Match Point: il primo racconto classificato

Match Point è la chiamata letteraria per racconti inediti scritti in italiano da residenti nel Regno Unito. Superando i tradizionali confini del concorso letterario, il progetto è diventato un laboratorio, un’esplorazione nell’immaginario di una nuova generazione di autori e autrici italofoni ed espatriati. Giunto alla quinta edizione, Match Point è organizzato dalla charity culturale Il Circolo, con il supporto del Consolato Generale d’Italia a Londra e in collaborazione con il programma di scrittura Londra Scrive, con il Premio Calvino e con Cattedrale – Osservatorio sul racconto.

Cattedrale ha il piacere di proporvi i tre racconti finalisti e il vincitore sulle nostre pagine, dove potrete leggere i singoli racconti.

Oggi è arrivato il tempo di presentarvi il primo racconto classificato al concorso: “Lo scambio di villaggi” di Claudia Bedin
QUI potete recuperare il secondo classificato, mentre QUI potete recuperare il terzo racconto classificato.
Buona lettura e buon viaggio!

Claudia Bedin, padovana, vive a Londra da oltre dieci anni e lavora nel settore fintech. Con il racconto Lo scambio di villaggi, vincitore di Match Point 2025, ci porta ai tempi del morente impero sovietico, tra le tensioni etniche in Armenia e Azerbaijan negli anni Ottanta. L’autrice si rifà a un episodio storicamente accaduto e lo ricostruisce con umanità, con l’istinto di una narratrice vera. Ne esce un racconto sfaccettato, narrato con voce insieme sobria e calda, immerso nella luce del recente passato.
Marco Mancassola

Lo scambio di villaggi

di Claudia Bedin

È la mattina della partenza. Lucine cammina nervosa tra una stanza e l’altra, ancora una volta. Sprimaccia i cuscini, aggiunge qualche ultimo oggetto a borse già piene, preparate da settimane. La camera da letto rassettata ha un’aria anonima senza le fotografie, che Lucine ha già messo in valigia insieme alle lenzuola del corredo e agli asciugamani buoni. La macchina da cucire è ancora sul tavolo della sala da pranzo. Finito il giro delle stanze si risiede al tavolo e riprende distratta il rammendo che aveva interrotto. Cerca di tenersi impegnata.
Fino a poco più di un anno prima la vita era semplice. Le piacevano le sue giornate cadenzate, la stanchezza della sera dopo le ore a cucire e a lavorare nei vigneti. Le piaceva quando Shmavon la svegliava entrando sudato nel letto, e si girava a cercarla. Le piaceva sapere che l’anno prossimo sarebbe stato come quello prima, che avrebbero preso una vacca e fatto il formaggio, che aveva un posto nel mondo e che non c’era niente di complicato da capire. Adesso invece non dorme finché Shmavon non rientra dalla ronda. Quando rientra, è troppo stanco per cercarla e lei si addormenta sollevata di sapere che è tornato.
Ci sono eventi che piombano su di te senza preavviso, ti sbattono al suolo e ti schiacciano la faccia nel marciume di una realtà che non conoscevi e che non avresti voluto vedere. Quindici mesi prima al villaggio era arrivata la notizia che a Sumqayit, a neanche due ore di macchina, erano state ammazzate decine di persone. Non morte, ammazzate. Di botte. Nelle loro case, per strada, persone normali di tutte le età, ammazzate così, senza motivo, senza preavviso. Qualcuno aveva deciso che non dovevano più vivere perché erano armeni. La polizia locale razziava le case lasciate vuote. 27 febbraio 1988. Quel giorno aveva cambiato tutto. Dopo tre giorni le autorità sovietiche erano intervenute e avevano riportato la calma a manganellate. La notizia era corsa veloce tra i paesi della zona, più veloce dei notiziari alla radio. Al paese di Lucine si erano improvvisate riunioni, si era pianto, ci si era ripromessi di fargliela pagare. Gli uomini si erano organizzati in squadre armate che a turno pattugliavano le strade, e le donne avevano preparato le valigie.
Lucine respira, ferma la macchina da cucire, tende la stoffa e ispeziona i punti ordinati sul tessuto. Con un gesto automatico alza il piedino premistoffa, riposiziona il tessuto, abbassa il piedino e riprende il lavoro, la mano sicura e la mente più calma. L’automobile c’è, la presta il cugino Grigor che arriverà da Baku prima di sera.
Finito il rammendo mette una maglia ed esce di casa, chiudendo dietro la porta la pila di ansia, scatole e borse. Sceglie la strada che dalla sua casa scende sinuosa verso i vigneti, allontanandosi dal paese. L’accompagnano i richiami dei merli. Non le va di parlare con nessuno, vuole viversi le ultime ore a tu per tu con le colline, senza distrazioni. Tanto i compaesani che ancora non sono partiti li ritroverà quasi tutti dall’altra parte; le colline invece le mancheranno da morire. Lei ci è nata tra questi vigneti, e così sua madre e la madre di sua madre. Le sue gambe conoscono tutti i sentieri e i suoi occhi i profili delle colline, l’odore dell’erba bagnata sa di casa. Non conosce altri posti e non le interessa conoscerli, tutto quello che ama è già qui. 
Due figure che da lontano risalgono la stessa strada interrompono il flusso malinconico dei suoi pensieri – Lucine riconosce Avag, uno degli uomini più influenti del villaggio, con l’amico Veysal. Prima che si accorgano di lei cambia bruscamente direzione e prosegue la sua camminata dentro il vigneto più vicino. Non le va di parlare con nessuno, vorrebbe solo piangere. 

