La conoscenza di sé, di Luca Doninelli

doninelli-conoscenza.jpg

TITOLO: La conoscenza di sé

Autore: Luca Doninelli

EDITORE: La nave di Teseo   PAGINE: 262   PREZZO: 17,00

 

di Gianluca Nativo

La conoscenza di sé è una raccolta di quattro racconti, d’ambientazione milanese, con personaggi prevalentemente omosessuali. La recensione potrebbe continuare su questo tono analitico, da sterile parere di lettura. Le quattro storie sono infatti narrate in modo simile, da una voce quasi accademica, modulata su una lingua esplicativa che, senza troppe bellurie, sviluppa più un procedimento dialettico che una trama avvincente.
Quasi ogni racconto si apre con una domanda, una richiesta di senso. E spesso quanto viene messo in dubbio è la cosa che ci spaventa di più perché diamo per assodato che sia vera, intoccabile: la nostra identità.
Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, Fernanda, trentenne proprietaria di un negozio d’antiquariato, ci tiene a precisare sin dall’inizio le motivazioni della sua omosessualità: trauma infantile, condizione genetica, indifferenza al sesso maschile. Fidanzata con una lesbica militante - convinta di essere così perché così ci è nata - Fernanda sente al contrario il bisogno di giustificare la sua condizione. Questa esigenza esplode nell’incontro con Maurizio, giovane e timido insegnante che, non appena mette piede nel negozio d’antiquariato, si innamora di lei. Anche venendo a sapere della sua omosessualità Maurizio non si capacita di quella attrazione. È così innamorato da far saltare la sovrastruttura cui – forse – Fernanda si sente prigioniera: solo donne, niente uomini. E tra i due nascerà una storia che durerà per tutta la loro vita.
Chi si aspettava un ritorno alla propria omosessualità, così come chi una correzione bigotta, resterà in ogni caso deluso. Fernanda, dopo una vita passata con Maurizio, non ha ancora trovato la risposta che cercava.

Nella vita che seguì si verificarono molti fatti dolorosi, ma i due compirono anche molti bellissimi viaggi, e in un giorno caldo ma limpido arrivò anche un bambino.
Per l’occasione Maurizio acquistò anche un’automobile nuova. I due costruirono, senza esserselo proposto, senza averlo mai immaginato, qualcosa di simile a una vita insieme, e per anni si domandarono come mai alla loro generazione non fosse più saltata in mente una cosa del genere. […] Era come se la parola “vita” fosse stata cancellata dalla testa delle persone della loro generazione. Una vita, una vita. Vita: non è una parola strana? Ascoltandola dieci, cento volte, si capisce che è proprio strana.

I racconti di Doninelli si esprimono più che su un piano narrativo, su uno decisamente ideologico. I personaggi sono come monadi che interagiscono tra loro fino a formare un sillogismo difettoso, che non va a parare da nessuna parte se non a creare nuove domande, o nuove immagini. La città di Milano, lontana da qualsiasi forma di realismo urbano, dalla classica topografia nebbiosa e industriale, somiglia più a una piattaforma geometrica, dove i personaggi possono muoversi su binari infiniti.
La metamorfosi, la prospettiva di poter cambiare in ogni momento la propria immagine, è forse l’unica condizione attuabile.
Anna, la protagonista del racconto che apre la raccolta, La danza del tempo, ha diciannove anni e non sa riconoscere quando è il momento di divertirsi e quando quello di piangere. Sei depressa? Forse sei lesbica?, sono le domande che le fanno le amiche. Affascinata dalla biografia di Boy George, frontman dei Culture Club, decide che forse ha solo bisogno di cambiare, di diventare qualcosa: diventa così un uomo e un artista, molto quotato, anche all’estero; eppure dopo un po’ anche questa trasformazione non basta.

Spesso l’immagine che ci facciamo della felicità è sbagliata, però un’immagine è sempre necessaria.[…] Ma cosa succede se una persona non è più in grado di produrre nessuna nuova immagine? Non credo, rispose la prof, che questa persona possa esistere, ma penso che se esistesse sarebbe per lui come se il mondo fosse finito.

Le domande restano sempre, in tutti i racconti. Ma leggendoli si tira un sospiro di sollievo: la lieve astrazione della narrazione, la leggerezza dialettica di fronte a domande anguste, accantonano molte metafore superflue, e sembrano seguire le tracce di un nuovo illuminismo che ha l’intenzione testarda di rispondere alla più complessa e antica delle domande: “Ma noi, chi siamo?”

 

Raymond Carver L'incisore della vita, a cura di Antonio Lanza

imageItem.jpg

TITOLO: Raymond Carver L'incisore della vita

Curatela: Antonio Lanza

EDITORE: Edizioni Clichy   PAGINE: 120   PREZZO: 7,90

 

Questa settimana desideriamo segnalarvi un libro non propriamente di racconti, ma un saggio biografico di uno degli autori più influenti della narrativa breve, soprattutto statunitense: Raymond Carver, disegnato attraverso un percorso biografico curato da Antonio Lanza. 

