Amore che viene, amore che va, di Camilla Salvago Raggi

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TITOLO: Amore che viene, amore che va

AUTORE: Camilla Salvago Raggi  

EDITORE: Lindau  PAGINE: 232    PREZZO: 18,00

 

Gli amori vanno e vengono, si sa, perché tutto alla fine va e viene. 
Le esperienze si susseguono, gli incontri ci aprono talvolta nuove prospettive, le convinzioni mutano, si raggiunge una maggiore comprensione di sé stessi e degli altri. 

Nelle storie vecchie e nuove qui riunite è proprio un tratto di questo percorso esistenziale che l’autrice coglie e fissa, partendo da un momento preciso della vita di ciascuno dei protagonisti – un’infatuazione, un funerale, un’asta di antichi arredi, un congresso e così via. Ogni volta, nella misura contenuta di poche pagine, si snoda il filo dei loro pensieri, insieme a dubbi, emozioni, rimpianti e gioie. 

«Momenti di essere», li definiscel'autrice, riprendendo il titolo di una raccolta di scritti autobiografici di Virginia Woolf. In realtà, proprio nel racconto breve Camilla Salvago Raggi trova uno spazio di manovra maggiore rispetto alle storie familiari di cui ha nutrito i suoi romanzi. È nel «momento», fissato «nel suo essere e divenire», che assapora il piacere di scrivere in totale libertà. 

 

La mite, di Fëdor Dostoevskij

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TITOLO: La mite

AUTORE: Fëdor Dostoevskij   A cura di: A cura di Serena Vitale

EDITORE: Adelphi  PAGINE: 103    PREZZO: 11,00

 

«Immaginate un uomo la cui moglie, suicidatasi alcune ore prima gettandosi dalla finestra, sia stesa davanti a lui su un tavolo» scrive Dostoevskij nel presentare ai lettori questo racconto perfetto, che di quell'uomo restituisce, con stenografica precisione, il soliloquio delirante e sconnesso, tutto esitazioni, ripetizioni, contraddizioni, pause, balbettii, ripensamenti. Di lui sentiamo i gemiti, e perfino l'eco dei passi che tornano in continuazione al cadavere steso sul tavolo. L'uomo, quarantuno anni, ex capitano cacciato da un illustre reggimento con l'accusa di viltà e ora titolare di un banco dei pegni, non è un giusto, ma nemmeno un inveterato criminale. È semmai parente stretto dell'Uomo del sottosuolo, con cui ha in comune la rabbia dell'individuo rifiutato dalla società, l'istinto dell'animale braccato. Sragionando ad alta voce, cerca di capire e ricostruire le cause della catastrofe. Ha amato la Mite, ma torturandola con le parole e ancor più con il silenzio, con il perverso «sistema» ideato per vendicarsi di un'antica offesa e ritrovare la dignità perduta. E ora continua a chiedersi: «Perché questa donna è morta?».
Genio guastatore, maestro nel far saltare i ponti dei legami causali, Dostoevskij gli nega – e lo nega ai lettori – il sollievo di una spiegazione univoca, definitiva. E il monologo si sgretola in un dialogo con immaginari interlocutori: giudici? avvocati d'ufficio? fantasmi?

 

Soglie, Alberto Giordani

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TITOLO: Soglie

AUTORE: Alberto Giordani

EDITORE: Il Poligrafo   PAGINE: 140   PREZZO: 18,00

prefazione di Luciano Violante | introduzione di Marco Filoni

 

Quante volte siamo rimasti immobili, di fronte a una scelta? Un unico passo, e quella soglia da varcare sarebbe stata soltanto un ricordo, una tappa nel percorso senza fine del nostro sguardo, una perturbazione nel paesaggio della nostra interiorità: paesaggio sempre mutevole, in continua evoluzione, dove ogni decisione, presa o no, affrontata o elusa, si manifesta in un limite dai contorni spesso aspri.
Nei cento brevi racconti di questa raccolta, legati da un filo comune e da uno stile denso ed evocativo, si affrontano percorsi imprevedibili che stabiliscono tappe, senza che alcuna sia definitiva; percorsi che si modificano costantemente, fissandosi a volte in istanti precisi; percorsi sospesi di fronte ai limiti che di continuo si manifestano.
È in questi limiti che si incontrano le soglie: luoghi del possibile che ci si svela, dell’ignoto che è ancora da affrontare, spiragli per osservare gli infiniti da realizzare.

La Voyeuse, di Eleonora Tarabella

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TITOLO: La voyeuse

AUTORE: Eleonora Tarabella

EDITORE: l'Iguana   PAGINE: 80   PREZZO: 12,00

 

La voyeuse, colei che guarda, raccoglie tante vedute sulla vita quotidiana delle donne. Inezie che scatenano svolte minime, gesti consueti che si trasformano in atti quasi eroici, ricordi d’infanzia che rivelano campi minati. Dalla donna che spia le esistenze degli altri, all’adolescente innamorata della sua vecchia maestra a quella molestata in parrocchia, nella routine si apre ogni volta una fenditura da cui scorgere prospettive inedite.
In linea con la ri essione delle donne che ha restituito valore al sapere dell’esperienza e interrogato il quotidiano come luogo di senso, Eleonora Tarabella mostra che anche la ripetizione, qualche volta, lascia spazio all’invenzione e che un solo dettaglio insolito può inaugurare situazioni sorprendenti.
E quale poteva essere la forma narrativa perfetta per delineare la vita di tutti i giorni, se non quella fulminea e circoscritta del racconto?

Mi piace molto guardare. Detta così sembra una perversione. Eppure è vero. Amo starmene sul balcone di casa mia e osservo la gente lungo il canale oppure più in là, nella pineta striminzita, dove i vecchi acchiappano al volo una chiacchiera da panchina e i giovani lasciano scorrazzare i cani.
Me ne sto ferma mentre la vita si arrabatta sotto di me senza ferirmi, senza coinvolgermi. Su di lei vinco perché la posso inventare.

 

ANIME PERSE, Umberto Piersanti

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TITOLO: Anime perse

AUTORE: Umberto Piersanti

EDITORE: Marco Y Marcos   PAGINE: 192   PREZZO: 18,00

 

Diciotto storie vere, raccolte da Ferruccio Giovanetti nei suoi centri di recupero del Montefeltro, trascritte e interpretate da Umberto Piersanti.
Diciotto lampi di vite smarrite che non sempre han trovato la pace.

Enrico ha tagliato la gola a un pescatore per un commento fuori luogo; Mario ha sparato al vicino perché gli rubava la terra. Claudia doveva porre fine alle sofferenze di Lucia; Luisa aveva tutte le ragioni per brindare con la madre, alla morte del padre.
Un tempo si chiamavano manicomi criminali, ora sono centri di recupero: ci arrivano persone che non hanno ucciso per interesse o per calcolo, ma in preda alla follia.
Da dove vengono, cos’è scattato nella loro testa, e cosa pensano ora, come vivono, al riparo dal mondo?
Con delicatezza e immaginazione poetica, senza facili morali e senza mai giudicare, Umberto Piersanti ha condensato in queste pagine le loro storie.

Chi ha amato bene, Matteo De Chiara

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TITOLO: Chi ha amato bene

AUTORE: Matteo De Chiara

EDITORE: Italic Pequod   PAGINE: 136   PREZZO: 14,00

 

Chi ha amato bene parte dal fuoco e si conclude con il fuoco. Amori traditi, speranze mal riposte, abbandoni e dolori sembrano in queste storie trovare una consistenza, una dimensione attraverso il legame con elementi materiali come l’acqua e il fuoco. Che sia una madre in cerca della figlia tossicodipendente, o una turista straniera spinta nella notte di Roma giù da un ponte, o una solitaria ventenne che infrange il voto della vita in un appartamento vuoto, i personaggi di questi racconti sono solitarie comparse del mondo in cerca di una redenzione senza riuscire a trovarla, protagonisti di fatti che i notiziari e i giornali descrivono appena, vite che restano nell’ombra e vengono dimenticate anche quando la cronaca si occupa di loro.

Potete leggere un racconto di Matteo De Chiara nella sezione Osservatorio Esordiente, pubblicato da Cattedrale.

Strategie del comico, Luigi Malerba

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TITOLO: Strategie del comico

AUTORE: Luigi Malerba

EDITORE: Quodlibet   PAGINE: 156   PREZZO: 14,00

 

 

Un libro scritto e preparato da Malerba ma rimasto finora inedito.
Una variopinta passeggiata attraverso esempi di comicità di ogni tipo, il faceto, l’arguto, il filosofico, e poi la scempiaggine, il comico quaresimale e il comico deperibile, con abbozzi di classificazioni, comiche esse pure, perché del comico – dice Malerba – non si danno definizioni o regole definitive. E si gode seguendo il suo accumulo di casi, presi anche in Cina, Turchia, Armenia, Rinascimento, avanguardie, cinema di Buster Keaton e presidenti americani che saltano una pagina del discorso senza avvedersene.
Si gode seguendo questo accumulo accelerato di storielle senza alcuna pedanteria teorica, col gusto bizzarro del narratore che spazia nel campo vasto del riso.

