Le finestre bloccate, di Yolaine Destremau

di Alice Pisu


Sotto forma di novella affine al thriller psicologico, con Le finestre bloccate (trad. Marta Giusti, Barta ed.), Yolaine Destremau compone un elogio del frammento incentrato sul peso dei vincoli, sulla solitudine femminile, sulla matrice oscura celata in ogni equilibrio apparente, sul ruolo del dubbio nel ridefinire i contorni del noto. L’elezione di un punto di vista soggettivo e inaffidabile per tradurre la precarietà esistenziale nel sentore di un allarme ignoto rappresenta una costante nell’intera produzione letteraria di Yolaine Destremau, già nota in Italia per Le ribellioni, La casa di Cognac, La malintesa, Il rumore bianco, Seguire la vena, editi da Barta.
Le rivelazioni parziali, gli assilli, gli inganni su cui vortica la narrazione sono gli indizi di una vicenda dai contorni oscuri con al centro Lucile, una giovane donna che vive in un appartamento parigino con il suo compagno Paul e la loro figlia neonata. Sin dalle prime pagine si percepisce un senso di resa vissuto da una donna intrappolata nel proprio corpo, vittima e carnefice, che undici anni dopo un incidente fatale nutre il desiderio di morire tra le braccia di sua figlia, all’apice di un doloroso ribaltamento di ruoli.

 

“L’intollerabile per me è quell’istante in cui mi riduco a un corpo inerte abbandonato su di lei, vacillante e sciancata, e lei che mi rassicura per l’ennesima volta con la sua voce di bambina.”

 

Riavvolgendo il nastro, Destremau concede a chi legge qualche labile indizio sul contesto ordinario che caratterizzava il quotidiano di Lucile undici anni prima, la sua necessità di esularsi dai vincoli famigliari per ricavarsi uno spazio altrove. Il rifugio riconosciuto in un ripostiglio abbandonato al settimo piano garantisce una sospensione spaziale e temporale ideale per la scrittura di un libro sugli angeli.

 

“L’odore della polvere, il ticchettio della pioggia nelle grondaie, e la mia bambina appena nata: sono stati i pomeriggi più belli, gli ultimi della mia vita. Mi ripetevo, potrei anche non fare altro che questo, rimanere con lo sguardo fisso sulla sabbia fine che scende, sulla bambina, e non vivere più, semplicemente guardarla dormire, crescere, dormire ancora… Un libro sugli angeli, ma anche su ogni dio protettore, nella confusione di tutte le religioni. Avevo la sensazione, anzi la certezza, che questo calore di seta, questa pienezza sarebbero durate giorni e giorni. La mia vita si sarebbe svolta ormai in questo paesaggio, e solo in questo. Nascoste nel nostro abbaino grigio, proteggendoci l’un l’altra, eravamo lontane da ogni pericolo”.

 

Raggiungere dopo sette rampe di scale quel luogo dalle finestre bloccate chiamate jour de souffrance (aperture su un muro divisorio che lasciano entrare la luce del giorno ma non consentono di guardare fuori) simboleggia al contempo un’ascesi e un baratro infernale, perché teatro di un accadimento anomalo di cui la donna diventa testimone inconsapevole.
Tra minacce, lettere anonime, fughe improvvise, figure ambigue, i continui rimandi biblici cadenzano una narrazione tesa, nervosa, una vertigine nello scarto tra la convinzione di condurre un’esistenza felice e la percezione di aver confuso la realtà con il proprio desiderio. Il progressivo distacco dal mondo civile in funzione del ripiegamento interiore potenzia l’immaginazione che finisce per allagare ogni cosa e trasformare simboli in presagi.
Come sostenuto da Frédéric Gros, la buona immaginazione risponde alla chiamata delle fiamme, ridisegna le linee d’identità e modella la rabbia: è potenza di riconfigurazione e proiezione per permettere all’individuo di uscire da sé, dilatarsi, moltiplicarsi.
In tale scissione identitaria, il dubbio e la paura intridono i pensieri e le azioni della protagonista, preda di una solitudine allucinata retta sull’osservazione delle vite altrui, come quelle delle prostitute sotto casa, e alimentata dal misto di repulsione e attrazione verso la promiscuità, la violenza celata. Gli epicentri urbani parigini cedono il passo a scorci selvatici solo all’apparenza rassicuranti, entro una concezione del paesaggio come trasposizione di affanni e scenario del dramma.
Riluce una filosofia di sopravvivenza da isolamento entro l’allestimento di una realtà parallela al quotidiano che amplifica le afflizioni, instilla nuovi dubbi, conduce all’irrazionalità e alimenta l’odio.
Si alternano continue riproduzioni di un disagio psichico che impasta la narrazione di eventi reali e allucinazioni grottesche in una novella che riserva un’acuta riflessione sul desiderio, sulle tensioni ambivalenti vissute in relazione a un corpo che genera e distrugge, capace di terrore e estasi. Con Le finestre bloccate Destremau consegna un compendio su una ribellione radicale che si insinua nelle pieghe di disperazione e gioia inquieta nel lambire il confine tra un richiamo ascetico e un delirio sanguinario.