Florida, di Lauren Groff

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TITOLO: Florida

AUTORE: Lauren Groff TRADUZIONE: Tommaso Pincio

EDITORE: Bompiani PP: 272   PREZZO: 19,00

Una donna cammina di notte per lasciarsi alle spalle i fantasmi e le paure che la perseguitano; un bambino, poi ragazzo, poi uomo, cerca di sopravvivere a una famiglia disfunzionale rifugiandosi nei numeri; una studiosa perde l'assegno di ricerca e diventa una senzatetto alla deriva nello spazio e nel tempo; due coppie di amici trascorrono le vacanze in Francia senza sapere che i ruoli che portano cuciti addosso stanno per esser loro strappati senza pietà; ancora una donna, sempre la stessa, madre di due incantevoli, pericolosi bambini, li trascina in una vacanza letteraria irta di ombre, simboli e rischi sulle tracce di Maupassant.
Sullo sfondo di una natura brulicante di vita, minacciosa ma eccitante, Lauren Groff popola le pagine di anime irrequiete sull'orlo dell'abisso: lo sfiorano, lo evitano, a volte lo cercano, ma chiedendosi sempre se sono finalmente al sicuro o se la calma che li circonda è solo l'occhio del ciclone.

Nei racconti c’è sempre un pericolo che incombe, come una fine imminente delle cose. Distopia o realismo?
«Nessuno dei due. Florida è pieno di angoscia come il mondo reale, a volte è realismo magico, altre surrealismo. Ma non dà ai lettori false catarsi. Quando chiudi un libro distopico, tutto finisce lì. Io invece volevo coinvolgere nell’ansia della natura e della politica di oggi».

Dall’intervista di Laura Pezzino su Vanity Fair

“Florida,” Groff’s new collection of short stories, is headquartered in a “dense, damp tangle” of a state, “an Eden of dangerous things.” 

The New Yorker


I sogni di un digiunatore, di Paolo Albani

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TITOLO: I sogni di un digiunatore

AUTORE: Paolo Albani

EDITORE: Ex Orma PP: 312   PREZZO: 12,00

C’è la storia di quel tizio che trova due giovani sbandati che fanno l’amore dentro la propria casella postale, o quella dello scrittore che incontra un suo postero in un caffè di Firenze e scopre che i libri che ha scritto non li legge nessuno, o ancora la storia di quel giovane che sta per sposarsi con un’extraterrestre e intraprende un viaggio low cost per Marte o del tale che per tutta la vita è stato perseguitato dal successo.

Ma Paolo Albani racconta anche episodi realmente accaduti come quello dell’italiano Giovanni Succi, digiunatore di mestiere, che fece del digiuno uno spettacolo da fiera e che nel 1886 a Parigi digiunò per trenta giorni consecutivi.

I diversi punti di vista delle storie contenute in questo libro appaiono come riflessi di una visione instabile, fugace, che sembra scomporsi appena dopo essersi fissata sulla pagina. Alludono forse alla precarietà del nostro percepire il mondo e noi stessi come entità separate, un mondo dove tutto cambia di continuo e in fretta mentre noi abbiamo sempre più confusamente l’impressione di continuità, di essere sempre gli stessi.

«Ho bisogno di silenzio», ha poetizzato Alda Merini, senza accorgersi della palese contraddizione: bastava che non avesse scritto «Ho bisogno di silenzio» e la sua voglia di silenzio si sarebbe realizzata al di là di ogni dubbio, credo. «La più vera ragione è di chi tace», ha scritto Eugenio Montale, perdendo anche lui una buona occasione per tacere. A sentire José Saramago, «si dice che ogni persona è un’isola, / e non è vero, / ogni persona è un silenzio, / questo sì, / un silenzio, / ciascuna con il proprio silenzio, / ciascuna con il silenzio che è».
Sembra quasi, a proposito dei poeti (ma non solo), che più si accarezza il desiderio di stare in silenzio e più viene voglia di scrivere sul silenzio, di evocarlo.
Ora io non voglio sembrare troppo semplicista, o peggio ancora banalotto e superficiale, ma mi domando: Santissimo Iddio, se tu hai voglia di silenzio ma allora stattene zitto, taci e basta. Non c’è altra soluzione. Le parole hanno un suono, fanno rumore, scricchiolano come le travi di un vecchio pavimento di legno e perciò, dico io, se ami davvero il silenzio la sola cosa da fare è astenersi dall’uso delle parole, non parlare, non scrivere e godersi il silenzio conseguente.

(da “Il silenzio”)

Comportati da uomo, di Giovanni Battista Menzani

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TITOLO: Comportati da uomo

AUTORE: Giovanni Battista Menzani

EDITORE: LiberAria   PREZZO: 12,00

Le mani dietro la schiena

Un uomo e una donna camminano sul marciapiede. L’uomo è davanti alla donna di qualche metro. Cammina chino in avanti, con le mani dietro la schiena. Indossa un abito di velluto nero, di diverse taglie più grandi della sua, e un cappello in feltro, nero, con un nastro di raso. La punta della cravatta infilata nei pantaloni. Le scarpe nere, di vernice. Fischietta un’aria da romanza. Dietro di lui, la donna arranca per provare a raggiungerlo. Con quelle sue gambette corte e sottili, deve fare il doppio dei suoi passi. Intorno al capo porta un fazzoletto di seta a fiori e uno scialle fatto a mano, del colore della ruggine, le copre le spalle strette. Ai piedi ha un paio di stivaletti di cuoio che le arrivano sopra le caviglie, che tiene fasciate con una garza elastica, non se la toglie nemmeno durante il sonno.

Lei oramai ci è abituata, a inseguirlo. È tutta la vita che lo fa.

Dopo il loro matrimonio – era stata una sobria cerimonia per pochi intimi nella chiesa del P.E.E.P., appena inaugurata e costruita con un innovativo sistema prefabbricato in ferro, e poi via, in viaggio lungo l’autostrada con la Cinquecento nuova fiammante – lo ha sempre dovuto rincorrere, a causa dei suoi continui spostamenti per lavoro. Sino in capo al mondo. Ogni volta una città diversa. Facce diverse. Erano diversi gli accenti delle voci, quelle inflessioni dialettali che non riusciva a comprendere fino in fondo. E ogni volta bisognava ricominciare da capo. Senza nessun aiuto. E non era una cosa facile, allevare due figli senza nessuno che ti dava una mano. Lui lavorava tutto il giorno, e tutti i giorni. Tornava a casa all’imbrunire. Beveva il latte direttamente dal cartone, poi lo riponeva nello sportello laterale del frigorifero. Si sfamava appena con una zuppa riscaldata, mentre leggeva i fumetti western che si faceva spedire da sua madre. Poi restava appoggiato all’uscio della stanza dei bambini. Di rado, si avvicinava al più piccolo per sfiorargli una guancia con le sue labbra secche e rimanere così, come sospeso, ad ascoltare il suo respiro. Infine si infilava nel letto matrimoniale, tirava le coperte dalla sua parte e le chiedeva se era andato tutto bene. Sì: andava sempre tutto bene. Eppure, lei se lo ricordava come stavano le cose, al principio della loro storia. Al principio era lui che correva. Oh, se correva. Ovunque lei andasse – al lavatoio pubblico per il bucato, dal calzolaio per rifare i tacchi perché le scarpe ti dovevano durare più di una stagione (ne aveva un paio per la scuola e un paio per le cerimonie), o a messa, alla domenica mattina (lei non ne perdeva una per nessuna ragione al mondo) o ancora al sabato pomeriggio quando si concedeva di passeggiare spensierata sul corso con la sua amica più cara – se lo ritrovava sempre in mezzo ai piedi. Nascosto da una palizzata o dallo spigolo di una casa, in penombra, lui restava a osservarla in silenzio per ore. Non si avvicinava mai. C’erano voluti mesi perché le rivolgesse la parola. C’era voluto l’intervento della sua amica, che lo aveva convinto a invitarla al ballo di Carnevale che avevano allestito nel salone dell’oratorio della cattedrale, tra festoni colorati e i ritratti di Don Bosco e Padre Pio appesi alle pareti. Che cosa aspetti a parlarle?, gli aveva detto a brutto muso l’amica. Ancora un po’ e diventate vecchi, tutti e due. E poi era stata lei a correre. Avevano vissuto un lungo periodo su una piattaforma in mezzo all’oceano, un anno o forse due, lei non rammentava con precisione, la memoria da un pezzo le giocava brutti scherzi. Erano come prigionieri: la terraferma distava più di due miglia e mica si potevano farle a nuoto. Da lì, erano emigrati in Africa, e a quei tempi andare in Africa era come andare su un altro pianeta. Era come andare su Marte. Avevano preso alloggio in un container in vetroresina adagiato su una sabbia torrida e finissima, di quelle sabbie che quando le raccogli non ti resta in mano nulla, come una specie di disco volante che riverbera in mezzo al deserto. Nel container c’era un letto di legno così pesante che per portarlo dentro c’erano voluti quattro uomini, e una sola finestrella minuscola in soggiorno, perché così il caldo non entrava. Non c’era nemmeno un terrazzino per stendere i panni, li doveva appendere a un cavo che penzolava sopra la vasca da bagno. Per comprare una confezione di farina o un casco di banane doveva trascinarsi per più di un’ora su quella maledetta sabbia che scottava. Oppure c’era il torpedone delle sette del mattino, ma la preparazione dei figli comportava un tale dispendio di tempo e di energie che era quasi impossibile fare in tempo. Poteva accadere che la accompagnasse un giovane di colore, era il guardiano del villaggio della compagnia petrolifera: aveva a disposizione una Jeep e si divertiva a sgommare tra le dune e le sterpaglie, sollevando enormi nubi di polvere. Lo ricordava bene, quel giovane. Era alto e muscoloso, con i denti così bianchi che brillavano sotto i raggi del sole. Per un po’ di tempo le aveva fatto la corte. Le lasciava dei bigliettini nascosti ovunque, noncurante del fatto che il marito li avrebbe potuti trovare. Erano dei biglietti scritti con una brutta grafia e in un inglese stentato. Lei sulle prime si era indignata, ed era restata a lungo incerta se mandargli a dire di non permettersi più. Ma era poco più che un ragazzo. E poi, presto si era accorta che quelle sue frasi ingenue, quelle similitudini lette da qualche parte e maldestramente riciclate, la riempivano di gioia, addolcendole quelle lunghe ore immobili e – in apparenza – senza senso. Le gentilezze di quel giovane uomo con i denti così bianchi erano l’unico rimedio a quell’inquietudine che l’aveva contagiata pochi istanti dopo il loro arrivo laggiù. Al suo mal di vivere. Ma ora le sue corse e le sue rincorse erano terminate. Ora quel loro continuo spostarsi, quel loro vagabondare intorno al mondo era solo un ricordo, un ricordo lontano. Quando era arrivata l’ora di mettere le radici, lui aveva detto che un posto valeva l’altro. Perché non andiamo a vivere al mare?, le aveva proposto. Ma lei aveva preteso di tornare ad abitare nel quartiere dove era nata, un dedalo di vicoli stretti e angusti e di basse casupole dominate dalla mole della cattedrale, per scoprire presto che, in fondo, aveva ragione suo marito. Un posto valeva l’altro. In quel quartiere, infatti, lei non conosceva più nessuno. Anche lì, facce diverse da quelle che lei ricordava. Erano diversi gli accenti delle voci, con quelle inflessioni dialettali e quelle lingue straniere che lei non riesce a comprendere fino in fondo. Era il suo destino: doveva sempre ricominciare da capo. Anche stavolta. Lui adesso usciva di casa a metà mattino per andare al circolo degli ufficiali, e non rientrava che a ora di cena, quando mangia- vano insieme davanti alla tv che trasmette il quiz preserale. E poi subito a letto. A fissare il soffitto imbiancato di fresco. E lei? Come poteva riempire quelle sue giornate che sembravano interminabili? Ci fossero almeno i figli, i nipoti. Ma abitano lontano. Sempre in giro per il mondo, anche loro. Il destino di un’intera famiglia.
Lei allora si era messa ad aiutare il reverendo. Era un brav’uomo, il reverendo. Ma era anche lui vecchio, vecchissimo, non ricordava nemmeno da quanti anni era in servizio presso la parrocchia della cattedrale. E beveva. Soltanto mezzo bicchiere, diceva lui. Ma a volte era poco lucido. C’erano momenti in cui, durante la messa, si dimenticava di leggere il Vangelo. Interrompeva i salmi a metà. Saltava addirittura l’eucarestia. La gente andava a chiedergli l’ostia dopo la cerimonia, e lui si arrabbiava. Ma se anche per una volta non lo prendete, il corpo di Cristo, cosa credete che possa succedervi?, sbraitava il reverendo mentre si sfilava la tonaca di colore viola in sacrestia. Credete che per questo il Signore non vi accolga più nel Regno dei Cieli? Lei passava in chiesa tutte le mattine. Aiutava il parroco nella gestione amministrativa. Lui non era mai stato un uomo pratico. Non era nemmeno capace di andare a pagare le bollette in posta, anni fa gli avevano persino tagliato il gas e un fedele che vende ceramiche e arredobagno gli aveva installato nottetempo una stufa a pellet, per evitare che morisse assiderato in quelle vecchie stanze d’altri tempi e spoglie. Lui dava la colpa al fatto che le finanze della comunità erano così limitate. Adesso la gente non vuole più nemmeno il funerale, si lamentava con i fedeli che incrociava all’ora del tramonto sul sagrato. La gente preferisce farsi cremare, pur di non di versare il suo obolo alla madre chiesa. Lui diceva che erano riti pagani. Lui diceva che per quella gente, per quella gente sì, non si sarebbero aperte le porte del Cielo. Lei lo aiutava nella pulizia della sacrestia. La chiesa no, non poteva farcela. Tre navate lunghe cinquanta metri, e quei muri alti, altissimi, in pietre squadrate, così grandi che lei si chiedeva come fossero mai riusciti a impilarli uno sull’altro, nel tredicesimo secolo poi, quei muri in pietra ricoperti da quadri antichi. Erano così grandi quei quadri. C’erano quadri lunghi anche più di cinque metri. E gli stucchi dorati. I candelabri. Le statue di legno che raffiguravano i vescovi e i cardinali. La più bella era quella dell’angelo d’oro che sormontava il campanile in mattoni con le trifore, da lassù in alto l’angelo d’oro dominava la città, di più, la pianura smisurata. E chi ci arrivava, lassù in alto? No, alla chiesa ci pensava un’impresa di pulizie. E proprio sotto il campanile della cattedrale, l’uomo all’improvviso si ferma. Senza voltarsi indietro, aspetta che la donna lo raggiunga. Ma quando la donna è ormai al suo fianco, l’uomo riprende il cammino. L’uomo e la donna viaggiano a velocità diverse. Lui è incapace di rallentare e di tenere il passo della donna. Così, dopo pochi istanti, i due sono ancora da capo. L’uomo e la donna camminano sul marciapiede. Lui è davanti di qualche metro. Cammina chino in avanti, con le mani dietro la schiena.


