Il buon male, di Samanta Schweblin

di Debora Lambruschini

«Le cose strane sono sempre le più vere». Si apre con questa epigrafe dalle lettere di Silvina Ocampo Il buon male, la nuova raccolta di racconti di Samanta Schweblin tradotta da Maria Nicola e appena pubblicata da Einaudi, e rappresenta la chiave d’accesso ideale per entrare nel mondo della scrittrice argentina, nelle sue narrazioni weird e perturbanti. Di Buenos Aires, classe 1978, Schweblin nel 2010 è stata selezionata dalla rivista Granta fra i 22 migliori scrittori in lingua spagnola sotto i 35 anni, riconoscimento a cui sono seguiti numerosi premi letterari e l’attenzione di pubblico e critica internazionali. Finalista per tre volte al Man Booker Prize, vincitrice del Premio Shirley Jackson, National Book Award e diversi altri, la scrittura di Samanta Schweblin è ammaliante, tesissima: tanto nello spazio del racconto quanto del romanzo dà forma alle increspature del reale, lì dove si insinuano appunto la stranezza, il mistero, il perturbante. E proprio nella tradizione dello straordinario, la scrittura di Schweblin si è formata e ha preso vita, nelle letture di Cortàzar, Adolfo Bioy Casares, Borges, Felisberto Hernández, ma anche di Liliana Heker, Buzzati, Calvino; letture che segnano una profonda influenza sulla scrittrice ma da cui trova il modo di prendere la giusta distanza per lasciare spazio alla sua voce, al suo sguardo.
Ed è la forma breve, soprattutto, la dimensione ideale di Schweblin, nelle ambiguità del racconto, nella tensione che ne attraversa le pagine, nel frammento che esplode. Il buon male contiene sei storie, diverse per personaggi, narratori, trame, perfettamente calate però nell’universo letterario dell’autrice, autonome ma in dialogo costante con il resto della sua produzione, una poetica ben riconoscibile. In ognuno di questi racconti Schweblin dà forma all’inquietudine, alla crisi che porta al punto di rottura, allo smarrimento, attraverso una narrazione in cui il lettore coglie fortissima la sensazione di un pericolo costante, di qualcosa di tragico e fondamentale che sta per svelarsi; storie che si muovono su piani temporali diversi in cui la digressione ne è il centro nevralgico. La scrittura è spoglia, priva di orpelli e scava solchi con una precisione chirurgica che restituisce tutto il peso del trauma, dello smarrimento, delle cicatrici. Non è affatto casuale – mai può esserlo – che in queste storie Schweblin prediliga la prima persona, il narratore inaffidabile e ambiguo, con tutto ciò che tale scelta comporta, un punto di vista che maneggia abilmente e piega ai fini della narrazione, avvicinando il lettore sempre di più al punto che è impossibile riemergere indifferenti a quello cui ci è parso di partecipare, alle ferite, alle crisi, alla struggente bellezza, al caos della vita.
Inabissarsi, dunque, mi pare la parola ideale per dare il senso di questa lettura, a partire dal racconto con cui si apre la raccolta, “Benvenuta tra noi”, dove non c’è spazio per orpelli o preamboli: una donna, di lì a poco scopriremo essere anche una moglie e una madre, si sta inabissando nelle acque del lago di fronte a casa; alla vita ha stretto una cintura di pietre per andare sempre più a fondo. L’acqua le riempie i polmoni. Tornerà a galla, alla vita. Non per un ritrovato desiderio di vita, ma per l’incredulità di fronte al vuoto, alla sospensione, che avverte sott’acqua. Esce dal lago portandosi addosso l’odore salmastro e pezzi di alga e torna a casa, a nascondere le lettere d’addio per il marito e le bambine, per riprendere un’apparente normalità. Ma che cos’è normale, dopotutto? In quali abissi si trova la donna?

 

[…] io sono questa donna perennemente ancorata nello stesso posto.

 

