L'uomo della redingote grigia, di Carlos Olivera

Edizioni Arcoiris porta in libreria L’anima meccanica. Racconti fantastici argentini, tradotto da Barbara Flak Stizzoli e Agustín Conde de Boeck; una preziosa testimonianza della scuola di Buenos Aires e in particolare di quella “Generazione dell’Ottanta” che con grande potenza espressiva e slancio immaginativo seppe raccogliere l’eredità di E.T.A. Hoffmann. Questa corrente intellettuale, composta da autori come Eduardo L. Holmberg, Miguel Cané, Carlos Olivera e Raúl Waleis, sebbene considerata “minore”, ha saputo fondere la scienza empirica non solo con l’occulto ma anche con il terrore psicologico.

Cattedrale vi propone uno dei testi contenuti nel libro, per gentile concessione dell’editore.
Invece QUI potete trovare la postfazione al libro di Agustín Conde de Boeck.


L'uomo della redingote grigia
di Carlos Olivera

«Raccontatemi quella storia, Dottore, dev’essere interessante… Ma raccontatemela minuziosamente, con tutti i dettagli; voglio che non mi sfugga neppure una singola circostanza».
«È un racconto strano, Rodolfo…».
«Proprio per questo desidero conoscerlo. La mia curiosità è stata risvegliata dalle dicerie che sono circolate e dai resoconti fatti dai giornali…».
«Oh, ciò che è stato riferito è assurdo! Non v’è in essi neppure un frammento di verità. Poiché io ho taciuto così ostinatamente, a nessuno è stato possibile sospettare il carattere dell’evento, la sua speciale fisionomia».
«E perché questo silenzio?».
«Conveniva. Supponendo che in fondo a tutto vi fosse un crimine…».
«Un crimine?».
«Né più né meno. Ho commesso un’azione abominevole, sebbene – in verità – a vantaggio della scienza. Questo povero cadavere appartiene a una vittima scelta per un’esperienza terribile. Questo encefalo è stato lavorato lentamente da me, al fine di renderlo la sede di una follia profonda; e il mio ultimo compito sarà lo studio micrografico delle sue cellule, così da completare il mio esperimento attraverso la descrizione delle alterazioni che esse hanno subito».
«Ma questa infelice aveva una figlia…».
«Non scuso la mia azione. È indiscutibilmente abominevole. Sul terreno della scienza, ho ottenuto un trionfo; sul terreno dell’umanità, mi sono reso reo di un barbaro delitto».
«La curiosità mi sta macerando…».
«Ancora per poco, perché sto per raccontarti tutto. Quando l’imperatore mi nominò Cattedratico di Fisiologia in questo Ospizio, avevo appena perso mia madre; e tale circostanza, che mi strappava al mondo dei dolci sentimenti, aumentò il mio già cronico amore per le speculazioni di filosofia trascendentale.
Un pomeriggio mi trovavo sul balcone della mia stanza, guardando, con una segreta voluttà da ozioso, il modo capriccioso con cui le nubi si raggruppavano nell’azzurro del cielo, raffigurando mostri giganteschi e assurdi, paesaggi ridenti o oscure scene di desolazione, che si cancellavano per servire da canovaccio a un altro ricamo stravagante e fantastico.
I miei pensieri si coloravano successivamente della luce propria di ciascuno di quei quadri fuggitivi e, senza rendermene conto, disegnavo sulla tela impressionabile del mio spirito figure, teste, gruppi e scene che ricordavano in modo lontano il vario teatro del firmamento.
La mia attenzione fu, per un certo tempo, attratta da una forma singolare offerta da due nubi: l’una, densa ed enorme, di colore bruno, e l’altra, piccola e bianca.
All’inizio, la nube bianca aveva ricordato, nei suoi capricciosi volti, una semplice striscia di tulle, ma poi era andata restringendosi e trasformandosi, fino ad assumere l’apparenza di una donna, coperta da un lungo manto, che camminava con il capo chino.
La nube bianca correva da Est a Ovest, seguita da vicino dalla nube nerastra e densa. Per un tratto conservarono quasi la stessa distanza, ma poi la nube bruna raggiunse la bianca, la coprì per un momento e proseguì la sua corsa nella stessa direzione, conservando sempre la sua forma.
Al contrario, la nube bianca non offriva più l’aspetto di prima: al posto della donna con il capo chino, restò solo un assurdo animale con due ali e senza testa, avendo al posto di quest’ultima un artiglio, simile a quelli che l’arte architettonica del Medioevo prestò ai grifoni che adornano le sue chiese.
