Il grande giorno, Jack Ritchie

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TITOLO: Il grande giorno

AUTORE: Jack Ritchie

EDITORE: Marcos Y Marcos   PAGINE: 240   PREZZO: 18,00

 

Dal maestro del noir più amato da Alfred Hitchcock, quattordici storie dal meccanismo perfetto e senza una parola di troppo.
 

Fred dice che cento la settimana è abbastanza onesto, e si può anche vederla così. Non che sia in grado di provare alcunché. Non c’è nulla che dimostri che l’ho assoldato, e in realtà non l’ho fatto. Forse dovrei smettere di pagare, ma non posso correre rischi. Non si sa mai, con questi ubriaconi. E comunque sia, è pur sempre il denaro di Fay.

Han detto di lui che avrebbe potuto scrivere I miserabili in due paragrafi, perché l’arte della sintesi è una sua grande virtù.
Hitchcock lo amava per questo, e per l’eleganza con cui ti avvince subito e ti spiazza sempre.
Gli bastano pochi tratti per far vivere un personaggio; due frasi per catapultarti nella storia.
Assassini per caso, killer professionisti, studentesse, cuochi, scrittrici, alcolizzati, cassiere, detective, ereditiere, maggiordomi e gigolò ci attirano in case confortevoli, nella cella di un carcere, in una tenuta di campagna, al tavolo di un locale o in vicoli bui, dove c’è stata una vittima, ci sarà presto, o magari non ci sarà.
Ben non sa usare la pistola e chi gliela mette in mano se ne pentirà; fare jogging lungo la scogliera è salutare solo se tua moglie ti vuol bene.
Mentire sul suo piatto preferito può salvare la vita a un condannato a morte, e il sesso con un altro non è la forma più pericolosa di infedeltà.
E se la cassiera uccisa durante una rapina tornasse al mondo con l’unico scopo di redimere il suo assassino? E se il cugino dato per morto, unico erede del castello, ti rubasse le sigarette dal cassetto per farti capire che tanto morto non è?
Nei racconti di Jack Ritchie non ci sono eroi, e il male è sempre relativo: prontezza di spirito, intuito, freddezza e una buona dose di cinismo sono armi vincenti nel gioco delle parti di una possibile realtà.

Non è un caso che Anthony Boucher, celebro e severo recensore di gialli del San Francisco Chronicle, abbia detto che in lui "brilla l'arte lapidaria del racconto".
Angelo Molica Franco, Il venerdì

I diari della Kolyma, Jacek Hugo Bader

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TITOLO: I diari della Kolyma

AUTORE: Jacek Hugo Bader   TRADUZIONE: Marco Vanchetti

EDITORE: Keller   PAGINE: 352  PREZZO: 18,00

 

Dall’autore del premiato Febbre bianca (traduzione Marzena Borejczuk, Keller) arriva I diari della Kolyma, viaggio in una delle ultime badland rimaste al mondo, un luogo pieno di fantasmi, gulag e sopravvissuti, radunatisi tutti – sembra – lungo i 2000 chilometri dell’autostrada della Kolyma. Bader ascolta e ci riporta gli incantevoli, talvolta devastanti, racconti che hanno condotto i suoi “compagni di viaggio” in questa terra “benedetta”.
Si tratta di un libro sui discendenti dei prigionieri che riescono a malapena a vivere, dei truffatori, dei veterani, dei commercianti di ferro, dei politici corrotti e della criminalità organizzata…
Le storie narrano di figli dati via, di mariti che ricompaiono dopo decenni, di studiosi che ora sopravvivono andando alla ricerca di funghi e bacche, di scultori che raccolgono le teste sparse delle statue di Lenin, di minatori che scavano nelle fosse comuni cercando oro e di tutti i tossicodipendenti, i condannati, gli eroi decaduti e anche degli sportivi che, in fuga da tutto, finiscono nella regione più remota della Russia e forse del mondo…

Uno dei libri di viaggio più memorabili che abbia letto, con storie a volte esilaranti e a volte quasi insopportabilmente tristi, storie di morte, coraggio, crudeltà e vodka. Jacek Hugo-Bader ha viaggiato in alcune delle più strane e più remote propaggini della Siberia, ma quello che ha riportato sono storie dei confini più remoti dello spirito umano. Magnifico! 
Andrew Brown THE GUARDIAN

Manuale di sopravvivenza per bambini invisibili, di Luca Martini

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TITOLO: Manuale di sopravvivenza per bambini invisibili

AUTORE: Luca Martini

EDITORE: Italic&Pequod   PAGINE: 140  PREZZO: 15,00

 

Ci sono momenti nella vita di tutti in cui ci si sente invisibili, o si vorrebbe diventarlo per evitare di star male e smettere di aver paura. Attimi dell’esistenza delle persone fotografati controluce da Luca Martini che, in questi quindici racconti, narra di assenze, di solitudini, di cambi di rotta e manutenzione di piccole felicità malmesse. Un libro duro e commovente, che raccoglie istantanee in cui i protagonisti sono i bambini, a volte sovraesposti per il troppo amore, altre sfuocati per la troppa distanza, altre ancora assenti del tutto dall’inquadratura, come immortalati in momenti sempre sbagliati in cui si dovrebbe correre e si ha invece solo la forza di rimanere fermi, in attesa di un qualsiasi gesto d’affetto che ci faccia sentire veri e reali.
Un gesto di speranza. Un manuale necessario, questo, per sopravvivere al dolore di crescere, alla paura di diventare grandi e al doloroso distacco da quel candore innocente che ogni bambino, nel passaggio all’età adulta, deve per forza lasciarsi alle spalle.

“I racconti di Luca Martini sono di una agghiacciante bellezza.”
(Gianluca Morozzi)

“Tutti i personaggi di questi racconti cercano una svolta che cambi per sempre la loro vita. Ed è in questo attimo di buio che nascono i racconti di Luca Martini, nel confronto col passato che torna all’improvviso nello strappo dell’abbandono o del passaggio all’età adulta.”
(Giusi Marchetta)

Non risponde mai nessuno, di Simone Ghelli

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TITOLO: Non risponde mai nessuno

AUTORE: Simone Ghelli

EDITORE: Miraggi Edizioni    PAGINE: 128   PREZZO: 12,00

 

Cosa succede all’essere umano quando, messo ai margini della società, prende coscienza dell’irreversibilità del suo stato? Dopo Voi, onesti
farabutti, Simone Ghelli torna a parlare di abbandono e resistenza quotidiana in una chiave più intima e privata, dando voce a dieci esseri umani, eroi in minore che, con dignità e fierezza, condivideranno le loro storie, lasciando a noi lettori la scelta di scoprire le loro “chiamate
mai risposte”.
La prosa di Ghelli, con il suo andamento piano e sapido, riesce a scavare dentro ognuno di noi estraendone sensazioni e ricordi che non abbiamo vissuto, ma ci si presentano vivi come e più dei nostri. I personaggi e le situazioni le conosciamo già, in qualche modo ci hanno toccato, che sia un parente “particolare”, una vecchia casa di famiglia che cade a pezzi sui ricordi che vi sono racchiusi, una difficoltà quotidiana o di relazione, un animale domestico sofferente per cui “bisogna” fare qualcosa, e così via. Ci troviamo coinvolti con delicatezza, ma senza riguardi. Ci si commuove e ci si arrabbia, si resta anche frustrati.
Si resiste, appunto. Si reagisce. Siamo noi, e sono così quelli che ci circondano. O meglio potremmo essere noi, come ci piacerebbe riuscire a essere, almeno a volte.

