di Debora Lambruschini
Avrei voluto recuperare gli infiniti suoni andati perduti. Le vibrazioni che si erano sparse nel mondo senza essere catturate dalla tromba del fonografo o dalla puntina, senza rimanere impresse nella cera. Una raccolta di suoni degli anni precedenti. La prima volta che David mi aveva detto il suo nome al pub. La prima volta che mi aveva invitato a casa sua. La notte che mi aveva chiesto se doveva arruolarsi o no e io che gli rispondevo di sì perché pensavo che fosse quello che voleva sentirsi dire.
La storia di tutto il suono che ogni giorno va perduto.
The History of Sound, il sorprendente esordio alla narrativa dello scrittore statunitense Ben Shattuck, si muove proprio qui, tra le cose perdute nelle spire del tempo: frammenti di vite anonime, oggetti che lontani dai loro proprietari perdono valore, memorie che si sfilacciano, segreti e legami distanti nel tempo. Pubblicato da Neri Pozza con la traduzione di Massimo Ortelio, contiene dodici racconti, legati a due a due a formare un interessante short story cycle, una forma di narrazione negli ultimi anni scelta sempre più di frequente dagli autori – e dagli editori che così tentano di superare la diffidenza verso le raccolte di racconti. A differenza di altri short story cycle letti di recente in cui la coesione tra i racconti è tanto stretta da spingere fortemente nella direzione del romanzo, The History of Sound appartiene senza dubbio al mondo del racconto, di cui contiene tutti gli elementi essenziali e il livello di coesione interna è più sottile. I dodici racconti di Shattuck sono tenuti insieme da una voce intima che esplora – non sempre con lo stesso risultato – forme narrative differenti; la narrazione è spesso in prima persona a sottolineare il carattere personale e privato delle storie che si dispiegano davanti al lettore ma, allo stesso tempo, l’inafferrabilità stessa di quanto di più segreto contengono, lo sguardo soggettivo e parziale del narratore. Se Winesburg Ohio, tra i capisaldi dello short story cycle statunitense, trovava in una piccola cittadina e la sua comunità il centro nevralgico della narrazione e il legame fortissimo delle storie che la compongono, Shattuck amplia un poco la geografia dei suoi racconti, ambientandoli in luoghi diversi della East Coast e, soprattutto, attraversando un arco temporale esteso, dalla fine del Seicento (un racconto si apre nel 1696) alla più recente contemporaneità post pandemica, sempre, però, con quell’intreccio a due a due a creare coesione tra le storie, fino a una sorta di circolarità con cui si chiude la raccolta. Ogni storia contiene al suo interno il potenziale di altre storie ancora, oggetti, legami, persone: l’idea che abbiamo sfiorato solo la superficie, altro resterà nascosto per sempre, forse perduto. Forma particolarmente affascinante e dalle molteplici possibilità, lo short story cycle affonda le radici nella tradizione, la rinnova, guarda all’unitarietà del tutto senza mai dimenticare l’autonomia del singolo racconto: agli autori, di volta in volta, scegliere quale peso dare al singolo o all’intero, al lettore svelare le stratificazioni del testo. In questa sua prima raccolta, Shattuck dimostra di aver fatto propria la lezione dei maestri che l’hanno preceduto e una predisposizione per la forma breve mentre lavora alla propria voce: abilmente resa dalla traduzione di Ortelio, la scrittura di Shattuck è visiva, si concentra sul dettaglio evocativo, disseminata di correlativi oggettivi, simboli, descrizioni accorte di ambienti e luoghi dentro cui prendono vita gli uomini e le donne delle sue storie. Muovendosi tra le pieghe del tempo, l’autore si fa attento a ricostruire sulla pagina le epoche che attraversa, di cui sceglie momenti precisi di cui cogliere le sfumature, la quotidianità, gli oggetti, le strumentazioni o le tecnologie, la vita, colta tra sentimenti e perdita, brutalità, rabbia, amore. Ecco, se c’è un legame che scava in profondità in queste storie, è proprio nell’interesse verso gli esseri umani, uomini e donne comuni, qualche volta sfiorati dalla Storia, ma di cui Shattuck è interessato a raccontare il quotidiano, i movimenti intimi, le scelte, i punti di svolta, i rimpianti, il dolore, i sentimenti. Ci lascia poi lì, sulla soglia, perché non è compito del racconto riempire ogni spazio narrativo, rispondere a ogni domanda.
In dodici racconti attraversiamo temi e suggestioni diverse, dalla genitorialità all’amore sentimentale, dalle guerre e i suoi traumi al desiderio di fermare un momento perfetto per salvarlo dall’oblio. L’oblio, «il suono che ogni giorno va perduto» appunto, a cui la narrazione si aggrappa, con malinconica disperazione. La letteratura, a sua volta un simbolo, che si sforza di resistere al tempo, il desiderio di contrastare in qualche modo la caducità della vita. L’amore, che resta. Anche quando scegliamo di andarcene. Come Hope (“L’innesto”) che lascia il proprio figlio, avuto da un uomo che l’ha ingannata:
Sarebbe stato meglio per tutti, in particolar modo per Eli, se lei se ne fosse andata. L’innesto sarebbe riuscito meglio con Annabelle che con lei. Andandosene, avrebbe fatto un dono a suo fratello e sua cognata ed Eli avrebbe avuto una casa. Le aveva dato sollievo pensare che la sua partenza era inevitabile e quasi doverosa. Si sarebbe liberata della sua casa, come una lumaca si libera del guscio.