La corsa di entrambe le nubi proseguì. Poi la nerastra si fermò, o diminuì la sua velocità, mentre la bianca le si affiancò; e poi di nuovo rimase indietro, tornando a prodursi il medesimo fenomeno di prima: la bianca cambiava forma, mentre la nube oscura conservava sempre il suo aspetto iniziale.
Si produsse in me, di conseguenza, l’idea di un inseguitore e di un inseguito, con la sfumatura che il primo conservava sempre la sua forma di vita, mentre il secondo la variava in maniera completa. Abbassai in quell’istante gli occhi su una donna che passava per la strada, vestita a lutto, e sussultai.
Chissà se inseguendola, pensai, riuscissi a trasformarla!
Rapida come un fulmine, brillò nella mia anima un’idea: l’idea di trasformare quella donna da sana in malata, da savia in folle; e, come accade generalmente in questi casi, presi sul momento la mia risoluzione.
Mi avevano portato quel giorno una redingote grigia, dal taglio alquanto strano, e dopo un secondo di riflessione la indossai, presi il cappello e uscii.
Dapprima non feci altro che accertare il domicilio della donna. Una volta ottenuto ciò, tornai a casa e mi sedetti a pensare tranquillamente al piano che dovevo seguire per raggiungere il mio scopo.
La follia, mi dissi, è, anzitutto, uno stato di squilibrio nervoso, caratterizzato dalla tensione di tutte le operazioni mentali verso un solo punto, verso un’idea fissa. La lesione organica che il microscopio scopre nell’encefalo degli alienati è indicazione sufficiente del fatto che le relazioni logiche del pensiero si alterano a causa di una sovrabbondanza di lavoro in un punto dato della sostanza grigia; un eccesso di lavoro che un certo gruppo di cellule non ha potuto sopportare e che ha prodotto in esse un disordine, una differenza di collocazione molecolare rispetto al modo in cui prima si trovavano le une rispetto alle altre.
Ebbene, la storia delle alienazioni mentali – l’eziologia della follia nelle persone non discendenti da soggetti folli – è la storia di quell’eccesso di lavoro che agisce su una parte dell’encefalo, o bruscamente o lentamente.
È sempre, o l’emozione improvvisa o l’opera paziente di un’immagine, di un sentimento o di un’idea, quella che porta al gruppo cellulare la sovrabbondanza di lavoro che produce lo squilibrio.
I medici chiamano monomaniaci quei soggetti in cui la follia si manifesta attraverso l’invincibile inclinazione verso un solo oggetto; ma, in realtà, il nome può applicarsi a tutti, poiché i folli che hanno più di un’inclinazione sono semplicemente coloro che derivano dalla loro idea fissa altre idee ad essa connesse, arrivando ad avere non varie inclinazioni, ma una sola, con alcune altre di carattere simile e secondario.
Conseguentemente, follia è sinonimo di idea fissa, che predomina su tutte le altre, che le colora della sua tinta particolare, essendo il punto massimo verso il quale tendono tutte le operazioni intellettuali.
Per far impazzire un uomo, dunque, non bisogna far altro che produrre in lui un’idea fissa; e il miglior mezzo, fatta eccezione per le maniere violente, è ripetere in lui un’immagine così ostinatamente che l’eccesso di lavoro, portato dalla ripetizione al centro nervoso destinato a riceverla, giunga, infine, a rendere possibile l’alterazione molecolare di quel centro.
Pensai allora che l’immagine dovesse essere ricevuta dal cervello della mia designata vittima circondata da certe circostanze che potessero contribuire fortemente al successo che cercavo. Queste circostanze dovevano avere carattere strano, minaccioso, silenzioso e apparentemente soprannaturale.
Risoluto a tentare l’operazione, passai alcuni giorni ad accertarmi della vita di Albertina Gehan, poiché tale era il nome della donna designata dalla sorte. Abitava nella via Weichem. Era povera e manteneva sua figlia cucendo divise per i soldati dell’Imperatore. Era rimasta vedova quattro anni prima, non avendo vissuto molto in pace con lo sposo. Era di costituzione delicata, di temperamento nervoso e altamente impressionabile.
Mi procurai, per vie indirette, tre fotografie del defunto marito; e mentre facevo preparare presso il grande artista della cera, Federico Schleigel, una maschera finissima rappresentante il volto dello sposo trapassato, comprai una traduzione tedesca di un racconto del Capitano Marryat, intitolato “Il vascello fantasma”, e lo inviai per posta all’indirizzo di:

ALBERTINA GEHAN
Via Weichem, 17.