Il vizio di smettere e l’attimo straziante della sincerità

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TITOLO: Il vizio di smettere

AUTORE: Michele Orti Manara     

ILLUSTRAZIONI: Francesca Protopapa    

EDITORE: Racconti Edizioni   PAGINE: 170   PREZZO: 14,00

 

Esce oggi 22 Marzo 2018, per Racconti Edizioni Il Vizio di Smettere, di Michele Orti Manara, il secondo titolo italiano della casa editrice romana.

Andrea Cafarella ha letto il libro per Cattedrale, che vi propone la sua recensione.

 

È che quando racconti qualcosa, diceva, per certi versi stai già mentendo, e se menti per certi versi è come se non esistessi neanche, e il tuo racconto fosse, che ne so, il sogno di un fantasma. Perfino quando racconti qualcosa di te, come fai a essere sicuro di aver detto la verità, come verifichi che il racconto sia una cronaca fedele di quel che è successo, e non una specie di bugia bianca, o almeno non tanto sporca?
da «Piccole cose con le zampe»

 

Quando ho letto per la prima volta Michele Orti Manara già sapevo che sarebbe uscito questo libro: Il vizio di smettere (Racconti edizioni, 2018). Lo aspettavo.
Le informazioni che girano tra gli addetti ai lavori, a volte, sembrano voci di corridoio clandestine, come sussurri carcerari dopo l’ora del coprifuoco. E sono quelle voci ad appassionarmi. Perché gli editori custodiscono i propri assi nella manica come il segreto delle sorprese più attese. Come quando prepariamo un regalo speciale per una persona vicina e vorremmo dirglielo, ma proviamo a non farlo per non rovinargli l’effetto-sorpresa, anche se, lo sappiamo: ce lo si legge in faccia. Glielo si leggeva in faccia a Emanuele e a Stefano. Questo libro è un dono e questo Michele Orti Manara è lo scrittore che quelli di Racconti edizioni stavano aspettando: un vero scrittore di racconti. La misura breve gli calza a pennello, come un vestito sgualcito, comodo, vintage (diremmo oggi). Orti Manara manipola la forma breve con grande mestiere; ci si tuffa come un palombaro e s’intrufola nei suoi cunicoli come uno speleologo. Contemporaneamente, però, mantiene il distacco emotivo dell’artigiano, modella i tempi e gli spazi seguendo le pieghe della materia, senza forzarne le curve ma agendo in armonia con la storia, con quella sua «specie di bugia bianca» che altro non è che «il sogno di un fantasma», la spaventosa e profonda Verità.

Il modo in cui Orti Manara costruisce le sue storie si basa su un esercizio di credibilità e di verificazione (nel senso di «rendere vero») della menzogna. Si basa sulla forza del tanto millantato patto col lettore, vale a dire: credere al racconto di quello che è accaduto – per quanto bizzarro e irreale possa sembrare – cercando di entrare nell’universo in cui si svolge la narrazione e, rispettandone le regole, comprendere il significato profondo della storia. Tutto ciò in un rapporto di reciproco convincimento. Per dare la possibilità a chi legge di stringere il suddetto, lo scrittore dev’essere estremamente rigoroso nella costruzione del suo «mondo fittizio» e delle regole che lo caratterizzano. Alcuni autori, diversamente, si basano su fonti storiche sulle quali poggiare la credibilità della loro storia, oppure autobiografiche, o ancora su un sistema linguistico in grado di alterare le regole e sostituirle con le proprie. Quello di Orti Manara è forse il modus più tradizionale di costruire storie. E, da un certo punto di vista, il più difficile ed elaborato. Gli aspetti tecnici fondamentali, a mio modo di vedere, perché funzioni questo tipo di costruzione della fabula, sono tre: Stile, Voce e Sincerità. Sempre loro, sempre i soliti. Che per Orti Manara sono tutto l’opposto che ignoti. Spiccano.
Mi spiego: lo stile non è altro che il complesso apparato di scelte espressive che pertengono a un’opera. Dalla struttura, alle tematiche trattate, ai punti di vista e come essi si legano tra loro, fino al linguaggio e ai linguaggi e alla materia che vanno plasmando in un unicum di singole scelte, che risulti più o meno omogeneo e compatto. Il vizio di smettere ha una conformazione stilistica forte e armonica. Si muove su piani molto diversi e su argomenti e mondi molto distanti, eppure possiede una struttura solida, che segue una direzione precisa. Andiamo da racconti di un verismo spiccato, a storie oniriche e surreali, fino addirittura a incontrare una sorta di Gesù Cristo del nuovo millennio legato al cielo da nervi senza fine; poco più avanti leggiamo l’analisi lucida, molto ironica, di un uomo e del suo rapporto con il gatto, definitivamente umanizzato, evidentemente utilizzato a simbolo di un’ipotetica compagna, all’interno della coppia ideale formatasi tra i due. Ancora: la raccolta inizia con una nascita: una maternità/paternità e le difficoltà, le ansie (le ossessioni? a questo arriveremo più in là...) che ne conseguono; e verso la fine troviamo la senilità di una vecchina «svitata» che perturba la notte tranquilla del ragazzo che ci racconta la storia. C’è un percorso, anche se non c’è una meta cui protendere. Ogni passo tiene conto di quelli già fatti e di quelli che ancora mancano. E lo notiamo quando il figlio della vecchina di cui sopra, nel racconto che ha per titolo «Vera», chiede al ragazzo protagonista: «Vuoi una sigaretta?». Esattamente come abbiamo già visto fare al padre in «Quello che non sono riuscito a scrivere». Ed è questo «il segnale» – ormai lo sappiamo – di quell’istante preciso, presente, quel prezioso, essenziale «incantesimo di breve durata» che lega tutti i racconti di Orti Manara: l’attimo di sospensione che squarcia il reale.
E se lo Stile è la tara, sostanziale, per guardare a questo libro, esso risulta inscindibile dalla Voce. Il suono della prosa. Il motivo per cui riconosciamo un autore quando leggiamo una sua pagina. La voce di Orti Manara ha un tono asciutto, secco, sicuro di sé. Vario, ogni racconto trova un suo tono, diverso dagli altri, ma comunque riconoscibile. Il suo pregio è la grande consapevolezza: un controllo estremamente lucido della lingua, delle sue parole, dei suoi periodi. Orti Manara non si lascia prendere da lirismi barocchi, eppure sa far librare in volo la sua lingua fino al momento perturbante della poesia, che tutto illumina. In questo senso non posso che rimandare alla lettura di «Agnese», un racconto senza punti, se non i tre che aprono e i tre che chiudono lo sproloquio da bar di cui si confà. Un testo molto tecnico, difficile, reso con un’intensità tagliente, crudele e sincera, che non lascia scampo.

Infine, il terzo aspetto cardinale: la Sincerità.
«Nulla è più meditato della sincerità degli scrittori» scriveva André Gide. Ed è vero: Stile e Voce sono gli strumenti grazie ai quali vestire la verità con l’abito della festa, fatto di piccole «bugie bianche» cucite tra loro: un vestito appariscente, sensuale, che ci fa venire voglia di strapparlo con violenza o sfilarlo delicatamente per guardare e toccare finalmente il corpo nudo della Verità.
E in fondo è proprio questo che cerchiamo nei libri: un brandello, un attimo di sincerità, un istante di comprensione ulteriore. E cerchiamo la nostra verità in quella altrui, per immedesimazione. La catarsi: questo cerchiamo.

«Sono [...] stanco di quel che mi succede, di quel che non mi succede, stanco dell’antico teatro romano in mezzo alla piazza che attraverso tornando a casa, acquattato come un animale che ti fa la posta da centinaia d’anni e che ti osserva con tutti quegli archi, stanco di questa città, e di me, e di tutto» (da «Sulla colonna»).

