Otto edizioni porta in libreria Magnifiche insolenti, a cura di Maria Vittoria Vittori. Una raccolta di dodici racconti, composti tra la fine dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento, in cui vengono consapevolmente violate, in modo del tutto insolito per lo spirito repressivo dei tempi, le regole imposte alle donne. Attraverso le modalità e le risorse espressive della satira, Marchesa Colombi, Contessa Lara, Amalia Guglielminetti, Annie Vivanti insieme a nuove voci ancora tutte da scoprire – da Sfinge a Jolanda, passando per Anna Franchi, Beatrice Speraz e Clelia Romano Pellicano – mettono a nudo le distorsioni e le coercizioni radicate nella società e nella cultura da secoli di patriarcato, per portare alla luce nuove modalità di essere e di rappresentarsi. Attraverso tre sezioni dedicate alla satira sociale, culturale e amorosa, queste autrici ci regalano una scrittura fresca, moderna e sorprendentemente attuale, restituendoci un’espressività duttile e vibrante, capace di parlare al lettore di oggi con la stessa urgenza di ieri.
Cattedrale vi propone uno dei racconti della raccolta, per gentile concessione dell’editore.
La fine di un amore
di Clelia Romano Pellicano
Vivevamo insieme da tre anni. Come egli si chiama Giulio e io Giorgina, gli amici ci chiamavano Giorgio Sand e Jules Sandeau. Ma egli era già da tempo giornalista in voga, autore drammatico e anche poeta a tempo perso, quando io pensavo alla letteratura come a diventar milionaria. Non ci pensavo almeno per conto mio, ché il povero babbo, scrittore infaticabile di mediocri romanzi d'appendice, m'impiegava sovente a ricopiar quella sua prosa farraginosa e sciatta, la quale non trovava altro compenso certo se non nell'ammirazione cieca, incondizionata del la mamma. Povera mamma! Aveva tal fede nel genio del marito, che non s'accorgeva dei giorni senza pane e delle sere senza fuoco; non sentiva, perduta nelle sue chimere, che quella vita di stenti l'avvicinava ogni giorno di più al sepolcro. E allorché la sua fantasia, esaltata dalle privazioni, si popolava dei personaggi che mio padre andava a studiare nei bassifondi napoletani, là dove s'era buscato il terribile mal d'occhi che gli tolse lentamente la vista, ella non aveva più né fame, né freddo: nella stanza nuda e tetra del nostro quinto piano, rimanevo sola a battere i denti nell'ozio del digiuno. In verità quelle figure guappe e losche di cammorristi, di meretrici, di m 'pegnatore, passavano sulle pagine intatte con tal vivezza di particolari, tanto vigore d'insieme, che io stessa, presa dall'interesse della narrazione, m'arrestavo con la penna in aria, gli occhi lucenti di meraviglia e di piacere levati verso quelli già appannati del babbo. E quel palpito di vita vera animante le sue finzioni era la prova che in lui il mestiere non aveva ancora ucciso l'Arte.
Ma Quando il male implacabile ebbe steso sui cari occhi paterni gli ultimi veli della cecità, la mia modesta carriera d'insegnante venne definitivamente sacrificata. Ero alle Normali, ci mancavano due anni soli pel diploma, m'ero già avvezzata a dire: «Quando sarò maestra!» e la sicurezza di bastarmi, il miraggio di una vita indipendente, gonfiavano d'un palpito orgoglioso il mio seno giovanile. La rinuncia fu dura. Il babbo non scriveva più: dettava. Bisognò restare ore e ore dinanzi ai quinterni vergini ad aspettare che l'ispirazione gli facesse zampillar qualche frase. Sovente quelle sedute si prolungavano fin oltre nella notte, e la mamma veniva in punta di piedi a udirlo comporre, con un'espressione d'estasi sulla magra faccia estenuata.
Più colta, non avrebbe mancato di paragonarlo a Longfellow dettante, all'ombra dei chiomati olmi di Cambridge, le rime d'oro dell'Evangelina; e il pensiero ch'egli non aveva, come il poeta americano il sole della gloria a illuminargli le tenebre, né gli agi della vita a confortarne la vecchiezza, avrebbe certo amareggiato il suo cuore. Ma ella era una semplice creatura, sprovvista d'ogni istruzione, e quella vista non le dava che l'indefinibile palpito d'un sacro orgoglio.
Di scuola mia non si parlò più. La mamma giudicava il mio sacrificio naturalissimo, né io me ne rammaricavo troppo, non tanto per ispirito. di abnegazione, quanto perché mi vergognavo di comparirvi con gli stivalini scalcagnati e una piumetta scrinata intorno al cappellino color caffè.
L'unica cosa che mi distraesse e m'occupasse era, profittando dell'impotenza del babbo a rivedere le sue composizioni, il correggere i suoi scritti a mio modo, qui mutando un aggettivo, là spostando un inciso, dando al periodo una movenza snella, con l'amore d'una maestrina in erba avvezza a curare i compiti di classe. Forse cedevo alla seduzione invincibile di comporre. Talora gli suggerivo timidamente lo svolgimento ch'egli cercava da tempo, balenatomi in quella sovraeccitazione del cervello prodotta dal silenzio e dalla concentrazione; o gli proponevo di modificar scene intere. Mi pareva allora che il fosforo racchiuso nel mio cervello sprizzasse scintille, acceso da una misteriosa confricazione; un irresistibile impulso mi spingeva a strappar quella prosa stentata e sciatta e sostituirvi la mia: qualcosa di tumultuoso, d'erompente, di giovine, che mi premeva d'uno strano orgasmo. Il babbo accettava i miei lumi con un sorriso indulgente, mi chiamava la sua piccola Egeria.
Ma in quel lavoro notturno la freschezza dei miei occhi ci scapitava, e la sola a guadagnarci era la grammatica del babbo. Non per questo i suoi lavori si vendevano meglio. Il morbo che gli aveva già tolto "lo dolce lume", gli serpeva minaccioso nel sangue, attossicandone le sorgenti della vita: e poiché medico e medicine ingoiavano i nostri pochi risparmi, io lasciavo la mamma a blandirlo, cullarlo d'illusioni - cose di cui sola aveva il segreto! - e correvo intrepida le case editrici, le redazioni dei giornali, a trattar la vendita dei manoscritti.
