di Debora Lambruschini
Questo paese innocente ti ha confinato in un ghetto, e in questo ghetto è stabilito che tu marcisca. Sarò più preciso, perché qui è il nocciolo della questione, è qui l’origine della polemica mia col mio paese: tu sei nato dove sei nato e hai di fronte a te il futuro che hai perché sei nero, per questa e nessun’altra ragione.
(La prossima volta il fuoco, James Baldwin)
Nel 1963 James Baldwin pubblica The Fire Next Time (in Italia nel catalogo Fandango, da cui la citazione in esergo, La prossima volta il fuoco), che contiene due saggi fondamentali sul razzismo sistemico negli Stati Uniti. La segregazione razziale è, di fatto, dichiarata illegale, ma il pregiudizio e il razzismo sono profondamente radicati nella società. Sono anni di fermento, di attivismo, di scritture incendiarie, tra narrativa di protesta e letteratura. Accanto ai più influenti e noti autori afroamericani tra anni Cinquanta e Sessanta, il nome di Diane Oliver, promettente scrittrice di Charlotte scomparsa prematuramente in un incidente in moto, è finito a lungo nell’oblio, nonostante un principio di attenzione ricevuta al tempo per una manciata di racconti pubblicati. Quattro storie uscite su rivista mentre era in vita, una decina in lavorazione e che solo moltissimi anni dopo, nel 2024, sarebbero state tutte riunite in un volume, Neighbors and Other Stories, pubblicato da Faber, ora tradotto anche in italiano da Mariagrazia Guerra per Bompiani. Vicini e altre storie contiene dunque un totale di quattordici racconti, di cui quattro come si diceva già apparsi su rivista e altri inediti, tra materiale rifinito e altro in lavorazione. Non tutti i racconti sono perfettamente riusciti, alcuni di questi mancano di quella rifinitura che la scomparsa improvvisa dell’autrice ha reso impossibile e si somma a una scrittura non ancora al suo apice letterario ma, certo, già notevole.
Perché, dunque, recuperare dall’oblio Diane Oliver, a fronte di un lavoro editoriale non del tutto pronto, e perché tradurla anche in italiano? Se è vero che la prosa mostra alcuni tratti acerbi e la mancanza di un attento lavoro sinergico tra autore ed editor, è anche evidente il potenziale della scrittura e il valore letterario più di quanto potremmo affermare di tanti altri autori più strutturati e pubblicati. Pubblicare questi racconti e tradurli in Italia, oggi, significa tanto osservare la varietà di scritture e voci della letteratura afroamericana degli anni Cinquanta e Sessanta, quanto confrontarsi con un materiale che non smette di avere impatto nella contemporaneità, tra razzismi mai del tutto estinti, nuove forme di pregiudizio e di odio.
Nata a Charlotte, North Carolina, nel 1943, Diane Oliver si colloca nel solco della letteratura, con racconti che non sono mai sterile narrativa di protesta e non cedendo al melodramma, neanche quando restare in bilico tra la violenza del razzismo, l’intensità emotiva delle storie e il valore estetico si fa difficile. Come difficile è non chiedersi, lungo tutto il corso della lettura, dove sarebbe arrivata Oliver se non fosse scomparsa a soli ventidue anni, come si sarebbe evoluta la scrittura, di quanto riconoscimento di pubblico e critica avrebbe potuto godere nell’arco di una carriera iniziata in modo tanto promettente. Pensieri che non si traducono in nulla di costruttivo, me ne rendo perfettamente conto, e che mi ero già trovata a fare, tanti anni fa riguardo a un’altra promettente scrittrice anche lei morta giovanissima in un incidente stradale, Marina Keegan: non ho mai dimenticato l’impatto di certe sue riflessioni sull’incertezza della vita adulta dopo il college, ma anche per la lucidità e la precisione di una scrittura che mi appariva già tanto matura. Con i racconti di Diane Oliver, che leggo decisamente in un’altra fase della mia vita e con un bagaglio umano e professionale diverso, mi sforzo di scindere l’impatto emotivo derivante dai temi che li attraversano e osservo la scrittura, la semplicità della prosa che pare scelta per dire al lettore: “ecco, questa è la realtà, questa la vita, non c’è bisogno di altro”. La scrittura piana, che non cede mai al lirismo e tiene a freno i sentimenti, lo sguardo lucidissimo a raccontare il presente, le sue contraddizioni, il pericolo, la discriminazione, il razzismo istituzionalizzato. È soprattutto attraverso la lente del femminile che Oliver osserva e ricrea il mondo, scegliendo di volta in volta punti di vista particolari per le sue storie. A partire da quel suo stesso punto di vista nella realtà del North Carolina e dell’Iowa, dove si è trasferita con una borsa di studio in scrittura creativa presso l’università dello Stato. Oltre a lei solo uno studente nero in tutta l’università. Inizia a scrivere, a pubblicare, viene presa come guest editor dalla rivista Mademoiselle, la stessa su cui pubblicheranno, tra le altre, anche Sylvia Plath e Joan Didion. Difficile leggere racconti come “Lo stanzino all’ultimo piano”, su una ragazza nera in un’università quasi esclusivamente frequentata da bianchi, il suo progressivo scivolare nell’isolamento volontario e non cercarvi traccia di un’esperienza simile per l’autrice, sublimata nella letteratura. La sua protagonista, Winifred, è figlia di un attivista per i diritti civili che, abolite le leggi Jim Crow e di fatto la segregazione razziale, si è battuto per farla entrare in quel college; come può, Winifred, confessare al padre che non ha mai desiderato andarci? La pressione famigliare, il peso della responsabilità civile mescolato al dovere di riscattare tutti quanti attraverso sé stessa, le malignità e il razzismo che l’abolizione delle leggi segregazioniste non cancella, si fanno sempre più gravosi mentre Winifred vorrebbe solo scomparire, isolarsi nel ripostiglio di quella stanza all’ultimo piano.