Tutto è insopportabile. La vita domestica dai contorni sfumati, il peso del quotidiano, di un male sottile, di una solitudine indifferente. Ma che effetto avrebbe la scelta di andare a fondo nel lago? Ecco, forse, che un coniglio, esperimento scolastico di cura portato a casa dalle figlie, diviene il mezzo per mettere alla prova sentimenti complessi, brutalità e violenza, dinamiche famigliari, possibilità. Ma è davvero riemersa da quel lago? «È come se stessi ancora affondando», confessa a uno strano vicino, il solo a comprendere la verità, volerla riconoscere ma forse anche salvarla, nel modo più crudele eppure forse l’unico possibile per non annegare, per tornare in superficie, alla vita.
Il senso di colpa è un sentimento complesso che permea ognuno dei sei racconti e si intreccia a una narrazione che indaga legami famigliari e rapporti umani, meschinità, solitudini, lo strazio crudele della perdita. È quello che tiene a galla la donna senza nome di “Benvenuta tra noi”, ma anche quello taciuto di un’altra donna ancora, raggiunta al telefono e a migliaia di chilometri di distanza dalla voce di un’amica che non vede da vent’anni e che ha bisogno di sentire parlare del figlio morto tanto tempo prima, ancora bambino, in un fatale incidente domestico. Che cos’è accaduto? Chi porta il fardello della colpa? Dove si interrompe il reale per lasciare spazio alle possibilità del fantastico? Altre domande che guidano l’immersione in questi racconti, sospesi in quello spazio tra realtà e mistero, dove non c’è una risposta unica possibile.
Leggere racconti è un mestiere pericoloso, è entrare «nel territorio del diavolo» – per rubare le parole a Flannery O’Connor, che di racconti se ne intendeva – farsi avvolgere dal mistero che contengono e accettare un certo grado di ambiguità, misurarsi con gli spazi bianchi, dare peso a ogni parola che le storie contengono, percepirne la temperatura; non abbandonarsi a una fruizione passiva ma sempre con i sensi vigili. E Samanta Schweblin, senza dubbio, sa come maneggiare la materia, selezionare le parole, che cosa inquadrare e che cosa lasciare fuori, ma l’eco fortissima anche di quello che non c’è sulla pagina. Basta una parola che si incide nella carne del lettore, basta un punto di domanda, basta una frase brevissima che racchiude ogni cosa. Come le distanze e le solitudini all’interno di un matrimonio, le cui infelicità popolano queste storie, appena oltre la superficie. È la presenza fantasma del marito di “Benvenuta tra noi” che dorme mentre la moglie affonda sempre di più; è un marito di cui si è persa traccia, che svicola dalla conversazione telefonica tra le due vecchie amiche di “Un animale favoloso”, un vuoto, un’assenza; o lo spazio fisico ed emotivo che si insinua in una coppia di fronte al senso di colpa e alla disabilità del figlio (“L’occhio nella gola”); o, ancora, l’incapacità di una donna di affrontare la malattia dell’uomo che ama, la paura di perderlo e non sapere come sopravvivere, come accade alla protagonista di “William alla finestra”. Ecco allora che prendersi cura del dolore di una sconosciuta che ha appena appreso della morte del suo amatissimo gatto mentre entrambe sono lontanissime da casa per un ritiro di scrittura, è più facile che fare i conti con le proprie paure, con l’idea inaccettabile della perdita perché se lui muore potrebbe morire anche lei. Per poi rendersi conto di quale sia la vera crudeltà del lutto:

 

E allora mi accorsi che non era vero, che non era tutto. Non avevo detto la cosa più importante. Che il gatto era morto, ma lei era ancora viva.

 

Perché si sopravvive, sempre. Anche se niente sarà più come prima. Schweblin indaga il trauma e le sue conseguenze, il dolore privato e la sua eco nel mondo, lo smarrimento. Storie umanissime di donne e uomini in bilico sul baratro ma che sono, in fondo, anche storie d’amore: fragile, imperfetto, mutevole. Egoista, talvolta. Inadeguato, come tanto spesso lo sono gli esseri umani. Genitori costretti a fare i conti con un momento di distrazione che muta ogni cosa. «Non ti preoccupare, papà, siamo stati felici, all’inizio, e questo basta» (“L’occhio nella gola), ma basta davvero? Meno di un pugno di anni di serenità, amore incondizionato, reciproca fiducia e capacità di comprendersi, per poi precipitare perdere tutto. Nel racconto di un figlio che non sa più parlare e di un padre che non lo comprende c’è la storia di tanti altri figli e altri padri e dell’incomunicabilità dei sentimenti e delle ragioni, delle distanze affettive e reali, delle nostre inadeguatezze come esseri umani.

 

A un certo punto, nel corso di questi anni, si è convinto che tutto quello che deve fare per aiutarmi è tenersi ai margini, e crede che il tempo non faccia altro che confermare la sua teoria. Soffre per la mia lontananza, ma la sola cosa che sa fare del suo dolore è resistere.

 

Le parole che mancano, la perdita, ancora, al centro di un’altra, struggente storia di questa raccolta, “La donna di Atlántida”. Due sorelle, un antico dolore, il passato che dà forma al presente, alle scelte che facciamo.

 

In quelle vacanze mia sorella e io scappavamo di casa a notte fonda, dopo esserci assicurate che finalmente i nostri genitori avessero spento le luci e che da un pezzo non si sentisse più nessun rumore. Scavalcavamo recinzioni, scalavamo muri e ci infilavamo in giardini altrui. Nel silenzio tiepido di quel vasto paese in riva al mare, il mondo intero ci sembrava aperto e benevolo.

 

L’ultima vacanza di famiglia al mare, e le segrete escursioni notturne delle due sorelle: in una di queste uscite si avvicinano a una poetessa alcolizzata rimasta senza parole, senza musa, senza ispirazione, consumata dall’alcol e dall’incuria. Notte dopo notte vestono i panni dell’ispirazione, fanno ordine nella casa sommersa dal caos, la spingono a rincorrere le parole. Ritrovarle per perdere qualcosa, un tributo terribile.

È sovra interpretare il testo volerci leggere la metafora di qualcosa d’altro in questa storia? Ma è difficile attraversare questi racconti e non pensare alla scrittura e a che cosa possa significare per Samanta Schweblin, per noi, al mistero che permea ogni cosa, al confine sottile tra reale e fantastico, alle increspature da cui si dipanano le parole, le storie. In fondo resta sempre un mistero, la scrittura. Il più profondo, il più ammaliante.