Match Point: il secondo racconto classificato

Match Point è la chiamata letteraria per racconti inediti scritti in italiano da residenti nel Regno Unito. Superando i tradizionali confini del concorso letterario, il progetto è diventato un laboratorio, un’esplorazione nell’immaginario di una nuova generazione di autori e autrici italofoni ed espatriati. Giunto alla quinta edizione, Match Point è organizzato dalla charity culturale Il Circolo, con il supporto del Consolato Generale d’Italia a Londra e in collaborazione con il programma di scrittura Londra Scrive, con il Premio Calvino e con Cattedrale – Osservatorio sul racconto.

Cattedrale ha il piacere di proporvi i tre racconti finalisti e il vincitore sulle nostre pagine, dove potrete leggere i singoli racconti tutti i venerdì, fino al 13 Febbraio.

Oggi vi presentiamo il secondo racconto classificato al concorso: “La vita fragile” di Aquiles MartÍnez.
Mentre QUI potete recuperare il terzo racconto classificato.
Buona lettura e buon viaggio!

Aquiles Martínez vive a Londra dove lavora nel settore delle costruzioni navali. E c’è proprio una nave all’inizio del suo La vita fragile – una nave che ritorna sbucando dalla nebbia, un giovane aristocratico che la osserva da un castello su una collina, un’isola inglese fuori dal tempo. Un racconto in cui l’atmosfera è densa e si può quasi toccare; e ovunque aleggia una sottile energia malinconica. La giuria di Match Point 2025 lo ha premiato senza esitazioni, conferendogli il premio secondo classificato.
Marco Mancassola

La vita fragile

di Aquiles Martínez

 