Raymond Carver è arrivato in Italia con molto ritardo, o comunque in ritardo ci si è accorti di quanto il suo lavoro avesse rivoluzionato per sempre, almeno quanto quello di Jerome D. Salinger e di Ernest Hemingway non solo la letteratura americana, ma più in generale quella del nostro pianeta. Grazie al paziente e prezioso lavoro dell’editore Minimum Fax e poi al successo del film America Oggi di Robert Altman, tratto dalle sue storie, l’autore dei racconti raccolti in libri ormai imprescindibili come Di cosa parliamo quando parliamo d’amoreVuoi star zitta per favore? o Cattedrale, oggi Carver è considerato un classico e uno dei «padri» della letteratura, anche grazie alla sua inconfondibile e unica tecnica di «taglio» sulla quale molto si è scritto, ragionato e anche fantasticato. Definito come il «Cechov americano», le sue opere hanno influenzato diverse generazioni di scrittori, ma lo stesso Raymond Carver sosteneva di essere uno scrittore «senza talento». Da figlio di un taglialegna della remota provincia americana, attraverso il duro lavoro e una vita passata a voler a tutti i costi diventare uno scrittore, Carver è oggi considerato il maestro del cosiddetto minimalismo, ma anche colui che, attraverso le sue storie che prendono vita dalle «banali» esistenze della middle class americana, ha svelato ai suoi lettori la magia che sta dietro alle cose «appena intraviste» tra le pieghe della «normale» quotidianità. Anche in questo volume della collana Sorbonne all’appassionata introduzione del curatore, da sempre ammiratore di Carver, si affiancano una accurata biografia, una puntuale bibliografia, una raccolta di scritti e citazioni e numerose immagini in gran parte inedite.

Piccole ironie della vita, di Thomas Hardy

PICCOLE-IRONIE-DELLA-VITA.jpg

TITOLO: Piccole ironie della vita

AUTORE: Thomas Hardy   Traduzione: Lucrezia Pigini e Piero Mazzadri

EDITORE: Elliot   PAGINE: 192   PREZZO: 17,50

 

In questa raccolta del 1894, Thomas Hardy ha saputo distillare in otto brillanti racconti i temi principali della sua poetica e la carica umoristica ed evocativa dei suoi romanzi. Dosando armoniosamente le descrizioni delle campagne del Wessex, lo humour degno di Chaucer e la critica psicologica, Hardy racconta la struggente e grottesca impotenza della natura umana di fronte al mistero della vita. I suoi personaggi, superbamente caratterizzati, si muovono tra il declino del mondo rurale e l’ascesa della borghesia di fin de siècle, la profonda malinconia dei campi e l’immensa Londra illuminata, i rudimentali attrezzi dei contadini e la magnificenza dell’Esposizione universale: attori di una grande rivoluzione sociale dagli effetti dirompenti restituita in tutta la sua complessità, tragica e farsesca insieme.

Il buon vecchio sesso fa paura, di Arlene Heyman

978880623273GRA.jpg

TITOLO: Il buon vecchio sesso fa paura

AUTORE: Arlene Heyman  

EDITORE: Einaudi    PAGINE: 216   PREZZO: 18,50
 

In queste storie fuori dagli schemi, Arlene Heyman racconta, con dolorosa verità e caustica ironia, gli inesauribili modi del corpo per negoziare con la propria défaillance, e affronta un invincibile tabú dimostrando che il buon vecchio sesso può fare ancora tanta paura, specie se è vecchio e ancora buono.

Sette racconti, sette stanze, e non solo da letto, perché Arlene Heyman, psicanalista newyorkese qui al suo primo libro, si cimenta in una narrazione veritiera e complessa, talora sgradevole, vissuta e voyeuristica insieme, raccontandoci storie di corpi desideranti al di là dell'età, degli anni, della malattia. Corpi vecchi, «ogni ruga in evidenza, come in un quadro di Lucian Freud», che l'autrice rende protagonisti dentro la loro età, e giovani corpi attraenti, «minigonna arancione, morbida camicetta in tinta, niente reggiseno». Corpi che si trovano o si perdono, come in Gli amori della sua vita. Corpi sottratti a se stessi dal deterioramento, come in Happy Isles e Ballando con Matt. Corpi che si ribellano all'età e all'usura sfidando le convenzioni e provocando in chi legge una molteplicità di sentimenti: spavento, imbarazzo, intesa. Ci si sente messi in scacco, e costretti a stare al gioco, perché non è dato, leggendo, di far finta di nulla. Non sono spettri quelli che si aggirano in queste pagine, bensí donne e uomini in carne e ossa, toccati dalla vita e per questo toccanti. Heyman raccoglie in questi racconti, scritti in un lungo arco di tempo, la propria esperienza umana, elaborando materiale biografico e onirico, verbalizzando il non detto, gli slanci e i conflitti delle relazioni umane. Esplora la zona grigia dei rapporti amorosi, ne indaga i rimpianti e lo sconcerto. «Ciò che viene confessato al lettore non è niente di meno che il mistero di un essere umano», scriveva Bernard Malamud, «l'aria che si respira» per Heyman, che a lui e alla loro lontana relazione dedica il lungo racconto L'amore con Murray.
Anna Nadotti

Se l'amore non ha età, che possiamo dire del desiderio? Hanno scadenza il piacere, l'eccitante schermaglia, la malizia? Finisce la paura?

«Ms Heyman è un'osservatrice illuminata dei piú vari aspetti della vita. La commedia umana messa in mostra a ruota di pavone».
«The New York Times» 

«Queste storie potranno infastidire i lettori piú prude, ma di certo convinceranno tanti altri che Heyman fa spicco nel nostro panorama letterario».
«Vogue» 

«Una boccata d'aria fresca: questi racconti mettono sottosopra il mondo di Philip Roth, John Updike e Woody Allen».
«The Sunday Telegraph» 

«Nei romanzi come nella vita, uomini anziani che bramano giovani corpi costituiscono un filone inesauribile, ma a pochissimi scrittori vien fatto di chiedersi se una donna di settant'anni possa ancora essere sensualmente coinvolta, e meno che mai di immaginare la forma e i modi di tale coinvolgimento».
Alexandra Schwartz, «The New Yorker» 

«Esplicita, divertente, tenera e scioccante, la raccolta d'esordio di Arlene Heyman ha un buon titolo. C'è la paura, perché queste storie parlano di genocidio, 11 settembre, declino, malattia terminale, assistenza e morte; c'è la vecchiaia, perché gran parte dei personaggi hanno tra i sessantacinque e i novant'anni; e al centro c'è il sesso».
Elaine Showalter, «The Guardian»

