La leggerezza, un racconto di Marco Brion

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1.

Quando suona la sveglia, il segreto è alzarsi e vestirsi veloci.

Erano le sei di mattina spaccate: Lucrezia sgusciò fuori dal letto cercando a tentoni jeans e maglietta, scalciando in giro per scovare le ciabatte, ostinandosi a scendere in cucina senza inforcare gli occhiali.
Fece colazione sotto il portico – caffettino freddo e due biscotti integrali -e notò che il buio iniziava già a raccogliersi intorno alle cose, e a prenderne le mosse. Così decise di darsi subito da fare: sbrigandosi con siepe ed aiuole, verso le dieci con l’orto sarebbe stata a buon punto, e poteva evitare di starsene fuori fino a mezzogiorno. 

Non che avesse problemi con l’abbronzatura, solo a una certa età uno deve preservarsi più di quanto gli venga naturale; tagliare l’erba in pendenza spezza la schiena, e a forza di zappare e strappare erbacce ti s’incriccano le braccia che poi stanno dritte inchiodate come quelle degli omini Lego.
Il punto è che dopo esser stata scaricata con la scusa del pensionamento anticipato, qualcosa doveva pur fare – anche perché da soli si sa, s’invecchia in fretta.

Innaffiare dopo tutto quello sfacchinare poi fu una goduria, ma badò bene di non bagnare le foglie, quasi ci fosse ancora Aldo a controllarla: con la canna dell’acqua in mano le pareva sempre di saperlo là, a far la vedetta dalla finestra della cucina, mentre prepara una pasta fredda, o un couscous di verdure insieme al loro figlio, Giacomo; e pensare che ai tempi le dava quasi fastidio fosse così bravo a cucinare, a lei il massimo che riusciva erano certe insalate condite male, come quella che stava spiluzzicando verso l’una, ancora con la salopette addosso, senza nemmeno un tovagliolo: solo forchetta, scodella e bicchiere.  Fuori, le campanelle inchiodate sul portico da lui e Giacomo, anni prima, mormoravano stanche nel vento.

Finito tutto, lavò i piatti e visto che c’era pulì delle pentole che non usava da un po’, e pure i fornelli. Iniziò a vagabondare per casa, lasciandosi dietro tutta una rivoluzione di dettagli: scambiò le campane di fiori in entrata con quelle in cucina; riorganizzò gli Zagor in camera di Giacomo per formato invece che per data di uscita; spostò le tovaglie nell’armadio in credenza e stirò tende ed asciugamani.
Pulendo le foto ricordo in salotto, aveva strofinato visi e sorrisi fino quasi a crepare il vetro, e nella foga poi una statuetta presa in vacanza, di quelle che compri così per comprarle, era finita per terra: allora si era messa a riaggiustarla in fretta, con dell’Attak, quasi i suoi due uomini fossero dovuti tornare lì-lì, da un momento all’altro.
Lei però sapeva non sarebbe arrivato nessuno.

Difatti passò il moccio con tutta calma, senza stare a preoccuparsi che qualcuno lasciasse zampate in giro. Solo che a ritrovarsi lì, col manico stretto in mano, com’era morto Aldo davanti l’aula di musica, un pomeriggio di gennaio, non le riuscì più di scansarlo dalla memoria: spalancò porte e finestre, arieggiò casa ma quello persisteva, come l’odore di vecchio che aveva iniziato a sentirsi addosso ultimamente.
Erano cinque anni che Lucrezia tentava inutilmente di sdrammatizzare la morte di Aldo, un po’ come lui aveva sempre fatto col suo male: appena conosciuti, lui le aveva spiegato di questa sua leggerezza del cuore; oggi ci sono, diceva, domani chissà.
Eppure per un qualche miracolo d’incoscienza, quella precarietà loro se l’erano scordata.
Aldo aveva montato scarpe ventitré anni, finché la fabbrica non era fallita; il medico ai tempi gli aveva consigliato di fermarsi, ma lavorare bisognava lavorare, così visto che in museo passava il sindaco, ogni tanto, lei era riuscita a trovargli un posto come bidello al Malipiero.  
Quello era stato il loro periodo più bello: il mattino presto salivano per il Foresto Vecchio, e il pomeriggio scendevano, chiacchierando tutto il tempo, come da ragazzi.

Aldo stando lì a scuola s’era preso anche una gran cotta per il pianoforte – d’ascoltarlo s’intende - ma lei non aveva più voluto sentirli i suoi CD; c’eran troppe serate, e viaggi – troppa roba loro, lì dentro.
Quest’inverno poi, nella disperazione piatta di una settimana di pioggia, aveva iniziato a smanettare col vecchio pc di Giacomo: Facebook se l’era fatto prima ancora di imparare ad usare la mail, raccontandosi che serviva a tenersi al passo con la vita di suo figlio, la verità è che certe sue amiche le avevano detto di poterci conoscere qualcuno, con un po’ di fortuna.
Ma la rivoluzione vera fu Spotify, tanto che iniziò ad ascoltare compilation di piano dalla mattina alla sera, pensando quanto sarebbero piaciute ad Aldo.

Capitò allora che un giorno, mentre stava riordinando in garage, dal pc sparato a palla al piano di sopra venne una sorta di ululato, cui seguirono due note limpide e una voce che non era più riuscita a togliersi dalla testa –– in francese le parve, che a lei era sempre piaciuto perché suona romantico, anche se non l’aveva mai studiato in vita sua, cosa che lo rendeva ancora più misterioso e affascinante. La sera stessa scandagliò a ritroso tutta la compilation, e saltò fuori che la canzone era l’intro dell’ultimo album di Yann Tiersen, che salvò subito fra i preferiti – tant’è che piano piano finì per ascoltarselo a tutte le ore del giorno: la malinconia di quelle melodie in qualche modo si trascinava via la sua, e i pensieri allora le si facevano leggeri.

Quel giorno però, era uno di quelli che non ci fai niente. Così verso le sei e mezza decise di uscire: fuori c’era un caldo fermo, umido, ma salendo verso il centro storico, all’ombra degli alberi, l’aria si fece via via più tenera, vivace. All’altezza della chiesa di San Gottardo prese per la Rocca, svoltando lungo la straduncola che costeggia le colline, e lì si fermò a scrutare la pianura assolata che sfumava nel blu pallido del mare appiattito all’orizzonte: linee di condensazione scarabocchiavano nel cielo laccato una scacchiera sgangherata, e la vista di quegli aerei diretti chissà dove le fece pensare a Giacomo –– alla distanza che s’era spalancata fra loro dopo la morte di Aldo, che lei non era riuscita a trovare il coraggio di colmare nemmeno il Natale scorso, quando lui era dovuto rimanere a Londra durante le vacanze a lavorare.

Per sfuggire al rimorso allora, Lucrezia prese un sentiero sassoso che s’inerpicava su, nel bosco, salendo fino in cima a Colle San Martino. Scrutando capannoni, case e palazzine immerse nel rosso vermiglio che incendiava le chiome delle spighe nei campi, si sforzò di pensare che quella era pur sempre casa: Aldo riposava lì, qualche chilometro più in basso, e Giacomo sarebbe dovuto pur tornare, prima o poi.

Giunse a casa solo molte ore dopo, pestando i piedi lungo la strada tinta dell’arancio dei lampioni, a testa bassa. La luna rischiarava appena i monti plumbei. Yann suonava ancora imperterrito, e tutto lì dentro le era parso ancora più insopportabile; così spense lui e pure le luci, preparò una bruschetta ed entrò su Facebook, scrollando chilometri di post di ex-compagni di scuola e colleghi in vacanza da qualche parte, passando un’ora ad aprire e chiudere la chat. Quando in bacheca allora le comparve un post con la foto di Yann.
E ci cliccò sopra, finendo nel suo sito, dove le chiesero di inserire i dati di una carta di credito per accaparrarsi uno degli ultimi biglietti rimasti per il suo concerto al Teatro La Fenice, giusto la settimana dopo.

E lì allora, Lucrezia fece la sua scelta.

Solo che il bancomat il sito non glielo prendeva, e altre carte non ne aveva; così pensò a Giacomo, che poteva chiedergliela a lui, e giustamente però si sentiva ‘na stronza: era da un mese che non lo chiamava, ed erano le dieci di sabato passate. All’inizio fece cinque o sei prove su un pezzetto di carta, poi, convintasi, trascrisse tutto su WhatsApp, rendendosi conto che lì le parole perdevano un qualche cosa.
Sicché alla fine, gli telefonò.

 “Pronto...?”

“Oi, ciao ma.”

“Ciao...Allora?”

“Bene, bene dai.”

“Lavoro?”

“Eh lavoro a xe dura, sto periodo ci stanno mettendo sotto...”

“Ma ferie alla fine ne fate o.…?”

“Si si, penso ci diranno a settembre, poi vedrò per il biglietto – per quando mi conviene tornare dico, comunque ti faccio sapere…Te come stai?”

“Ben dai, solo un po’ stracca...”

“Casa tutto a posto?”

“Si si, stamattina go fatto un bel po’ de’ mestieri...”

“Anca in camera mia...?”

“…Esclusa camera tua.”

“Ah, va ben…’Scolta adesso sto uscendo a ber ‘na roba –, te serviva qualcosa par caso o…?”

“No no in realtà era na stupidata...”

“Dai ‘ma...”

“È che ho trovato sta roba su Facebook, prima…”.

“Vara che a roba che posta i to amici xe tutte truffe o fake news...”

“Ma che fake news-e-fake news…Ho solo visto di ‘sto concerto qua...”

“…Che concerto?”

“di ‘sto Yann Tiersen...”

“...Ah benon…”

“...alla Fenice, il quattordici.”

“...si si, sto vedendo adesso dal telefono –, ci vanno anche delle mie ex-compagne di corso, pensa ti ah...”

“Pensa ti cosa?”

“Ch’è roba per…Vabbè assa stare...”

“…”

“Comunque qua dice che inizia alle otto.”

“Quindi?”

“Ciò mamma dopo non ghe xe ‘pi treni: l’ultimo è alle nove e cinquanta e il concerto finirà boh, alle dieci e passa...”

“…”

“Quindi devi andare là in macchina e parcheggiare a Mestre, e dopo prendere il tram per piazzale Roma e.…”

“…Va beh no sarà mia ‘na roba impossibie...”

“Si ma è luglio farà un caldo boia e xe pien di turisti, e la strada bisogna saperla, fidati dopo tre anni là a studiare...”

“…E no rieso col navigatore sul cellulare...?”

“…Mamma sarà anni che no te guidi a macchina del papà, dai per piacere…”

“ ‘Scolta Giacomo…”

“E comunque pal biglietto ghe voe a Poste Pay.”

“…infatti: ti chiamavo apposta.”

 

2.

Il lunedì Lucrezia alle nove spaccate si presenta in banca, capelli avvolti in una bandana ed occhiali da sole, gira un bonifico di centosessanta euro a Giacomo e sguscia fuori dal tornello neanche fosse un confessionale.

La settimana scarsa che manca al concerto poi, la passa a pianificare: che strada prendere per evitare le autostrade, a che ora partire per non trovare traffico, dove parcheggiare gratis, che linea del tram prendere; il meteo non segna una nuvola per tutta la settimana, eppure arriva a sera con tutto un tempestare di angosce in testa – che ha speso troppo, che andare da sola è un rischio…

Il giorno prima di partire va a stampare quattro copie del biglietto in pdf che le aveva inviato Giacomo, prepara due panini giganti con lo speck più due litri di tè al limone che schiaffa in una borsa frigo; da un’occhiata all’assicurazione della macchina e la porta dal meccanico a farla controllare, poi va a comprare la ventosa per il telefono e pure a prelevare duecento carte, per sicurezza. Infilatasi a letto verso le nove e mezza, prende sonno alle tre e si sveglia alle sette, per fare colazione, ma torna sotto le coperte fino alle due, vestita e tutto con lo zaino di fianco, cercando di preservare le energie. Alle quattro e mezza comunque, è già per strada: cellulare incollato al parabrezza, radio in muto, Google Maps col volume a spago, occhiali da vista sotto quelli da sole tenuti con lo scotch.

Persa per strade arrotondate e paesi circonvallati di cui riconosce solo i nomi, non può fare a meno di pensare alla guerra piantata con Aldo per quella Multipla: lui ai tempi l’aveva presa nuova in concessionaria, e lei per mesi le aveva tirate fuori tutte: ch’è ingombrante, e consuma troppo, ed è poco sicura; la verità è che di girare con quel catafalco si vergognava. Avrebbe preferito un’Audi o una Volvo, usata magari, ma più di classe.
Dopo qualche viaggio però, aveva scoperto ch’era spaziosa, comoda, e le dava pure un certo ché di sicurezza: nel senso anche sbatterla, più brutta di così.

Poi c’avrebbe giurato, sotto i tappetini doveva esserci ancora un pugno di sabbia da quell’ultima vacanza in Croazia: s’immaginava di vedere Giacomo nello specchietto a fare esercizi per i recuperi a settembre; di avvertire il profumo dei panini con salsa tonnata che preparava Aldo per il viaggio: se lo sentiva lì-lì di fianco, a borbottare che, fosse stato per lui, non ci sarebbe stato tanto da organizzarsi: secondo Aldo era tutto un prenderla come viene la vita; quella che succede mentre fai i piani, come le diceva sempre. Di quella giornata rivedeva le soste infinite negli autogrill, fatte così a casaccio, le multe e la musica troppo alta di Giacomo, e poi tutta quella litigata per trovare un parcheggio. La distanza di quei ricordi sembra sommarsi ai chilometri che si sta lasciando alle spalle, quasi la strada non stia tanto srotolandosi di fronte a lei, piuttosto che le si snodi dentro; allora si scopre ad accelerare ben oltre il limite, e inizia a sentire una specie di carnevale nella pancia.

Non che sia distratta poi: infila tutte le uscite dalle rotonde al primo colpo e riesce pure a divincolarsi in quel budello di sensi unici ch’è Mestre centro, quando perfino il navigatore del telefono getta la spugna. Nel momento in cui parcheggia sono le sei e mezza. Entrata nel primo tabacchino, compra subito il biglietto e una stecca di fondente; vincendo l’ansia poi salta due corse e si spazzola in velocità uno dei panini, per farsi forza, seduta sulla panchina della fermata.

Salita su, scrive a Giacomo e gli manda un selfie, tenendo sempre sotto controllo la posizione da Google Maps, assicurandosi che il tram rispetti la tratta. È l’ora di punta: le cabine si riempiono in un attimo e non resta mezzo palmo dove appoggiarsi o aggrapparsi. Schiacciata dalla gente contro il finestrino, a uno stop Lucrezia nota, sul marciapiede bollente, un anziano in canottiera, braghette e ciabatte scalcagnate, con un cocker decrepito al guinzaglio, sbavato e ansimante: non riesce a capire chi dei due è più vecchio, o chi sta trascinando chi, e d’improvviso tutta quella scena le punge il cuore in una fitta di compassione: quasi da quel finestrino stesse scrutando avanti una decina d’anni.
Allora guarda tutti quegli studenti, e i pendolari, perdendosi fra i loro discorsi, e prova la netta sensazione di non essere più all’altezza del mondo e della gente. Inizia a sudare, non trova respiro, il sole sopra le ciminiere di Marghera le sputa i suoi raggi dritti in faccia e ogni sguardo che le si schiaccia addosso per più di due secondi, pare surriscaldarla. Fra una fermata e l’altra, ci vuole più di mezz’ora al tram per arrivare in piazzale Roma.

Uscita dalla cabina incandescente, la vista dei ponti che si slanciano verso i palazzi, oltre gli alberi, le rinfresca un po’ i pensieri: sono passati tanti di quegli anni che a Venezia le pare di esserci di nuovo per la prima volta. Ma non c’è tempo di meravigliarsi troppo: data un’occhiata al cellulare, quello segna le sette e venti: è in ritardo.  
Così fa per impostare la destinazione, e la mappa però si sgrana, l’app non trova connessione, il telefono le vibra fra le mani: è un sms della Wind - dice che ha superato la soglia di traffico mensile.
Lucrezia rimane a fissare quel messaggio un minuto buono: il telefono stretto fra le dita sbiancate, come l’ultimo appiglio spezzato di chi precipiti nel vuoto.
Istintivamente fa una ventina di passi verso il tram di ritorno a Mestre, poi però si guarda un attimo intorno: indiani che lanciano trottole volanti, venditori ambulanti di capelli e ombrelli, polizia, militari, scolaresche in gita, vecchi e famiglie e adolescenti e innamorati e tutto un mare di gente e di vita.
E allora di nuovo, fa la sua scelta.

Si mette in ascolto, coglie la bestemmia di una signora seduta su una panchina, le si avvicina, chiede di un tabacchino e quella con tipica spocchia lagunare le accenna un gazebo assediato da una frotta di turisti; lei però non è che ha tempo da aspettare: mostra il telefono, spiega del concerto, sono in ritardo, le dice, e quella allora suggerisce di andare fino in piazza San Marco: bastava seguire i cartelli al primo piano dei palazzi; poi avrebbe dovuto chiedere, ma il teatro era lì in zona.

Superata la chiesa dei Tolentini, il rintocco argentino delle sette e mezza riverbera leggero fra tetti e campanili. Con lo sguardo rivolto all’insù, Lucrezia segue le frecce in un budello di calli che si apre, a tratti, in campielli da cui la luce si dilegua oltre i caseggiati nel cielo amaranto: la penombra inizia a fiaccarle la vista, il vestito lungo le accorcia il passo, ogni due vicoli deve imbucarsi a sistemarsi le mutande, e i piedi a furia di scalare ponti iniziano a pulsarle, costretti in quelle scarpette a mezzo tacco. Si trascina così per mezz’ora, accecata dallo sfavillio di negozi, bar e ristoranti, finché lungo una calle angusta l’alito del mare non le gonfia appena il vestito, sfiorandole il viso come una carezza inaspettata.