Poco prima che iniziasse a imbrunire, Lucian Hollow, Conte di Great Auk Island, abbassò il volume della radio, si affacciò alla finestra del suo studio e puntò il binocolo in direzione del mare.
Era una giornata scura d’autunno, uno strato di nebbia fondeva le acque quiete con un cielo di piombo. Ovunque si guardasse sembrava tutto uguale: grigio, solido, immobile. Lucian scrutò paziente l’orizzonte, regolò la messa a fuoco e, dopo alcuni minuti, riconobbe a sud la prua nera e massiccia della MS Revenant che emergeva nella coltre come una bestia di acciaio dal respiro lento.
C’era qualcosa di tetro nella nave. La nebbia che l’avvolgeva riverberava la luce rossa dei fanali mescolata a quella gialla degli oblò. Sembrava portarsi addosso un incendio, e il ponte di coperta, solitamente carico di casse, reti e qualche animale d’allevamento proveniente dalla terraferma, era spoglio. Eppure la rotta era decisa, lo scafo tagliava l’acqua con grazia, e una nuvola pigra si alzava dal fumaiolo: tutto lasciava intuire che fosse in perfette condizioni.
Un uomo con un impermeabile giallo uscì in coperta. Era il vecchio marinaio Morley, con la sua pancia da birra e la barba trascurata. Camminava a capo chino verso prua, reggendosi alla balaustra. Ogni passo sembrava costargli fatica, anche se il mare era calmo come un lago. Giunto alla campana di bordo, afferrò la corda e la suonò a colpi regolari, come fanno i sagrestani nelle chiese. Lucian ovviamente non sentì nulla; la nave era ancora troppo lontana. Ma intuì che non era un richiamo festoso. Se non altro perché, al terzo rintocco, il marinaio Morley si coprì il volto con la mano tozza e il suo corpo massiccio sussultò, come scosso dai singhiozzi.
Lucian abbassò il binocolo e la nave si ridusse a un puntino di luce sfocata. Si passò la mano sulla giacca di pelle nera e premette leggermente sul petto, poi si voltò verso lo studio e lo guardò spaesato, come fosse la prima volta.
Era nato lì, lo stesso giorno in cui sua madre era morta, spezzata dalla gravidanza e dal parto. Allora era la camera da letto padronale, ma Lucian non ricordava né la biancheria d’altri tempi, orlata di merletti, né la toeletta con la bacinella in ceramica, accompagnata da una brocca in peltro. Poco dopo la morte della madre, la stanza era stata riadibita a studio, per cancellare ogni traccia di dolore, e d’allora non era più cambiata. A destra, dietro la scrivania, s’innalzavano le vertiginose librerie in mogano del padre di Lucian, stipate di volumi che profumavano la stanza di carta e di cuoio. Per lo più erano guide ornitologiche, atlanti di zoologia, e innumerevoli trattati di oologia vittoriana, molti dei quali portavano la firma Hollow. Mentre sul lato opposto, incorniciando la porta d’ingresso, c’era un mobile a tutt’altezza con i vinili di Lucian. Ma ciò che dominava la stanza, e che per qualche motivo pareva dolergli di più, era la vetrina a parete, opposta alla finestra. Lunga più di dieci metri e alta quattro, esponeva gusci di uova di tutte le dimensioni e colori, accompagnati da nidi e uccelli impagliati, provenienti da spedizioni negli angoli più remoti del mondo.
Lucian osservò il proprio riflesso nella vetrina e gli parve di essere anche lui una creatura da esposizione. I capelli lunghi e biondi, la pelle quasi trasparente, gli occhi di ghiaccio; i tratti eleganti di un nobile, ma vestito con pantaloni e giacca di pelle di una taglia più grande per nascondere una complessa armatura imbottita, rinforzata con ginocchiere, gomitiere, spalliere e polsiere, fatta su misura per proteggere le ossa fragili che aveva ereditato dalla madre.