Love + Hate Racconti e saggi, di Hanif Kureishi

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TITOLO: Love + Hate

AUTORE: Hanif Kureishi Traduzione: Davide Tortorella

EDITORE: Bompiani   PP.: 208   PREZZO: 17,00


Amore, matrimonio, sesso, tradimento, anarchia, scrittura creativa, perdere tempo, la pazzia, Kafka, fare film, gli immigrati, l'Islam, perdere i risparmi di una vita. E odiare.
Sono i temi che Hanif Kureishi intreccia nei racconti e saggi brevi che compongono questa raccolta, dove contraddizioni e contrasti sono indagati con lucidità feroce: gioventù e vecchiaia, tradimento e lealtà, est e ovest, immaginazione e repressione. Amore e odio.

“Essere artista è un modo per interessarsi agli altri senza doverci dormire insieme”: è una delle battute fulminanti della raccolta mista di saggi e racconti che Hanif Kureishi pubblica da Bompiani nella traduzione di Davide Tortorella con il titolo Love + Hate. Scritti che ruotano intorno al tema della creatività (i grandi libri e le grandi idee sono strani. Ogni visione già condivisa del mondo è poco interessante) con uno dei numi tutelari di Kureishi che si rivela essere Kafka (da lui interpretato come scrittore del risentimento, per non dire dell’odio), alla propria autobiografia (con grande risalto alla figura del padre, che voleva fare lo scrittore ma non ci ha mai provato sul serio e anche a quella del commercialista truffatore che, dopo essere diventato suo amico si è portato via gran parte dei suoi risparmi) e al tema della migrazione, ‘ciascuno di noi è un migrante, lo straniero vede cose che noi non sappiamo’.

Da Rai Letteratura

Qualcosa del genere, di Alida Airaghi

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TITOLO: Qualcosa del genere

AUTORE: Alida Airaghi

EDITORE: Italic & Pequod   PP.: 96    PREZZO: 15,00

Alida Airaghi ritorna al racconto con un nuovo libro in cui i vari personaggi (un padre di famiglia, vedovo, bersaglio di accuse e maldicenze da parte di chi lo circonda, una bambina che il giorno del suo settimo compleanno aspetta l’arrivo della sua amica immaginaria sotto lo sguardo diffidente della famiglia, una coppia di vecchi amici che si incontrano casualmente sul treno dopo anni, e così via) sono spesso vittime di abbandoni, perdite, incomprensioni e portati a soffrire di solitudine. Le vicende narrate sono avvolte da un alone di mistero e hanno un non so che di ambiguo e di irrisolto (il lettore stesso è indeciso se credere o meno a ciò che sta leggendo). Tutto questo fa da cornice ai dodici racconti qui riuniti, che mirano a illustrare realtà emotive piuttosto differenti, pur evidenziando una coerenza di scrittura pacata e lineare nell’aderire a tematiche civili o domestiche votate al disagio, all’emarginazione personale e collettiva. Sia che trattino di inquietudini infantili e adolescenziali, di crisi sentimentali, di soverchierie professionali o di esclusioni sociali, in ogni narrazione ritroviamo una stessa sottile sofferenza, un’uguale incapacità dei protagonisti di adeguarsi completamente al mondo.

Alida Airaghi è nata a Verona nel 1953 e risiede a Garda. Dopo la laurea in lettere classiche a Milano, è vissuta e ha insegnato a Zurigo dal 1978 al 1992. Collabora a diverse riviste e blog italiani e svizzeri. Tra le sue pubblicazioni di poesia: L’appartamento, in Nuovi Poeti Italiani, 3(Einaudi 1984), Rosa rosse rosa (Bertani 1986), Il peso del giorno (La Luna – Grafiche Fioroni 2000), Litania periferica (Manni 2000), Un diverso lontano (Manni 2003), Frontiere del tempo (Manni 2006), Il silenzio e le voci (Nomos 2011), Nuovi Poeti Italiani, 6 (Einaudi 2012), Elegie del risveglio (Sigismundus 2016), Omaggi (Einaudi 2017). Inoltre, per le edizioni Lietocolle, le plaquette: Il lago (1996), Sul pontile, nell’acqua (1997), Litania periferica (1998), Le mura di Verona(1998). Suoi racconti sono antologizzati in: Appuntamento con una mosca (Stamperia dell’Arancio 1991) e Fine dicembre (Le Onde 2010)

Le parole sognate dai pesci, Davide Van De Sfroos

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TITOLO: Le parole sognate dai pesci

AUTORE: Davide Van De Sfroos

EDITORE: La nave di Teseo   PP.: 101    PREZZO: 13,00

Alla Pensione Magnolia gli amici di un tempo salutano un ritorno inatteso, che sconvolge la quiete del gruppo con una misteriosa valigia che non può essere disfatta. La penna, solo apparentemente leggera, del romanziere descrive e immagina la vita del piccolo paese, incastonato fra la montagna e il lago. I suoi abitanti e le loro improbabili avventure assumono la forza e la statura delle grandi epopee degli eroi, tra sigarette e ricordi, parole e liquori, fantasmi e visioni di terre promesse.
C’è chi ha cercato fortuna in America, chi ha combattuto guerre nascosto in una cantina, chi si è improvvisato rapinatore guardando una pistola giocattolo, chi è finito in manicomio circondato da angeli coi camici bianchi, chi ha aspettato inutilmente l’arrivo di un meccanico che gli riparasse gli ingranaggi di un sogno inceppato…
Torna in una versione ampliata, con un racconto inedito, il libro che ha consacrato il talento letterario di Davide Van De Sfroos.

Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni, […], e a mattine sul mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle […] Si devono avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti, e di lievi bianche puerpere addormentate […]”.

Corpus Christi, di Bret Anthony Johnston

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TITOLO: Corpus Christi

AUTORE: Bret Anthony Johnston

Traduzione: Federica Aceto

EDITORE: Einaudi Stile Libero   PREZZO: 17,50

 

Un banale incidente d'auto avvicina due sconosciuti accomunati, a loro insaputa, dalla convivenza con la follia. Un hurricane party riunisce una coppia separata da una perdita troppo, troppo grande. Un figlio rimette insieme i pezzi del legame con sua madre nel corso della malattia di lei. Un uomo, ormai adulto, ricorda la rabbia esplosiva e capricciosa del padre. Sono racconti che non hanno paura di confrontarsi con l'assenza e il dolore, quelli di Corpus Christi. Ma in ciascuno di essi è possibile imbattersi in un istante di grazia: un gesto, un frammento di paesaggio, le parole scelte per un commiato. Per questo, mentre mettono a nudo gli esseri umani che narrano, lasciano, arrivati all'ultima pagina, un inatteso, profondo senso di pace.

«Per anni, Sonny aveva organizzato delle feste in occasione dell'uragano di turno. Sedevano su sedie da giardino mezze sfilacciate e bevevano birra Schlitz, guardavano il margine dell'uragano che divideva in due l'orizzonte, simile a un disegno a carboncino e giocavano a poker finché il vento non cominciava a ululare».

 

Questo libro vi spezzerà il cuore, vi avvicinerà alla comprensione, vi farà ridere forte e, alla fine, vi mostrerà la vostra vita sotto una lente tutta nuova. La prosa è meravigliosamente precisa.

Gian Paolo Serino, Il Giornale

Un bicchiere di rabbia, di Raduan Nassar

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Per la vetrina di oggi, desideriamo proporvi l'incipit di un libro che non è né una raccolta di racconti né propriamente un romanzo. Lo facciamo per due motivi: il principale, è perché è un bellissimo libro. L'altro motivo, è perché con questa vetrina vi anticipiamo l'apertura di una nuova rubrica che inaugureremo a settembre e che si chiamerà CONFINI.

Un bicchiere di rabbia è di Raduan Nassar, ripubblicato recentemente da Sur, per la traduzione di Amina Di Munno, con una postfazione di Matteo Nucci.

 

L’arrivo


E quando arrivai la sera a casa mia, al 27, lei mi aspettava già camminando sull’erba, venne ad aprirmi il cancello per farmi entrare con la macchina e, appena uscito dal garage, salimmo assieme le scale che portavano alla veranda dove, appena giunti, aprii le tende centrali e ci sedemmo sulle sedie di vimini, restando con gli occhi volti in alto nella direzione opposta, lì dove il sole cominciava a tramontare, e stavamo entrambi in silenzio quando lei mi domandò «che cos’hai?», ma io, del tutto assorto, rimasi distaccato e taciturno, il pensiero perduto nel rosseggiare del ponente, e fu solo per l’insistenza della domanda che risposi «hai già cenato?» e, poiché mi disse «più tardi», mi alzai e andai senza premura in cucina (lei mi venne dietro), presi un pomodoro dal frigorifero, andai verso il lavandino e lo passai sotto il getto dell’acqua, poi andai a prendere la saliera dalla credenza e mi sedetti a tavola (lei dall’altro lato seguiva ogni mio movimento, benché io, indifferente, facessi finta di non accorgermi) e fu sempre sotto il suo sguardo che cominciai a mangiare il pomodoro, salando a poco a poco quello che mi restava nella mano, simulando un impegno nel morderlo per mostrare i miei denti forti come i denti di un cavallo, poiché sapevo che i suoi occhi non si staccavano dalla mia bocca e sapevo che sotto il suo silenzio lei si contorceva di impazienza e sapevo, soprattutto, che quanto più indifferente le sembrassi tanto più mi desiderava, so solo che quando finii di mangiare il pomodoro la lasciai in cucina e andai a prendere la radio che era sulla mensola della sala e, senza tornare in cucina, ci ritrovammo nel corridoio e, senza dire una parola, entrammo quasi assieme nella penombra della camera.

 

A letto

All’inizio nella stanza sembravamo due estranei che fossero osservati da qualcuno e questo qualcuno eravamo sempre io e lei e spettava a tutti e due badare a ciò che io facevo, non a ciò che faceva lei, perciò mi sedetti sulla sponda del letto e cominciai a sfilarmi lentamente le scarpe e le calze, prendendomi i piedi scalzi fra le mani, li sentivo deliziosamente umidi come se fossero stati strappati alla terra in quell’istante e cominciai, dopo, con uno scopo preciso, a camminare sul pavimento, facendo finta di avere qualche motivo per quell’andirivieni nella stanza, lasciando che l’orlo dei pantaloni sfiorasse leggermente il pavimento e allo stesso tempo mi coprisse in parte i piedi con un certo mistero, poiché sapevo che in essi, scalzi e molto bianchi, c’era il preludio possente della mia nudità preannunciata e sentivo subito il suo respiro profondo vicino a quella sedia dove lei forse già si abbandonava alla disperazione, mentre si spogliava, impacciata, le si impigliavano persino le dita sulla spallina che scivolava lungo il braccio e io, sempre fingendo, sapevo che tutto ciò era vero, conoscendo, come conoscevo, quel suo incubo ossessivo per i piedi e, soprattutto, per i miei, saldi nel portamento e ben scolpiti, con le dita un po’ nodose, segnati nervosamente sul dorso da vene e tendini, che non perdevano, tuttavia, l’apparenza timida di radice tenera, e io andavo e venivo con i miei passi calcolati, dilatando sempre l’attesa con piccoli pretesti, ma non appena lei lasciò la stanza e andò per qualche istante in bagno, mi sfilai velocemente i pantaloni e la camicia e mi buttai sul letto dove rimasi ad attenderla già eccitato e pronto, godendomi in silenzio il cotone del lenzuolo che mi copriva, e poi chiudevo gli occhi pensando alle diavolerie che avrei messo in atto (delle tante che sapevo) e così da solo cominciai a ripassare nella testa tutte le cose che facevamo, come lei vibrava alle prime smorfie della mia bocca e al luccichio che infondevo nei miei occhi, dove facevo affiorare quel che c’era in me di più turpe e sordido, sapendo che lei, trascinata dal mio doppio, avrebbe gridato sempre «è questa canaglia che amo», e ripassai nella testa quell’altra mossa triviale del nostro gioco, preambolo, tuttavia, di insospettate trame posteriori e così necessaria come fare avanzare da subito una semplice pedina sulla scacchiera e in cui io, chiudendo la mia mano nella sua, disponevo le sue dita, infondendo loro coraggio, sospingendole sotto il mio comando verso i peli del mio petto, affinché queste, sull’esempio delle mie stesse dita sotto il lenzuolo, svolgessero da sole una straordinaria attività clandestina o, allora, in una tappa successiva, dopo aver attentamente esplorato i nostri peli, ghiandole e tanti odori, quando tutti e due in ginocchio misuravamo il percorso più prolungato di un unico bacio, con i palmi delle nostre mani che si univano, le braccia che si aprivano in un esercizio quasi cristiano, i nostri denti che mordevano all’altro la bocca come se mordessero la carne tenera del cuore e, a occhi chiusi, abbandonando l’immaginazione nelle curve di queste circonvoluzioni, mi ritrovai avvinto in altri maneggi, sia quando, ormai in estasi, superbamente sollevato dalla sella del suo ventre, rispondevo intempestivo a una delle sue (delle mie) stravaganze più insolite, spruzzando getti improvvisi e violenti di vischio lattiginoso che le aderiva alla pelle del viso e alla pelle dei seni, oppure quando, svolgendo un esercizio meno impulsivo e di lenta maturazione, il frutto si sviluppava in un crescendo muto e paziente di turgide contrazioni, mentre io ero forte dentro di lei, senza muoverci, e arrivavamo con grida esasperate agli affanni della più alta esaltazione, e pensai ancora al salto pericoloso del rovescio, quando lei prona mi offriva generosamente un altro pasto, mentre le mie braccia e le mie mani, simmetriche e quasi meccaniche, la tiravano su per le spalle, comprimendo e adattando, punto per punto, la massa unta dei nostri corpi, e pensavo sempre alle mie mani dal dorso largo, che erano molto usate in tutta quella geometria passionale, così bene elaborata da me e che la portava immancabilmente a dire con franca perdizione «magnifico, magnifico, tu sei speciale», e a quel punto cominciai a pensare ai momenti in cui ci si rinnova, alle sigarette che fumavamo dopo ogni bolla avvelenata di silenzio, quando non accadeva nel corso delle conversazioni di fronte a un caffè mantenuto al caldo nel thermos (saltavamo dal letto nudi e andavamo a profanare il tavolo della cucina), e in cui lei cercava di descrivermi la sua confusa esperienza del godimento, menzionando sempre la mia sicurezza e audacia nel condurre il rituale, celando appena lo stupore per il fatto che io affiancassi spesso il nome di Dio alle mie oscenità, parlandomi soprattutto di quanto le avessi insegnato, specialmente della consapevolezza dell’atto attraverso i nostri occhi che molte volte seguivano, pietra dopo pietra, tutti i tratti di una strada dissestata, ed era allora che parlavo della sua intelligenza, che ho sempre esaltato come la sua migliore qualità a letto, un’intelligenza agile e operosa (sia pure solo sotto la spinta dei miei stimoli), eccezionalmente aperta a tutte le incursioni, e io come per caso finivo col parlare anche di me, meravigliandola con le contraddizioni intenzionali (alcune nemmeno tanto) del mio carattere, insegnandole tra le altre frottole che io, canaglia, ero puro e casto, e lì, sempre a occhi chiusi, pensavo ancora a molte altre cose mentre lei non arrivava, giacché l’immaginazione è molto veloce o il suo ritmo diverso, poiché prepara e mescola contemporaneamente cose spaiate e insospettate, quando mi accorsi dei suoi passi di ritorno nel corridoio, e fu solo allora che aprii gli occhi per controllare la posizione corretta dei miei piedi che uscivano fuori dal lenzuolo e mi resi conto come sempre che i peli castani, che spuntavano sul dorso e sulle dita più lunghe, conferivano loro allo stesso tempo grazia e gravità, ma cercai di richiudere subito gli occhi, poiché sentivo che lei stava per entrare in camera e indovinavo già il suo corpo ardente nelle vicinanze e sapevo come sarebbero cominciate le cose, voglio dire che lei, piano, molto piano, si sarebbe dapprima accoccolata sui miei piedi, che un giorno aveva paragonato a due gigli bianchi.
 