La campana non suona per te, di Charles Bukowski

la campana.jpg

 

TITOLO: La campana non suona per te

AUTORE: Charles Bukowski 

EDITORE: Guanda   PAGINE: 320   PREZZO: 18,00

Le riviste underground hanno rappresentato per Charles Bukowski un’eccellente palestra per acquisire una tecnica e una metodicità artigianali che, unite al suo genio, avrebbero formato l’ossatura della sua narrazione inconfondibile. Questo libro, che riunisce per la prima volta i racconti apparsi sulle riviste tra il 1948 e il 1985, ne è la prova. Ogni settimana il nostro cronista d’eccezione si sedeva davanti alla macchina da scrivere e sfornava un pezzo attingendo alla sua corrosiva tavolozza di argomenti e stili tra i più vari: si spazia dalla satira contro la guerra e il razzismo alla fantascienza, dal racconto di formazione alla fiction vera e propria. Ma il nucleo del libro è costituito dalle celeberrime scorribande sessuali del Vecchio Sporcaccione: Bukowski filtra e reinventa sulla pagina le sue avventure con donne folli, violente, passionali, confidando ogni volta al lettore nuovi particolari, instaurando con lui un rapporto unico.
Un libro essenziale per tutti gli amanti di Bukowski: quarant’anni di storia americana raccontati attraverso gli occhi dissacranti di una delle sue icone più controverse.

 

Occhiali, una meraviglia di Danilo Soscia

0x300 (2).png

TITOLO: Atlante delle meraviglie, sessanta piccoli racconti mondo

AUTORE: Danilo Soscia

EDITORE: minimum fax   PAGINE: 280   PREZZO: 18,00

 

Oggi dedichiamo la vetrina a uno dei racconti mondo contenuti nel libro di Danilo Soscia: una scatola magica che racconta sessanta parabole esemplari, memorie infedeli, miti e fantasmi, inventando una sulfurea e personalissima Spoon River e narrando con uno stile potente e originale le inquietudini e le ossessioni che da sempre attanagliano il cuore e la mente degli uomini. 

Ottimo esempio di come l'arte del racconto, in Italia,
sia ancora capace di mostrarci tutto il suo inesauribile potenziale.

Andrea Caterini - Il Giornale


OCCHIALI

Di me e di te, alla fine, rimarranno solo gli occhiali. Mai più l’odore del caffè, né il vuoto che viene dopo i sogni sognati insieme. Mai più il terrore di parlare al mattino, il naso azzerato dai reflui di sapone nelle lenzuola, il tuo viso caduto. Solo gli occhiali non si decomporranno con noi. Quando apriranno un varco nella nostra camera da letto, quando abbatteranno il muro di mattoni con il quale abbiamo sigillato la porta del nostro nido, troveranno solo ciò che il tempo non avrà già trasformato in materia granulosa. Nessuno saprà mai quale sia stato il cibo con cui abbiamo riempito i piatti che mangeremo da morti. Solo noi sapremo qual è stato il nostro bagaglio, la sua verità. Le piante che avremo invasato per ultime, i vestiti che avremo indossato per ultimi, e le scarpe. La saliva nella bocca evaporerà, ma gli insetti non si ciberanno di noi. Noi seccheremo. Saremo polvere rossa, indurita, senza odore. Saremo noi a scegliere se indosseremo i vestiti, oppure se aspetteremo nudi, stanchi di diventare perenni. Non lasceremo alcuna impronta sulle nostre lenzuola. A guardia del letto avremo gli ultimi fori raccolti, legati insieme dal filo di ferro, cosicché dei nostri fori si conserverà almeno il vuoto. Ti ho guardata tutta la vita come non si guarda nessuno, e ogni giorno salutarti per recarmi altrove era uno scandaloso sollievo. Non ti ho mai detto che le tue labbra avevano mille pronunce, ed ero innamorato del tuo sesso quasi nascosto, minuscolo e difeso tra i muscoli delle cosce. Non ti ho mai detto che la tua sagoma era perfetta e pesante, che la tua carne fibrosa mi faceva soccombere quando mi montavi, e la tua noia, impenetrabile, era un dono. Non ti ho mai detto e non ti dirò mai che la tua distanza era la misura giusta di ogni evento. Perché avrei dovuto? Con te tutto finiva, e io ero felice. E la prima volta che nel buio ho visto appassire il tuo sguardo, ho compreso che non mi sarei salvato, che non avremmo avuto altro tempo insieme. Sono stato sublime nel farmi odiare. Ti ho soffocata, mi hai soffocato. Il mio spirito da centometrista si è messo a lacrimare, quando arrivato al traguardo si è voltato verso il punto di partenza e ti ha vista ancora lì, chiusa nella giacca verde militare, e con te i tuoi occhiali, la tua protesi assoluta, la tua parte migliore. Siamo riusciti a diventare vecchi insieme. Insieme abbiamo raggiunto la stessa quantità di squallore, e per questo possiamo tenerci stretti mentre l’aria intorno a noi, senza avviso né fretta, si consuma. Voglio guardare queste mura attraverso di te. Come te, prima di addormentarmi, voglio conoscere il nome delle specie vegetali, e degli uccelli. Dammi la mano. I semi che abbiamo piantato sono rimasti nani. Voglio aggrapparmi alla prima immagine, la più vera, che conservo di te. I nostri occhiali si urtavano ai primi baci, si intrecciavano quando ancora nemmeno sapevamo di amarci. Toglimi i vestiti, io li tolgo a te. Fammi salire sulle tue ginocchia, che sono forti come allora, e lasciati annusare. Il tuo odore simile alla pesca e al fiore di limone è rimasto intatto. Lasciamo che le generazioni future ci immaginino così, raccolti a cucchiaio sul letto, io rinchiuso in te, le dita annodate, la mia testa ritorta alla tua bocca, il mio naso al tuo fiato. Quando anche l’ultimo capello sarà diventato polvere, allora noi saremo simili all’idea del passato, saremo storia ignota, e lo saremo insieme, noi due. Pensa a come apparirà bello il nostro corredo funebre. I piatti dozzinali di porcellana, i coltelli smussati e le forchette con cui avremo mangiato le ultime cose, i bicchieri e la brocca dell’acqua. Se saremo fortunati, anche lo scheletro del nostro letto rimarrà a memoria di noi due. Se saremo fortunati, rimarranno le stampe ormai sbiancate delle nostre fotografie insieme. Così i giovani innamorati che verranno a visitare il nostro sepolcro ci potranno immaginare belli, come per qualche giorno io credo siamo stati. Al gelo di una notte di cui potrei dire il numero, al margine di una città svuotata, tu mi raccogliesti nella tua giacca militare. La radio di un bar sembrava aver scelto la musica peggiore, e noi morivamo di freddo. Chiudi per sempre la porta, amore mio, e le finestre, e per ultimo gli occhi. Colui o colei che fra cento anni profanerà il nostro sonno, sarà ignaro di tutto. È a questa donna, a quest’uomo che affidiamo quello che di noi sarà eterno. I nostri occhiali.

