady Tal. Certo non è difficile immaginare il disappunto di James nel rivedersi in qualche modo nello scrittore cui, anche in questo caso, la protagonista si rivolge per farsi strada verso la pubblicazione. Jervase Marion, femmineo già nel nome, sempre più caricaturale mano a mano che procediamo nella lettura – la scena di lui che goffamente tenta di reggere le tante buste della sua spesa che Lady Tal gli affida è particolarmente divertente – si crede il più acuto osservatore della società che abita e, quasi parodia jamesiana, suo malgrado non può mai fare a meno di immaginare le storie dietro ogni sconosciuto che cattura la sua fervida curiosità, studiarne la psicologia, convinto di non sbagliare mai. E Vernon Lee osa ancora più direttamente il legame con James, citandolo apertamente nelle prime pagine del racconto:

 

Avvertiva il vantaggio dell’essere uno scrittore psicologico, e anche di essere un americano cosmopolita, di abitare lo stesso mondo di Henry James ed essere una sorta di Henry James lui stesso, anche se di minore grandezza: si ha il piacere di comprendere così tanto e si perde il piacere di non comprendere molto altro. (Lady Tal)

 

Il racconto di Lee, lungi dall’essere una parodia di una certa boria maschile, è una storia ben congegnata che riflette su un preciso ambiente culturale, le sue storture, la posizione precaria di una donna e il desiderio di far sentire la propria voce. Una donna, Lady Tal, che Marion prende a studiare, inconsapevole del fatto che l’oggetto della sua attenzione è in realtà ben più capace di lui a inquadrare le persone, prenderle perfino bonariamente in giro e utilizzarle ai suoi scopi. Un’ironia sottile attraversa queste pagine di Lee, che hanno un’atmosfera e un tono ben diversi da quelle del racconto di Woolson, ma che allo stesso modo arrivano a considerazioni simili sul ruolo delle donne-artiste, il rapporto con il Master di turno – e sì, nel tirare giù dal piedistallo uno scrittore tanto affermato come James. Come efficacemente sottolineato dalle curatrici inoltre, gli echi jamesiani in entrambi i racconti sono anche più sottili della citazione diretta e aprono a ulteriori possibili interpretazioni e letture intertestuali, tra cui, mirabile, un riferimento al celebre racconto di James. La figura nel tappeto, tra i più ambigui e suggestivi racconti dello scrittore americano (e che a me richiama sempre seppur con sostanziali differenze il meraviglioso racconto di Charlotte Perkins Gilman, La carta da parati gialla) che però ribalterebbe qui la prospettiva circa il ruolo di influenza, perché il racconto di Woolson appare ben prima di quello di James:

 

Avrei corretto e modificato io, senza che lei lo sapesse. […] cambiai, corressi, tagliai, accorciai, allungai, aggiunsi, ricongiunsi; feci del mio meglio e non arrivai a niente. Non ero riuscito a realizzare niente di cui fossi soddisfatto, o che minimamente si avvicinasse, per dire la verità, alla scrittura originale di Miss Grief. […] Ma con mia grande sorpresa scoprii che quel dottore dall’apparenza così gentile proprio non se ne voleva andare: era così intrecciato in ogni parte della storia che toglierlo era come estrarre una figura dalla fitta trama di un tappeto: cioè impossibile, a meno di non sfilacciare il tutto. (“Miss Grief”)

 

Un brano di particolare interesse anche per come ben rappresenta la chiave di lettura del racconto di Woolson e dove è evidente quanto, nonostante premesse e apparenze, sia proprio Miss Grief la detentrice di puro talento letterario. Lo scrittore pubblicato non riesce neppure ad avvicinarsi alla «scrittura originale» della signorina, inafferrabile, unica. Come Marion che non sarà in grado di catturare tutta la complessità della Lady Tal che vorrebbe trasformare in personaggio del suo romanzo e che invece gli sfuggirà sempre. Inafferrabile, appunto, come per tante scrittrici lo è stato il mondo letterario, e che la nostra sensibilità contemporanea deve imparare a collocare nel posto che di diritto spetta loro.