© Raduan Nassar, 1978. Tutti i diritti riservati

Amore che viene, amore che va, di Camilla Salvago Raggi

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TITOLO: Amore che viene, amore che va

AUTORE: Camilla Salvago Raggi  

EDITORE: Lindau  PAGINE: 232    PREZZO: 18,00

 

Gli amori vanno e vengono, si sa, perché tutto alla fine va e viene. 
Le esperienze si susseguono, gli incontri ci aprono talvolta nuove prospettive, le convinzioni mutano, si raggiunge una maggiore comprensione di sé stessi e degli altri. 

Nelle storie vecchie e nuove qui riunite è proprio un tratto di questo percorso esistenziale che l’autrice coglie e fissa, partendo da un momento preciso della vita di ciascuno dei protagonisti – un’infatuazione, un funerale, un’asta di antichi arredi, un congresso e così via. Ogni volta, nella misura contenuta di poche pagine, si snoda il filo dei loro pensieri, insieme a dubbi, emozioni, rimpianti e gioie. 

«Momenti di essere», li definiscel'autrice, riprendendo il titolo di una raccolta di scritti autobiografici di Virginia Woolf. In realtà, proprio nel racconto breve Camilla Salvago Raggi trova uno spazio di manovra maggiore rispetto alle storie familiari di cui ha nutrito i suoi romanzi. È nel «momento», fissato «nel suo essere e divenire», che assapora il piacere di scrivere in totale libertà. 

 

La Voyeuse, di Eleonora Tarabella

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TITOLO: La voyeuse

AUTORE: Eleonora Tarabella

EDITORE: l'Iguana   PAGINE: 80   PREZZO: 12,00

 

La voyeuse, colei che guarda, raccoglie tante vedute sulla vita quotidiana delle donne. Inezie che scatenano svolte minime, gesti consueti che si trasformano in atti quasi eroici, ricordi d’infanzia che rivelano campi minati. Dalla donna che spia le esistenze degli altri, all’adolescente innamorata della sua vecchia maestra a quella molestata in parrocchia, nella routine si apre ogni volta una fenditura da cui scorgere prospettive inedite.
In linea con la ri essione delle donne che ha restituito valore al sapere dell’esperienza e interrogato il quotidiano come luogo di senso, Eleonora Tarabella mostra che anche la ripetizione, qualche volta, lascia spazio all’invenzione e che un solo dettaglio insolito può inaugurare situazioni sorprendenti.
E quale poteva essere la forma narrativa perfetta per delineare la vita di tutti i giorni, se non quella fulminea e circoscritta del racconto?

Mi piace molto guardare. Detta così sembra una perversione. Eppure è vero. Amo starmene sul balcone di casa mia e osservo la gente lungo il canale oppure più in là, nella pineta striminzita, dove i vecchi acchiappano al volo una chiacchiera da panchina e i giovani lasciano scorrazzare i cani.
Me ne sto ferma mentre la vita si arrabatta sotto di me senza ferirmi, senza coinvolgermi. Su di lei vinco perché la posso inventare.

 

Chi ha amato bene, Matteo De Chiara

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TITOLO: Chi ha amato bene

AUTORE: Matteo De Chiara

EDITORE: Italic Pequod   PAGINE: 136   PREZZO: 14,00

 

Chi ha amato bene parte dal fuoco e si conclude con il fuoco. Amori traditi, speranze mal riposte, abbandoni e dolori sembrano in queste storie trovare una consistenza, una dimensione attraverso il legame con elementi materiali come l’acqua e il fuoco. Che sia una madre in cerca della figlia tossicodipendente, o una turista straniera spinta nella notte di Roma giù da un ponte, o una solitaria ventenne che infrange il voto della vita in un appartamento vuoto, i personaggi di questi racconti sono solitarie comparse del mondo in cerca di una redenzione senza riuscire a trovarla, protagonisti di fatti che i notiziari e i giornali descrivono appena, vite che restano nell’ombra e vengono dimenticate anche quando la cronaca si occupa di loro.

Potete leggere un racconto di Matteo De Chiara nella sezione Osservatorio Esordiente, pubblicato da Cattedrale.

Tutti i racconti, di Beppe Fenoglio

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TITOLO: Tutti i racconti

AUTORE: Beppe Fenoglio

EDITORE: Einaudi   PAGINE: 602   PREZZO: 17,00

Racconti della guerra civileRacconti del parentado e del paeseRacconti del dopoguerraRacconti fantastici: è in base a quest'ordine voluto dallo stesso Fenoglio che vengono qui raccolti tutti i suoi racconti. Oltre alle storie partigiane il cui nucleo tematico fu inaugurato dai Ventitre giorni della città di Alba, la parte piú cospicua del volume è costituita dai racconti «langhigiani», che tra vari progetti occuparono lo scrittore piemontese prima e dopo Il partigiano Johnny. Dietro ad essi sta l'enorme lavoro di Fenoglio, dagli anni Cinquanta fino ai suoi ultimi giorni: i personaggi e le vicende raccontati con un linguaggio vero e preciso penetrano il «mistero» della spietatezza dei rapporti umani e riportano a un paesaggio esistenziale che, attingendo a una memoria parentale o collettiva, rivela stralci di vita di una provincia per sempre perduta. In appendice il Diario e un breve testo velatamente autobiografico.

«Ci sarà sempre un racconto che vorrò fare ancora…»
Beppe Fenoglio

I racconti di guerra, Mario Rigoni Stern

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TITOLO: I racconti di guerra

AUTORE: Mario Rigoni Stern

EDITORE: Einaudi   PAGINE: 622   PREZZO: 17,00

Dalle storie della Grande Guerra, scaturite dall'album di famiglia e dai bollettini ufficiali, a quelle della seconda guerra mondiale che ripercorrono la campagna di Francia, la tragica spedizione albanese, il drammatico fronte russo, la prigionia, il ritorno sull'Altipiano: pagina dopo pagina, attingendo alla sua memoria personale e a quella collettiva, «il sergente» Rigoni costruisce un quadro scarno e spietato di un tempo che non è il nostro ma che ci viene lasciato in eredità.
Tutti i racconti che Rigoni Stern ha dedicato al tema della guerra nelle sue opere precedenti, oltre a numerosi altri testi sparsi in giornali e riviste, vengono qui pubblicati in un ordine storiconarrativo a cura dell'autore.

«Se ripenso ai compagni di allora rivedo i volti giovani, ricordo le voci… I primi caddero su quelle stesse montagne nel giugno 1940, poi venne la campagna di Grecia e altri restarono per sempre sulle montagne dell'Albania; e i Balcani, ancora; e le steppe della Russia. Sempre piú pochi ci contavamo. Vennero i Lager dei tedeschi e la Resistenza. Furono i nostri vent'anni».

 

Gràcia dei colombi, di Amaranta Sbardella

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TITOLO: Barcelona desnuda

AUTORE: Amaranta Sbardella 

EDITORE: Exorma   PAGINE: 192   PREZZO: 14,90

 

Da oggi nelle librerie, è il libro Barcelona Desnuda, un testo di Amaranta Sbardella. 
Nella Barcellona dei nostri giorni, i protagonisti di alcune delle maggiori opere letterarie sulla città catalana, Petra Delicado, Clara Barceló, Pepe Carvalho e molti altri con loro, scappano da una stanzetta malridotta del Raval e tornano come spettri in libertà alla Barcellona narrata nei libri. Vagano indisturbati, entrano in caffè e teatri, si calano di nuovo nei luoghi che conoscono, oggi mutati profondamente se non addirittura scomparsi, svelandoci una città più intima e segreta. Grazie a loro scopriamo una Barcellona a tratti sconosciuta, ben lontana dalla cristallizzazione turistica e modernista che da sempre ne accompagna l’immaginario.

Pubblichiamo uno dei racconti per gentile concessione dell'editore.


 

GRÀCIA DEI COLOMBI
LA CITTÀ DI COLOMETA A VOLO D’UCCELLO
(Liberamente ispirato a La piazza del Diamante di Mercè Rodoreda, 1962)

SULL’AMORE DELLA GIOVANE NATÀLIA PER QUIMET, CONOSCIUTO A UNA FESTA IN PLAÇA DEL DIAMANT — SARÀ QUIMET A CONVINCERLA A METTER SU UNA COLOMBAIA, CHE DOPO LA MORTE DI QUESTI IN GUERRA DIVENTERÀ PER NATÀLIA, “COLOMBELLA”, UNA VERA E PROPRIA OSSESSIONE.

L’occhio rosso, vivido, acceso. Veccia, bevitoio, piolo, colombaia: fuori! Tutto a spasso! Vola via il colombo, fugge da quella forsennata, scatta nel vuoto, come un grido. Le penne si distendono verso i pinnacoli di Palau Güell e poi le lontane baracche gitane di Somorrostro, virano ancora verso le punte in ferro battuto della Casa de les Punxes, i boschi di Collserola, la ruota panoramica del Tibidabo, la torretta di un quartiere signorile e verde dove, più di vent’anni prima, era nata in un bel palazzetto fiorito Mercè Rodoreda i Gurguí.

Aspetta agitato, attende che lei, Natàlia, si allontani, se ne vada dai suoi figli smunti, che lo faccia tornare alla cova. Assieme agli altri, ai cappucci, ai monaci, ai colombacci. Tutti assieme. Quieti, anche se affamati. Uniti, anche sotto le bombe. Sereni, come un tempo.
Era già cambiata, lei, pure se Quimet non se n’era ancora andato a combattere in Aragona con moto e rivoltella. Aveva preso a odiarli. Lo capivano, lo sapevano: dal modo in cui li toccava, li feriva con i mazzetti di ortiche o rigirava l’acqua allo zolfo, da come li fiutava nauseata, da come li scrutava, con gli occhi rossi, vividi, in fiamme.
Dal silenzio, calato in casa al pari di una coltre di gas. Dall’aria nervosa con cui si aggirava per ore e ore tra sedie e cesti di biancherie, avanti e indietro, indietro e avanti, in agguato, attenta a ogni loro mossa, a ogni ala stesa e a ogni collo rigonfio.
Vola via, il colombo, gira attorno a carrer del Montseny, perde tempo, aspetta. Poi torna, sporge la testa da un lato della botola e la sorveglia. È ancora lì, le pupille fisse su una corda di sparto.
E allora via, fuori, a spasso: giù a folle velocità per Gran de Gràcia, dopo il Café Monumental, lungo le rotaie del tram, fra i negozi, le balie con i passeggini e i gentiluomini in bastone, giù in direzione dei giardini che si affacciano sulla Diagonal.
Un tempo paesino di masie, campi e conventi, l’allegra e variegata Gràcia fa presto gola a Barcellona che, dopo averle concesso brevi periodi d’indipendenza, la richiama a sé e, pur di collegare al proprio centro quel chiassoso coacervo di gitani, anarchici, artisti e operai, dà il via a progetti urbanistici come il Passeig de Gràcia, culla dell’architettura modernista, o il piano Cerdà, all’origine dell’Eixample.