I primi rintocchi della MS Revenant s’insinuarono dalla finestra. Lucian sentì le costole tendersi contro l’imbottitura e un brivido gli percorse la schiena. Al quinto colpo, i passi precipitosi di Mrs. Barlow echeggiarono lungo la scala che portava allo studio. E il castello, che fino a un attimo prima sembrava immerso nella quiete, si riempì della sua voce eccitata.
«Lord Hollow! Lord Hollow!» urlava. «Arrivano! Lord Hollow, arrivano!» E poi, dopo aver spalancato la porta dello studio: «Lucian! Sta arrivando Mr. Finch!»
Era tutta contenta, le guance paffute erano arrossate e sudate per la corsa, i riccioli bianchi che le sfuggivano dalla cuffia si erano incollati alle tempie.
«Lo so, Mrs. Barlow» disse Lucian alzando con calma il binocolo.
«E non mi dici niente?» lo ammonì, e si terse il sudore con il dorso di una mano impolverata di farina. «Su! Andiamo, che aspetti lì impalato!»
Lucian finse uno sguardo molto serio.
«Prima di tutto, non dovrebbe rivolgersi a me in questo modo» disse. «Fino a prova contraria, per lei io sono Lord Hallow».
Mrs. Barlow alzò gli occhi al cielo.
«Ancora con questa storia? Come si fa a chiamare “Lord Hallow” uno vestito così? Ah Lucian, se tu non avessi le ossa fragili…» disse minacciandolo con una mano aperta. «Altro che “Lord Hallow”! Ti farei vedere io! Ora su, non ho tempo per i tuoi giochini, andiamo!»
Lucian le andò incontro con un sorriso sornione, scesero insieme le scale, e poco dopo furono fuori dal castello sul sentiero di ghiaia che portava in paese.
C’era un’aria lattiginosa. Il banco di nebbia che precedeva la MS Revenant si stava arrampicando rapidamente sull’isola, nascondendo gli ultimi raggi di sole. Non molto lontano si sentivano i belati tristi delle pecore di Miss White e, da quella stessa direzione, arrivava puzza di bruciato.
Lucian regolò la sua lampada a cherosene e la luce calda, offuscata dalla nebbia, lambì appena il sentiero e gli arbusti colmi di rugiada che lo fiancheggiavano.
«Domani le vado a dire che deve bruciare le sterpaglie da un’altra parte» disse Lucian.
«È inutile. Tanto, finisce che lo rifarà di nuovo» disse Mrs. Barlow.
«E di nuovo le ricorderò che non lo deve fare».
 «Ma che senso ha, Lucian? E poi che ti cambia? Dentro il castello manco si sente».
«Quando c’era mio padre non lo faceva».
«Vorresti dire, quei due mesi all’anno che non era in giro per il mondo…»
«Sì, proprio quelli. Esattamente quelli. E ora che sono io Lord Hallow, Miss White deve fare allo stesso modo ogni giorno che sarò su quest’isola».
«Che sarebbero tutti quanti» disse Mrs. Barlow, con una punta d’ironia.
«Sì, tutti. Tutti!» sentenziò Lucian.
Entrambi rimasero qualche minuto in silenzio, ascoltando i loro passi croccare sulla ghiaia. In fondo al sentiero si vedevano sfocate le finestre accese del pub del paese e, appena oltre, la chiesa in penombra e il faro che gettava il suo cono di luce sul mare.
Mrs. Barlow, sentendo più vicini i rintocchi della MS Revenant, cambiò argomento.
«Ah Lucian, non vedo l’ora!» disse, giungendo le mani al petto. «Sono sei mesi che aspetto questo giorno. Sei mesi esatti, ci puoi credere? Ma non mi stupisce da Mr. Finch, sai quanto ci tiene a essere puntuale... Lo sai che mi scrisse…»
«Una lettera due settimane fa» completò la frase Lucian.
Mrs. Barlow si portò le mani alle guance.
«Te l’ho già detto? Oh mio Dio, dove ho la testa!» disse, arrossendo.
«Solo tredici volte, Mrs. Barlow» rispose Lucian ridendo. «Ma sono pronto a sentirlo per la quattordicesima. Scommetto che mi sarò già dimenticato di qualche particolare fondamentale».
Lei tacque per qualche secondo. Ma non seppe resistere e si mise a raccontare un’altra volta il contenuto della lettera che Mr. Finch le aveva scritto da San Simón de Cocuy, una minuscola località fluviale in Amazzonia, sul triplo confine tra Venezuela, Colombia e Brasile.

