I benefattori, di Wendy Erskine

di Debora Lambruschini

 

Ho ragionato a lungo sull’etichetta più appropriata per questo libro, I benefattori, della scrittrice irlandese Wendy Erskine, tradotto da Enrico Terrinoni per Atlantide: non è mai sterile mania critica, ma il modo stesso con cui addentrarsi nel testo, gli strumenti da utilizzare e, dunque, il giudizio sul suo valore letterario e dove collocarlo, in dialogo con quale tradizione letteraria di riferimento, per affinità o per contrasto che sia ma sempre parte di una tradizione, appunto, di un sistema culturale. Ci ho ragionato, perciò, anche se mi pare di continuare a prendere tempo, perché nel discorso sull’etichetta più opportuna da apporre a un testo e tutte le questioni sopra citate si lega ancora una volta una riflessione sulla forma breve e la sua ricezione, le scelte editoriali, i mezzi critici di cui disponiamo, l’approccio al testo. Che cos’è dunque? Che direzione scelgo di prendere? Io credo che I benefattori sia, almeno nelle intenzioni, uno short story cycle, una forma peculiare di racconto particolarmente interessante ed esplorata dalla narrativa contemporanea, specie anglofona. Dico nelle intenzioni perché, oltre al dubbio su quanto in fondo sia davvero questa la definizione più calzante al testo di Erskine, è come se qualcosa si fosse perso dal progetto alla sua effettiva realizzazione finale, a partire dalla resa della sua forma. Eppure, nonostante le mie premesse incerte e un giudizio critico che è già evidente non potrà essere di puro entusiasmo, I benefattori è innegabilmente una prova letteraria che merita la nostra attenzione, sia dove il testo funziona splendidamente sia dove inciampa.
L’incertezza su come inquadrarlo resterà, questa volta non trovo supporto neanche dalla critica anglofona che, pur analizzandolo come farebbe appunto con uno short story cycle, sceglie di definire I benefattori il primo romanzo di Wendy Erskine; discorso ripreso dalla stampa nostrana ma che, continuo a pensare, non mi soddisfa fino in fondo. Sam Byers, sulle pagine del Guardian, partiva proprio criticando uno stereotipo, uno dei tanti, intorno alla forma breve, ossia che il passaggio dal racconto al romanzo sia in un certo senso obbligato, necessario, una «natural authorial progression»: Byers rivendicava invece l’autorevolezza, la dignità letteraria, l’essenza stessa del racconto, una battaglia che non vorremmo più dover ingaggiare nel 2026. Ed è lo stesso Byers, ancora, ad avvicinarlo allo short story cycle pur non dichiarandolo: «The Benefactors is ambitiously structured, but functions in some ways as a short story with a novel around it».
C’è poi, sempre nel caso dei racconti, la peculiare difficoltà di come comunicarli al pubblico, tra pregiudizi e timori nel tentativo di non alienarsi una fetta di lettori che preferisce tenersi a distanza dalla forma breve; ecco, allora, che nel tempo l’editoria ha iniziato a camuffarla, dargli altri nomi per sviare dal fatto che di quello, in fondo, si tratta, di racconti. Romanzo in racconti – forse uno dei termini “critici” che personalmente detesto di più – a un certo punto a qualcuno è parso un buon compromesso, ma la leva sul termine romanzo alimenta ancora una volta quel pregiudizio verso il racconto che strenuamente cerchiamo da sempre di combattere.
Più ci ragiono, più torno al testo, ne rileggo passaggi, lo osservo nelle sue singole parti e nell’insieme, più quel dubbio iniziale mi sembra scomparire e la definizione di short story cycle – con tutte le peculiarità che racchiude – diventare la più adatta a I benefattori, a coglierne l’essenza e, allo stesso tempo, a darci misura della malleabilità stessa di questa forma, delle sue molteplici sfaccettature. L’equilibrio tra autonomia e unità del tutto e un’architettura che tiene insieme i racconti – e che può essere data da un’occorrenza di temi, personaggi, ambientazione, simboli, motivi – è qui modellata a creare una narrazione corale intorno a un tema centrale da cui si irradia tutto il resto; punti di vista e voci diverse a osservare la stessa storia, quella della violenza di gruppo di cui è vittima una ragazzina, Misty, tra piani temporali che si intrecciano e ampliano la visione della vicenda, dei personaggi stessi, della città, Belfast, dei quartieri in cui ci muoviamo. Una narrazione qui e là intervallata da brevi brani in prima persona, un coro non perfettamente riuscito ma la cui eco nella tradizione letteraria ci porta ancora una volta allo short story cycle.
Nelle mani di Erskine – che, ricordiamo, è una delle più acclamate scrittrici irlandesi di racconti – la materia trattata si fa viva, pulsante, il discorso di classe si intreccia al tema della violenza, al giudizio, alla colpa, al potere.

 

Il più delle volte, le persone non vorrebbero stare dove davvero si trovano. Preferirebbero essere altrove. Il più delle volte fanno cose che in un mondo ideale non farebbero. Il più delle volte le idee che esprimono sono differenti da quelle in cui davvero credono. Diciamo di stare bene ma non è vero. Non avrebbero dovuto presumere nulla di quello che stavano facendo.
Ma nessuno dovrebbe presumere mai nulla degli altri.