Vola piano adesso il colombo, scanzonato, allunga le zampette sul busto di Cervantes in cima al tetto di Casa Servent, fa capriole davanti al grosso gatto nero che dormicchia dietro le trifore di Casa Fuster, celebre opera liberty di Lluís Domènech i Montaner. Nel primo dopoguerra, negli anni più bui della sua vita, da lì il vate catalano Salvador Espriu osserva l’umanità dei giardinetti, oggi a lui intitolati, il viavai disordinato di uomini d’affari e poveri bigliettai del tram. La Barcellona di Espriu, la Lavínia corrotta dai rumori, dalla tristezza e dall’oblio, trascorrerà affranta proprio tra questa verde insenatura e l’inizio del Passeig de Gràcia, dove il rassegnato poeta lascia scivolar via le giornate presso il notaio Antoni Gual.
Sotto il becco rosato dell’animale si distende ora un reticolo confuso di vie e piazze, dai nomi libertari e dai colori terrigni, con le grida scomposte in caló, cui tanto attingerà Espriu, e i boleri animati. Da qui si elevano al cielo i ritmi di Antonio González, “El Pescaílla”, da molti ritenuto il creatore della rumba catalana, come testimonia la targa in carrer de la Fraternitat, al numero otto; salgono i primi gorgheggi della grande soprano Montserrat Caballé; giungono gli accordi delle numerose orchestrine che suonano alle feste di Gràcia, tra cui pure quella che aveva permesso al tronfio Quimet di avvicinare la timida orfana Natàlia, allora vestita di bianco come una colombella.
Non fossero mai nati, quei suoni… Non fossero mai nate, quelle idee, che Quimet girava a divulgare per Gràcia sventolando la bandiera repubblicana, prima di partire e morire nella guerra contro i ribelli di Franco.
Gli odori confondono il suo volo, lo distraggono, richiamano, respingono. Si abbassa, lentamente: il pane non profuma come quello di prima della guerra, ma sempre meglio di ortiche e zolfo. A volte, quando Quimet trascurava Natàlia bighellonando per le osterie con Mateu e Cintet, lui, il colombo, aveva seguito i passi di lei, di nascosto, dall’alto dei palazzi modesti: l’aveva vista dirigersi verso il mercato de la Llibertat o dell’Abaceria Central. Dai banchi delle trippaiole veniva sempre un odore dolciastro di morte, con i fegati ancora umidi di sangue appesi ai ganci, le trippe bagnate, le teste bollite. E attorno gli scampanellii sordi di cozze e vongole, che le venditrici in manichette azzurre spostavano da un cesto all’altro smuovendo attorno il profumo di mare. Dall’alto della pensilina il colombo aveva osservato Natàlia svuotarsi, cedere, sedersi davanti a muggini, pesci volanti, branzini, l’aveva vista impallidire e tacere al cospetto di pizzicagnoli, trippaiole e pesciaiole. E uscire sempre a mani vuote.
Ora è ormai spoglio e lugubre il mercato dell’Abaceria, sorto sull’ossatura della fabbrica rossa che aveva attirato centinaia di lavoratori nella Vila de Gràcia: il cotonificio Vapor Nou. Dal 1892 banchi e verdure, bestie e grembiuli avevano sostituito sgranatrici, spazzole e griglie; lo scalpiccìo dei passanti, le urla dei venditori e il fruscìo dei rami d’erica degli spazzini avevano messo a tacere i rumori assordanti e monotoni di fusi e filatoi.
L’umile gente del paesino divenuto quartiere si ritrova qui o negli altri mercati, nelle numerose e disordinate piazzette che i proprietari terrieri avevano edificato al centro dei loro possedimenti, e che per lungo tempo ne hanno conservato il nome. Una di queste piazze, a qualche centinaio di metri verso la montagna, non porta però il nome di un abbiente latifondista ma quello di un architetto, Antoni Rovira i Trias, lo stesso che aveva progettato la torre del campanile di plaça de la Vila, il mercato di Sant Antoni e, per Barcellona tutta, un elegante piano urbanistico a espansione radiale.
Nel lontano 1859 il progetto di Trias aveva vinto il concorso indetto dal Municipio, ma poi l’appalto era andato al Signor Ingegner Ildefons Cerdà i Sunyer, nominato direttamente dal monarca spagnolo. Nella lontana Madrid preoccupava già allora che Barcellona potesse darsi le arie da capitale europea, emulare Haussmann o ambire all’atmosfera maestosa di Vienna…
E infatti oggi Antoni Rovira i Trias se ne sta seduto su una panchina in marmo nella piazza omonima: portamento dignitoso ed eretto, sguardo fiero e triste, mostra ai propri piedi il progetto che tanti consensi aveva guadagnato in terra catalana.
I suoni si diradano, così come i passanti; le gonne sporche, di cotone grezzo, diventano nuovamente plissettate e morbide al tatto; i bambini tornano a rincorrere composti il cerchio con le asticelle in legno. Il colombo si avvicina a Vallcarca, alle villette con giardino, alle dimore signorili, ma prima risale l’ultimo tratto di carrer Verdi, quello in cui il charnego Faneca dell’Amante bilingue di Juan Marsé si innamora della povera cieca Carmen e dove uno scelto pubblico attende la trita conferenza sulla struttura mitica dell’eroe di Cyrano, protagonista del romanzo di Vila-Matas Strana forma di vita.
Ed eccolo giungere nell’ariosa plaça de Lesseps, l’antica plaça dels Josepets, dal convento dei carmelitani scalzi che un tempo ne occupava il posto, punto nevralgico della città. Sfiora i fili del B23, partito dalla Boqueria, vola rasente a due smilzi gendarmi in bicicletta, si rialza sul campo vuoto di bocce e plana quindi sullo stagno senza barchette di carta. Qualche rado bimbetto gioca a nascondino tra gli alberi, spingendosi su fino alle scale della chiesa della Mare de Déu de Gràcia i de Sant Josep.
Quarant’anni più tardi, la stessa piazza che nel 1924 aveva assistito all’inaugurazione della prima linea metropolitana vedrà cadere molti suoi edifici, casette e masie, sacrificati in nome della moderna urbanizzazione voluta dal sindaco franchista Porcioles. Spruzzi di luce, piccole oasi di colore nel grigio del vetro e del cemento rimarranno solo le palazzine moderniste, come Casa Vicens, in carrer Carolines numero ventiquattro, opera di un giovanissimo Antoni Gaudí i Cornet. Costruita tra il 1883 e il 1888 perché Manuel Vicens i Montaner, industriale nel ramo delle ceramiche, potesse trascorrervi le estati lontano dal caos barcellonese, Casa Vicens mostra a tutti le sue meraviglie policrome, d’ispirazione mudéjar-moresca e gotica, dietro un suggestivo cancello in ferro dai motivi vegetali.
Proprio lì sosta un momento il pennuto, sulla punta di un torricino biancoazzurro. E, prima di riprendere il volo di ritorno verso carrer del Montseny, si concede uno dei pochi, pericolosi lussi che un colombo possa offrirsi: girare all’impazzata lungo il muro rosso e frastagliato di Casa Vicens, lungo gli inserti in ceramica, per poi infilarsi nella veranda d’angolo e mandare così all’aria il vassoio che la servetta sta portando al nipotino del signore. Piatti, bicchieri, spremuta d’arancia, fragrante pane caldo con pomodoro e corned beef, anche durante la guerra, tutto a spasso!
Non si volta a vedere la cameriera in lacrime. Quel giorno perderà il lavoro, come Natàlia, e mesi dopo scenderà in strada, come Natàlia, con in mano una cesta di vimini e una bottiglia, regalo per i suoi tre bambini fiaccati dalla guerra. Andrà dritta dal droghiere: acido muriatico. Stavolta, però, non ci sarà il droghiere delle vecce a parlarle, a offrirle una vita tranquilla e sicura.
Finalmente il colombo è tornato a casa, tra la paglia e gli escrementi, gli occhi iridescenti color malva e cangianti verde mela. Lei non si è mossa, non ha sceso i gradini di logora graniglia. Possibile che sia ancora lì? Sì, la pazza, la serpe. Sta infilando la mano sotto il petto dei suoi colombi. Loro fanno cenno di beccarla, arruffano le piume, svolazzano. Afferra un uovo, poi un altro. Un cappuccino febbricitante allunga la testa in avanti, apre il becco, prova a prenderla. Niente, lei è più forte, più ostinata. Scuote le uova, le sbatte, le agita con forza, le rimette a posto.
Ed ecco, in un angolo dimenticato, il suo, di uovo. Pure lei l’ha scorto, in mezzo alle piume che cadono, nel grugare dei colombacci, le grida dei pennuti. Si avventa sul povero uovo, su quella scorza ancora calda che profuma di vita. Occhiaie, rughe di fame: sembra un fantasma. Ma i fantasmi non uccidono le uova. Il braccio fine e la mano screpolata si precipitano su quel pulcino non ancora nato, gli percuotono la testa contro il guscio. Marcirà pure lui, immobile, in mezzo al nido di sparto.
Il colombo si fa in avanti, guizza dalla botola, la colpisce, nulla può. E allora di nuovo via, affranto, folle di dolore. Su, colombo, vola, colombo… Con la faccia come una macchia bianca sul nero del lutto… Su, colombo, ché dietro di te c’è tutta la pena del mondo. Vola, vola, con gli occhietti tondi e il becco con sopra i buchi del naso.
Sopra Gràcia, sulle case basse. Sopra plaça del Sol, con le fucilazioni nella guerra civile, la chiassosa movida di oggi. Non vede niente, cieco dal dolore, non sente nulla, sordo per l’angoscia. S’inclina, smarrito, si confonde, sbatte contro il campanile di plaça de la Vila, prima di Rius i Taulet. L’ala si spezza in alto, su un lato della torre progettata da Rovira, vicino all’orologio di Albert Billeter, proprio sotto la Marieta, la mitica campana che in quei sette giorni dell’aprile 1870, durante la rivolta de les Quintes, la popolana Herbetes de Montserrat aveva suonato notte e giorno per incitare la sua gente, le madri e le mogli, a opporsi al generale spagnolo Eugenio de Gaminde y Lafont. A non lasciare che i loro cari morissero in una guerra estranea. Erano stati bombardati, dopo, erano morti in molti, come ora. La campana azzittita e distrutta, i palazzi sventrati, gli insorti lasciati per strada, con l’asfalto a mo’ di bara.
Sofferente, il colombo torna indietro, passa ancora per carrer del Montseny, attirato da una calamita di morte, verso casa, ma perché? E allora ancora via… Sfiora stordito l’angelo modernista di Can Pardal, quindi si lancia nel vuoto, nella trama di viuzze. Terol, Or, Jaén, Topazi, Verdi, Robí, Guilleries, Perla, Astúries…
Diamant, plaça del Diamant, dove tutto era cominciato. La banda suonava, i festoni variopinti coloravano palazzi e lampioni, la siepe di asparagina faceva da ringhiera attorno alla pedana, addobbata di fiori di carta: ritmi e confusione, allegria e spensieratezza che da lì si ripetono ed espandono ancora oggi, a quasi duecento anni dal primo accordo, subito dopo ferragosto.
A plaça del Diamant il giovane ridanciano con gli occhi da scimmietta e la camicia bianca a righine blu, Quimet, aveva invitato la schiva commessa Natàlia a ballare. Una canzonetta, poi un’altra, e un’altra ancora. Vorticano volti, scarpe della festa, colombi. Bambini, bottiglie, vecce, risate acute, occhi iridescenti, spille, cappellini.
Un volto di ragazza nella folla giuliva: Mercè Rodoreda, adolescente triste perché i suoi le proibiscono di partecipare alle danze. Per questo nell’esilio di Ginevra, nei primi anni Sessanta, tornerà con la piuma alla piazza e alla storia d’amore e oppressione.
Pure Natàlia, ormai moglie del droghiere delle vecce, tornerà alla piazza, una cassa svuotata, fatta di tante cose vecchie con il cielo per coperchio. In mezzo a quel coperchio vedrà volare ancora delle piccole ombre, e le pareti delle case si allungheranno verso l’alto, cominceranno a piegarsi l’una contro l’altra e il buco del coperchio si stringerà sempre più a formare una sorta di imbuto.
Un vento di tempesta inizierà allora a vorticare in quell’imbuto di dolore e ricordi finché finalmente Natàlia esploderà in un grido di inferno.
Ma non ci pensare ora. Un’ultima corranda, su, Colometa, Colombella, un ultimo volteggio, un ultimo sorriso.
Volteggia Natàlia raggiante, volteggia Quimet spaccone, con la camicia bianca.
Volteggia il colombo morto.
Cade a terra.
Lì, a plaça del Diamant, colpito da una fionda, dove sorgerà la statua di Xavier Medina Campeny, bruna come le piume dei piccioni cappuccini, imprigionata nella lava della disperazione, còlta in quell’urlo straziante che scaccerà finalmente via da sé colombi e morte, balli e miseria.

Il grande giorno, Jack Ritchie

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TITOLO: Il grande giorno

AUTORE: Jack Ritchie

EDITORE: Marcos Y Marcos   PAGINE: 240   PREZZO: 18,00

 

Dal maestro del noir più amato da Alfred Hitchcock, quattordici storie dal meccanismo perfetto e senza una parola di troppo.
 

Fred dice che cento la settimana è abbastanza onesto, e si può anche vederla così. Non che sia in grado di provare alcunché. Non c’è nulla che dimostri che l’ho assoldato, e in realtà non l’ho fatto. Forse dovrei smettere di pagare, ma non posso correre rischi. Non si sa mai, con questi ubriaconi. E comunque sia, è pur sempre il denaro di Fay.