 

Un interrogativo nei testi Zen, di Lafcadio Hearn

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TITOLO:  Ombre giapponesi

AUTORE: Lafcadio Hearn        A cura di: Ottavio Fatica
Con uno scritto di Hugo von Hofmannstha

EDITORE: Adelphi    PAGINE: 302      PREZZO: 15,00

 

Un interrogativo nei testi Zen

i

Il mio amico aprì uno smilzo volumetto giallo contenente quel meraviglioso testo che esalta a colpo d’occhio la pazienza dell’incisore buddhista. I caratteri mobili cinesi saranno ancora utilissimi, eppure il meglio che essi ottengono come risultato è la bruttezza personificata, qualora paragonati alla bellezza delle vecchie riproduzioni xilografate a stampa.
« Ho una storia bizzarra per te » mi fa.
« Giapponese? ».
« No, cinese ».
« Da quale libro? ».
« Secondo la pronuncia giapponese dei caratteri cinesi del titolo, lo chiamiamo Mu-Mon-Kwan, che significa “La barriera senza porta”. È uno di quei libri studiati in particolare dalla setta Zen, o setta di Dhyana. Caratteristica di alcuni testi Dhyana – e questo ne è un buon esempio – è che non sono esplicativi. Si limitano a suggerire. Si pongono degli interrogativi; ma lo studente deve pensare le risposte per se stesso. Deve pensarle, ma non scriverle. Tu sai che Dhyana rappresenta il tentativo umano di raggiungere, attraverso la meditazione, zone del pensiero fuori dalla portata dell’espressione verbale; e non c’è pensiero che una volta ridotto a un enunciato non perda ogni qualità Dhyana... Ordunque, la storia in questione è ritenuta vera; ma si utilizza soltanto per porre un interrogativo Dhyana. Se ne hanno tre versioni cinesi diverse: io posso darti il succo di tutte e tre ».
Ed ecco come fece:

ii

Storia della fanciulla Ts’ing, raccontata nel « Lui-shwo-li-hwan-ki », citata dal « Ching-tang-luh », e commentata nel « Wu-mu-kwan » (chiamato in giapponese « Mu-Mon-Kwan »), un libro della setta Zen:

Viveva a Han-yang un uomo di nome Chang-Kien, la cui figliola, Ts’ing, era di una bellezza incomparabile. Aveva anche un nipote di nome Wang-Chau, un gran bel ragazzo. I bambini giocavano insieme e si volevano bene. Una volta per scherzo Kien disse al nipote: « Un giorno ti farò sposare la mia figlioletta ». Entrambi i bambini ricordarono quelle parole; e si credevano perciò promessi sposi.
Quando Ts’ing fu cresciuta, un uomo d’alto rango la chiese in moglie; e il genitore decise di soddisfare la richiesta. Ts’ing fu oltremodo turbata dalla decisione. Quanto a Chau, ne fu così irritato e afflitto che decise di lasciar la casa e andarsene in un’altra provincia. Il giorno dopo preparò una barca per il viaggio e, dopo il tramonto, senza dire addio a nessuno, risalì il fiume. Ma nel cuore della notte fu spaventato da una voce che lo chiamava: « Aspetta! Sono io! » e scorse una ragazza che correva lungo la sponda verso l’imbarcazione. Era Ts’ing. Chau ne fu indicibilmente rallegrato. La ragazza saltò sulla barca; e gli innamorati giunsero sani e salvi nella provincia di Chuh.
Nella provincia di Chuh vissero felici e contenti per sei anni; ed ebbero due figli. Ma Ts’ing non poteva scordare i genitori e spesso si struggeva dalla voglia di rivederli. Alla fine disse al marito: « Dato che a suo tempo non ce l’ho fatta a romper la promessa che mi legava a te, sono fuggita con te e ho abbandonato i miei genitori, pur sapendo che dovevo loro tutto il rispetto e l’amore possibili. Non sarebbe ora il caso di provare a ottenere il loro perdono? ». « Non fartene un cruccio, » disse Chau « andremo a trovarli ». Fece preparare una barca; e pochi giorni dopo era di ritorno con la moglie a Han-yang.
Come si conviene in simili frangenti, il marito andò per primo alla casa di Kien, lasciando Ts’ing da sola nella barca. Kien accolse il nipote con aperte manifestazioni di gioia, e gli disse:
« Non sai quanto desideravo rivederti! Spesso ho temuto che ti fosse successo qualcosa ».
Chau rispose rispettosamente:
« L’immeritata gentilezza delle tue parole mi mette a disagio. Se sono tornato è per implorare il tuo perdono ».
Ma Kien non sembrava aver capito. E domandò:
« A che cosa ti riferisci? ».
« Temevo che fossi adirato con me per esser fuggito con Ts’ing » disse Chau. « L’ho portata con me nella provincia di Chuh ».
« Di quale Ts’ing parli? » domandò Kien.
« Di tua figlia Ts’ing » rispose Chau, cominciando a sospettare il suocero di qualche malvagia intenzione.
« Ma cosa dici mai? » gridò Kien, manifestando tutto il suo stupore. « Mia figlia Ts’ing è rimasta a letto ammalata tutti questi anni... sin da quando te ne sei andato ».
« Tua figlia Ts’ing » ribatté Chau, infervorandosi, « non è mai stata male. È stata mia moglie per sei anni; abbiamo due figli; e se siamo tornati qui è solo per chiedere il tuo perdono. Vedi perciò di non prenderci in giro! ».
Per un istante i due si guardarono in silenzio. Poi Kien si alzò e, facendo cenno al nipote di seguirlo, gli fece strada fino a una stanza interna dove giaceva una giovane ammalata. E Chau, con sua somma meraviglia, vide il volto di Ts’ing: bellissimo, ma stranamente pallido e scarnito.
« Non è in grado di parlare, » spiegò il vecchio « ma capisce »; e Kien le disse ridendo: « Chau mi ha appena detto che sei fuggita con lui e gli hai dato due figli ».
La ragazza ammalata guardò Chau, e sorrise; ma rimase in silenzio.
« Adesso vieni con me al fiume » disse il visitatore sconcertato al suocero. « Perché ti posso garantire, malgrado ciò che ho visto in questa casa, che tua figlia Ts’ing in quest’istante è sulla barca ».
Andarono al fiume; e lì, in effetti, c’era la giovane moglie, in attesa. E, alla vista del padre, si prostrò innanzi a lui e ne implorò il perdono.
Kien le disse:
« Se tu sei realmente mia figlia, non ho altro che amore per te. Tuttavia, pur sembrando mia figlia, c’è qualcosa che non riesco a capire... Vieni con noi alla casa ».
E tutti e tre si diressero verso casa. Mentre si avvicinavano videro la ragazza ammalata – che da anni non lasciava il letto – venirgli incontro, sorridendo come se fosse oltremodo felice. E le due Ts’ing si avvicinarono l’una all’altra. Ma ecco che – nessuno seppe mai dire come – d’un tratto si fusero l’una nell’altra, diventando un corpo solo, una persona sola, una sola Ts’ing, ancora più bella di prima, e senza segno di malattia o dolore.
Kien disse a Chau:
« Fin dal giorno della tua partenza, mia figlia è ammutolita ed è rimasta quasi tutto il tempo come una persona che ha bevuto troppo vino. Ora so che il suo spirito era assente ».
Ts’ing stessa disse:
« In verità non ho mai saputo di essere a casa. Ho visto Chau andar via muto di rabbia; e quella stessa notte ho sognato che correvo appresso alla sua barca... Ma a questo punto non saprei dire quale fossi realmente io: quella che fuggì via con la barca oppure quella che è rimasta a casa ».

 

iii

« La storia è tutta qui » osservò il mio amico. « Ora, nel Mu-Mon-Kwan c’è una nota che potrebbe interessarti. Dice la nota: “Il quinto patriarca della setta Zen domandò una volta a un prete: ‘Nel caso della separazione dello spirito della fanciulla Ts’ing, la vera Ts’ing qual era?’”. Era soltanto a causa di questo interrogativo che la storia veniva menzionata nel libro. Ma la domanda non ottiene risposta. L’autore si limita a osservare: “Se riuscirai a stabilire quale fosse la vera Ts’ing, allora avrai appreso che uscire da un involucro per entrare in un altro è semplicemente come alloggiare presso una locanda. Ma se non hai ancora raggiunto tale grado d’illuminazione, stai attento a non errare senza meta per il mondo. Altrimenti, quando Terra,
Acqua, Fuoco e Aria all’improvviso si dissolveranno, sarai come un granchio con sette mani e otto gambe gettato nell’acqua bollente. E in quel momento non dire che non ti avevano mai parlato della Cosa...”. Ebbene, la Cosa... ».
« Non voglio sentir parlare della Cosa » interloquii « né del granchio con sette mani e otto gambe. Voglio che mi parli dei vestiti ».
« Quali vestiti? ».
« Al momento dell’incontro, le due Ts’ing dovevano essere vestite in modo diverso – diversissimo, magari; visto che una era nubile e l’altra sposata. Si sono amalgamati anche i vestiti? Mettiamo che una indossasse una veste di seta e l’altra una di cotone, le due vesti si sarebbero mescolate in un tessuto di seta e cotone? Mettiamo che una portasse una fascia azzurra e l’altra gialla, ne sarebbe risultata una fascia verde?... O una delle due Ts’ing non ha fatto altro che sfilarsi l’abito e lasciarlo al suolo, come un guscio dismesso di cicala? ».
« Nessuno dei due testi dice nulla dei vestiti, » replicò il mio amico « perciò non posso dirtelo. Ma l’argomento non è affatto pertinente, dalla prospettiva buddhista. L’interrogativo dottrinale riguarda quella che tu chiameresti, immagino, la personalità di Ts’ing ».
« Eppure non riceve una risposta » dissi.
« Non c’è risposta migliore » replicò il mio amico « che non dargli una risposta ».
« Come mai? ».
« Perché non c’è una cosa come la personalità ».

