Dell’amore, di Anton Pavlovič Čechov

Neri Pozza porta in libreria La vita è orribile e meravigliosa, di Anton Čechov, per la traduzione di Sophia Simo, con una prefazione di Paolo Nori.
A oltre un secolo di distanza, Čechov ripropone, intatta, la sua suprema capacità di ritrarre gli uomini e le donne che abitano i pianeti distanti della città e della campagna, con il loro opposto sentire. E per l’umanità, per i destini talvolta beffardi, per il mistero che fa capolino dietro ogni vita ordinaria, prova una compassione profonda rischiarata da lampi di affettuosa ironia.

Cattedrale vi propone l’estratto di uno dei racconti, per gentile concessione dell’editore.



Dell’amore

di Anton Pavlovič Čechov


Il giorno dopo, a colazione, furono serviti delle deliziose focacce ripiene, polpette di montone e gamberi; mentre gli ospiti mangiavano, il cuoco Nikanor salì per chiedere cosa avrebbero gradito per pranzo. Era un uomo di media statura, con il viso paffuto e gli occhi piccoli, rasato, e sembrava che i baffi, piuttosto che rasati, fossero stati strappati.
Alëchin raccontò che la bella Pelageja era innamorata di quel cuoco. Siccome era un ubriacone e un violento, lei non voleva sposarlo, ma era disposta a vivere così. Lui però era molto devoto, e le sue convinzioni religiose non gli permettevano di vivere in quel modo; pretendeva che lei lo sposasse e non voleva sentire ragioni e, quando era ubriaco, la rimproverava e addirittura la picchiava. Quando Nikanor era ubriaco, lei si nascondeva di sopra e singhiozzava, e allora Alëchin e la domestica restavano in casa per proteggerla in caso di necessità.
Iniziarono a parlare d’amore.
«Come nasce l’amore» disse Alëchin, «perché Pelageja non si è innamorata di un brav’uomo, più adatto a lei per carattere e aspetto fisico, ma si è innamorata proprio di quel brutto ceffo di Nikanor (qui da noi lo chiamano tutti così), se è vero che le questioni di felicità personale sono importanti in amore: di tutto ciò non si sa nulla e ognuno può discuterne come vuole. Finora solo una verità ineccepibile è stata detta sull’amore, e cioè che “questo mistero è grande”* ; tutto ciò che di altro è stato scritto o detto sull’amore non costituisce la risoluzione, bensì solo l’impostazione di problemi i quali, così, sono rimasti irrisolti. La spiegazione all’apparenza utile per un singolo caso non è valida per gli altri dieci e la cosa migliore, secondo me, è spiegare ogni caso singolarmente senza cercare di generalizzare. Dobbiamo, come dicono i dottori, individualizzare ogni singolo caso».
«Precisamente» approvò Burkin.
«Noi, che siamo russi e persone perbene, abbiamo un debole per questi problemi irrisolti. Di solito l’amore viene poeticizzato, decorato di rose e usignoli, noi russi invece decoriamo il nostro amore con domande fatali, e per di più tra queste scegliamo le meno interessanti. A Mosca, quando ero ancora uno studente, avevo una compagna di vita, una graziosa fanciulla che, ogni volta che la stringevo in un abbraccio, pensava a quanto le avrei dato al mese e al prezzo corrente di una libbra di carne. Allo stesso modo noi, quando amiamo, non smettiamo di porci domande: se quell’amore sia onesto o disonesto, intelligente o sciocco, a cosa porterà e così via. Non so se sia un bene o un male, ma so che è di intralcio, non soddisfa e infastidisce».
Sembrava che volesse raccontare qualcosa. Le persone che vivono in solitudine hanno sempre nell’anima qualcosa che raccontano volentieri. In città, gli scapoli vanno alla banja* o al ristorante apposta per conversare e talvolta raccontano storie molto interessanti agli inservienti o ai camerieri, mentre in campagna, di solito, aprono l’anima ai propri ospiti. Ora dalla finestra si vedevano il cielo grigio e gli alberi bagnati di pioggia: con un tempo del genere non si poteva andare da nessuna parte, e non restava altro da fare che raccontare e ascoltare.
