Se campo più di voi, di Jonathan Escoffery

TITOLO: Se campo più di voi
Autore: Jonathan Escoffery
Editore:Fazi
Traduzione: Stefano Tummolini, Silvia Castoldi
PP. 264 Euro 18,50


di Debora Lambruschini

 

Comincia con questa domanda, gridata nel cortile di casa quando hai nove anni – forse meno. Ma tu che sei? Continueranno a fartela alla primaria e alle superiori, e poi nel mondo fuori da scuola, negli strip club, nei punti di ristoro, al telefono e tra un lavoro occasionale e l’altro. (“Nel flusso”, incipit, p. 9)

 

È intorno a questo centro nevralgico che si irradiano le storie di Se campo più di voi, l’acclamato esordio di Jonathan Escoffery, uscito negli Stati Uniti nel 2022 e appena approdato nelle librerie italiane per Fazi con la traduzione notevole di Stefano Tummolini e Silvia Castoldi. Un esordio potente, tanto per tematiche affrontate che per scelte formali e che si colloca nel solco dello short story cycle, dove i singoli racconti sono perfettamente tesi tra autonomia e unità del tutto. La natura frammentaria della forma breve si intreccia alla coesione dello short story cycle e, arrivati alla fine della lettura, è assolutamente chiaro che quella scelta da Escoffery fosse l’unica forma possibile per ciò che era urgente raccontare, con le tensioni che attraversano la narrazione, la necessità di punti di vista e modalità narrative molteplici. Come l’io frammentato, perfetto esempio dell’affannosa ricerca del protagonista, Trelawny, di definire sé stesso, la propria identità. A partire da quella domanda, che scandirà la sua vita: a Miami, unico figlio nato sul suolo americano da immigrati giamaicani, nel Midwest dove si recherà per studiare, a Kingston in cerca di una connessione con le proprie radici culturali, di nuovo negli Stati Uniti. Che cosa sei?
Sembra il solo a non saperlo chiaramente, ma forse non è davvero così, e ai dubbi sull’identità razziale che tormentano Trelawny, gli altri componenti della sua famiglia sostituiranno altre incertezze. Il carattere di frammento della forma breve, dunque, a incarnare incertezze e turbolenza, la sperimentazione linguistica, la vita che esplode in un ritaglio per dirla alla Cortàzar, la frattura del quotidiano: è l’unico modo possibile per indagare altre fratture, altri frammenti; della famiglia che si disgrega, delle domande che non trovano risposta certa. L’identità fatica a trovare il suo centro, si sgretola, i punti di vista e le modalità narrative devono farsi multipli; la prospettiva in seconda persona singolare, che torna con una certa frequenza nelle storie, spauracchio di molti scrittori per la forzatura che contiene, nelle mani di Escoffery avvicina e simultaneamente allontana il lettore, inchiodato da quel tu, dal tempo presente ricorrente, da un’empatia mai del tutto sincera. E, ancora dalle scelte formali emerge, anche grazie alle mirabile traduzione di Tummolini e Castoldi, un lavoro linguistico che mescola registri differenti, dall’ironia al dramma, dall’uso efficace di slang e patois, dalla lingua creola derivata dall’inglese dei genitori di Trelawny e suo fratello Delano. La lingua di Topper e Sanya, marca una prima fondamentale discrepanza con quel figlio nato sul suolo americano:

 

In questo momento, per la prima volta, ti vergogni di tua madre e ti vergogni di te stesso per non averla difesa. Più che di essere vigliacco e sleale però, ti vergogni di essere straniero. Se c’è qualcosa che hai imparato durante la tua breve permanenza sulla terra, è proprio questo.
Sei in America e sono gli anni Ottanta, e a scuola, in classe, giurata fedeltà a un’unica e sola bandiera, quella a stelle e strisce. Il paese migliore del mondo, recita l’inno mattutino. (“Nel flusso”, p. 10)

 