 

@2018 Adelphi Edizioni spa Milano

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TITOLO:  Creature fantastiche di Sicilia

AUTORE: Rosario Battiato e Chiara Nott

EDITORE: Il Palindromo  PAGINE: 168   PREZZO: 12,00

 

 

Creature fantastiche di Sicilia recupera dagli abissi della memoria popolare le creature, rigorosamente notturne, più strane e tipiche dell’Isola con l’intento di far affiorare l’eco oscura e suggestiva di un tempo lontano ancora vivo nelle storie e nel folklore siciliano.
Scopriremo così, sotto forma di 30 brevi storie illustrate, la vita e le vicende di anime condannate, donne mostruose come la Bellina, folletti, diavoli di varia stirpe, fate, streghe, sirene e di altri abitanti della “Sicilia dell’eterna notte”, utilizzando spunti e citazioni di alcuni testi di autori siciliani scritti tra Otto e Novecento, da Giuseppe Pitrè a Gesualdo Bufalino, e attualizzandoli pescando nell’immaginario contemporaneo del fantastico americano e giapponese.

Il volume contiene in allegato la mappa della Sicilia disegnata da Chiara Nott con indicati gli avvistamenti delle creature fantastiche nell’isola.

Mucho Mojo Club

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TITOLO: Mucho Mojo Club

AUTORE: AA.VV

EDITORE: Casa Sirio   PAGINE: 192   PREZZO: 10,00

 

Prendi gli scrittori più cattivi del panorama internazionale. Falli affacciare sull’orlo dell’abisso. Uniscili sotto la bandiera del Mojo di Joe Lansdale. Poi leggili, non ne potrai più fare a meno.

Sono ladri, detective e assassini. Sono prostitute e homeless. Sono il lato oscuro delle storie. Si muovono nel buio, ti tolgono il fiato e troppo spesso non te lo restituiscono. Sono tra noi. E sono pronti a colpire.

Racconti di John Connolly, Tim Willocks, James Oswald, Peter Blauner, Christopher Cook, Dave Zeltserman, Jeremy Robert Johnson, Joe Clifford, Les Edgerton, Gabino Iglesias e Greg Gifune

 

«Assolutamente imperdibile»
MilanoNera

Tutti i racconti, di Beppe Fenoglio

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TITOLO: Tutti i racconti

AUTORE: Beppe Fenoglio

EDITORE: Einaudi   PAGINE: 602   PREZZO: 17,00

Racconti della guerra civileRacconti del parentado e del paeseRacconti del dopoguerraRacconti fantastici: è in base a quest'ordine voluto dallo stesso Fenoglio che vengono qui raccolti tutti i suoi racconti. Oltre alle storie partigiane il cui nucleo tematico fu inaugurato dai Ventitre giorni della città di Alba, la parte piú cospicua del volume è costituita dai racconti «langhigiani», che tra vari progetti occuparono lo scrittore piemontese prima e dopo Il partigiano Johnny. Dietro ad essi sta l'enorme lavoro di Fenoglio, dagli anni Cinquanta fino ai suoi ultimi giorni: i personaggi e le vicende raccontati con un linguaggio vero e preciso penetrano il «mistero» della spietatezza dei rapporti umani e riportano a un paesaggio esistenziale che, attingendo a una memoria parentale o collettiva, rivela stralci di vita di una provincia per sempre perduta. In appendice il Diario e un breve testo velatamente autobiografico.

«Ci sarà sempre un racconto che vorrò fare ancora…»
Beppe Fenoglio

I racconti di guerra, Mario Rigoni Stern

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TITOLO: I racconti di guerra

AUTORE: Mario Rigoni Stern

EDITORE: Einaudi   PAGINE: 622   PREZZO: 17,00

Dalle storie della Grande Guerra, scaturite dall'album di famiglia e dai bollettini ufficiali, a quelle della seconda guerra mondiale che ripercorrono la campagna di Francia, la tragica spedizione albanese, il drammatico fronte russo, la prigionia, il ritorno sull'Altipiano: pagina dopo pagina, attingendo alla sua memoria personale e a quella collettiva, «il sergente» Rigoni costruisce un quadro scarno e spietato di un tempo che non è il nostro ma che ci viene lasciato in eredità.
Tutti i racconti che Rigoni Stern ha dedicato al tema della guerra nelle sue opere precedenti, oltre a numerosi altri testi sparsi in giornali e riviste, vengono qui pubblicati in un ordine storiconarrativo a cura dell'autore.

«Se ripenso ai compagni di allora rivedo i volti giovani, ricordo le voci… I primi caddero su quelle stesse montagne nel giugno 1940, poi venne la campagna di Grecia e altri restarono per sempre sulle montagne dell'Albania; e i Balcani, ancora; e le steppe della Russia. Sempre piú pochi ci contavamo. Vennero i Lager dei tedeschi e la Resistenza. Furono i nostri vent'anni».

 

Gràcia dei colombi, di Amaranta Sbardella

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TITOLO: Barcelona desnuda

AUTORE: Amaranta Sbardella 

EDITORE: Exorma   PAGINE: 192   PREZZO: 14,90

 

Da oggi nelle librerie, è il libro Barcelona Desnuda, un testo di Amaranta Sbardella. 
Nella Barcellona dei nostri giorni, i protagonisti di alcune delle maggiori opere letterarie sulla città catalana, Petra Delicado, Clara Barceló, Pepe Carvalho e molti altri con loro, scappano da una stanzetta malridotta del Raval e tornano come spettri in libertà alla Barcellona narrata nei libri. Vagano indisturbati, entrano in caffè e teatri, si calano di nuovo nei luoghi che conoscono, oggi mutati profondamente se non addirittura scomparsi, svelandoci una città più intima e segreta. Grazie a loro scopriamo una Barcellona a tratti sconosciuta, ben lontana dalla cristallizzazione turistica e modernista che da sempre ne accompagna l’immaginario.

Pubblichiamo uno dei racconti per gentile concessione dell'editore.


 

GRÀCIA DEI COLOMBI
LA CITTÀ DI COLOMETA A VOLO D’UCCELLO
(Liberamente ispirato a La piazza del Diamante di Mercè Rodoreda, 1962)

SULL’AMORE DELLA GIOVANE NATÀLIA PER QUIMET, CONOSCIUTO A UNA FESTA IN PLAÇA DEL DIAMANT — SARÀ QUIMET A CONVINCERLA A METTER SU UNA COLOMBAIA, CHE DOPO LA MORTE DI QUESTI IN GUERRA DIVENTERÀ PER NATÀLIA, “COLOMBELLA”, UNA VERA E PROPRIA OSSESSIONE.

L’occhio rosso, vivido, acceso. Veccia, bevitoio, piolo, colombaia: fuori! Tutto a spasso! Vola via il colombo, fugge da quella forsennata, scatta nel vuoto, come un grido. Le penne si distendono verso i pinnacoli di Palau Güell e poi le lontane baracche gitane di Somorrostro, virano ancora verso le punte in ferro battuto della Casa de les Punxes, i boschi di Collserola, la ruota panoramica del Tibidabo, la torretta di un quartiere signorile e verde dove, più di vent’anni prima, era nata in un bel palazzetto fiorito Mercè Rodoreda i Gurguí.

Aspetta agitato, attende che lei, Natàlia, si allontani, se ne vada dai suoi figli smunti, che lo faccia tornare alla cova. Assieme agli altri, ai cappucci, ai monaci, ai colombacci. Tutti assieme. Quieti, anche se affamati. Uniti, anche sotto le bombe. Sereni, come un tempo.
Era già cambiata, lei, pure se Quimet non se n’era ancora andato a combattere in Aragona con moto e rivoltella. Aveva preso a odiarli. Lo capivano, lo sapevano: dal modo in cui li toccava, li feriva con i mazzetti di ortiche o rigirava l’acqua allo zolfo, da come li fiutava nauseata, da come li scrutava, con gli occhi rossi, vividi, in fiamme.
Dal silenzio, calato in casa al pari di una coltre di gas. Dall’aria nervosa con cui si aggirava per ore e ore tra sedie e cesti di biancherie, avanti e indietro, indietro e avanti, in agguato, attenta a ogni loro mossa, a ogni ala stesa e a ogni collo rigonfio.
Vola via, il colombo, gira attorno a carrer del Montseny, perde tempo, aspetta. Poi torna, sporge la testa da un lato della botola e la sorveglia. È ancora lì, le pupille fisse su una corda di sparto.
E allora via, fuori, a spasso: giù a folle velocità per Gran de Gràcia, dopo il Café Monumental, lungo le rotaie del tram, fra i negozi, le balie con i passeggini e i gentiluomini in bastone, giù in direzione dei giardini che si affacciano sulla Diagonal.
Un tempo paesino di masie, campi e conventi, l’allegra e variegata Gràcia fa presto gola a Barcellona che, dopo averle concesso brevi periodi d’indipendenza, la richiama a sé e, pur di collegare al proprio centro quel chiassoso coacervo di gitani, anarchici, artisti e operai, dà il via a progetti urbanistici come il Passeig de Gràcia, culla dell’architettura modernista, o il piano Cerdà, all’origine dell’Eixample.

