Ortica Editrice porta oggi in libreria Terza classe e altri racconti, di Eugène Dabit e tradotto da Stefano Serri.
L’Autore descrive le periferie del mondo e registra con cura i sussulti della psiche, senza mai dimenticare la Storia, come nel testo autobiografico antimilitarista che chiude il libro, Testimonianza: è la Prima guerra mondiale, lo scrittore cammina in una notte di corpi in cerca di altri corpi, racimolando un po’ di calore che possa salvare dalla fame, dall’alcol, da un’insensata disciplina militare. Ma la notte non spegne la forza dell’arte, che rimane «una delle armi efficaci e pure che possediamo per denunciare un mondo falso e crudele, per trasformarlo.»
Cattedrale vi propone uno dei racconti della raccolta, per gentile concessione dell’editore.
La vecchia Amélie
di Eugène Dabit
La vecchia Amélie aprì la porta e rimase inchiodata sulla soglia del suo tugurio. Aveva più di sessant’anni, bassa, viso scarno, spalle e mani ossute. Vestita con una camicetta, una gonna nera, un grembiule blu, guardava la vallata de Les Huit-Pommiers, dove la primavera era alle porte. Era venuta a vivere in quell’angolo deserto dodici anni prima, con il fratello, gravemente infermo, che grazie alla pensione era riuscito a comprare quel tugurio. Era lui che aveva spinto Amélie a lasciare la fattoria dove, per trent’anni, senza vizi, indefessa, era stata a capo delle lavoratrici. Era morto quattro anni prima, e da allora viveva sola. Un gatto rosso venne a strusciarsi contro la gonna della vecchia. «Ah, disse, eccoti qua, gironzolone.» Lo carezzò; poi si scosse, doveva dare il becchime alle galline, spazzare la cucina, tagliare un po’ di legna. Alle sette, finite le mansioni, Amélie chiuse la porta e diede due giri di chiave. Davanti alla rimessa, allungò il braccio e, come di consueto, infilò con cura la grossa chiave dietro alcune bottiglie impolverate disposte su un ripiano. Poi partì per Noyelles, dove il lavoro l’aspettava. Aveva nascosto in un angolo dell’armadio per la biancheria un gruzzolo di 8.000 franchi, in parte soldi lasciati dal fratello, assieme a risparmi accumulati un soldo alla volta. Una bella somma! Ma lei voleva aggiungerne altri, sempre di più. Ecco perché lavorava a giornata nelle fattorie del villaggio.
…Il crepuscolo stava calando mentre la vecchia Amélie tornava a Les Huit-Pommiers. Passò davanti alla rimessa, spinse la porta, allungò il braccio; aprì la mano, ma le dita non trovarono la chiave. Amélie cercò, si chinò, toccò una bottiglia.
– Quel brigante di un gatto, ne ha combinata un’altra delle sue, brontolò. Dovrò accendere una candela, se voglio trovare la chiave.
Uscì dalla rimessa, fece qualche passo e lanciò un grido violento: Santo cielo, la porta della baracca era aperta! Entrò, inciampò contro una sedia e vide tutto sottosopra. Qualcuno era entrato in casa! Un ladro!... Si precipitò in camera: l’armadio aperto, sul pavimento vestiti sparsi.
– I miei soldi! spariti!... Oh, che disgraziata...
La vecchia Amélie pensò di andare a Noyelles a chiamare i gendarmi. Le gambe cedettero, cadde sul letto e scoppiò a piangere.
***
Due giorni dopo, verso le 10, il vecchio Beuvelet era in agguato ai piedi di un albero dove si rifugiavano i colombacci. Verso mezzogiorno, lasciavano il bosco di Chenu per raggiungere quell’albero. Le 11... le 12.
– I colombacci, mica verranno, disse.
Posò il fucile contro il terrapieno, volse lo sguardo verso Les Huit-Pommiers, che si estendeva più in basso. Conosceva ogni angolo, quasi ogni albero, nei boschi dove di tanto in tanto cacciava di frodo. Sapeva dare un nome a ogni volto. Fu quindi piuttosto sorpreso nello scoprire di colpo, forse a trecento metri, un tizio che non conosceva... e che, per giunta, non pareva un contadino. Beuvelet si morse il labbro, poi un sorriso distese il vecchio volto, segnato dalla vita all’aria aperta. La strada per Parigi passava lì vicino, capitava che i vagabondi scendessero a valle per rinfrescarsi o, alla stagione giusta, per rubare mele. Ma non era ancora la stagione giusta per la siesta, né per le mele.