Chi ci parla in questo libro è Michele, in persona, sentiamo la sua carne viva in queste parole sanguinolente, tristi, definitive. Questo è il tipo di sincerità che pervade tutto il libro. Come quando, attraverso l’io narrante di «I tacchi sul pavimento» chiude il racconto chiedendosi, strappando palesemente il piano narrativo: «E allora, mi dissi guardando prima il cielo e poi la punta delle mie scarpe, cosa corri dietro alle stelle a fare?». Oppure quando, per tramite dell’assassino de «La missione», che nel momento fatidico si blocca e «che sto facendo?, si chiede, e la domanda gli risuona in testa come un diapason a cui si accordano altre domande uguali a quella, ma poste in momenti del passato e del futuro insieme».

Lasciate stare gli ossessi

Riflettendo su come scrivere questo pezzo mi sono venuti in mente degli autori. Sono tutti giovani scrittori esordienti (o quasi) italiani. Tutti lavorano nel mondo dei libri, con ruoli «marginali» ma sostantivi, concreti, effettivi. C’è chi fa il libraio, chi aiuta come consulente nella casa editrice che ha fondato con amici e colleghi, chi fa il social media manager per un’importante editore nazionale (come il nostro Orti Manara). Lettori eccezionali, appassionati esploratori delle lettere. Ho avuto il piacere di incontrarli personalmente, in diverse occasioni. Parlano sempre di libri. Sono i classici tipi di cui si dice: «lui ha letto tutto».  Eppure non è solo questo: vivono la letteratura come un’esperienza: un percorso di accrescimento dell’anima, una pratica magica, un atto esoterico. In sostanza: sanno leggere. Sono veri intellettuali, nel senso latino del termine: tutto ciò che concerne l’intelletto come attività teoretica di conoscimento del sé.
E lo dimostra quella che è, a mio parere, l’unica (escludendo la grande consapevolezza tecnica e stilistica, ché pure sarebbe un dato interessante)  caratteristica che i loro libri hanno in comune: l’ossessione. Perché chi lavora con la propria anima, chi «fa qualcosa» è sempre una persona ossessionata. Me lo ha ricordato uno di loro, oggi, davanti a una birra. E ce lo dice benissimo anche Michele Mari, nel suo incredibile e definitivo I demoni e la pasta sfoglia (Il Saggiatore, 2017), che si fonda proprio sull’idea che la Letteratura – con la maiuscola – corrisponda all’ossessione e infatti inizia proprio così: «Céline, Gadda, Gombrowicz, Kafka, Borges, Conrad, Canetti, Manganelli, Perutz, Melville, Landolfi, Maupassant: molti dei nostri scrittori sono degli ossessi». E allora non conta che i loro personaggi siano ossessionati dai serpenti, dagli alieni, dalla voragine che hanno al posto del cuore, dai misteri nascosti nelle profondità del sottosuolo o semplicemente da se stessi. Quel che conta è l’Ossessione, sentire l’ossessione, vivere l’ossessione e raccontare l’ossessione.
Credo che oggi, più che mai, in Italia, sarebbe importante ascoltare queste voci e capire cosa hanno da dire. Sia perché sono l’espressione – forse la più alta ed eterna – di un disagio generazionale contingente e attuale. Sia perché sono uomini e donne che riescono a conciliare una vita «normale» con una passione (chiaro: un’ossessione) insensata, che richiede una dedizione totale. Una passione così forte che a volte bisogna nasconderla. Una passione che è un esempio bellissimo e concreto di controcultura, di ribellione ai dettami di questa nostra società. Società che chiede agli scrittori una standardizzazione del lavoro che possa rispettare i tempi ciclici del mercato, imponendo la pubblicazione di obbrobri, spreco inutile di carta preziosa e spazio e un mostruoso accumulo di polvere. Una società che non concepisce il valore della riflessione, dell’attesa, della lentezza.
E allora forse dovremmo leggerli questi giovani autori esordienti, estremamente consapevoli, in grado di darci un esempio virtuoso, una possibilità per il destino di pensatori, scrittori, poeti... Però, ripensandoci, forse – e penso che alla fin fine è questo ciò che loro vorrebbero davvero – dovremmo lasciarli in pace, leggerli più in là, quando saremo pronti a guardare nei loro sogni distorti, difficili da capire, mistici, profondi, disperati, strazianti. E attraverso i loro incubi rivedere le nostre manie, rileggere il mondo che abbiamo attorno. Probabilmente sarebbe meglio se li leggessimo quando, finalmente, saremo pronti a sbattere la faccia ossessivamente contro il portellone chiuso di un’astronave, oppure a solcare i mari, statue immobili, al posto di una bellissima polena senza senso e senza scopo. Per poi inabissarci, in una solitudine eterna. E a posto così.

 

Faccio quasi solo tre sogni, sempre gli stessi, ho detto io. In uno sbatto di continuo la faccia contro il portellone di un’astronave aliena da cui non riesco a uscire; in un altro sono una di quelle statue sul davanti delle navi, e la nave su cui sono io si sta inabissando; nel terzo sono uno di quei filosofi, tipo eremiti, hai presente? Quelli che vivevano sopra una colonna senza scendere mai. E quindi nel sogno sono lì, sopra la mia colonna, larga abbastanza da starci disteso. In tutti e tre i sogni però sono inspiegabilmente molto felice.
O mangi pesante o sei molto ansioso, mi ha detto lei. Forse tutte e due le cose, ho risposto.
O forse – ma questo a lei non l’ho detto – forse i sogni vogliono solo farmi capire che farei meglio a starmene da solo.
E a posto così.
(da «Sulla colonna»)

 

Il mondo che verrà, di Jim Shepard

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TITOLO: Il mondo che verrà

AUTORE: Jim Shepard   Traduzione: Elena Malanga

EDITORE: Bompiani  PAGINE: 272   PREZZO: 18,00

Queste storie risuonano di voci che appartengono, tra gli altri, agli esploratori inglesi che hanno preso parte a una delle più disastrose spedizioni artiche della storia, ai fratelli Montgolfier - in gara per diventare i primi uomini in grado di volare -, e a due donne di frontiera la cui relazione passionale è contrastata da mariti gelosi e da una tormenta di neve che non lascia scampo. In ogni storia il personale diventa politico poiché questi personaggi, innamorandosi o affrontando insidie coniugali o semplicemente confrontandosi con i propri fallimenti, si trovano davanti all'onda di marea di una natura indifferente e crudele. Una raccolta di racconti che conferma l'abilità dell'autore nell'immaginare mondi fra loro molto diversi, e nel suggerire come il nostro presente, le nostre vite, siano sull'orlo di un abisso.

Leggere Jim Shepard significa intuire perché la nostra ragione profonda di esseri umani sia quella di identificare un confine, valicarlo e capire che questo confine, quasi mai, nonostante la famiglia e i suoi drammi da camera, nonostante noi stessi e le nostre avventure interiori (o social), quasi mai, è un confine solo metaforico.

Chiara Valerio, La Repubblica

Birdwatching notturno, di Sherman Alexie

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TITOLO: Danze di guerra

Autore: Sherman Alexie  Traduzione: Laura Gazzarrini

EDITORE: NN editore   PAGINE: 208   PREZZO: 18,00

 

Al centro dei racconti e delle poesie di Danze di guerra ci sono uomini che, di fronte a una scelta che cambierà le loro vite, cercano la propria strada e una risposta alle paure dell’infanzia o ai dilemmi della maturità. Ogni storia parte da un errore, da un rimpianto o da un conflitto: un padre di famiglia che per legittima difesa uccide un giovane ladro, un figlio che ricorda con dolcezza e rancore il padre morto alcolizzato, un marito incapace di provare ancora desiderio per la bellissima moglie.
Con una lingua poetica e una disincantata ironia, Sherman Alexie ci consegna un libro costruito come un mosaico, dove ogni tassello illumina il precario equilibrio di un’identità, quella dell’uomo di oggi, che rivela la sua natura sfuggente, insicura anche della propria forza, in costante ricerca di un’assoluzione per la propria dolorosa fragilità.

