di Roberto D’Amore
La Vigata del commissario Montalbano supera il genere poliziesco e ricca della lingua plastica e vernacolare del suo autore diviene lo spazio esistenziale di tre racconti pubblicati tra il 2005 e il 2008, raccolti nel 2025 nel volume Sellerio Trilogia delle metamorfosi. Il titolo esplicita l’asse semantico che percorre i tre testi: c’era un tempo in cui «unico e distinto era l’aspetto della natura in tutto l’universo, e lo dissero Caos», diceva Ovidio nelle Metamorfosi, un tempo in cui le metamorfosi erano «più facili a dirsi che a farsi», sorride sardonico Andrea Camilleri.
È a quel tempo che Camilleri ritorna, alla maniera di Ovidio, ma riferendosi ad un nuovo scenario: quello novecentesco e meridionale, fatto di migrazioni, di fascismo e miseria, frequentato dalla mafia rurale e cittadina, asfissiato nelle miniere dell’entroterra, ambientato nelle tenute dei signori, o nelle barche dei pescatori, o ancora nei monti dei pastori.
La storia incontra il mito, inteso come il fondo oscuro animato dalle passioni degli uomini.
Pertanto, in Maruzza Musumeci il nostos epico di Ulisse confluisce in quello prosaico di Gnazio, il quale, partito per la Merica, ritorna in Sicilia in un triangolo di terra dove vuole trovare una moglie e farsi una famiglia. Nella storia di Gnazio e Maruzza l’asse semantico della metamorfosi si dipana tramite le direttrici che percorreranno tutta la trilogia: l’eros, che lega come una malia i corpi dei due personaggi, le istanze mortifere che emergono in più punti del racconto e il lavoro. La banausìa tradizionalmente può portare alla schiavitù e tenere incatenato l’uomo alla terra e costringerlo a subire inconsapevolmente la propria stessa esistenza; oppure, può condurre alla libertà, se frutto di una scelta, in cui la terra è vissuta non come un peso, ma come una casa da abitare, di cui è possibile godere la bellezza e i frutti. D’altra parte, se la casa costruita da Ignazio è un omaggio alle Bauhaus di Walter Gropius (come ci informa la nota d’autore), l’ingegno umano e la fatica del lavoro così descritti nei dettagli dal narratore, con un gusto che ci spingiamo a definire iperrealistico, saranno un elemento certamente da non trascurare.
Difatti, la casa, frutto di questo lavoro, è specchio dell’ heideggeriano essere-nel-mondo e in mezzo al mondo con l’altro, dacché i blocchi cubici che la vanno ad accrescere sembrano emulare il movimento relazionale dell’esistenza di Ignazio: più il nucleo famigliare si allarga, più cresce la casa, con una sovrapposizione icastica delle stanze, che la rendono un organismo vivo e fertile, che cresce con la bildung (bizzarra) del protagonista.
Sono due lavoratori anche Nino e Giurlà, di un mestiere umile, nel senso etimologico di humus, terra; infatti, seppure Nino sia il casellante eponimo del racconto, coltiva e si prende cura di un piccolo terreno situato presso il casello affidatogli che diventerà vitale procedendo nella narrazione. Invece, Giurlà, da promettente Colapesce diventa un capraro, nel racconto Il sonaglio, sale sulle colline e lì inizia una surreale e barocca storia d’amore con Beba, ipostatizzazione animalesca della metamorfosi. Perciò il siciliano di Camilleri pare essere la lingua naturale di questo immaginario arcaico e rurale che non rimane cristallizzato nella sua distanza cronologica; proprio la vivacità di questa lingua riesce ad espletare la funzione conoscitiva e universale del mito, mettendo in relazione l’arcaicità di questi racconti con la modernità del nostro mondo. In questa dimensione mitica, il dialetto viene strappato dalla sua obsolescenza e fossilizzazione, e diviene una lingua versatile e piena, che riesce a colmare nella sua mutevolezza e duttilità ogni aspetto di un’epoca che non è solo quella contemporanea dell’uomo postmoderno, ma è anche quella del tempo universale dell’animo umano.
La sirena Maruzza, enuclea in sé un eros mortifero, coerentemente con la sua metamorfosi omerica (seppur nella iconografia di Andersen): sbrana Aulisse di Mare e il figlio, reincarnazione del mito e si sposa con Gnazio in un rito della fertilità grottesco. La bellezza prorompente e misteriosa è musicata nella lingua di Camilleri, in grado di passare con grande agilità da materie basse e brute, ad un’eleganza lirica e classicheggiante:
Accussì unn'era, arretrato, potiva taliare a Maruzza nuda, coi capilli biunni che le arrivavano fino ai pedi, appuiata alla ringhiera del balcuni che gli votava le spalli.