Era abbastanza brava in biologia, ma il dipartimento fissava durante l’anno gite didattiche. E anche se nei motel apparentemente non c’era più segregazione proprio non se la sentiva di essere tirata in ballo per metterli alla prova.
Ogni scelta che prende è filtrata dalla necessità di sopravvivere in un mondo che sta solo fingendo di aver chiuso con il razzismo ma che nella realtà è ben lontano dall’esserlo. C’è, nel suo progressivo ritirarsi, qualcosa della misteriosa protagonista del racconto “La ragazza scomparsa” pubblicato da Shirley Jackson nel 1957, Martha Alexander, che pare dissolversi, come forse vorrebbe fare Winifred. Non essere vista, non sentire più i commenti delle compagne, le parole intrise di ignoranza, di pregiudizio. A leggerli da qui, dalla distanza temporale che ci separa dagli anni Sessanta e forti della nostra falsa convinzione di essere al riparo dal razzismo, certi pregiudizi e linguaggi – e che, fortunatamente, la traduzione non è caduta vittima di inopportune scelte politicamente corrette – ci fanno rabbrividire. È proprio lì che si posa lo sguardo di Oliver, non sulla violenza, non sulla protesta civile: sceglie di raccontare soprattutto le piccole discriminazioni quotidiane, l’odio sottile e ingiustificato che permea la società tutta e che esplode in una parola:
Nora non era sicura di averla sentita parlare, ma il solo pensiero di quella parola le fece male alle orecchie. Nessuno mai gliel’aveva detto in faccia. Mai con tanta rabbia. Guardò la donna negli occhi, e vide l’espressione feroce che suo padre descriveva spesso come tipica dei bianchi. Una ferocia che era odio […]. Era come se quelle parole avessero formato un’invisibile cappa, e solo spingendola via coi suoi pensieri poteva impedire che la soffocasse.
“La chiave della città” è il primo racconto che Oliver pubblica e con il quale si fa notare dall’ambiente letterario ed è una storia che tiene insieme la riflessione sul razzismo sistemico e la rappresentazione di una vicenda famigliare e privata. Una storia filtrata dallo sguardo di Nora, con la famiglia in viaggio verso Chicago per ricongiungersi dopo tanti anni e attesa con il padre andato lassù per lavorare. Seguiamo i preparativi, la vita famigliare da racchiudere in tanti scatoloni, il coro dei vicini venuti a dire addio alla madre e tutti i figli, il compiersi di un viaggio progettato per tanti anni. Sul pullman che li conduce a Chicago cercano, esattamente come nella vita, di farsi notare il meno possibile per scongiurare il pericolo. Basta un nulla, basta l’imprevisto di un viaggio con dei bambini piccoli al seguito e un autista indifferente a far cadere il velo della tolleranza e del rispetto. Quella parola, che si incide sulla pelle. Per la prima volta se la sente dire in faccia. Probabilmente non sarà l’ultima. Non sarà l’unico impatto brutale con la realtà in quel lungo estenuante viaggio, perché i racconti di Oliver sono affollati di personaggi femminili cui la vita non fa sconti di nessun tipo, né dal punto di vista razziale, né sul campo dei sentimenti. La madre di Nora, come altre donne di questi racconti, si aggrappa alla speranza di rimettere insieme la famiglia, uno scudo contro la povertà che sembra inseguire tutte loro, contro la solitudine, contro l’odio. Ma sono donne che devono fare i conti con l’assenza:
Salutò con la mano la signora Mc Auley, la vicina di casa intenta a stendere i panni. In quel bucato, come in quello di casa sua, la cosa che colpiva era l’assenza di camicie da lavoro blu da uomo.
