di Giordana Restifo
Ciliegie amare è il titolo del libro d’esordio di Liliana Nechita, autrice rumena che dal 2006 vive in Italia. La prima edizione, in lingua originale, è del 2013, pubblicata da Humanitas con il titolo Cirese amare. In Italia è uscito per la prima volta nel 2017 per Laterza ed è stato da poco ripubblicato da FVE Editori in una nuova edizione.
Si tratta di un memoir, sotto forma di epistolario, in cui Nechita racconta, attraverso la propria esperienza, i propri ricordi e le proprie emozioni, il drammatico fenomeno migratorio delle donne romene. La sua storia di emigrata in Italia, che ha affrontato difficoltà, umiliazioni, tristezza, è quella di tante donne arrivate nel nostro paese con la speranza di un lavoro, di un’esistenza tutta da riscrivere. Attraverso 198 lettere, più un’ultima non numerata, destinate a un’amica d’infanzia (di cui il lettore non legge mai le risposte), l’autrice ripercorre le tappe di un lungo percorso che, molto lentamente e duramente, l’ha portata ad accettare e ad apprezzare il paese in cui ha deciso di vivere.
La prima lettera si apre con un’invocazione davanti a un’icona del Signore, affinché questi le faccia trovare un lavoro in Italia. La situazione in Romania non era delle migliori: due figlie, debiti bancari, la perdita del lavoro e nessuna prospettiva, hanno portato Nechita a guardare verso ovest, verso quel paese di cui tutti parlavano come fosse l’Eldorado. Così è iniziato il viaggio verso Roma, che potremmo anche definire esilio, inteso come allontanamento dalla patria, per come si sente e per come lo vive l’autrice. Purtroppo le aspettative vengono deluse immediatamente. Non appena arrivata nel paese straniero si ritrova a fare i conti con la nuova vita da espatriata:
La vita dell’emigrante è una lenta morte interiore. Il tuo corpo può essere ovunque, in Italia, fra le nebbie dell’Inghilterra, sui campi della Spagna, le tue mani possono raccogliere o pulire, la schiena diventa più curva giorno per giorno, ma se la tua anima è rimasta a casa,
dentro di te c’è solo la morte.
Le prove da affrontare sono molte, non si tratta solo della difficoltà nel reperire un lavoro, senza considerare che tipo di lavoro, se in regola o in nero, se gratificante o mortificante, subentra anche il dolore per aver perso le proprie radici e tutte le certezze con cui hai convissuto fino a quella drastica decisione. A casa tua conosci i vicini, i professori delle tue figlie, le commesse dei negozi che frequenti, hai una rete di amicizie, all’improvviso diventi un fantasma, non conosci più nessuno e nessuno conosce te, né fa caso a te. Questo porta con sé anche la paura di non riuscire a integrarsi; i sentimenti e le emozioni sono amplificati: «Non è il lavoro che ti ammazza, ma la lontananza e la solitudine». Per sopperire un po’ alla sensazione di isolamento, per far «sentire la presenza anche nella mancanza», vengono mandati pacchi dall’Italia alla Romania pieni di dolciumi, viveri, vestiti, che rallegrano e alleggeriscono la vita di chi è rimasto a casa. L’opposto di quel che succede qua in Italia (ma non solo) con chi parte per andare a studiare o a lavorare lontano dalla propria terra.
Durante la sua permanenza a Roma, l’autrice è alla spasmodica ricerca di un lavoro, anche amiche e conoscenti si danno da fare per aiutarla, finché, infatti, non le trovano un’occupazione da domestica in cima a una montagna, a cinque ore a sud dalla capitale. In una delle lettere, c’è uno spaccato interessante sui “depositi” di Roma, luoghi conosciuti tra gli emigranti in cui si cerca lavoro a giornata, «tutti portano una busta con cambi e con un panino e sperano che un italiano avrà bisogno delle sue braccia quel giorno». In uno di questi depositi Nechita ha conosciuto anche «un romeno bello come Nichita Stanescu», e per la prima volta compare il nome del poeta rumeno, che verrà citato spesso durante tutta l’opera.
Nella casa in montagna lavora per la signora Marisa e suo marito Vittorio, a testa bassa e svolgendo più di quelle che dovrebbero essere le sue mansioni, nonostante le angherie subite dalla signora, nonostante la nostalgia di casa, lo sconforto per non poter sentire le proprie figlie al telefono perché in quel posto isolato la linea non prende bene, nonostante l’ostacolo della lingua. A questo, però, pone rimedio grazie all’unico libro che trova in casa, un almanacco, Barbanera, che contiene ricette, curiosità sul cibo e consigli su come coltivare pomodori, e che è composto da immagini e testi brevi che le consentono di imparare diverse parole in italiano. Nel frattempo, con la stessa afflizione, trascorre anche le feste, Natale, Pasqua, lontana dalla sua famiglia e dalla sua casa. Succede anche un’altra cosa per cui le amiche la spronano ad andare via da quella famiglia: la Romania entra nell’Unione Europea, ciò significa poter camminare in mezzo alla strada senza paura per i documenti non in regola, senza più doversi nascondere. Dunque, forte anche dei miglioramenti nella lingua parlata, decide di rivolgersi a un contatto per un nuovo lavoro: si tratta di un prete che vive a Perugia e che ha creato attorno a sé una comunità accogliente. Inizia un nuovo capitolo della vita italiana, non è difficile trovare un impiego, anzi, inizialmente si occuperà per qualche mese di una coppia di dolci anziani, in accordo con i figli, e successivamente di un’altra famiglia con bambini, gatti, e due nonni malati di Alzheimer e di Parkinson. Queste ultime occupazioni, per quanto dure a livello emotivo, sono sicuramente meno faticose della prima, le lasciano del tempo per sé. Il problema è che ben presto l’autrice si accorge di aver perso la voglia di ridere, di manifestare i propri sentimenti. Sente che in quel momento non le manca niente, non soffre di niente «solo della libertà di scegliere, di decidere, di essere libera», ribadendo più volte questo concetto e spiegando al lettore perché le sembra di essere in prigione:
Sto in un carcere. Mi manca la libertà! Non faccio quello che vorrei fare, ma non ci sono alternative, non mi trovo dove vorrei essere, ma non c’è scelta. Il carcere non è un luogo fisico o la presenza di sentinelle e secondini: è soprattutto uno stato d’animo,
la continua percezione di non essere libera.