Cara Mrs. Barlow,

            Nove giorni fa, appena partiti da Manaus, l’equipaggio della precaria imbarcazione in cui mi trovo pescò da questo fiume torbido una creatura incredibilmente grande. Come può immaginare, fu impossibile non ricordare quel giorno di agosto del ‘29, in cui Lord Hollow, che Dio l’abbia in gloria, si presentò nella vostra cucina con un grongo lungo più di un metro. Lei, me lo ricordo come fosse ieri, non credeva ai propri occhi e le scappò, per lo stupore, una frase volgare totalmente inappropriata, che il piccolo Lucian memorizzò all’istante. Non smise di ripeterla per una settimana, e allora fu solo Lord Hollow a ridere di questo grave inconveniente. Ma a distanza di quasi trentatré anni, credo che una risata ce la possiamo concedere anche noi.

            Vi ricordo con affetto,
Vostro amico,
Mr. Finch.

           PS. Si prenda cura dell’argenteria

La lettera era del 23 giugno, e non di due settimane prima come ricordava Mrs. Barlow, che confondeva il giorno in cui l’aveva ricevuta con quello in cui era stata effettivamente scritta. Nella busta c’era anche una foto che ritraeva Mr. Finch in piedi sulla poppa di una rugginosa imbarcazione fluviale. Aveva il solito volto impaurito, lucido dal caldo, ed era in mezzo a due uomini dell’equipaggio dalla pelle scura che reggevano un pesce enorme. Mrs. Barlow aveva studiato a lungo quella foto e poi l’aveva mostrata più volte a Lucian, facendogli notare piccoli particolari: il fiume nero fiancheggiato dalla vegetazione rigogliosa; le amache colorate che pendevano dai bagli della nave; le squame del pesce, grandi quanto l’orologio di Mr. Finch, verdi come il fango e con i bordi di un rosso vivissimo.
Lucian conosceva ormai a memoria quella lettera, così come tutte le altre che Mr. Finch aveva scritto a Mrs. Barlow durante i numerosi viaggi che, per volere di Lucian, aveva compiuto in giro per il mondo. E sapeva (o almeno così gli riferiva Mrs. Barlow) che altrettante ne erano state inviate a tutte le famiglie di Great Auk Island.
Mr. Finch era un uomo d’altri tempi, e ci teneva molto a coltivare rapporti cordiali. Non tanto per trarne vantaggi personali, quanto per il bene della famiglia Hollow, che ora, sull’orlo dell’estinzione, si era ridotta a Lucian. Infatti scriveva sempre quelle postille per assicurarsi che l’argenteria fosse in ordine, che il latte arrivasse ogni mattina al castello, che il marinaio Morley non si dimenticasse le provviste nel porto di Mistford, che Miss White non facesse pascolare le pecore nei giardini del castello, e così via.
In ogni caso, le sue lettere erano diventate un successo a Great Auk Island. Tutti i quarantasei abitanti, persino i bambini, le aspettavano con impazienza, e si raccontavano a vicenda i brani più curiosi, mai ripetuti e sempre accompagnati da fotografie. Mettevano insieme le storie e ricostruivano i percorsi di Mr. Finch, segnandoli su una grande carta geografica appesa al muro del pub che il marinaio Morley aveva comprato appositamente a Mistford.
Lucian, però, credeva che le uniche righe sincere, in cui davvero traspariva il carattere di Mr. Finch, fossero quelle indirizzate al “Conte Hollow”, che non raccontavano aneddoti esotici o teneri ricordi, ma solo resoconti minuziosi, privi di ogni intento epico. Più o meno quello che si poteva leggere in qualsiasi diario di cinque generazioni di Conti Hollow: dove, come e quando aveva catturato uccelli, trovato nidi e raccolto uova; che posti intendeva visitare nei prossimi giorni ed eventuali imprevisti sulla serrata tabella di marcia; quanto aveva speso per il trasporto, il vitto, l’alloggio e “altre spese” che Mr. Finch non dettagliava per decoro ma che Lucian sapeva servivano a oliare le dogane. E poi, naturalmente, decine e decine di fotografie di gusci d’uova, immortalati con rigore scientifico, destinati a tornare sull’isola stipati in un grosso baule metallico che viaggiava in nave insieme a Mr. Finch.
«Mi ricordo la prima volta che gli ordinai di partire» disse Lucian, quando furono vicini al paese. «Altro che spirito avventuriero! Sembrava sul punto di piangere».
«Povera creatura» disse Mrs. Barlow, scuotendo la testa.
«Fosse per lui, passerebbe il resto dei suoi giorni a lucidare l’argenteria».
«Quanto si fermerà questa volta?» chiese lei, timorosa.
«Un paio di settimane, massimo tre».
Mrs. Barlow sospirò. «Oh Lucian, lascialo stare almeno un mese. Fallo per me, figliolo»
«Lei sa bene, Mrs. Barlow, che se la mia salute me lo permettesse, partirei io, come abbiamo sempre fatto noi Hollow. Ma non posso e bisogna…»
«Bisogna! Bisogna!» l’interruppe lei. «Ah Lucian, ma che te ne fai di tutte quelle uova e di quelle povere bestie impagliate?»
Lucian rimase senza parole. Si fermò di colpo e illuminò il volto di Mrs. Barlow, che lo guardava con la stessa faccia supplichevole di Mr. Finch.
«Ma che discorsi sono questi, Mrs. Barlow?»
«Figliolo, io ti ho cresciuto. Ti conosco bene. E non capisco perché ti sei fissato… Cioè, capisco, sì, ma tu non sei come tuo padre, figliolo, e non devi fare come lui, se non vuoi. Ah, tutto questo Lucian…» e aprì le braccia come volesse abbracciare l’intera isola. «Tutto questo non sei tu. E non lo penso solo io! Anche Mr. Finch, che ti vuole bene come a un figlio, lo pensa. Sì, anche lui, ma non lo dice… E io… Io… Insomma, io non mi esprimo bene. Ma lui sì. Lui ti farebbe capire… E se tu parlassi con lui, come un figlio a un padre…»
