L'ultima nebbia, di María Luisa Bombal

TITOLO: L’ultima nebbia
Autore: María Luisa Bombal
Editore:Sur
Traduzione: Francesca Lazzarato
PP. 228 Euro 19,00


di Debora Lambruschini

Sono rimasta invischiata nelle parole di María Luisa Bombal. Ammaliata, da una prosa che suona come un incantesimo a costruire storie che si muovono agili tra il racconto e la novella, sospese tra realismo e sovrannaturale. Dov’eri nascosta, María Luisa? Sei sempre stata in bella vita, un segreto ben in mostra, ma da questa parte del mondo eravamo un po’ distratti per accorgerci di avere tra le mani l’opera immaginifica e selvaggia di una scrittrice straordinaria, prestavamo più attenzione ad altre storie, altre influenze, dal Nord America, dal Canada, e quando ci avventuravamo nella letteratura ispanoamericana erano ancora una volta quasi sempre gli stessi uomini a incantarci con i loro racconti. In Italia era stata tradotta finora solo una novella – indicata come romanzo, dai più – , L’ultima nebbia, uscita per Sellerio nel 1997; io, che non leggo in spagnolo, non avevo accesso agli altri racconti e novelle. È la casa editrice Sur a raccogliere tutte le opere, un corpo esiguo e preziosissimo, e finalmente consegnarle al lettore italiano, nella nuova traduzione di Francesca Lazzarato: due novelle, L’ultima nebbia e Avvolta nel sudario, e cinque racconti, tanti sono i testi lasciati ai lettori prima di rinunciare alla scrittura, ancora giovanissima. Sono bastati, a fare di Bombal tra le voci più importanti del Novecento sudamericano, a ricordarci che il racconto affonda le sue radici lì, nella letteratura ispanoamericana, tra Cortàzar, Borges, Amparo Davila, Cristina Peri Rossi, Rulfo, molti altri.
La storia di Bombal inizia a Valparaiso, in Cile, nel 1910, figlia di genitori di origini franco-tedesche; il padre muore quando lei è ancora bambina e di assenze, in un certo senso, è fatta tutta la sua scrittura. Studia a Parigi, alla Sorbonne, trascorre la giovinezza tra il Cile e l’Argentina. Scrive. La prima novella, La ultima niebla, considerato dalla critica un testo fondamentale della letteratura sudamericana, viene pubblicata nel 1934 dalla casa editrice cilena Colombo, con la prefazione di Norah Lange e le illustrazioni di Jorge Larco. Entra da protagonista negli ambienti letterari, Pablo Neruda ne sarà amico e mentore. Incontra Borges, qualche anno dopo: a lui confida l’idea di una storia, una donna sospesa tra il mondo dei vivi e dei morti, la sua veglia funebre, il senso della vita e dei legami intessuti che le si svela in quelle ore; lo scrittore argentino è scettico, «quella trama era di impossibile esecuzione», una materia pericolosa da maneggiare. Pochi mesi dopo, Bombal consegna a Borges un manoscritto: La amortajada. Viene pubblicato nel 1937, Borges ne scriverà una recensione entusiasta sulle pagine della celebre rivista Sur. Juan Rulfo, anni dopo, segnalerà quella stessa novella come un testo fondamentale nella sua formazione letteraria. Scrive cinque mirabili racconti. A trentuno anni smette di scrivere. Che cosa è accaduto?
Ha conosciuto un uomo, molti anni prima, se ne era innamorata completamente, nonostante lui fosse già sposato; la relazione finisce bruscamente e le incide un solco indelebile. Come farà dire a una delle sue protagoniste femminili «Perché, perché la natura della donna dev’essere tale da far sempre di un uomo il centro della sua vita?». Si spara, tentando di uccidersi, ma sopravvive. Scrive, ancora. Otto anni dopo si presenta all’hotel Crillón di Santiago del Cile, dove ha saputo essere ospite Eulogio Sánchez Errázuriz, l’uomo che ha amato, gli spara, ferendolo a un braccio. Arrestata, trascorre due mesi in prigione, poi, una volta libera, si auto esilia negli Stati Uniti: è l’addio alla scrittura. Prosciugata, definitivamente. Altre relazioni, altra vita, in Nordamerica, l’alcolismo, una figlia con la quale avrà un rapporto complicato. Dall’esilio auto imposto farà ritorno, chiudendo i suoi giorni, nel 1980, a Santiago. Alla scrittura, invece, non tornerà più.
È tutto qui quello che ci resta di María Luisa Bombal, della sua penna lucente, due novelle e cinque racconti attraversati dal desiderio, dall’ossessione, dal legame ancestrale con la terra, le atmosfere sospese tra sogno e realtà. Una manciata di testi con cui la scrittrice cilena segnava uno spartiacque fondamentale nella letteratura – non soltanto femminile – ispanoamericana, con la loro modernità abbagliante e che avranno profonda influenza su molte autrici e autori a venire. Leggerla, oggi, mi appare imprescindibile, un tassello fondamentale che mi mancava negli studi del cuento, ma della narrativa breve tutta, come lo era stato, per esempio, scoprire Cristina Peri Rossi.
Con una prosa ammaliante, Bombal intreccia storie in cui alcune tematiche e spunti in particolare sembrano rincorrersi un racconto dopo l’altro, ogni volta caricati di sfumature differenti ma parte di un universo narrativo che torna tra le pagine. A partire dal desiderio femminile, la scoperta del corpo, della sessualità, e che si pone come un punto di rottura fondamentale con la tradizione letteraria cilena, la società patriarcale che la domina e dove invece le parole di Bombal, i sogni e i desideri delle sue donne irrompono a incidere profondamente una svolta. Spesso imprigionate in matrimoni privi di amore e di passione, le donne di queste storie scoprono la passione, a spezzare il tedio di una quotidianità opprimente, la solitudine, la distanza. 