Han detto di lui che avrebbe potuto scrivere I miserabili in due paragrafi, perché l’arte della sintesi è una sua grande virtù.
Hitchcock lo amava per questo, e per l’eleganza con cui ti avvince subito e ti spiazza sempre.
Gli bastano pochi tratti per far vivere un personaggio; due frasi per catapultarti nella storia.
Assassini per caso, killer professionisti, studentesse, cuochi, scrittrici, alcolizzati, cassiere, detective, ereditiere, maggiordomi e gigolò ci attirano in case confortevoli, nella cella di un carcere, in una tenuta di campagna, al tavolo di un locale o in vicoli bui, dove c’è stata una vittima, ci sarà presto, o magari non ci sarà.
Ben non sa usare la pistola e chi gliela mette in mano se ne pentirà; fare jogging lungo la scogliera è salutare solo se tua moglie ti vuol bene.
Mentire sul suo piatto preferito può salvare la vita a un condannato a morte, e il sesso con un altro non è la forma più pericolosa di infedeltà.
E se la cassiera uccisa durante una rapina tornasse al mondo con l’unico scopo di redimere il suo assassino? E se il cugino dato per morto, unico erede del castello, ti rubasse le sigarette dal cassetto per farti capire che tanto morto non è?
Nei racconti di Jack Ritchie non ci sono eroi, e il male è sempre relativo: prontezza di spirito, intuito, freddezza e una buona dose di cinismo sono armi vincenti nel gioco delle parti di una possibile realtà.

Non è un caso che Anthony Boucher, celebro e severo recensore di gialli del San Francisco Chronicle, abbia detto che in lui "brilla l'arte lapidaria del racconto".
Angelo Molica Franco, Il venerdì

Il vizio di smettere e l’attimo straziante della sincerità

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TITOLO: Il vizio di smettere

AUTORE: Michele Orti Manara     

ILLUSTRAZIONI: Francesca Protopapa    

EDITORE: Racconti Edizioni   PAGINE: 170   PREZZO: 14,00

 

Esce oggi 22 Marzo 2018, per Racconti Edizioni Il Vizio di Smettere, di Michele Orti Manara, il secondo titolo italiano della casa editrice romana.

Andrea Cafarella ha letto il libro per Cattedrale, che vi propone la sua recensione.

 

È che quando racconti qualcosa, diceva, per certi versi stai già mentendo, e se menti per certi versi è come se non esistessi neanche, e il tuo racconto fosse, che ne so, il sogno di un fantasma. Perfino quando racconti qualcosa di te, come fai a essere sicuro di aver detto la verità, come verifichi che il racconto sia una cronaca fedele di quel che è successo, e non una specie di bugia bianca, o almeno non tanto sporca?
da «Piccole cose con le zampe»

 

Quando ho letto per la prima volta Michele Orti Manara già sapevo che sarebbe uscito questo libro: Il vizio di smettere (Racconti edizioni, 2018). Lo aspettavo.
Le informazioni che girano tra gli addetti ai lavori, a volte, sembrano voci di corridoio clandestine, come sussurri carcerari dopo l’ora del coprifuoco. E sono quelle voci ad appassionarmi. Perché gli editori custodiscono i propri assi nella manica come il segreto delle sorprese più attese. Come quando prepariamo un regalo speciale per una persona vicina e vorremmo dirglielo, ma proviamo a non farlo per non rovinargli l’effetto-sorpresa, anche se, lo sappiamo: ce lo si legge in faccia. Glielo si leggeva in faccia a Emanuele e a Stefano. Questo libro è un dono e questo Michele Orti Manara è lo scrittore che quelli di Racconti edizioni stavano aspettando: un vero scrittore di racconti. La misura breve gli calza a pennello, come un vestito sgualcito, comodo, vintage (diremmo oggi). Orti Manara manipola la forma breve con grande mestiere; ci si tuffa come un palombaro e s’intrufola nei suoi cunicoli come uno speleologo. Contemporaneamente, però, mantiene il distacco emotivo dell’artigiano, modella i tempi e gli spazi seguendo le pieghe della materia, senza forzarne le curve ma agendo in armonia con la storia, con quella sua «specie di bugia bianca» che altro non è che «il sogno di un fantasma», la spaventosa e profonda Verità.

Il modo in cui Orti Manara costruisce le sue storie si basa su un esercizio di credibilità e di verificazione (nel senso di «rendere vero») della menzogna. Si basa sulla forza del tanto millantato patto col lettore, vale a dire: credere al racconto di quello che è accaduto – per quanto bizzarro e irreale possa sembrare – cercando di entrare nell’universo in cui si svolge la narrazione e, rispettandone le regole, comprendere il significato profondo della storia. Tutto ciò in un rapporto di reciproco convincimento. Per dare la possibilità a chi legge di stringere il suddetto, lo scrittore dev’essere estremamente rigoroso nella costruzione del suo «mondo fittizio» e delle regole che lo caratterizzano. Alcuni autori, diversamente, si basano su fonti storiche sulle quali poggiare la credibilità della loro storia, oppure autobiografiche, o ancora su un sistema linguistico in grado di alterare le regole e sostituirle con le proprie. Quello di Orti Manara è forse il modus più tradizionale di costruire storie. E, da un certo punto di vista, il più difficile ed elaborato. Gli aspetti tecnici fondamentali, a mio modo di vedere, perché funzioni questo tipo di costruzione della fabula, sono tre: Stile, Voce e Sincerità. Sempre loro, sempre i soliti. Che per Orti Manara sono tutto l’opposto che ignoti. Spiccano.
Mi spiego: lo stile non è altro che il complesso apparato di scelte espressive che pertengono a un’opera. Dalla struttura, alle tematiche trattate, ai punti di vista e come essi si legano tra loro, fino al linguaggio e ai linguaggi e alla materia che vanno plasmando in un unicum di singole scelte, che risulti più o meno omogeneo e compatto. Il vizio di smettere ha una conformazione stilistica forte e armonica. Si muove su piani molto diversi e su argomenti e mondi molto distanti, eppure possiede una struttura solida, che segue una direzione precisa. Andiamo da racconti di un verismo spiccato, a storie oniriche e surreali, fino addirittura a incontrare una sorta di Gesù Cristo del nuovo millennio legato al cielo da nervi senza fine; poco più avanti leggiamo l’analisi lucida, molto ironica, di un uomo e del suo rapporto con il gatto, definitivamente umanizzato, evidentemente utilizzato a simbolo di un’ipotetica compagna, all’interno della coppia ideale formatasi tra i due. Ancora: la raccolta inizia con una nascita: una maternità/paternità e le difficoltà, le ansie (le ossessioni? a questo arriveremo più in là...) che ne conseguono; e verso la fine troviamo la senilità di una vecchina «svitata» che perturba la notte tranquilla del ragazzo che ci racconta la storia. C’è un percorso, anche se non c’è una meta cui protendere. Ogni passo tiene conto di quelli già fatti e di quelli che ancora mancano. E lo notiamo quando il figlio della vecchina di cui sopra, nel racconto che ha per titolo «Vera», chiede al ragazzo protagonista: «Vuoi una sigaretta?». Esattamente come abbiamo già visto fare al padre in «Quello che non sono riuscito a scrivere». Ed è questo «il segnale» – ormai lo sappiamo – di quell’istante preciso, presente, quel prezioso, essenziale «incantesimo di breve durata» che lega tutti i racconti di Orti Manara: l’attimo di sospensione che squarcia il reale.
E se lo Stile è la tara, sostanziale, per guardare a questo libro, esso risulta inscindibile dalla Voce. Il suono della prosa. Il motivo per cui riconosciamo un autore quando leggiamo una sua pagina. La voce di Orti Manara ha un tono asciutto, secco, sicuro di sé. Vario, ogni racconto trova un suo tono, diverso dagli altri, ma comunque riconoscibile. Il suo pregio è la grande consapevolezza: un controllo estremamente lucido della lingua, delle sue parole, dei suoi periodi. Orti Manara non si lascia prendere da lirismi barocchi, eppure sa far librare in volo la sua lingua fino al momento perturbante della poesia, che tutto illumina. In questo senso non posso che rimandare alla lettura di «Agnese», un racconto senza punti, se non i tre che aprono e i tre che chiudono lo sproloquio da bar di cui si confà. Un testo molto tecnico, difficile, reso con un’intensità tagliente, crudele e sincera, che non lascia scampo.

Infine, il terzo aspetto cardinale: la Sincerità.
«Nulla è più meditato della sincerità degli scrittori» scriveva André Gide. Ed è vero: Stile e Voce sono gli strumenti grazie ai quali vestire la verità con l’abito della festa, fatto di piccole «bugie bianche» cucite tra loro: un vestito appariscente, sensuale, che ci fa venire voglia di strapparlo con violenza o sfilarlo delicatamente per guardare e toccare finalmente il corpo nudo della Verità.
E in fondo è proprio questo che cerchiamo nei libri: un brandello, un attimo di sincerità, un istante di comprensione ulteriore. E cerchiamo la nostra verità in quella altrui, per immedesimazione. La catarsi: questo cerchiamo.

«Sono [...] stanco di quel che mi succede, di quel che non mi succede, stanco dell’antico teatro romano in mezzo alla piazza che attraverso tornando a casa, acquattato come un animale che ti fa la posta da centinaia d’anni e che ti osserva con tutti quegli archi, stanco di questa città, e di me, e di tutto» (da «Sulla colonna»).

Chi ci parla in questo libro è Michele, in persona, sentiamo la sua carne viva in queste parole sanguinolente, tristi, definitive. Questo è il tipo di sincerità che pervade tutto il libro. Come quando, attraverso l’io narrante di «I tacchi sul pavimento» chiude il racconto chiedendosi, strappando palesemente il piano narrativo: «E allora, mi dissi guardando prima il cielo e poi la punta delle mie scarpe, cosa corri dietro alle stelle a fare?». Oppure quando, per tramite dell’assassino de «La missione», che nel momento fatidico si blocca e «che sto facendo?, si chiede, e la domanda gli risuona in testa come un diapason a cui si accordano altre domande uguali a quella, ma poste in momenti del passato e del futuro insieme».

Lasciate stare gli ossessi

Riflettendo su come scrivere questo pezzo mi sono venuti in mente degli autori. Sono tutti giovani scrittori esordienti (o quasi) italiani. Tutti lavorano nel mondo dei libri, con ruoli «marginali» ma sostantivi, concreti, effettivi. C’è chi fa il libraio, chi aiuta come consulente nella casa editrice che ha fondato con amici e colleghi, chi fa il social media manager per un’importante editore nazionale (come il nostro Orti Manara). Lettori eccezionali, appassionati esploratori delle lettere. Ho avuto il piacere di incontrarli personalmente, in diverse occasioni. Parlano sempre di libri. Sono i classici tipi di cui si dice: «lui ha letto tutto».  Eppure non è solo questo: vivono la letteratura come un’esperienza: un percorso di accrescimento dell’anima, una pratica magica, un atto esoterico. In sostanza: sanno leggere. Sono veri intellettuali, nel senso latino del termine: tutto ciò che concerne l’intelletto come attività teoretica di conoscimento del sé.
E lo dimostra quella che è, a mio parere, l’unica (escludendo la grande consapevolezza tecnica e stilistica, ché pure sarebbe un dato interessante)  caratteristica che i loro libri hanno in comune: l’ossessione. Perché chi lavora con la propria anima, chi «fa qualcosa» è sempre una persona ossessionata. Me lo ha ricordato uno di loro, oggi, davanti a una birra. E ce lo dice benissimo anche Michele Mari, nel suo incredibile e definitivo I demoni e la pasta sfoglia (Il Saggiatore, 2017), che si fonda proprio sull’idea che la Letteratura – con la maiuscola – corrisponda all’ossessione e infatti inizia proprio così: «Céline, Gadda, Gombrowicz, Kafka, Borges, Conrad, Canetti, Manganelli, Perutz, Melville, Landolfi, Maupassant: molti dei nostri scrittori sono degli ossessi». E allora non conta che i loro personaggi siano ossessionati dai serpenti, dagli alieni, dalla voragine che hanno al posto del cuore, dai misteri nascosti nelle profondità del sottosuolo o semplicemente da se stessi. Quel che conta è l’Ossessione, sentire l’ossessione, vivere l’ossessione e raccontare l’ossessione.
Credo che oggi, più che mai, in Italia, sarebbe importante ascoltare queste voci e capire cosa hanno da dire. Sia perché sono l’espressione – forse la più alta ed eterna – di un disagio generazionale contingente e attuale. Sia perché sono uomini e donne che riescono a conciliare una vita «normale» con una passione (chiaro: un’ossessione) insensata, che richiede una dedizione totale. Una passione così forte che a volte bisogna nasconderla. Una passione che è un esempio bellissimo e concreto di controcultura, di ribellione ai dettami di questa nostra società. Società che chiede agli scrittori una standardizzazione del lavoro che possa rispettare i tempi ciclici del mercato, imponendo la pubblicazione di obbrobri, spreco inutile di carta preziosa e spazio e un mostruoso accumulo di polvere. Una società che non concepisce il valore della riflessione, dell’attesa, della lentezza.
E allora forse dovremmo leggerli questi giovani autori esordienti, estremamente consapevoli, in grado di darci un esempio virtuoso, una possibilità per il destino di pensatori, scrittori, poeti... Però, ripensandoci, forse – e penso che alla fin fine è questo ciò che loro vorrebbero davvero – dovremmo lasciarli in pace, leggerli più in là, quando saremo pronti a guardare nei loro sogni distorti, difficili da capire, mistici, profondi, disperati, strazianti. E attraverso i loro incubi rivedere le nostre manie, rileggere il mondo che abbiamo attorno. Probabilmente sarebbe meglio se li leggessimo quando, finalmente, saremo pronti a sbattere la faccia ossessivamente contro il portellone chiuso di un’astronave, oppure a solcare i mari, statue immobili, al posto di una bellissima polena senza senso e senza scopo. Per poi inabissarci, in una solitudine eterna. E a posto così.