Ovunque, i miei diciotto anni e l'abitino modesto, da me tagliato e guarnito con sobrio gusto, incontravano un'accoglienza improntata a simpatia schietta; ma le risposte, ahimè, erano da per tutto le stesse: “Quel genere di letteratura era in ribasso... il romanzo di costumi troppo sfruttato da Mastriani, dalla Serao e da altri... la piazza dilagava dei romanzi di Merouvel e di Sales... il nome dell'autore, abbastanza noto altravolta, era stato dimenticato negli ultimi anni...". Tutti d'accordo in questo: “Ci sarebbe voluto qualcosa di forte, di nuovo, a ridestare l'apatia del pubblico, richiamarlo intorno al nome del dimenticato... ".
Cotesto qualcosa fu la morte: la morte che nutre dei vermi delle fosse i fiori della gloria; e mentre gl'ingegni vigorosi irradia di luce immortale, anche i più smorti colora e accende di fuggitivi bagliori. Ma nell'ora stessa in cui la scialba fama del babbo balenava d'un lustro di celebrità nuova, la mamma, atrocemente colpita dalla perdita del compagno diletto, consunta da un lento male senza nome fatto di tristezza e di esaurimento, si mise a letto e la vita, per me, divenne durissima.
Era un autunno piovigginoso, con alternative di freddo e caldo: un freddo umidiccio che penetrava le carni, un caldo sciroccoso che mozzava il respiro. Io tornavo dalle mie vane corse immollata fino all'ossa e scorata - oh, tanto scorata! - e la trovavo, fra un monte di dispense a due soldi e qualche volume dozzinale, tutta la produzione del babbo, intenta a rileggere quelle storie che pur sapeva a memoria.
«Beh, come va?» mi chiedeva subito con uno sguardo d'angosciosa interrogazione che m'inchiodava sulla soglia. «Se ne accorgono, finalmente, di quel che hanno perduto?»
«Se ne accorgono, se ne accorgono!» rispondevo io, chinandomi a cavarmi dai piedi intirizziti gli stivalini infangati, «ma i tempi sono critici per le lettere, per le buone lettere...». E prolungando la faticosa operazione a evitarne lo sguardo, affastellavo in furia corbellerie e verità: «Il pubblico non legge più... ha pervertito il gusto: la scuola zoliana prima, d'annunziana poi, hanno ucciso il romanzo di costumi... editori, autori, tutti deplorano, si disperano... è un disastro... un vero disastro!».
Ma ella non mi ascoltava più. Riadagiato il capo sui guanciali, due lagrime lente scendevano a rigarne le gote: la sola forma di rampogna che si esprimesse da quella creatura così dolce contro la leggerezza dei tempi, la decadenza delle lettere, le crudeltà e le ingiustizie della società e della sorte.
Io dichiaravo bruscamente: «L'importante è che gli abbiano reso giustizia: il denaro verrà poi...».
E le continuavo a voce alta la lettura interrotta, finché non la vedevo addormentarsi, con un bagliore di pianto fra i cigli. Ma erano spaventevoli nel sonno i solchi scavati dalla miseria e dal dolore su quel volto un tempo così bello! Io m' indugiavo dolorosamente a contemplarlo, pensando che presto anch'ella mi avrebbe lasciata, e io sarei rimasta sola, terribilmente sola a lottar per la vita che si annunziava crudele, e pur mi attraeva, mi chiamava con voci fasciate di misteriosa seduzione. Il poco denaro ricavato dall'ultimo romanzo del babbo andava sfumando rapidamente; il giornale che ne aveva pubblicato le prime puntate era improvvisamente fallito. Un altro sorgeva sulle rovine fumanti, con altro nome; e, benché redatto in parte dalle stesse persone, con altri intenti: il direttore, uomo facoltoso, aveva bisogno di mutarne l'indirizzo per lavorarsi un collegio elettorale.
Ebbi subito l'idea di proporgli l'acquisto del nostro povero continua. Chi sa? Egli avrebbe pur dovuto riflettere che gli assidui del vecchio giornale, interessati all'appendice interrotta, ne avrebbero volentieri seguito la lettura nel novo foglio... e in un pomeriggio precocemente invernale risolvetti di picchiare all'uscio della redazione: un uscio imbottito di pelle e lucente di cristalli. Fu così che conobbi Giulio, il mio Sandeau.
Il Direttore non c'era; mi ricevette un redattore elegante, azzimato, in pelliccia. Anche il salottino era nuovo fiammante, d'una eleganza fredda e troppo inglese. C'era un caminetto, lusso inusitato per Napoli; e, stando l'appartamento a pianterreno, pei larghi cristalli, d'un sol pezzo, entrava tutta la vita della strada ampia e popolosa. Pareva di poter toccare i passanti, le cui ombre, leggermente inclinate, trasvolavano rapide sul piancito; e io mi divertivo a seguire con l'occhio quel pazzo rincorrersi di gambe, di zampe, di ruote, sui fiori cenerognoli del tappeto.
Il mio interlocutore mi si presentò con disinvoltura: "Giulio Guacci" spinse una poltroncina accanto al fuoco che bruciava tristemente: si pose a mia disposizione con la miglior grazia del mondo.
Io dissi subito le mie speranze, e mi feci di bragia: il che ormai mi accadeva di rado, avendo perduto nel contatto cotidiano con ogni sorca di gente, nell'aspra consuetudine di sollecitare - sia pure a fronte alta e con la coscienza di compiere un dovere - il vezzo, tutto femmineo, d'arrossire.
«La signorina Fantoni, dunque? Figlia del noto autore delle Risse di porto? Fortunatissimo!»
Oh, egli ammirava molto mio padre - un gran lavoratore, un lavoratore coscienzioso! - e le sue sventure lo avevano sempre commosso. Si sa: non sempre la fortuna corona i nobili sforzi! Quanto al mio affare in verità non riguardava lui, Guacci, il quale si occupava unicamente di critica teatrale... era anche autore drammatico, e si meravigliava io non lo sapessi: andava appunto curando in quei giorni la rappresentazione d'un suo lavoro al Sannazaro. La Direzione aveva però già acquistato pel giornale un gran romanzo di Zola, il recentissimo, la cui pubblicazione verrebbe incominciata fra qualche giorno. Era dolente, assai dolente di non poter far nulla per ora... e poi, francamente, il romanzo che s'era andato pubblicando nell'altro giornale non aveva incontrato... sentiva troppo la stanchezza... l'esaurimento - e davanti ai miei occhi supplici - gli portassi piuttosto qualcosa di fresco, d'inedito, possibilmente di data anteriore alla malattia: avrebbe letto con attenzione, ne avrebbe fatto parola al direttore; e poi... si sarebbe veduto, quando fosse finito il romanzo di prossima pubblicazione.
