Un viaggio senza fine, di Karl Markus Gauss

di Giordana Restifo


Con il suo ultimo reportage, Karl-Markus Gauss ci porta di nuovo con sé alla scoperta di luoghi, persone e situazioni, a conoscere la storia dell’Europa. Avevamo già parlato dell’autore austriaco e dei suoi viaggi qualche anno fa a proposito di Viaggio avventuroso intorno alla mia camera; adesso è uscito dal suo appartamento, ha attraversato l’Albania, la Repubblica Ceca, la Germania, l’Italia e molti altri paesi, incluso il proprio. Un viaggio senza fine, edito da Keller editore e tradotto dal tedesco da Alessandro Luzzi, è uscito per la prima volta nel 2020 con il titolo originale Die unaufhörliche Wanderung.
Diviso in quattro parti, “Luogo e tempo”, “Pianterreno e sotto”, “Avanti e indietro”, “Leggere e scrivere”, è composto da ventitré scritti, alcuni inediti e altri che l’autore ha pubblicato durante quest’ultimo ventennio. Il primo e il terzo capitolo raccolgono alcuni resoconti brevi, mentre il secondo e il quarto più lunghi. A parte l’ultimo che è più personale, una sorta di autobiografia, gli altri capitoli trattano di avventure che portano il lettore a errare nel tempo e nello spazio, a interrogarsi sulle guerre, sui confini, su come cambiano le città e gli abitanti di queste, sulla storia antica, moderna e contemporanea. Con l’inedito Il sommelier di Berat inizia il viaggio di Gauss e dei suoi lettori. L’autore si trova a Berat, città elogiata da alcuni suoi amici come la più bella dell’Albania, a 160 chilometri a sud di Tirana nell’entroterra albanese. Qui incontra Isuf, un sommelier musulmano appassionato di storia e di vino (pur senza averne mai bevuto una goccia), che racconterà del monte Tomorr e della confraternita dei bektashi.
Dal sud Europa si risale fino alla Repubblica Ceca, precisamente fino a Trebíč, dove vi è un evidente paradosso: intorno al 1800 gli ebrei costituivano più di metà della popolazione, nel 1939 erano rimasti in 281. Furono tutti deportati nei campi di sterminio e solamente dieci sopravvissero. Nessuno di questi è tornato a vivere a Trebíč; «ieri la capitale del surrealismo, oggi una città senza ebrei col quartiere ebraico più bello d’Europa».
L’itinerario continua in un luogo in Italia che lascia senza fiato, la città votata al turismo per eccellenza, si tratta di una «città improbabile – costruita sull’acqua e sulla carta, materiali adatti a creare sogni, non certo palazzi e chiese». Decaduta e spesso mortificata, dove i turisti sono più dei residenti (circa 60mila) del centro storico, l’autentica Venezia riesce a resistere in degli anfratti, in qualche calle silenziosa, in qualche osteria dal sapore antico. E, a proposito di turisti che con le loro macchine fotografiche e i loro cellulari vogliono immortalare tutto e non perdersi nulla, a un certo punto il lettore si imbatte nel racconto Fotografare lo spazio pubblico. Durante un tragico incidente stradale accaduto a Vienna, una folla di passanti, che io definirei “turisti delle tragedie” e che Gauss appella come “ficcanaso”, ha ostruito il passaggio dei soccorritori pur di poter fare delle foto alle vittime in fin di vita; se da un lato ciò fa orrore dall’altro sembra avvenire sempre più di frequente. Per stimolare le molte riflessioni possibili, l’autore fa un excursus che ci riporta ai tempi degli antichi romani e non solo:

 

«La voglia di guardare non è una novità che testimonia la rapida decadenza di una cultura, ma piuttosto una costante antropologica che nella storia umana ha sempre giocato un ruolo. Nell’antichità si costruivano stadi per decine di migliaia di persone che, di ottimo umore, si recavano a vedere spettacoli in cui degli uomini venivano sbranati da belve feroci […]. All’inizio dell’età moderna la gente era disposta a intraprendere un lungo e faticoso viaggio soltanto per assistere alla messa al rogo di streghe
o per osservare di persona il boia eseguire una condanna a morte».

 

