Piombo nel latte, di Sara Cordero

Ossorosso edizioni porta in libreria L’abitudine di mentire, a cura di Deborah D’addetta e Antonio Esposito; una raccolta che esplora la meccanica della persuasione narrativa. Dalla retorica classica alla prosa contemporanea, questo volume raccoglie storie di metamorfosi, inganni e leggende per dimostrare che scrivere significa, innanzitutto, saper mentire con onestà. Un viaggio affascinante dietro le quinte della finzione, dove l’unico obiettivo non è accertare i fatti, ma convincere il lettore a credere all’impossibile.

Cattedrale vi propone l’estratto di uno dei testi contenuti nella raccolta, per gentile concessione dell’editore.

Piombo nel latte
di Cordero Sara

 

Se non fosse per dei funghi che proliferano solo in quei boschi, miceti luminescenti come lampade segrete, Santochiaro sarebbe un nome perduto. Non lo si vede, non lo si dice: giace incastonato tra due burroni di tufo, e ogni mattina pare risvegliarsi insieme alla luce che scivola giù dalle creste. Di lui non resta che il nome, sulle carte vecchie. Sorge e scompare. Sorge e scompare. In letargia e un po’ prigioniero. Da dove vieni, a chi lo chiede, basta pronunciarlo – Santochiaro – perché sembri un posto distante. Dicono che in passato abbiano provato a fotografarlo dall’alto, ché per nessuna latitudine lo si riusciva ad acchiappare nei dettagli. Nemmeno gli aerei, elicotteri, velivoli leggeri l’hanno immortalato per intero. Pare sia un po’ come quelle bestie selvagge che quando attraversano le strade le vedi dal busto alla coda o solo il muso per quanto sanno scattare. E così è anche la sua gente. Così le sue storie.
Voi c’avete il germe. Lo sta dicendo la zia. Ce lo portiamo nell’organismo da tre cicli di vita, solo noi femmine. Io lo immagino come un lombrico silenzioso che si avvolge dentro lo stomaco e mangia con noi. Il germe.
È un giorno accecante quando la Fiat Uno degli zii carica di coperte, lampadari e cornici vibra col motore acceso sulla ghiaia di questo cortile, dove la riunione delle mie donne si infittisce. Parole urlate, alcune più velenose recise e morsicate.

La gente, penseranno                                                  andare altrove

manicom...                                                     un vizio

sradicare                                 il paese                       malformat...

 
E poi, prima di salire in auto, cosa dice la gente? La gente cosa dice?