L'originale di Giorgia, di Paolo Zanotti

coverzanotti.jpg

TITOLO: L'originale di Giorgia e altri racconti

AUTORE: Paolo Zanotti

EDITORE: Pendragon   PAGINE: 269   PREZZO: 16,00

 

Paolo Zanotti, scomparso prematuramente nel 2012, è stato subito riconosciuto come uno degli scrittori più significativi e promettenti della nuova narrativa italiana. I suoi romanzi, Bambini bonsai e Il testamento Disney, avevano suscitato un consenso unanime per la straordinaria invenzione fantastica unita a un realismo minuzioso, e per la sapienza con cui accostavano apocalisse e leggerezza. Ma nella forma breve va visto un lascito non meno importante. Ognuno dei racconti contenuti nella presente raccolta costituisce infatti per stile e originalità di sguardo un mondo a parte: si va dalla fulminante fantaecologia di Bambini bonsai (racconto generatore dell'omonimo romanzo, pioniere della climate fiction italiana), alla straziante elegia di La cella geo grafica, fino a quell'imprendibile, aerea descrizione della «natura dell'amore collettivo» che è L'originale di Giorgia. E al centro restano i temi dominanti dell'opera di Zanotti: i sortilegi dell'infanzia, le amicizie di gruppo, gli amori e le illusioni della giovinezza.

Racconti dal Mississippi, di Hamlin Garland

Cover3.jpg

TITOLO: Racconti dal Mississippi

AUTORE: Hamlin Garland

EDITORE: D Editore   PAGINE: 193   PREZZO: 14,90

 

Pubblicato per la prima volta nel 1884, Racconti dal Mississippi è la cronaca, quasi in prima persona, della colonizzazione  del Midwest americano. Sei racconti provenienti da un’America fino ad allora inedita, impensata, dove la povertà e la miseria sono i veri padroni delle vite degli eroi di queste storie. La straordinaria bellezza delle descrizioni dei paesaggi di Garland sono solo la scenografia dove viene messa in scena la tragedia quotidiana di uomini e di donne che hanno scelto di vivere lontano dagli agi delle grandi città, ma liberi di prendere in mano il proprio destino.

Hamlin Garland è noto per aver dato voce al duro lavoro nelle fattorie del Midwest americano.
Nato nel Wisconsin, Garland trascorse gran parte della sua giovinezza nelle fattorie del Midwest, per trasferirsi poi a Boston nel 1884 dove inziò la sua carriera di scrittore. Il suo primo successo lo conseguì nel 1891 con la pubblicazione di Six Mississippi Valley Stories (qui tradotto con il titolo Racconti dal Mississippi), la prima raccolta di racconti ispirati al tempo in cui visse in campagna, che inaugurerà la sua fortunata serie "Main-Travelled Roads".

Nel 1922, nel pieno del suo successo, vince il Premio Pulitzer con il romanzo A Daughter of the Middle Border.

I racconti carnali di Emilia Bersabea Cirillo

La vetrina di oggi è tutta dedicata a un'autrice poco conosciuta, i cui racconti, però, sono delle autentiche perle. Desideriamo segnalarvi due libri, il primo più recente (2017), il secondo più datato (2001), che secondo noi meritano di arrivare a un pubblico più ampio.

bersabeacirillo1.png

TITOLO: Potrebbe trattarsi di ali

AUTORE: Emilia Bersabea Cirillo

EDITORE: L'Iguana Editrice   PAGINE: 168   PREZZO: 14,00

Sette storie che screditano il senso comune e destrutturano i canoni estetici per svelare le vicende di un corpo femminile destabilizzante e tremendamente attuale: metamorfico, siliconato, deforme, straziato, eterno luogo di attraversamenti, dispute, maternità dolorose, assenze. Sette storie che raccontano di chimere, real doll e donne fuori misura, fatte di carne, niture di plastica, innesti ferini, uteri dati in affitto. Così Emilia Bersabea Cirillo mostra che la vita vera eccede i codici del sapere e del potere, che nascere donna non è un fatto inequivocabile e che i soggetti davvero strabilianti appartengono sempre a un ordine impreciso. Perché il corpo femminile è imperfetto, morfologicamente dubbio, inquietante. 