Cattedrale vi propone Birdwatching notturno, contenuto nella raccolta.
 

Che uccello è quello?

Un barbagianni.

Che uccello era quello?

Un altro barbagianni.

Oh, quello era troppo piccolo e veloce per essere un bar­bagianni. Che cos’era?

Un barbagianni piccolo e veloce.

Una notte, quando avevo sedici anni, ero in macchina con la mia ragazza a Little Falls Flat e questo barbagianni è sceso in picchiata sulla strada, forse a una quindicina di metri da noi, volando dritto verso il parabrezza. Era enorme, grande quanto uno pterodattilo, e la mia ragazza si è messa a gri­dare. E, be’, ho gridato anch’io, perché quella cosa ci stava venendo addosso, ma sai che ho fatto? Ho premuto l’acce­leratore e gli sono andato incontro. E sai perché l’ho fatto?

Perché volevi vedere chi era il pollo fra te e il barbagianni?

Esatto.

   E cos’è successo?

Un secondo prima di scontrarci, il barbagianni ha sbat­tuto le ali, ma appena appena. C’è una parola più giusta di “sbattere”? Qual è la parola che vuol dire “sbattere”, ma uno “sbattere” un po’ più leggero?

Che ne dici di “flettere”?

Ecco sì, perfetto. Allora, come dicevo, proprio quando stava per schiantarsi contro il parabrezza, il barbagianni ha flesso le ali ed è sparito nell’oscurità. Ed è stato veramente incredibile, sai? Io ho inchiodato e sono quasi caduto nel fosso. Io e la mia ragazza siamo rimasti lì al buio con il mo­tore che tic-tic-ticchettava come una specie di bomba, ma una bomba esistenziale, come se stesse dosando il niente in­finito delle nostre vite perché quel barbagianni ci era quasi venuto addosso ma se n’era andato per sempre. E ho detto qualcosa tipo: «È stato magnifico» e la mia ragazza, vuoi sapere che mi ha detto?

Ti ha detto qualcosa tipo: «Ti mollo».

Accidenti, è proprio quello che ha detto. E io le ho chie­sto: «Perché mi molli?». E sai lei che ha risposto?

Ha detto: «Ti mollo perché non sei un barbagianni».

Sì, sì, sì, e sai una cosa? Non ho mai smesso di pensare a lei. Sono passati ventisette anni e ancora mi manca. Come mai?

Fratello, non ti manca lei. Ti manca il barbagianni.

Un bel posto per fare l’amore, di Sergio Oricci

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TITOLO: ODI.Quindici declinazioni di un sentimento

Autore: AA.VV  A cura di: Gabriele Merlini

EDITORE: Effequ   PAGINE: 256   PREZZO: 14,00

Quindici giovani autori che, ciascuno con percorsi differenti, si stanno affermando nel variopinto spazio narrativo italiano, sono chiamati a cimentarsi intorno al tema dell’odio, parlando di contrapposizioni, di crisi, di rancori e ancora oltre.
Cattedrale vi propone il racconto di Sergio Oricci Un bel posto per fare l'amore, accompagnato da un'illustrazione di Stefano Cardoselli.

 

Un bel posto per fare l'amore

1.

«Ti piace qui?»
«Insomma».
«Cos’ha che non va?»
«Niente. È che fa freddo».
«Vieni, ti scaldo io».

Ride. La guardo mentre lo fa. Non è bellissima, ma va bene. Ha i denti storti e la lingua corta. Si sente anche quando mi bacia quanto sia corta la sua lingua.

«Va meglio?»
«Sì».
«Lo vedi il fiume?»
«Certo che lo vedo. Non sono mica cieca».
«Sì, ma dico: lo vedi com’è bello?»
«È un fiume».
«E il ponte?»
«Cosa?»
«Il ponte. Ti piace?»
«Oggi sei strano».
«Voglio sapere se ti stai divertendo, ecco tutto».
«Ce ne andiamo?»
«Perché vuoi andartene, piccola?»
L’ho davvero chiamata piccola?

«Perché fa freddo. E c’è puzza».
«Puzza?»
«Puzza di fiume».

Stavolta non posso darle torto. C’è puzza di fiume. Ma non voglio andare via adesso. La stringo più forte, le do un bacio sul collo e la sento contorcersi. Quante scene per un bacetto.

«Ti piace?»
«Mmmsì».

Si struscia su di me. I capelli mi finiscono in bocca e la cosa mi infastidisce. Non profumano come dovrebbero. Non hanno odore.

«Ma è vero che stai con me perché sono più grande?»

Ride ancora.

«Più grande. Ma dai. Abbiamo due anni di differenza, forse meno».

2.

«Quindi sono più grande di te di due anni».
«Ma due anni non sono niente».
«Ero una persona diversa due anni fa. Completamente».
«Io due anni fa ero uguale a oggi. Identica».

La cosa più angosciante è che, molto probabilmente, è la verità.

«Facciamo l’amore?»
«Qui? Sei pazzo».
«Perché? È un posto stupendo».
«Qualcuno potrebbe vederci».
«Sarebbe interessante».
«Cosa?»
«Se qualcuno ci vedesse».
«Per te, forse. Ma per chi mi hai preso?»

Le accarezzo la testa come fosse un cagnolino. So che lo odia. Non dice niente, mi lascia fare. Poi le metto entrambe le mani addosso, le tocco le tette. Non sono piccole. È piacevole stringerle. Così lo faccio con più forza e lei non trattiene un gemito.

«Mi fai male».
«Scusa».
«Guarda che ti sbagli se pensi di convincermi. Qui non si fa niente».

Riprendo ad accarezzarle i capelli. Stavolta sbuffa.

«Guarda che non sono il tuo cane, eh».
«Guarda che non sono il tuo cane, eh».

Ripeto quello che dice imitando la sua voce. Se c’è una cosa che odia più delle carezze sulla testa, è proprio questa.

«Oggi sei peggio del solito. Me ne voglio andare».
«Ma no, dai. Si scherza un po’».
«Il tuo modo di scherzare non mi piace. Mi fai sentire stupida».

La faccio sentire stupida. Dovrebbe ringraziarmi.

«Va bene, scusa. La smetto».
«Occhei».

La vedo sorridere anche se mi dà le spalle. È questo il bello delle persone stupide, dimenticano subito.

«Senti, ce l’hai una gomma?»
«No, piccola. Ma ho un preservativo, se vuoi».

Cerca di divincolarsi. Ora vuole andarsene davvero. Forse ho esagerato troppo presto.

3.

«La smetto davvero, promesso».
«Hai rotto».
«Lo so, piccola. Scusami. Lo sai come sono fatto».
«Male. Però mi piace quando mi chiami piccola».
E questo dice tutto.

«Lo vedi quel punto laggiù?»
«Quale?»
«Quello. Segui il mio dito, là dove l’erba è tutta schiacciata».
«Ah... sì. E allora?»
«Lo sai cosa è successo proprio lì, ieri?»
«Cosa?»
«Hanno violentato una donna».

Rido.

«Ma che cazzo dici? Cosa ci trovi da ridere?»
«Dico la verità. Di divertente ci trovo il contrasto. Tra quello che è successo ieri e quello che sta succedendo oggi».
«Non ti capisco. È un altro dei tuoi scherzi idioti? Ora mi hai davvero rotto».

