Il superfluo della vita, di Ludwig Tieck

di Alice Pisu

“Tutto ciò che deve abbellire la nostra vita si fonda su un riguardo per cui evitiamo di rischiarare con una luce troppo cruda la gradevole penombra grazie alla quale tutto ciò che è nobile si libra in uno stato di soave appagamento.”
Ludwig Tieck si interroga sulle ombre del vivere nel Superfluo della vita, opera che gode oggi di una nuova valorizzazione grazie alla mirabile traduzione e cura di Paola Capriolo per Carbonio editore. Il romanzo, uscito originariamente nel 1839, rappresenta il culmine di un percorso letterario che rese Tieck una figura centrale del Romanticismo. Scrittore, traduttore, poeta e critico, Tieck è artefice con Novalis, i fratelli Schlegel, Schelling e Fichte del circolo romantico di Jena. Intrigato da racconti popolari, leggende medievali e fiabe, nelle sue opere palesa un marcato interesse per il ruolo della lingua nell’eredità culturale, aspetto riconoscibile anche nelle scelte di traduzione perseguite negli anni. L’attenzione verso i condizionamenti sociali nella definizione dell’individuo è attestata da una vasta produzione che traccia un’evoluzione stilistica e formale e un progressivo distacco dai motivi espressivi e tematici iniziali. L’alternanza di storie di formazione a opere romantiche, commedie, testi satirici, drammi, dichiara una ricerca inesausta nei continui esperimenti di dialogo tra lingua e forma con invasioni del fantastico confluite nel realismo.
Nel Superfluo della vita Tieck si interroga sull’inganno insito nel contratto sociale dietro l’abbaglio della prosperità a cui contrappone la fascinazione verso esempi di posture radicali (Diogene in particolare) provata da una coppia che vive in condizioni di indigenza nella periferia di una capitale imprecisata. La novella è interamente strutturata come una conversazione tra i coniugi. Clara è un’aristocratica che contro il volere del padre sposa un borghese e perde ogni agio. Heinrich, alter ego dello scrittore, è un intellettuale che nell’isolamento dal resto del mondo definisce i principi fondamentali di un pensiero basato sull’abbandono del materialismo in favore di un’emancipazione dal ricatto capitalista del benessere.
A scandire il crescendo simbolico è l’attenzione verso la struttura della casa: la sua conformazione non permette una visione della vita che scorre all’esterno. La cesura definitiva con la civiltà è incarnata dallo smantellamento della scala, emblema del collegamento con il fuori, distrutta e bruciata per far fronte alle basse temperature invernali. Tra gli assunti fondamentali il riconoscimento dell’amore consacrato nella povertà come unico bene imprescindibile, secondo un movimento circolare perpetuo dove si attenuano i confini del principio e della fine.
Tra continui rimandi alla possibilità di definire una nuova visione luminosa nel buio in grado di confutare la dicotomia luce/conoscenza buio/ignoranza, aleggiano interrogativi sul significato della libertà e sull’edificazione di prigioni personali.
Nell’oltrepassare la demarcazione netta tra ciò che incarna il male – la corruzione dei costumi, il mito del benessere, l’ipocrisia dell’apparenza – e ciò che si eleva al bene – il trionfo dell’intelletto e dell’amore come unico baluardo nel degrado generale –, Tieck si insinua nelle pieghe del noto per studiare la natura ambigua dell’essere umano, i recessi violenti dietro volti angelici, lo spirito volgare capace di ridestarsi “non appena la comicità irrompe a tutta forza nella stanza più segreta dell’anima”.
Aleggiano interrogativi sulla natura caleidoscopica dell’identità, sul peso dell’istinto nell’identificare il pericolo dell’estraneo, sui risvolti deleteri del pregiudizio.

 

Osservare gli uomini con troppa precisione può condurre facilmente alla misantropia.

 

La dorsale che attraversa l’opera è il pensiero filosofico espresso nella rivendicazione di valori fondanti: la fedeltà come espressione più nobile di ogni relazione; la povertà come condizione a cui aspirare in una sorta di ascesi intellettuale; la coscienza di vivere nel momento presente come affrancamento dal limite delle aspettative altrui; l’assenza di doveri come forma di indipendenza.
Tieck riesce al contempo a esaltare tali aspetti e a immaginarne un rovesciamento sulla base di un’oggettiva difficoltà umana a riconoscere l’autenticità di desideri personali svincolati da costrutti sociali. In tale prospettiva la rivendicazione dell’isolamento assume i contorni di un atto politico nel rifiuto di una società iniqua che celebra al suo vertice figure economicamente affermate e disprezza la sua base miserabile. In tal senso si rivela affascinante l’evoluzione onirica che prende la narrazione: il protagonista rievoca un sogno dove finisce all’asta al pari di un bene qualsiasi, e scopre dalla sua quotazione di non avere alcun valore agli occhi degli altri. Un espediente narrativo per indagare la concezione di Stato, il significato di un patriottismo vacuo espresso nella mera adesione a un’idea di utilità comune, l’incapacità diffusa di un reale rispecchiamento nel prossimo.
Lungi dal definire figure eroiche e lineari nei valori morali e negli aneliti, Tieck si interroga sui cortocircuiti innescati quando per i protagonisti si prospetta la possibilità di godere di nuovo di un tenore di vita elevato.
Ogni vicenda narrata, che si tratti di una divagazione dialettica, della trasposizione di una fantasticheria o della ricorrenza di un ricordo, si relaziona a interrogativi più ampi sul significato del tempo e sul valore dello spazio, ritenuto “un’entità incondizionata, un nulla, una forma dell’intuizione” al contrario di una scala, una mediazione, un simbolo della superficialità della vita e del lusso vuoto. Smantellare la scala rappresenta una cesura con il mondo empirico e nell’opera si lega a un’aspra critica della proprietà privata anche attraverso il riferimento al sansimonismo.
Il superfluo della vita è un compendio sui fondamenti dell’esistenza come vibrazioni sottili, sulla natura inesorabilmente contraddittoria e fragile dell’individuo, sulle potenzialità del trascendente nel riappropriarsi del senso di totalità.

 

Dal divino, sognante stordimento in cui la natura e l’esistenza ci cullano, da questo poetico sopore non dobbiamo voler ridestarci illudendoci che fuori di esso si trovi la verità.