Seguendo quel profumo di salsedine si ritrova in una via più ampia, terminante in un portale orientale che ritaglia un brandello di Piazza San Marco, mascherata nel crepuscolo precoce dei palazzi. Rinfrancata dall’aria frizzante che spazza sotto i portici, Lucrezia si liscia il vestito con un che di felino, entra nel primo bar e chiede della Fenice: un cameriere l’accompagna fuori, e col menù sotto braccio indica l’altro capo della piazza: uscita di là, le dice, la seconda calle a sinistra, dieci minuti ed è arrivata. Lucrezia allora esce da sotto portici e si volta verso la Torre dell’Orologio: le sette e cinquantacinque.
Toltasi le scarpe allora, le caccia nello zainetto e attraversa la piazza correndo come non faceva da vent’anni, levando stormi di piccioni, coi polmoni che bruciano, lasciandosi dietro tutta una scia di sguardi dalle vetrine di caffè e negozi alla moda. Imboccata la svolta, s’infila in una calle che sfocia proprio nel campiello dominato dal teatro, austero e maestoso come un templio, e nell’istante stesso in cui varca le colonne dell’entrata, nel cielo sfavilla il suono plumbeo di una campana, da qualche parte.

Dentro poi, senza badare troppo all’etichetta, si mette a sventolare il biglietto dietro a uno degli inservienti in smoking: quello l’avverte che Yann è in ritardo; così lei ne approfitta per darsi una rinfrescata: è sudata fradicia, sgrondata fino alle calze, e tenta di asciugarsi il vestito sotto le ascelle col soffiatore del bagno, tamponandosi la schiena con della carta igienica, sperando nelle luci basse.
Il palco laterale, scopre, si trova proprio sopra il palcoscenico, vicinissimo. La prima fila però è già tutta occupata, così Lucrezia si mette a calcolare la distanza per potersi alzare a guardare, trascina avanti e indietro una sedia – e in quel momento Yann compare al pianoforte: senza fretta, nonostante il ritardo, un po’ arruffato, il ciuffo di capelli grigi sparato per aria.  Lucrezia se ne sta in piedi mezz’ora a guardarlo, seguendo le sue mani scivolare limpide lungo la tastiera, finché sfinita con le gambe che scricchiolano si accascia sulla sedia, e allora la stanchezza la investe tutta insieme, come un’onda tiepida e pastosa. Ascoltandolo e basta, perdendosi nella bellezza oscurata del soffitto baluginante di affreschi barocchi, Lucrezia durante un breve intermezzo chiude gli occhi giusto un attimo, e l’attimo dopo ecco gli applausi, e le luci.
Alzatesi per andarsene, le persone in prima fila se la trovano stravaccata senza scarpe, le calze rotte sulle punte dei piedi, la borsa in terra come un sacco, con un sorriso però di quelli che ne vedi solo uno ogni tanto…        

Uscita dal teatro ormai deserto, con gli inservienti che ridono e scherzano rilassati mentre chiudono i portoni d’ingresso, Lucrezia va a sedersi sulla scalinata di un vecchio palazzo.
Su uno dei gradoni stende la sua tovaglietta cerata a stampe di limoni, tira fuori la stecca di fondente ormai mezza sciolta, il panino che resta e un bicchierino per il tè.
Mangia senza fretta, osservando la gente che passeggia e chiacchiera per le calli: tutto pare esserle venuto fuori più buono, perfino il solito tè al limone in bustina; si gode in bocca ogni sorso, ogni singolo morso in modo diverso, pieno.
Si incammina sulla via del ritorno senza badare troppo alle indicazioni, mano a mano che infila una svolta dietro l’altra si scopre leggera, tanto da sentirla sua quella Venezia, prima così sconosciuta, di conoscerne ogni calle, ogni singola luce fra tutti quei palazzi.
Dopo tanto tempo, era di nuovo pronta per qualsiasi cosa potesse succedere.

Quando ormai inizia a riconoscere incroci già percorsi, di colpo, nel mezzo di un ponte, realizza di non aver fatto nemmeno una foto o un video del concerto da inviare a Giacomo. Niente che testimoniasse quella giornata incredibile. Così strada facendo, si convince di dovergliela raccontare, in qualche modo.

Giunta in Piazzale Roma, controlla gli orari dei tram per Mestre, e si mette a camminare, avanti e indietro; poi distratta alza lo sguardo, e allora nell’aria nera scorge lo scintillio di un aereo; e passa un minuto intero che a lei pare durare solamente un istante. Così torna sulla banchina deserta, da un’occhiata ai bus diretti all’aeroporto, si guarda intorno, sorride.
E di nuovo, fa la sua scelta.


Marco Brion è nato a Thiene il 25 Marzo 1991. Attualmente vive in Provincia di Treviso, dove svolge la professione di ghostwriter, copywriter e digital strategist freelance.

Il pegno, un racconto di Noemi De Lisi

La biglia cominciò a scivolare sull’asfalto in discesa. «Prendila!», disse Anna mentre già correvo da quando le era sfuggita di mano. «Ferma, fermati, ferma», ripetevo a denti stretti. La biglia si schiantò contro il muretto dell’aiuola, fece un piccolo balzo, si mosse ancora e si fermò. La raggiunsi trafelato. Mi chinai e la guardai: era trasparente e dentro aveva una fogliolina blu e gialla che a osservarla rotolare, diventava verde. «Che fai?», mi urlava Anna alle spalle. Mi voltai: si era alzata dalla panchina e restava ferma, a tentennare mordendosi il dorso della mano, ripetendo: «È lì, è là, l’hai presa?», balbettando alla fine sulla “p”. Allungai la mano e presi la biglia. La tenevo fra il pollice e l’indice, così avrebbe potuto cadere di nuovo, scivolare. E chissà allora cosa avrebbe detto Anna, e cosa avrei potuto dirle io? “Ce l’avevo proprio qui, la tenevo, ma mi è scappata…”. Mi alzai e tornai indietro. Tenevo la biglia chiusa nel pugno. Guardavo per terra mentre tornavo da Anna, e solo quando le fui di fronte rialzai lo sguardo. «S’è persa?», disse e si strofinò l’occhio con l’indice. Misi le braccia dietro la schiena e cominciai a recitare: «Ma dov’è la bella figlia? Ma dov’è la sua biglia? E la foglia che ha nel cuore è il segreto del suo grande amore…», poi stesi i pugni verso Anna. Lei spalancò gli occhi e arricciò il labbro, scoprendo gli incisivi storti.
Cominciò a scrutare i pugni: prima il destro, poi il sinistro. Aggrottò la fronte e si morse il dorso della mano:
«Dai, dimmi dov’è!»
«No. Lo devi indovinare.»
«E sei poi sbaglio?»
Anna mi guardò: aveva le ciglia bagnate come se avesse pianto. Mossi un po’ le dita della mano sinistra. Lei se ne accorse e subito la indicò: «Qui!». Capovolsi il pugno e aprii lentamente le dita: «Meno male…», disse Anna e sorrise. Prese la biglia dal mio palmo, la strinse e la portò al petto socchiudendo gli occhi.
«La mia biglia, è proprio la mia biglia.»
«Però non farla cadere più.»
«Sei stato tu a farla cadere!»
«Perché tu me l’hai data male.»
«Non è vero! Per una volta che te la volevo fare vedere bene… sei tu che hai le mani malate.»
Ci sedemmo nuovamente sulla panchina del giardinetto. Io e Anna avevamo 24 anni e non ci eravamo mai toccati. Solo una volta le avevo preso la mano, lei l’aveva subito lasciata e io allora avevo riso dicendole che era tutto uno scherzo.
«Insomma, Anna, che mi dovevi dire?»
«Niente. Ti volevo far vedere la biglia.»
«Già l’avevo vista.»
«Sì, ma magari non te la ricordavi più. E poi non te l’avevo mai data in mano.»
Presi il pacchetto di sigarette dalla tasca dei jeans, lo aprii, diedi un colpetto sul fondo, lo portai alla bocca: «Quindi non mi devi dire niente», dissi, afferrai una sigaretta con i denti, l’accesi, inspirai e soffiai via il fumo. Anna aveva quella canottiera grigia che aveva comprato al mercatino; quella con il teschio stampato sul davanti. Il mese scorso l’aveva persa. Aveva cercato nei cassetti, nell’armadio, sotto il letto. Mi aveva domandato se per caso l’avessi presa io. Le avevo risposto che non me ne facevo niente della sua canottiera, che era proprio una cretina a pensare che ce l’avessi io. Poi ero tornato a casa e avevo messo tutto sottosopra: avevo frugato tra i vestiti, avevo spostato i mobili, avevo cercato dappertutto. L’indomani, mi aveva detto di averla ritrovata, tutta sgualcita, dentro lo zaino per le gite. Mi aveva chiesto scusa ed ero rimasto deluso.
Anna tossì e scacciò via il fumo agitando una mano davanti al naso:
«Oggi proprio non lo so cos’hai. Quando fumi è perché sei nervoso.»
«Non è vero. Ma poi che devo avere?»
«Non lo so, qualcosa…»
«E grazie, tu stai qui e non mi dici niente. Prima mi dici di vederci e poi non parli.»
Anna mi guardò, le spuntarono due piccole rughe al centro della fronte: «Cosa ti devo dire? Domani parto, lo sai.»
«Parti, è vero.»
Anna aveva un neo vicino l’occhio destro. In estate metteva sempre gli occhiali da sole grandi col bordo bianco. Le stavano male, glielo dicevo quanto erano brutti ma lei non mi ascoltava e mi interrompeva facendo: “Bla bla bla!”. Per tutta l’estate non vedevo più il neo e quindi non la riconoscevo. Continuavo a salutarla e parlarle solo perché mi sembrava giusto così, perché sapevo che la dovevo sicuramente conoscere, anche se mi veniva difficile. Così, certe volte mi stancavo e mentre mi parlava le mettevo una mano in faccia, le afferravo quegli schifosi occhiali e iniziavo a correre mentre mi urlava parolacce. Poi mi fermavo, mi voltavo a guardarla, per riconoscerla, finalmente: stava in piedi, ferma a fissarmi, seria, e teneva una mano vicino l’occhio, con un dito sul neo.
«E dove vai? Dove parti?»
«Ma lo sai!»

Anna era stanca della nostra città, diceva sempre che si sarebbe ammalata a restarci. Era brava in inglese, molto più brava di me. Partiva per l’Inghilterra. Andava a fare la cameriera anche se odiava parlare con gli estranei. Anna aveva sempre quella biglia in tasca da quando aveva nove anni. Quando era nervosa la stringeva forte finché le nocche non gli diventavano bianche, e sussurrava: “Proteggimi, proteggimi…”. Altre volte se la infilava in bocca e la passava da guancia a guancia come una caramella, la risputava fuori, la strofinava sulla maglietta: “Adesso è pulita”, diceva e sorrideva.
Era l’ultimo pomeriggio che avrei visto Anna. Le avevo detto: “Facciamo questo gioco: parliamo come se domani non parti”. Lei mi aveva detto che ero un cretino, che al contrario, voleva dirmi tutto in modo diverso, parlare delle cose nuove che stavano capitando. Voleva raccontarmi delle sue valigie, di cosa aveva messo dentro e di come ci fosse dovuta saltare su con le ginocchia per chiuderle; degli avvertimenti che le aveva fatto sua madre sul non bere e sul non dimenticare di mangiare la frutta; di come non le sarebbe mancato per niente guidare la macchina; del numero di telefono che avrebbe dovuto cambiare. Poi era rimasta in silenzio, mi aveva guardato, aveva battuto una mano sulla coscia e aveva sorriso a bocca chiusa. Così, avevo cominciato a parlare come se lei non dovesse partire: «Domani ti va di andare in quella nuova gelateria che hanno aperto? Ah … non mi ricordo come si chiama, forse Gelatone, Gelatiere. Ci siamo passati davanti l’altro giorno, ti ricordi? Sì. Domani tu prendi pistacchio e io prendo nocciola. Se fanno buoni questi gusti, allora sono bravi a farli tutti. Domani a che ora ci vediamo? Domani possiamo andare anche al parco di pomeriggio, porto le racchette, ti va? Però dobbiamo stare attenti perché c’è rimasta solo una pallina. Non fare al solito tuo che ci metti troppa forza e poi la fai volare, e poi devo andare io a riprenderla perché tu non ti vuoi muovere, e poi grazie che alla fine sono io quello più sudato. Sempre se domani non fa brutto… ma domani ci sarà il sole, me lo sento. Guarda, il cielo è pulito. Domani farà bello». Anna ascoltava senza guardarmi, si mordeva il dorso della mano. Poi si era voltata verso di me, aveva riso e aveva gli occhi strani, il naso strano, la bocca strana, il mento strano. Sembrava già un’altra persona. «S’è fatto tardi», disse e si alzò dalla panchina. Mi alzai anche io, gettai la sigaretta per terra e la pestai. Anna mosse la mano verso di me: aveva il segno rosso dei denti sul dorso. Avvicinai la mano, la misi sotto la sua, lei ci lasciò cadere dentro la biglia: «Conservala tu», disse. «Ciao», aggiunse e fece il saluto militare tirando fuori la lingua, io lo ricambiai come facevamo sempre. Si girò e cominciò a camminare. Uscì dal cancello del giardinetto, risalì il viale fino alla fine della strada, poi prese a destra. Non si voltò per tutto quel tempo.


Noemi De Lisi (Palermo, 1988), laureata in Giornalismo per uffici stampa all’Università di Palermo. Nel 2009 alcune sue poesie sono pubblicate su “Nuovi Argomenti” N°45. Dal 2013 al 2014 frequenta da borsista il corso di scrittura “L’anno del romanzo” con Giulio Mozzi e Carola Susani, organizzato e promosso dal Centro Studi Narrativi Le città invisibili. Nello stesso periodo vince la XII edizione del concorso Subway-letteratura. Nel 2015 è inserita nell’antologia “Post ‘900. Lirici e narrativi” (Ladolfi) con una prefazione di Carlo Carabba. Nello stesso anno, il suo racconto “Carcassa” viene pubblicato sul blog letterario “Vibrisse – bollettino di letture e scritture” a cura di Giulio Mozzi. 

C'è vita su Marte, un racconto di Matteo De Chiara

Non ha un’aria qualunque, non l’ha mai avuta. Anche se ha solo sedici anni.
Anche se non ha nient’altro eccetto la sua età.
Mentre guida le sembra di essere qualcosa di più di una ragazza. È una sensazione che la riempie di vertigine ed euforia: sentirsi lanciati, liberi, fa questo effetto.
Sa che non si tratta di un gioco, non a questo punto. È sola, e nella sua solitudine avverte una specie di solennità che non ha provato prima. Ha la sensazione che questo momento avrà un peso nella sua vita. L’ha capito nell’istante in cui ha preso le chiavi dell’auto di suo padre ed è scesa in strada. Guardare il suo quartiere a quell’ora di mattina l’ha fatta sentire in collisione col mondo. Non c’entra solo suo padre, quello che si sono detti, ma tutto quello che le manca, che non ha mai avuto.
C’entra soprattutto lei.

Ha spinto l’acceleratore e ha sentito la macchina assecondare la sua voglia di allontanarsi. Non ha pensato a nient’altro. Si preoccupano delle conseguenze quelli che non hanno niente da cui fuggire. Quando suo padre si accorgerà di quello che ha fatto sarà tardi.  Ormai sta andando. Non sa ancora dove, conta solo che ci sia il mare. Ha passato l’ultimo inverno a immaginare l’acqua in movimento, l’orizzonte che si staglia indifferente sulla superficie increspata, torbida. La sensazione di apertura che trasmette. Anche se la vita non è una cartolina. Questo l’ha imparato bene.

Forse anche per questo sua madre ha voluto chiamarla Serena.  In origine voleva dire asciutto, secchezza. Un modo di ripulire il corpo, le idee da illusioni o tentazioni romantiche. Per lei Serena non ha mai significato altro. Niente che riguardi davvero la felicità, la limpidezza. È tutto quello che le ha lasciato prima di andarsene. C’è stata una specie di consegna in quel nome che l’ha aiutata a rispettare con la sua assenza. Per ritorsione Serena ha portato con sé dei vestiti dimenticati in fondo all’armadio, indizi della personalità di sua madre che lei non ha potuto trascinarsi dietro: foulard e camicie estive dalle tonalità accese che lei metteva anche d’inverno. Non ha mai sopportato i colori a tinta unita, aveva bisogno di abiti che suggerissero mondi inventati, che rimandassero alla sua voglia di essere altrove.
Dal finestrino aperto Serena lascia andare via qualcosa, un po’ alla volta: una canottiera nera, una gonna, dei pantaloncini succinti. Spesso ha tenuto quegli oggetti tra le mani, li ha annusati in cerca dell’odore di sua madre, delle tracce sprigionate dal suo corpo. Voleva impossessarsi della vita che circolava al suo interno, un’esistenza fatta di contrasti e anni vissuti in bilico. L’effetto di un’anima incrinata. Ora li abbandona in quel modo. Sono residui di lei che si mischiano all’erba, confondendosi  con le altre cose inutili di cui ci si libera.
“Cazzo, è davvero grande”.
È l’unica cosa che riesce a pensare, un pensiero ripetuto a voce alta che si riferisce a tutto e niente mentre accende la radio. Trasmettono una canzone di Bowie che le piace e la proietta indietro, dentro un altro momento.
Il modo in cui lui l’aveva fatto in fondole era piaciuto. Era stato brusco ma non c’era stato dolore, come le aveva promesso. Il dolore vero riguarda altre cose. Le avevachiesto solo di aprire di più le gambe, di farlo entrare senza sforzi. Serena aveva fatto così, mentre fissava le sue cosce scoperte spalancarsi nell’ombra. Osservare quella parte di sé tesa, proiettata nel vuoto, le era piaciuto più di ogni altra cosa. Aveva trovato irresistibile la simmetria dei muscoli e delle ossa, la loro lunghezza pallida che assecondava i movimenti di lui. Tutto il suo corpo stava rispondendo con facilità. Per aiutarla lui aveva acceso la radio. Davano quella stessa canzone.
Non era durato molto. Più che altro era stato un modo di rovinarsi insieme o di rovinare solo se stessa. Non può esserne sicura. Probabilmente non lo saprà mai. A casa, d’impulso, aveva svegliato suo padre. Certe esperienze dovrebbero confidarsi alla madre, se solo ce ne fosse una a cui raccontarle.