 

“Ho avuto un’incantevole avventura, una volta… Grazie a un unico ricordo, si può sopportare una lunga vita di tedio. E perfino replicare giorno per giorno, senza stanchezza, i meschini gesti quotidiani.”

 

Ha vissuto davvero un’avventura la protagonista senza nome della novella “L’ultima nebbia”? O, forse, è stata solo la proiezione di una sua fantasia profonda, di un desiderio insoddisfatto? Eppure ogni cosa è così tangibile e reale, il palpitare della carne, il contatto con l’amante sconosciuto incontrato solo una volta, in una notte senza sonno. È realtà? È sogno? Bombal si muove al confine, l’atmosfera onirica impastata di desiderio e attesa che scivola nell’ossessione, in uno stato febbrile di sospensione dalla realtà. Quell’unico incontro, tanto è bastato a rendere sopportabile il tedio del quotidiano, di un matrimonio privo d’amore, che procede stanco ma inesorabile come ci si aspetta, come va fatto. Che cosa accade quando si esce dai binari stabiliti, quando si desidera qualcosa di altro alla lenta monotonia del quotidiano, quando si rompono le convenzioni?
Lo vediamo come in uno specchio nella storia di Regina, che con la sua tragica brutalità irrompe nelle fantasie della protagonista e alza il velo sulla realtà. Non c’è possibilità, non c’è assoluzione per una donna che si spara nella casa del suo amante. Non sarà l’unica, Regina, a premere un grilletto, la violenza delle donne attraversa le storie di Bombal -  la sua stessa vita; un’ossessione che non lascia spazio al raziocinio. È il dolore di un amore non corrisposto, di una vita che non si è in grado di sopportare e non lascia scampo o, ancora, di una gelosia irrazionale che porta a togliersi la vita, convinte che l’uomo amato nutra sentimenti per un’altra.
Come nel racconto che chiude la raccolta – e dialoga con “Avvolta nel sudario” – , “La storia di María Griselda”, dove la bellezza straordinaria è una maledizione contro cui nulla si può.