“Il vascello fantasma” è un racconto che esalta l’immaginazione a un grado estremo. Naturalmente, dinanzi a quell’invio anonimo, la curiosità di Albertina doveva risvegliarsi e il libro sarebbe stato letto. Una settimana dopo, la mia maschera di cera era conclusa. Mi rasi con cura e la adattai sul mio volto. Il marito di Albertina era stato un uomo di statura media, come me, e salvo la pallidezza della fisionomia che avevo espressamente richiesto a Federico Schleigel, la somiglianza doveva essere notevole.
Comprai allora la Spirite[1] di Théophile Gautier, tradotta in tedesco, e la rimisi ad Albertina per posta. Così si aggiungeva più fuoco alla pira che già doveva aver acceso il racconto di Marryat. Nell’intervallo di tempo che il libro avrebbe impiegato per esserle recapitato, incaricai il sarto di apportarmi una piccola modifica alla redingote grigia: un taschino sul lato destro, all’altezza della vita, con una patta mobile che poteva essere estesa sul taschino, in modo da occultarlo interamente, o spostata verso il basso, con l’aiuto di un elastico che passava dentro la mia manica e il cui estremo era legato al dito mignolo della mano destra.
Quel taschino era profondo e vi infilai un pugnale malese, dall’impugnatura brillante, la quale restava giustamente occultata sotto la patta; io potevo renderla visibile con un solo debole strattone dell’elastico che spostasse la patta verso il basso. Lasciando l’elastico, la patta tornava alla sua posizione naturale, nascondendo l’impugnatura del kris[2].
Quindici giorni dopo, inviai ad Albertina una traduzione di “Ligeia[3]” di Edgar Poe, con la quale finii, indubbiamente, di farle ammalare l’immaginazione. Grazie a qualche moneta, ottenni la complicità di un inquilino della casa in via Weichem n. 17, al quale non costò gran fatica far comprendere che io corteggiassi la vedova. Entravo continuamente in quella casa senza che Albertina mi notasse, e studiai bene la disposizione della sua stanza, così come le varie probabilità che avevo di apparirle una notte, sotto l’aspetto del marito morto, ritirandomi prima che potesse avere tempo di vedermi con distinzione ed esaminarmi adeguatamente.
Passata un’altra settimana, le inviai “Il gatto, l’ufficiale giudiziario e lo scheletro[1]” di Alexandre Dumas, con il quale preparai il terreno alla mia apparizione in maniera del tutto felice. Quella fantasia è strana e dominante: è il racconto di un giudice che condanna alla forca un bandito e che muore di terrore davanti alle successive apparizioni dell’anima del condannato, sotto gli aspetti di gatto, di ufficiale e di scheletro.
Tramite l’inquilino mio complice, sapevo che Albertina era fortemente preoccupata da quei libri; dapprima per l’impressione che la lettura le causava, e poi per il mistero con cui le venivano inviati.
Essendo dunque il momento favorevole, mi presentai a lei – improvvisamente – prendendo a tale scopo tutte le misure immaginabili. Diventò orribilmente pallida, contrasse le dita, i capelli le si drizzarono, aprì la bocca per gridare, la voce le si soffocò in gola e i suoi occhi apparvero sbarrati e fissi. Le rivolsi uno sguardo lungo e profondo, pregno di minacce e di odio, nello stesso tempo in cui, tirando l’elastico, lasciavo scoperta l’impugnatura del kris malese.
Avevo temuto che quella crisi, da sola, le sconvolgesse la ragione. Ma svenne, e quella fu la sua salvezza.
Dall’inquilino, al quale chiesi dettagli sulla sincope con il pretesto di interessarmi alla salute di Albertina, seppi che dopo lo svenimento era sopravvenuta un po’ di febbre con delirio.
«E cosa diceva nel delirio?» gli chiesi.
«Ripeteva continuamente: “Guglielmo, Guglielmo!”».
Questo era il nome di suo marito. Capii allora di aver toccato precisamente la nota necessaria per produrre l’accordo dissonante di quella povera ragione.