“Non sono più una ragazzina”.
La risposta di suo padre era consistita in uno schiaffo. Lei aveva avvertito il peso della mano, le nocche sporgenti contro lo zigomo e la guancia, come se qualcosa la stesse scavando di nuovo dentro. Il taglio aveva sanguinato subito. Per tamponarlo era bastata un po’ d’acqua. L’effetto l’aveva delusa, avrebbe voluto che almeno una parte di lei sanguinasse ancora per  un po’.  Da quel momento lei e suo padre si erano guardati in modo diverso. L’aria selvatica di Serena, da adolescente in preda a impulsi ormonali, si era inasprita. E anche quella precocemente invecchiata di suo padre. I loro sguardi entravano in collisione appena si incrociavano. La scomparsa di sua madre li ha uniti solo per poco. Un poco che non è bastato a tenerli insieme.
Non hanno neanche provato a cercarla. A che serve cercare qualcuno che decide di andarsene.

La sua immagine nello specchietto. Serena si accorge di essere spettinata, delle occhiaie viola si sono impossessate della sua espressione. Le conferiscono un’aria adulta, trascurata. Non ha fatto in tempo a guardarsi, prima. Ha messo solo qualcosa in una sacca. Non ha pensato ai soldi, ma allo spazio che le serviva e che si è presa. Non c’è nessun risvolto pratico nella sua fuga, solo l’esigenza di fare in fretta. Ripete le parole delle canzone, Life on Mars?, indirizzandole contro il mondo fuori dal finestrino. Il paesaggio non risponde. È ancora troppo vicina alle sue origini. Anche se non dovrebbe trovarsi lì, alla guida di un’auto. Non dovrebbe neanche saper guidare. Invece ha imparato da sola in un parcheggio abbandonato, tra carcasse di vecchie automobili che l’attiravano per via della loro aria inutile. Era riuscita a farne ripartire una. Avvolta dalla carrozzeria deformata aveva la sensazione che gli urti che le aveva lasciato la vita fossero visibili, mostrando quello che c’era dentro di lei. Le piaceva quell’idea di sentirsi come modellata nel metallo, una cosa che si ribellava all’idea di essere buttata via. È stata questa la spinta.
Ha pensato che guidare le sarebbe servito. Ha scopato pensando che, in qualche modo, le sarebbe servito. Era in cerca di un contatto fisico che le lasciasse un segno.
“Stringi più forte”.
Gliel’aveva detto sua madre, dopo che lei l’aveva abbracciata. Un altro genere di contatto,  da ragazzina, quando Serena si lasciava andare a quel tipo di slanci. Forse era davvero colpa sua, non era riuscita a trattenerla tra le sue braccia. Eppure non era stato quel momento a lasciarle un segno, ma quella frase che pesa ancora nella sua vita. Mentre glielo diceva sua madre sapeva già che se ne sarebbe andata. Con suo padre invece non ci sono mai stati dei veri contatti, niente di fisico, solo dei lunghi sguardi prima di quello schiaffo. È il massimo che si possa ricevere da uno come lui. Ha un bar, più che un lavoro rappresenta un modo di tenersi in equilibrio: trascorre il tempo con degli estranei servendo da bere e ascoltandoli (sempre in quest’ordine).  
Serena si affaccia dal finestrino per respirare. Apre la bocca in cerca d’aria. Si sforza di far uscire una quantità di rabbia che minaccia di contaminare i suoi organi interni.  La rigenerazione dei tessuti nel mondo vegetale è un processo naturale, l’ha letto nel suo libro di biologia, l’unica materia che ha sempre studiato con una certa passione. Si chiede se possa essere così per altre cose invisibili, come i sentimenti. Per un momento le sembra possibile. Un momento che coincide con un’idea di felicità che non dura a lungo: l’indicatore della benzina segna rosso. È obbligata a fermarsi, appena in tempo per raggiungere una stazione di servizio. Parcheggia male occupando più spazio di quello che le occorre. Non le importa, ovviamente, mentre resta seduta a osservare il passaggio dei viaggiatori. Il loro anonimato la tranquillizza, anche se non sa ancora come farà a trovare i soldi che le occorrono. 
“In un modo o nell’altro”.
Sua madre usava spesso quella frase, più che altro a sproposito, ma ora le sembra l’unica risposta che funzioni. L’unica che le dia la quantità di coraggio necessario per uscire.
In un modo o nell’altro.
Si scuote dalla felpa la forfora e i capelli. Si pettina con le mani, mordendosi il labbro. Non si piace, anche questo non è un fatto nuovo. È bella, eppure non vuole saperlo. Attraversa il parcheggio con la sua aria desolata, immatura. Le maniche della felpa nera le scivolano fino alla punta delle dita. Un’altra parte attraente che non sa di avere: sono dite lunghe, passionali, trascurate. Quella notte le ha fatte scivolare nei pantaloni di quell’uomo, perché di questo si trattava, mentre la stava riportando a casa. Un modo per sdebitarsi di quello che le aveva dato o le aveva tolto. Per lei era lo stesso.
All’ingresso della stazione di servizio un’attivista distribuisce volantini verdi con una scritta in nero: per i bambini il pericolo è ovunque! Mentre li tende soffia sulla sua frangia che sembra essere stata tagliata di netto, con un colpo di coltello più che di forbice, lasciando scoperti i suoi lineamenti e un livido sull’occhio che ha tentato di nascondere con del fard. Ha l’aria di chi è cresciuta in fretta. A volte si sfiora l’occhio come se volesse sentire ciò che resta di quel dolore, o ricordare a se stessa che c’è stato. Più che dalla frase Serena è colpita da quel punto esclamativo: ha un’aria così solenne, come per chiudere bruscamente ogni discorso. Raccoglie il volantino e lo schiaccia lentamente nel pugno, lo sente sfregare contro il palmo della sua mano prima di buttarlo via.
L’uomo di quella notte  aveva trent’anni, l’ha sedotta con poche parole e lei ha lasciato che facesse quello che voleva. Ha sentito il bisogno di buttarsi via. Dopo l’ha rivisto solo una volta, per strada. Lui l’ha guardata appena. Era con sua moglie, le teneva una mano su un braccio, impedendole di staccarsi da lui. La moglie aveva un’aria dimessa, di chi subisce senza protestare.
Forse è per questo che a Serena piace osservare le coppie, per immaginare un futuro che la sfugge. Ce n’è una a un tavolino, hanno due bambini piccoli, recalcitranti, che rifiutano il cibo come se si trattasse di una specie di penitenza. I genitori li portano via con un’aria esausta, lasciando bibite a metà e panini appena assaggiati. Si tratta di cose sprecate, avanzi di giovinezza che Serena consuma in fretta, masticando e bevendo con lunghi sorsi clandestini. Nessuno si accorge di quello che sta facendo, eccetto una donna matura con un soprabito grigio. La osserva con un’aria comprensiva, quella di qualcuno che può essere tutto: un’amica, una complice. È  una presenza che ha qualcosa di rassicurante. Serena le passa accanto; i loro sguardi si incontrano, sono quasi sul punto di toccarsi, ma non succede. Non c’è niente a eccezione di quella voglia reciproca, trattenuta,  di permettersi un gesto.
“Hai una sigaretta?”
Si è avvicinata a un ragazzo, almeno le sembra che lo sia per via dei lineamenti su cui si stagliano  lunghi capelli bianchi legati, che fanno risaltare degli occhi acquosi. È un ragazzo/uomo, uno di quelli che avranno sempre un’aria giovane e precocemente matura allo stesso tempo. Le ha acceso una sigaretta che Serena fuma con un’aria presuntuosa, estrema. Rifiata appena tra una boccata e l’altra, ha la sensazione che il fumo oltre a toglierle ossigeno, consumi un po’ della sua vita passata. Anche il ragazzo/uomo ne accende una, la stringe tra le labbra pallide, sottili, niente di più di una fessura al centro del suo volto.
“Sei di qui?”.
Serena fa cenno di no. Non è di lì, si può dire che non è più di nessuna parte.  Anche la sua età, i suoi progetti, sono in sospeso. In fondo le provoca un piacere amaro sapere di non essere legata a niente.
“Sei sola?”.
Serena si guarda intorno. Fa cenno di no, un’altra bugia che non le costa niente.
“Dove stai andando?”.
“Da nessuna parte”.
“È un posto dove mi piacerebbe andare”.
“Piacerebbe a tutti”.
Il ragazzo/uomo annuisce mentre rivolge lo sguardo in direzione del parcheggio. In un’auto in sosta una donna dall’aspetto contrariato sembra attendere solo che lui la cerchi.
“È tua moglie?”
“Una specie …”.
L’espressione si incupisce, drammatizzata  dai capelli bianchi che gli scivolano sulla fronte.
“Mi servono dei soldi, per ripartire”.
Il ragazzo reagisce con una smorfia.
“E andare da nessuna parte …”
“Già”.
“Con me caschi male, ha tutto quella lì”.
La donna nell’abitacolo dell’auto, seduta nel lato del passeggero come se fosse ammanettata.
“Mi lasci il tuo numero di telefono?”.
Serena si morde le labbra, sa già dove vuole arrivare.
“Perché, vuoi chiamarmi? Comunque non ho un cellulare”.
“Non hai telefono, né soldi. Allora cos’hai?”.
“Ho lei”.
Con un cenno indica la donna con il soprabito grigio. In quel momento è un’incarnazione di tutto quello che vorrebbe. Di tutto quello che le manca.
“Quella è mia madre”
Annuisce, per un momento è convinta che possa esserlo davvero.
“Mi lascia persino guidare”.
“Non sei giovane per guidare?”.
“E tu non sei giovane per una come quella?”.
Indica la donna nel parcheggio che sta ancora spettando. Il ragazzo dà un altro tiro alla sigaretta con un’aria sfuggente.
“Forse”.
A un tratto quei lineamenti che rimandano alla sua giovinezza sembrano svaniti. Al loro posto resta solo un pallore immaturo e i segni della barba rasata in fretta: la pelle scorticata, rossa ai lati del collo. Se ne va rigido, spettrale, senza un saluto. La donna fuori lo sta aspettando, lo abbraccia come per imprigionarlo. A nessuno dei due devono piacere le cose facili. In fondo neanche a Serena. Guarda il ragazzo mettersi alla guida dopo che sin sono baciati a lungo, con una violenza naturale. Deve essere uno di quelli imprudenti, che corrono per non annoiarsi o per non perdere tempo. Tutti e due devono avere delle esperienze rovinose alle spalle: persone lasciate in fretta, case abbandonate di notte trascinandosi dietro valigie scarne, senza effetti personali. Probabilmente hanno un destino in comune; chissà qual è.

Costringono Serena a pensare a sua madre. Dovunque sia, nessuno può raggiungerla. È cosi anche per lei. Le occorrono solo dei soldi per ripartire. In fondo la donna in grigio è ancora lì, seduta al suo posto, con un’aria assorta. Sembra aspettare che lei si decida. Le va incontro cercando di darsi un’aria adulta, motivata.
“Ho bisogno di soldi, capirà”.

Se lo ripete senza chiedersi perché un’estranea dovrebbe capire. Forse perché gli altri, suo padre, sua madre, quelli che ha considerato sempre vicini non l’hanno mai fatto. Capire è una questione di chimica, a volte l’effetto di una reazione epidermica. Sì, ti capisco … è tutto quello che ha sempre voluto sentirsi dire.
La donna ha un tazza di caffè tra le mani, la tocca con una leggerezza strana, personale. Ha l’aria di qualcuno a cui basta sfiorare le cose per impreziosirle. Tutto nel suo aspetto sembra spontaneo, anche i segni della sua età. La madre di Serena sarà così tra qualche anno, ma lei può solo provare a immaginarlo.
“Scusi …”.
Ha detto così. Avrebbe voluto iniziare in modo diverso, più vero, con un lei mi ricorda una persona, ma le parole non sono venute. Al loro posto è rimasta una strana consistenza in fondo alla bocca fatta di metallo e saliva, di cose rimaste in bilico. Irrecuperabili.
“Sì?”.
Non riesce ad andare avanti, si accorge che le trema una mano. Deve nasconderla in una tasca della felpa. Stringe il pugno. Si detesta, e non sa come smettere. Mentre la donna la guarda il suo mondo corre indietro, si confonde in una quantità di ricordi: è al mare mentre cerca di restare a galla agitando le braccia per non affondare. Poi una corsa furiosa lungo un prato e un ginocchio che sanguina per effetto della caduta. Allora le piaceva perdere l’equilibrio, ferirsi. Vedersi messa a nudo. L’effetto era sempre lo stesso: un’equivalenza di sbagli senza conseguenze, di giochi rotti e pianti passeggeri. 
“Sì?”.
“Niente”.

Serena indietreggia, riprende posto nel corridoio. Pensava di poterci riuscire, di essere in grado di chiedere dei soldi. Con qualunque altro estraneo ne sarebbe stata capace, magari inventando una storia strappalacrime, ma con quella donna … Con lei non ha voluto mostrarsi com’è in realtà: in fuga, solitaria. Forse allo sbando. Cerca il parcheggio, il flusso costante dei viaggiatori che si fermano e ripartono. Si proietta nella vita di ognuno di loro: mogli, fidanzate, donne in cerca di un approdo. Prova a captare qualcosa delle loro vite per riempire i buchi della sua. Quasi non si accorge della mano che le batte sulla spalla, spingendola a voltarsi. È una delle ragazze che lavorano lì,  ha un cappello con una visiera rossa. In un altro momento ne avrebbe voluto uno uguale a quello.
“Da parte di quella donna”.
Indica la fila dei tavolini mentre le tende un biglietto stropicciato da cinquanta. Si tratta solo di carta ma nella vita non conta molto di più. Serena annuisce, mentre all’interno è attraversata da un sussulto. È  felice di non vedere la sua espressione in quel momento: scoperta, infantile. Cerca la donna, ma non è più al tavolino. Si guarda intorno mentre  continua a sentirsi vulnerabile e euforica. Si sente parte del mondo.
La nota nella piazzola di sosta. Sta entrando in un’auto scura, la mano posata sullo sportello. In quel momento si volta. C’è un’altra intermittenza, un incrociarsi di sguardi come in certi film. La donna sorride, di rimando anche Serena. Un attimo dopo è già partita.
Non c’è l’ha fatta ad andare fuori. L’effetto poteva essere troppo immediato, pericoloso: avrebbe dovuto affidarsi alle parole, alla banalità di un ringraziamento. Si sorprende ad alzare la mano in direzione della macchina. La donna non può vederla, la carrozzeria è un’ombra sotto un cielo troppo azzurro, quasi insopportabile. Anche in momenti come questi si può avere paura.
Fuori, si concede un lungo respiro prima di  sedersi al volante e mettere in moto. È di nuovo un ingranaggio che funziona.
But her mother is yelling no
And her daddy has told her to go
But her friends is nowhere to be seen
Now she walks throught her suken dream
To the seat with the clearest wiew

Mormora le parole della canzone con la sensazione di trovarsi proiettata su uno schermo d’argento. La sua vita in questo momento non assomiglia affatto a un film noioso.
Suo padre, sua madre fanno parte dei suoi pensieri più lontani. Sono una parte di passato e di spazio: vivono in un universo freddo fatto di stelle opache.
Come si può pensare che lì possa esserci vita?


Matteo De Chiara, nato a Salerno,  è stato segnalato alla XXII ediz. del premio Calvino.  E’ autore del  romanzo ,Il corridoio delle voci, (La vita felice, Milano) recensito, tra gli altri, su: Radio 105 (bellissimo) e Bookblister(un grande esordio); L'indice dei libri di aprile 2013(l'estrema tensione che promana dalle pagine del romanzo[...] non può non far pensare al Simenon non maigrettiano). È rappresentato dall’Agenzia letteraria Kalama.