 

“E Alberto aveva preso a spiegarle l’angoscia che lo corrodeva e distruggeva, lui come tutti gli abitanti di quella malinconica dimora.”

 

La bellezza di María Griselda è un sortilegio a cui è impossibile resistere e conduce alla disperazione: il marito che non si fida della profondità dei sentimenti di lei, le altre donne che la temono e non credono più alle promesse dei fidanzati; ogni essere vivente è incantato dalla sua bellezza che pare ultraterrena, neppure il mondo animale ne è immune. Si nasconde, allora, María Griselda, maledice la propria bellezza che fin da bambina l’ha privata di affetto, cura, amore puro.
La scrittura immaginifica, la scoperta della letteratura e della poesia francese degli anni di formazione, si fondono a un immaginario e una voce che avranno influenze ben più estese dello spazio esiguo della produzione letteraria lasciata. Ogni racconto, ogni novella, è un’esperienza compiuta, ma allo stesso tempo compone una costellazione letteraria organica, per la riconoscibilità della voce e la postura autoriale, per le occorrenze tematiche, gli spunti, le ossessioni, il sistema di immagini. Il femminile, soprattutto, è il centro nevralgico della prosa di Bombal, che si scontra con le regole della società patriarcale, con le solitudini del matrimonio, la mancanza di amore e di passione, la gelosia. Il rifugio nella fantasia – l’eco, durante la lettura, di certi racconti di George Egerton, che a fine Ottocento squarciava il velo del perbenismo vittoriano scrivendo del desiderio femminile – per sopportare i doveri, le convenzioni, adattarsi a un ruolo.

 

“Lo seguo per portare a termine un’infinità di piccole faccende; per adempiere a un’infinità di amene frivolezze; per piangere per abitudine e sorridere per dovere. Lo seguo per vivere con decoro, per morire con decoro, un giorno. Intorno a noi, la nebbia dà alle cose un carattere di definitiva immobilità.”

 

«Per vivere con decoro, per morire con decoro» incide un solco profondissimo, un solco dove seppellire il desiderio, l’ambizione, la possibilità.
Nella morte, per qualcuna, ecco che le cose si svelano, diventano più chiare, e la veglia funebre è uno sfilare di persone e affetti che solo adesso hanno compiutezza, significato, realtà. Ana Marìa, la stessa donna che tornerà nel racconto finale sulla bella e maledetta Griselda, è sospesa in un limbo, dalle palpebre socchiuse osserva le persone che ne piangono la scomparsa, intreccia i fili della propria vita, microstorie che compongono il quadro di ciò che è stata la sua esistenza; amori non corrisposti, solitudine, il matrimonio, i figli, ogni cosa trova allora una collocazione, mentre lei si fa sempre più parte della terra, radici che la avvolgono.
C’è un legame sottile, in queste storie, con il mondo naturale, con la terra, che ricorre a costruire un sistema di immagini e metafore, a dare significato alle cose, a farsi specchio delle vite umane, a sostenere l’intreccio tra realtà e sovrannaturale. È, per esempio, in un albero, che “bussa” ai vetri di una finestra «perché lo vedesse contorcersi come un’impetuosa fiammata nera sotto il cielo ardente di quella notte d’estate», la stridente vitalità del gomero contrapposta all’«immobile, ordinata e silenziosa» vita domestica, una mediocrità da accettare, «come qualcosa di definitivo, irrimediabile». È un racconto scandito anche dalla musica, tra Chopin e Mozart, che inizia dalla fine per procedere a ritroso, ricostruire così le ragioni di quanto è stato, di un matrimonio ingenuo, di un punto di rottura, la «luce cruda» che squarcia il velo. Simboli diversi che attraversano le storie, il reale che si amplifica nel fantastico di cui è pervaso.
Una manciata di testi, una scrittura che si incide indelebile nel solco della letteratura del Novecento e arriva fino a noi, la sua forza immutata.