Venne in seguito la fase della persecuzione. Vestito sempre con la mia redingote grigia abbottonata, e coperto dalla mia bella maschera di cera, mi trasformai nell’ombra dell’infelice Albertina.
Se usciva in strada, mi incontrava a ogni passo, sempre silenzioso, sempre pallido, fissando su di lei il solito sguardo lungo e profondo. Se restava in casa, le apparivo quando meno se lo aspettava, nella sua stessa stanza, della quale ero giunto a possedere una chiave e dalla quale avevo fatto rimuovere i chiavistelli interni per mezzo del compiacente inquilino. Se, confusa e timorosa, si isolava nella chiesa, i suoi occhi incontravano, in un angolo oscuro della navata più prossima, i miei occhi che, dopo averle rivolto lo sguardo consueto, sparivano di lì per andarla ad aspettare di nuovo a qualche angolo, all’uscita dal tempio.
In strada, in casa, nel tempio, sempre e a tutte le ore, la inseguiva il fantasma con incrollabile, con spietata, con inesorabile crudeltà!
Per tre mesi, la povera Albertina lottò giorno dopo giorno con il Demone della Follia, che si andava impossessando del suo essere.
E quale terrore così intimo, così commovente, così profondo il suo! Mai pronunciò la minima parola di rimprovero, mai le sue labbra poterono formulare un lamento, e il suo petto esalava appena un sospiro di dolore contenuto e timoroso. Sembrava che ella avesse coscienza della fine orrenda che l’aspettava e che, sentendo che con la ragione le sfuggiva la vita, vi si aggrappasse, silenziosa e ostinata, tra l’ombra dei suoi terrori, come il colpevole che, terrorizzato dall’oscurità e dal silenzio della mezzanotte, non osa neppure respirare, temendo di attirare su di sé l’ira delle sue vittime, che suppone appostate a spiarlo.
A poco a poco le vennero meno le forze, a poco a poco il pallore della morte prese possesso del suo volto; e i suoi occhi acquistavano un brio straordinario e lancinante, e i suoi sguardi si facevano più fissi, sempre più fissi.
In strada, in casa, nel tempio, aveva un’ombra che non si scostava dal suo fianco se non per brevi momenti, i quali servivano solo a renderle più orribile la situazione, permettendole di contemplarsi per un istante libera dall’influenza abominevole.
E sempre in silenzio! Mai una parola tra l’inseguitore e l’inseguito, tra la vittima e l’assassino! Il suo corpo si estenuò; le notti di insonnia trascorse in continui terrori e la mancanza di nutrimento resero sempre più sensibile l’alterazione nervosa finché, alla fine, come una lampada che si spegne non potendo resistere all’impulso del turbine, il suo bello spirito entrò nella notte eterna della Follia!
Ecco la vera storia dell’uomo dalla redingote grigia, come mi chiamava la folle nei suoi deliri; e da essa puoi apprezzare quanto abbiano fantasticato i giornali di Berlino sul misterioso persecutore della povera Albertina».

[1] La redingote è un indumento maschile formale, simile a un soprabito, caratterizzato da falde che arrivano al ginocchio e una chiusura solitamente a doppio petto. In voga tra il XVIII e il XIX secolo, era il capo distintivo della classe borghese, di professionisti e funzionari, simboleggiando decoro, austerità e una certa solennità sociale.
[2] Spirite è considerato il testamento spirituale di Gautier, un romanzo breve che è un vero gioiello del romanticismo francese.
[3] Tipico pugnale asimmetrico del Sud-est asiatico, simbolo culturale e spirituale. Caratterizzato da una lama spesso ondulata (con curve in numero dispari) e forgiata con tecnica pamor (simile al Damasco), è considerato un oggetto sacro dotato di anima propria, tramandato come prezioso cimelio di famiglia.
[4] Celebre racconto di Edgar Allan Poe (1838), considerato dallo stesso autore tra i suoi migliori esiti letterari.
[5] “Le Chat, l’huissier et le squelette” è un racconto fantastico di Alexandre Dumas padre, pubblicato originariamente nel 1849 all’interno della raccolta intitolata I mille e un fantasma.