Durante questo suo peregrinare, Gauss si ritrova A spasso per Odessa, dove assiste a una lezione del seminario “Bellezza e perfezione”. Con la guida turistica Olga, va a visitare la “Casa dei dotti”, un edificio progettato dall’architetto tedesco-odessita Hermann Scheurembrandt su commissione del principe Michail Tolstoj, un parente dello scrittore che aveva voluto una seconda residenza per ospitare incontri con spiriti liberali lontano da Mosca e da San Pietroburgo. Proprio in questo palazzo si teneva, in concomitanza, il seminario durante il quale un gruppo di giovani donne sulla trentina, seguendo le direttive dell’insegnante, partecipava ad alcune lezioni sul portamento e i modi da tenere agli appuntamenti con uomini facoltosi. Nella città che deve il proprio nome al mondo classico, al protagonista dell’Odissea, le ragazze, non tutte, solo quelle che possono permetterselo (visto il costo dei corsi) apprendono le buone maniere, il contegno da avere in società; mentre gli uomini, non tutti, solo quelli che fanno parte del crimine organizzato o della procura, girano con grandi fuoristrada dai vetri oscurati salendo sui marciapiedi, sgommando fra gli alberi, parcheggiando in sosta vietata e contro i quali nessuno osa ribellarsi.
Il racconto più datato, risalente al 1999, è Nella città sotterranea. Inchiesta sulla cloaca, ed è quello che mi ha colpito più di tutti, benché all’apparenza tratti di fogne, rifiuti ed escrementi. L’autore ci porta nell’antica città di Mohenjo-daro (nell’attuale Pakistan), dove gli archeologi stanno tentando di riportare alla luce la rete di canalizzazione e ripulirla con cura, perché dai rifiuti si possono carpire molte informazioni sugli uomini che li hanno prodotti. Nella città sotterranea troviamo anche l’acqua, l’elemento a cui si affida ciò che non si vuole più vedere, sopportare, anche se in alcune culture è sacro:

 

«Siamo venuti dall’acqua, e se la perdiamo, siamo perduti anche noi. Tra tutte le risorse della terra l’acqua è la più importante, lo sapevano già i miti antichi, molto prima che lo dicesse la Scienza. Meravigliosa è l’acqua nel suo scorrere. Da sempre le religioni hanno mostrato rispetto e attenzione anche all’acqua ferma, ma terapeutica e sacra è l’acqua che scorre. Ciò che il fiume trascina con sé – dai tempi dei tempi – sono i peccati, la colpa. Ben prima che gli scarti industriali venissero riversati nell’acqua e da questa spinti via, prima che enormi quantità di acque reflue si riversassero nei canali e nei fiumi, molto prima che i fiumi trascinassero con sé il veleno, i corsi d’acqua portavano via colpe e peccati».

 

Ci sono colpe e colpe. Torniamo in Austria con Gauss per conoscere la triste storia di Una ragazza di nome Nadica, sottotitolo Un racconto di Natale ambientato in Austria, e scoprire come il Natale non sia uguale per tutti (a tutte le latitudini del mondo). La “colpa” di Nadica, nata in Austria e vissuta quasi tutta la vita in Serbia come bambina di strada o con un padre violento in una baraccopoli, è quella di aver provato a cambiare vita tornando a Salisburgo alla ricerca della madre. Come un finale che già purtroppo conosciamo, comune in molti paesi, Nadica, dopo essere stata abbandonata a sé stessa dalle istituzioni, è stata respinta e cacciata dall’Austria.
Avanti e indietro, risospinti ai confini, alle frontiere, questo è il destino di tanti profughi, dei migranti di cui si parla nel resoconto La rinascita dei confini. Cinque variazioni. L’autore porta avanti una disamina su come si vive nei centri e nelle periferie, da un lato e dall’altro delle frontiere, separati da confini naturali come montagne o fiumi, oppure da muri eretti dall’uomo. Nel 1989 esistevano in Europa sedici opere difensive paragonabili al Muro di Berlino, oggi sono più di settanta; ma non pensiamo sia una peculiarità solo europea, «l’industria che produce e vende i nuovi “complementi d’arredo” per frontiere è in piena espansione a livello globale». Senza dubbio il muro più discusso degli ultimi anni è quello voluto da Donald Trump e dai suoi sostenitori, ma ci sono barriere erette tra la Macedonia e la Grecia, o in India dove troviamo il recinto elettrificato più lungo del mondo per impedire l’emigrazione dal Bangladesh. E, com’è da sempre, in queste separazioni forzate, c’è una parte che vuole mettere il proprio territorio in sicurezza e l’altra segregata, isolata, respinta, costretta a vivere dietro a un confine militarizzato.
L’ultimo capitolo, come si diceva inizialmente, porta i lettori direttamente nella vita dell’autore: viene presentato il suo secondo insegnante di tedesco, perché il primo era stato suo padre, racconta qualcosa del Gauss del passato, studente alla Facoltà di Lettere dell’Università di Salisburgo e lettore appassionato, ma anche di quello del presente, scrittore di recensioni e reportage di viaggi e ancora lettore interessato. Infine, vi un divertente aneddoto su come sia diventato “un dio del meteo” durante uno degli eventi organizzati dalla casa editrice Keller sul Monte Pasubio.
Questo viaggio senza fine è giunto al capolinea, ma da qui può anche ricominciare. Per non ridurci come il politologo del racconto L’Occidente, l’Oriente, smentito dai fatti dopo aver annunciato la “Fine della Storia”, Gauss ci ha voluto suggerire l’idea che ci sono infinite cose da apprendere, da conoscere, e che infiniti viaggi da intraprendere ci attendono.