Festa, un racconto di Valentina Maini

In principio andavamo in piazza per l’acclamazione una volta alla settimana. Era per noi il giorno di festa. Vi dedicavamo gran parte delle nostre energie e delle nostre attese. Noi uomini indossavamo un completo elegante, appena stirato, scarpe lustre, talvolta una cravatta, noi donne ci preparavamo sin dal primo mattino, studiavamo ogni particolare per apparire luminose, lisce, desiderabili. In principio noi bambini restavamo a casa. In principio la festa non era per noi. Sapevamo che le cose sarebbero cambiate, che era in atto una rivoluzione. Ma aspettavamo in silenzio, potevamo solo immaginare. Noi adulti uscivamo di casa, a braccetto, o mano nella mano, e camminavamo come se splendesse sempre il sole, e se non c’era sole, lasciavamo che la pioggia ci bagnasse, sorridendo, come se si trattasse di un bagno purificatore. Arrivavamo che la piazza era già piena di molta gente come noi, e aspettavamo vicini, stretti, l’inizio della cerimonia. Il proiettore veniva acceso non appena calava il silenzio. Il telone bianco si colorava di una tinta leggermente più scura che i più attenti riuscivano a riconoscere, se non c’era troppa luce, se le condizioni atmosferiche erano favorevoli alla visione. Quel leggero incremento di ombra, quel distacco dal bianco iniziale, indicava che il rito era cominciato.
In principio venivano scelti. In principio erano pochi, pochissimi. Li guardavamo ammirati, talvolta invidiosi, eppure consci del nostro potere su di loro, del nostro assoluto potere su di loro. In qualche modo ci consolava della nostra piccolezza, avevamo l’impressione che ci facesse crescere. Avevamo l’impressione che ci rendesse migliori. Non potevamo sapere chi fossero, fino alla proiezione. A quel punto la loro immagine appariva e finalmente potevamo avere accesso ai loro occhi, alla forma dei loro occhi, al colore e alla grana della pelle, al loro modo di guardare, di guardarci. Soprattutto, potevamo avere accesso all’immagine che essi stessi volevano consegnare a noi, al modo che avevano scelto per presentarsi a noi. Questa era un’immagine immobile, immutabile: infinita. Una sola foto. Una sola foto per dirci chi erano e quale fosse la loro direzione, in che modo avevano scelto di condurre la loro esistenza e perché. Una sola foto per supplicare salvezza. Di fronte a noi si stagliavano sguardi puntati verso l’obiettivo, profili più o meno definiti, espressioni e luci che indicavano un carattere, un umore, un certo modo di osservare il mondo. Questa era la fase dell’esposizione. Nessuno guardava più gli uomini e le donne, minuscoli, sul palco: solo le loro foto esistevano, proiettate sullo schermo che noi fissavamo ipnotizzati, sedotti, come distrutti dalla fame. Non dovevamo fare altro che votare, scegliere a quale sguardo dare fiducia, a quale sguardo credere. A quale fotografia attribuire bellezza. In principio esistevano metri di giudizio, e ad essi dovevamo attenerci tutti. Questi potevano riguardare, per esempio, un certo equilibrio dell’immagine, l’uso proporzionato o originale dei colori, la morale o il messaggio implicito allo scatto, l’oggettiva bellezza o espressività del volto. Non potevamo sapere che presto, questi criteri, avrebbero fallito. Non potevamo immaginare niente. Tutto quello che sapevamo fare era giudicare in base ai principi che ci venivano forniti e che a noi dovevano sembrare eterni. A quel tempo era bello un volto nobile, simmetrico, dalla pelle chiara e dagli occhi a mandorla. A quel tempo era attraente una fotografia composta, dai colori caldi e accesi, in cui ogni contorno fosse definito, senza sfumature. A quel tempo avevamo solo idee certe, senza crepe. Eravamo tutti d’accordo. Non potevamo avere dubbi. La fotografia rimaneva proiettata per tre minuti. Una volta terminati, solo allora, toccava a noi.

In principio non eravamo consapevoli di quanto potessimo ferire. Ci limitavamo ad acclamare o a fischiare o a dare segni di totale indifferenza, cercando di seguire le direttive ufficiali. Forse non ce ne rendemmo mai conto. Le nostre reazioni erano, in ogni caso, civili, si muovevano all’interno di una stretta gamma di risposte possibili. Il nostro giudizio veniva misurato in qualche modo, anche se non ci venne mai spiegato con che strumentazione. Pensavamo si trattasse di un apparecchio sensibile al rumore, al crescere del rumore, all’intensità dei nostri applausi. Pensavamo esistesse un marchingegno capace di misurare quanto ogni suono distasse dal silenzio. Il silenzio era il risultato più temuto. Spesso loro raccontavano che, dal palco, il silenzio assumeva volti spaventosi, dicevano che avrebbero fatto qualsiasi cosa purché qualcuno parlasse, fischiasse, avrebbero preferito un insulto o un’oscenità. Allora pregavano. Pregavano per un applauso, un fischio, un insulto, un’oscenità. Dicevano che non potevamo nemmeno immaginare cosa volesse dire osservare il proprio volto, smisurato, immobile, stagliarsi su una piazza silente. Dicevano che era come una ghigliottina che non cade, che non si decide a cadere. Dicevano che era come vedere la propria testa spaccata, il sangue che esce a fiotti, e non riuscire a morire. Sì, molti di loro dicevano che era come non riuscire a morire. Eppure noi stavamo zitti. Se ci andava, stavamo zitti. Noi donne, e noi uomini, se una fotografia ci sembrava banale, un volto privo di interesse, ordinavamo a noi stessi il silenzio. In principio, infatti, non potevamo avere pietà.

Loro, i pochi, assistevano dal palco all’acclamazione. Una volta mostrate tutte le fotografie, una volta esposte alla piazza per i tre minuti consentiti, si comunicava il verdetto. Loro attendevano schierati, uno a fianco all’altro, la schiena rivolta alla platea. Non esistevano vincitori, ma esisteva un perdente, uno solo. L’addetto poneva la mano sulla spalla di chi era stato scartato. A quel punto la foto del suo volto veniva incollata nel registro bianco, segno che il rito era terminato. A partire da quel momento, di quell’uomo, di quella donna, non si sarebbe più saputo nulla.

Un giorno un uomo raccontò della volta in cui rischiò di essere espulso, la volta in cui per poco la sua foto non venne incollata nel registro bianco. Voleva essere ascoltato, ma noi fingemmo di non sentire. Si mise a sbraitare tra la folla, e noi continuammo a fingere di non ascoltarlo. Ma lo ascoltammo. Diceva che non avremmo mai più dovuto stare zitti. Diceva che il silenzio era la nostra colpa. Diceva che era il nostro silenzio a condannare gli esseri umani all’espulsione. Che anche in futuro, avremmo ucciso stando zitti. Poi il suo volto scomparve tra gli altri poco prima che il rito iniziasse. Noi non rispondemmo.

Col tempo qualcosa cambiava, ma in maniera impercettibile, per noi che vivevamo, che non potevamo fare altro che vivere. Se fosse esistito qualcuno fuori – fuori dalle regole, dalla piazza, dal mondo – se un morto, per esempio, avesse potuto guardarci, si sarebbe accorto di tutto, se avesse potuto parlare, ci avrebbe detto tutto. Forse, allora, avremmo potuto fermare il meccanismo, avremmo potuto per lo meno provarci. Invece noi continuavamo ad andare in piazza per l’acclamazione, continuavamo ad applaudire, rifiutare, decidere, mentre il rito, lentamente, si trasformava. All’inizio pensavamo fosse solo imprecisione. Come se le maglie si stessero allargando, come se qualcuno avesse smussato gli angoli di un procedimento che fino ad allora ci era parso infallibile. La cerimonia era semplicemente meno esatta, i minuti di esposizione variabili, l’ufficialità dei gesti meno conclamata. Tutto era uguale, nulla di sostanziale era mutato. Eppure, sotto i nostri occhi ignari, tutto cominciava a franare.

Fin quando ci dissero che avevamo la possibilità di dire qualunque cosa, che potevamo lasciarci andare. Il comunicato fu trasmesso un giorno di festa come un altro. La voce arrivava da chissà dove, ma parve a tutti noi vicina. Come una specie di passaparola che non giungeva dall’alto, ma intorno, come un consiglio sussurrato all’orecchio. Dimenticate. Dimenticate tutto quello che vi è stato detto. Ci dissero che avevamo molti diritti, e il dovere di esercitarli. Ci dissero di scordare i ritmi, le regole, che potevamo scegliere noi il tempo di esposizione della foto in piazza, che potevamo reagire come volevamo a qualsiasi immagine, ci dissero di abbandonare educazione, parametri di bellezza, che potevamo fare quasi tutto. Noi non ci credemmo. All’inizio continuammo a obbedire. Pensavamo fosse una prova, che ci stessero mettendo alla prova. Pensavamo che ne andasse della nostra vita.

Finché cominciammo a salire sul palco, a esporre le nostre foto. Un giorno qualcuno decise che era venuto il tempo di passare dall’altra parte, di vedere la piazza dal lato dei vincenti. Di assumersi dei rischi, il rischio di sparire, di entrare nel registro bianco e sparire. La prima volta, fu il gesto più straordinario cui avessimo mai assistito. La prima volta fu come l’unica volta, l’unica in cui ci sembrò di guardare una cosa viva. Uno dopo l’altro, quegli uomini e quelle donne salivano sul palco, aggiungendosi ai pochi. Quegli uomini eravamo noi. Quelle donne eravamo noi. Uno dopo l’altro, eravamo noi a salire, prendere il posto che fino ad allora ci era stato negato. Uno dopo l’altro, eravamo noi ad essere guardati.

I nostri volti erano immensi. Eppure tradivano. Le sopracciglia, gli occhi, la grana della pelle, i denti, tradivano. Ci vergognavamo, pregavamo. Affinché nessuno si accorgesse dei disequilibri, delle imperfezioni, di una qualche forma di pudore annidata tra i nostri lineamenti. Non appena la folla mostrava segni di approvazione, il nostro terrore svaniva, la nostra vergogna non era più vergogna, ma orgoglio. Ci sembrava di meritare tutto quell’amore. Se la folla non applaudiva, invece, se non urlava, provavamo a scendere dal palco, a scappare, mescolandoci a tutti gli altri. Era possibile, spesso riuscivamo a farlo. Nel registro bianco i nostri nomi venivano scritti, poi cancellati, modificati. Le nostre foto si staccavano, rimanevano tra le pagine come segnalibri senza importanza. Il registro passava di mano in mano, e ognuno poteva apportare le modifiche di cui aveva bisogno. Pensavamo di non correre più nessun rischio.

I giorni di festa cominciarono ad aumentare. Presto furono più frequenti dei giorni feriali. Non esisteva più una scansione ufficiale, semplicemente ci si recava in piazza in qualsiasi momento, e sempre qualcuno aspettava, e sempre qualcuno esponeva una sua foto. La piazza non era più piena come un tempo, ma lo era sempre. Alla minore densità, si sostituiva una maggiore frequenza, una perfetta distribuzione. Il tempo aveva in qualche moto diluito la cerimonia, trasformando il rito originale in una serie di copie sbiadite in cui i particolari non si riuscivano più a vedere, in cui la piazza era uno spazio dipinto con un colore sfumato, uniforme. Una sostanza perfettamente omogenea, senza grumi, senza ristagni di colore. Priva di qualsiasi ufficialità. L’ingranaggio cominciava a incrinarsi, la sua forza sembrava spegnersi giorno dopo giorno. Non esisteva più una vera e propria cerimonia, ma un insieme di regole approssimative che sembravano appartenere a un tempo lontano. Così, almeno, ci sembrava. Non sapevamo che tutto era illusione. Non sapevamo che proprio dentro a quel caos si celava la forza del rito. Che esso era nato proprio per disperdersi, a poco a poco. Che, seppure ignari, noi stavamo ancora obbedendo.

Il palco diventò presto un’abitudine. Smise quasi di fare paura. Noi bambini ci guadagnammo la possibilità di assistere alla cerimonia e in seguito, a patto che ci sentissimo pronti, di esporre la nostra fotografia. Ci dissero che questo significava crescere. Noi donne accompagnavamo i bambini fino alle scale che portavano verso il proiettore. Noi uomini li aspettavamo, una volta terminata l’esposizione. Noi bambini provavamo soprattutto rabbia. Nessuno dei nostri cuori impazziva, nessuna mano tremava. Cercavamo di sentire l’emozione, di stringere gli occhi e piangere di paura, ma provavamo solo rabbia. Non potevamo raccontarlo, se non con sguardi lanciati da un estremo all’altro della folla. Sapevamo di sentire tutti la stessa assenza, sapevamo di non provare niente, se non la rabbia di non provare niente. Ma col tempo ci abituammo. Capimmo che non potevamo fare nulla, che quello era il nostro destino. Noi bambini, infatti, non potevamo crescere.

Il numero dei proiettori era aumentato, ma ancora non bastava. Escogitammo modi alternativi di esporre le nostre foto. Non importava il tempo, non importava chi ci guardasse, se ci guardasse. Non c’era nemmeno più bisogno di scegliere un solo scatto che ci rappresentasse a pieno. Ormai ogni giorno era festa, e potevamo alternare diverse immagini che giudicavamo le migliori. Se non migliori, belle, se non belle, interessanti, se non interessanti, quanto meno indispensabili. La scelta accurata della nostra foto non ci importava più. Potevamo alternare primi piani a immagini a figura intera, o a fotografie sfocate in cui i nostri tratti potevano scorgersi appena. Eravamo liberi. Eravamo pieni di possibilità. Avevamo bisogno di vedere il nostro viso e di riconoscerci in esso. Avevamo bisogno di uno specchio che potesse restituirci un’immagine accettabile, l’immagine che noi stessi avevamo scelto, forse modificato, forse in parte oscurato. Avevamo bisogno che quell’immagine fosse immobile, che continuasse a guardarci immobile. Di ricordarcene in ogni momento, quando camminavamo, quando mangiavamo, quando cercavamo di addormentarci. Che il nostro volto fosse da qualche parte, sulla terra, ad aspettarci.

Infine fu il caos. Le strategie di esposizione presero il sopravvento e ci trovammo sommersi. La luce dei flash era costante, illuminava ogni cosa distruggendo la notte. Non esistevano più ombra, né buio. Le nostre foto trovavano qualsiasi mezzo per prosperare, qualsiasi strategia per esporsi agli altri, qualsiasi luogo, forma, dimensione. Erano proiettate, stampate, trasferite su materiali di varia natura, materiali preziosi, materiali di scarto, materiali di cui a mala pena conoscevamo il nome. Che fossero o meno adatti, non importava. Le nostre foto cominciarono a non rappresentare più nulla. Tutto quello di cui avevamo bisogno era solo quella misera riproduzione. Qualcuno che dirigesse l’obiettivo verso di noi, qualcuno che lo trasferisse nella realtà. Noi uomini ci occupammo del palco. Non bastava, avevamo bisogno di più spazio. Costruimmo nuovi palchi, vicini a quello principale, attaccati a quello principale, tanto che presto l’originale non si poté più distinguere dagli altri. Noi bambini restavamo bambini, anche se le fotografie sembravano provare il contrario. Noi donne pensavamo che fosse meglio così, che fosse meglio che noi bambini restassimo innocenti per sempre. Noi donne non sapevamo cosa fosse l’innocenza, ma speravamo che i nostri bambini ci avrebbero creduto. Il palco era immenso. Potevamo muoverci sulla sua superficie liberamente. Ci guardavamo, ci incontravamo, uscivamo insieme, allacciavamo delle relazioni, costruivamo case, avevamo altri figli. Per ognuna delle nostre attività, potevamo fornire una prova, la dimostrazione fotografica che quello sguardo, quell’incontro, quell’uscita, quella relazione, quella casa, quel figlio, erano davvero esistiti e sarebbero continuati a esistere per sempre. Al contrario, la nostra mente era vuota. La nostra memoria finita. Non ricordavamo più nulla. Non avevamo bisogno di ricordare più nulla. Se avessimo perso le nostre foto, allora saremmo stati soli al mondo, ma nessuno avrebbe mai potuto accorgersene, in mezzo a tutta quella luce.


Classe 1987, dottoranda in letterature comparate, vivo a Parigi. Ho pubblicato articoli scientifici e alcuni miei racconti sono comparsi su riviste come “Inutile”, “Atti Impuri”, “TerraNullius”, “effe”, “Verde”, la rassegna stampa di Oblique Studio. A giugno uscirà la mia prima raccolta di poesie per la casa editrice Arcipelago Itaca Edizioni, nella collana “Estuari: giovane e nuova poesia italiana” curata da Manuel Cohen. Da poco ho aperto un blog di scrittura e immagini (sillagesblog.wordpress.com).