(“Maruzza Musumeci” p. 111)
Animalizzazione ed eros s’incarnano nel triangolo Giurlà-Beba-Anita de Il sonaglio, in un’iniziazione sessuale che impatta nell’esistenza del protagonista, in un osceno morbo d’amore lucreziano (non per nulla, l’unico libro letto da Giurlà è il De rerum natura), che si tramuta poi in un sentimento autentico, permettendogli di superare il rischio corso all’inizio di divenire un verghiano Rosso mal pelo: anzi, proprio quest’amore bestiale rovescia la ferinità umana del Verga, inerente soprattutto alla violenza insita nell’uomo. Qui, la bestia umana è insita nell’amore, nell’incontro di corpi viventi della relazione piena.
Beba aviva qualichi cosa che la faciva zoppichiari nella ciampa mancina di davanti. Giurlà oramà lo sapiva che la zona cchiù sdilicata della crapa era la parti 'nterna dello zoccolo che, essenno tennira, spisso era suggetta a essiri 'nfilata dalle spine. E 'nfatti, acculannosi e tinenno la ciampa tra le sò mano, notò subito 'na grossa spina che ci era trasuta dintra. La pigliò per la punta che sporgiva tanticchia e la tirò fora col pollice e l'indice. Subito appresso, Beba si allontanò da lui con l'oricchi tise narrè, si vidi che era nirbusa, certo per la prisenza di Anita nella sò casa.
(“Il sonaglio”, p. 452)
D’altro canto la ferocia dell’umano emerge nelle storie di metamorfosi, rappresentata dalla mafia in diverse sue forme: quella avanzata americana, quella sommersa ma in procinto di riattivarsi del periodo fascista, infine nella forma rurale degli inizi del novecento.
Se la violenza è il canale privilegiato tramite cui la storia entra in questi racconti, è anche vero che è allo stesso tempo coerente con l’esperienza amorale del mito che qui viene narrato: la sirena, il casellante e il capraro saranno colpevoli più o meno in prima persona di efferati omicidi, i quali rimarranno sempre impuniti, non intaccando nemmeno la loro stessa condizione agli occhi del lettore; cioè, sono reati che non avranno evidenti conseguenze né sul piano morale né su quello reale, per il semplice fatto che appartengono ad una dimensione mitica originaria e presociale, inerente alla innocente ferocia delle bestie. È chiaro, è una linea sottile, dacché soprattutto per Nino e per Giurlà, i loro omicidi hanno una matrice mafiosa, la quale è però posta sullo sfondo, annullata dall’esistenza mitica dei protagonisti, anche quando sarà Nino a macchiarsi con le sue stesse mani di un assassinio.
È quella ferocia degli eroi e dei greci, che devastarono il Grande Matriarcato delle origini, con la perenne violenza contro le donne del mito: ma se la Grande Madre è la terra, e gli dei del cielo prima o poi cadranno in uno strappo di questo stesso cielo di carta, questa resisterà nella pietra e nella natura, continuando ad essere l’arché dell’esistenza. Per questo Daphne, Mirra e ora Minica si tramutano in pianta. Quella di Minica è una trasformazione che rivela un gusto verista, nella descrizione realistica della costruzione di un riparo da parte di Nino, in una formazione di un rito della fertilità necessario per una terra divelta dalla guerra. In questa terra desolata Minica rimanda alla figura della Grande Madre, che appartiene al buio delle grotte e delle cripte, (come ad esempio i simulacri delle Vierges de Sous-Terre rinvenuti nella Francia meridionale).
Allura Nino accapì. Se non ce l'aviva potuto fari come fimmina ad aviri figli, voliva provari a fari frutti addivintanno àrbolo. E in quel momento giurò che l'avrebbi sempri accuntintata, a costo d'addivintari lui stisso concime, terra, filo d'erba, acqua.
(“Il caselliere”, p. 294)
È proprio in un luogo simile, una grotta che ha assunto la funzione di cripta, che sta Minica (notiamo ora nel diminutivo di Domenica un’onomastica significativa), con un bambino orfano a causa di un bombardamento, il quale in lei e Nino trova il bìos originario, ovvero le radici, le stesse che erano iniziate a crescere dai piedi di Minica; nella cristologica grotta, questa desolata natività può iniziare una vita autentica, dopo aver attraversato la deiezione, riparandosi dal mondo lì fuori, connotato da una modernità sempre più feroce.