Ma lei sente che potrebbe trattarsi di ali, quando la schiena comincia a bruciare.
Le sente annunciarsi con un prurito violento, come se tentassero di sbucare dalle ossa facendosi spazio tra la massa muscolare. Ne avverte il frullo la sera, prima di addormentarsi, come un arpeggio lieve tra le scapole. E ne ha quasi la prova, quando si guarda allo specchio il mattino e porta le dita della mano su due piccolissimi avvallamenti seguiti da due bozzi.
Nel suo corpo qualcosa sta cambiando. Allora accartoccia le spalle, ruota la testa da destra a sinistra, si stende sul pavimento di ceramica gialla a pancia sotto e respira, la faccia nel gomito, come stesse prendendo il sole. 

"Il realismo romantico della scrittrice arriva infatti a mostrare con nitidezza la spietatezza dell’esistenza sia quando essa si svolge attorno ai divertissements necessari ai personaggi per dimenticare quanta vita stiano sprecando, sia quando, al contrario, le protagoniste sono poste di fronte alla necessità di sopravvivere e convivere con un dolore insuperabile,
quello della morte."
Laura Marzi, Il Maifesto

 

misura.jpg

TITOLO: Fuori Misura

AUTORE: Emilia Bersabea Cirillo

EDITORE: Diabasis   PAGINE: 176   PREZZO: 12,91

La raccolta, composta da otto racconti, affronta il tema del corpo e delle sue metafore, indagato secondo due differenti linee di sviluppo. Una ricerca improntata ai toni del grottesco, “tutta carnale”, apre spiragli di fisica e divertita ironia e fa da contrappeso a una esplorazione più sinuosa e allusiva, che sfocia in lacerazioni interiori e in un vissuto denso di dolori e sofferenze impronunciate. In un’epoca in cui il corpo e l’apparire sono più importanti dell’essere, questo libro, ironico e divertito, tenta di sdrammatizzare problemi che sono all’ordine del giorno nel nostro vivere. Leggerezza e pesantezza, ironia e angoscia, in una scrittura davvero misurata e sapiente, si alternano come una musica nella dissonanza dei corpi.

"La Cirillo appare una scrittrice da tenere d'occhio. Proprio attraverso il grottesco riesce a forare la superficie visibili e a condurre una esplorazione allusiva che apre spiragli sul senso del vivere e delle emozioni ad esso legate. E in questa sembra allieva di una grande scrittrice quale è Flannery O'Connor. Creando un'atmosfera grottesca, il mondo non viene più visto in modo convenzionale e si è obbligati, se così possiamo dire, ad andare oltre. La scrittura della Cirillo è dunque l'esatto contrario del «buon senso». La sua, insomma, è una sorta di grande rivincita su esistenze che sanno mantenersi in «linea», anoressiche o comunque misurate: «Io sono uscita fuori misura». Qui i vestiti vanno sempre stretti («Tutto gli andava maledettamente stretto») e allora anche una nana può diventare maîtresse con un'ironia leggera e gustosa."
Antonio Spadaro, Stilos
 

Il guardiano del ponte, un racconto di Joy Williams

Piatto_bc_OSPITE_ok-705x1030.jpg

In previsione del Natale, vogliamo proporvi una vetrina speciale, oggi! Un racconto contenuto nella bella antologia di racconti scelti L'ospite d'onore di Joy Williams, nelle librerie dall'11 Dicembre, edita da Black Coffee, tradotta da Sara Reggiani e Leonardo Taiuti.
Ringraziamo l'editore per la gentile concessione.

 