Un'altra estate, un racconto di Milo Busanelli

Uscire la sera no, stare con gli amici la domenica neanche e il pomeriggio sempre in casa. Vallo a dire a mio padre, il motorino non voleva comprarmelo, una ragione particolare non c’era, se c’era non usciva dalla sua bocca e immaginarla non serviva a niente.
Quattordici anni. Altrove avrei trovato una soluzione, invece a Migliara potevo spostarmi solo in auto coi miei genitori, in corriera per andare a scuola o in sella a un altro motorino se qualcuno fosse stato tanto gentile da propormelo e se i miei non l’avessero saputo.
Pensare che gli altri avevano ricevuto il Fifty 50 appena compiuti gli anni, nulla di nuovo, già giocavano al Sega Mega Drive prima ancora che i miei mi regalassero, dopo tante insistenze, un Master System. Anche i loro genitori dovevano mantenere più figli, solo che sembravano più generosi o, come diceva mio padre, li viziavano.
L’unica alternativa era la bicicletta, una mountain bike a 18 marce che da quando avevo cambiato la Bmx e fino a pochi mesi prima era il nostro mezzo di spostamento. Il ritrovo era il campetto sportivo senza porte della chiesa, tutto zolle e rete metallica accasciata, una groviera di buche dove i cani grufolavano alla ricerca di talpe. Tranne d’inverno almeno funzionava la fontanella che usavamo per fare i gavettoni, ma solo se il prete non c’era, perché la bolletta la pagava la parrocchia.
Quando era bello prendevamo le bici in direzione Marola passando per Boastra e La Svolta, dove mi ero sbucciato un ginocchio più volte, a Casina giù per i tornanti per andare in edicola a comprare The Games Machine e le figurine dei calciatori - di solito loro perché io non avevo un soldo - a Beleo e a Roncroffio con ritorno lungo la Statale passando davanti a Campo dell’Oppio dove abitavano i miei nonni, oppure verso i laghi di Leguigno, anche se non sopportavamo la puzza sotto il naso dei leguignesi, come i nostri genitori dicevano e noi ripetevamo perché lo dicevano loro.
Il ritrovo era sempre lo stesso, e da lì partivano in sgommata impennando, il casco attaccato al manubrio; partivano loro, io rimanevo. Sempre la stessa domanda: cosa aspettavo a prendere un motorino? Dopo qualche settimana non mi feci più vedere.
Avevo smesso la bicicletta perché da solo non ci sarebbe stata la gara a chi arrivava primo in cima alla salita, niente soste a scambiare parole che restavano tra noi e grida in discesa. Spiegalo a mio padre. Spreco di soldi, diceva, e così si allontanava la possibilità che potesse comprarmi qualcos’altro, figurarsi un motorino.
Quello che rimaneva da fare, dal momento che non avevo voglia di studiare, era leggere. Mi chiudevo in camera, la schiena alla porta, davanti un libro di scuola a caso e sopra un classico tipo Hesse, Hemingway o Dostoevskij perché sembrava che solo le cose vecchie fossero importanti. Quando entrava qualcuno, e dico entrare, non bussare, invertivo la posizione, lo facevo appena sentivo qualche passo sospetto intorno alla porta, così che il movimento fosse completo prima che mia madre potesse accorgersi di nulla.
Se l’avessero saputo i miei compagni mi avrebbero dato del secchione e gli insegnanti si sarebbero chiesti come mai leggevo tanto e studiavo poco - una domanda senza risposta. Oppure sì: leggevo perché mi mancava la voglia di studiare, non avevo un motorino, niente ragazza, i giochi del Master System li avevo finiti tutti e nella speranza che il prossimo regalo fosse un Fifty avevo smesso di chiederne altri, così mi avevano regalato maglioni di una o due taglie in più per quando sarei cresciuto.
Meglio se fossero stati di lana e non di acrilico, ma allora mi mettevo quello che diceva mia madre e zitto, era pur sempre una concessione di persone che lavoravano e mantenevano due figli, di cui una, la più brava, all’università. Per questo ero finito a studiare ragioneria: non potevano permettersi un altro liceale che avrebbe iniziato a lavorare chissà quando.
Ci sarebbe stata una sola via di fuga dalle ore di lezione in cui fingevo di ascoltare, dallo zaino tarocco dell’Invicta sul punto di cedere che era stato di mia sorella e prima ancora di chissà chi, dai compiti a casa che eseguivo in fretta o copiavo la mattina dopo, dalle domande di mia madre cui davo le risposte che voleva sentirsi dire e sempre le stesse, dal telegiornale per cena che poteva commentare solo mio padre, dal film per il dopocena scelto sempre da mio padre e dalla buonanotte tra il primo e il secondo tempo perché la sveglia era alle sei e mezza. Si chiamava sabato sera, ma per me era un mondo sconosciuto perché non avevo il motorino e non conoscevo nessuno che avesse la patente, tranne mio padre che non aveva intenzione di farmi da autista perché suo padre non l’aveva mai fatto per lui.
Tra i compagni del sabato sera si creava una complicità diversa che di settimana in settimana divideva e rimescolava i gruppi, ma quando c’ero io si abbassavano le voci; ormai non facevo più domande, preferivo immaginare tutto.
Unico diversivo? La gita di fine anno.
Cercai di spiegare a mio padre che era un viaggio formativo; avremmo visitato musei e gli insegnanti ci tenevano ci fossimo tutti. Ma lui tagliò corto, se volevo formarmi potevo aiutarlo a raccogliere le patate, a fare la legna o a tagliare l’erba.
Quando arrivò l’estate, i miei compagni di classe che già parlavano di vacanze e venerdì sera, smisi di leggere perché c’era caldo, però presi a fare lunghe passeggiate per i campi invasi dalle cavallette. All’inizio aggiravo le nubi brulicanti, tutto stava nel prevederne spostamenti e capricci, avvicinarsi il più possibile e non farsi toccare, quindi tornavo a casa contento e lo ripetevo appena capitava, a volte ci riuscivo, altre volte rischiavo troppo e sentivo pizzicarmi una guancia, lo zampettio sui capelli, il corpo che cozzava contro i jeans.
Tutto sommato era più divertente così, allora pensai di buttarmici in mezzo, coprendomi la faccia e sentendo tutti quegli insetti che mi sbattevano contro, l’obiettivo era raggiungere il bosco in fondo, e quando ci riuscivo non mi sentivo meglio perché avevo fatto solo il mio dovere. Se ci pensavo la sera mi davo dello stupido, ma il giorno dopo, quando non aiutavo mio padre, lo rifacevo.
Era pur sempre meglio che trascinare un pezzo di tronco nel bosco, mio padre a dirmi che ero troppo lento, un fifone perché non avevo il coraggio di salire sul tetto per sistemare le tegole, un imbranato perché non riuscivo a trovare le tenaglie in garage, mi ero rincretinito se non sapevo cosa fosse un podaglio. Eppure mi chiamava sempre, tanto non avevo niente da fare e un giorno avrei dovuto arrangiarmi da solo.
Dopo qualche settimana, quando l’attraversamento mi era venuto a noia, presi a catturare le cavallette e a torturarle in garage, a cronometrare quanto potevano resistere con un chiodo che le passava da parte a parte o sotto la fiamma dell’accendino. Lo trovavo più divertente, la sera andavo a letto tranquillo e quasi non pensavo al motorino.
Poi venne il caldo torrido, ai telegiornali dicevano l’estate più calda degli ultimi vent’anni, ma in casa era vietato lamentarsi, se non riuscivo a dormire potevo sdraiarmi in cantina. Mi svegliavo stanco, non avevo voglia di far niente e nemmeno le cavallette m’interessavano più, ciondolavo agli ordini di mio padre perché ero costretto e una volta presi uno schiaffo perché non ascoltavo.
A metà luglio arrivarono due villeggianti, non capitava da qualche anno, chissà perché proprio a Migliara, per giunta molto carine - diceva mia madre. Ripresi la bicicletta per muovermi veloce e setacciai il paese: le solite curve a metà, i saliscendi, le buche che una volta coperte si riaprivano al primo freddo, le case abbandonate che perdevano pezzi in strada che nessuno raccoglieva, i cani che ringhiavano, facevano per correrti dietro e se capivano che avevi paura provavano a morderti, ma bastava battere i piedi per farli scappare. Mi chiedevo cosa sarebbe successo tra qualche anno, quando tutti questi vecchi sarebbero morti e i loro figli scappati. No, qualcuno sarebbe rimasto, avrebbe prolificato, tra cinquant’anni ci sarebbe stato un altro quattordicenne come me sulla bici del futuro. Ma dal momento che il futuro, qui, non arrivava mai, doveva per forza essere come la mia.
Quanto alle ragazze non chiesi in giro perché mi vergognavo, però ci riprovai il giorno dopo e quello dopo ancora. Le trovai sotto il portico della chiesa, erano loro perché non le avevo mai viste, sedute a gambe incrociate a parlottare, i capelli tinti e i vestiti nuovi come qui non si usava ancora e gli atteggiamenti di chi vuol sembrare grande, ma si capisce che non lo è davvero. Quando mi fermai sul selciato neanche si voltarono, allora finsi indifferenza anch’io, ma non avevo nessuno cui rivolgere la parola e nient’altro da fare, tranne voltare la bici.
Il giorno dopo tornai e loro non c’erano. Però nella strada verso casa ho sentito il rumore, i Fifty che passavano suonando il clacson e le villeggianti sedute dietro. Non aveva importanza perché l’indomani avrei ripreso a leggere.
Invece restai con mio padre dalle sette di mattina fino a sera, per pranzo un panino preparato da mia madre, tanto pane e qualche fetta di salame, tutto il giorno nel bosco per tagliare gli alberi e caricarli sul trattore. Ci fosse stato un cane l’avrei visto correre a caccia di leprotti, ci avrebbe seguiti scodinzolando, l’avrei chiamato se si fosse allontanato troppo, ma un cane andava nutrito e abbaiava, da piccolo ne avevo uno, finché si era mangiato un boccone avvelenato e tanti saluti.
In compenso da casa nostra passavano quelli degli altri, pisciavano contro le piante e via, poi c’erano i gatti selvatici dentro la stalla, ora deposito di assi, scatolame e ferraglia sotto cui si nascondevano e prolificavano, mio padre provava a catturarli, ma ci riusciva solo con i più piccoli, per accopparli usava la zappa e li buttava nel cassonetto, altrimenti ci avrebbero invaso.
Per questo i sopravvissuti ci odiavano tanto e scappavano ogni volta che ci vedevano, per quanto li sfamassi di nascosto con gli avanzi nulla da fare, allora presi a odiarli anch’io, però gli portavo da mangiare lo stesso perché erano così magri e spelacchiati che non avrebbero superato l’inverno. A ognuno di loro avevo dato un nome, finché mio padre disse che dovevo smettere, i gatti randagi non vanno chiamati perché non sono di nessuno.
Quell’estate morì mio nonno, mentre si chinava per raccogliere il portafoglio una vacca gli tirò un calcio. Cose che capitano, dicevano tutti; meglio così che in un letto d’ospedale. Nessuno che sapesse spiegarmi il comportamento dell’animale, eppure il nonno lo trattava come fosse di famiglia. Non feci domande e al funerale assunsi l’espressione seria che avevano i parenti stretti; al momento di chiudere la bara mia madre ebbe un cedimento e mio padre le ordinò di non piangere. Per il resto filò tutto liscio.
Era pacifico che la stalla e le bestie le avremmo vendute, ma era o non era il caso di prendere la nonna con noi? La decisione spettava a mio padre perché la madre era sua, ma avrebbe deciso lui anche se fosse stata la suocera. Non se ne fece niente, lei continuò a vivere per conto proprio perché era ancora in gamba e io ripresi a giocare al Master System che era sempre meglio di niente. Con la scusa del lutto niente vacanze al mare, che tanto erano una perdita di soldi. Passai la seconda metà d’agosto a sperare che la scuola iniziasse il prima possibile, però ero convinto che me ne sarei pentito appena fosse iniziata davvero.
Mai mi sarei aspettato, ai primi di settembre, che mio padre venisse a prendermi a fine giornata dicendo che c’era una sorpresa, sia perché mio padre non riservava sorprese che non fossero fregature, sia perché il tono con cui l’aveva detto e gli atteggiamenti facevano presumere una sorpresa vera, così lo seguii a piedi per le case del paese, fino a quella di Giannino, un vecchio che aveva combattuto la Grande Guerra e fino a dieci anni prima usava il motorino per andare al bar; ora non gli serviva più, e dal momento che mio padre gli aveva fatto qualche lavoretto, se volevamo e se partiva era nostro.
Lì per lì non lo provammo neanche, lo portammo a mano, anzi lo portai io per concessione del genitore, ché poi domani avremmo fatto tutto il possibile per rimetterlo in sesto. Speravo fosse andato, chissà da quanto era fermo, ci fosse stato un solo pezzo da cambiare ero salvo, ma finsi di essere contento e andai a letto presto.
La mattina dopo non ci volle molto, il motorino partì alla seconda pedalata in discesa e mi risolsi a fare un giro per accontentare mio padre, in fondo era pur sempre meglio di una bicicletta, anche se in salita si spegneva e la velocità non era quella di un Fifty. Passai il pomeriggio a lavarlo e alla fine dovetti ammettere che era un brutto arnese, ma meno peggio di quanto temessi.
Il giorno dopo pensai perché no, potevo passare dal campetto, era l’ora in cui s’incontravano, se c’erano bene, altrimenti faceva lo stesso. Loro sì, ma non le villeggianti, tornate in città da qualche giorno, e pure i miei amici stavano per partire, se volevo potevo seguirli, sperando che almeno mi avrebbero aspettato. Era andata bene, nessun commento sul catorcio che mi ritrovavo, così restai in coda per metà paese buono, finché sentimmo lo scoppio. No, non era la gomma, ma intanto si sentiva una puzza e il motorino non c’era verso di farlo ripartire. Gli altri rimasero quei cinque minuti di false speranze, poi si stancarono.
Per mio padre non era colpa del motorino, ero io che l’avevo forzato, che credevo di essere un pilota e guarda cos’avevo combinato, neanche un regalo mi si poteva fare, e aveva sentenziato che bisognava portarlo in discarica e basta, ma l’avrei fatto io, così imparavo.
Almeno mi consolava che l’estate era finita e le lezioni sarebbero riprese tra poco. Inutile chiedere uno zaino nuovo, l’importante era che non cedesse davanti a tutti, quanto al resto mi sarei arrangiato dimenticando i libri a casa o lasciandoli a scuola.
Dovevo andare avanti così e sperare per il meglio.


Milo Busanelli. Reggiano, classe 1981, addetto stampa. Ha realizzato alcuni cortometraggi e scritto tre sceneggiature per lungometraggio, finalista al Riff e al Sonar (dove ha ricevuto una borsa di studio). I suoi racconti sono stati selezionati al concorso 8x8 e pubblicati su inutile, #self, Zibaldoni, Squadernauti, L'Inquieto, Ellin Selae, la stampa di Oblique e Nazione Indiana.

Quali cubi?, un racconto di Elena Marinelli

Girai la chiave nel portone cinque o sei volte: scattava, ma non si apriva. Mentre premevo forte, sperando di riuscire a sbloccarla, evitare di rovistare nella borsa e incappare nei documenti freschi del divorzio, notai sotto la porta, ben incastrato, un numero vecchio di due settimane di Famiglia Cristiana con allegato il cedolino di rinnovo. Controllai il numero civico: era il 24, il mio. Mi piegai carponi, chiusi un occhio per prendere la mira e provai a infilare il tappo di una penna.
«Volete un coltello?», mi interruppe una voce stridula e un po’ rauca, graffiata sul fondo, come di chi non parla da ore. Una signora anziana, con le mani nelle tasche, mi guardava fisso, pulendosi la bocca da qualche briciola di pane. Aveva gli occhi chiari e i capelli bianchi e soffici, una piega sulla fronte nascondeva le rughe più alte. Ci mise qualche secondo per farmi un sorriso.
«È mia. Il postino è nuovo. Lo cambiano ogni sei mesi, ormai. Deve essere questo fatto dei giovani. Al giorno d’oggi li cambiano ogni sei mesi. Lo diceva la televisione. È arrivato prima dell’estate, ma non ha imparato ancora che Famiglia Cristiana è mia. Mi chiamo Teresa; voi, signorina, come vi chiamate?»
«Teresa anche io» dissi.
«E la Famiglia Cristiana non è vostra, vero?»
«No, no, assolutamente no» accorgendomi troppo tardi del mio tono seccato.
«Lo sapevo».
«Non so come fare a prenderla. Tra l’altro non posso entrare in casa perché si è ficcata sotto alla porta».
La signora Teresa non mi stava ascoltando, era fissa a guardare la copertina.
«Secondo voi la recuperiamo?»
«Beh, sì. Troverò il modo per entrare a casa, non si preoccupi. Ma è di due settimane fa».
«Sì, lo so, l’ultimo numero ce l’ho. Però c’è la storia della vita del nuovo Papa. Nell’ultimo numero è già sacerdote, mi manca una puntata. È brutto sapere come va a finire prima del tempo».
«Ma non finisce che diventa Papa?» sghignazzai.
La signora Teresa si accigliò. Tirò fuori le mani dalle tasche e si mise a braccia conserte, piedi giunti, con le caviglie sottili e coperte da collant spessi, l’espressione contrariata.
«Volevo dire che si può recuperare tutto, tanto insomma, la storia è quella. Si sa».
La sua espressione non mutava.
«Quindi si può leggere prima un pezzo e poi un altro».
Infine fece spallucce, sconsolata.
Avevo questa abitudine adolescenziale: fare umorismo sulle cose serie, per attivare la conversazione, per pormi subito come una persona simpatica. Avevo sempre avuto molto più terrore di apparire imbronciata che stupida. Ma questa volta non avevo fatto presa. Mi guardò come avrebbe fatto con una giovinastra puerile e io sentii il bisogno inusuale di rimediare: restituirle la rivista sarebbe diventato un mio preciso impegno.
«Adesso chiamo il padrone di casa e mi faccio dare una mano».
«Grazie. Sentite, signorina, non è che me la portate a casa la mia Famiglia Cristiana? Io tanto qua a fianco sto.»
«Sì, certo».
«Non è che ve lo dovete segnare su quella bell’agendina?»
«No, non c’è bisogno».
«Va bene. Allora arrivederci. Mi raccomando».
Si allontanò piano, passi piccoli e precisi, l’incedere più sicuro sulla sinistra. Si girò una volta sola e mi indicò il balcone accanto al mio. Sorrisi con tutta la credibilità di cui ero capace, ma non abboccò, perché fece di nuovo spallucce.