Il paese migliore del mondo. Sottotesto: tutti gli altri, nessuno escluso, sono inferiori. Trelawny si aggrappa con ogni forza a quell’idea di identità, non importa se implica una distanza con la sua famiglia e il rifiuto adolescenziale di conoscere dove affondano le loro radici, ci sarà tempo in seguito per inseguire anche quell’idea di identità, per farsela sfuggire. Ma l’identità appunto è complicata. La razza, un costrutto sociale. Bianco o nero, per Trelawny diventa la domanda che lo attanaglia, a cui nemmeno il test del DNA può dare la risposta che crede possa legittimarlo. Lo spettro del razzismo attraversa le otto storie di Se campo più di voi, che si intreccia al tema identitario e a quello delle classi sociali, alla povertà generazionale, alla politica, al colonialismo, alle difficoltà della recessione. E, inevitabilmente, alle dinamiche famigliari, che Escoffery esplora da angolazioni diverse, senza fare sconti, dando forma a madri e padri che prima di tutto sono uomini e donne con i loro limiti, egoismi, debolezze, rabbia e capacità di essere crudeli. Ma che nonostante tutto restano aggrappati all’istinto di sopravvivenza nel tentativo di tirarsi fuori dai guai. Non sempre ci riusciranno, non tutti, e le conseguenze possono essere devastanti. Perfino per il figlio prediletto, Delano, quello “scelto” dal padre per prenderlo con sé a Miami quando la famiglia va in pezzi, quello che ha ereditato i suoi occhi, quello che, almeno fino a un certo punto, sembrava vincente. Ma neanche Delano è impermeabile alle difficoltà della vita, all’uragano che spazza via ogni cosa, alla recessione, alle incomprensioni matrimoniali. Si aggrappa a quell’unica certezza che sembra avere, il diritto sulle cose di suo padre, l’idea di essere il figlio più giusto, più forte, più popolare; come quando ragazzino veniva scelto da tutti nel quartiere nel ruolo di quarterback. Non era immune neanche allora a un certo grado di crudeltà che si annidava in lui, a certe prepotenze verso Trelawny, una rivalità tra fratelli che non ha fine. Di certo però non era preparato alla violenza con cui la catastrofe si abbatte sulla sua vita.

 

Da quando Shelly gli ha portato via i figli, tutta la sua vita sembra essersi deformata, popolandosi di arti fantasma, di cose e di persone che dovrebbero esserci e invece non ci sono. (“Se Delano avesse sospettato che stamattina avrebbe ucciso qualcuno non si sarebbe mai alzato dal divano”, p. 184)

 

Escoffery non forza l’empatia verso i suoi personaggi, ce li restituisce per quello che sono, non li giudica e non lo facciamo noi mentre ci addentriamo tra le pieghe di queste vite complesse.
Trelawny torna con frequenza una storia via l’altra, in momenti diversi della sua vita: bambino, adolescente, studente universitario, uomo: una continua ricerca in una qualche forma di legittimazione.
Nonostante la drammaticità sostanziale dei temi, Escoffery non rinuncia a una certa ironia, che sorprendentemente attraversa la pagina: come se fosse la sola risposta possibile, per tentare di salvarsi ma anche per abbattere registri narrativi stereotipati e rappresentazioni artificiose. Non è narrazione del trauma, non è sterile rimirarsi l’ombelico di tanta narrativa contemporanea quando la finzione si innesca a diverso grado sull’esperienza personale: è la voce onesta, tragica e comica insieme di uno scrittore che mi auguro non perda mai la spregiudicata freschezza di questo esordio folgorante, la libertà della sua voce, e che non fatico a immaginare accanto ad altre scritture selvagge come quelle di Percival Everett, Paul Beatty, Jenny Offill, Chris Offutt. In questo solco si trova anche Escoffery, che non teme di confrontarsi con le contraddizioni di un paese dove il sogno si è infranto: nel disperato sforzo quotidiano di restare a galla, c’è tutta la verità di una letteratura che non consola, perché non è questo il suo compito. Escoffery non offre scorciatoie al lettore, non fa sconti e non consola, né i suoi personaggi né il lettore.
Abbondano i personaggi femminili, ma è soprattutto intorno alla triade Topper-Delano-Trelawny che ogni cosa ruota e, ancora, il rapporto con i padri. Topper, che da sempre considera Trelawny «difettoso» e il suo rifiuto si lega a ogni fibra del figlio; Ox, il padre fuggiasco di Cukie e le cicatrici che il tradimento gli incide nella carne; Delano stesso, abbandonato con i suoi fantasmi. Per tutti, la stessa domanda in fondo:

 

Sentì una stretta allo stomaco mentre correva verso la risposta che da sempre tormentava la sua breve vita: Che uomo è un uomo che abbandona suo figlio? (“Ammaraggio”, p. 106)

 

Se campo più di voi è una storia di dolore intimo, ironicamente tragica, grottesca a tratti, lucidissima, di lotta e resistenza. Vincenti o sconfitti, gli uomini e le donne di Escoffery non hanno che loro stessi per tentare di stare a galla in un mondo dove l’identità problematica rende impossibile anche l’appartenenza a una comunità, la protezione del riconoscersi tra simili, perché ognuno lotta per sé stesso e fa i conti con le proprie umiliazioni e meschinità. Ci aggrappiamo in queste storie come a spiragli di luce che forse ci illudiamo di scorgere, fingendo di non vedere la scia della barca che si allontana lasciandoci in mezzo al mare.
Che cosa ci resta, allora? La letteratura, forse.