– Che combina quello? borbottò Beuvelet, e azzardando qualche passo, si nascose dietro un cespuglio. «Guardalo, fa un giro, scava una buca... Che ci pianta dentro?»
Beuvelet sentì i colombacci volare, ma non smise di osservare lo sconosciuto. Lo vide allontanarsi mentre scrutava a destra, a sinistra; infine, sparì. Il vecchio Beuvelet aspettò un quarto d’ora abbondante prima di lasciare il cespuglio. Scrutò di nuovo l’orizzonte, poi partì a grandi passi e presto arrivò al melo dove il forestiero aveva armeggiato. Per cosa? Beuvelet s’inginocchiò, tirò fuori il coltello e iniziò a scavare. La mano trovò una scatola di latta. La raccolse: una vecchia scatola di biscotti.
– Potrebbe essere questa la scatola della vecchia Amélie?
L’aprì: sì, era proprio quella! Le banconote erano ammassate nella cassettina. Le contò, alzando gli occhi al cielo: pezzi da cinquanta, da cento, tre da mille, 7.500 franchi! Si alzò, guardandosi attorno, con gli stessi movimenti furtivi dello sconosciuto.
– Se torna, quel bandito...
Beuvelet lo avrebbe accolto a fucilate, come merita un ladro. Si allontanò, tenendo d’occhio i cespugli, voltandosi ogni minuto. Sotto il braccio, stringeva la scatola di biscotti. «Settemila e cinquecento franchi», si ripeteva tra sé e sé. Una vera fortuna. Eh, quella vecchia Amélie, di certo non sarebbe rimasta al verde. E andava sempre in giro a lavorare a giornata!
– Che mi darà per il ritrovamento?
Si rispose: «Non ti darà niente». S’incamminò lungo il sentiero per Les Huit-Pommiers. «E se te la dessi da solo, la ricompensa?» Camminò un po’, un unico pensiero a ronzargli in testa. No, di certo la vecchia Amélie non gli avrebbe dato niente, era una di quelle vecchie spilorce che avevano vissuto solo per i soldi, mai avuto un fidanzato, ai tempi! Si fermò. «Ti costringerò io, a darmela.» Esitò di nuovo, poi aprì la scatola di biscotti e, senza guardare, estrasse delle banconote che infilò svelto in tasca.
Poco dopo arrivò davanti al tugurio di Amélie. In cucina, la vecchia puliva le verdure. Entrò:
– Ebbene, eccomi qui, signora Amélie. Eh eh, eccomi qui... E magari ho una bella notizia...
– Avete forse incontrato la guardia? chiese lei, interrompendo il lavoro.
Beuvelet ridacchiò, tossì, esitò di nuovo, e infine tutto d’un fiato raccontò la sua storia. Infilò la mano sotto la giacca, tirò fuori la scatola dei biscotti.
– Ah! buon Gesù, la mia cassettina! esclamò Amélie, strappandola di mano a Beuvelet. Se la strinse al petto, le lacrime agli occhi, le labbra tremanti. E di colpo l’angoscia la prese: «Ma è vuota?»
– Non so, rispose lui, non ho guardato. Avevo fretta di riportarvela.
Con mani febbrili, Amélie contò le banconote.
– Ma me ne mancano! esclamò. Mi ha lasciato 6.950 su 8.000, quel ladro, quel bandito! Non potevate inseguirlo, santo Dio?
– A saperlo, signora mia. Se non l’avessi visto io, quello sarebbe tornato, un giorno, quando la polizia non pattugliava più la zona, e si sarebbe portato via tutto... Signora, è la vostra cassetta o no?
La vecchia Amélie lo guardò diffidente.
Si aspettava una ricompensa in denaro, un qualcosa, quel vecchio buono a nulla di Beuvelet, donnaiolo e vecchio ubriacone. La donna grugnì, chiuse la scatola, la strinse al petto, andò alla credenza e in tono scaltro:
– Caro Beuvelet, volete bere qualcosa?