Quando le riportai la rivista, qualche ora più tardi, mi accolse con sorpresa; mi strappò quasi dalle mani la copia tanto che una mia unghia tagliò il cellofan.
La signora Teresa riceveva tutti in cima alle scale. Le rampe facevano una V; a un certo punto gli ospiti giravano l’angolo e alzavano lo sguardo trovandosela di fronte, con le mani piccole nelle tasche del maglione di lana con le trecce, le pantofole da visita e le calze meno spesse. Le pantofole da visita erano diverse da quelle da notte. Erano fastidiose, premevano sulle dita rattrappite dall’artrosi, le facevano percorrere il corridoio con una insolita fretta. Le ciabatte da notte, invece, stavano ai piedi del letto, erano il ricovero della solitudine; avevano il bordo bruciato dalle scintille del fuoco del camino, un buco su ciascun callo e le suole consumate sullo stesso lato, sull’esterno del piede, dove il peso poggiava.
La signora Teresa era quasi sorda da un orecchio e ci vedeva poco, ma riusciva a riconoscere i suoi ospiti dal modo di suonare il campanello e dal tempo che impiegavano a fare le scale. Suo figlio scampanellava a ripetizione furiosa, almeno cinque o sei volte, un unico verso, sempre lo stesso richiamo. Sua nuora suonava mai: aveva le chiavi, quindi entrava piano e iniziava a chiamarla fin dall’ingresso, vicino al portone, per non spaventarla. Sua nipote aveva imparato il verso del padre. La signora Teresa li avrebbe confusi, se non fosse che la ragazza saliva le scale a due a due e impiegava pochi secondi per balzarle dinnanzi. Io facevo due squilli.
Quando arrivò un postino più preciso, iniziai ad andare a trovarla con altre scuse, per sapere se avesse bisogno di qualcosa. Era sempre risoluta nel dirmi di no, ma a un certo punto cominciò a farmi trovare il caffè pronto sul tavolo della cucina, senza che io lo chiedessi; lo accettavo sempre, perché avevo bisogno di imparare i segreti della sua solitudine. Passavo cinque minuti al giorno con lei, mentre lei mi guardava sorridendo, in piedi, dall’altro lato del tavolo. Ogni volta che entravo in casa stava bevendo un fondo di tazzina di caffè o zuccherava la rimanenza per sua nuora. «A lei piace così», si giustificava quando la trovavo a girare il cucchiaino e a leccare l’ultima goccia, come se la cogliessi in fragrante.

Una sera, mentre mi porgeva la zuccheriera, mi disse con la schiettezza di una persona che non aveva più tempo da perdere: «Signorina, voi siete gentile, ma io non ho bisogno di niente. Avete bisogno voi di qualcosa? Siete sempre qua».
No, in effetti no, non avevo bisogno di niente, e non avevo la capacità di dirle tutto del mio ex marito, del mio ex lavoro, dei miei quasi ex figli, come probabilmente avrebbe fatto lei al mio posto.
«Non conosco ancora nessuno, veramente» abbozzai.
Non passai più da lei per diversi giorni, mi imbarazzava la mia invadenza, ma lei continuava a incuriosirmi e la trovavo alla finestra ogni volta che volevo. Quando desideravo incrociarla, alzavo lo sguardo e Teresa c’era, con lo sfondo del ripiano di una credenza, pieno di libri dalle coste rotte, e un numero di tagliacarte niente affatto esiguo. Ce n’erano alcuni piccoli, altri più grandi, ma tutti con un manico verde sbiadito. Cosa ci faceva con tutti quei tagliacarte alla sua età? Per un attimo, pensai addirittura di andare a chiedergliene in prestito uno, ma ci ripensai.
Una sera, mentre rientravo dall’ufficio, si affacciò di fretta e mi chiamò dal balcone, sporgendosi oltremisura.
«Potete venire a trovarmi, sapete? Dicevo solo che non ho bisogno di niente, ma se vi fa piacere passate pure».
Rimasi con le chiavi in mano per qualche minuto e poi vidi il portone aprirsi, lasciare uno spiraglio grande il giusto per una ciabatta numero 37, non di più. Mi avvicinai.
«Allora salite? Vi faccio il caffè. Ah, poi: secondo me vi è arrivata di nuovo la mia Famiglia Cristiana.»
«Vado a controllare.»
Ricominciai ad andare a trovarla. Mi rendevo conto di quanto le cose che mi diceva fossero tragiche, eppure la massima concessione che si faceva era riempirle di malinconia. Al suo posto io non ne sarei stata capace.
Io non avevo nulla da dirle. Non avevo quel coraggio.
Mi ritrovavo da sola in un paese talmente piccolo da riuscire a sentirmi costantemente osservata, l’unico momento della giornata in cui mi trovavo a mio agio era il tempo che trascorrevo a casa di una donna semisconosciuta, che non aveva la paura di raccontare i suoi dolori. La invidiavo. Finì che non riuscii a fare a meno di andare a trovarla, le facevo raccontare ogni sera qualcosa di diverso. E più mi divertivo, più ridevo, più lei incalzava il racconto, infilava particolari su particolari come in un rosario. Mi rasserenava. Avevo imparato a riconoscere quando era più irritabile o stanca, a seconda della storia.

Nell’ultimo periodo la trovavo spesso accigliata, davanti al camino acceso a fissare le scintille, perché Mariella, l’altra vicina, la incolpava di una perdita in cantina. La signora Teresa sosteneva che era colpa dell’asfalto del marciapiede che non drenava e del Comune che non aggiustava mai niente; l’altra, invece, diceva che perdeva qualcosa in casa. A volte capitava che le sentissi litigare anche io.
«È vecchia, sono vecchi i tubi! Chiamate l’idraulico!»
«Quali cubi?»
«I tubi! I tubi! Chiamate un idraulico, signora Teresa, lo vedete come ve lo dico? Sennò lo chiamo io e lo pagate voi! Sono due mesi che vi dico che c’è la muffa in casa mia, signora Teresa! E voi niente!»
La signora Teresa rientrava in casa sussurrando «Quali cubi?» e stava zitta per qualche minuto, mortificata.
«Cosa c’entrano i cubi secondo voi?» mi chiese una sera, tutta agitata.
«I cubi?»
«Sì. I cubi».
«No, signora, i tubi. I tu-bi».
«I tubi dell’acqua? Perché, perdono i tubi? E da quando? Non ha mai perso un tubo in questa casa. Abbiamo fatto il bagno prima di tutti noi, abbiamo un bagno che mio marito aveva fatto arrivare apposta! E a quei tempi il bagno ce lo avevamo solo noi! Ve l’ho mai detta la storia del bagno?»
«No, signora. Mai».
Mi raccontò per la prima volta di suo marito, senza dire niente del bagno, lo nominò solo di striscio per il tempo necessario a farle accapponare la pelle. Mi disse di come si erano scritti in guerra e di come si erano incontrati in paese. E di come morì in sei mesi. E di come rimase da sola. Un giorno andava a prendere sua nipote davanti a scuola, quello dopo era a letto con una flebo, e quello dopo ancora iniziava le trasfusioni; dopo sei mesi esatti inaugurarono la cappella di famiglia al cimitero. Dopo poco, fu la volta di sua cognata: la trovarono faccia nel latte della colazione, con mezza tapparella della cucina alzata e i biscotti pronti da inzuppare. Per terzo toccò a suo fratello, quello più piccolo e lontano, investito da un motorino davanti a tutti: le arrivarono condoglianze da chiunque, non c’era stato bisogno nemmeno dei manifesti. E infine a sua figlia, a cui la signora Teresa fu costretta a regalare il suo loculo nella cappella.
Ci interruppe il telefono. Sentii solo i suoi «Sì, va bene», e poi «Va bene, domani».
L’apparecchio era vicino al divano del vecchio studio da geometra di suo marito. Quando riattaccava, la signora Teresa si sedeva per almeno due minuti e guardava la scrivania. Ogni volta. Si stendeva sullo schienale, accarezzando il posto accanto, prima piano, poi con le unghie; si ritrovava, dopo qualche minuto, a colpire la pelle come se invitasse qualcuno a sedersi.
Mi affacciai alla porta.
«Ah, scusate! Era mio figlio al telefono. Domani viene l’idraulico». Poi aggiunse: «Vi ho mai raccontato di Mariella?», mentre si rattrappì nello scialle, con le ossa ricurve, come se aspettasse un abbraccio.
«No, signora. Mai».
«Quando litigammo la prima volta è stato per suo figlio piccolo, scostumato come il padre. Una volta lo sgridai io e lei non me lo perdonò per un bel po’. Mi aveva rotto una finestra della camera con il pallone e passammo tre giorni al freddo, io e mio marito. Dopo qualche mese, arrivò zitta zitta e salì in casa con in mano una cesta di fichi appena colti. Piangeva. Poi il marito la lasciò e lei iniziò a venirmi a trovare tutte le sere. Si sedeva accanto al camino, su una sediolina piccola, faceva la calza. Voi ce l’avete un’amica con cui potete non dire niente?»
«No.»
«Dovreste. Io e Mariella siamo diventate amiche senza dire una parola per mesi. Stava lì come fosse a casa sua. Si grattava la gamba, contava le maglie e non tirava mai su lo sguardo. Poi, dopo un paio d’ore, guardava l’orologio alla parete, e andava via. Ma non era contenta, si vedeva. Così le offrivo qualcosa per farla rimanere un altro po’».
«E poi?»
«È arrivato il secondo marito, ma non si sono sposati. Un altro bel soggetto. Le dissi che gli uomini erano un problema grosso per lei e si offese. E di nuovo non mi parlò più. Quello lì, se possibile, era peggio di quello di prima: mi svegliavo con le bestemmie! Ma è stata Mariella a lasciarlo e io ne fui contenta, non lo meritava un marito senza grazia di Dio. Dopo questo fatto, ricominciò a venire da me solo un paio di volte a settimana. Mi faceva compagnia, mentre guardavo la televisione o leggevo. Lei fissava il fuoco, lo attizzava, poi andava via».
«E poi?»
«Non so. Forse sono diventata vecchia».
Lo disse quasi sottovoce: la doppia c le aveva inarcato le labbra verso il basso e la a le si strozzò in gola, sperando di rintracciare la benevolenza e la generosità di una volta.
«Mi ha urlato contro: “Siete una testarda, signora Teresa. La vostra casa è vecchia! Vecchia!” Ha detto proprio così. E poi “Vecchia! Vecchia che non siete altro!” Era arrabbiata con me. Ma io che le ho fatto?»
Fece un’altra pausa, si riempì il bicchiere d’acqua e mi guardò per qualche minuto. Stava pensando a qualcosa da dirmi, stava decidendo se tenerla per sé ancora per un po’, mentre si girava il bicchiere nella mano e guardava sulla mensola di fronte dove c’era una sola foto, piccola e dal contorno seghettato, di una bambina con le trecce.
«Chi è?»
«Mia figlia.»
«E adesso dov’è?»
Sospirò. Scolò il bicchiere. Non rispose.
«E così quello domani mi viene a rompere il bagno».
Le presi la mano; aveva le dita fini e rugose, ma il dorso liscio. Le luccicavano gli occhi. Le feci una carezza.
«Può succedere che si rompa qualcosa, non è niente».
«Non sempre, sapete?»
Le tremavano le labbra, prese il fazzoletto dalla manica e si asciugò gli occhi. Non aggiunse altro, io non chiesi più.
«Domani non lavoro. Vuole che stia qui con lei mentre c’è l’idraulico?»
«Dovrebbe venire mio figlio. Ma deve prendere un permesso. Voi potete alle nove?»

L’indomani arrivai mentre gli apriva la porta. Rimase qualche secondo a guardare tutto così com’era e io un passo indietro, per non disturbare: le piastrelle color crema, le ceramiche del lavandino e della doccia, ancora bianche quasi come il primo giorno, poi il bidet, su cui si sedette per un minuto, mentre accarezzava il bordo. L’idraulico si accovacciò con gli attrezzi, toccò piano il perimetro della mattonella vicino allo scarico della doccia, e cominciò a martellare dolcemente, ogni tanto un colpo più secco. Al terzo la signora Teresa si alzò e mi venne vicino, più veloce del solito. Nelle sue intenzioni, stava scappando. Mi avvicinai e la presi per un braccio. L’idraulico iniziò a crepare la ceramica, uno spigolo alla volta, i nostri battiti seguivano quelli dello scalpello. La signora Teresa mi rivolgeva lo sguardo e io la ricambiavo sorridendo, ma non funzionava. Non avevo mai visto i suoi occhi così tristi e pieni. Era un racconto, quello, che portava un’eredità logora, e io potevo solo coglierne le sfumature. Mi sentivo il piccolo spettatore di una confessione a cui non sapevo dare un nome, ma di cui sentivo l’oppressione. Socchiuse la bocca, come per espirare, come per dire la prima parola, e io l’attesi per un tempo che mi parve lunghissimo, ma poi si arrese: chiuse gli occhi e si appoggiò al mio braccio.
«Signora Teresa, tutto a posto?», le sussurrai sulla testa.
«Andiamo di là e vi faccio il caffè», mi disse veloce, asciugandosi gli occhi con il solito fazzoletto ricamato, tirato fuori dalla manica del maglione. «Vi devo raccontare la storia di questo bagno».



Ho trentatré anni, sono nata in Molise vicino a un passaggio a livello, ma da qualche anno abito a Milano. Sono sempre informatissima sui percorsi delle autolinee urbane.
Di solito, dormo nel posto più vicino alla porta.
Ho scritto di tennis per L'Ultimo Uomo, di cinema e serie tv per Gli 88 folli e sono stata ospite diAbbiamo le prove. A ottobre 2015 esce Il terzo incomodo per Baldini&Castoldi.

elenamarinelli.it

Perielio, un racconto di Lorenzo Pedrazzi

Mia sorella Giorgia era tornata a casa da un paio di settimane quando la Cometa Hale-Bopp raggiunse il perielio, nella primavera del '97. I telegiornali dicevano che il perielio era la distanza minima di un corpo celeste dal Sole, e poi mostravano fotografie della cometa scattate attraverso i telescopi, seguite immancabilmente da rozze animazioni elettroniche della sua traiettoria spaziale. Sembrava che all'improvviso tutti avessero scoperto le gioie dell'osservazione astronomica.
Io la vidi per la prima volta all'imbrunire, mentre tornavo a casa con mia madre dopo aver fatto la spesa, percorrendo via Altamura. Era una specie di proiettile argenteo che feriva il manto bluastro del cielo, ma con i contorni sfumati e una piccola coda evanescente. La indicai a mia madre che alzò lo sguardo, strinse un poco gli occhi e annuì con l'aria assente di chi ha ben altri pensieri per la testa. È probabile che quei pensieri fossero rivolti a mia sorella, alla sua espressione sempre accigliata e al velo sottilissimo di lacrime che aveva sugli occhi, o al fatto che trascorresse tutto il suo tempo a letto, in silenzio, spesso con la faccia premuta sul cuscino. Era così da quando aveva lasciato l'università. Mamma diceva che non stava bene, e che dovevamo avere pazienza. Eppure, non era facile abituarsi al senso di vuoto che Giorgia si trascinava dietro in ogni stanza, risucchiandone ogni minimo suono non appena vi metteva piede. Io e mia madre ci zittivamo all’improvviso, come se qualcuno avesse spento un interruttore. Aspettavamo semplicemente che se ne andasse. Così, tutti i pranzi e tutte le cene erano gravati da un silenzio spaventoso, turbato soltanto dal gelido stridore delle posate sui piatti.
Svoltando a destra in via Abbiati, dove abitavamo, Hale-Bopp rimase alle nostre spalle, e ci seguì finché non entrammo nel cancello del nostro condominio: una palazzina popolare con l'intonaco cadente, come la buccia di un frutto troppo maturo. Il cortile era lungo e stretto, suddiviso in tre aiuole circondate da vialetti in cemento grigio, e la cometa faticava a farsi strada tra le fronde degli alberi e il riverbero dei lampioni. Nel cielo che andava incupendosi sembrava persino più pallida. Dalla finestra di casa (abitavamo al pianterreno) non la si vedeva nemmeno più.

