Non importava da dove guardassimo, di Brian Evenson

Nottetempo porta in libreria Canzone per disfarsi del mondo, di Brian Evenson, con la traduzione di Luciano Funetta. Un libro fatto di mondi pieno di dubbi, illusioni e ossessioni; dove nessuna convinzione, nessuna pretesa di obiettività è immune alle distorsioni della mente umana. L’autoinganno è un mezzo per giustificare i nostri impulsi peggiori, i più crudeli.

Cattedrale vi propone uno dei racconti contenuti nella raccolta, per gentile concessione dell’editore.

Non importava da dove guardassimo
di Brian Evenson

Non importava da dove la guardassimo, la ragazza non aveva volto. Aveva capelli sul davanti e capelli dietro – per cui stabilire quale fosse il davanti e quale il dietro era impossibile. Dissi a Jim Slip di mettersi da un lato, mentre io la guardavo dall’altro e gli altri membri della loggia la calmavano o la tenevano ferma, ma non importava da dove la guardassimo o come la tenessimo, il suo volto non c’era. Sua madre urlava, ci lanciava accuse, ma cosa potevamo farci? Non era colpa nostra. Non sapevamo come agire.
Fu Verl Kramm ad avere l’idea di rivolgersi al cielo, di chiamare le luci che si allontanavano affinché tornassero a prenderla. Avete preso solo metà di lei, gridò. Adesso, per Dio, abbiate la decenza di portare con voi anche ciò che ne resta.
Anche altri si unirono, ma poi non tornarono, nessuno di loro tornò. Se ne andarono, lasciandoci con quella ragazza che, non importava da dove la si guardasse, ci mostrava sempre la parte posteriore del suo corpo. Non mangiava, o lo faceva in qualche modo per noi inconcepibile. Camminava a ritroso, tracciando cerchi e sbattendo nelle cose, tentando di afferrare le cose con il dorso delle mani. Era una ragazza intera, fatta di due metà, ma sbagliata, composta da due metà uguali.
A un certo punto non riuscimmo più a sopportare la sua vista. Non sapevamo cosa fare di lei, non ci restava che abbandonarla. All’inizio sua madre protestò e ci morse e ci graffiò, ma neanche lei voleva saperne di riprenderla con sé – in fondo desiderava solo liberarsene senza rimorsi, dare a noi tutta la colpa.
Sprangammo la porta e inchiodammo assi alle finestre. Su richiesta di Verl, lasciammo solo un buco sul soffitto in caso loro decidessero di tornare a prenderla. Per un po’ mettemmo una sentinella a guardia della porta affinché facesse rapporto alla loggia sui suoni che venivano dall’interno, ma a un certo punto i rumori cessarono e non ce ne curammo.

Una notte la sognai, non le due metà che conoscevamo, ma le altre due, quelle che non avevamo mai visto. La vedevo fluttuare a bordo del loro vascello, sopra di noi, a una distanza abissale, in un’atmosfera sottile e rarefatta, irrespirabile. Era lì, una ragazza che mostrava sempre il suo volto, non importava da dove guardassimo. Una ragazza che mostrava i denti e ci fissava, ci fissava.