La stringo di più.

«Non ti sembra bellissimo? Nello stesso posto in cui ieri una tizia è stata costretta a fare qualcosa contro la sua volontà, adesso io e te possiamo fare l’amore desiderandolo tantissimo».
«Vaffanculo. Lasciami».

Tra un attimo si metterà a piangere. Mollo un po’ la presa, comunque non abbastanza da permetterle di liberarsi. Piange, singhiozza. Mi fa quasi pena. Quasi.

«Basta. Basta. Mi fai paura quando fai così, non ne posso più di te».
«Mi stai lasciando?»
«È che non ti capisco».

Tira su col naso. Il rumore che produce è disgustoso.

«Sì, hai ragione. Sono strano».
«A volte sei così dolce. Poi sembra quasi che impazzisci».
«Impazzisco?»

È smarrita. Si vede che non ne può più.

«Sì. Diventi un mostro».
«Ma ti piaccio ancora».
«Voglio andare a casa».
«Va bene, ti porto a casa. Ma non sono un mostro. I mostri sono quei tizi che ieri hanno violentato la ragazza. Non mi puoi paragonare a loro soltanto perché la mia ironia è discutibile». 
«Non ti sto paragonando a loro».
«Ma cazzo. Dicendomi che sono un mostro è come se lo facessi, no?»

Ogni tanto dico una parolaccia per farla sentire più a suo agio. Non è abituata a parlare con persone che non ne dicono mai.

«Dopo tutto quello che mi hai fatto oggi, adesso ti arrabbi tu?»
«Non sono arrabbiato. Sono triste. La mia ragazza pensa che io sia un mostro. Anche se adesso non so se sei ancora la mia ragazza...»
«Sì».
«Sì cosa?»
«Sì sono ancora la tua ragazza. Ma ora lasciami andare».

Non capisco: mi parla in questo modo solo perché è spaventata? Forse cerca di assecondarmi, forse pensa davvero quello che dice.

4.
«Non posso lasciarti andare».
«Perché non puoi? Devi. Te lo chiedo per favore».
«Non posso. È mio dovere proteggerti».
«Ma da cosa? Non ho bisogno di essere protetta».
«Da tutte le cose brutte. Come quella banda di violentatori».

Geppo, l’animale e Marchino vengono fuori dai cespugli davanti a noi. Sono tutti nudi, Geppo ha addirittura il pene eretto. È sempre il migliore, su di lui si può fare affidamento. Lei urla, è disperata. Sembra la stiano scannando mentre si avvicinano saltellando. Si mettono a cantare quella dei tre porcellini. Devo trattenermi e non ridere, altrimenti salterà tutto.

«Tranquilla, non sarai sola. Mi sa che stavolta violenteranno anche me, già che ci sono».

Lei riesce a voltarsi. Ha gli occhi più spalancati e increduli che abbia mai visto. Le guance rigate di trucco.
Urla di nuovo. Scommetto che per i prossimi tre giorni non riuscirà neanche a parlare, da quanto sta urlando. E sono convinto che le stia passando per la testa la possibilità che siamo d’accordo, io e i tre porcellini. 
Sono a pochi passi da noi. La lascio andare. Tira uno strillo peggiore di tutti gli altri messi assieme quando si rende conto di essere libera. Si alza di scatto ma perde l’equilibrio e finisce a terra con la faccia rivolta verso di me. Terrore puro. Vorrei immortalare l’espressione in una fotografia però non lo faccio mai. Troppo rischioso.

«Scappa, non pensare a me.»

Vorrei aggiungere se è un culo che vogliono, sarà il mio che avranno, ma ho paura che così la situazione appaia troppo grottesca. Non voglio che capisca, o almeno non fino in fondo. Lei sembra titubante. È incredibile che ancora si faccia scrupoli a lasciarmi lì, visto il modo in cui l’ho trattata nelle ultime settimane. Ma dopo ancora qualche istante di indecisione si volta e parte. Corre. Geppo, come da programma, la sfiora e quasi l’acchiappa, però poi la lascia andare.

5.

A quel punto è l’animale a mettersi davanti a lei, come un rugbista pronto a placcarla. Il suo sorriso storto è meraviglioso. Io le urlo di correre più veloce che può. E lei corre. L’animale si fa scartare, poi tocca a Marchino che si lancia verso di lei e le sbatte contro. La fa finire a terra con la faccia nel fango. Marchino finge di essere stordito, gli altri due invece le si avvicinano, più lentamente di quanto potrebbero fare. Grugniscono, i tre porcellini. Io, lupo cattivo diventato per una volta complice, mi godo la scena.
Riesce a rialzarsi. Si gira ancora verso di me. Le faccio dei gesti come per invitarla ad andare. E lei va, tra le urla e le lacrime. Appena svolta e risale verso il ponte, io, l’animale, Marchino e Geppo scoppiamo a ridere tutti insieme.

«Rivestitevi, presto. Dobbiamo toglierci da qui in meno di un secondo».

Geppo non ce la fa, sta morendo dalle risate. È piegato in due e gli si è anche ammosciato. Alla fine si ricompone.
È andata, anche stavolta.
«Andiamo a prenderci una birra?»
«Ma sì, dai. Il tempo per cercarcene un’altra non manca».

Ci allontaniamo fischiettando un motivetto a noi tanto caro. Adesso siamo in quattro. Ma fa lo stesso.

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La sfortuna di Bidarshik, di Jack London

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TITOLO: Il grido del corvo

Autore: Jack London  A cura di: Lorenzo di Paola 

EDITORE: Alessandro Polidoro Editore   PAGINE: 176   PREZZO: 12,00

A fine Febbraio 2018 sarà in libreria Il grido del corvo, di Jack London, pubblicato da Polidoro Editore, che riporta tra gli scaffali un classico della narrativa breve, dimenticato e scomparso dalle librerie.

Cattedrale ve ne da un'anticipazione, pubblicando uno dei racconti della raccolta.
 