Intanto mi guardava, accarezzandosi i baffetti, con uno sguardo azzurro tra ironico e tenero che nulla aveva d'allarmante... intendo dire nulla che potesse far ripiegare le mie foglie di sensitiva.
Non più ignara della vita, sapevo ormai distinguere tra sguardo e sguardo; il suo, non d'offesa, d'omaggio, mi scaldò il cuore come una carezza improvvisa.
Balbettai: «Vedrò... cercherò...». Ma tra le spire dello sguardo perturbatore le mie facoltà si andavano dolcemente annebbiando; e in quel languore lancinava acuta la vergogna della giacchetta nera, un po' consunta alle ascelle, dei mal calzati piedi sbucanti fuor della gonna troppo corta. Fortunatamente, egli aveva l'aria di non accorgersene.
Con la evidente intenzione di trattenermi, prese a diffondersi sul colore politico del giornale, sui fondi di cui disponeva; poi, con l'ardore di chi è dominato da un' idea fissa, tornò a parlarmi della sua commedia I più forti, della fatica di vigilarne le prove, della cocciutaggine e imbecillaggine dei comici... soltanto la prima attrice, oh, la prima attrice! Quella incarnava il personaggio a meraviglia. E io provai una subita antipatia per quella creatura fortunata. Parendogli infine d'aver parlato abbastanza di sé, s'informò di mia madre e di me, premurosamente.
Tanta premura mi commosse. Non so perché, una istintiva fiducia mi spinse ad aprirgli l'animo fieramente chiuso alle confidenze dolorose; un cieco bisogno di rispondere alla sua simpatia nascente con uno slancio impetuoso di tutto l'essere. Dissi tutto: le miserie i sacrifici e gli sconforti; la vita senza gioie, la giovinezza senza sorriso: tutto, con l'abbandono che getta noi povere fanciulle senza protezione nelle prime braccia che ci si tendano con apparenza d'affetto.
Mi sentivo così triste e sola! Così stanca di lottar sempre per gli altri! Non vi sarebbe dunque nel mondo un cuore che si facesse scudo alla mia fragilità? Ci fu un momento in cui dovetti irrigidirmi contro la tentazione di posargli la testa sulla spalla, là, nel profumo fievole della pelliccia, chiuder gli occhi e perdermi nella dolcezza di sentirmi a mia volta sostenuta e protetta...
Ad ascoltar meglio s'era chinato verso me, allungando le gambe, puntando i piedi sugli alari; poi, non so come, le mie mani si trovarono nelle sue: allorché vennero a chiamarlo - annottava, quasi - si sarebbe detto ci fossimo conosciuti da dieci anni. Nell'alzarsi per accompagnarmi, mentre teneva aperta con due dita la pelliccia sul petto, confessò sorridendo: «Vede? M'ha fatto dimenticare la prova. E ho ancora due recite importanti e il mio articolo a fare...».
Poi, sull'uscio: «Conti su me. Ma si ricordi... qualcosa d'inedito... cerchi... frughi...».
Scappai stringendomi nella giacchetta, sconvolta come una colpevole. Appena a casa rovistai tra scartafacci polverosi, misi a soqquadro la scrivania di mio padre: non conteneva che roba letta, stampata. Ma il baleno di pietosa ironia colto nell'angolo della sua bocca mentre parlava del babbo e dell'opera sua incompresa; l'ansia discoprire un lavoro degno che a lui comandasse un più alto rispetto per l'ingegno del padre mio, m'erano di sprone a prolungar le ricerche. Finché da un rotolino gialliccio, fermato da un giro di spago, sprizzò un raggio di speranza. Tra i zig-zag che, non più guidata dall'occhio, la mano incerta del babbo usava tracciare, mi parve riconoscere la tela d'un romanzo del quale mi aveva parlato altra volta. Un romanzo moderno, genere insolito per lui; storia d'anime vive, non forzate a rivivere, in falsa luce, tra un ciarpame di erudizione sovente anacronistica, come nei suoi romanzi storici; o scolpite di maniera sui calchi tradizionali come in quelli di costumi popolari ch'erano la sua specialità: storia semplice, d'amore e di dolore, come ne chiude in sé gelosamente ogni artista. Certo, egli pensava scriverla più in là, senza preoccupazioni commerciali, nella quiete dell'agiatezza mai raggiunta, e forse non l'avrebbe mai scritta... perciò appunto gli splendeva in vetta alla fantasia, palpitante di vita inespressa, avvinta ai suoi più puri sogni di gloria.
La trama n'era gentile. Accanto al nome dei personaggi, con l'usato metodo, il babbo aveva tratteggiato rapidamente il ritratto fisico e morale di ciascuno. Io vi ruminavo su, col capo fra le mani, riannodando quei frammenti d'idee al po' che mi suggeriva la memoria, mentre la fantasia, inconsapevole, sviluppava l' intreccio, dava rilievo ai caratteri, correva da un capo all'altro della tela con la spola fatata, qua tessendo un episodio, là ricamando un particolare, amalgamando tutto in una compagine serrata, benché non anche levigata dalla patina dell'arte.
Dopo qualche ora di meditazione il romanzo mi si svolgeva davanti armoniosamente diviso in tre parti, tenute insieme da un filo conduttore il quale vi correva limpidamente nel mezzo come una vena d'acqua in una prateria. Un amore delicato e casto s'intesseva tra gli episodi più svariati come una melodia fra gli intrichi della strumentazione; si svolgeva, tornava con l'insistenza appassionata di una nota tematica.
La soluzione, un po' brusca, mi piaceva, come una di quelle note infrante che lasciano una lunga eco dolorosa nell'anima. Ma quel che soprattutto mi seduceva era l'armonia del lavoro. Mi pareva d'aver nel cervello una maestosa sinfonia, con gli andanti, gli intermezzi, le pause, i rapidi passaggi, i crescendo, la chiusa incalzante e poderosa. Non avrei mai creduto che la creazione si accompagnasse a fenomeni così complessi, e la letteratura narrativa, prima che di prosa, si vestisse di musica: musica tutta interiore, inafferrabile, che mi accompagnò a letto, cullò il mio primo sogno d'arte.
Il domani mi destai - sì, potrei quasi giurarlo! - mi destai con la penna in mano, impaziente di abbozzare il primo capitolo. Tuttora in preda alla febbrile eccitazione della vigilia, scrivendo vedevo apparire e sparire tra rigo e rigo i baffetti castani, la bocca ironica, gli occhi teneri del mio redattore; e quella vista m'incitava, dava fiamme e ali alla penna. Continuai a lavorarvi il giorno, la notte, sempre ch'ebbi un minuto libero: in tre mesi era fatto.