Misty è stata aggredita sessualmente durante una festa da tre ragazzi che conosce; è il gesto finale di uno di loro – un buffetto sulla testa, «come si fa con un cane» – a darle la consapevolezza e il coraggio di dirgli in faccia: «Lo sai che potrei fare? […] Potrei andare alla polizia». E lui, uno degli aggressori, scuote la testa e ride. Convinto che Misty non lo farà, ma soprattutto convinto che quelli come lui, con famiglie ricche e potenti alle spalle, siano intoccabili. Perché in fondo Misty ha davvero detto di no? Ha mai anche solo una volta detto che non voleva farlo, non con tutti e loro tre? E, soprattutto, chi potrebbe mai credere a una con la sua reputazione: lo spaccio di droga, i video su Benefactors – una sorta di Onlyfans – la famiglia disgregata che si ritrova? Contro di loro, figli perfetti, con un futuro brillante davanti a sé e, per almeno due di loro, niente drammi nel passato, le strade spianate dal denaro, dalla benevolenza della gente che gli circonda. Due di loro, perché il terzo, Rami, non rientra esattamente nel quadro.
È questo il nucleo incandescente del libro di Erskine, una materia che maneggia con abilità, attenta a indagare le pieghe più oscure e problematiche ma senza mai cadere in sentimentalismi artificiosi o fare dei suoi personaggi delle macchiette. Ecco, la resa è imperfetta – non certo la traduzione, quella, di Terrinoni, è magnifica – ma Erskine riesce lo stesso, dicevo in apertura, a meritare la nostra attenzione, perché nonostante quelle imperfezioni intreccia in modo originale una storia dalla portata notevole, stratificata, densa di rimandi e spunti, in cui i personaggi sono fatti di carne e sangue, manchevoli, umanissimi.
Il tema della violenza permea ogni aspetto della storia: ne è il costante ritorno, ne è la narrazione stessa tra punti di vista, voci, dubbi, frammentarietà. Impossibile accostarsi a questa vicenda senza ragionare sul complesso sistema di colpa e giudizio che troppo spesso riguarda i casi come questo: Erskine fa eco a un mondo che sembra chiedere alle sue vittime di essere integerrime in quel ruolo, esattamente ciò che Misty non è, non può essere; a complicare ulteriormente le cose c’è il discorso di classe, fortunatamente mai uscito dalla narrativa anglosassone, e che in questo caso irradia una serie di rimandi, da quella vicenda alle storie personali dei ragazzi coinvolti e delle loro famiglie, alla società stessa. Ecco, quindi, che la forma peculiare scelta dall’autrice per raccontare questa storia risponde alle esigenze narrative: la molteplicità dei punti di vista e l’inefficacia di un’unica precisa visione sul mondo, la frammentarietà del discorso, il giudizio e le speculazioni di un coro di voci che solo marginalmente sfiora la vicenda, le ambiguità dei personaggi, le epifanie, la violenza che si irradia da quel nucleo fondativo e travolge ogni cosa e la scrittura stessa, la storia – le storie? – sommersa. 
Le apparenze e le ambiguità dei personaggi, specchio della simile ambiguità del fatto che si vorrebbe mettere in discussione e screditare, è l’essenza dei rapporti famigliari rappresentati che Erskine fa molta attenzione a non trasformare in stereotipi. Da un lato all’altro della scala sociale ci sono famiglie in difficoltà, tra assenze, incomprensioni e distanze, ma anche momenti di assoluta vicinanza, forme di cura e affetto. Dettagli minimi che squarciano la pagina: una parola, «papà», che arriva nel momento più necessario, un padre che risponde alla violenza subita dalla figlia entrando in un supermarket a comprare una vestaglia rosa con cui proteggerla al ritorno dalla centrale di polizia.
E, ancora, madri che abbandonano i propri figli, genitori che sanno andare oltre il legame di sangue e si assumono responsabilità non proprie cercando di fare il meglio con quanto hanno a disposizione e in generale un confronto/scontro generazionale che implode di fronte alla gravità di quanto accaduto. C’è un’ipocrisia sottile che corrompe ogni cosa, sgretola la facciata di perbenismo e il potere del denaro, il pettegolezzo che si insinua nel ricordo della vita conosciuta fino a quel momento, nella certezza dei sentimenti condivisi.

Abbiamo la carta da parati su una parete del salotto, William Morris. Fogliame azzurro e verde, uccelli, fragole, strani fiori enormi che sbocciano, ma tutto molto ordinato, molto simmetrico, nonostante le mille linee curve e gli intrecci.
Questo apprezzo. Sedermi e ammirare quelle fantasie. Perché fuori è soltanto caos.

Wendy Erskine ha scritto una storia che ne contiene molte al suo interno e riverbera all’esterno, nelle pieghe della cronaca, nei discorsi sul consenso, sul privilegio di classe. E a osservarla da qui, ancora una volta, appare evidente come una storia come questa non potesse essere raccontata se non attraverso una molteplicità di voci, punti di vista, angolature. Una storia crudele, di inaspettate epifanie e brutalità, di vittime sacrificali. Dove chiusa l’ultima pagina si avverte ancora il brusio di un coro, che tutto osserva, giudica, guasta.