La fortuna, di Francesca Mattei

Effequ porta in libreria Come si smette di avere una faccia, di Francesca Mattei. Un libro che costringe a confrontarsi con il riflesso del proprio viso, con le linee che ci definiscono. Con una lingua che mette a nudo e smaschera imperfezioni, Mattei compone un mosaico inquieto di esistenze intrappolate, ognuna colta nell’estremo tentativo di disfarsi del proprio aspetto per costruire un’altra immagine di sé.

Cattedrale vi propone uno dei racconti del libro, per gentile concessione dell’editore.

LA FORTUNA
di Francesca Mattei

Cecilia entra in bagno con me e mi fa vedere come si fa. Non preme davvero sulla carne, imita soltanto il gesto, in orizzontale partendo dai polsi e lungo tutto l’avambraccio.
In verticale è pericoloso, mi dice. Utilizza una lametta mezza arrugginita estratta dal rasoio usa e getta. Il bagno odora di disinfettante, ma la pelle di Cecilia emana una specie di olezzo acre che rovina tutto. La pelle è l’organo più esteso del corpo umano ed è una membrana sottile e ridicola che può essere incisa con una lametta. Quella di Cecilia è talmente chiara che al di sotto si intravedono le vene azzurre e verdi, che si biforcano sul polso.
Ora preme più forte e il sangue comincia a scorrere. I tagli sono brevi e io non guardo la sua faccia, mentre se li fa. Le dico di smetterla, perché non ne posso più di vedere sangue che esce da ogni parte, lo stesso sangue che mi macchia le mutande da mesi, quasi senza sosta. Sangue che non sta al suo posto dentro il mio corpo, che invade la vescica e l’intestino e non so cos’altro dentro di me e non lo so perché non lo voglio sapere.
Il primo medico che mi ha diagnosticato l’endometriosi ha detto che non era niente di grave e che comportava soltanto cicli più dolorosi della media. Sul momento non mi sono chiesta come facesse a sapere quanto fosse doloroso un ciclo mestruale, visto che era un uomo. Non mi sono chiesta neanche perché non se ne fosse mai accorto nessuno prima di allora né se fosse normale che la questione venisse liquidata così, senza una terapia da seguire o esami o medicine o qualcuno che mi spiegasse cosa stava succedendo al mio tessuto endometriale.
Poi ho iniziato a sentirmi stanca e le giornate erano composte da lunghe ore vuote contro le quali combattere. Arrivava il ciclo, ogni dieci o quaranta o diciotto giorni, e nessuno sapeva spiegarmi perché mi sentissi così. Il sangue cadeva a grumi e c’erano i crampi, alla pancia e alla schiena, che si susseguivano a ondate. Nel resto dei giorni – o dei mesi – senza mestruazioni, avevo spesso mal di pancia e sonno, volevo dormire sempre oppure non volevo farlo mai. Sapevo di non poter prevedere quando sarebbero tornate, perché non erano regolari. Era come una tregua, ma senza alcun sollievo. Piangevo nel letto rimproverandomi di essere debole.
Nel corso delle visite successive, una ginecologa mi ha spiegato che l’endometriosi può comportare disturbi dell’umore. A quel punto ho capito che ci sarebbe stato sempre qualcosa contro cui lottare, senza che potessi averne pienamente il controllo.
La ginecologa mi ha anche detto che, ufficialmente, l’endometriosi non è riconosciuta come malattia invalidante. Questo significa che ci si aspetta che mi comporti come se non ne soffra, che faccia tutto quello che fa chi non ne soffre. Significa anche che è qualcosa che devo affrontare da sola, qualcosa che è sbagliato in me e che non sono legittimata a mostrare. Si sa così poco di questo disturbo. Persino io, prima che mi venisse diagnosticato, non ne avevo mai sentito parlare. Il messaggio è chiaro: la malattia è una questione privata della malata, quasi un capriccio.
A volte, la notte, tocco il mio corpo ripassando dove dovrebbero essere collocate le mie varie parti: qui dovrebbe esserci un ginocchio, qui una guancia, qui il fegato e qui le ovaie e molti altri organi che non riesco a vedere. Ogni volta mi sembra di essere montata male, come se i vari pezzi di me non si possano incastrare tra loro. C’è sempre qualcosa che si trova fuori posto. E vorrei che non fosse tutto qui, che la mia persona non si esaurisse in questa serie di parti difettose, anche se è dura convincersi del contrario.
I medici mi ripetono continuamente le stesse cose: Ci sono terapie molto efficaci, Segui una dieta e vedrai che riuscirai a controllare il peso, È importante reagire, Considera la possibilità di asportare l’utero. Ma niente niente niente di quello che faccio produce un risultato. Non la pillola, non lo yoga, non la dieta, né le medicine, né le droghe, né tutto quello che sembra far sentire meglio gli altri.

Sta uscendo troppo sangue, adesso, e le piastrelle bianche sono rosse e umide.
Cecilia smettila, devi smetterla, le urlo.
E so che sa delle visite e del mio dolore e del sangue che continua a uscirmi da dentro da settimane senza che nessuno riesca a fermarlo. Lo sa e infatti ride e risponde Ma questa è un’altra cosa.
La colpisco. Cade sul pavimento, sbattendo la testa prima contro il water e poi per terra, in mezzo alle goccioline rosse. Da lì non si alza. Il cranio contro la ceramica ha fatto il rumore secco di una pigna caduta dall’albero.
Esco dal bagno e la chiudo dentro a chiave. Per sicurezza accendo la musica e alzo il volume al massimo, anche se al di là dalla porta non arrivano rumori. Probabilmente è svenuta. Sviene spesso, perché non mangia niente, oppure mangia tutto e poi lo rivomita subito dopo. Nonostante questo, ha le cosce grasse e la pancetta. Mi fa pena, ma sono anche contenta che non riesca a dimagrire, perché è sana e ricca e sono convinta che se io avessi quei privilegi saprei fare qualcosa di meglio che ridurmi così.
Cecilia è nel mio bagno, distesa a terra priva di sensi. Ha le braccia tagliuzzate e il suo sangue è sul pavimento, intorno a lei.
È così che stanno le cose.
Ecco il suo privilegio, mi dico.
Ma non ci voglio pensare, adesso. Quando comincerà a bussare alla porta la libererò e lei non avrà niente da ridire, perché è strafatta e perché non pensa di meritarsi un trattamento diverso da quello che le riservo.
Scivolerà fuori dalla stanza e da casa mia.
Uscirà in strada e cercherà e troverà altri modi per farsi male, qualcun altro da tormentare e da cui farsi compatire e avrà la piena convinzione di essere tutta sbagliata, ma di non poter essere altro che così.
E io vorrei dirle che non si rende conto della sua fortuna, la fortuna di poter scegliere di ferirsi, senza che sia il suo corpo a decidere per lei.
Ma questa fortuna ce l’ha poi davvero?
Io resterò su questo letto, ancora una volta, a pensare alle parole che ho perso, che ho dimenticato di scrivere o di dire e adesso non esistono più.
Senza voler fare più niente. Senza volermi alzare o farmi visitare o curarmi o pensare che andrà meglio. Smettere di pulire la casa e di lavare i vestiti con acqua fredda e di guardarmi allo specchio e pensare Questa non posso essere io.
E invece lo sono e lo sono e lo sono.