Vola piano adesso il colombo, scanzonato, allunga le zampette sul busto di Cervantes in cima al tetto di Casa Servent, fa capriole davanti al grosso gatto nero che dormicchia dietro le trifore di Casa Fuster, celebre opera liberty di Lluís Domènech i Montaner. Nel primo dopoguerra, negli anni più bui della sua vita, da lì il vate catalano Salvador Espriu osserva l’umanità dei giardinetti, oggi a lui intitolati, il viavai disordinato di uomini d’affari e poveri bigliettai del tram. La Barcellona di Espriu, la Lavínia corrotta dai rumori, dalla tristezza e dall’oblio, trascorrerà affranta proprio tra questa verde insenatura e l’inizio del Passeig de Gràcia, dove il rassegnato poeta lascia scivolar via le giornate presso il notaio Antoni Gual.
Sotto il becco rosato dell’animale si distende ora un reticolo confuso di vie e piazze, dai nomi libertari e dai colori terrigni, con le grida scomposte in caló, cui tanto attingerà Espriu, e i boleri animati. Da qui si elevano al cielo i ritmi di Antonio González, “El Pescaílla”, da molti ritenuto il creatore della rumba catalana, come testimonia la targa in carrer de la Fraternitat, al numero otto; salgono i primi gorgheggi della grande soprano Montserrat Caballé; giungono gli accordi delle numerose orchestrine che suonano alle feste di Gràcia, tra cui pure quella che aveva permesso al tronfio Quimet di avvicinare la timida orfana Natàlia, allora vestita di bianco come una colombella.
Non fossero mai nati, quei suoni… Non fossero mai nate, quelle idee, che Quimet girava a divulgare per Gràcia sventolando la bandiera repubblicana, prima di partire e morire nella guerra contro i ribelli di Franco.
Gli odori confondono il suo volo, lo distraggono, richiamano, respingono. Si abbassa, lentamente: il pane non profuma come quello di prima della guerra, ma sempre meglio di ortiche e zolfo. A volte, quando Quimet trascurava Natàlia bighellonando per le osterie con Mateu e Cintet, lui, il colombo, aveva seguito i passi di lei, di nascosto, dall’alto dei palazzi modesti: l’aveva vista dirigersi verso il mercato de la Llibertat o dell’Abaceria Central. Dai banchi delle trippaiole veniva sempre un odore dolciastro di morte, con i fegati ancora umidi di sangue appesi ai ganci, le trippe bagnate, le teste bollite. E attorno gli scampanellii sordi di cozze e vongole, che le venditrici in manichette azzurre spostavano da un cesto all’altro smuovendo attorno il profumo di mare. Dall’alto della pensilina il colombo aveva osservato Natàlia svuotarsi, cedere, sedersi davanti a muggini, pesci volanti, branzini, l’aveva vista impallidire e tacere al cospetto di pizzicagnoli, trippaiole e pesciaiole. E uscire sempre a mani vuote.
Ora è ormai spoglio e lugubre il mercato dell’Abaceria, sorto sull’ossatura della fabbrica rossa che aveva attirato centinaia di lavoratori nella Vila de Gràcia: il cotonificio Vapor Nou. Dal 1892 banchi e verdure, bestie e grembiuli avevano sostituito sgranatrici, spazzole e griglie; lo scalpiccìo dei passanti, le urla dei venditori e il fruscìo dei rami d’erica degli spazzini avevano messo a tacere i rumori assordanti e monotoni di fusi e filatoi.
L’umile gente del paesino divenuto quartiere si ritrova qui o negli altri mercati, nelle numerose e disordinate piazzette che i proprietari terrieri avevano edificato al centro dei loro possedimenti, e che per lungo tempo ne hanno conservato il nome. Una di queste piazze, a qualche centinaio di metri verso la montagna, non porta però il nome di un abbiente latifondista ma quello di un architetto, Antoni Rovira i Trias, lo stesso che aveva progettato la torre del campanile di plaça de la Vila, il mercato di Sant Antoni e, per Barcellona tutta, un elegante piano urbanistico a espansione radiale.
Nel lontano 1859 il progetto di Trias aveva vinto il concorso indetto dal Municipio, ma poi l’appalto era andato al Signor Ingegner Ildefons Cerdà i Sunyer, nominato direttamente dal monarca spagnolo. Nella lontana Madrid preoccupava già allora che Barcellona potesse darsi le arie da capitale europea, emulare Haussmann o ambire all’atmosfera maestosa di Vienna…
E infatti oggi Antoni Rovira i Trias se ne sta seduto su una panchina in marmo nella piazza omonima: portamento dignitoso ed eretto, sguardo fiero e triste, mostra ai propri piedi il progetto che tanti consensi aveva guadagnato in terra catalana.
I suoni si diradano, così come i passanti; le gonne sporche, di cotone grezzo, diventano nuovamente plissettate e morbide al tatto; i bambini tornano a rincorrere composti il cerchio con le asticelle in legno. Il colombo si avvicina a Vallcarca, alle villette con giardino, alle dimore signorili, ma prima risale l’ultimo tratto di carrer Verdi, quello in cui il charnego Faneca dell’Amante bilingue di Juan Marsé si innamora della povera cieca Carmen e dove uno scelto pubblico attende la trita conferenza sulla struttura mitica dell’eroe di Cyrano, protagonista del romanzo di Vila-Matas Strana forma di vita.
Ed eccolo giungere nell’ariosa plaça de Lesseps, l’antica plaça dels Josepets, dal convento dei carmelitani scalzi che un tempo ne occupava il posto, punto nevralgico della città. Sfiora i fili del B23, partito dalla Boqueria, vola rasente a due smilzi gendarmi in bicicletta, si rialza sul campo vuoto di bocce e plana quindi sullo stagno senza barchette di carta. Qualche rado bimbetto gioca a nascondino tra gli alberi, spingendosi su fino alle scale della chiesa della Mare de Déu de Gràcia i de Sant Josep.
Quarant’anni più tardi, la stessa piazza che nel 1924 aveva assistito all’inaugurazione della prima linea metropolitana vedrà cadere molti suoi edifici, casette e masie, sacrificati in nome della moderna urbanizzazione voluta dal sindaco franchista Porcioles. Spruzzi di luce, piccole oasi di colore nel grigio del vetro e del cemento rimarranno solo le palazzine moderniste, come Casa Vicens, in carrer Carolines numero ventiquattro, opera di un giovanissimo Antoni Gaudí i Cornet. Costruita tra il 1883 e il 1888 perché Manuel Vicens i Montaner, industriale nel ramo delle ceramiche, potesse trascorrervi le estati lontano dal caos barcellonese, Casa Vicens mostra a tutti le sue meraviglie policrome, d’ispirazione mudéjar-moresca e gotica, dietro un suggestivo cancello in ferro dai motivi vegetali.
Proprio lì sosta un momento il pennuto, sulla punta di un torricino biancoazzurro. E, prima di riprendere il volo di ritorno verso carrer del Montseny, si concede uno dei pochi, pericolosi lussi che un colombo possa offrirsi: girare all’impazzata lungo il muro rosso e frastagliato di Casa Vicens, lungo gli inserti in ceramica, per poi infilarsi nella veranda d’angolo e mandare così all’aria il vassoio che la servetta sta portando al nipotino del signore. Piatti, bicchieri, spremuta d’arancia, fragrante pane caldo con pomodoro e corned beef, anche durante la guerra, tutto a spasso!
Non si volta a vedere la cameriera in lacrime. Quel giorno perderà il lavoro, come Natàlia, e mesi dopo scenderà in strada, come Natàlia, con in mano una cesta di vimini e una bottiglia, regalo per i suoi tre bambini fiaccati dalla guerra. Andrà dritta dal droghiere: acido muriatico. Stavolta, però, non ci sarà il droghiere delle vecce a parlarle, a offrirle una vita tranquilla e sicura.
Finalmente il colombo è tornato a casa, tra la paglia e gli escrementi, gli occhi iridescenti color malva e cangianti verde mela. Lei non si è mossa, non ha sceso i gradini di logora graniglia. Possibile che sia ancora lì? Sì, la pazza, la serpe. Sta infilando la mano sotto il petto dei suoi colombi. Loro fanno cenno di beccarla, arruffano le piume, svolazzano. Afferra un uovo, poi un altro. Un cappuccino febbricitante allunga la testa in avanti, apre il becco, prova a prenderla. Niente, lei è più forte, più ostinata. Scuote le uova, le sbatte, le agita con forza, le rimette a posto.
Ed ecco, in un angolo dimenticato, il suo, di uovo. Pure lei l’ha scorto, in mezzo alle piume che cadono, nel grugare dei colombacci, le grida dei pennuti. Si avventa sul povero uovo, su quella scorza ancora calda che profuma di vita. Occhiaie, rughe di fame: sembra un fantasma. Ma i fantasmi non uccidono le uova. Il braccio fine e la mano screpolata si precipitano su quel pulcino non ancora nato, gli percuotono la testa contro il guscio. Marcirà pure lui, immobile, in mezzo al nido di sparto.
Il colombo si fa in avanti, guizza dalla botola, la colpisce, nulla può. E allora di nuovo via, affranto, folle di dolore. Su, colombo, vola, colombo… Con la faccia come una macchia bianca sul nero del lutto… Su, colombo, ché dietro di te c’è tutta la pena del mondo. Vola, vola, con gli occhietti tondi e il becco con sopra i buchi del naso.
Sopra Gràcia, sulle case basse. Sopra plaça del Sol, con le fucilazioni nella guerra civile, la chiassosa movida di oggi. Non vede niente, cieco dal dolore, non sente nulla, sordo per l’angoscia. S’inclina, smarrito, si confonde, sbatte contro il campanile di plaça de la Vila, prima di Rius i Taulet. L’ala si spezza in alto, su un lato della torre progettata da Rovira, vicino all’orologio di Albert Billeter, proprio sotto la Marieta, la mitica campana che in quei sette giorni dell’aprile 1870, durante la rivolta de les Quintes, la popolana Herbetes de Montserrat aveva suonato notte e giorno per incitare la sua gente, le madri e le mogli, a opporsi al generale spagnolo Eugenio de Gaminde y Lafont. A non lasciare che i loro cari morissero in una guerra estranea. Erano stati bombardati, dopo, erano morti in molti, come ora. La campana azzittita e distrutta, i palazzi sventrati, gli insorti lasciati per strada, con l’asfalto a mo’ di bara.
Sofferente, il colombo torna indietro, passa ancora per carrer del Montseny, attirato da una calamita di morte, verso casa, ma perché? E allora ancora via… Sfiora stordito l’angelo modernista di Can Pardal, quindi si lancia nel vuoto, nella trama di viuzze. Terol, Or, Jaén, Topazi, Verdi, Robí, Guilleries, Perla, Astúries…
Diamant, plaça del Diamant, dove tutto era cominciato. La banda suonava, i festoni variopinti coloravano palazzi e lampioni, la siepe di asparagina faceva da ringhiera attorno alla pedana, addobbata di fiori di carta: ritmi e confusione, allegria e spensieratezza che da lì si ripetono ed espandono ancora oggi, a quasi duecento anni dal primo accordo, subito dopo ferragosto.
A plaça del Diamant il giovane ridanciano con gli occhi da scimmietta e la camicia bianca a righine blu, Quimet, aveva invitato la schiva commessa Natàlia a ballare. Una canzonetta, poi un’altra, e un’altra ancora. Vorticano volti, scarpe della festa, colombi. Bambini, bottiglie, vecce, risate acute, occhi iridescenti, spille, cappellini.
Un volto di ragazza nella folla giuliva: Mercè Rodoreda, adolescente triste perché i suoi le proibiscono di partecipare alle danze. Per questo nell’esilio di Ginevra, nei primi anni Sessanta, tornerà con la piuma alla piazza e alla storia d’amore e oppressione.
Pure Natàlia, ormai moglie del droghiere delle vecce, tornerà alla piazza, una cassa svuotata, fatta di tante cose vecchie con il cielo per coperchio. In mezzo a quel coperchio vedrà volare ancora delle piccole ombre, e le pareti delle case si allungheranno verso l’alto, cominceranno a piegarsi l’una contro l’altra e il buco del coperchio si stringerà sempre più a formare una sorta di imbuto.
Un vento di tempesta inizierà allora a vorticare in quell’imbuto di dolore e ricordi finché finalmente Natàlia esploderà in un grido di inferno.
Ma non ci pensare ora. Un’ultima corranda, su, Colometa, Colombella, un ultimo volteggio, un ultimo sorriso.
Volteggia Natàlia raggiante, volteggia Quimet spaccone, con la camicia bianca.
Volteggia il colombo morto.
Cade a terra.
Lì, a plaça del Diamant, colpito da una fionda, dove sorgerà la statua di Xavier Medina Campeny, bruna come le piume dei piccioni cappuccini, imprigionata nella lava della disperazione, còlta in quell’urlo straziante che scaccerà finalmente via da sé colombi e morte, balli e miseria.