Veysal accompagna Avag all’appuntamento telefonico settimanale con Samir. Arrivati all’ufficio postale tolgono i cappelli ed entrano strofinando i piedi. Non c’è nessuno in coda per il telefono, normale, lo sanno tutti che a quest’ora serve ad Avag. Il numero da comporre è lunghissimo e c’è da attendere qualche minuto al centralino.
“Ufficio postale di Kyzyl-Shafag, Repubblica Socialista Sovietica Armena, estensione 5478”.
Parlano azero.
“Avag, gliel’hai detto che si portino dei vestiti pesanti? Arrivano qui e si lamentano che fa freddo. Ma non lo sanno che fa freddo?” chiede la voce infastidita di Samir.
“Ne abbiamo già parlato, sì che lo sanno. Lo sanno ma non lo capiscono veramente, perché non fa mai freddo qui. Alcuni non ce li hanno neanche i vestiti pesanti. Di’ ai tuoi che ci lascino dei cappotti, tanto qui a Kerkenj non servono. Così chi arriva leggero può prendersi qualcosa.”

“Ah! Anche i cappotti vuole questo. Ma secondo te lo decido io cosa si portano dietro?”

“…”
“Va be’, vedo se si può organizzare una raccolta di vestiti invernali.”
Affrontano faccende pratiche, problemi logistici, si aggiornano sulle partenze delle famiglie dei rispettivi villaggi. Riportano le rimostranze dei compaesani quando ce ne sono, per evitare che litighino tra loro. Non discutono mai di politica e non nominano mai i rancori tra i loro popoli. Non si piacciono.
Veysal osserva Avag parlare al telefono e gli invidia la calma e il carisma. Lo ha sempre ammirato, fin da quando erano ragazzi. Anche allora Avag era diverso, più serio, più intelligente degli altri, aveva sempre mille idee e la determinazione di metterle in pratica. Gli altri lo rispettavano, ma non lo capivano; era perciò fondamentalmente solo. I suoi insegnanti avevano insistito perché la famiglia lo mandasse all'università, così a diciott’anni se n’era andato a Baku a studiare economia.
Era il 1981 e la tensione tra azeri e armeni non era ancora mutata in violenza, anche se a Baku c’erano quartieri che uno studente armeno faceva meglio a evitare. Ad Avag era capitato di essere insultato e minacciato per strada, ma non se ne preoccupava. Era entusiasta della nuova libertà, inebriato dalla vivacità intellettuale dell’ambiente universitario, così diverso dalla monotonia della campagna. Aveva lasciato crescere i capelli e preso a imitare il comportamento “urbano” degli studenti di Baku. Passava le serate a discutere nei bar, fumando sigarette ucraine Prima una dopo l’altra, imparando dagli altri studenti nozioni disparate di dinamica dei fluidi, linguistica generativa, psicologia cognitiva. Discuteva di letteratura, economia, e, nei posti giusti, anche di politica.
Aveva preso a frequentare il club del libro della facoltà di filosofia. Ci andava per scambiare idee sui libri letti e per sentirsi importante proponendo riflessioni che pensava originali e argute, ma soprattutto perché lì ci si passava manoscritti proibiti, si ascoltava la radio, e si sussurravano notizie che non circolavano nei canali ufficiali dell’università. Era lì che aveva saputo che una certa studentessa che distribuiva un giornale clandestino, e che non si vedeva più in giro, era stata ricoverata in un ospedale psichiatrico perché “incapace di intendere e di volere”; e che quel professore un po’ polemico che non si era più presentato a lezione sembrava essere finito a fare l’operaio. Era lì che aveva conosciuto Leyla, ed erano diventati grandi amici. Si vedevano spesso, rimanevano a conversare fino a tardi nell’appartamento che lei aveva in affitto con altri ragazzi azeri. Avevano imparato a fidarsi l’uno dell’altra e all’interno di quelle mura ammuffite si sentivano liberi di essere loro stessi. Si volevano bene perché si assomigliavano; Avag veniva da un villaggio di viticoltori, Leyla da uno di allevatori di bestiame. Entrambi vivevano l’euforia di essere da soli nella grande città, liberi dalle stringhe degli sguardi di una comunità intera che ti conosce e ti giudica, non accetta cambiamenti e guarda con sospetto l’entusiasmo della gioventù. Che lui fosse armeno e lei azera non importava, erano abituati alla lingua e ai costumi l’uno dell’altra: il villaggio armeno di Avag era in Azerbaijan, il villaggio azero di Leyla era in Armenia.