Quando glielo portai, trepidando, egli mi ricevé tra sorpreso e distratto. Non si ricordava più nulla: né della mia visita, né del babbo, né della promessa... e io che non avevo sognato altro! Quell'affettazione d'indifferenza che sentiva, come suol dirsi, la posa, mi ferì. Ma dopo avermi guardata meglio, e forse giudicata più che mai graziosa, lo vidi rinvenir lentamente. I ricordi rigermogliarono al tocco della bianca mano ch'egli si passava languidamente sulla fronte; ben presto ridivenne premuroso, galante; s'attenuò in me il bruciore della ferita: la prima che mi venisse inferta da lui. Quanto al romanzo, mi affrettai a spiegargli ch'erano quelle le ultime pagine dettatemi dal babbo e dimenticate fra le ansie della malattia e della morte; che mi eran venute sotto mano poche settimane avanti, per caso: avevo tardato a portarglielo per ricopiarlo in bello.
Venne egli stesso a riportarmi il manoscritto e la risposta, mostrandosi gradevolmente sorpreso: «Davvero? Era quello l'ultimo romanzo del papà? Pareva impossibile a quell'età tanta freschezza d'ispirazione, un profumo di gentilezza quasi femminea! A dir vero, lo stile n'era un po' frastagliato, troppo ricco... molte ingenuità... insolitamente agile la forma e abbastanza curata la lingua, che in lui aveva sempre lasciato a desiderare... pieno di moto, di vita, ma peccante per sobrietà e misura: con tutti i pregi e i difetti di un lavoro giovanile». E poiché il Guacci non dimenticava d'essere in funzione di critico, aggiunse con tono d'infallibilità: «Scommetto che è un lavoro scritto a venti anni... quando frequentava l'Università...».
Ero così felice di sentirmi lodata - da lui! - sia pure sotto mentite spoglie, che lo ascoltavo rapita. «Bel romanzo» continuava egli, «ma non è abbastanza à sensation per figurare in appendice d'un quotidiano.»
Valeva meglio, oh, molto meglio! Il Direttore rifiutava d'acquistarlo temendo non piacesse al pubblico grosso? Ebbene, egli si impegnava di farmelo pubblicare in qualche rivista seria: con una stampa abilmente propiziata, il successo era certo. Fui a un pelo dal saltargli al collo.
I divini pudori della vanità nascente, deliziosamente solleticata, mi si dibattevano dentro come ali inquiete, dandomi una commozione mai provata, dolcissima, fatta di speranza e di fede, di cosciente fierezza e di giocondo ottimismo, di gratitudine diffusa per la divinità cui dovevo il supremo dono dell'arte come per la umanità che si accingeva ad apprezzarlo.
In un impeto di commossa offerta gli tesi le mani, e in quel gesto v'era tutta me. Egli le prese, le strinse, quasi a suggellare un tacito patto. Mi parve allora d'esser sollevata da un gagliardo soffio in un'atmosfera inebriante e fluida ove, attraverso un magico prisma, la vita brillava d'iridate luci. Troppo felice per contenere il novo mondo di sensazioni che m'imparadisava, gli lasciai travedere il dolce segreto del mio amore nascente.
Egli mostrò di corrispondervi - con qualche degnazione, ma con sincerità; ne profittò per divenire assiduo in casa, indispensabile anche alla mamma che da prima lo aveva accolto con diffidenza. Cara anima! Il trionfo postumo di colui ch'era stato il culto della sua vita, pur dandole un senso di acuto rimpianto, ne irradiava gli ultimi giorni. Era commovente l'udirla ripetere: «Te l'avevo detto... era questione di tempo. Ah, s'egli fosse qui!».
Ed erano le sue forze estreme ch'ella dava alla lettura del mio romanzo, credendo racchiudesse l'ultima favilla del suo genio! Disingannarla, mi sarebbe parso delitto.
Ci amammo accanto a quel povero angelo fiducioso con tale abbandono dell'anima e dei sensi, che quando anch'ella se ne fu andata per sempre, in una molle sera d'aprile, soavemente com'era vissuta, lasciando ricadere sul mio libro le palme inerti, io la composi nella bara con mani pietose ma non convulse; la copersi di fiori con tenerezza filiale ma con lagrime poche; e anche le molte che versai sul tumulo nel momento supremo non ebbero la disperata amarezza dei dolori senza conforto. Il balsamo, il talismano, lo scudo ai colpi della vita era lì, accanto a me; e quando Giulio mi offerse la sua casa per viverci insieme, accettai con semplicità, senza chiedergli né come né sino a quando, lieta e grata, quasi egli mi avesse proposto di recarci insieme al Municipio e in Chiesa: tanto mi pareva poca cosa, di fronte alla felicità di vivergli accanto, il sacrificio del mio decoro, del’ mio buon nome di fanciulla. Come lo amai, da quel giorno! Cercavo di amalgamarmi, fondermi a lui per la carne e per lo spirito, entrare così addentro nella sua vita, ch'egli non potesse mai più staccarmene senza strappare un brandello di carne viva al suo cuore.
Ma egli non si concedeva così facilmente. Mi fu più agevole acquistare una scienza profonda delle sue piccole manie, dalle predilezioni gastronomiche alla cura meticolosa da dare alle sue camicie di società, che penetrare quella chiusa anima d'artista.
Per comporre, si chiudeva solo, e raramente mi metteva a parte delle sue concezioni. Talvolta, quando l'aculeo della vanità letteraria lo pungeva forte, inveleniva contro i compagni d'arte, la critica, il pubblico, gli attori, confidandomi la sua sete di rivincita, i suoi propositi sdegnosi: ma più che un bisogno di espansione era uno sfogo solitario.
In fondo nutriva un disdegno, velato di galanteria, per qualsiasi ardita manifestazione dell'intelletto femminile. La preminenza intellettuale del maschio era per lui dogma: non ammetteva neppur le eccezioni, sebbene io gli avessi fatto generosamente osservare ch'esse valgono soltanto a confermare la regola.
Una donna la quale sapesse vestire con gusto e camminare con grazia, accompagnare al piano una romanza e metter la main à la pâte soddisfaceva tutte le esigenze del suo ideale. Aveva in proposito una filza di proverbi più o meno orientali, che snocciolava sempre ch' io tentassi uscire dal consueto riserbo. Sarei certo rimasta, vita natural durante e senza velleità di ribellioni, la sua piccola massaia amorosa e vigile, se una mezza dozzina di diavoloni, pieni d'ingegno e di brio, colleghi di redazione, letterati, attori, non avessero fatto echeggiare tutte le sere il nostro salottino delle più pazze metafore, dei paradossi più arditi che abbian mai fatto tremare i vetri d'un cenacolo d'arte.