Il grande giorno, Jack Ritchie

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TITOLO: Il grande giorno

AUTORE: Jack Ritchie

EDITORE: Marcos Y Marcos   PAGINE: 240   PREZZO: 18,00

 

Dal maestro del noir più amato da Alfred Hitchcock, quattordici storie dal meccanismo perfetto e senza una parola di troppo.
 

Fred dice che cento la settimana è abbastanza onesto, e si può anche vederla così. Non che sia in grado di provare alcunché. Non c’è nulla che dimostri che l’ho assoldato, e in realtà non l’ho fatto. Forse dovrei smettere di pagare, ma non posso correre rischi. Non si sa mai, con questi ubriaconi. E comunque sia, è pur sempre il denaro di Fay.

Han detto di lui che avrebbe potuto scrivere I miserabili in due paragrafi, perché l’arte della sintesi è una sua grande virtù.
Hitchcock lo amava per questo, e per l’eleganza con cui ti avvince subito e ti spiazza sempre.
Gli bastano pochi tratti per far vivere un personaggio; due frasi per catapultarti nella storia.
Assassini per caso, killer professionisti, studentesse, cuochi, scrittrici, alcolizzati, cassiere, detective, ereditiere, maggiordomi e gigolò ci attirano in case confortevoli, nella cella di un carcere, in una tenuta di campagna, al tavolo di un locale o in vicoli bui, dove c’è stata una vittima, ci sarà presto, o magari non ci sarà.
Ben non sa usare la pistola e chi gliela mette in mano se ne pentirà; fare jogging lungo la scogliera è salutare solo se tua moglie ti vuol bene.
Mentire sul suo piatto preferito può salvare la vita a un condannato a morte, e il sesso con un altro non è la forma più pericolosa di infedeltà.
E se la cassiera uccisa durante una rapina tornasse al mondo con l’unico scopo di redimere il suo assassino? E se il cugino dato per morto, unico erede del castello, ti rubasse le sigarette dal cassetto per farti capire che tanto morto non è?
Nei racconti di Jack Ritchie non ci sono eroi, e il male è sempre relativo: prontezza di spirito, intuito, freddezza e una buona dose di cinismo sono armi vincenti nel gioco delle parti di una possibile realtà.

Non è un caso che Anthony Boucher, celebro e severo recensore di gialli del San Francisco Chronicle, abbia detto che in lui "brilla l'arte lapidaria del racconto".
Angelo Molica Franco, Il venerdì

I diari della Kolyma, Jacek Hugo Bader

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TITOLO: I diari della Kolyma

AUTORE: Jacek Hugo Bader   TRADUZIONE: Marco Vanchetti

EDITORE: Keller   PAGINE: 352  PREZZO: 18,00

 

Dall’autore del premiato Febbre bianca (traduzione Marzena Borejczuk, Keller) arriva I diari della Kolyma, viaggio in una delle ultime badland rimaste al mondo, un luogo pieno di fantasmi, gulag e sopravvissuti, radunatisi tutti – sembra – lungo i 2000 chilometri dell’autostrada della Kolyma. Bader ascolta e ci riporta gli incantevoli, talvolta devastanti, racconti che hanno condotto i suoi “compagni di viaggio” in questa terra “benedetta”.
Si tratta di un libro sui discendenti dei prigionieri che riescono a malapena a vivere, dei truffatori, dei veterani, dei commercianti di ferro, dei politici corrotti e della criminalità organizzata…
Le storie narrano di figli dati via, di mariti che ricompaiono dopo decenni, di studiosi che ora sopravvivono andando alla ricerca di funghi e bacche, di scultori che raccolgono le teste sparse delle statue di Lenin, di minatori che scavano nelle fosse comuni cercando oro e di tutti i tossicodipendenti, i condannati, gli eroi decaduti e anche degli sportivi che, in fuga da tutto, finiscono nella regione più remota della Russia e forse del mondo…

Uno dei libri di viaggio più memorabili che abbia letto, con storie a volte esilaranti e a volte quasi insopportabilmente tristi, storie di morte, coraggio, crudeltà e vodka. Jacek Hugo-Bader ha viaggiato in alcune delle più strane e più remote propaggini della Siberia, ma quello che ha riportato sono storie dei confini più remoti dello spirito umano. Magnifico! 
Andrew Brown THE GUARDIAN

Manuale di sopravvivenza per bambini invisibili, di Luca Martini

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TITOLO: Manuale di sopravvivenza per bambini invisibili

AUTORE: Luca Martini

EDITORE: Italic&Pequod   PAGINE: 140  PREZZO: 15,00

 

Ci sono momenti nella vita di tutti in cui ci si sente invisibili, o si vorrebbe diventarlo per evitare di star male e smettere di aver paura. Attimi dell’esistenza delle persone fotografati controluce da Luca Martini che, in questi quindici racconti, narra di assenze, di solitudini, di cambi di rotta e manutenzione di piccole felicità malmesse. Un libro duro e commovente, che raccoglie istantanee in cui i protagonisti sono i bambini, a volte sovraesposti per il troppo amore, altre sfuocati per la troppa distanza, altre ancora assenti del tutto dall’inquadratura, come immortalati in momenti sempre sbagliati in cui si dovrebbe correre e si ha invece solo la forza di rimanere fermi, in attesa di un qualsiasi gesto d’affetto che ci faccia sentire veri e reali.
Un gesto di speranza. Un manuale necessario, questo, per sopravvivere al dolore di crescere, alla paura di diventare grandi e al doloroso distacco da quel candore innocente che ogni bambino, nel passaggio all’età adulta, deve per forza lasciarsi alle spalle.