 

Faccio quasi solo tre sogni, sempre gli stessi, ho detto io. In uno sbatto di continuo la faccia contro il portellone di un’astronave aliena da cui non riesco a uscire; in un altro sono una di quelle statue sul davanti delle navi, e la nave su cui sono io si sta inabissando; nel terzo sono uno di quei filosofi, tipo eremiti, hai presente? Quelli che vivevano sopra una colonna senza scendere mai. E quindi nel sogno sono lì, sopra la mia colonna, larga abbastanza da starci disteso. In tutti e tre i sogni però sono inspiegabilmente molto felice.
O mangi pesante o sei molto ansioso, mi ha detto lei. Forse tutte e due le cose, ho risposto.
O forse – ma questo a lei non l’ho detto – forse i sogni vogliono solo farmi capire che farei meglio a starmene da solo.
E a posto così.
(da «Sulla colonna»)

 

Birdwatching notturno, di Sherman Alexie

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TITOLO: Danze di guerra

Autore: Sherman Alexie  Traduzione: Laura Gazzarrini

EDITORE: NN editore   PAGINE: 208   PREZZO: 18,00

 

Al centro dei racconti e delle poesie di Danze di guerra ci sono uomini che, di fronte a una scelta che cambierà le loro vite, cercano la propria strada e una risposta alle paure dell’infanzia o ai dilemmi della maturità. Ogni storia parte da un errore, da un rimpianto o da un conflitto: un padre di famiglia che per legittima difesa uccide un giovane ladro, un figlio che ricorda con dolcezza e rancore il padre morto alcolizzato, un marito incapace di provare ancora desiderio per la bellissima moglie.
Con una lingua poetica e una disincantata ironia, Sherman Alexie ci consegna un libro costruito come un mosaico, dove ogni tassello illumina il precario equilibrio di un’identità, quella dell’uomo di oggi, che rivela la sua natura sfuggente, insicura anche della propria forza, in costante ricerca di un’assoluzione per la propria dolorosa fragilità.

Cattedrale vi propone Birdwatching notturno, contenuto nella raccolta.
 

Che uccello è quello?

Un barbagianni.

Che uccello era quello?

Un altro barbagianni.

Oh, quello era troppo piccolo e veloce per essere un bar­bagianni. Che cos’era?

Un barbagianni piccolo e veloce.

Una notte, quando avevo sedici anni, ero in macchina con la mia ragazza a Little Falls Flat e questo barbagianni è sceso in picchiata sulla strada, forse a una quindicina di metri da noi, volando dritto verso il parabrezza. Era enorme, grande quanto uno pterodattilo, e la mia ragazza si è messa a gri­dare. E, be’, ho gridato anch’io, perché quella cosa ci stava venendo addosso, ma sai che ho fatto? Ho premuto l’acce­leratore e gli sono andato incontro. E sai perché l’ho fatto?

Perché volevi vedere chi era il pollo fra te e il barbagianni?

Esatto.

   E cos’è successo?

Un secondo prima di scontrarci, il barbagianni ha sbat­tuto le ali, ma appena appena. C’è una parola più giusta di “sbattere”? Qual è la parola che vuol dire “sbattere”, ma uno “sbattere” un po’ più leggero?

Che ne dici di “flettere”?

Ecco sì, perfetto. Allora, come dicevo, proprio quando stava per schiantarsi contro il parabrezza, il barbagianni ha flesso le ali ed è sparito nell’oscurità. Ed è stato veramente incredibile, sai? Io ho inchiodato e sono quasi caduto nel fosso. Io e la mia ragazza siamo rimasti lì al buio con il mo­tore che tic-tic-ticchettava come una specie di bomba, ma una bomba esistenziale, come se stesse dosando il niente in­finito delle nostre vite perché quel barbagianni ci era quasi venuto addosso ma se n’era andato per sempre. E ho detto qualcosa tipo: «È stato magnifico» e la mia ragazza, vuoi sapere che mi ha detto?

Ti ha detto qualcosa tipo: «Ti mollo».

Accidenti, è proprio quello che ha detto. E io le ho chie­sto: «Perché mi molli?». E sai lei che ha risposto?

Ha detto: «Ti mollo perché non sei un barbagianni».

Sì, sì, sì, e sai una cosa? Non ho mai smesso di pensare a lei. Sono passati ventisette anni e ancora mi manca. Come mai?

Fratello, non ti manca lei. Ti manca il barbagianni.

Un bel posto per fare l’amore, di Sergio Oricci

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TITOLO: ODI.Quindici declinazioni di un sentimento

Autore: AA.VV  A cura di: Gabriele Merlini

EDITORE: Effequ   PAGINE: 256   PREZZO: 14,00

Quindici giovani autori che, ciascuno con percorsi differenti, si stanno affermando nel variopinto spazio narrativo italiano, sono chiamati a cimentarsi intorno al tema dell’odio, parlando di contrapposizioni, di crisi, di rancori e ancora oltre.
Cattedrale vi propone il racconto di Sergio Oricci Un bel posto per fare l'amore, accompagnato da un'illustrazione di Stefano Cardoselli.

 

Un bel posto per fare l'amore

1.

«Ti piace qui?»
«Insomma».
«Cos’ha che non va?»
«Niente. È che fa freddo».
«Vieni, ti scaldo io».

Ride. La guardo mentre lo fa. Non è bellissima, ma va bene. Ha i denti storti e la lingua corta. Si sente anche quando mi bacia quanto sia corta la sua lingua.

«Va meglio?»
«Sì».
«Lo vedi il fiume?»
«Certo che lo vedo. Non sono mica cieca».
«Sì, ma dico: lo vedi com’è bello?»
«È un fiume».
«E il ponte?»
«Cosa?»
«Il ponte. Ti piace?»
«Oggi sei strano».
«Voglio sapere se ti stai divertendo, ecco tutto».
«Ce ne andiamo?»
«Perché vuoi andartene, piccola?»
L’ho davvero chiamata piccola?

«Perché fa freddo. E c’è puzza».
«Puzza?»
«Puzza di fiume».

Stavolta non posso darle torto. C’è puzza di fiume. Ma non voglio andare via adesso. La stringo più forte, le do un bacio sul collo e la sento contorcersi. Quante scene per un bacetto.

«Ti piace?»
«Mmmsì».

Si struscia su di me. I capelli mi finiscono in bocca e la cosa mi infastidisce. Non profumano come dovrebbero. Non hanno odore.

«Ma è vero che stai con me perché sono più grande?»

Ride ancora.

«Più grande. Ma dai. Abbiamo due anni di differenza, forse meno».

2.

«Quindi sono più grande di te di due anni».
«Ma due anni non sono niente».
«Ero una persona diversa due anni fa. Completamente».
«Io due anni fa ero uguale a oggi. Identica».

La cosa più angosciante è che, molto probabilmente, è la verità.

«Facciamo l’amore?»
«Qui? Sei pazzo».
«Perché? È un posto stupendo».
«Qualcuno potrebbe vederci».
«Sarebbe interessante».
«Cosa?»
«Se qualcuno ci vedesse».
«Per te, forse. Ma per chi mi hai preso?»

Le accarezzo la testa come fosse un cagnolino. So che lo odia. Non dice niente, mi lascia fare. Poi le metto entrambe le mani addosso, le tocco le tette. Non sono piccole. È piacevole stringerle. Così lo faccio con più forza e lei non trattiene un gemito.

«Mi fai male».
«Scusa».
«Guarda che ti sbagli se pensi di convincermi. Qui non si fa niente».

Riprendo ad accarezzarle i capelli. Stavolta sbuffa.

«Guarda che non sono il tuo cane, eh».
«Guarda che non sono il tuo cane, eh».

Ripeto quello che dice imitando la sua voce. Se c’è una cosa che odia più delle carezze sulla testa, è proprio questa.

«Oggi sei peggio del solito. Me ne voglio andare».
«Ma no, dai. Si scherza un po’».
«Il tuo modo di scherzare non mi piace. Mi fai sentire stupida».

La faccio sentire stupida. Dovrebbe ringraziarmi.

«Va bene, scusa. La smetto».
«Occhei».

La vedo sorridere anche se mi dà le spalle. È questo il bello delle persone stupide, dimenticano subito.

«Senti, ce l’hai una gomma?»
«No, piccola. Ma ho un preservativo, se vuoi».

Cerca di divincolarsi. Ora vuole andarsene davvero. Forse ho esagerato troppo presto.

3.

«La smetto davvero, promesso».
«Hai rotto».
«Lo so, piccola. Scusami. Lo sai come sono fatto».
«Male. Però mi piace quando mi chiami piccola».
E questo dice tutto.

«Lo vedi quel punto laggiù?»
«Quale?»
«Quello. Segui il mio dito, là dove l’erba è tutta schiacciata».
«Ah... sì. E allora?»
«Lo sai cosa è successo proprio lì, ieri?»
«Cosa?»
«Hanno violentato una donna».

Rido.

«Ma che cazzo dici? Cosa ci trovi da ridere?»
«Dico la verità. Di divertente ci trovo il contrasto. Tra quello che è successo ieri e quello che sta succedendo oggi».
«Non ti capisco. È un altro dei tuoi scherzi idioti? Ora mi hai davvero rotto».

La stringo di più.

«Non ti sembra bellissimo? Nello stesso posto in cui ieri una tizia è stata costretta a fare qualcosa contro la sua volontà, adesso io e te possiamo fare l’amore desiderandolo tantissimo».
«Vaffanculo. Lasciami».

Tra un attimo si metterà a piangere. Mollo un po’ la presa, comunque non abbastanza da permetterle di liberarsi. Piange, singhiozza. Mi fa quasi pena. Quasi.

«Basta. Basta. Mi fai paura quando fai così, non ne posso più di te».
«Mi stai lasciando?»
«È che non ti capisco».

Tira su col naso. Il rumore che produce è disgustoso.

«Sì, hai ragione. Sono strano».
«A volte sei così dolce. Poi sembra quasi che impazzisci».
«Impazzisco?»

È smarrita. Si vede che non ne può più.

«Sì. Diventi un mostro».
«Ma ti piaccio ancora».
«Voglio andare a casa».
«Va bene, ti porto a casa. Ma non sono un mostro. I mostri sono quei tizi che ieri hanno violentato la ragazza. Non mi puoi paragonare a loro soltanto perché la mia ironia è discutibile». 
«Non ti sto paragonando a loro».
«Ma cazzo. Dicendomi che sono un mostro è come se lo facessi, no?»

Ogni tanto dico una parolaccia per farla sentire più a suo agio. Non è abituata a parlare con persone che non ne dicono mai.

«Dopo tutto quello che mi hai fatto oggi, adesso ti arrabbi tu?»
«Non sono arrabbiato. Sono triste. La mia ragazza pensa che io sia un mostro. Anche se adesso non so se sei ancora la mia ragazza...»
«Sì».
«Sì cosa?»
«Sì sono ancora la tua ragazza. Ma ora lasciami andare».

Non capisco: mi parla in questo modo solo perché è spaventata? Forse cerca di assecondarmi, forse pensa davvero quello che dice.

4.
«Non posso lasciarti andare».
«Perché non puoi? Devi. Te lo chiedo per favore».
«Non posso. È mio dovere proteggerti».
«Ma da cosa? Non ho bisogno di essere protetta».
«Da tutte le cose brutte. Come quella banda di violentatori».

Geppo, l’animale e Marchino vengono fuori dai cespugli davanti a noi. Sono tutti nudi, Geppo ha addirittura il pene eretto. È sempre il migliore, su di lui si può fare affidamento. Lei urla, è disperata. Sembra la stiano scannando mentre si avvicinano saltellando. Si mettono a cantare quella dei tre porcellini. Devo trattenermi e non ridere, altrimenti salterà tutto.

«Tranquilla, non sarai sola. Mi sa che stavolta violenteranno anche me, già che ci sono».

Lei riesce a voltarsi. Ha gli occhi più spalancati e increduli che abbia mai visto. Le guance rigate di trucco.
Urla di nuovo. Scommetto che per i prossimi tre giorni non riuscirà neanche a parlare, da quanto sta urlando. E sono convinto che le stia passando per la testa la possibilità che siamo d’accordo, io e i tre porcellini. 
Sono a pochi passi da noi. La lascio andare. Tira uno strillo peggiore di tutti gli altri messi assieme quando si rende conto di essere libera. Si alza di scatto ma perde l’equilibrio e finisce a terra con la faccia rivolta verso di me. Terrore puro. Vorrei immortalare l’espressione in una fotografia però non lo faccio mai. Troppo rischioso.

«Scappa, non pensare a me.»

Vorrei aggiungere se è un culo che vogliono, sarà il mio che avranno, ma ho paura che così la situazione appaia troppo grottesca. Non voglio che capisca, o almeno non fino in fondo. Lei sembra titubante. È incredibile che ancora si faccia scrupoli a lasciarmi lì, visto il modo in cui l’ho trattata nelle ultime settimane. Ma dopo ancora qualche istante di indecisione si volta e parte. Corre. Geppo, come da programma, la sfiora e quasi l’acchiappa, però poi la lascia andare.

5.

A quel punto è l’animale a mettersi davanti a lei, come un rugbista pronto a placcarla. Il suo sorriso storto è meraviglioso. Io le urlo di correre più veloce che può. E lei corre. L’animale si fa scartare, poi tocca a Marchino che si lancia verso di lei e le sbatte contro. La fa finire a terra con la faccia nel fango. Marchino finge di essere stordito, gli altri due invece le si avvicinano, più lentamente di quanto potrebbero fare. Grugniscono, i tre porcellini. Io, lupo cattivo diventato per una volta complice, mi godo la scena.
Riesce a rialzarsi. Si gira ancora verso di me. Le faccio dei gesti come per invitarla ad andare. E lei va, tra le urla e le lacrime. Appena svolta e risale verso il ponte, io, l’animale, Marchino e Geppo scoppiamo a ridere tutti insieme.

«Rivestitevi, presto. Dobbiamo toglierci da qui in meno di un secondo».

Geppo non ce la fa, sta morendo dalle risate. È piegato in due e gli si è anche ammosciato. Alla fine si ricompone.
È andata, anche stavolta.
«Andiamo a prenderci una birra?»
«Ma sì, dai. Il tempo per cercarcene un’altra non manca».