Cotesto ambiente, direi così spumeggiante e fosforico, mi sottraeva per qualche ora alla volgaruccia monotonia delle domestiche occupazioni. Nel calore della disputa, dall'arguzia d'un motto, ero sovente trascinata a discutere e l'ala del mio pensiero mi trasportava lontano. Mi destavo a un tratto, fra il silenzio e l'attenzione ammirativa degli astanti, vergognosa, stupita, con una vampa d'entusiasmo sul volto... e notavo che Giulio abbassava gli occhi e si torceva i baffi sogghignando, scontento.
Così il mio ingegno sbocciò come un fiore in una serra calda. Man mano che il gusto e la coltura mi si andavano affinando; l'intelletto temprando alla dura e pur cara disciplina de l'arte, ritrovavo, con le libere aspirazioni d'un tempo, l'imperioso bisogno di affermare la mia personalità che primo aveva imbaldanzito il mio spirito adolescente. La coscienza di possedere la segreta forza necessaria a conquistarmi la indipendenza, dava una sicurezza nuova alle mie parole, ai miei atti. Spinsi l'ardimento fino a leggere agli amici del cenacoletto Adua, l'ode sgorgatami in una notte insonne: imperfetta nella forma ma alata nel ritmo, fiera nel concetto, e tutta fremente di giovanile, impetuoso dolore per la tragica pagina con che si era chiusa la nostra infelice campagna eritrea, per, la ignominiosa rinunzia a ogni speranza di rivincita. Mi fu decretato un trionfo. Scrissi un piccolo dramma e lo mandai, anonimamente e di nascosto di Giulio, al primo concorso drammatico di cui ebbi notizia.
E il successo venne, pieno, fulmineo, incontrastato: il drama, elogiato, premiato, passò di pubblico in pubblico, di trionfo in trionfo. Ne restai sbalordita. Piansi, risi, mi gettai nelle braccia di Giulio, ebra al pensiero che, ritenendomi finalmente degna di lui, mi si sarebbe concesso intero. Si degnò di mostrarsi contento. Dopo avermi sgridata con dolcezza per il mistero fattogli, mi fu largo di consiglio, consentì a guidare i miei primi passi nel giornalismo.
La stampa si occupò per qualche tempo di noi; la nostra relazione venne divulgata: i suoi vecchi allori si rinverdirono al sole della mia celebrità nuova ; la mia aureola giovanile brillò di luce più sincera all'ombra della sua solida fama.
Giulio mi fu grato del rinnovellamento, mise nel proteggermi un complesso orgoglio d'amante e di maestro. Durante sei mesi ci amammo di una passione senza uguale, il cui solo ricordo basterebbe a illuminare una vita. Ripensando quei giorni, ho la coscienza d'aver vissuto il minuto divino, il minuto unico della passione ricambiata, e un rammarico sconsolato mi. punge il cuore. Egli metteva talvolta, parlandomi, un'ironia palese nella voce; non mi chiamava più Giorgina ma Giorgio, con intenzione beffarda; ma io non badavo a coteste piccole punture, tutta alla felicità del presente, alla gioia di lavorare insieme, nel tepore del suo studio, che illuminavano di giorno due grandi finestre sulla via, la sera i becchi vivaci d'una lucerna di bronzo nello stile di Pompei.
lo lavoravo molto, accesa da quella prima febbre dei novizi che si affacciano alle soglie della celebrità, e con dolore vedevo Giulio attraversare una crisi di scoramento e di disgusto. Egli passava ore e ore sul divano, con le gambe musulmanamente incrociate, ad arrotolar sigarette. Sovente, dubbioso e stracco, mi leggeva qualche brano della sua commedia nuova: Il fuscello, ma sentendolo scorato, non osavo dirgli apertamente come vi mancasse il soffio che animava le sue prime opere. La sfiducia, letta ne' miei occhi, lo esasperava, ne accresceva l' ignavia. Cercai d' incitare le sue energie: ribatté con parole amare. Mi accusò di avere su lui un'influenza deleteria: giunse fino ad affermare che il sorgere del nostro amore aveva segnato l'ora della sua decadenza intellettuale ! Gli nuocevo dunque, io che avevo sognato d'esser l'Ispiratrice, la Collaboratrice?!
A finire d'esacerbarlo, Il fuscello e il primo romanzo stampato con il mio nome, Una vinta, apparvero alla luce della ribalta e nella vetrina del libraio quasi contemporaneamente. Il libro piacque, la commedia cadde al Manzoni di Milano per non più rialzarsi. E man mano che, dopo il rumore del fiasco, il silenzio s'andava facendo intorno al suo nome, come sulla superficie di un'acqua pur dianzi mossa dalla caduta di un sasso, il mio s'affermava, conquistava un pubblico a sé. La polemica che dovetti sostenere a difender le idee del mio libro lo pose ancor più in vista; ma quella popolarità che da Giulio andava a me, gli sapeva di rubato, di ingiusto. Quando si parlava davanti a lui del mio libro un ghigno amaro gli sforzava la bocca. Pur non potendo indovinarlo preoccupato della concorrenza femminile che gli sorgeva d'accanto, sentivo che un inconfessato rancore gli si andava accumulando nel cuore. Ahimè! L'arte, che avrebbe dovuto fonderci, ci divideva! Non però al punto che qualche deliziosa ora d' intimità non sorgesse, di quando in quando, a tenermi nell'illusione d'essere amata.
Una sera - credei d'esser tornata ai primissimi giorni del nostro amore - egli mi diede tutta una serata di felicità piena, senza malintesi, né strali, né ombre: una di quelle feste dello spirito come egli solo sapeva darne. Avevamo fatto insieme una lettura inebriante, di quelle che esaltano e accendono tutte le sommità liriche di un'anima d'artista. Egli leggeva, seduto ai miei piedi, con la voce un po' arida ma penetrante che sottolineava e scandiva ogni parola, ogni frase; io, appoggiata ai cuscini del divanetto a sdraio, seguivo la lettura sulla sua spalla e, posando il dito là dove l'unghia sua si era fermata a incidere un segno, ad arrestare un'immagine, gustavo in tutta la sua pienezza quel sentimento di comunione completa che dà lo stesso diletto intenso in egual misura. Poi, come il suo estro svegliato da un'immagine, da un pensiero, balzava in un'eloquenza impetuosa che gli faceva profondere, con prodigalità sovrana, tesori d'osservazione di spirito, deponendo il libro e, di divagazione in divagazione, ci perdemmo dietro uno sciame di fantasticherie e di rimembranze.