Non c’è giudizio nello sguardo dell’autore, non ve ne sia nel lettore, ma una stratificazione di sentimenti complessi, dolore, responsabilità, mancanza. È il 1893, e tra le sale di un museo Hope crede di scorgere il figlio che dodici anni prima ha lasciato – senza una parola, senza in apparenza un rimpianto – al fratello e alla moglie, che non riuscivano ad avere un figlio proprio. Si era chiusa la porta della fattoria alle spalle, come già tempo prima quando era fuggita con l’uomo che amava, un taglio netto e brutale. Il fantasma di una vita possibile e che non è stata, antichi rimpianti e dolori che affollano ora le sale di quel museo, il passato che sfiora il presente. Hope che «non aveva mai desiderato essere madre», solo amare ed essere amata, fa i conti con le proprie scelte e forse non è più possibile sfuggire al passato, al senso di colpa.
Forme diverse di genitorialità attraversano i racconti e, tra le tante, una delle più forti e strazianti è la storia di un padre non di sangue, la dipendenza del figlio, il sacrificio, l’amore.
Insomma, Mark era diventato un birdwatcher per caso. E ogni anno, sentendo il primo gorgheggio della stagione, ripensava a quelle mattine con Ian, quando ascoltavano insieme gli uccelli canori giunti nella notte. Era a questo che si aggrappava per tirare avanti:
il canto degli uccelli di una breve primavera di dieci anni prima.
Ancora, la letteratura, il tentativo di fermare un istante qualunque eppure carico di significato prima che sia perduto per sempre, la stella polare di queste storie. “Il cigno della tundra” esplora senza retorica le pieghe della genitorialità di fronte alla dipendenza, il sacrificio, la rabbia, la disillusione, l’amore ma anche la resa. Fortemente simbolico, non cede al sentimentalismo o al facile cliché, ma si colloca lì dove sta il reale, dove sta la vita.
Il più “letterario” in quella sua sorta di distanza dalla vita reale, concreta, è forse proprio “La storia del suono”, che dà nome alla raccolta tutta e da cui è appena stato tratto un film di Oliver Hermanus, con Paul Mescal e Josh O’Connor protagonisti di una storia d’amore brevissima per il tempo vissuto ma la cui eco, almeno per uno dei due, ha segnato una vita intera. L’incontro tra Lionel e David in un pub a Boston, frequentato da studenti del conservatorio, è di una bellezza struggente, e porta già in sé il segno della fine. Lionel ha un talento innato per il canto, ogni suono prodotto dalla sua voce è intrisa del ricordo dell’infanzia, del mondo che attraversa, dei sentimenti che gli turbinano dentro; ha l’orecchio assoluto e vede il colore della musica, si fa materia davanti ai suoi occhi, ne permea tutti i sensi. David è un pianista appassionato, capace di imprimersi dentro melodie ascoltate una sola volta. Trascorrono insieme una serata tra musica e corpi, riconoscendosi l’uno nell’altro. Una serata destinata a finire. Quando si rincontrano anni dopo partono per un viaggio lungo un’estate, con l’intenzione di fissare su cilindri le canzoni popolari che paese dopo paese vanno collezionando. Un’estate: una stagione, il tempo della gioventù, il tempo in cui può vivere il loro rapporto. Non è fatto per sopravvivere alle stagioni, alla vita, alla guerra – la Prima Guerra Mondiale – che di lì a poco sconvolge ogni cosa, ad altri desideri, convenzioni, tormenti. C’è solo quell’estate, il ricordo perfetto e la tristezza di qualcosa che si è perduto.
Come posso definirlo? Una gran tristezza. Non nostalgia. Non dolore. Solo la consapevolezza, chiara e improvvisa, che la mia vita si è di colpo ristretta. Che il meglio l’ho davvero vissuto a vent’anni.
La scrittura è luminosa, polifonica, commovente e lirica a tratti, capace di indagare con stesso sentimento il cuore degli uomini e il mondo tangibile, immaginarne le connessioni segrete, attraversando il tempo, una vita dopo l’altra a comporre una sinfonia. Inciampa, qui e là, solo in un certo didascalismo, in una narrazione che tende al resoconto per poi fortunatamente tornare a vibrare di vita. Non è difficile immaginare queste storie e i fili che le uniscono in un’altra forma di narrazione, sia il cinema o la serie tv: la scrittura di Shattuck è già di per sé così intrisa di immagini, colori, suoni, da attraversare idealmente mezzi espressivi diversi, con la dovuta sensibilità e attenzione.
È parola che resta, che cerca di ancorare ciò che è effimero, come le canzoni popolari collezionate da Lionel e David nella loro estate: le cose che sfuggono nelle pieghe del tempo, dalla memoria, nella stratificazione dei sentimenti. La letteratura, certo. La vita, sempre.