La sfortuna di Bidarshik

«Fare la mia cucina al vostro fuoco, e dormire sotto il vostro tetto questa notte».
Ecco quel che avevo detto al vecchio Ebbits, entrando nella sua capanna; egli mi aveva guardato con un occhio cisposo e vago, mentre Zilla mi aveva gettato uno sguardo corrucciato e un grugnito di disprezzo. Zilla era la moglie, e sullo Yukon non si sarebbe trovata una vecchia squaw più implacabile, né una lingua più cattiva. Non mi sarei fermato lì se i miei cani fossero stati meno stanchi o se il resto del villaggio fosse stato abitato; ma quella capanna era la sola occupata, e fui costretto a cercarvi ricovero.
Di tanto in tanto il vecchio Ebbits raccoglieva le sue idee, mentre scintille e segni d’intelligenza andavano e venivano nei suoi occhi. Durante la preparazione della mia cena, cercò varie volte di rivolgermi qualche domanda cortese a riguardo della mia salute, dello stato e del numero dei miei cani e della distanza che avevo percorso quel giorno. E ogni volta Zilla aveva assunto un’aria più imbronciata e aveva brontolato ancora con maggiore disprezzo.    
Tuttavia, confesso che non c’era nulla che potesse incoraggiarli alla gioia. Erano lì entrambi rannicchiati accanto al fuoco, alla fine dei loro giorni, vecchi, pieni di acciacchi, senza forza, lancinati dai reumatismi, morsi dalla fame e tentati dagli odori di frittura e di carne che io avevo in abbondanza. Si dondolavano in avanti e indietro con un movimento lento e macchinoso, e ogni cinque minuti, regolarmente, Ebbits gemeva sordamente. Non era tanto un gemito di dolore, quanto un lamento che derivava dal peso e dal tormento di quella cosa chiamata vita, e più ancora dal timore della morte.
Quando la mia carne di alce crepitò vivamente nella padella, notai che le narici del vecchio Ebbits si contraevano e si aprivano all’odore del cibo. Cessò un momento di dondolarsi e dimenticò di gemere, mentre un lampo d’intelligenza sembrava illuminargli il volto.
Zilla, dal canto suo, si dondolava più presto, e per la prima volta diede voce al suo dolore con piccoli gridi acuti. Pensai che agivano come cani affamati, e dopo tutto non sarei stato sorpreso se Zilla avesse improvvisamente mostrato la coda e l’avesse dimenata sul pavimento alla maniera dei cani. Ebbits cessò a varie riprese di dondolarsi, per chinarsi in avanti e avvicinare il naso palpitante al focolare.
Quando passai loro un piatto di carne fritta, mangiarono golosamente facendo rumore; si udiva lo stritolare dei denti logori, le aspirazioni fischianti accompagnate da mormorii e da grugniti continui. Dopo questo, quando diedi a ciascuno di loro una tazza di tè bollente, i rumori cessarono. Il sollievo e la soddisfazione apparvero sul loro volto. Zilla rinunciò per un istante alla sua smorfia amara, per lanciare un sospiro di soddisfazione. Né l’uno né l’altro si dondolavano più; sembravano caduti in una meditazione placida. Poi gli occhi di Ebbits si bagnarono e compresi che era il dolore della pietà di se stesso. Le ricerche che fecero per trovare le loro pipe mi mostrarono chiaramente che erano stati senza tabacco per lungo tempo, e l’impazienza del vecchio per il narcotico lo rese impotente al punto che mi occorse accendergli la pipa.
«Perché siete così soli nel villaggio?» domandai. «Sono forse tutti morti? O vi sono state molte malattie? Siete i soli viventi che restano?».
Il vecchio Ebbits scosse il capo, dicendo:
«No, non ci sono state molte malattie. Il villaggio è andato a caccia per avere della carne. Noi siamo troppo vecchi, le nostre gambe non sono forti e non possiamo più portare sulle spalle i pesi del campo e del viaggio. Perciò restiamo qui e ci chiediamo quando i giovani torneranno con la carne».
«Supposto che i giovani torneranno con la carne!» disse Zilla bruscamente.
«Forse torneranno con molta carne» riprese con voce tremula il vecchio.
«E anche con molta carne!» continuò la squaw ancora più bruscamente.
«Ma che ne guadagneremo, tu e io? Qualche osso da rosicchiare nella nostra vecchiaia sdentata. Ma il grasso, i rognoni, la lingua, tutto questo andrà in altre bocche e non nella nostra, vecchio!».
Ebbits dondolò il capo e pianse in silenzio.
«Non ci sarà nessuno per cacciare della carne per noi!» gridò la donna, volgendosi con collera dalla mia parte.
C’era un’accusa nel suo gesto, e io mi strinsi nelle spalle per mostrare che non ero colpevole del delitto sconosciuto di cui ero accusato.
«Sappi, Uomo Bianco, che proprio a causa della tua razza, a causa di tutti i bianchi, il mio uomo e io non abbiamo cibo nella nostra vecchiaia, e siamo seduti senza riparo contro il freddo e senza tabacco».
«No» disse gravemente Ebbits, il cui senso di giustizia era più sviluppato. «Ci hanno fatto torto, è vero, ma l’uomo bianco non aveva intenzione di farci torto».
«Dov’è dunque Moklan?» chiese lei. «Dov’è il tuo figlio vigoroso, e il pesce che egli era sempre pronto a portare affinché tu potessi mangiare?».
Il vecchio dondolò il capo.
«E dov’è Bidarshik, il tuo figlio forte? Era sempre un gran cacciatore e sempre ti portava il buon grasso, e le lingue secche dell’alce e del caribù. Il tuo stomaco è pieno di nulla per giorni interi e deve venire un uomo di una razza miserabile e bugiarda perché tu possa mangiare».
«No» interruppe il vecchio Ebbits con bontà; «l’uomo bianco non è bugiardo. L’uomo bianco dice la verità: dice sempre il vero».
Si fermò guardandosi intorno come per cercare delle parole che addolcissero la severità di quello che stava per dire.
«Ma il bianco dice la verità in differenti modi. Oggi dice il vero in una maniera, domani dirà il vero in un’altra maniera, ed è difficile comprenderlo o comprendere i suoi modi».
«Dire oggi la verità in un modo, domani dirla in un altro, è mentire» concluse Zilla.
«Non si può comprendere il bianco» continuò Ebbits ostinato.
La carne, il tè e il tabacco sembravano averlo ricondotto alla vita, ed egli padroneggiò più fortemente la sua idea dietro gli occhi cisposi di vecchio. Si raddrizzò, s’irrigidì, la sua voce perse la nota lamentosa e divenne ferma e positiva. Si girò verso di me con dignità e mi parlò come un uomo si rivolge a un suo simile.
«Gli occhi del bianco non sono chiusi» cominciò. «Il bianco vede tutte le cose, pensa profondamente ed è molto saggio. Ma il bianco d’un giorno non è quello del giorno successivo e non lo si può comprendere. Non fa sempre le cose nello stesso modo: quale sarà la sua prossima azione, non si sa».
Tacque, tirò una boccata dalla pipa, vide che era spenta e la passò a Zilla, le cui labbra, rinunciando a dimostrare lo sdegno per l’uomo bianco, si appoggiarono sul cannello della pipa. Ebbits sembrava ricadere nella sua insensibilità senza aver finito la storia, quando gli domandai:
«Che avvenne dei tuoi figli Moklan e Bidarshik? E com’è che tu e la tua vecchia siete senza carne fino alla fine dei vostri giorni?».
Egli sembrò uscire da un sonno e si raddrizzò con sforzo.
«Non è bene rubare» disse. «Quando il cane prende la vostra carne, voi picchiate il cane col bastone... è la legge. È la legge che l’uomo diede al cane, e il cane deve seguirla sotto pena di essere bastonato. Quando l’uomo prende la vostra carne, il vostro canotto, la vostra donna, voi uccidete quest’uomo... È la legge e una buona legge. È male dunque rubare, è legge che l’uomo che ruba dovrà morire. Chiunque infrange la legge deve soffrire. È una grande sofferenza morire».