Gianno lo portano lontano, zia non vuole che si ripeta. Cosa. Loro lo sanno.
Mi cade un pezzo di braccio, si strappa la pelle, tira, la sento sfilacciarsi appresso al cofano della Fiat Uno ora vicina, ora oltre il cancello, ora più in là; oltre lo sterrato. Mia nonna e mia madre sigillano la voce se chiedo per quanto. Per quanto Gianno non torna? È quella la sera in cui mi entra un lampo nell’osso, la scossa è una luce dolorosa trasmessa a tutti i nervi; quando stacco la spina del videoregistratore le dita si anneriscono, formiche rosse, tremo e nonna piange perché il nonno non c’è più ad aggiustare la presa. Allora è mio padre a ripararla, si raccomanda di non tirare dal filo, sennò. E mi racconta di una signora presa dal fulmine in un campo di granoturco. Sarebbe una cosa per Gianno la storia di questa donna, mio cugino farebbe una faccia, per poi dire non è vero, bisogna fare una prova.
C’è uno spiazzo di terra rossa vicino al Marnico: in paese si dice che venga dal deserto, l’ha portata un temporale d’aria anni fa. Alcuni parlano di certi lupi che fanno branco da quelle parti, qualcuno li ha visti. È lì che Gianno farebbe i suoi esperimenti atmosferici e poi direbbe ancora, non è vero. Tutte balle il fulmine.
Ma adesso sta là, ai palazzi. In una città di cenere e mare. Ce lo riporta una donna del paese che ha origliato un chissàchi a proposito di certi tizi col nostro stesso cognome partiti con una Fiat Uno. Gianno vive là dove l’acqua è un’altra, brucia se si ha un taglio, disinfetta. Disinfetta, ripete nonna.
Mentre qui pietroni da sepolcro striati di ruggine si lasciano cavalcare in mezzo al fiume, là nessuna isola è un gioco. Nessuna isola è vicina a Gianno. Non più per pescare le rane con un’esca fatta di collant appallottolati; non più per tenerle in mano e stringerle come saponette fino a soffocarle; non più per sentire il loro verso definitivo; non più per studiarle da vicino, ormai morte, e vedere che somigliano a bambini nudi, neonati in miniatura. Poi, solo una volta, una rana: imbottirla con un petardo, tornare indietro – a casa – con un po’ di magone. Salutarsi, a domani! Lo stesso cortile, le nostre case congiunte con finestre che sembrano occhi, porte-bocche, sono teste siamesi che ci mangiano interi mentre ancora pensiamo alla rana.
Sì, c’è il mare, mamma lo dice. Il mare… Bello il mare. Ma quello, a quel porto è mare avvelenoso. Dopo mesi, un altro chissàchi ci dà il fisso del loro appartamento.
Una sera nonna chiede: lo chiami tu? Lo fai tu il numero? Risponde qualcuno, non Gianno. Una donna o un uomo? È un uomo, nonna! Dice pronto, pronto. Riaggancia. Riconosco la voce di zio, è buia e proviene dalla melina che gli sporge dalla gola. Quella che io e Gianno volevamo strappargli. Il pomo si alzava, il pomo si abbassava. Scappava dalle nostre dita e dai graffi; era a Ognissanti, tutti e tre sul sofà prima che lui ci dicesse basta così! Non toccate, è il serbatoio delle canzoni! E cantava. Bennato, Luca Carboni, e la musica di un cantante lirico e cieco.
Altre volte giro la ghiera del telefono. Sbaglio sempre il prefisso, salto lo zero poi se lo compongo adagio prendo la linea. Intorno a me si raccomandano, rispondi e non dire subito, lascia parlare. Sempre occupato poi inesistente. Tu tu tu, batte veloce come un cuore di coniglio. Tono di rete, Tu tu tu. Io io io. Gianno Gianno Gianno.
Mi viene da credere che il chissàchi sia l’uomo che lavora alla macelleria, ma in paese tutti potrebbero esserlo. Alcuni hanno voci buone, altri hanno parlate che ronzano dietro alle orecchie e lingue sotterranee che scavano sotto alle suole e Dio solo sa dove possano finire, cosa possano fare o disgregare. Allora nonna, siccome non si fida, deve fare dei riti. Ci vuole ch’io porto via ’sto male, dice. Un giorno prende dell’acqua nuova e ci rompe un uovo dentro. Adesso non guardare, sta’ dietro. Il tuorlo è intatto, l’albume si apre piano, tende verso l’alto formando delle vele. Nonna sgrana qualche Avemaria, legge l’uovo, il segno di croce. Va’, nessuna legatura, dice. L’indomani ancora, nessuna legatura. Persevera nelle sue diagnosi da quando d’estate io e Gianno torniamo dal fiume. L’avete visto lo sparviero? Poi mi scioglie i capelli, leva le trecce, legge l’uovo nel bicchiere e si assicura: ancora, nessuna legatura.
In quel periodo di lunghi caldi l’acqua si ritira, il Marnico si asciuga e sul suo letto restano avanzi di immondizia, padelle, grovigli di barre di ferro, lampadari. Io e Gianno possiamo attraversare il fondo da sponda a sponda, pedalare tra le rive. Sotto le pietre libellule giganti e un limo con cui modelliamo le statue di terra. Riproduciamo chi ci ha prodotti, li sfiguriamo, li schiacciamo. Questa è mia madre, questo è mio padre. Gli stravolgiamo i caratteri. Gli storpiamo il bacino, lo allarghiamo, accorciamo le braccia: sembrano deformi. Assomigliano all’uomo del fumo. È così che ci ricordiamo di lui. Il chissàchi è forse l’uomo del fumo. In estate brucia copertoni e reti e bidoni, lo fa di lavoro, ci hanno spiegato. Vive in una macchina piccola ché la moglie gli ha portato via tutto l’oro appena sposati. Persino le otturazioni ai denti mentre dormiva. L’uomo del fumo brucia di tutto, materassi, finestre, sedie, televisori, divani. A pagarlo brucerebbe pure un cristiano. Allora quando io e Gianno passiamo di là, lui sbraita alla larga! Poi bestemmia in sloveno perché non ci riconosce. Ma in verità, sì che lo sa chi siamo. Qualcuno dalle nostre case lo chiama quando c’è bisogno di mandarlo avanti in lavori d’impiastro come quando la gatta fa troppi mici e nessuno li vuole prendere. Zdravo, zdravo! dice l’uomo del fumo. Arriva, separa la madre dai piccoli e li porta altrove in una borsa di plastica, ancora che dormono, con gli occhi mai schiusi.
È un poveruomo, lasciamogli delle bestiette a fargli compagnia dice mia madre. Ma noi lo sappiamo, li butta giù dalla riva. Una volta con le bici gli andiamo appresso, vediamo che li lancia. Nonno ci avverte di stargli distanti. Bada tu, è una testa matta. C’era un bambino alto così.
Così come? fa Gianno.
Alto una botte, non di più. Abitava giù per la strada del Bricco, lo sai dov’è la strada del Bricco, sì? Un giorno non l’hanno più trovato nel letto.
È stato l’uomo del fumo? Chi è stato, chi è stato. La vedete, no, la sua pancia?