“I racconti di Luca Martini sono di una agghiacciante bellezza.”
(Gianluca Morozzi)

“Tutti i personaggi di questi racconti cercano una svolta che cambi per sempre la loro vita. Ed è in questo attimo di buio che nascono i racconti di Luca Martini, nel confronto col passato che torna all’improvviso nello strappo dell’abbandono o del passaggio all’età adulta.”
(Giusi Marchetta)

Non risponde mai nessuno, di Simone Ghelli

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TITOLO: Non risponde mai nessuno

AUTORE: Simone Ghelli

EDITORE: Miraggi Edizioni    PAGINE: 128   PREZZO: 12,00

 

Cosa succede all’essere umano quando, messo ai margini della società, prende coscienza dell’irreversibilità del suo stato? Dopo Voi, onesti
farabutti, Simone Ghelli torna a parlare di abbandono e resistenza quotidiana in una chiave più intima e privata, dando voce a dieci esseri umani, eroi in minore che, con dignità e fierezza, condivideranno le loro storie, lasciando a noi lettori la scelta di scoprire le loro “chiamate
mai risposte”.
La prosa di Ghelli, con il suo andamento piano e sapido, riesce a scavare dentro ognuno di noi estraendone sensazioni e ricordi che non abbiamo vissuto, ma ci si presentano vivi come e più dei nostri. I personaggi e le situazioni le conosciamo già, in qualche modo ci hanno toccato, che sia un parente “particolare”, una vecchia casa di famiglia che cade a pezzi sui ricordi che vi sono racchiusi, una difficoltà quotidiana o di relazione, un animale domestico sofferente per cui “bisogna” fare qualcosa, e così via. Ci troviamo coinvolti con delicatezza, ma senza riguardi. Ci si commuove e ci si arrabbia, si resta anche frustrati.
Si resiste, appunto. Si reagisce. Siamo noi, e sono così quelli che ci circondano. O meglio potremmo essere noi, come ci piacerebbe riuscire a essere, almeno a volte.

Il vizio di smettere e l’attimo straziante della sincerità

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TITOLO: Il vizio di smettere

AUTORE: Michele Orti Manara     

ILLUSTRAZIONI: Francesca Protopapa    

EDITORE: Racconti Edizioni   PAGINE: 170   PREZZO: 14,00

 

Esce oggi 22 Marzo 2018, per Racconti Edizioni Il Vizio di Smettere, di Michele Orti Manara, il secondo titolo italiano della casa editrice romana.

Andrea Cafarella ha letto il libro per Cattedrale, che vi propone la sua recensione.

 

È che quando racconti qualcosa, diceva, per certi versi stai già mentendo, e se menti per certi versi è come se non esistessi neanche, e il tuo racconto fosse, che ne so, il sogno di un fantasma. Perfino quando racconti qualcosa di te, come fai a essere sicuro di aver detto la verità, come verifichi che il racconto sia una cronaca fedele di quel che è successo, e non una specie di bugia bianca, o almeno non tanto sporca?
da «Piccole cose con le zampe»

 

Quando ho letto per la prima volta Michele Orti Manara già sapevo che sarebbe uscito questo libro: Il vizio di smettere (Racconti edizioni, 2018). Lo aspettavo.
Le informazioni che girano tra gli addetti ai lavori, a volte, sembrano voci di corridoio clandestine, come sussurri carcerari dopo l’ora del coprifuoco. E sono quelle voci ad appassionarmi. Perché gli editori custodiscono i propri assi nella manica come il segreto delle sorprese più attese. Come quando prepariamo un regalo speciale per una persona vicina e vorremmo dirglielo, ma proviamo a non farlo per non rovinargli l’effetto-sorpresa, anche se, lo sappiamo: ce lo si legge in faccia. Glielo si leggeva in faccia a Emanuele e a Stefano. Questo libro è un dono e questo Michele Orti Manara è lo scrittore che quelli di Racconti edizioni stavano aspettando: un vero scrittore di racconti. La misura breve gli calza a pennello, come un vestito sgualcito, comodo, vintage (diremmo oggi). Orti Manara manipola la forma breve con grande mestiere; ci si tuffa come un palombaro e s’intrufola nei suoi cunicoli come uno speleologo. Contemporaneamente, però, mantiene il distacco emotivo dell’artigiano, modella i tempi e gli spazi seguendo le pieghe della materia, senza forzarne le curve ma agendo in armonia con la storia, con quella sua «specie di bugia bianca» che altro non è che «il sogno di un fantasma», la spaventosa e profonda Verità.

Il modo in cui Orti Manara costruisce le sue storie si basa su un esercizio di credibilità e di verificazione (nel senso di «rendere vero») della menzogna. Si basa sulla forza del tanto millantato patto col lettore, vale a dire: credere al racconto di quello che è accaduto – per quanto bizzarro e irreale possa sembrare – cercando di entrare nell’universo in cui si svolge la narrazione e, rispettandone le regole, comprendere il significato profondo della storia. Tutto ciò in un rapporto di reciproco convincimento. Per dare la possibilità a chi legge di stringere il suddetto, lo scrittore dev’essere estremamente rigoroso nella costruzione del suo «mondo fittizio» e delle regole che lo caratterizzano. Alcuni autori, diversamente, si basano su fonti storiche sulle quali poggiare la credibilità della loro storia, oppure autobiografiche, o ancora su un sistema linguistico in grado di alterare le regole e sostituirle con le proprie. Quello di Orti Manara è forse il modus più tradizionale di costruire storie. E, da un certo punto di vista, il più difficile ed elaborato. Gli aspetti tecnici fondamentali, a mio modo di vedere, perché funzioni questo tipo di costruzione della fabula, sono tre: Stile, Voce e Sincerità. Sempre loro, sempre i soliti. Che per Orti Manara sono tutto l’opposto che ignoti. Spiccano.
Mi spiego: lo stile non è altro che il complesso apparato di scelte espressive che pertengono a un’opera. Dalla struttura, alle tematiche trattate, ai punti di vista e come essi si legano tra loro, fino al linguaggio e ai linguaggi e alla materia che vanno plasmando in un unicum di singole scelte, che risulti più o meno omogeneo e compatto. Il vizio di smettere ha una conformazione stilistica forte e armonica. Si muove su piani molto diversi e su argomenti e mondi molto distanti, eppure possiede una struttura solida, che segue una direzione precisa. Andiamo da racconti di un verismo spiccato, a storie oniriche e surreali, fino addirittura a incontrare una sorta di Gesù Cristo del nuovo millennio legato al cielo da nervi senza fine; poco più avanti leggiamo l’analisi lucida, molto ironica, di un uomo e del suo rapporto con il gatto, definitivamente umanizzato, evidentemente utilizzato a simbolo di un’ipotetica compagna, all’interno della coppia ideale formatasi tra i due. Ancora: la raccolta inizia con una nascita: una maternità/paternità e le difficoltà, le ansie (le ossessioni? a questo arriveremo più in là...) che ne conseguono; e verso la fine troviamo la senilità di una vecchina «svitata» che perturba la notte tranquilla del ragazzo che ci racconta la storia. C’è un percorso, anche se non c’è una meta cui protendere. Ogni passo tiene conto di quelli già fatti e di quelli che ancora mancano. E lo notiamo quando il figlio della vecchina di cui sopra, nel racconto che ha per titolo «Vera», chiede al ragazzo protagonista: «Vuoi una sigaretta?». Esattamente come abbiamo già visto fare al padre in «Quello che non sono riuscito a scrivere». Ed è questo «il segnale» – ormai lo sappiamo – di quell’istante preciso, presente, quel prezioso, essenziale «incantesimo di breve durata» che lega tutti i racconti di Orti Manara: l’attimo di sospensione che squarcia il reale.
E se lo Stile è la tara, sostanziale, per guardare a questo libro, esso risulta inscindibile dalla Voce. Il suono della prosa. Il motivo per cui riconosciamo un autore quando leggiamo una sua pagina. La voce di Orti Manara ha un tono asciutto, secco, sicuro di sé. Vario, ogni racconto trova un suo tono, diverso dagli altri, ma comunque riconoscibile. Il suo pregio è la grande consapevolezza: un controllo estremamente lucido della lingua, delle sue parole, dei suoi periodi. Orti Manara non si lascia prendere da lirismi barocchi, eppure sa far librare in volo la sua lingua fino al momento perturbante della poesia, che tutto illumina. In questo senso non posso che rimandare alla lettura di «Agnese», un racconto senza punti, se non i tre che aprono e i tre che chiudono lo sproloquio da bar di cui si confà. Un testo molto tecnico, difficile, reso con un’intensità tagliente, crudele e sincera, che non lascia scampo.

Infine, il terzo aspetto cardinale: la Sincerità.
«Nulla è più meditato della sincerità degli scrittori» scriveva André Gide. Ed è vero: Stile e Voce sono gli strumenti grazie ai quali vestire la verità con l’abito della festa, fatto di piccole «bugie bianche» cucite tra loro: un vestito appariscente, sensuale, che ci fa venire voglia di strapparlo con violenza o sfilarlo delicatamente per guardare e toccare finalmente il corpo nudo della Verità.
E in fondo è proprio questo che cerchiamo nei libri: un brandello, un attimo di sincerità, un istante di comprensione ulteriore. E cerchiamo la nostra verità in quella altrui, per immedesimazione. La catarsi: questo cerchiamo.

«Sono [...] stanco di quel che mi succede, di quel che non mi succede, stanco dell’antico teatro romano in mezzo alla piazza che attraverso tornando a casa, acquattato come un animale che ti fa la posta da centinaia d’anni e che ti osserva con tutti quegli archi, stanco di questa città, e di me, e di tutto» (da «Sulla colonna»).