«Ma se tu uccidi l’uomo, perché non uccidi il cane?». Il vecchio Ebbits mi guardò con una sorpresa infantile, mentre Zilla ghignava apertamente, tanto la mia domanda era assurda.
«È la maniera dei bianchi!» brontolò Zilla.
Allora il vecchio Ebbits insegnò la saggezza all’uomo bianco e disse dolcemente:
«Il cane non è ucciso perché deve tirare la slitta dell’uomo. Nessun uomo tira la slitta di un altro uomo: per questo l’uomo è ucciso».
«Oh!» mormorai.
«È la legge» continuò il vecchio Ebbits. «Ora ascolta, Uomo Bianco, e ti racconterò una grande follia. C’è un indiano, il suo nome è Mobits. Egli ruba due libbre di farina a un bianco; che fa il bianco? Picchia forse Mobits? No... Lo uccide? No... Che fa a Mobits? Te lo dirò, Uomo Bianco. Egli ha una casa, vi mette Mobits. Il letto è buono, i muri sono spessi. Egli accende un fuoco affinché Mobits abbia caldo, dà a Mobits molto da mangiare, e buon nutrimento. Mobits non ha mai mangiato così bene in vita sua: c’è del lardo, pane, e fagioli in quantità.
«C’è una grossa serratura alla porta, affinché Mobits non fugga:anche questa è una grande follia. Mobits non se ne va... perché ha tutto il tempo molto da mangiare, coperte calde e un gran fuoco. Sarebbe sciocco andarsene e Mobits non è sciocco. Per tre mesi, egli resta in questa casa: ha rubato due libbre di farina, e a causa di ciò il bianco ha gran cura di lui. Mobits mangia molte libbre di farina, molte libbre di zucchero, lardo e fagioli in quantità. Dopo tre mesi, il bianco apre la porta e dice a Mobits che deve andarsene. È come un cane che è stato nutrito a lungo in un posto; egli vuole restare in quel posto, e il bianco deve cacciare Mobits. Così Mobits torna al suo villaggio ed è molto grasso. È il modo di fare del bianco e non si comprende. È una grande follia».
«Ma i tuoi figli» insistei «i tuoi figli così forti e la fame che ti segue negli ultimi tuoi giorni di vita?».
«C’era Moklan» cominciò Ebbits.
«Un uomo forte» interruppe la madre. «Poteva manovrare la pagaia tutto un giorno e tutta una notte senza mai arrestarsi per riposare. Conosceva il salmone e conosceva l’acqua. Era molto saggio».
«C’era Moklan» ripetè Ebbits, senza considerare l’interruzione. «Durante la primavera discese lo Yukon coi giovani per trafficare a Fort Campbell. Là c’è un posto pieno di cose dell’uomo bianco e un commerciante che si chiama Jones. C’è anche uno stregone bianco che voi chiamate missionario. C’è pure a Fort Campbell un sito pericoloso, dove lo Yukon diventa sottile come una fanciulla e le acque sono rapide e le correnti si slanciano da tutte le parti e s’incontrano, e ci sono dei mulinelli e dei buchi. Le correnti cambiano senza posa e le acque cambiano in modo che non è mai la stessa cosa. Moklan mio figlio, è coraggioso».
«Mio padre forse non era un uomo coraggioso?» domandò Zilla.
«Tuo padre era coraggioso» ammise Ebbits, con l’aria di un uomo che vuole la pace domestica a ogni costo. «Moklan è mio e tuo figlio, dunque è coraggioso. Forse a causa di tuo padre che è coraggiosissimo. Moklan è troppo coraggioso. È come quando si mette troppa acqua in un vaso, esso trabocca: così il troppo coraggio in Moklan, lo fa traboccare.
«I giovani temono molto le cattive acque di Fort Campbell, ma Moklan non ha paura. Ride fortemente, oh! oh! e va nelle acque pericolose. Ma là dove le acque si incontrano, il canotto è capovolto. Un gorgo prende Moklan per le gambe, egli gira e gira, scende sempre più giù e non lo si rivede».
«Ahi! Ahi!» gridò Zilla. «Era bravo e saggio, il mio primo nato!».
«Io sono il padre di Moklan» disse Ebbits, dopo aver pazientemente atteso che la moglie avesse finito la sua rumorosa interruzione. «Montai nel canotto e discesi il fiume fino a Fort Campbell per farmi pagare il debito».
«Il debito?» esclamai. «Quale debito?».
«Il debito di Jones che è il capo commerciante» fu la risposta. «È la legge, quando si viaggia in paese straniero».
Scossi il capo in segno d’ignoranza; Ebbits mi guardò con compassione, mentre Zilla sbuffava sdegnosamente, secondo la sua abitudine.
«Ascolta, Uomo Bianco; nel tuo campo c’è un cane che morde; quando il cane morde un uomo, tu dai a quest’uomo un regalo perché ti rincresce e perché è il tuo cane. Tu paghi, non è vero? Così pure, se c’è nel paese cattiva caccia o acqua pericolosa, bisogna pagare. È giusto, è la legge. Il fratello di mio padre non andò forse al paese di Tanana, dove fu ucciso da un orso? La tribù di Tanana non pagò forse a mio padre molte coperte, e belle pellicce? Era giustizia: la caccia era stata cattiva e la gente di Tanana pagò per la cattiva caccia.
«Dunque io, Ebbits, andai a Fort Campbell per recuperare il debito. Jones, il capo commerciante, mi guardò e rise. Rise fortemente e non volle pagare. Andai dallo stregone, voi lo chiamate missionario, e gli parlai a lungo delle acque cattive e del pagamento che mi era dovuto. E il missionario parlò di altre cose. Mi parlò del posto dove era andato Moklan, ora che era morto: c’è molto fuoco in quel posto; se il missionario dice il vero, io so che Moklan ora non avrà più freddo. Il missionario mi disse anche dove andrò io quando morirò e disse cose cattive. Disse che sono cieco, che è una menzogna. Disse che sono in una grande oscurità, che è un’altra menzogna. E gli risposi che il giorno e la notte vengono ugualmente per ciascuno, e che nel mio villaggio non c’è più buio che a Fort Campbell. Dissi pure che la luce e le tenebre e il posto dove andiamo quando moriamo non hanno nulla a che fare col pagamento di un debito giusto per le acque cattive. Allora il missionario si mise in grande collera, mi diede dei brutti nomi e mi disse di andarmene. Così partii da Fort Campbell, dove non mi pagarono affatto: e Moklan era morto, e nella mia vecchiaia sono senza pesce né carne».
«Per colpa del bianco» disse Zilla.
«Per colpa del bianco» approvò Ebbits. «Ci sono altre cose che sono colpa del bianco. C’era Bidarshik. L’uomo bianco lo trattò in un modo e tuttavia trattò Yamikan in un’altra maniera. E devo dirti che Yamikan era un giovane di questo villaggio al quale accadde di uccidere un uomo di un’altra razza: ciò ha sempre gravi conseguenze.
«Non fu colpa di Yamikan se uccise un bianco. Yamikan parlava sempre dolcemente e fuggiva la collera come un cane fugge il bastone. Ma quel bianco beveva molto whisky, e una sera andò alla casa di Yamikan e voleva battersi. Yamikan che non voleva morire, uccise il bianco.
«Allora tutto il villaggio ne fu scosso; temevano molto di dover pagare una grossa somma ai parenti del bianco: nascondiamo dunque le nostre coperte, le nostre pellicce e tutta la nostra ricchezza allo scopo di sembrare poveri e di pagare solo una piccola somma.
«Molto tempo dopo vennero i bianchi. Erano soldati, condussero via Yamikan con loro. La madre fece un gran chiasso e mise le ceneri nei capelli perché credeva che Yamikan stesse andando incontro a morte certa. Tutto il villaggio lo sapeva e si rallegrava di questo, perché nessuna somma era stata richiesta.
«La cosa accadde in primavera, quando il ghiaccio era scomparso dal fiume. Un anno passò, due anni. La primavera tornò, il ghiaccio sparì. Allora Yamikan, che era considerato morto, ritornò. Ma non era morto ed era molto grasso, e scoprimmo che aveva dormito caldamente e che aveva avuto molto da mangiare. Aveva begli abiti ed era in tutto come un bianco; aveva acquistato molta saggezza, così che divenne presto capo del villaggio.