Non fa ciò che desidera ma lo fa comunque per poter permettere alle figlie di vivere una vita diversa da quella che ha vissuto lei, il sacrificio che compie è insito nel titolo di tutta l’opera, le ciliegie amare simbolicamente, infatti, rappresentano il dolore, il sangue versato, la fragilità dell’amore e appunto il sacrificio[1].
C’è un altro aspetto toccante dell’opera di Nechita ed è quello dello spaesamento, del non riconoscere più la propria casa, l’insicurezza di non conoscere più i luoghi, le persone, i negozi, sono sensazioni che prova già dalla prima volta che torna in Romania. Sembra che tutto sia andato avanti e solo i suoi ricordi siano rimasti indietro. Sente di vivere sospesa tra due mondi e di non appartenere a nessuno dei due. Ed ecco che ritorna il poeta rumeno: «Sto fra due idoli e non posso scegliere nemmeno uno». Sicuramente c’è qualcosa che l’ha aiutata, che le ha dato conforto in tutto questo tempo, ed è la lettura. Infatti dai suoi viaggi in terra natia torna sempre con dei libri, una volta la Bibbia, le poesie di Nichita Stanescu e alcuni romanzi di Steinbeck, un’altra volta Il piccolo principe, La valle dell’Eden, alcuni scritti di Camus. Non solo, in Italia scopre anche Isabel Allende e la vita della scrittrice cilena le infonde un po’ di coraggio per andare avanti nel suo percorso.
In tanti anni in Italia ha dovuto subire vessazioni, avances inopportune da vicini, parenti e amici delle famiglie per le quali ha lavorato, ha conosciuto tante donne e tanti uomini suoi connazionali che hanno vissuto situazioni anche peggiori, che hanno trascorso periodi di miseria e depressione e lo si evince, quando non è esplicito, man mano che si va avanti con la lettura. L’autrice confessa all’amica di aver scritto solo la verità riguardo alle sue esperienze e a quelle delle altre persone incontrate durante il suo cammino, «al limite ho passato sopra cose troppo dure, la carta mica può sopportare tutto. O forse ho voluto seppellirle, non ricordarmi più».
E se gli sforzi per essere accettata, per integrarsi, sono stati enormi, vi sono state anche alcune piccole vittorie quotidiane, come essere salutata dai vicini o aver potuto compilare l’iscrizione presso una biblioteca pubblica. Anche se ancora i suoi sogni rimangono in romeno, dopo così tanto tempo che parla in italiano, vede film e trasmissioni in italiano, legge libri e giornali in italiano, finalmente riesce ad apprezzare le bellezze dell’Italia, dai paesaggi che spaziano tra mari e montagne, ai palazzi e alle vie storiche, dalla cultura alle tradizioni culinarie. Nonostante tutto, ricorda benissimo il momento della partenza, il meteo, il viaggio e le prime impressioni non appena arrivata a destinazione, perché «Nessun emigrante si dimentica il giorno della partenza. È morte e insieme rinascita»; però, nell’ultima lettera, ci tiene a chiarire «in Italia sono. In Romania ero».
Proprio mentre scrivo di questa storia di sopravvivenza e rinascita, e penso a quanta fatica ogni giorno debbano fare le donne migranti (spesso costrette a lasciare la famiglia e i figli) per allontanarsi dallo stereotipo che nel nostro paese gli unici lavori a loro destinati siano quelli di badanti, colf o escort, e a quanto le cose possano essere migliorate in questi tredici anni (dalla prima uscita del volume), ecco che in un piccolo trafiletto di cronaca leggo di una ragazza rumena di 21 anni scomparsa in Puglia. Era in Italia da tre mesi, aveva trovato un’occupazione saltuaria come bracciante agricola e da qualche settimana sembra che avesse iniziato a prostituirsi, secondo il racconto dell’amica che ne ha denunciato la scomparsa.
«”Le ragazze” dell’Est sono polacche, romene, bulgare, ucraine… hanno una luce strana negli occhi, una tristezza senza limiti. Hanno visto tanto, hanno sentito che la libertà non è per loro. Oh, sì, avrebbero voluto essere uguali, ma abbasseranno sempre lo sguardo davanti ai ricchi e accetteranno i lavori più umili».
[1] Da M. G. Bellardi (2021), Un’Amarena tira l’altra. Arte, storia e virtù di una ciliegia aspra, ma pur sempre irresistibile, Università aperta terza pagina. https://cris.unibo.it/handle/11585/842394#:~:text=In%20arte%20figurativa%20a%20tema%20religioso%2C%20l'amarena,afferra%20alcune%20ciliegie%20dalla%20coppa%20di%20vetro