Chi ci parla in questo libro è Michele, in persona, sentiamo la sua carne viva in queste parole sanguinolente, tristi, definitive. Questo è il tipo di sincerità che pervade tutto il libro. Come quando, attraverso l’io narrante di «I tacchi sul pavimento» chiude il racconto chiedendosi, strappando palesemente il piano narrativo: «E allora, mi dissi guardando prima il cielo e poi la punta delle mie scarpe, cosa corri dietro alle stelle a fare?». Oppure quando, per tramite dell’assassino de «La missione», che nel momento fatidico si blocca e «che sto facendo?, si chiede, e la domanda gli risuona in testa come un diapason a cui si accordano altre domande uguali a quella, ma poste in momenti del passato e del futuro insieme».

Lasciate stare gli ossessi

Riflettendo su come scrivere questo pezzo mi sono venuti in mente degli autori. Sono tutti giovani scrittori esordienti (o quasi) italiani. Tutti lavorano nel mondo dei libri, con ruoli «marginali» ma sostantivi, concreti, effettivi. C’è chi fa il libraio, chi aiuta come consulente nella casa editrice che ha fondato con amici e colleghi, chi fa il social media manager per un’importante editore nazionale (come il nostro Orti Manara). Lettori eccezionali, appassionati esploratori delle lettere. Ho avuto il piacere di incontrarli personalmente, in diverse occasioni. Parlano sempre di libri. Sono i classici tipi di cui si dice: «lui ha letto tutto».  Eppure non è solo questo: vivono la letteratura come un’esperienza: un percorso di accrescimento dell’anima, una pratica magica, un atto esoterico. In sostanza: sanno leggere. Sono veri intellettuali, nel senso latino del termine: tutto ciò che concerne l’intelletto come attività teoretica di conoscimento del sé.
E lo dimostra quella che è, a mio parere, l’unica (escludendo la grande consapevolezza tecnica e stilistica, ché pure sarebbe un dato interessante)  caratteristica che i loro libri hanno in comune: l’ossessione. Perché chi lavora con la propria anima, chi «fa qualcosa» è sempre una persona ossessionata. Me lo ha ricordato uno di loro, oggi, davanti a una birra. E ce lo dice benissimo anche Michele Mari, nel suo incredibile e definitivo I demoni e la pasta sfoglia (Il Saggiatore, 2017), che si fonda proprio sull’idea che la Letteratura – con la maiuscola – corrisponda all’ossessione e infatti inizia proprio così: «Céline, Gadda, Gombrowicz, Kafka, Borges, Conrad, Canetti, Manganelli, Perutz, Melville, Landolfi, Maupassant: molti dei nostri scrittori sono degli ossessi». E allora non conta che i loro personaggi siano ossessionati dai serpenti, dagli alieni, dalla voragine che hanno al posto del cuore, dai misteri nascosti nelle profondità del sottosuolo o semplicemente da se stessi. Quel che conta è l’Ossessione, sentire l’ossessione, vivere l’ossessione e raccontare l’ossessione.
Credo che oggi, più che mai, in Italia, sarebbe importante ascoltare queste voci e capire cosa hanno da dire. Sia perché sono l’espressione – forse la più alta ed eterna – di un disagio generazionale contingente e attuale. Sia perché sono uomini e donne che riescono a conciliare una vita «normale» con una passione (chiaro: un’ossessione) insensata, che richiede una dedizione totale. Una passione così forte che a volte bisogna nasconderla. Una passione che è un esempio bellissimo e concreto di controcultura, di ribellione ai dettami di questa nostra società. Società che chiede agli scrittori una standardizzazione del lavoro che possa rispettare i tempi ciclici del mercato, imponendo la pubblicazione di obbrobri, spreco inutile di carta preziosa e spazio e un mostruoso accumulo di polvere. Una società che non concepisce il valore della riflessione, dell’attesa, della lentezza.
E allora forse dovremmo leggerli questi giovani autori esordienti, estremamente consapevoli, in grado di darci un esempio virtuoso, una possibilità per il destino di pensatori, scrittori, poeti... Però, ripensandoci, forse – e penso che alla fin fine è questo ciò che loro vorrebbero davvero – dovremmo lasciarli in pace, leggerli più in là, quando saremo pronti a guardare nei loro sogni distorti, difficili da capire, mistici, profondi, disperati, strazianti. E attraverso i loro incubi rivedere le nostre manie, rileggere il mondo che abbiamo attorno. Probabilmente sarebbe meglio se li leggessimo quando, finalmente, saremo pronti a sbattere la faccia ossessivamente contro il portellone chiuso di un’astronave, oppure a solcare i mari, statue immobili, al posto di una bellissima polena senza senso e senza scopo. Per poi inabissarci, in una solitudine eterna. E a posto così.

 

Faccio quasi solo tre sogni, sempre gli stessi, ho detto io. In uno sbatto di continuo la faccia contro il portellone di un’astronave aliena da cui non riesco a uscire; in un altro sono una di quelle statue sul davanti delle navi, e la nave su cui sono io si sta inabissando; nel terzo sono uno di quei filosofi, tipo eremiti, hai presente? Quelli che vivevano sopra una colonna senza scendere mai. E quindi nel sogno sono lì, sopra la mia colonna, larga abbastanza da starci disteso. In tutti e tre i sogni però sono inspiegabilmente molto felice.
O mangi pesante o sei molto ansioso, mi ha detto lei. Forse tutte e due le cose, ho risposto.
O forse – ma questo a lei non l’ho detto – forse i sogni vogliono solo farmi capire che farei meglio a starmene da solo.
E a posto così.
(da «Sulla colonna»)

 

Birdwatching notturno, di Sherman Alexie

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TITOLO: Danze di guerra

Autore: Sherman Alexie  Traduzione: Laura Gazzarrini

EDITORE: NN editore   PAGINE: 208   PREZZO: 18,00

 

Al centro dei racconti e delle poesie di Danze di guerra ci sono uomini che, di fronte a una scelta che cambierà le loro vite, cercano la propria strada e una risposta alle paure dell’infanzia o ai dilemmi della maturità. Ogni storia parte da un errore, da un rimpianto o da un conflitto: un padre di famiglia che per legittima difesa uccide un giovane ladro, un figlio che ricorda con dolcezza e rancore il padre morto alcolizzato, un marito incapace di provare ancora desiderio per la bellissima moglie.
Con una lingua poetica e una disincantata ironia, Sherman Alexie ci consegna un libro costruito come un mosaico, dove ogni tassello illumina il precario equilibrio di un’identità, quella dell’uomo di oggi, che rivela la sua natura sfuggente, insicura anche della propria forza, in costante ricerca di un’assoluzione per la propria dolorosa fragilità.

Cattedrale vi propone Birdwatching notturno, contenuto nella raccolta.
 

Che uccello è quello?

Un barbagianni.

Che uccello era quello?

Un altro barbagianni.

Oh, quello era troppo piccolo e veloce per essere un bar­bagianni. Che cos’era?

Un barbagianni piccolo e veloce.

Una notte, quando avevo sedici anni, ero in macchina con la mia ragazza a Little Falls Flat e questo barbagianni è sceso in picchiata sulla strada, forse a una quindicina di metri da noi, volando dritto verso il parabrezza. Era enorme, grande quanto uno pterodattilo, e la mia ragazza si è messa a gri­dare. E, be’, ho gridato anch’io, perché quella cosa ci stava venendo addosso, ma sai che ho fatto? Ho premuto l’acce­leratore e gli sono andato incontro. E sai perché l’ho fatto?

Perché volevi vedere chi era il pollo fra te e il barbagianni?

Esatto.

   E cos’è successo?

Un secondo prima di scontrarci, il barbagianni ha sbat­tuto le ali, ma appena appena. C’è una parola più giusta di “sbattere”? Qual è la parola che vuol dire “sbattere”, ma uno “sbattere” un po’ più leggero?

Che ne dici di “flettere”?

Ecco sì, perfetto. Allora, come dicevo, proprio quando stava per schiantarsi contro il parabrezza, il barbagianni ha flesso le ali ed è sparito nell’oscurità. Ed è stato veramente incredibile, sai? Io ho inchiodato e sono quasi caduto nel fosso. Io e la mia ragazza siamo rimasti lì al buio con il mo­tore che tic-tic-ticchettava come una specie di bomba, ma una bomba esistenziale, come se stesse dosando il niente in­finito delle nostre vite perché quel barbagianni ci era quasi venuto addosso ma se n’era andato per sempre. E ho detto qualcosa tipo: «È stato magnifico» e la mia ragazza, vuoi sapere che mi ha detto?

Ti ha detto qualcosa tipo: «Ti mollo».

Accidenti, è proprio quello che ha detto. E io le ho chie­sto: «Perché mi molli?». E sai lei che ha risposto?

Ha detto: «Ti mollo perché non sei un barbagianni».

Sì, sì, sì, e sai una cosa? Non ho mai smesso di pensare a lei. Sono passati ventisette anni e ancora mi manca. Come mai?

Fratello, non ti manca lei. Ti manca il barbagianni.

Un bel posto per fare l’amore, di Sergio Oricci

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TITOLO: ODI.Quindici declinazioni di un sentimento

Autore: AA.VV  A cura di: Gabriele Merlini

EDITORE: Effequ   PAGINE: 256   PREZZO: 14,00

Quindici giovani autori che, ciascuno con percorsi differenti, si stanno affermando nel variopinto spazio narrativo italiano, sono chiamati a cimentarsi intorno al tema dell’odio, parlando di contrapposizioni, di crisi, di rancori e ancora oltre.
Cattedrale vi propone il racconto di Sergio Oricci Un bel posto per fare l'amore, accompagnato da un'illustrazione di Stefano Cardoselli.