Egli mi raccontava, con improvvisa vena di sentimento e d'umorismo; come fosse riuscito la prima volta a far gemere i torchi; le baldanze e le febbri delle sue prime lotte; io gli dicevo quanto sangue vivo del mio cuore gemesse dalle pagine del mio libro : gli rivelavo quanto di parte vissuta vi fremeva dentro.
«Quante volte» dicevo, «un successo letterario è stato anticipatamente scontato con un dolore di giovinezza? Soltanto quando la vita ci ha vivisezionati, l'Arte, con tocco di magia, da un viscere stritolato e fumante, trae il poema, il dramma, il romanzo sperimentale...»
In realtà, io non l' avevo vissuto il mio romanzo dove l'eroina, sedotta da un uomo ammogliato, si ergeva nella orgogliosa e operosa solitudine della maternità francamente accettata in faccia alla società vile, e ne aveva dal figlio, infine adottato dal padre e dalla moglie di lui, coppia facoltosa senza prole, il premio dell' ingratitudine e dell'oblio. Non l' avevo vissuto, ma l'ispirazione n'era venuta da una di quelle pericolose tentazioni cui mi esponeva la mia esistenza di fanciulla libera e mal custodita: tentazione evitata in tempo, ma non prima che l' ala del pericolo mi sfiorasse la fronte. Sì che la protagonista coraggiosa e infelice avevo, non so con quanta fedeltà, foggiata a mia immagine e somiglianza.
Però se nella realtà fossi riuscita per me a schivare l' insidia, non avrei potuto sottrarre la protagonista alle esigenze artistiche che ne volevano a ogni costo la perdita: l'avevo anzi sacrificata con tal lusso di particolari, che gli ardimenti della mia penna avevano fatto arricciare il naso a più di un critico stizzoso e a tutt' i romantici affetti di puritanismo feroce.
«Vedi» dicevo a Giulio, «io non credo, come tanti altri, che a distillar nella prosa o nel verso l'essenza di un dolore veramente umano sia necessario esserne stati torturati, strizzati; ma a esplicarlo artisticamente, poiché l'intuizione, molte volte, non basta, occorre che la sua ala ci sia passata almeno sul capo. Non è necessario che il coltello d'un assassino ci penetri le carni per intravveder l'orrore di una tal morte; ma bisogna averne sentito, per così dire, il freddo della lama sull'epidermide... aver la vertigine dell'abisso è già aver sentito il vuoto dello spazio ; e chi si è affacciato, durante una malattia mortale, sulla soglia del di là, se ne ritrae portando negli occhi dell'anima come il baleno della verità inafferrabile... non credi ? La donna che palpita lì dentro.»
E accennavo il mio libro gettato a caso sul deschetto: «Nessuno l'ha conosciuta, tu neppure; non è tutta me, ma ha vissuto un tempo in me d'una vita orgogliosa e magnifica. Io non ho commesso le sue follie, ma ne ho sentito incombere su me la possibilità... direi quasi la fatalità, contro la quale non quella ma un'altra donna ha reagito e vinto. Nulla di più arduo che conoscer noi stessi; ma in noi stessi è dato trovar gli elementi a ricomporre dieci vite, dieci esseri, secondo le circostanze che ce li hanno rivelati. Giacché a ogni evento risponde un diverso atteggiamento del nostro Io e noi siamo multanimi, proteiformi così, quasi invece di una ci fossero trasmesse mille anime ! Tu non puoi giurare d'esser domani l'uomo d'oggi, come io sento e so di non esser oggi la donna di qualche anno fa, neppur forse di ieri ... noi ci trasformiamo e ci rinnoviamo come i fiori dell'efemero».
Egli osservò pensoso: «Così Dostoevskij poté veder fiorire il sorriso dell'innocenza sulle labbra d'un assassino».
Parlammo d'altro: della influenza fecondatrice della lettura; del formidabile, costante lavorio d'importazione e d'esportazione che avviene tra le diverse letterature... a questo proposito gli confidai come, pur non sentendomi alcuna affinità con l'Auerbach, il soggetto della novella apparsa ultimamente nella "Rivista letteraria" m'era balenato leggendo le sue Novelle rusticane.
Giulio osservò ridendo: «Se è vero che ognuno è un po' figlio del primo libro che ha letto, si potrebbe con egual giustizia osservare che ogni libro è figlio di un altro libro»
Ahimè! Così rare erano divenute quelle chiacchierate e sì dolci, che, vinta dal fascino, gli lasciai riconquidere quanto della mia anima s'era già ripiegato e chiuso. Ma l'incantesimo fu breve. Il domani Giulio cadde in una taciturnità distratta, dalla quale non usciva che per scoccarmi una di quelle sue frecce di cui sapeva aguzzar la punta con arte sopraffina. Sempre più sfiaccolato e nervoso, passava interi giorni fuori di casa, forse a caccia dell'ispirazione che non trovava più a tavolino; o si chiudeva nello studio dall'alba, spossandosi nel vano sforzo di comporre qualche pagina che poi strappava scontento.
Non sapevo rendermi ragione di tale impotenza. Da prima credetti che l'ultimo insuccesso l'avesse scorato; poi vedendone gli occhi incavati, ardenti di febbre, i modi strani e sospettandolo ammalato, lo circondai di cure assidue che ne accrebbero il fastidio. Più mi struggevo di guarirlo, più egli si ritraeva nel duro guscio dell'anima come in una dimora vigilata di spine il cui varco mi fosse inesorabilmente chiuso! Pur soffrendone, rinunciai a penetrarvi; chiesi conforto e sollievo al lavoro: la sola gioia aspra ma sicura all'artista solitario. E poiché ai primi soffi ardenti dell'estate uno spirito vagabondo e canoro s'era destato in me, cacciandomi fuor di casa all'alba, fuor dalla città corrusca per la campagna esuberante di forza e di colore di Capodimonte, di Pontirossi, del Vomero, a Mergellina, a Posillipo, a Marechiaro, lungo il mare vestito di faville, in faccia alle isole vestite di vapori, mi tuffai nella natura - che pareva offrirsi alle vampe del sole e consumarvi ogni residua freschezza quasi matura amante in un ultimo supremo amore - come alla viva fonte d'ogni conforto.