Avag non aveva fretta di tornare al villaggio. Ottenuta la laurea, era riuscito a prolungare la sua permanenza a Baku per altri tre anni di dottorato. Ma quando aveva saputo del massacro di Sumqayit, era corso a casa di Leyla e si erano abbracciati piangendo. Avag aveva intuito che la Storia si era messa in moto e non lo avrebbe lasciato essere un semplice spettatore. Aveva lasciato Baku senza finire il dottorato che all’improvviso gli pareva futile, ed era tornato a casa a occuparsi del suo villaggio. 

Samir riaggancia sbuffando. Quel ragazzo lo irrita e non vede l’ora di concludere questa faccenda per smettere di averci a che fare. Leyla gliene aveva parlato spesso nelle sue lettere da Baku, lo teneva in alta considerazione e passavano insieme una quantità di tempo decisamente inappropriata. Samir temeva di vederselo piombare a casa un giorno per chiedergli la mano di sua figlia e aveva preparato una risposta per ricacciarlo da dove era venuto. Invece Avag se n’era andato da Baku all’improvviso per tornare al suo villaggio, e le lettere di Leyla si erano fatte amare. Era molto preoccupata per la situazione politica dell’Azerbaijan. Gli aveva spiegato che gli animi si stavano scaldando per una regione che gli armeni rivendicavano come propria, ma che apparteneva all’Azerbaijan. Nagorno Karabakh si chiamava. Avrebbe imparato a maledire quel nome.
Samir sfoglia distratto la rendicontazione della fattoria, perso nei suoi pensieri. L’attività è al minimo, quasi tutte le vacche sono state vendute. 
Che brutti mesi. Tempi folli. Le inquietudini di Leyla gli erano sembrate tanto distanti, e poi da un giorno all’altro sui muri di Kalinino, la capitale del suo distretto, erano comparsi manifesti che reclamavano l’annessione del Nagorno Karabakh all’Armenia. Quella regione per lui così irrilevante e lontana faceva ribollire nei suoi vicini armeni una rabbia sepolta e potente. La gente aveva cominciato a manifestare, a marciare, a incattivirsi. Samir si era accorto che l’idea che i popoli sovietici fossero fratelli, con la quale era cresciuto senza mai dubitarne, non era più vera e forse non lo era mai stata. Lì in Armenia gli azeri come lui erano meno fratelli degli altri, e li volevano fuori dal paese. 
Un giorno di settembre, pochi mesi prima, quattro compagni erano andati a Kalinino per l’acquisto mensile del cibo del bestiame per la fattoria collettiva. In città una marcia bloccava la strada principale e la gente gridava: “Mer Karabakh! Mer Karabakh!”, “Il Karabakh è nostro!”. Alcuni tra i manifestanti li avevano riconosciuti. Avevano circondato la macchina, li avevano costretti a scendere, buttati a terra e colpiti con gli stessi bastoni che reggevano cartelli con su scritto: “Fuori gli azeri dall’Armenia”. 
E poi c’era stato quel vecchio ammazzato, sempre a Kalinino. C’era una protesta, un corteo marciava nella via principale gridando: “Turchi, turchi, andatevene dalla nostra terra!”. Parlavano di loro ovviamente, gli azeri. Un anziano signore di nome Karabogaz, azero, aveva perso le staffe e sulle sue gambe incerte aveva gridato improperi ai manifestanti. Questa era anche la sua, di terra. Quelli avevano riso, scagliando tre grosse pietre, e avevano continuato a marciare, lasciandosi alle spalle un corpo riverso dove prima c’era Karabogaz a difendere la sua dignità. Aveva quasi novant’ anni.  
A Kyzyl-Shafag la morte di Karabogaz a due passi da casa aveva reso evidente ciò che fino ad allora si erano tutti affannati a non vedere: che la loro stessa sopravvivenza era in pericolo. Samir aveva riunito i capifamiglia e organizzato i turni per le ronde di difesa del villaggio. Aveva messo insieme un gruppo d’azione e con loro cominciato a cercare un posto sicuro dove trasferire tutta la comunità.  
In Azerbaijan, il villaggio di Avag si era subito messo in allarme dopo il massacro di Sumquavit,. Con l’avanzare dei mesi, l’idea che gli armeni fossero degli intrusi nel paese era stata prima sussurrata, poi discussa, poi sbandierata. Intellettuali e scrittori azeri lo affermavano alla radio e lo scrivevano sui giornali senza vergogna: gli armeni dovevano andarsene. E gli attacchi alle comunità armene che si andavano intensificando – linciaggi nelle città, stupri e razzie nelle campagne – erano episodi esecrabili, certo, ma in fondo, insistendo a non andarsene, gli armeni se la stavano cercando.
Tornato da Baku, Avag si era messo al lavoro. Dopo essersi consultato con il consiglio degli anziani, si era preso il compito di raccogliere volontari e mettere in piedi delle ronde di difesa del villaggio con le poche armi malmesse a disposizione. Di notte lo si vedeva camminare sicuro per le strade del paese con le altre sentinelle. Di giorno discuteva dei piani sul futuro del villaggio, portando la sua pacatezza in riunioni concitate dove la paura e la rabbia confondevano gli animi. Un giorno di novembre alcuni compaesani al lavoro come muratori in una città vicina erano stati attaccati da un gruppo di uomini locali che li avevano sentiti parlare armeno. Se erano scampati a un linciaggio era stato grazie all’intervento dei loro colleghi azeri, che li avevano difesi lasciando loro appena il tempo di raggiungere la macchina e scappare.
Rimanere era pericoloso. Nel corso dell’anno qualche famiglia se n’era andata per raggiungere parenti in Armenia o in Russia, ma il grosso del villaggio se ne stava lì, braccato da un presente incomprensibile e minaccioso. Non sapevano dove andare, l’unica certezza era che non volevano separarsi. Avag avrebbe voluto spostarsi nel sud dell’Armenia dove il clima era favorevole alla viticoltura, di cui erano esperti. Chi aveva parenti laggiù si era informato, avevano visitato potenziali destinazioni, ma non avevano trovato nessun distretto che avesse posto per duecentocinquanta famiglie. E poi un giorno, poco dopo lo scampato linciaggio dei loro muratori, Avag era stato chiamato all’ufficio postale per rispondere a una telefonata. Era Leyla. “Non c’è più posto per noi qui in Armenia, né per voi in Azerbaijan. Ho una proposta che ci metterà tutti al sicuro.” 