Giorgia era raggomitolata sul divano, quando rientrammo. I capelli raccolti sul capo le ricadevano in filamenti sottili davanti al viso, mentre nelle orecchie aveva un paio di auricolari che le pompavano in testa una musica indecifrabile, ma abbastanza alta da risuonare all'esterno come il ronzio stridulo di un insetto. Indossava una felpa Walls troppo larga, grigia, sormontata da un cappuccio dello stesso colore, da cui pendevano due cordicelle di cotone che terminavano in un nodo compatto; la cordicella destra disegnava una curva ripida verso l'alto fino a sparire tra le sue labbra, e lei ne mordeva l'estremità con spasmi frenetici della mandibola. Si raddrizzò, la fronte increspata, e mi sfiorò con quei suoi occhi caliginosi. Io accennai un saluto che mi uscì dalla bocca senza troppa convinzione, accompagnato da un gesto della mano talmente repentino da apparire casuale. Lei mi rispose con una specie di grugnito, poi si alzò e andò a rifugiarsi in camera sua, le mani affondate nelle tasche della felpa, da cui emergeva il rigonfiamento grottesco del walkman. La mamma, che cercava di non starle troppo addosso, si limitò a seguirla con lo sguardo mentre ciondolava verso la sua stanza, strascicando le ciabatte sul pavimento.
A cena, Giorgia mangiò con gli occhi incollati al piatto, lentamente, mentre io tenevo sulle ginocchia un libro di astronomia pieno d'illustrazioni delle galassie e del moto dei pianeti attorno al Sole: me lo aveva regalato lei per il mio decimo compleanno, e sulla prima pagina, con quella grafia da ragazzina che l'avrebbe accompagnata fino all'età adulta, aveva scritto che quel libro era la mia navicella spaziale per esplorare le stelle.
«Stai attento a non sporcarlo» mi disse la mamma. Giorgia, con una specie di riflesso pavloviano, lanciò un'occhiatina alla pagina che stavo sfogliando, socchiudendo lievemente le palpebre come per focalizzarla meglio. La pagina era tutta dedicata alla Cometa di Halley, che aveva solcato i nostri cieli quand'ero ancora molto piccolo.
«Dopo posso uscire a vedere la cometa?» chiesi alla mamma.  Lei inarcò le sopracciglia, come faceva sempre quando le balenava in testa qualcosa, e poi trasse un lungo sospiro, accennando con il mento a mia sorella: «Va bene» disse, «ma non da solo. Fatti accompagnare da Giorgia.»
Se il silenzio avesse avuto una manifestazione fisica percepibile, delimitata da contorni precisi, sarebbe stato un velo che si posa gradualmente dall'alto, ondeggiando nell'aria, e le nostre teste ne sarebbero state ricoperte come da un sudario.
Giorgia non rispose, non sollevò nemmeno gli occhi dal piatto; solo, la sua fronte divenne ancora più rigida e corrucciata, e i capelli le scivolarono sugli occhi come i lembi di una tenda.
«Fa niente» mormorai dopo qualche secondo. «La guardo dalla finestra.» Mentii perché dal pianterreno non si vedeva un accidente.
Da quel momento in poi, nessuno aprì bocca, se non per mangiare: gli unici suoni furono il tintinnio delle forchette e il fruscio discreto del mio libro. Però, di tanto in tanto, coglievo Giorgia che sbirciava tra le pagine, e ogni volta le piccole rughe attorno agli occhi parevano rilassarsi per un istante, tratteggiandole sul viso un'espressione che non potevo certo definire serena, ma aveva comunque una parvenza di normalità.
Dopo cena, invece di sparire in camera sua come al solito, rimase a gironzolare in soggiorno, mentre io aiutavo mia madre a sparecchiare la tavola. Nascondeva sempre le mani nella tasche della felpa, e continuava a masticare la cordicella del cappuccio. A vederla così inquieta, perennemente fuori posto, con gli occhi che vagavano dal pavimento alla televisione senza una logica apparente, sembrava fosse in attesa del momento giusto per fare o dire qualcosa, e che si crogiolasse nella ricerca delle parole o dei gesti più adatti. Quando andai alla finestra e mi sporsi sul davanzale per scorgere almeno il bagliore periferico della cometa, lei mi sfiorò una spalla con la mano, e io mi girai a guardarla con la bocca semiaperta e gli occhi spalancati per la sorpresa: era difficile che cercasse un contatto fisico con me o con nostra madre.
«Dai» mi disse a fior di labbra, ritirando la mano nella tasca. «Usciamo.»

In cortile non c'era traccia di alcuna presenza umana. I gatti randagi correvano silenziosi tra i cespugli, trovando rifugio nelle ombre della sera. Alcune finestre, sparse qui e là come le caselle di un cruciverba, emanavano le radiazioni azzurrognole degli schermi televisivi, vibrando al ritmo sincopato delle loro immagini. Io trotterellavo davanti a Giorgia, in cerca di un angolino dove piazzarmi con il mio telescopio. In realtà, quello che chiamavo telescopio era soltanto un piccolo cannocchiale rosso con un ridicolo treppiedi di plastica, sottile come le zampe di un ragno. I limiti tecnici del mio equipaggiamento non m'impedivano, però, di trarne alcune piacevoli soddisfazioni, come quando lo puntai per la prima volta contro la Luna, e potei osservare il bordo frastagliato dei suoi crateri.
Stretta nella felpa, la cordicella sempre in bocca, Giorgia mi seguiva con discrezione, ma credo che ogni passo le costasse una fatica sovrumana. La luce impietosa dei lampioni le deformava il viso in una maschera di chiaroscuri, facendo brillare lo strato di umidità che le ricopriva gli occhi. «Si vede poco» dissi con lo sguardo rivolto al cielo, e lei alzò la testa nella stessa direzione.
La cometa era una macchia biancastra diluita nel riverbero delle luci artificiali, sfigurata dai rami degli alberi, e circondata da poche stelle che pulsavano appena. «C'è troppa luce» conclusi. «Troppi alberi.»
Giorgia annuì, poi abbassò gli occhi e prese a scrutare le punte delle sue scarpe da tennis, che scavavano piccole buche nella ghiaia del cortile.
«Andiamo sul retro?» proposi.
Lei scrollò le spalle.
Sul retro del nostro palazzo c'era un altro cortile simile a quello principale, ma privo di lampioni e completamente ricoperto di asfalto, con solo un paio di alberi al centro. Era brutto a vedersi, ma ci si poteva giocare a pallone senza che il custode si lamentasse, e poi di notte era abbastanza buio da mettere in risalto la luce delle stelle. Io e Giorgia camminammo fino a raggiungere il fianco destro dell'edificio, girammo l'angolo e oltrepassammo il cancelletto che divideva i due cortili, preannunciato da un piccolo santuario con una Madonnina di ceramica. Era incorniciata da un neon blu talmente luminoso da indurre visioni mariane anche nel più combattivo dei miscredenti.
Ci chiudemmo il cancelletto alle spalle, e il cortile sul retro ci apparve come una grande massa scura, interrotta dalle luci che provenivano dalle finestre del condominio. «Mettiamoci al centro» dissi, indicando un punto indefinito nel buio. Con cautela, misurando ogni passo, mi spostai in mezzo al cortile, e sentii che Giorgia mi seguiva trascinando le scarpe sull'asfalto. «Non... non si vede niente» sussurrò, ma senza fermarsi.
«Meglio.»
Mi fermai, alzai lo sguardo verso il cielo e glielo indicai, anche se il mio dito era soltanto una sagoma dai contorni confusi. «Visto che roba?»
Era come osservare le stelle dal fondo di un pozzo. Il buio attorno a noi le aveva corteggiate, riaccese, moltiplicate, e la cometa non era mai stata così sfavillante. Potevo anche fare a meno del telescopio, preferivo guardarle a occhio nudo. Così mi sdraiai sull'asfalto perché mi stava venendo il torcicollo.
«Vieni anche tu» dissi.
«Ti farai male» fece lei.
«Lo sai fra quanto tempo tornerà da noi?»
«Cosa, la cometa?»
«2.400 anni. È un sacco di tempo.»
«Ah. Non lo sapevo.»
«Dai, vieni anche tu.»
Giorgia sospirò in modo strano, come se l'estremità tondeggiante del cordino le fosse riaffiorata tra le labbra e avesse ostacolato l'emissione dell'aria; poi, lentamente, si adagiò per terra, di fianco a me, e potei scorgere il suo profilo: somigliava a una catena montuosa nell'orizzonte notturno. Il rigonfiamento della felpa, all'altezza del ventre, si alzava e abbassava con affanno.
«Però, duemilaquattrocento anni...» disse.
Pronunciò la cifra scandendo ogni singola lettera, appesantendone il suono. Sul momento non ci feci caso, ma ora credo che si sentisse in soggezione davanti all'immensità di quell'arco temporale, come se tutti i suoi problemi, in confronto, non fossero nient'altro che una scheggia microscopica conficcata nel piede di un titano. Io le dissi che per quell'epoca probabilmente avremo abbandonato la Terra, e avremo trovato il modo di viaggiare da una stella all'altra. Poi le raccontai che la coda delle comete appare solo quando si avvicinano al Sole, perché il suo calore ne fa evaporare in una scia gli strati di ghiaccio più superficiali, e le dissi che tutte quelle cose le avevo imparate dal libro che mi aveva regalato lei. Sentii che tirò su col naso, mugugnando qualcosa di incomprensibile. Ruotai la testa verso di lei, saggiando la durezza dell'asfalto sulla nuca, e restai così per qualche istante, a guardarla.
Dopo un po’, incoraggiato dal buio, le domandai con un filo di voce: «Perché sei sempre triste?»
Lei emise un altro sospiro, più ruvido e breve, che le si arrampicò sulla superficie della gola per poi emergere con fatica tra la stretta fessura delle labbra. Non disse nulla per almeno un minuto, durante il quale io ripresi a osservare la cometa, un po' a disagio, come se la mia domanda fosse rimasta lì, nell'aria sopra le nostre teste, simile a uno spettro che ci spiasse dall'alto. Infine, con uno sforzo che mi parve disperato, mormorò: «Non lo so. Non riesco a essere qualcosa di diverso. Non riesco… »
S'interruppe. La sua mandibola ebbe uno spasmo improvviso, e ricominciò a torturare il cordino. Il respiro divenne ancora più affannoso, quasi frenetico. In quel momento, mi ricordai di una cosa che mia madre faceva sempre quando ero agitato per un'interrogazione, o perché dovevo fare un esame del sangue, o perché dovevo esibirmi nella recita scolastica di fine anno. Aveva sempre funzionato.
Allungai una mano per prendere quella di Giorgia, pescandola dalla tasca destra della sua felpa. Gliela strinsi, l'appoggiai sulla mia pancia. Le feci sentire il ritmo del mio respiro, tranquillo, regolare, cadenzato. Le dettai il tempo come un direttore d'orchestra. La sua mano era poco più grande della mia, e non avevo difficoltà a mantenere la presa, anche perché lei me la stringeva a sua volta. Le nostre mani bianche, immobili, pulsanti del sangue che scorreva, a dispetto di tutto, sotto la pelle.
Duemilaquattrocento anni di attesa, e avanti così, fino al collasso del Sole.
Io e Giorgia cominciammo a respirare insieme, mentre il brusio di un televisore risuonava da lontano, il terreno s'inumidiva nel fresco della sera, e la luce della cometa dialogava con il bagliore lattescente delle stelle.


Mi chiamo Lorenzo Pedrazzi, ho 30 anni e sono nato a Milano. Ho studiato Scienze dei Beni Culturali e Scienze dello Spettacolo all’Università degli Studi, e lavoro nel campo del giornalismo cinematografico: dopo quattro anni come caporedattore di Spaziofilm, sono passato a Screenweek, dove scrivo soprattutto di cinema e serie tv; collaboro inoltre con Filmidee e altre riviste on-line. Durante l’università ho frequentato un seminario di scrittura creativa, muovendo i primi passi nei concorsi letterari. Ho pubblicato il mio primo racconto nel 2006, all’interno della raccolta Nuovi Autori Science-Fiction, mentre altri miei testi sono apparsi in ulteriori antologie o riviste letterarie, tra cui due edizioni di Giallomilanese e il libro 2007-2027: Come siamo, come saremo?, uscito insieme al film I figli degli uomini.

Senza sangue, un racconto di Fabio Gaccioli

Giulia dice che le sembra di non aver mai fumato cosi tanto come in questo periodo. Dice che il vizio del fumo non l'ha mai percepito in modo così violento come in questo periodo. Un vizio schifoso. La cosa peggiore è che le sembra di avere perso la capacità di distinguere gli odori o i gusti. Sta tentando di spiegargli che, per come la vede lei, avere olfatto e gusto anestetizzati è un po’ come ritrovarsi in balia degli eventi.

"Perché se io non sono nemmeno libera di sentire gli odori che mi stanno intorno, ad esempio, come faccio a sapere se vivo nello sporco o no?"

Lui guarda la sveglia sul comodino. La mezzanotte è passata da un po’ e gli è salito un gran sonno. Vorrebbe riuscire una volta tanto ad addormentarsi prima delle tre di notte. Sa che tra poco comincerà a salirgli la chimica, e a quel punto gli toccherà alzarsi e andare in cucina per tentare di mettere insieme qualcosa preso tra frigorifero e dispensa. Tra l'altro non sa nemmeno cosa possa essere avanzato. Hanno campato per una settimana facendosi fuori la roba che sono riusciti a portarsi via dalla casa dei genitori di Giulia. Ma a occhio e croce, ormai, dovrebbe essere finita anche quella. 

 

Si sta mordicchiando una pellicina dalle mani. Si lamenta di non avere mai avuto mani cosi brutte come da quando ha cominciato a lavorare al ricovero per anziani. Ci va tre volte a settimana. Il lunedì, il mercoledì e il venerdì. Dalle cinque del pomeriggio alle dieci di sera. Sono i giorni del cambio biancheria. Arriva un camion dal modenese che porta via la roba sporca. Lei è incaricata di raccoglierla prima che arrivi e prepararla per il trasporto. Poi quando il camion è ripartito deve passare per i piani con il carrello delle pulizie e lavare i pavimenti dei corridoi, i bagni, le stanze degli ospiti.

Lui non sta lavorando. E sono passati ormai quattro mesi dal loro trasferimento. Le prime settimane usciva regolarmente per dei colloqui. Era metodico. Andava all'edicola e comprava il giornale di annunci. In casa, la mattina, mentre Giulia dormiva, seduto al tavolo della cucina sottolineava con una matita quelli che potevano interessargli. Poi prendeva il telefono e fissava gli appuntamenti. Trovò lavoro per qualche settimana con un'agenzia di catering. Servì a tavola a un matrimonio e a un battesimo. Dovette anticipare un quarto della paga per comprarsi l'uniforme: pantaloni neri, camicia bianca, scarpe comode. Adesso quegli indumenti stanno inguantati in una busta di plastica appesi a una gruccia dentro l'armadio.

"E poi non ho capito. Parli delle sigarette, oppure dell'erba?"

"Le sigarette" dice lei, guardandosi il palmo della mano destra. "Sai quanto potremmo risparmiare se smettessimo di fumare tutti e due?"

"No, quanto?"

"Tanto."

"Allora credo proprio che dovresti farlo."

Giulia distende il braccio per intero contro la luce del lampadario. Si osserva la mano. Apre e richiude le dita. Poi l’avvicina e si mette a guardare qualcosa in quei centimetri di pelle tra indice e medio. "Mi si stanno spaccando", geme. Schiocca la lingua e lascia ricadere la mano sulle lenzuola. "Mia madre aveva delle mani bruttissime. Le si rompevano ogni inverno, col freddo, in mezzo alle dita. Dei taglietti senza sangue che la facevano impazzire. I detersivi. Mica si usavano i guanti di gomma all'epoca."

"Le tue mani sono bellissime", prova a rassicurarla lui.

"Non lo so" fa lei. "Non mi viene sonno. Pensavo..." dice.  "Tu li hai sentiti, la notte scorsa?"

"Cosa?"

"I rumori."

"Quali rumori?"

"I soliti rumori."

"I soliti rumori?"

"Sì, dai... quelli che fanno loro."

"Io non ho sentito nulla."

"Bella fatica, tu non senti mai niente."

"Sei tu che senti sempre rumori che non ci sono."

"Ci sono eccome, i rumori."

"E con questo?"

"Che domanda del cazzo."

Gli si toglie di dosso con uno scatto. Si mette sdraiata nella sua parte di letto. Poi si libera dalle coperte con un colpo lasciando ricadere le gambe nude sul copriletto.

"Mi sono perso un passaggio." Dice lui, sollevandosi a sua volta a sedere. "Mi spieghi perché ci siamo messi a litigare?"

"Io non sto litigando". 

"A me sembra esattamente il contrario."

"A te sembrano un sacco di cose che a me non sembrano proprio, ok?"

"Senti" dice lui. Ma non riesce a trovare un seguito ragionevole. Si volta su un fianco. Spegne la sua lampada. Si avvicina al bordo del materasso il più possibile. Così, da questa posizione, percepisce il corpo di Giulia alle sue spalle. Preme sul materasso, inclinandolo leggermente. Immagina i suoi occhi attraverso la lana dei capelli che lo fissano. Dopo qualche attimo la sente muoversi. Sa esattamente quale posizione sta per assumere. Sente una leggera corrente d'aria sotto le coperte e le lenzuola che cominciano a tendersi mentre Giulia s’imbozzola il più possibile, infilando un braccio piegato a V sotto il cuscino. Giulia è capace di restarsene immobile in quella posizione anche per tutta la notte. Immobile. Come un sasso. O un tronco d'albero. Ci sono state notti, ultimamente, in cui al buio è rimasto a guardare quel bozzo: una macchia più scura dell'ombra. Il suono del suo respiro, appena un raschio, si alza da quel fagotto rigido ed è l'unica cosa udibile in tutta la stanza. L'unico suono vivo, se si escludono le auto che passano sulla strada. Certe volte gli viene voglia di strattonarla via da quella posizione, anche con la forza.

Comincia a sentire le palpebre pesanti. Ma è più l'effetto dell'erba che hanno fumato per tutto il pomeriggio che per la stanchezza. Stringe gli occhi e vede palline luminose. Deve essere qualcosa che ha a che fare col sangue. Più stringe più vede queste palline di luce. È come avere un cosmo dietro le palpebre. Il buio non esiste, si dice. È una gran vigliaccata quella che ti raccontano. Il buio non esiste, e il sonno è appena un'intenzione. Serve volontà anche per dormire.

Poi la sente irrigidirsi sotto le lenzuola. Dice, a voce bassa: "Erri, dormi?"

"Sì" risponde lui.

"Lo hai sentito?"

"Cosa?"

"Quella specie di colpo."

"Dormi Giulia, su..."

"Ma lo hai sentito o no?"

"Cosa?"

"Quel colpo. Cazzo, io l'ho sentito. L'ho sentito proprio chiaramente. Una specie di colpo, qua sotto al letto. Cioè, non proprio sotto al letto... giù di sotto, hai capito?"

"Sì, ho capito."

"Ma stai dormendo?"

Si solleva a sedere sistemandosi il cuscino dietro la testa. Accende la lampada dalla sua parte.