M'ebbi in premio una calda onda di poesia; l'ispirazione, antica quanto la natura stessa ma sempre nuova se nuovo è il temperamento ch'essa agita e attraverso il qualche si esprime, di cantarla ne' suoi rinnovellati fulgori e ne' suoi doni estivi. Ne scaturirono i Canti del sole che non mi affretto a pubblicare per goderne ancora nell'intimo: e in essi ritrovai la gioia di vivere.
Una mattina - il sole feriva le imposte e le cicale infierivano in un giardino lì presso - irruppi nello studio cantando a gola spiegata. Avevo un tenue vestito di mussola bianca che mi stava bene, la pettinatura alla Botticelli ch'egli prediligeva, e, quantunque urgessero al mio orecchio musicale gli accenti strazianti degli Ugonotti, gli spiriti gai e leggeri.
«Canti?» mi chiese Giulio indispettito, udendo la frase ultima di Valentina nel duetto d'amore, l'appello appassionato che vibra s'allarga e domina l'intero quarto atto, gettandovi il grido d'una supplica angosciosa e vana.
«Scusa...» mormorai arrestandomi confusa, «non credevo tu lavorassi. Disturbo?»
«Tutt'altro. Da un pezzo ho smesse queste cattive abitudini. Trovo più divertente veder lavorare te.»
«Ma io non lavoro. Vengo a prendere la corrispondenza» e mi chinai sulla mia scrivania addossata al finestrone, di contro alla sua; frugai nel mucchio delle lettere, apersi a caso una rivista, risoluta a non attaccar briga.
Per fortuna, egli era uscito dallo studio senza far rumore. Scorrendo distratta le colonne del periodico, qualche segno rosso qua e là attirò il mio sguardo; vi trovai con sorpresa uno studio critico sull'opera mia; e, poiché la critica mi aveva male avvezzata, a prima scorsa alcune parole severe mi colpirono dolorosamente. Ghermita dall'ansia, lessi rapida. Quanto di velenoso, d'allumacante, di perfido può schizzar dalla penna e dal fegato d'un censore bilioso era adunato nell'articolo stroncatore. La più blanda accusa era di plagio! Si citava una novella dell'Auerbach, cui si pretendeva avessi preso l'intreccio della mia Annucca; se ne riportavano i brani interi facendo risaltare con arte perfida alcune sfumature di somiglianze perfin nei vocaboli, quasi la lingua non fosse patrimonio comune! Con un ragionamento logico e serrato, si tentava dimostrare che il mio talento, come tutti i talenti femminili era puramente assimilatore, privo di originalità vera, dal quale nulla più era ad attendersi fuorché un monotono ripetersi di atteggiamenti e di forme abusate.
L'analisi di Una vinta era poi pretesto alle calunnie, benché velate, più atroci. La mia vita intera - oh la perfidia di certe insinuazioni! - si voleva veder ritratta nel libro. Ero io la protagonista sventurata e colpevole: i suoi traviamenti, erano i miei; mie le sue vergogne! Su induzioni sì false, mi si attribuiva il passato più disonorevole, mentre se qualcosa di disonorevole c'era nella mia vita, ahimè, non dovea ricercarsi che nel presente!
Querelar l'autore? Neppur da pensarvi. E poi chi? L'articolo non era firmato. Ero giunta in fondo palpitante, strozzata dalla commozione, per la prima volta ferita nella vanità d'autore ch'è, di tutte le suscettibilità, la più malaticcia e complessa. Una sofferenza, umiliante e crudele come nessun'altra, mi attanagliava il cuore: mi pareva d'esser scorticata viva, messa nuda in berlina...
«Oh, amore mio, come fa male! Come fa male!» gemetti, udendo i passi di Giulio, e gli caddi sul petto spasimante, convulsa, e gli offersi la faccia perché bevesse le lacrime più amare della mia vita, le asciugasse col balsamo della sua bocca innamorata. Quando riapersi gli occhi, chiusi sotto i suoi baci, colsi un lampo di gioia così maligna ne' suoi, che un sospetto atroce mi traversò la mente.
Ah... ma io lo conoscevo quello stile mordace e sobrio! Lo conoscevo quel disprezzo per la donna di cui avevo tanto sofferto! Ricordai a un tratto le confidenze della nostra sera d'amore; ebbi d'un subito la certezza ch'egli se n'era servito svisandole, esagerandole, per portarmi quel colpo traditore. Era lui! Era lui! Chi altro possedeva tanta sicura scienza del mio cuore? Chi il raffinato pensiero di offerirmi - per primo - l'amaro calice della critica insolente e bestiale? Chi eguale interesse a celar la mano che mi colpiva nel guantone dell'anonimia? Era lui! Ebbi un tuffo, un barbaglio, la sensazione di un crollo definitivo. E ora è finita.
Ho ripreso i miei vestiti di ragazza povera e ho lasciato la casa senza portar via che i miei libri. Mai più vi rimetterò il piede. Egli ha detto che dobbiamo restar amici, perché due persone di spirito come noi non possono romperla così. Ma credo che la mia partenza gli abbia procurato un vero sollievo.
Stamani m'ha scritto una lettera che vuol essere spiritosa ed è cinica. Eccola:
Non voglio, mia cara, lasciarvi più a lungo senza notizie. Potreste credermi corrucciato, imbronciato, mentre io tengo ad assicurarvi - benché mi abbiate accusato di un'azione bassa e sciocca! - che non vi serbo rancore.
Lo sfrontato!
Ricordate i versi di Moore?
All that’s bright must fade –
The brightest still the fleetest,
All that’s sweet was made
But to be lost when sweetest…
È così! Le più dolci cose di questo mondo, e fra le più dolci l'amore, portano in sé il fato della lor fine ineluttabile. Non vi nascondo che, dall'inizio, avevo presentito la immatura fine del nostro. Forse appunto perché esso non mi ha dato, come suole, la illusione della eternità, la rottura mi risparmi l'amarezza incredula e lo sconforto delle vere delusioni. Appena vi sentii infatuata di quei quattro oziosi che venivan la sera a scaldarci le sedie, avida di letture, pensai: "La piccina si guasta!" e davanti agli occhi della mente esterrefatta vidi passare, come in un caleidoscopio, il turbante della Stael e il colletto insaldato della Sand; orribili pince-nez e ditine sporche d' inchiostro: tutto quanto io temo e tutto quanto io detesto: le manie, le pedanterie, le ridicolaggini delle bas-bleu antiche e moderne. Non avevo ancora finito di constatare l'irrequietezza del vostro spirito e, paffete! Come se l'aveste fatto apposta, eccovi di punto in bianco una letterata. Ahimè, non una delle solite scribacchine pretenziose che diluiscono in prosa idropica e slavata le scipitaggini del loro cervello anemico, ma una scrittrice autentica: in tutto quanto usciva dalla vostra penna c'era quello che i francesi chiamano le souffle.