Il guardiano del ponte

Sto provando a pensare. A volte mi sorprendo a dire queste parole dentro di me. Pare che tutto nella mia testa inizi quando qualcosa mi dice di provare a pensare. Ricordo sempre come inizia, ma mai come finisce. Anche se adesso è finita, e non mi sembra giusto. È finita ma io sono ancora qui, qui dove sono sempre stato, al contrario di lei che non so neanche che cosa mi abbia dato né cosa farci. Il ponte è ancora lì, come l’acqua e la baracca. E immagino che anche la città ci sia ancora, nonostante non ci abbia più messo piede da quando lei se n’è andata. La sua bella macchina è ancora là, sulla spiaggia, ma mi sembra che stia svanendo, una fotografia sgualcita. È nera, ma gli uccelli ci hanno cacato sopra facendola diventare bianca come la sabbia. A volte, se la guardo, mi fanno male gli occhi. Le cromature riflettono i raggi del sole. Come ho detto, spesso non riesco neanche a distinguerne i contorni. Ormai non è nemmeno più un’auto. Non potrebbe più portare nessuno da nessuna parte. Quello che penso è che, prima che arrivasse, sapevo che sarebbe successo qualcosa, e ora che è ormai storia vecchia, so che non è stato così. Non si è lasciata niente alle spalle a eccezione di quell’auto. Neanche un paio di mutandine, una confezione di gomme da masticare, nulla. Una volta si è presentata a casa con una scatoletta di paté di fegato d’oca. So di non averlo mai mangiato, il fegato d’oca, quindi deve essere ancora qui, da qualche parte, ma non lo trovo. Ho la testa piena come una zecca su un cane. Piena di sangue, o roba simile. E il mio uccello è talmente mansueto nei jeans che non riesco quasi a credere che abbia passato quello che ha passato. Se n’è andata come fumo. Ma era così anche quando c’era. Mi ricopriva, mi avvolgeva con quel sapore dolce e fresco da cono gelato e quel buonissimo profumo, e ce la metteva tutta per amarmi. Poi si è dissolta, così, e io mi sono riempito di lei come un bicchiere d’acqua. Non ricordo come è finita, l’ho già detto, ma so che è finita. Pioggia nera alle quattro del pomeriggio, come al solito. Alberi neri e cielo sgombro. E una schiuma verde sporco nel golfo, dove inizia il canale. Però ricordo l’inizio. Dunque. Quella prima mattina torno alla baracca e mi trovo un bel cagnolone marrone che beve dalla tazza del cesso. La svuota. E poi mi guarda come se fossi io, e non lui, a non avere alcun diritto di stare lì. Svuota la tazza e si siede a guardarmi, con il muso che gocciola. Beninteso, mi piacciono i cani, ma quello mi sembrava proprio un randagio. Nel Panhandle avevo due cani da riporto, erano uno spettacolo. Adoravano riportare, erano bestie pratiche. Ma quello lì era un randagio. O forse apparteneva a qualcuno. Era un bestione. Grosso, insomma. Non ho fatto in tempo ad avvicinarmi per dargli una pedata che ha aperto la zanzariera con la zampa e se n’è andato. Ero furioso. E provavo a escogitare un modo per prenderlo, quel cane marrone, senza neanche far caso a quanto fosse strano che ci fosse un cane in giro, dato che nella zona del ponte o della spiaggia non vedevo anima viva da sei mesi, a parte qualche animale selvatico. Non avevo neanche più visto un uomo, a pensarci bene, ma non faccio in tempo a finire di formulare quel pensiero che chi ti vedo? La ragazza che passeggia sulla spiaggia col cane. Indossava un bikini a colori vivaci e aveva lunghi capelli bagnati e spettinati. Non ricordo neanche quanto fosse passato dall’ultima volta che avevo visto una ragazza in bikini, o una ragazza in generale, perché mia moglie mi aveva lasciato molto tempo prima, ovvero quando ormai non poteva più essere considerata una ragazza nel senso stretto del termine, ed era tornata a vivere a Lowell, nel Massachusetts, la città in cui era nata e da cui era venuta via solo per rendermi la vita un inferno. Da qualche parte, in quel posto, sul prato di una fabbrica, c’è – o c’era – una sedia abbastanza grande da ospitare le chiappe di un gigante. Quaranta, cinquanta volte più grande di una sedia normale. Lei viene da quella città. E ha venduto i miei cani per tornarci, per comprare un biglietto di sola andata su uno di quegli autobus della Trailways con il tetto bombato. Non l’ho mai davvero conosciuta. Si metteva un mucchio di vestiti, per la miseria, un’eschimese. Strati e strati di roba. Non sapevo se le piacessi o meno, e di certo lei non me lo diceva. Non parlava mai di nulla, solo del New England. Lì era tutto meglio, diceva. Il mais, le strade, le decorazioni natalizie. I cavalli non sono così cattivi, diceva. Anche il pane è più buono, su al nord. Perfino il sole, diceva, è più bello, perché tramonta in un’altra direzione. Da noi non precipita all’orizzonte in quel modo, diceva. All’epoca ero giovane e non l’ho mai tradita. Ero giovane e avevo due palle grosse come arance. E ho gettato tutto al vento. Mi ha rinchiuso l’arnese nelle mutande. Quando ripenso a che razza di orsacchiottone ero, educato e ben dotato, e a come ho sprecato tutto quel ben di dio per una donna incapace di amare… Aveva una lingua larga e viscida come un uovo fritto. L’avesse mai usata una volta! Mi aspettavo che la usasse, lo ammetto, ma tanto valeva sperare di trovare il petrolio nell’orto. Diceva di essere una donna rispettabile, di aver lavorato in un ufficio a Boston. Ma non aveva alcun rispetto per il rapporto fra un uomo e una donna, e di sicuro non aveva un briciolo di cervello. Non riusciva a formulare un pensiero coerente. Gliela risistemerei io, quella testaccia, dovesse mai capitarmi di rivederla. Gliela staccherei e piegherei in due, così potrebbe portarsela in borsa. Vendere i migliori cani da riporto di tutta la Florida per un biglietto dell’autobus. Roba da matti. Dicevo. Ho visto la ragazza col bikini colorato e sono riuscito a pensare soltanto alla mia ex moglie. Era trascorso un sacco di tempo, eppure non mi veniva in mente altro che quella strega che stava con me un tempo, o che forse non c’era mai stata. Passo quasi tutto il mio tempo qui, vicino all’acqua, e non penso mai a niente. L’ho