«Vivo a Sof’ino e mi occupo di agricoltura ormai da tempo» iniziò Alëchin, «da quando ho finito l’università. Sono uno scansafatiche per formazione e uno studioso per disposizione, ma quando sono arrivato qua, sul podere pendeva un grande debito e, siccome mio padre si era indebitato in parte per finanziare la mia istruzione, decisi di restare e lavorare finché non avessi saldato quel debito. Così decisi, e iniziai a lavorare qui anche se, lo ammetto, non senza un certo ribrezzo. Questa terra non dà molti frutti e, perché l’agricoltura non vada in perdita, bisogna servirsi del lavoro di servi della gleba o braccianti, che sono quasi la stessa cosa, oppure gestire il podere alla maniera contadina, cioè lavorare i campi da soli con la propria famiglia. Non ci sono vie di mezzo. Ma io allora non entravo in certi dettagli. Non lasciavo in pace nemmeno un lembo di terra, radunavo tutti i contadini e le loro mogli dai villaggi vicini, e il mio lavoro qui procedeva a un ritmo frenetico; aravo, seminavo e falciavo anche io e intanto mi annoiavo e facevo smorfie di disgusto, come un gatto di campagna che per la fame è costretto a mangiare i cetrioli di un orto; avevo dolori in tutto il corpo e cadevo dal sonno. In un primo momento mi sembrava di poter conciliare questa vita di lavoro con le mie abitudini culturali; per farlo, pensavo, basta mantenere un certo ordine esteriore nella vita. Mi sistemai al piano di sopra, nelle stanze degli ospiti, stabilii che dopo i pasti mi venissero serviti caffè e liquori e, prima di dormire, leggevo ogni sera Il Messaggero d’Europa* . Ma un giorno venne il nostro pope, padre Ivan, e bevve d’un fiato tutti i miei liquori, e Il Messaggero d’Europa andò alle sue figlie, perché d’estate, soprattutto durante la falciatura, non facevo in tempo a raggiungere il letto e mi addormentavo su una slitta nel granaio o da qualche parte nel capanno – ma quale lettura? Piano piano mi trasferii al piano di sotto, iniziai a mangiare in cucina, e dei lussi di un tempo mi rimasero solo i domestici che avevano servito persino mio padre e che non avrei avuto il cuore di licenziare.
Nei miei primi anni qui, fui scelto come giudice di pace onorario. A volte dovevo andare in città e prendere parte alle sedute del collegio e del tribunale distrettuale, e per me era una distrazione. Quando vivi fisso qui per un paio di mesi, soprattutto d’inverno, alla fine inizi a sentire la mancanza di una redingote nera. E in tribunale si vedevano redingote, uniformi, frac, e ancora avvocati e gente che aveva ricevuto una qualche istruzione; avevo qualcuno con cui parlare. Dopo aver dormito sulla slitta e mangiato nella cucina della servitù, potermi sedere su una poltrona con della biancheria pulita, scarpe leggere e una catena sul petto, quello sì che era un lusso!
In città mi accoglievano cordialmente e io facevo amicizia volentieri. Di tutte le conoscenze, la più seria e, a dire la verità, la più piacevole per me fu quella con Luganovič, il vicepresidente del tribunale distrettuale. Lo conoscete entrambi: una carissima persona. Io lo conobbi proprio in relazione al celebre caso dei piromani; l’udienza andava avanti da due giorni, eravamo stanchi. Luganovič mi guardò e disse:
“Sapete che c’è? Andiamo a pranzo da me”.
Fu un gesto inaspettato, perché io Luganovič lo conoscevo appena e solo in via ufficiale, non ero mai stato a casa sua. Passai in albergo per cambiarmi e andai a pranzo. E lì ebbi l’occasione di conoscere Anna Alekseevna, la moglie di Luganovič. All’epoca era ancora molto giovane, non avrà avuto più di ventidue anni, e era madre da appena sei mesi. È una faccenda passata, e ora non saprei indicare cosa avesse di così straordinario che mi piacque tanto, ma a quel pranzo mi fu tutto inconfutabilmente chiaro; vedevo una donna giovane, bellissima, buona, colta, affascinante, una donna che non avevo mai incontrato prima; la sentii subito vicina, già familiare, come se quel viso, quegli occhi gentili e intelligenti li avessi già visti nella mia infanzia, in un album sul comò di mia madre.
Per il caso dei piromani erano stati accusati quattro ebrei che erano stati identificati come una banda: un’accusa secondo me del tutto infondata. A pranzo ero molto preoccupato, stavo male, e non ricordo cosa ho detto, solo che Anna Alekseevna continuava a scrollare il capo e diceva al marito: “Dmitrij, com’è possibile?”

* Dalla Lettera di San Paolo agli Efesini (Ef 5, 21-33).
* La tradizionale sauna russa.
* Vestnik Evropy, una rivista storica e letteraria di orientamento liberale pubblicata a San Pietroburgo tra il 1866 e il 1918.


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