 

Un bel posto per fare l'amore

1.

«Ti piace qui?»
«Insomma».
«Cos’ha che non va?»
«Niente. È che fa freddo».
«Vieni, ti scaldo io».

Ride. La guardo mentre lo fa. Non è bellissima, ma va bene. Ha i denti storti e la lingua corta. Si sente anche quando mi bacia quanto sia corta la sua lingua.

«Va meglio?»
«Sì».
«Lo vedi il fiume?»
«Certo che lo vedo. Non sono mica cieca».
«Sì, ma dico: lo vedi com’è bello?»
«È un fiume».
«E il ponte?»
«Cosa?»
«Il ponte. Ti piace?»
«Oggi sei strano».
«Voglio sapere se ti stai divertendo, ecco tutto».
«Ce ne andiamo?»
«Perché vuoi andartene, piccola?»
L’ho davvero chiamata piccola?

«Perché fa freddo. E c’è puzza».
«Puzza?»
«Puzza di fiume».

Stavolta non posso darle torto. C’è puzza di fiume. Ma non voglio andare via adesso. La stringo più forte, le do un bacio sul collo e la sento contorcersi. Quante scene per un bacetto.

«Ti piace?»
«Mmmsì».

Si struscia su di me. I capelli mi finiscono in bocca e la cosa mi infastidisce. Non profumano come dovrebbero. Non hanno odore.

«Ma è vero che stai con me perché sono più grande?»

Ride ancora.

«Più grande. Ma dai. Abbiamo due anni di differenza, forse meno».

2.

«Quindi sono più grande di te di due anni».
«Ma due anni non sono niente».
«Ero una persona diversa due anni fa. Completamente».
«Io due anni fa ero uguale a oggi. Identica».

La cosa più angosciante è che, molto probabilmente, è la verità.

«Facciamo l’amore?»
«Qui? Sei pazzo».
«Perché? È un posto stupendo».
«Qualcuno potrebbe vederci».
«Sarebbe interessante».
«Cosa?»
«Se qualcuno ci vedesse».
«Per te, forse. Ma per chi mi hai preso?»

Le accarezzo la testa come fosse un cagnolino. So che lo odia. Non dice niente, mi lascia fare. Poi le metto entrambe le mani addosso, le tocco le tette. Non sono piccole. È piacevole stringerle. Così lo faccio con più forza e lei non trattiene un gemito.

«Mi fai male».
«Scusa».
«Guarda che ti sbagli se pensi di convincermi. Qui non si fa niente».

Riprendo ad accarezzarle i capelli. Stavolta sbuffa.

«Guarda che non sono il tuo cane, eh».
«Guarda che non sono il tuo cane, eh».

Ripeto quello che dice imitando la sua voce. Se c’è una cosa che odia più delle carezze sulla testa, è proprio questa.

«Oggi sei peggio del solito. Me ne voglio andare».
«Ma no, dai. Si scherza un po’».
«Il tuo modo di scherzare non mi piace. Mi fai sentire stupida».

La faccio sentire stupida. Dovrebbe ringraziarmi.

«Va bene, scusa. La smetto».
«Occhei».

La vedo sorridere anche se mi dà le spalle. È questo il bello delle persone stupide, dimenticano subito.

«Senti, ce l’hai una gomma?»
«No, piccola. Ma ho un preservativo, se vuoi».

Cerca di divincolarsi. Ora vuole andarsene davvero. Forse ho esagerato troppo presto.

3.

«La smetto davvero, promesso».
«Hai rotto».
«Lo so, piccola. Scusami. Lo sai come sono fatto».
«Male. Però mi piace quando mi chiami piccola».
E questo dice tutto.

«Lo vedi quel punto laggiù?»
«Quale?»
«Quello. Segui il mio dito, là dove l’erba è tutta schiacciata».
«Ah... sì. E allora?»
«Lo sai cosa è successo proprio lì, ieri?»
«Cosa?»
«Hanno violentato una donna».

Rido.

«Ma che cazzo dici? Cosa ci trovi da ridere?»
«Dico la verità. Di divertente ci trovo il contrasto. Tra quello che è successo ieri e quello che sta succedendo oggi».
«Non ti capisco. È un altro dei tuoi scherzi idioti? Ora mi hai davvero rotto».

La stringo di più.

«Non ti sembra bellissimo? Nello stesso posto in cui ieri una tizia è stata costretta a fare qualcosa contro la sua volontà, adesso io e te possiamo fare l’amore desiderandolo tantissimo».
«Vaffanculo. Lasciami».

Tra un attimo si metterà a piangere. Mollo un po’ la presa, comunque non abbastanza da permetterle di liberarsi. Piange, singhiozza. Mi fa quasi pena. Quasi.

«Basta. Basta. Mi fai paura quando fai così, non ne posso più di te».
«Mi stai lasciando?»
«È che non ti capisco».

Tira su col naso. Il rumore che produce è disgustoso.

«Sì, hai ragione. Sono strano».
«A volte sei così dolce. Poi sembra quasi che impazzisci».
«Impazzisco?»

È smarrita. Si vede che non ne può più.

«Sì. Diventi un mostro».
«Ma ti piaccio ancora».
«Voglio andare a casa».
«Va bene, ti porto a casa. Ma non sono un mostro. I mostri sono quei tizi che ieri hanno violentato la ragazza. Non mi puoi paragonare a loro soltanto perché la mia ironia è discutibile». 
«Non ti sto paragonando a loro».
«Ma cazzo. Dicendomi che sono un mostro è come se lo facessi, no?»

Ogni tanto dico una parolaccia per farla sentire più a suo agio. Non è abituata a parlare con persone che non ne dicono mai.

«Dopo tutto quello che mi hai fatto oggi, adesso ti arrabbi tu?»
«Non sono arrabbiato. Sono triste. La mia ragazza pensa che io sia un mostro. Anche se adesso non so se sei ancora la mia ragazza...»
«Sì».
«Sì cosa?»
«Sì sono ancora la tua ragazza. Ma ora lasciami andare».

Non capisco: mi parla in questo modo solo perché è spaventata? Forse cerca di assecondarmi, forse pensa davvero quello che dice.

4.
«Non posso lasciarti andare».
«Perché non puoi? Devi. Te lo chiedo per favore».
«Non posso. È mio dovere proteggerti».
«Ma da cosa? Non ho bisogno di essere protetta».
«Da tutte le cose brutte. Come quella banda di violentatori».

Geppo, l’animale e Marchino vengono fuori dai cespugli davanti a noi. Sono tutti nudi, Geppo ha addirittura il pene eretto. È sempre il migliore, su di lui si può fare affidamento. Lei urla, è disperata. Sembra la stiano scannando mentre si avvicinano saltellando. Si mettono a cantare quella dei tre porcellini. Devo trattenermi e non ridere, altrimenti salterà tutto.

«Tranquilla, non sarai sola. Mi sa che stavolta violenteranno anche me, già che ci sono».

Lei riesce a voltarsi. Ha gli occhi più spalancati e increduli che abbia mai visto. Le guance rigate di trucco.
Urla di nuovo. Scommetto che per i prossimi tre giorni non riuscirà neanche a parlare, da quanto sta urlando. E sono convinto che le stia passando per la testa la possibilità che siamo d’accordo, io e i tre porcellini. 
Sono a pochi passi da noi. La lascio andare. Tira uno strillo peggiore di tutti gli altri messi assieme quando si rende conto di essere libera. Si alza di scatto ma perde l’equilibrio e finisce a terra con la faccia rivolta verso di me. Terrore puro. Vorrei immortalare l’espressione in una fotografia però non lo faccio mai. Troppo rischioso.

«Scappa, non pensare a me.»

Vorrei aggiungere se è un culo che vogliono, sarà il mio che avranno, ma ho paura che così la situazione appaia troppo grottesca. Non voglio che capisca, o almeno non fino in fondo. Lei sembra titubante. È incredibile che ancora si faccia scrupoli a lasciarmi lì, visto il modo in cui l’ho trattata nelle ultime settimane. Ma dopo ancora qualche istante di indecisione si volta e parte. Corre. Geppo, come da programma, la sfiora e quasi l’acchiappa, però poi la lascia andare.

5.

A quel punto è l’animale a mettersi davanti a lei, come un rugbista pronto a placcarla. Il suo sorriso storto è meraviglioso. Io le urlo di correre più veloce che può. E lei corre. L’animale si fa scartare, poi tocca a Marchino che si lancia verso di lei e le sbatte contro. La fa finire a terra con la faccia nel fango. Marchino finge di essere stordito, gli altri due invece le si avvicinano, più lentamente di quanto potrebbero fare. Grugniscono, i tre porcellini. Io, lupo cattivo diventato per una volta complice, mi godo la scena.
Riesce a rialzarsi. Si gira ancora verso di me. Le faccio dei gesti come per invitarla ad andare. E lei va, tra le urla e le lacrime. Appena svolta e risale verso il ponte, io, l’animale, Marchino e Geppo scoppiamo a ridere tutti insieme.

«Rivestitevi, presto. Dobbiamo toglierci da qui in meno di un secondo».

Geppo non ce la fa, sta morendo dalle risate. È piegato in due e gli si è anche ammosciato. Alla fine si ricompone.
È andata, anche stavolta.
«Andiamo a prenderci una birra?»
«Ma sì, dai. Il tempo per cercarcene un’altra non manca».

Ci allontaniamo fischiettando un motivetto a noi tanto caro. Adesso siamo in quattro. Ma fa lo stesso.

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