capito solo quando ho visto quella ragazza. E mi sono spaventato. È stato come se mi fossi visto morire. Come se mi fossi visto fare qualcosa di molto stupido. Ho attraversato il ponte, sono entrato nella rimessa e ho preso il binocolo. Appartiene allo Stato, ma finché lo lasciano qui è mio. Lo stesso vale per la ragazza, ho pensato, finché fosse rimasta a tiro. Camminava sulla spiaggia, e ogni tanto si chinava a raccogliere un legnetto. Più che un costume addosso aveva due grossi cerotti. Provocante ma non troppo. Aveva un coltello appeso alla vita e un grosso orologio al polso. E un quaderno. Guardarla mi sfiniva. Si chinava, scriveva qualcosa sulla sabbia e schizzava di nuovo in piedi, con una grazia che era come se sapesse che qualcuno la stava guardando, si sistemava il sotto del bikini con un movimento rapido del dito. L’ho guardata a lungo, anche se non faceva nulla di spettacolare. Mi accontentavo di guardare una donna seminuda che si muoveva. Ogni tanto entrava in acqua e nuotava per qualche decina di metri, con quel cane di merda che le zampettava accanto abbaiando come un matto, e ogni volta che usciva dall’acqua era come se il bikini fosse rimpicciolito un po’ e pezzi morbidi e scivolosi di lei strabordassero da tutte le parti. Sono rimasto a guardarla finché non è sparita dietro una curva della spiaggia, e a quel punto ho iniziato a guardare altre cose. Stormi di uccelli tra le mangrovie. Pescherecci di triglie al largo. E quella che in seguito ho scoperto essere l’auto della ragazza parcheggiata sulla sabbia compatta sotto un gruppo di cedri. Era una macchina strana. Ho capito subito che era europea, o comunque di un qualche paese lontano. Una macchina minacciosa, a forma di bara, che però mi faceva pensare anche al sesso, capite, benché prima di allora non avessi mai visto un’auto che mi facesse pensare al sesso. Quella mi suscitava molte sensazioni, come la ragazza, sensazioni che non provavo da… be’, forse non le avevo mai provate. Ma le conoscevo. Erano sensazioni bellissime. Alla fine ho messo giù il binocolo. Ho pulito la lente che si era appannata per l’umidità. Lì per lì a dire il vero ho pensato che il binocolo si fosse rovinato perché non lo usavo mai, non me ne curavo. E lo stesso vale per un sacco di altre cose. Sapete, la vita marcisce se non la si usa. Ogni cosa si rompe, arrugginisce. Specialmente gli attrezzi. Gli arnesi. Tipo il mio. Ah ah. Il binocolo un po’ mi preoccupa, visto che è dello Stato. Potrebbero darmi delle grane. Per il binocolo e per il ponte. Perché di sicuro il ponte non è venuto come doveva. Se dovesse arrivare una barca con l’intenzione di passarci sotto, se dovessi far alzare quest’inferno insomma, credo che si sfalderebbe, ma completamente, come uno di quei ponti di cartapesta che fanno saltare nei film di guerra. Ma tanto non arriva mai nessuno. Non è un corso d’acqua vero e proprio, il canale va riscavato, o al limite servirebbe un uragano come si deve per dare una bella ripulita qui intorno. È una bella spiaggia, si pesca bene ma non ci sono barche, e neanche persone. Ho sentito dire che è successo qualcosa, diversi anni fa. Un’epidemia, o roba del genere. Una malattia nell’acqua. O un attacco venuto dall’acqua. Ci sono stati dei morti, o comunque qualcuno si è fatto male. Sapete come vanno queste cose. Le cattive notizie se le ricordano tutti e magari manco le hanno sentite davvero. Quindi lo Stato ha lasciato perdere. Però non sai mai quando potrebbero ripresentarsi e piantare un casino, perché le cose non sono proprio come volevano loro. Ma sono stati loro a costruire questa spiaggia assurda, mica io. Io al massimo il primo giorno di lavoro ho notato il cartello appeso ai travetti mezzi marci del verricello del ponte. Diceva: attenzione! cartello non più visibile se il ponte è installato correttamente. Be’, non è un problema mio. E vi dirò una cosa: non mi aspetto che lo Stato venga a darmi delle grane. Sanno di essersela cavata a buon mercato. Solo un uomo particolare può vivere qui. Non verrà proprio nessuno, ve lo dico io. Anche se è un po’ che aspetto quella ragazza. Questo ormai l’avrete capito. Dicevo. Quando è sparita sono tornato alla baracca e mi sono fatto una doccia. Mentre ero sotto l’acqua sono uscite dal bosco certe stramaledette rane e si sono piazzate lì. Ci sono scivolato sopra e manca poco mi spezzo l’osso del collo. Mi sono infilato dei vestiti puliti e mi sono tagliato le unghie. Mi sono fatto bello come un divo del cinema, poi mi sono addormentato sulla sedia, in pieno giorno. Il che non capita spesso. E quando mi sono svegliato fuori era praticamente buio e la ragazza era lì che mi guardava. Dava da mangiare dei fiocchi di mais al cane. Uno alla volta. I miei fiocchi di mais. Era talmente abbronzata che faceva luce e dava la sensazione di emanare così tanto calore che ho iniziato a sudare. Poi mi si è avvicinata, e che Iddio mi fulmini se non mi si è seduta in grembo e mi ha soffiato nell’orecchio. Signore mio se era calda. Era come un forno pieno di biscotti profumati. E quindi è passata la prima notte, riecco il sole. E la mia piccolina mi faceva il solletico con una piuma di uccello rosa. Rosa acceso, come uscita da un cartone animato. Era la piuma di una spatola rosata, mi ha detto, perché gli uccelli erano la sua specialità. Ah ah, ho detto io. Perché lo sapevo eccome qual era la sua specialità. Però per gli uccelli marini andava pazza. Quando non si prendeva cura di me o non inventava qualche diavoleria, non faceva che parlare di quegli uccelli. Aveva una borsa di tela che si portava sempre dietro e che sia dannato se dentro non c’erano due uccelli morti, perfetti sotto ogni aspetto tranne per il fatto di essere morti. Non sapeva di che razza fossero e aveva intenzione di portarseli in giro finché non avesse trovato un libro che parlasse di loro. In quella borsa c’erano anche delle piccole uova maculate, non più grandi dell’unghia del mio pollice, svuotate del contenuto tramite un buchino nel guscio. E altre schifezze che raccoglieva