Lucian, ormai al limite della sopportazione, l’interruppe: «Ma come si permette, Mrs. Barlow? Io non son più un bambino e ho già un padre e una madre che riposano in quella chiesa» accennò con il mento verso la sagoma della cripta, che la nebbia stava già inghiottendo. «Mr. Finch resterà qui il tempo necessario per preparare il prossimo viaggio, e non un giorno di più. E se lei…» si contenne, chiuse gli occhi e sospirò forte dal naso. «Andiamo» disse infine.
Arrivarono davanti al pub quando il sole stava tramontando. Nell’aria alleggiava ancora l’odore dei sigari degli avventori. Lucian guardò all’interno da una delle finestre appannate.
Non c’era nessuno, ma tutte le luci erano accese. Alla radio si sentiva la voce perentoria di un uomo, ma il senso delle sue parole si perdeva, attutito dai muri. Sui tavoli riposavano boccali di birra semivuoti con la schiuma sui bordi. Sul muro, di fianco al bancone, c’era la grossa carta geografica con una ragnatela colorata disegnata sopra che aveva come centro un punto minuscolo: Great Auk Island.
Proseguirono oltre la chiesa, completamente al buio, e giunsero ai piedi del faro, che segnava l’inizio della discesa verso il porticciolo. Lì, con lo sguardo fisso sul mare, c’era il vecchio Reverendo Harold Hatch.
«Torna il nostro Ulisse!» disse, appena sentì i passi di Lucian e Mrs. Barlow.
«Buonasera Reverendo» risposero all’unisono.
Si misero accanto a lui, e tutti e tre rimasero in silenzio, come di solito accade durante l’attracco delle navi.
Giù nel porticciolo gli abitanti di Great Auk Island si erano radunati sotto la luce gialla dei lampioni. La nebbia si ritirava verso il mare, sfiorando la scogliera, la banchina, le persone, e infine la MS Revenant, che avanzava lenta sull’acqua, con la pazienza delle imbarcazioni nate per il carico. A prua c’era il marinaio Morley con la cima di ormeggio in mano, pronto a lanciarla a terra.
Quando la nave fu abbastanza vicina, Mrs. Barlow si voltò verso Lucian con un’espressione costernata.
«Ma è… vuota…» mormorò.
Lucian non rispose.
«Ma come è possibile?» insistette lei, rivolta al reverendo.
«Non lo so, figliola… forse…» mormorò il reverendo con voce incerta, aguzzando lo sguardo. «È meglio che scendiamo. “Venite e vedrete”, disse il Signore ai suoi discepoli».
Il marinaio Morley, quasi li avesse sentiti, sollevò lo sguardo verso il faro e incrociò gli occhi di Lucian. Ma non riuscì a reggerli. Si voltò verso la banchina e lanciò la cima di ormeggio a terra.
Lucian, Mrs. Barlow e il Reverendo si avviarono lungo il sentiero, e a metà del percorso videro il marinaio Morley scendere dalla nave a parlare con la gente sul molo, che si voltò tutta insieme verso i nuovi arrivati con uno sguardo compassionevole.
Mrs. Barlow capì all’istante. Emise un gemito di orrore e cadde sulle ginocchia tenendosi alle braccia di Lucian e del Reverendo.
Poco dopo, seguita da un grosso baule metallico, la bara con il corpo di Mr. Finch venne portata fuori dal portellone di murata da sei uomini che con cautela la trasportarono in silenzio verso la chiesa.
Il marinaio Morley raccontò che Mr Finch, appena arrivato a Mistford, era stato portato d’urgenza in ospedale con la febbre molto alta. I medici, dopo averlo esaminato, avevano spiegato che si trattava di una malattia rara, mai vista a Mistford, che doveva aver contratto ai tropici.
«È morto poche ore dopo» disse il marinaio Morley, guardando per terra. «Pregava i medici di lasciarlo tornare all’isola».
Più tardi, quando la bara fu sistemata in chiesa, Lucian e Mrs. Barlow tornarono al castello senza dirsi una parola.
La nebbia si era ormai dissolta. Il sentiero bianco e gli arbusti risplendevano nitidi sotto la luce gialla della lampada a cherosene. Una brezza leggera aveva allontanato la puzza di bruciato di Miss White, e le sue pecore, finalmente addormentate, non belavano più. Invece, dalla scogliera buia, sotto il castello, arrivava il verso disperato di un cucciolo di foca grigia. Forse aveva perso la madre.
Lucian salì nel suo studio. Qualcuno aveva spento la radio. In mezzo alla stanza avevano già collocato il baule metallico, e lui vi si sedette sopra con lo sguardo perso fuori dalla finestra. Sotto di lui, lo sapeva, c’erano decine e decine di gusci di uova immersi nella segatura.
Qualche ora dopo, quando il verso del cucciolo non si sentiva più, il sole spuntò all’orizzonte e gettò i primi raggi iridescenti su un mare che si era fatto mosso, ma non abbastanza da infrangersi in onde schiumose. Sembrava piuttosto respirare piano, come il petto di un gigante. Si gonfiava e si abbassava, muovendo i ciottoli nella spiaggia che, tutti insieme, emettevano il suono di un grande sospiro.
Lucian Hollow, ultimo Conte di Great Auk Island, pensò che, trascorsa una settimana, quando i funerali e il cordoglio per Mr. Finch fossero ormai conclusi, la MS Revenant sarebbe salpata di nuovo dal porticciolo dell’isola, diretta a Mistford.
Lui, in trentasei anni di vita, non ci era ancora mai andato.