Ci allontaniamo fischiettando un motivetto a noi tanto caro. Adesso siamo in quattro. Ma fa lo stesso.

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La sfortuna di Bidarshik, di Jack London

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TITOLO: Il grido del corvo

Autore: Jack London  A cura di: Lorenzo di Paola 

EDITORE: Alessandro Polidoro Editore   PAGINE: 176   PREZZO: 12,00

A fine Febbraio 2018 sarà in libreria Il grido del corvo, di Jack London, pubblicato da Polidoro Editore, che riporta tra gli scaffali un classico della narrativa breve, dimenticato e scomparso dalle librerie.

Cattedrale ve ne da un'anticipazione, pubblicando uno dei racconti della raccolta.
 

La sfortuna di Bidarshik

«Fare la mia cucina al vostro fuoco, e dormire sotto il vostro tetto questa notte».
Ecco quel che avevo detto al vecchio Ebbits, entrando nella sua capanna; egli mi aveva guardato con un occhio cisposo e vago, mentre Zilla mi aveva gettato uno sguardo corrucciato e un grugnito di disprezzo. Zilla era la moglie, e sullo Yukon non si sarebbe trovata una vecchia squaw più implacabile, né una lingua più cattiva. Non mi sarei fermato lì se i miei cani fossero stati meno stanchi o se il resto del villaggio fosse stato abitato; ma quella capanna era la sola occupata, e fui costretto a cercarvi ricovero.
Di tanto in tanto il vecchio Ebbits raccoglieva le sue idee, mentre scintille e segni d’intelligenza andavano e venivano nei suoi occhi. Durante la preparazione della mia cena, cercò varie volte di rivolgermi qualche domanda cortese a riguardo della mia salute, dello stato e del numero dei miei cani e della distanza che avevo percorso quel giorno. E ogni volta Zilla aveva assunto un’aria più imbronciata e aveva brontolato ancora con maggiore disprezzo.    
Tuttavia, confesso che non c’era nulla che potesse incoraggiarli alla gioia. Erano lì entrambi rannicchiati accanto al fuoco, alla fine dei loro giorni, vecchi, pieni di acciacchi, senza forza, lancinati dai reumatismi, morsi dalla fame e tentati dagli odori di frittura e di carne che io avevo in abbondanza. Si dondolavano in avanti e indietro con un movimento lento e macchinoso, e ogni cinque minuti, regolarmente, Ebbits gemeva sordamente. Non era tanto un gemito di dolore, quanto un lamento che derivava dal peso e dal tormento di quella cosa chiamata vita, e più ancora dal timore della morte.
Quando la mia carne di alce crepitò vivamente nella padella, notai che le narici del vecchio Ebbits si contraevano e si aprivano all’odore del cibo. Cessò un momento di dondolarsi e dimenticò di gemere, mentre un lampo d’intelligenza sembrava illuminargli il volto.
Zilla, dal canto suo, si dondolava più presto, e per la prima volta diede voce al suo dolore con piccoli gridi acuti. Pensai che agivano come cani affamati, e dopo tutto non sarei stato sorpreso se Zilla avesse improvvisamente mostrato la coda e l’avesse dimenata sul pavimento alla maniera dei cani. Ebbits cessò a varie riprese di dondolarsi, per chinarsi in avanti e avvicinare il naso palpitante al focolare.
Quando passai loro un piatto di carne fritta, mangiarono golosamente facendo rumore; si udiva lo stritolare dei denti logori, le aspirazioni fischianti accompagnate da mormorii e da grugniti continui. Dopo questo, quando diedi a ciascuno di loro una tazza di tè bollente, i rumori cessarono. Il sollievo e la soddisfazione apparvero sul loro volto. Zilla rinunciò per un istante alla sua smorfia amara, per lanciare un sospiro di soddisfazione. Né l’uno né l’altro si dondolavano più; sembravano caduti in una meditazione placida. Poi gli occhi di Ebbits si bagnarono e compresi che era il dolore della pietà di se stesso. Le ricerche che fecero per trovare le loro pipe mi mostrarono chiaramente che erano stati senza tabacco per lungo tempo, e l’impazienza del vecchio per il narcotico lo rese impotente al punto che mi occorse accendergli la pipa.
«Perché siete così soli nel villaggio?» domandai. «Sono forse tutti morti? O vi sono state molte malattie? Siete i soli viventi che restano?».
Il vecchio Ebbits scosse il capo, dicendo:
«No, non ci sono state molte malattie. Il villaggio è andato a caccia per avere della carne. Noi siamo troppo vecchi, le nostre gambe non sono forti e non possiamo più portare sulle spalle i pesi del campo e del viaggio. Perciò restiamo qui e ci chiediamo quando i giovani torneranno con la carne».
«Supposto che i giovani torneranno con la carne!» disse Zilla bruscamente.
«Forse torneranno con molta carne» riprese con voce tremula il vecchio.
«E anche con molta carne!» continuò la squaw ancora più bruscamente.
«Ma che ne guadagneremo, tu e io? Qualche osso da rosicchiare nella nostra vecchiaia sdentata. Ma il grasso, i rognoni, la lingua, tutto questo andrà in altre bocche e non nella nostra, vecchio!».
Ebbits dondolò il capo e pianse in silenzio.
«Non ci sarà nessuno per cacciare della carne per noi!» gridò la donna, volgendosi con collera dalla mia parte.
C’era un’accusa nel suo gesto, e io mi strinsi nelle spalle per mostrare che non ero colpevole del delitto sconosciuto di cui ero accusato.
«Sappi, Uomo Bianco, che proprio a causa della tua razza, a causa di tutti i bianchi, il mio uomo e io non abbiamo cibo nella nostra vecchiaia, e siamo seduti senza riparo contro il freddo e senza tabacco».
«No» disse gravemente Ebbits, il cui senso di giustizia era più sviluppato. «Ci hanno fatto torto, è vero, ma l’uomo bianco non aveva intenzione di farci torto».
«Dov’è dunque Moklan?» chiese lei. «Dov’è il tuo figlio vigoroso, e il pesce che egli era sempre pronto a portare affinché tu potessi mangiare?».
Il vecchio dondolò il capo.
«E dov’è Bidarshik, il tuo figlio forte? Era sempre un gran cacciatore e sempre ti portava il buon grasso, e le lingue secche dell’alce e del caribù. Il tuo stomaco è pieno di nulla per giorni interi e deve venire un uomo di una razza miserabile e bugiarda perché tu possa mangiare».
«No» interruppe il vecchio Ebbits con bontà; «l’uomo bianco non è bugiardo. L’uomo bianco dice la verità: dice sempre il vero».
Si fermò guardandosi intorno come per cercare delle parole che addolcissero la severità di quello che stava per dire.
«Ma il bianco dice la verità in differenti modi. Oggi dice il vero in una maniera, domani dirà il vero in un’altra maniera, ed è difficile comprenderlo o comprendere i suoi modi».
«Dire oggi la verità in un modo, domani dirla in un altro, è mentire» concluse Zilla.
«Non si può comprendere il bianco» continuò Ebbits ostinato.
La carne, il tè e il tabacco sembravano averlo ricondotto alla vita, ed egli padroneggiò più fortemente la sua idea dietro gli occhi cisposi di vecchio. Si raddrizzò, s’irrigidì, la sua voce perse la nota lamentosa e divenne ferma e positiva. Si girò verso di me con dignità e mi parlò come un uomo si rivolge a un suo simile.
«Gli occhi del bianco non sono chiusi» cominciò. «Il bianco vede tutte le cose, pensa profondamente ed è molto saggio. Ma il bianco d’un giorno non è quello del giorno successivo e non lo si può comprendere. Non fa sempre le cose nello stesso modo: quale sarà la sua prossima azione, non si sa».
Tacque, tirò una boccata dalla pipa, vide che era spenta e la passò a Zilla, le cui labbra, rinunciando a dimostrare lo sdegno per l’uomo bianco, si appoggiarono sul cannello della pipa. Ebbits sembrava ricadere nella sua insensibilità senza aver finito la storia, quando gli domandai:
«Che avvenne dei tuoi figli Moklan e Bidarshik? E com’è che tu e la tua vecchia siete senza carne fino alla fine dei vostri giorni?».
Egli sembrò uscire da un sonno e si raddrizzò con sforzo.
«Non è bene rubare» disse. «Quando il cane prende la vostra carne, voi picchiate il cane col bastone... è la legge. È la legge che l’uomo diede al cane, e il cane deve seguirla sotto pena di essere bastonato. Quando l’uomo prende la vostra carne, il vostro canotto, la vostra donna, voi uccidete quest’uomo... È la legge e una buona legge. È male dunque rubare, è legge che l’uomo che ruba dovrà morire. Chiunque infrange la legge deve soffrire. È una grande sofferenza morire».
«Ma se tu uccidi l’uomo, perché non uccidi il cane?». Il vecchio Ebbits mi guardò con una sorpresa infantile, mentre Zilla ghignava apertamente, tanto la mia domanda era assurda.
«È la maniera dei bianchi!» brontolò Zilla.
Allora il vecchio Ebbits insegnò la saggezza all’uomo bianco e disse dolcemente:
«Il cane non è ucciso perché deve tirare la slitta dell’uomo. Nessun uomo tira la slitta di un altro uomo: per questo l’uomo è ucciso».
«Oh!» mormorai.
«È la legge» continuò il vecchio Ebbits. «Ora ascolta, Uomo Bianco, e ti racconterò una grande follia. C’è un indiano, il suo nome è Mobits. Egli ruba due libbre di farina a un bianco; che fa il bianco? Picchia forse Mobits? No... Lo uccide? No... Che fa a Mobits? Te lo dirò, Uomo Bianco. Egli ha una casa, vi mette Mobits. Il letto è buono, i muri sono spessi. Egli accende un fuoco affinché Mobits abbia caldo, dà a Mobits molto da mangiare, e buon nutrimento. Mobits non ha mai mangiato così bene in vita sua: c’è del lardo, pane, e fagioli in quantità.
«C’è una grossa serratura alla porta, affinché Mobits non fugga:anche questa è una grande follia. Mobits non se ne va... perché ha tutto il tempo molto da mangiare, coperte calde e un gran fuoco. Sarebbe sciocco andarsene e Mobits non è sciocco. Per tre mesi, egli resta in questa casa: ha rubato due libbre di farina, e a causa di ciò il bianco ha gran cura di lui. Mobits mangia molte libbre di farina, molte libbre di zucchero, lardo e fagioli in quantità. Dopo tre mesi, il bianco apre la porta e dice a Mobits che deve andarsene. È come un cane che è stato nutrito a lungo in un posto; egli vuole restare in quel posto, e il bianco deve cacciare Mobits. Così Mobits torna al suo villaggio ed è molto grasso. È il modo di fare del bianco e non si comprende. È una grande follia».
«Ma i tuoi figli» insistei «i tuoi figli così forti e la fame che ti segue negli ultimi tuoi giorni di vita?».
«C’era Moklan» cominciò Ebbits.
«Un uomo forte» interruppe la madre. «Poteva manovrare la pagaia tutto un giorno e tutta una notte senza mai arrestarsi per riposare. Conosceva il salmone e conosceva l’acqua. Era molto saggio».
«C’era Moklan» ripetè Ebbits, senza considerare l’interruzione. «Durante la primavera discese lo Yukon coi giovani per trafficare a Fort Campbell. Là c’è un posto pieno di cose dell’uomo bianco e un commerciante che si chiama Jones. C’è anche uno stregone bianco che voi chiamate missionario. C’è pure a Fort Campbell un sito pericoloso, dove lo Yukon diventa sottile come una fanciulla e le acque sono rapide e le correnti si slanciano da tutte le parti e s’incontrano, e ci sono dei mulinelli e dei buchi. Le correnti cambiano senza posa e le acque cambiano in modo che non è mai la stessa cosa. Moklan mio figlio, è coraggioso».
«Mio padre forse non era un uomo coraggioso?» domandò Zilla.
«Tuo padre era coraggioso» ammise Ebbits, con l’aria di un uomo che vuole la pace domestica a ogni costo. «Moklan è mio e tuo figlio, dunque è coraggioso. Forse a causa di tuo padre che è coraggiosissimo. Moklan è troppo coraggioso. È come quando si mette troppa acqua in un vaso, esso trabocca: così il troppo coraggio in Moklan, lo fa traboccare.
«I giovani temono molto le cattive acque di Fort Campbell, ma Moklan non ha paura. Ride fortemente, oh! oh! e va nelle acque pericolose. Ma là dove le acque si incontrano, il canotto è capovolto. Un gorgo prende Moklan per le gambe, egli gira e gira, scende sempre più giù e non lo si rivede».
«Ahi! Ahi!» gridò Zilla. «Era bravo e saggio, il mio primo nato!».
«Io sono il padre di Moklan» disse Ebbits, dopo aver pazientemente atteso che la moglie avesse finito la sua rumorosa interruzione. «Montai nel canotto e discesi il fiume fino a Fort Campbell per farmi pagare il debito».
«Il debito?» esclamai. «Quale debito?».
«Il debito di Jones che è il capo commerciante» fu la risposta. «È la legge, quando si viaggia in paese straniero».
Scossi il capo in segno d’ignoranza; Ebbits mi guardò con compassione, mentre Zilla sbuffava sdegnosamente, secondo la sua abitudine.
«Ascolta, Uomo Bianco; nel tuo campo c’è un cane che morde; quando il cane morde un uomo, tu dai a quest’uomo un regalo perché ti rincresce e perché è il tuo cane. Tu paghi, non è vero? Così pure, se c’è nel paese cattiva caccia o acqua pericolosa, bisogna pagare. È giusto, è la legge. Il fratello di mio padre non andò forse al paese di Tanana, dove fu ucciso da un orso? La tribù di Tanana non pagò forse a mio padre molte coperte, e belle pellicce? Era giustizia: la caccia era stata cattiva e la gente di Tanana pagò per la cattiva caccia.