sulla spiaggia. E i coltelli. Oggetti insignificanti. Diceva che le servivano contro i predatori di terra e di mare, e io ribattevo che non potevano fare un bel niente. Rompersi, al massimo. Quando parlava di uccelli le si riempivano gli occhioni di lacrime. Diceva di rispettarli molto, perché vivevano sempre sull’orlo della morte. Come tutti, pensavo io, e la cosa non mi sorprendeva di certo. A sorprendermi erano le sue fantasie. Aveva cominciato sin dal primo giorno. Non mi faceva mai fingere di essere qualcosa che non ero. Solo quello che ero. Ma nei giorni in cui siamo stati insieme avremo attraversato non so più quanti cambiamenti. Non ci travestivamo con dei costumi o roba simile, ovviamente, ma era come se giocassimo a interpretare altre persone che fanno cose. Anche se eravamo noi per tutto il tempo. Sono stato un gangster e lei la figlia del governatore, oppure un bombardiere e lei la cabina dell’aereo. O un predicatore, metodista magari, e lei una baby-sitter. Perfino il cane partecipava, perché a volte era come se fosse un oggetto, capito come? Oppure diventava tipo una sensazione, una presenza nella capanna, smettendo di essere un cane. Mi ha incasinato il tempo e lo spazio. Era solo una, eppure avevo la sensazione di amare le diverse donne di migliaia di uomini diversi. Siamo andati avanti così per cinque giorni, mettendo in scena le sue fantasie, mai la stessa due volte. Ogni tanto lei spariva a bordo della sua bella auto, non so dove andasse. Quando non c’era me ne stavo sdraiato, non mi riusciva né di muovermi né di dormire. Me ne stavo lì con gli occhi aperti, provavo a pensare a cosa stesse accadendo, ascoltavo il rumore che faceva la sua macchina mentre percorreva il ponte e non finiva mai, non avevo mai sentito una macchina rombare per così tanto tempo. Dal retro spuntavano quattro tubi argentati. Non avevo mai visto niente del genere. Provavo a pensarci, ma mai una volta mi è riuscito di pensare che potesse non tornare. Tornava sempre. Il quinto giorno sono sceso in spiaggia con lei. Era la prima volta che uscivo dalla baracca. Faceva più caldo che nella canna di un fucile da due soldi. Zero vento. Stavamo attraversando il ponte quando lei mi ha detto, Questo non è un ponte mobile. È un pezzo unico. Non ci sono i cardini. Quindi dimmi, di cos’è che ti occupi esattamente? Vorrei saperlo. Be’, ovvio che non era un ponte mobile. Credeva davvero che stessi lì da tutti quegli anni, pagato dallo Stato, tutti i giorni dalla mattina alla sera, senza ferie né tempo libero, e che non sapessi che quell’accidenti di coso non si poteva sollevare? Non ho risposto, le ho solo lanciato un’occhiata come per dire che doveva badare alle cose sue, che alle cose mie ci badavo io. La spiaggia era piena di uova. Lei continuava a guidarmi qua e là in modo che non le calpestassi. Tutte quelle uova che ribollivano nel caldo e gli uccelli che impazzivano quando ci vedevano arrivare. Si buttavano in picchiata, strillando, ci cacavano in testa. Mi sono avvicinato all’acqua per togliermeli di torno. Ero ancora scocciato con lei e non le prestavo attenzione mentre corricchiava lungo la spiaggia, sgobbando come una schiava e scrivendo cose sul suo quaderno. Alla fine mi è sfrecciata accanto e si è buttata in acqua. Ha provato a convincermi a entrare. Si è tolta il costume e me l’ha tirato in faccia. Aveva la pelle, lì, come la crema di una éclair al cioccolato. Ma non le ho fatto caso. Il cielo era talmente bianco che mi facevano male gli occhi. Mi sentivo la testa come sott’acqua, non stavo bene. Eppure il sole non mi aveva mai dato problemi. È uscita e mi ha schizzato con l’acqua dei capelli, e neanche quella era fresca. Era calda come l’aria. Ero arrabbiato, perché sentivo che per lei quello che pensavo non era reale. Poi però ho detto, Forza, sono stato troppo tempo senza amare. Perché credevo che il suo amore mi avrebbe tirato su il morale. E siamo tornati alla capanna, io con gli occhi chiusi e le braccia intorno a lei perché mi faceva malissimo guardarmi intorno, quel giorno. Non c’era mai stata così tanta luce da queste parti, né da allora ce n’è più stata. E quindi siamo tornati. Io ero un professore e lei una ragazza timida al ballo. Poi io ero un grande lago scuro e lei una barca alla deriva sopra di me. Ma quella notte, lei e il cane sono spariti. Ci sono gli squali, lo so. Li vedo, là fuori. E le sbarre non tengono. Ballano. Un giorno cadono, così dal nulla, mentre il giorno prima erano belle salde. Ma non ci sono veri pericoli da queste parti. Semplicemente, non so dove sia andata. Non ha lasciato altro che la macchina, che come ho detto è tipo sbiadita. I topi fanno il nido sotto il tettuccio. Li sento quando mi avvicino. E quindi è finita, ma non posso fare a meno di pensare che da qualche altra parte stia andando avanti. Perché non mi ha dato la sensazione di essere finita davvero, anche se si è interrotta. Non ho idea di che cosa mi abbia lasciato. Forse si è addirittura portata via qualcosa. E non lo so, magari è morta e io me ne sto davvero seduto qui come al solito, oppure forse sono sempre stato io quello morto e lei se ne sta tranquilla là dietro, sulla spiaggia del golfo, insieme a tutti quegli uccelli.

download (1).jpg

La giravolta delle libellule, di Lucrezia Lerro

lerro-giravolta-libellule.jpg

TITOLO: La giravolta delle libellule

AUTORE: Lucrezia Lerro  

EDITORE: La nave di Teseo   PAGINE: 380   PREZZO: 16,00

Una madre sola cerca di aiutare, tra errori e speranze, la figlia bulimica a sconfiggere la malattia che le corrode cor-po e anima. Una ragazza sogna di fuggire dal paese in cui viene umiliata da tutti. Una giovane donna affronta una gravidanza imprevista senza poter contare sull’aiuto del compagno. Tre storie al femminile, intense e sincere come la vita, una testimonianza in forma di romanzo sull’età in cui le emozioni sono più forti.

 

“La scrittura di Lucrezia Lerro è una miscela esplosiva di candore quasi infantile e di altissima tensione erotica. Un equilibrio miracoloso.”
 Francesco Durante