Sur porta in libreria un volume preziosissimo: Tutti i racconti di Juan Carlos Onetti, con la prefazione di Matteo Nucci e la traduzione di Gina Maneri e Angelo Morino.
Pubblicati originariamente fra il 1933 e il 1994, questi racconti attraversano l’intera produzione di Juan Carlos Onetti, dagli esordi alla maturità: un tassello indispensabile per affacciarsi sul suo mondo, entrare e uscire dalla mitica città immaginaria di Santa María, e un’occasione unica per accostarsi all’opera di una delle penne più innovative del Novecento.
Cattedrale vi propone uno dei racconti della raccolta, per gentile cocnessione dell’editore.
DELITTO PERFETTO
di Juan Carlos Onetti
Un racconto poliziesco
Le mani dietro la schiena, la pipa fra i denti, Julián Chapars se ne stava dritto davanti al laghetto, le cui acque riflettevano il cielo grigio e i rami malinconici dei salici dai quali saliva il canto degli uccelli. L’orologio da polso di Chapars segnava le sei del mattino. Aveva commesso il delitto la sera prima, alle otto, e Chapars faceva i conti, dicendosi che era un assassino ormai da dieci ore.
Si sentì dire, quasi ad alta voce: «Sono già dieci ore che Fernando è un cadavere...»
Lanciò una rapida occhiata attorno. Nessuno. Alzò le spalle. I suoi pensieri fecero marcia indietro. Si rivide la sera prima, quando in una via quasi deserta si era imbattuto nel povero Fernando.
«Ciao, cugino. Come va?»
Fernando era a piedi, mentre lui guidava una lussuosa automobile. Fernando si avvicinò alla macchina. «Che fortuna incontrarti, Julián. È un pezzo ormai che mi prendi in giro con le tue promesse di pagamento... Forse credi che un lavoratore come me debba essere sfruttato dai fannulloni della tua razza. Ma ti sbagli. Sono deciso a chiedere il pignoramento. Ho qui i tuoi assegni scoperti, guarda. Le tue cambiali in protesto, le tue lettere, insomma... E ho tirato fuori tutto quanto dalla cassaforte perché domattina presto vado a consegnarlo al mio avvocato».
Il colpo lasciò Julián senza parole, con le mani strette sul volante. Alla fine si riprese: «Non lo farai, Fernando. Non lo farai perché fra dieci ore ti pagherò fino all’ultimo centesimo. Ho i soldi a casa. Ho affittato una casetta per l’estate, ad Atlántida; i soldi sono lì. Ceniamo insieme e ti pago tutto. In fondo... Sei da solo qui in città, tua moglie è in campagna... Andiamo».
«Sei sicuro di avere quei soldi? Tutti?»
«Se non li avessi... Andiamo, sali».
«Incredibile. Da te ci si può aspettare qualsiasi cosa».
Fernando salì in macchina. Il viaggio lungo la costa fu privo di eventi. Alla fine la macchina si fermò in una strada isolata, sperduta fra la vegetazione. Una strada privata, di sicuro.
«Che posto meraviglioso», disse Fernando, reso amabile dalla prospettiva di recuperare i suoi soldi.
«Sì, difficile trovare di meglio. Ti ho portato fin qui perché volevo mostrarti una proprietà che ho intenzione di comprare».
Julián parlava senza sapere cosa diceva. Cercava di guadagnare tempo. Fin dal primo momento, c’era un problema che lo assillava. Come avrebbe fatto a uccidere il cugino creditore?
Fu lo stesso Fernando, ingenuamente, a trarlo d’impaccio:
«Guarda quel laghetto. Se compri un terreno qui dovresti cercare di assicurarti l’uso del laghetto».
«È già mio, o quasi. È mio per metà».
Fermò la macchina e invitò Fernando a scendere.
«Un momento. So che ami la pesca: puoi vedere dei magnifici esemplari a due metri da riva, appena sotto il pelo dell’acqua».