«Dunque io, Ebbits, andai a Fort Campbell per recuperare il debito. Jones, il capo commerciante, mi guardò e rise. Rise fortemente e non volle pagare. Andai dallo stregone, voi lo chiamate missionario, e gli parlai a lungo delle acque cattive e del pagamento che mi era dovuto. E il missionario parlò di altre cose. Mi parlò del posto dove era andato Moklan, ora che era morto: c’è molto fuoco in quel posto; se il missionario dice il vero, io so che Moklan ora non avrà più freddo. Il missionario mi disse anche dove andrò io quando morirò e disse cose cattive. Disse che sono cieco, che è una menzogna. Disse che sono in una grande oscurità, che è un’altra menzogna. E gli risposi che il giorno e la notte vengono ugualmente per ciascuno, e che nel mio villaggio non c’è più buio che a Fort Campbell. Dissi pure che la luce e le tenebre e il posto dove andiamo quando moriamo non hanno nulla a che fare col pagamento di un debito giusto per le acque cattive. Allora il missionario si mise in grande collera, mi diede dei brutti nomi e mi disse di andarmene. Così partii da Fort Campbell, dove non mi pagarono affatto: e Moklan era morto, e nella mia vecchiaia sono senza pesce né carne».
«Per colpa del bianco» disse Zilla.
«Per colpa del bianco» approvò Ebbits. «Ci sono altre cose che sono colpa del bianco. C’era Bidarshik. L’uomo bianco lo trattò in un modo e tuttavia trattò Yamikan in un’altra maniera. E devo dirti che Yamikan era un giovane di questo villaggio al quale accadde di uccidere un uomo di un’altra razza: ciò ha sempre gravi conseguenze.
«Non fu colpa di Yamikan se uccise un bianco. Yamikan parlava sempre dolcemente e fuggiva la collera come un cane fugge il bastone. Ma quel bianco beveva molto whisky, e una sera andò alla casa di Yamikan e voleva battersi. Yamikan che non voleva morire, uccise il bianco.
«Allora tutto il villaggio ne fu scosso; temevano molto di dover pagare una grossa somma ai parenti del bianco: nascondiamo dunque le nostre coperte, le nostre pellicce e tutta la nostra ricchezza allo scopo di sembrare poveri e di pagare solo una piccola somma.
«Molto tempo dopo vennero i bianchi. Erano soldati, condussero via Yamikan con loro. La madre fece un gran chiasso e mise le ceneri nei capelli perché credeva che Yamikan stesse andando incontro a morte certa. Tutto il villaggio lo sapeva e si rallegrava di questo, perché nessuna somma era stata richiesta.
«La cosa accadde in primavera, quando il ghiaccio era scomparso dal fiume. Un anno passò, due anni. La primavera tornò, il ghiaccio sparì. Allora Yamikan, che era considerato morto, ritornò. Ma non era morto ed era molto grasso, e scoprimmo che aveva dormito caldamente e che aveva avuto molto da mangiare. Aveva begli abiti ed era in tutto come un bianco; aveva acquistato molta saggezza, così che divenne presto capo del villaggio.
«Aveva strane cose da raccontare sulle maniere del bianco, perché aveva visto molti bianchi e aveva viaggiato molto nel loro paese. In principio, il soldato bianco lo condusse lontano discendendo il fiume: lo condusse fino in fondo al fiume, in un posto dove le acque cadono in un lago che è più grande di tutte le terre e più grande del cielo; sembra una cosa impossibile, ma Yamikan giura di averlo visto. Egli mi disse anche che le acque di quel lago sono salate, e ciò è strano e difficile da comprendere.
«Ma il bianco conosce anche lui tutte queste meraviglie, e io non lo stancherò raccontandogliele. Soltanto, voglio dirgli quel che accadde a Yamikan. Il bianco diede a Yamikan molto buon cibo; tutto il tempo, Yamikan mangiava e ce n’era sempre ancora. Il bianco viveva sotto il sole, a quanto dice Yamikan, in un paese dove c’era molto calore. Lì gli animali avevano solo peli, non pelliccia, le piante verdi erano grandi, e là coltivavano la farina, i fagioli e le patate. E sotto il sole la fame non si soffriva. C’era sempre molto da mangiare: io non so come, diceva Yamikan. Una cosa strana accadde a Yamikan: il bianco non gli fece mai alcun male. Gli diedero un letto caldo la notte e molto buon cibo. Lo condussero attraverso il gran lago salato che è grande quanto il cielo. Egli era sul battello a fuoco del bianco, quello che voi chiamate battello a vapore; ma il battello era venti volte più grande di quello dello Yukon. Quel battello è fatto in ferro, eppure non affonda. Questo non lo comprendo; ma Yamikan disse: “Ho viaggiato lontano sul battello di ferro, e, guardate, sono ancora vivo”. È il battello per i soldati dei bianchi, con molti soldati a bordo.
«Dopo molte notti di viaggio, tanto, tanto tempo dopo, Yamikan arrivò in un paese dove non c’era neve. Questo non posso crederlo. Non è nella natura delle cose che quando l’inverno viene non ci sia neve. Ma Yamikan ha visto: ho chiesto ai bianchi e loro hanno detto che non c’è neve in quel paese. Ma non posso comprenderlo, e ora domando a voi se veramente la neve non cade in quelle contrade. Vorrei anche sapere il nome di quel paese: l’ho inteso già; ma vorrei udirlo ancora, se è lo stesso. Saprò così se ho udito delle menzogne o la verità».
Il vecchio Ebbits mi guardò; gli occorreva la verità a ogni costo, quantunque il suo desiderio fosse di conservare la propria fede in quella cosa meravigliosa che non aveva mai visto.
 «Sì» risposi «è la verità che avete sentito. Non c’è neve in quel paese e il suo nome è California».
«Ca-li-for-ni-a» mormorò due o tre volte, ascoltando con attenzione il suono delle sillabe che cadevano dalle sue labbra. «Sì, è lo stesso paese di cui Yamikan ha parlato».
Compresi che l’avventura di Yamikan era avvenuta quando l’Alaska era da poco passata nelle mani degli Stati Uniti. Un caso di assassinio di quella natura, prodottosi prima dell’istituzione dei tribunali sul territorio, era stato giudicato negli Stati Uniti, davanti alla corte federale.
«Quando Yamikan giunse nel paese dove non c’è neve» continuò il vecchio Ebbits «lo condussero in una grande casa dove numerosi uomini parlano molto. Essi parlano a lungo e domandano a Yamikan molte cose. Più tardi gli dicono che non gli daranno noie. Yamikan non comprende, perché non l’hanno mai annoiato; perché tutto il tempo gli hanno dato un posto caldo per dormire e molto da mangiare.
«Ma dopo questo gli diedero un cibo ancora migliore, gli diedero del denaro, lo condussero in molti posti del paese dei bianchi ed egli vide tante cose strane che sono al di là della comprensione di Ebbits, che è un uomo vecchio e che non ha viaggiato lontano. Dopo due anni, Yamikan tornò al suo villaggio, e divenne il capo pieno di saggezza fino alla sua morte.
«Ma, prima di morire, egli sedeva spesso accanto al fuoco, e raccontava le cose strane che aveva visto. E Bidarshik, che è mio figlio, sedeva accanto al fuoco e ascoltava, e i suoi occhi s’ingrandivano a causa di quello che ascoltava. Una sera, dopo che Yamikan era rientrato nella sua casa, Bidarshik si levò così, altissimo, e, battendosi il petto col pugno, disse:
«“Quando sarò un uomo, viaggerò lontano, anche fino al paese dove non c’è neve e vedrò le cose coi miei propri occhi”».
«Bidarshik ha sempre fatto dei viaggi lontano» interruppe Zilla fieramente.
«Questo è vero» assentì Ebbits gravemente: «e sempre egli tornò per sedersi accanto al fuoco e sospirare per altri paesi più lontani ancora».
«E sempre ha ricordato il lago salato che è così grande come il
cielo, e il paese sotto il cielo, dove non c’è neve» disse Zilla.
«E sempre ha detto: “Quando avrò tutta la forza di un uomo, andrò a vedere io stesso se le parole di Yamikan sono vere”» disse Ebbits.
«Ma non c’era mezzo di andare al paese dei bianchi» disse Zilla.
«Non è andato fino al lago salato grande come il cielo?» domandò Ebbits.
«Ma non c’era mezzo per lui di attraversare il lago».
«Tranne nel battello a fuoco dei bianchi, che è fatto con ferro e che è più grande di venti battelli a vapore dello Yukon» disse Ebbits.
Guardò con aria corrucciata Zilla, le cui labbra avvizzite già si aprivano per parlare, e le impose silenzio.
«Ma il bianco non voleva lasciarlo attraversare il lago nel battello a fuoco» riprese Ebbits «ed egli tornò al focolare, sospirando per il paese sotto il sole dove non c’è neve».
«Eppure, aveva visto sul lago salato il battello a fuoco fatto in ferro e che non andava giù» gridò Zilla, incorreggibilmente.
«Sì» disse Ebbits «e vide che Yamikan aveva detto il vero, parlando di quello che aveva visto. Ma non c’era alcun mezzo perché Bidarshik viaggiasse nel paese dei bianchi, ed egli divenne malato e scoraggiato come un vecchio e non volle lasciare il fuoco. Non uscì più per cacciare la carne».
«Né mangiò più il cibo che gli mettevamo davanti» aggiunse Zilla. «Scuoteva il capo e diceva: “Non voglio mangiare che il cibo dei bianchi e ingrassare come Yamikan”».
«E non mangiò il cibo» continuò Ebbits, «e la malattia di Bidarshik aumentò a tal punto che credetti stesse per morire. Non era una malattia del corpo, ma della testa: era una malattia del desiderio. Io Ebbits, suo padre, feci una grande riflessione. Non ho più figli e non voglio che Bidarshik muoia. È una malattia della testa e non c’è che una cosa per guarirla. Bisogna che Bidarshik faccia il viaggio attraverso il lago grande come il cielo, nel paese sotto il sole e dove non c’è neve. Penso a lungo e allora trovo un modo.
«Così una sera che egli è seduto accanto al fuoco, molto malato, la testa bassa, gli dico “Figlio mio, ho appreso il mezzo col quale tu andrai al paese dei bianchi”. Egli mi guarda, e il suo viso è gioioso. “Va”, dissi, “come Yamikan è andato”. Ma Bidarshik è malato e non comprende. “Va”, dissi, “e trova un bianco, e come Yamikan uccidilo. Allora il soldato bianco verrà a prenderti e, come hanno fatto per Yamikan, tornerai molto grasso, con gli occhi pieni di quel che avrai visto e con la testa piena di saggezza”.
«E Bidarshik si leva subito e la sua mano si tende per afferrare il suo fucile. “Dove vai?”, dico. “A uccidere il bianco”, risponde. E vedo che le mie parole sono state buone per le orecchie di Bidarshik e che egli sta per recuperare la salute. Vedo anche che le mie parole sono sagge.
«Un bianco venne nel villaggio, non cercava l’oro nel suolo, né le pellicce nella foresta. Cercava tutto il tempo mosche e scarabei. Non mangiava né le mosche, né gli scarabei, perché li ricercava? Non so. Tutto quel che so, è che egli era un bianco di aspetto strano: cercava le uova degli uccelli, non mangiava le uova; tutto quello che è nell’interno, lo gettava via e conservava solo il guscio. I gusci d’uovo non sono buoni da mangiare; egli non li mangiava, ma li metteva dentro scatole molli dove non si rompono. Prendeva molti piccoli uccelli, non prendeva che le penne e le metteva dentro scatole. Amava anche le ossa; le ossa non sono buone da mangiare: quell’uomo strano preferiva le ossa vecchie che dissotterrava dal suolo.
«Ma non era un bianco pericoloso e sapevo che sarebbe morto molto facilmente. Allora dissi a Bidarshik “Figlio mio, ecco il bianco che devi uccidere”; e Bidarshik disse che le mie parole erano sagge. Allora andò in un posto dove sapeva che c’erano molte ossa nel suolo, dissotterrò molte di queste ossa e le portò al campo dello strano uomo bianco. Il bianco ne fu molto contento, il suo volto brillava come il sole, sorrideva con molta felicità guardando le ossa. Abbassò la testa, così per vedere le ossa, e allora Bidarshik lo colpì fortemente sulla testa con l’ascia una sola volta, in questo modo, e il bianco strano diede un colpo di piede e morì.
«“Ora” dissi a Bidarshik “il soldato bianco verrà a prenderti per condurti nel paese sotto il cielo dove tu mangerai molto e diverrai grasso”. Bidarshik era felice: la sua malattia era già passata, stava seduto accanto al fuoco e attendeva l’arrivo dei soldati bianchi.
«Come potevo sapere che la maniera del bianco non è mai due volte la stessa?» domandò il vecchio, volgendosi verso di me con ferocia. «Come potevo sapere che ciò che il bianco ha fatto ieri non lo farà oggi, e che quello che ha fatto oggi non lo farà domani?».
Ebbits scosse il capo tristemente:
«Impossibile comprendere il bianco: ieri conduce Yamikan nel paese che è sotto il sole e lo ingrassa con molto cibo. Oggi prende Bidarshik e che ne fa? Lasciami dire quello che fa di Bidarshik. «Io, Ebbits, suo padre, te lo dirò. Egli condusse Bidarshik a Fort Campbell, gli annodò una corda intorno al collo, e così, quando i suoi piedi non toccarono più il suolo, morì».
«Ahi, ahi» pianse Zilla «e mai egli attraversò il lago grande come il cielo, né vide il paese sotto il sole dove la neve non discende mai».
«E così» disse il vecchio Ebbits con una dignità grave «non c’è nessuno per cacciare il cibo per me nella mia vecchiaia, e io seggo accanto al fuoco e dico la mia storia al bianco che mi ha dato il nutrimento, il tè e il tabacco per la mia pipa».
«A causa del bianco miserabile e bugiardo» disse Zilla.
«No» rispose il vecchio con dolcezza «a causa della maniera del bianco che non si comprende, e che non è mai due volte la stessa».