Bisognò rassegnarsi a vedervi prendere la vostra vocazione sul serio, lavorare le vostre brave quattro ore al giorno, discutere e sentenziare senza troppa prosopopea e con certa giustezza di criteri; rispettare i vostri momenti d' ispirazione, le vostre ore di vena... mi vidi perduto. Divenni acre, taciturno, irascibile, fuggii gli amici e disertai la casa.
Convengo che per qualche tempo il mio carattere non fu il più amabile di questo mondo e voi metteste nel sopportarmi una pazienza da suora, una grazia d'angelo. Quanto al lavoro, voi lo sapete, mi divenne nemico. Fosse la vostra attività quasi nevrotica che mi turbinava d'attorno e in luogo d'incitarmi all'emulazione mi distraeva, mettendomi come un subbuglio nel cranio; fosse altro, durante un anno sono stato vittima del più strano caso che abbia funestato un infelice costretto a viver della sua penna. La mia non fu una di quelle sincopi più o meno brevi come ne conosce ogni artista, la reazione d'un cervello tormentato, distillato, raschiato, ma una vera e propria impotenza cerebrale.
Dubitai di me, dell'avvenire. Ciò che finiva di paralizzarmi, lo confesso a costo di sembrarvi puerile, era il pensiero di Voi, del vostro giudizio che, pur temendo, ero spinto a sollecitar di continuo. Mai pubblico aveva destato in me tanta apprensione!
Ahi, la pietà rivelatrice del vostro sguardo durante l'audizione di quei miseri aborti della mia
fantasia! Ahi, l'indulgenza che velava la vostra voce, ma non la lucidezza del vostro spirito! Io pensavo: Se ella resta così serena nel giudicare colui che ama, che cosa aspettarsi da un pubblico mal prevenuto e forse ostile?
Vedete bene che non m'illudevo, che non mi sono illuso un momento. Col tempo e l'incapacità, l'ossessione aumentava. Il terrore dei vostri verdetti mi dominava a tavolino e nuoceva allo sforzo artistico; l' incubo del “Che dirà lei?" non mi lasciava tregua. Non altrimenti dové trepidar Frine, al cospetto dell'Areopago, prima che il suo avvocato avesse il lampo di genio che tutti sanno.
A dispetto di ciò, vi confesso - a rischio di perdere la mia riputazone di spirito forte - che quando mi sono trovato solo, proprio solo, nella nostra casa, fra gli oggetti familiari che avete penetrati del vostro fascino, inclinavo verso le più malinconiche riflessioni di questo mondo. L'atmosfera era impregnata di Voi. Il kimono color gridellino, in dolce armonia col vostro crin di viola, in che solevate avvolgervi al primo levarvi, era là, spoglia inerte e suggestiva, tra la mandola delle vostre ore di riposo e lo scaffaletto dei libri ch'io vi donai. Una forcella di tartaruga giaceva dimenticata sul tappeto… tutto quanto avete disdegnato era lì, e per tutto, su tutto, il vostro profumo fievole di viola e d'ambra...
Nella melanconia che saliva da quelle cose parlanti e mute, viventi e morte, ebbi l' idea di cercare una distrazione nel lavoro. Ci credereste ? Come una donna gelosa che la vostra presenza avesse fugato, l'ispirazione è tornata d'un tratto: viva, zampillante, spontanea… ah, da quanto non provavo una ebrezza simile! Insuperbitene! Voi foste l' Ispiratrice, la Musa. Perché pare ormai accertato che una Musa occorra: non viva e presente, ma nebulosa e lontana - tanto più efficace quanto più lontana! - così come l'hanno sempre immaginata i poeti, avvolta in bianco peplo e coronata di lauro per lo più, i poeti, della Musa, non hanno sognato che il lauro!
Credete Voi che Dante e Petrarca avrebbero raggiunto siffatte altezze d'ispirazione se Beatrice e Laura non fossero morte così presto? Ma perdonate la digressione. Dicevo dunque… d'un getto solo ho rifatto l'atto ultimo che sapete, trovato la chiusa che cercavo da tanto. M 'è balzato su intenso, rapido, d'una drammaticità travolgente... ve lo manderò a leggere. Poi, con slancio famelico, mi sono gettato sulla colazione non potuta toccare al mattino, mentre Giustina, in piedi, componeva la minuta del domani. A proposito: ho finalmente capito perché i grandi uomini sposano generalmente la cuoca... per ragione d’equilibrio. Vi giuro che se mai mi consolerò di aver perduto una compagna par vostra, non sarà che per sposare Giustina. Immaginate Voi qual sollievo per noialtri - quando dico noialtri intendo scienziati, letterati, artisti, quanti vivono del lavoro cerebrale - il non esser obbligati, tornando dal gabinetto chimico, dalla cattedra, dallo studio, là dove è rimasta la miglior parte del nostro midollo cerebrale, di restare all'altezza della propria fama?! Potersi riposare accanto a una creatura semplice, discutendo la ricetta del salmone alla creola o del manzo alla cacciatora; lasciar trionfare la materia, ritemprarsi e attingere nella soddisfazione dei nostri piccoli bisogni quotidiani nuove forze per le lotte del pensiero! È forse per questo che allorché, viceversa, si possiede una donnina come Voi, si sente il bisogno di riposarsi nell'ozio dell'assidua fatica di ragionare, discutere, vivere accanto a lei ... ah, ma io ne avevo abbastanza del mio ozio, sapete? Sì, davvero ; e vi sono infinitamente riconoscente per avermi ridato l'ebrezza della creazione, la fede in me stesso, la gioia di vivere!
Ciao, mio piccolo Giorgio. Vi stringo la mano, da camerata: la bella mano che non porto alle labbra per non ritrovarvi, col sapore, il rimpianto d'altri baci...
Io la leggo e la rileggo con gli occhi offuscati dal pianto questa cinica lettera con la quale crede d'aver vendicato il suo orgoglio. E ho bisogno di leggerla e di rileggerla per irrigidirmi contro una tentazione codarda, balzar lì, buttargli le braccia al collo, gridargli: «Eh, che m' importano l'arte e la gloria? Non lo sai che sono sempre e soprattutto donna e che t'amo?».