Senza il minimo sospetto, Fernando aveva seguito il cugino. Si avvicinò al laghetto e ricevette un colpo tremendo alla nuca che gli fece perdere i sensi.
Cinque minuti dopo il cugino creditore dormiva per sempre in fondo al laghetto, zavorrato da enormi pietre di oltre trenta chili l’una assicurate al corpo con del robusto fildiferro rubato a una recinzione vicina. Concluso il macabro compito, Julián raggiunse la casa che aveva affittato, a un chilometro dal laghetto. Gli assegni scoperti, le cambiali in protesto, le lettere, era stato tutto ridotto in cenere.
Ma aveva dormito malissimo e all’alba si alzò per esaminare la macchina e controllare il laghetto. Non era affatto preoccupato, in realtà. Aveva agito senza armi; non aveva lasciato tracce. Il suo era stato un delitto perfetto. Nessuno poteva sapere che aveva incontrato suo cugino Fernando. Prima di sferrare il colpo, si era guardato attorno con attenzione. Nessuno. No, non aveva niente da temere. Era tranquillo. Ma aveva voglia di fare due passi, in quella bella mattinata. Perché non andare allora fino al laghetto? Non si sarebbe certo lasciato impressionare dalla teoria secondo la quale l’assassino è sempre attratto dal luogo del delitto. Non era un comune assassino, peraltro.
Certo, la scomparsa di Fernando non sarebbe passata inosservata. Alla fabbrica se ne sarebbero accorti, avrebbero avvisato la moglie, pubblicato fotografie sui giornali. E poi? A nessuno sarebbe venuto in mente di andare a cercare sul fondo di quel laghetto abbandonato.
Al pensiero, l’assassino non poté fare a meno di ridere.
I criminali comuni dovevano essere proprio stupidi per farsi prendere il più delle volte. Preparavano a lungo i loro delitti, valutavano le possibilità, cercavano di prevedere ogni cosa... Risultato? Lasciavano che il cadavere fosse ritrovato e finivano sul patibolo. Mentre lui, Julián Chapars, non correva nessun rischio, assolutamente nessuno.
Rise di nuovo allegramente. Ma la risata si troncò di colpo.
«Come va, signor Chapars? È contento stamattina, eh?»
L’assassino si volta e si trova faccia a faccia con Fermín, il guardaboschi del signor Sandoval, padrone del laghetto.
«Bella giornata, eh?», commenta il guardiano.
«Sì, molto...»
Con uno sforzo, Julián riuscì a controllare i nervi. Il suo timore non aveva senso. Non correva alcun pericolo. Era un incontro del tutto naturale. Domandò: «Quanto costa pescare in questo laghetto, don Fermín?»
«Cinque pesos. Lei pesca, signor Chapars?»
«Be’... potrei cominciare...»
«Purtroppo però quest’anno non pescherà granché».
«Come mai?»
Fermín si mette a ridere: «Ma perché non ci sarà niente».
«Non capisco cosa sta cercando di dirmi...»
Fermín alza il bastone e indica la strada. Julián vide un camion che si dirigeva verso di loro. «Su quel camion», disse il guardiano, «ci sono gli operai e l’attrezzatura necessaria per svuotare il laghetto...» «Come...?»
«Ma sì. Ogni tre anni il signor Sandoval lo fa svuotare. È una cosa veloce. L’acqua viene deviata verso quel fiumiciattolo. Le pozze si drenano con delle pompe aspiranti. Vedrà quanto pesce si tira fuori. Ceste su ceste. Oggi pomeriggio verrà tutto il paese; venga anche lei. È molto interessante».
L’assassino vide il camion fermarsi. Gli operai scesero e cominciarono a scaricare l’attrezzatura. Un sudore freddo copriva il corpo di Chapars. Balbettò: «Crede che la stazione di polizia sarà già aperta a quest’ora?» E dopo la risposta affermativa del guardaboschi, che non capiva il perché della domanda, l’assassino si avviò verso la sua punizione.
Marcha, Montevideo, 1940
[traduzione di Gina Maneri]