Il passaggio è forse un po’ troppo didascalico, la scrittura poteva essere tesa al punto da costruire un’immagine più potente. Interessante, però, il punto di osservazione scelto, quello di Nora, anziché la madre di lei. È ancora una figlia il punto di vista scelto per “Vicini”, racconto esemplare e dai molteplici spunti, che apre la raccolta. Con questo racconto Oliver riceverà, postumo, il premio O’Henry, tra i più importanti riconoscimenti per la short story.
C’erano sempre stati bambini bianchi nel loro quartiere frammischiati nei giochi, ma era come se ci fosse una regola non scritta: quando iniziavano ad andare a scuola, non si giocava più insieme.
Il racconto è attraversato da una tensione costante, l’atmosfera di pericolo imminente ne permea ogni pagina e parola. Ellie sta rientrando a casa dalla famiglia e sa che ad attenderla appostati in giardino ci saranno probabilmente fotografi e giornalisti, che da giorni sbattono in prima pagina la sua famiglia, il suo fratellino, a loro volta fomentando un’attenzione che amplifica la portata dell’odio nei loro confronti – e qui già la prima questione interessante posta dal testo.
Le leggi Jim Crow sono decadute e il piccolo è stato ammesso in una scuola di bianchi. Da settimane ricevono lettere minatorie, contro tutti loro, contro quel bambino che l’indomani sarà dato in pasto ai leoni suo malgrado. Ecco, è proprio qui che si colloca il racconto, la particolarità dello sguardo di Oliver: nel dilemma morale di una famiglia lacerata tra desiderio di riscatto e protezione. Non la madre e i suoi timori, non il padre attivista e il suo dilemma, ma lo sguardo di Ellie, la sorella maggiore, a inquadrare la storia, dare misura del dubbio che attraversa la notte scandita dalle pattuglie che dovrebbero proteggerli.
Si fermò a guardare l’orologio vicino al lavello. “È quasi l’ora delle pattuglie,” disse. La madre seguì il suo sguardo. I poliziotti che facevano la ronda dell’isolato ogni venti minuti avrebbero dovuto farli sentire al sicuro; invece, il rumore delle auto a intervalli così regolari e quella luce lampeggiante che filtrava attraverso le tendine e si rifletteva sopra il suo letto la facevano solo sentire nervosa.
Qui, esattamente qui, la scrittura di Oliver funziona perfettamente, crea immagini cariche di tensione e significato, è stratificata, densa, viva.
Di recente, al Salone del libro di Torino, parlavo con un autore francese, il giornalista e scrittore Ramsés Kefi e si ragionava a proposito del peso del riscatto quando cresci in una famiglia di condizioni umili o di immigrati. Un carico a cui si aggiunge nella realtà il peso del razzismo, la tensione che si crea tra nuove possibilità, desiderio di migliorare le condizioni di partenza, la paura per la propria incolumità ma anche per il timore di disattendere alle aspettative famigliari. Nei racconti di Oliver, nella sua America degli anni post segregazionista ma ancora profondamente attraversata dall’odio razziale, il pericolo è concreto, il corpo nero minacciato, anche da chi dovrebbe proteggere, come purtroppo ancora troppo spesso accade. L’odio incide cicatrici che talvolta non possono guarire, il trauma porta a scelte estreme. Nel racconto “Non serviamo Mint Julep”, il più inaspettatamente brutale – e, dunque, per certi versi il più vicino a Shirley Jackson, già che prima l’ho tirata in ballo – il dilemma morale di due genitori di fronte alla minaccia che i bianchi rappresentano per l’unico figlio sopravvissuto si traduce in un isolamento quasi totale dal mondo; non sarà sufficiente ritirarsi al centro di una foresta per tenerlo lontano dall’odio, dall’incontro con i bianchi e il pericolo che rappresentano. La foresta qui ha connotazione ambigua e ambivalente, tanto riparo quanto oscurità.
Ma dove sono i vicini della raccolta, del racconto eponimo, quelli di Ellie e della sua famiglia, mentre sono minacciati, quando infine la violenza deflagra anche nel salotto di casa?
Nessuno la sentì parlare e nessuno li andò a trovare per vedere se avessero avuto bisogno di aiuto; lo sapeva il perché e in realtà non gliene faceva una colpa. Avevano paura che toccasse poi a casa loro.
Scivola per un attimo nel didascalico, ancora una volta, ma nel complesso del racconto riusciamo a sorvolare su qualche difetto di scrittura. È perché al racconto chiediamo tanto, tantissimo, una perfezione che non fa sconti, non perdona niente, che non può essere annubilata dall’impatto emotivo e morale delle tematiche trattate. La “colpa” è anche un po’ della stessa Diane Oliver e di questa sua manciata di racconti: imperfetti, certo, ma così reali e magnetici da lasciare una nota amara al pensiero di dove la sua voce sarebbe potuta approdare. E devo sforzarmi di ricordare che aveva appena vent’anni e sono poche, pochissime le scritture già così piene, mature. E questa manciata di racconti è tutto quello che abbiamo di lei e ci deve bastare, deve essere abbastanza.