Samir sorride tra sé. Un’idea così folle solo a sua figlia poteva venire! Verso Natale Leyla aveva invitato Avag dall’Azerbaijan, quel suo amico armeno che aveva conosciuto all’università, e insieme avevano fatto al consiglio dei capifamiglia la proposta che avrebbe cambiato il destino delle loro comunità: lo scambio di villaggi. Gli abitanti di Kyzyl-Shafag, azeri, si sarebbero trasferiti tutti a Kerkenj, in Azerbaijan, e gli abitanti di Kerkenj, armeni, si sarebbero tutti trasferiti a Kyzyl-Shafag, in Armenia. 

L’automobile di Grigor è carica di borse, valigie e scatole incastrate nel bagagliaio, sui sedili posteriori, ai piedi di Lucine seduta sul sedile del passeggero. Il portapacchi sul tetto è vuoto, per non attirare attenzione. Niente complimenti, chiacchiere, pettegolezzi sui parenti che non vedono da tanto. I saluti tra Lucine e suo cugino Grigor sono frettolosi e pragmatici. Partono in comitiva con altre due famiglie, più per farsi coraggio che per ragioni pratiche – sono d’accordo che se una di loro venisse fermata le altre proseguirebbero il viaggio senza aspettarla. Una volta arrivati a Kyzyl-Shafag, Lucine e Shmavon lasceranno l’automobile a una famiglia azera che la caricherà con gli oggetti di una vita, e rifarà il tragitto al contrario per trasferirsi a Kerkenj. 
L’atto del distacco è così banale, insignificante se paragonato ai mesi strazianti che l’hanno preceduto, e alle sue conseguenze irreversibili. Caricare le valigie, mettere in moto, far scivolare l’automobile su quella strada di paese percorsa centinaia di volte. Gesti sobri, quasi leggeri. Basta notti insonni, basta corse alle armi al rumore di un camion che si avvicina al paese, nel timore che trasporti uomini armati. Basta cucire vestiti per i disperati che arrivano di notte al villaggio, in pigiama, piangendo gli amici che non sono riusciti a fuggire dalle case in fiamme. Partono, ce l’hanno fatta, sono vivi.
Lucine stringe la mano di Shmavon, lo sguardo sul paesaggio che scorre rapido fuori dal finestrino aperto. Allo scompiglio dei loro capelli mossi dal vento si mescolano lacrime di un’angoscia che si scioglie in sollievo. Né la polizia, né il partito né alcuna altra autorità sono intervenuti per proteggerli; Kerkenj è rimasta unita e si è salvata da sola.