Lui resta sdraiato, immobile, con le mani sugli occhi a fare da schermo. Ma sa che è tutto inutile. Sa che ormai hanno perso il sonno.

"Sei troppo nervosa."

"Può darsi" dice lei. Si allunga verso il comodino per accendersi una Kim. Segue con gli occhi la traiettoria del fumo che si dirada. "Devono essere degli zingari."

"Ma chi?"

"Quelli che stanno qua sotto."

"Degli zingari?"

"Esattamente" dice. "Degli zingari. O una cosa così." Dice: "Lo sai che per poco ieri non mi rompo l'osso del collo? Per colpa di questi qua sotto per poco non mi ammazzo..."

Lui si passa lentamente le mani sulla faccia. Si stava abituando all'ombra della stanza, e adesso tutta questa luce gli fa bruciare gli occhi. "Ma di che parli?"

Lo sa benissimo di che sta parlando. Ma non gli sembra il caso di pensarci adesso. Prima o poi si sistemerà anche questa faccenda. Non c'è nessun bisogno di lasciarsi prendere dall'isteria. E poi ha sonno. O almeno, vorrebbe aver sonno. Vorrebbe poter dormire liberamente. Chiudere gli occhi. Chiudere tutto. Dormire.

"È tutto quell'unto sui gradini" continua Giulia, che non ha la minima intenzione di lasciar cadere il discorso. "Sono scivolata mentre salivo le scale. Proprio su uno di quei gradini che usano loro. Era tutto sporco di unto. Per quello sono scivolata. A testa indietro. Per poco non me la spacco, la testa. Hai capito? Mi senti?" E aggiunge: "Che razza di casa è quella dove devo sempre fare attenzione a dove metto i piedi?"

Accende la luce in cucina, apre lo sportello del frigorifero e si piega per guardare all'interno. Gli scomparti sono vuoti, ad eccezione di un pezzo di grana e una busta di plastica con del prosciutto. Ci sono anche due limoni, ma hanno l'aria abbastanza rinsecchita. E poi non saprebbe che farsene di un paio di limoni. Prende il formaggio e il prosciutto e li sistema sul tavolo. Poi da una delle dispense afferra del pane e ne affetta un po’. Affetta anche il prosciutto cercando di mantenere un taglio il più sottile possibile, perché a Giulia piace così, e dispone tutto su due piatti diversi. Delle posate,  qualche tovagliolo di carta; richiude il frigorifero.

Prima di spegnere la luce decide di dare un'occhiata fuori dalla finestra. È una notte umida e la nebbia, bassa, sosta a banchi sotto la luce dei lampioni sulla strada. Da lì può vedere l'incrocio deserto su cui lampeggia la luce arancione del semaforo, l'edicola con le serrande abbassate, il palazzo di fronte con le mura incrostate dai gas di scarico e le finestre mute, la fila di alberi sul marciapiede opposto, la cabina del telefono e, dietro, la vetrina del bar. Apre la finestra e annusa l'aria fredda della notte. Sente sulla faccia la pioggerellina inconsistente di cui è gravida la nebbia. Sopra la sua testa, da qualche parte, dovrebbero esserci delle stelle e una luna.

Barboni che occupano le cantine del suo palazzo. Barboni che a notte fonda entrano ed escono da casa sua. Roba da pazzi. Deve essere successo la settimana in cui il portone è rimasto rotto perché i condomini (e lui tra loro, ovviamente) non hanno pagato la quota.

Barboni che entrano ed escono da casa sua come se niente fosse.

"È normale di questi tempi". Gli è stato detto da qualcuno. "Bisogna portare pazienza. Prima o poi il comune troverà una soluzione".

Richiude la finestra senza decidersi a tornarsene a letto. L'immagine della strada gli ha fatto tornare in mente un sogno che lo perseguita da un po’ di tempo, più o meno da quando si sono trasferiti nella nuova casa.

Si trova su una strada deserta, si sente braccato, e corre. Arrivato a un certo punto della corsa comincia a sentirsi leggero, così leggero da staccarsi dal suolo. Ma proprio quando gli sembra di potersi mettere a volare un uomo senza faccia alle sue spalle allunga il braccio e lo afferra per una caviglia.

L'ultima volta si è svegliato bagnato dal sudore e gli è sembrato di riconoscere un'altra ombra nella stanza, appena più densa del buio e quasi umana. Allora si è voltato verso Giulia che dormiva al suo fianco per scuoterla, avvertirla di qualcosa. Ma si è sentito come paralizzato e alla fine non è riuscito a fare altro che restarsene lì ad ascoltare quel raschio che è il suo respiro da addormentata, incapace di muoversi.             

"Tutto qui?" Giulia abbassa le coperte in un risvolto sulle ginocchia. Ci sistema sopra il piatto e con la forchetta smuove una scaglia di formaggio. Lui si siede sul lato opposto del letto, da dove può guardarla in faccia.

"Domani chiamo l'amministratore del palazzo" fa lui.

"E cosa gli dici?"

"Che abbiamo un problema con quella gente di sotto. Un problema che non ci fa dormire la notte".

"Digli anche dell'unto sui gradini" dice Giulia. "La vuoi sapere la cosa più impressionante? È che non li ho mai nemmeno visti in faccia. Però so che ci sono. Sono là sotto. Magari fanno le stesse cose che facciamo noi, in mezzo a tutti quei topi. Useranno dei materassi per dormire. E poi c'è sempre questa puzza di fritto. Secondo me per cucinare usano le bombole del gas. Ma ti rendi conto? Corriamo il rischio di saltare per aria per colpa loro. Questo glielo devi dire. Devi dirglielo all'amministratore del palazzo che corriamo il rischio di saltare per aria". Poi lascia passare un momento, e gli dice: "Te l'immagini mai?"

"Cosa?"

"Come sia vivere in quelle condizioni." 

"Mai."

"Io sì, invece. Io lo immagino di continuo."

"Non serve a niente”. Spazza via le briciole di pane che gli si sono staccate dalle labbra, e si rende conto di non essere riuscito per niente a colmare quel vuoto che gli si spalanca alla bocca della stomaco verso quest'ora di notte. Avrebbe bisogno di mangiare ancora. E ancora. Fino a scoppiare. Spinge il piatto vuoto sopra le coperte fino al bordo del letto, poi lo cala sul pavimento reggendolo con la punta delle due dita. Si distende completamente. Si volta di schiena e in quella posizione allarga le braccia fino a toccare una gamba di Giulia.

 

 

Risale lungo le coperte tenendole una mano sulla pancia, al di sopra delle lenzuola, fino a sistemarsi con la testa sul suo petto. Può sentire il suo respiro che viene catturato e rilasciato; Giulia solleva e abbassa i suoi seni morbidi, solleticandolo dietro un orecchio. Lui chiude per un attimo gli occhi e si ricorda di quando da bambino si lasciava cullare al suono del phon che una delle sue sorelle usava per asciugarsi i capelli nella stanza da bagno; ripensa al vapore che avvertiva quando passava davanti alla porta - a quell'odore di bagnoschiuma e corpi femminili che esalano il tiepido.

Fa scivolare la mano su uno dei seni di Giulia, sotto la camicia da notte, fino a sentire il capezzolo che gli sfrega il palmo. Guarda nella luce fioca e sfilacciata delle lampade il poster di un gruppo musicale che le piace attaccato sul muro di fronte: raffigura un cavallo dorato dall'ampia criniera sopra un filo teso nel vuoto, con un'asta da equilibrista stretta in bocca. Con l'orecchio appoggiato sul suo petto si sente come scivolare in una specie di apnea. Ascolta la voce di lei articolare frasi di senso compiuto, ma tutto quello che gli arriva è il suono delle parole attutite nel respiro, come se tenesse la testa nel fondo di una vasca da bagno, e ascoltasse il mondo da laggiù. Percorre il cavo tra le cosce e sente sulla mano il ruvido delle mutandine. Apre la mano e la tiene sul suo sesso, per capire se sia umido o no. Lei si volta su un fianco rendendogli impossibile ogni altra manovra. Gli pianta gli occhi negli occhi. Parla. Ma lui non sente. Ha smesso di ascoltare. Rifiuta di ascoltare ancora. Si volta supino. Intreccia le mani sul petto.

Stringe gli occhi fino a farseli lacrimare.


Mi chiamo Fabio Gaccioli. Ho trentotto anni. Vivo in appennino, provincia di Reggio Emilia. Ho compiuto studi teatrali in Danimarca (dove ho vissuto per due anni) e in Italia. Ho lavorato quindici anni come attore in diverse compagnie. Dal 2005 al 2012 mi sono occupato di teatro/ragazzi scrivendo quasi una ventina di testi teatrali e conducendo laboratori nelle scuole. Nel 2012 ho scritto il mio primo spettacolo per adulti dal titolo “In virtù dell’orso” pubblicato dalla rivista “perlascena non-periodico per una drammaturgia dell’oggi”. Nel 2013 ho pubblicato il mio primo libro per i tipi di Aabao Aqu: “Nell’ombra della casa senza luce elettrica” che comprende tre brevi racconti. Lavoro in collaborazione con Collettivo Ansasà (ansasa.jimdo.com) in qualità di drammaturgo, attore e regista.

Ciclopi, un racconto di Manuela Piemonte

Era il primo inverno in cui lavorava nella discoteca, un inverno di venerdì e sabato notte in piedi fino alle sette del mattino, le ore trascorse nel guardaroba senza riscaldamento, a tenere d’occhio centinaia di cappotti e borse battendo i denti, una sciarpa girata dieci volte intorno al collo, in esilio al piano di sopra in un edificio occupato, mentre da sotto saliva l’eco della musica e delle risate, delle chiacchiere e delle grida, così ogni venerdì e sabato, ormai da due mesi, e quando tutti se ne andavano e ritiravano anche l’ultimo cappotto c’era la gara a far presto, c’erano i bagni da pulire, con la segatura e la candeggina, e pulendoli lei pensava che da lì in poi avrebbe potuto fare tutto, che una volta che pulisci ogni venerdì e ogni sabato un cesso con i segni neri delle impronte delle scarpe sulle mattonelle bianche del pavimento sporco di piscio di decine di sconosciuti, allora non esistono più fatica né livello di insoddisfazione, e da lì sarà soltanto una salita in alto in alto fino alla luna, e dopo i bagni si passava alla pista da ballo, una pista fatta di assi di legno da cui occorreva staccare lo sporco passando il sapone per decine di metri quadri, prima, e l’acqua, poi, e infine la cera, ché lucidasse, come se la gente di sera in un locale con la musica al massimo volume e le luci soffuse si mettesse davvero a esaminare il grado di brillantezza dei pavimenti.
Era il primo inverno in cui doveva vivere e studiare e laurearsi in una città estranea senza la borsa di studio, senza il lavoro da babysitter, senza alcun sostegno, andando avanti di settimana in settimana con una manciata di soldi da cui accantonare l’affitto, le bollette, la benzina, le spese, e quando poi si riprendeva e recuperava il sonno arretrato, quando il martedì di nuovo usciva di casa all’ora del mattino in cui nel fine settimana era andata a dormire, con in tasca i soldi rimasti andando al mercato si ripeteva come un mantra “una frutta e una verdura, una frutta e una verdura”, e per necessità mangiava soltanto roba in offerta o sul punto di marcire, talvolta quasi regalata, fino a quando, tornando il venerdì sera, aveva scoperto che alle cinque e mezzo del mattino un trasportatore lasciava la fornitura di frutta e verdura al supermercato sotto casa, proprio di fronte all’ingresso, dove non c’erano né telecamere né altri apparecchi, e così avevano iniziato, lei e le sue compagne d’appartamento, a tirarsi appresso qualche pezzo di frutta e di verdura, un paio di mele, tre zucchine, una busta d’insalata, e nel rubarle avevano comunque l’accortezza di non portarsi via le primizie, a eccezione del giorno in cui ne morivano dalla voglia e si erano prese anche le fragole, e nel portare via quattro pezzi di frutta e verdura semplici, i più comuni, si sentivano ladre sì, ma soltanto al cinquanta per cento.
Era il primo inverno in cui si risvegliava a pomeriggio inoltrato, con l’orologio che segnava le cinque, facendo un calcolo si rendeva conto di aver dormito nove o dieci ore, e sentiva i muscoli tesi dentro le braccia, nei punti forzati per passare il sapone l’acqua il lucidante, e con i muscoli tesi si metteva a preparare un pasto in cui unire colazione pranzo e cena, e quando poi aveva ancora fame, verso le dieci, prima di uscire per tornare alla discoteca, si teneva l’appetito per uno di quei tramezzini che portavano i colleghi, e che da quel momento in poi in un misto di sottilette e maionese, pomodoro e mozzarella, non sarebbe mai più riuscita a mangiare senza sentire uno strano senso di disagio allargarsi dalla bocca alle braccia, come se il corpo reagisse in automatico, ricordando meglio di lei quell’inverno lontano.
Era il primo inverno in cui portava i capelli corti e i pantaloni larghi con le magliette attillate, sempre gli stessi abiti, un trucco invisibile, decisa a ridurre ogni esigenza allo stretto necessario, una verdura e una frutta, una maglia e un pantalone, una coperta e un lenzuolo, un’amica e nessun amante, un pasto al giorno e un caffè la notte, per farsi bella una matita per gli occhi e nient’altro. Così un pomeriggio di domenica, dopo due mesi di lavoro sonno fame, aprì gli occhi e nell’oscurità della stanza capì di aver appena messo a fuoco, fin troppo a fuoco, la serranda abbassata e i punti socchiusi da cui filtrava la luce del giorno, e se riusciva a vederli tanto bene significava che era andata a dormire senza togliere le lenti a contatto. Corse in bagno e le staccò a fatica, le immerse nel loro piccolo contenitore, inforcò gli occhiali, si preparò un caffè e restò a chiacchierare con una coinquilina, e intanto a mano a mano che l’orologio girava, giravano anche le lacrime, inarrestabili, contro la sua volontà, una fontana dall’occhio sinistro, un’esondazione. Alle nove di sera la coinquilina la costrinse a vestirsi, scendere in strada, attraversare i vicoli e salire scalinate, fino al pronto soccorso.
Come mai siete venute qui e non all’oftalmico, chiese l’infermiera all’accettazione e poi da lì come in un lampo ecco si ritrova seduta davanti a un medico che le dice che ha un graffio alla cornea, un danno serio, da tenere controllato, e se ne dovrà stare per settimane con l’occhio completamente bendato, un po’ pirata un po’ Lady Oscar, mettendo una crema apposita che potrebbe, nella migliore delle ipotesi, se avrà molta fortuna, riparare il danno.
Metteva gli occhiali ovunque andasse, dopo aver tanto lottato per non indossarli più. Un paio di occhiali dalla montatura verde, di una marca d’alta moda, pagati grazie al lavoro in un call center dell’estate prima. Occhiali verdi, capelli corti, occhio bendato, e l’altro occhio a compensare coperto da una quantità di trucco, un miscuglio di azzurro e verde, steso fino a ricreare il colore del mare incontaminato, e con l’occhio coperto era costretta a uscire, in un mondo appiattito alla vista, e doveva entrare in università e recarsi a lezione e salutare come se niente fosse quel tipo carino, con i capelli mossi e gli occhi scuri, che già fino a quel momento a lei non si era mai interessato molto e così, con l’occhio da Lady Oscar, arrivò a interessarsi ancora meno.
Tre volte al giorno applicare il disinfettante.
Stendere la pomata sull’occhio.
Riporre la garza e il lungo cerotto tutto attorno per tenerla ben salda.
Ripensare, a ogni gesto, al costo incredibile di quei farmaci per lei che risultava, agli occhi dello Stato, ancora a carico dei genitori da cui era scappata, ai quali non poteva chiedere né raccontare nulla, e così doveva andare con un occhio solo, di nuovo nel fine settimana, nel guardaroba gelido, a ritirare cappotti e borse, di fronte a ragazze eleganti e bellissime, belle come dive, al suo occhio, e riuscì almeno a ottenere di non pulire più il bagno né il pavimento, perché era evidente che nella sua condizione non poteva metterli in ordine a dovere, e non le veniva mai in mente, in quelle lunghe notti immobile al freddo da sola, appoggiata a un vecchio banco rubato da una scuola del quartiere, in bilico su una vecchia sedia traballante, anch’essa rubata dalla scuola del quartiere… ecco immersa lì dentro, con un occhio cieco e la vista al cinquanta per cento, il corpo freddo al cinquanta per cento, la pancia vuota al cinquanta per cento, non riusciva nemmeno a immaginarsi un’esistenza diversa né un mondo nuovo, c’erano solo il buio e il silenzio e i conti da far quadrare. Era il primo inverno in cui ha dovuto continuare a vivere con un occhio solo, una vita lunga e felice, tutta intera.


Manuela Piemonte è nata a Milano nel 1978. Lavora come redattrice e traduttrice per l’editoria cartacea e digitale, e scrive per editoria, cinema e teatro. Laureata in Lingue e Letterature Ispanoamericane all’Università La Sapienza di Roma e diplomata in Sceneggiatura alla Civica Scuola di Cinema di Milano, è alumna di Biennale College Teatro e del TorinoFilmLab. I suoi racconti sono stati finalisti e/o vincitori in numerosi premi letterari, e sono apparsi su riviste e in raccolta: Linus, Giallo Mondadori, Subway Edizioni, Subway Tabloid, la serie “Toscana tra Crimini e Misteri” de La Nazione, la rivista letteraria Storie. Garden, il suo primo romanzo, è stato pubblicato in Italia (Mondadori, 2013) e in Spagna (Anaya, 2014) con lo pseudonimo Emma Romero.