«Aveva strane cose da raccontare sulle maniere del bianco, perché aveva visto molti bianchi e aveva viaggiato molto nel loro paese. In principio, il soldato bianco lo condusse lontano discendendo il fiume: lo condusse fino in fondo al fiume, in un posto dove le acque cadono in un lago che è più grande di tutte le terre e più grande del cielo; sembra una cosa impossibile, ma Yamikan giura di averlo visto. Egli mi disse anche che le acque di quel lago sono salate, e ciò è strano e difficile da comprendere.
«Ma il bianco conosce anche lui tutte queste meraviglie, e io non lo stancherò raccontandogliele. Soltanto, voglio dirgli quel che accadde a Yamikan. Il bianco diede a Yamikan molto buon cibo; tutto il tempo, Yamikan mangiava e ce n’era sempre ancora. Il bianco viveva sotto il sole, a quanto dice Yamikan, in un paese dove c’era molto calore. Lì gli animali avevano solo peli, non pelliccia, le piante verdi erano grandi, e là coltivavano la farina, i fagioli e le patate. E sotto il sole la fame non si soffriva. C’era sempre molto da mangiare: io non so come, diceva Yamikan. Una cosa strana accadde a Yamikan: il bianco non gli fece mai alcun male. Gli diedero un letto caldo la notte e molto buon cibo. Lo condussero attraverso il gran lago salato che è grande quanto il cielo. Egli era sul battello a fuoco del bianco, quello che voi chiamate battello a vapore; ma il battello era venti volte più grande di quello dello Yukon. Quel battello è fatto in ferro, eppure non affonda. Questo non lo comprendo; ma Yamikan disse: “Ho viaggiato lontano sul battello di ferro, e, guardate, sono ancora vivo”. È il battello per i soldati dei bianchi, con molti soldati a bordo.
«Dopo molte notti di viaggio, tanto, tanto tempo dopo, Yamikan arrivò in un paese dove non c’era neve. Questo non posso crederlo. Non è nella natura delle cose che quando l’inverno viene non ci sia neve. Ma Yamikan ha visto: ho chiesto ai bianchi e loro hanno detto che non c’è neve in quel paese. Ma non posso comprenderlo, e ora domando a voi se veramente la neve non cade in quelle contrade. Vorrei anche sapere il nome di quel paese: l’ho inteso già; ma vorrei udirlo ancora, se è lo stesso. Saprò così se ho udito delle menzogne o la verità».
Il vecchio Ebbits mi guardò; gli occorreva la verità a ogni costo, quantunque il suo desiderio fosse di conservare la propria fede in quella cosa meravigliosa che non aveva mai visto.
 «Sì» risposi «è la verità che avete sentito. Non c’è neve in quel paese e il suo nome è California».
«Ca-li-for-ni-a» mormorò due o tre volte, ascoltando con attenzione il suono delle sillabe che cadevano dalle sue labbra. «Sì, è lo stesso paese di cui Yamikan ha parlato».
Compresi che l’avventura di Yamikan era avvenuta quando l’Alaska era da poco passata nelle mani degli Stati Uniti. Un caso di assassinio di quella natura, prodottosi prima dell’istituzione dei tribunali sul territorio, era stato giudicato negli Stati Uniti, davanti alla corte federale.
«Quando Yamikan giunse nel paese dove non c’è neve» continuò il vecchio Ebbits «lo condussero in una grande casa dove numerosi uomini parlano molto. Essi parlano a lungo e domandano a Yamikan molte cose. Più tardi gli dicono che non gli daranno noie. Yamikan non comprende, perché non l’hanno mai annoiato; perché tutto il tempo gli hanno dato un posto caldo per dormire e molto da mangiare.
«Ma dopo questo gli diedero un cibo ancora migliore, gli diedero del denaro, lo condussero in molti posti del paese dei bianchi ed egli vide tante cose strane che sono al di là della comprensione di Ebbits, che è un uomo vecchio e che non ha viaggiato lontano. Dopo due anni, Yamikan tornò al suo villaggio, e divenne il capo pieno di saggezza fino alla sua morte.
«Ma, prima di morire, egli sedeva spesso accanto al fuoco, e raccontava le cose strane che aveva visto. E Bidarshik, che è mio figlio, sedeva accanto al fuoco e ascoltava, e i suoi occhi s’ingrandivano a causa di quello che ascoltava. Una sera, dopo che Yamikan era rientrato nella sua casa, Bidarshik si levò così, altissimo, e, battendosi il petto col pugno, disse:
«“Quando sarò un uomo, viaggerò lontano, anche fino al paese dove non c’è neve e vedrò le cose coi miei propri occhi”».
«Bidarshik ha sempre fatto dei viaggi lontano» interruppe Zilla fieramente.
«Questo è vero» assentì Ebbits gravemente: «e sempre egli tornò per sedersi accanto al fuoco e sospirare per altri paesi più lontani ancora».
«E sempre ha ricordato il lago salato che è così grande come il
cielo, e il paese sotto il cielo, dove non c’è neve» disse Zilla.
«E sempre ha detto: “Quando avrò tutta la forza di un uomo, andrò a vedere io stesso se le parole di Yamikan sono vere”» disse Ebbits.
«Ma non c’era mezzo di andare al paese dei bianchi» disse Zilla.
«Non è andato fino al lago salato grande come il cielo?» domandò Ebbits.
«Ma non c’era mezzo per lui di attraversare il lago».
«Tranne nel battello a fuoco dei bianchi, che è fatto con ferro e che è più grande di venti battelli a vapore dello Yukon» disse Ebbits.
Guardò con aria corrucciata Zilla, le cui labbra avvizzite già si aprivano per parlare, e le impose silenzio.
«Ma il bianco non voleva lasciarlo attraversare il lago nel battello a fuoco» riprese Ebbits «ed egli tornò al focolare, sospirando per il paese sotto il sole dove non c’è neve».
«Eppure, aveva visto sul lago salato il battello a fuoco fatto in ferro e che non andava giù» gridò Zilla, incorreggibilmente.
«Sì» disse Ebbits «e vide che Yamikan aveva detto il vero, parlando di quello che aveva visto. Ma non c’era alcun mezzo perché Bidarshik viaggiasse nel paese dei bianchi, ed egli divenne malato e scoraggiato come un vecchio e non volle lasciare il fuoco. Non uscì più per cacciare la carne».
«Né mangiò più il cibo che gli mettevamo davanti» aggiunse Zilla. «Scuoteva il capo e diceva: “Non voglio mangiare che il cibo dei bianchi e ingrassare come Yamikan”».
«E non mangiò il cibo» continuò Ebbits, «e la malattia di Bidarshik aumentò a tal punto che credetti stesse per morire. Non era una malattia del corpo, ma della testa: era una malattia del desiderio. Io Ebbits, suo padre, feci una grande riflessione. Non ho più figli e non voglio che Bidarshik muoia. È una malattia della testa e non c’è che una cosa per guarirla. Bisogna che Bidarshik faccia il viaggio attraverso il lago grande come il cielo, nel paese sotto il sole e dove non c’è neve. Penso a lungo e allora trovo un modo.
«Così una sera che egli è seduto accanto al fuoco, molto malato, la testa bassa, gli dico “Figlio mio, ho appreso il mezzo col quale tu andrai al paese dei bianchi”. Egli mi guarda, e il suo viso è gioioso. “Va”, dissi, “come Yamikan è andato”. Ma Bidarshik è malato e non comprende. “Va”, dissi, “e trova un bianco, e come Yamikan uccidilo. Allora il soldato bianco verrà a prenderti e, come hanno fatto per Yamikan, tornerai molto grasso, con gli occhi pieni di quel che avrai visto e con la testa piena di saggezza”.
«E Bidarshik si leva subito e la sua mano si tende per afferrare il suo fucile. “Dove vai?”, dico. “A uccidere il bianco”, risponde. E vedo che le mie parole sono state buone per le orecchie di Bidarshik e che egli sta per recuperare la salute. Vedo anche che le mie parole sono sagge.
«Un bianco venne nel villaggio, non cercava l’oro nel suolo, né le pellicce nella foresta. Cercava tutto il tempo mosche e scarabei. Non mangiava né le mosche, né gli scarabei, perché li ricercava? Non so. Tutto quel che so, è che egli era un bianco di aspetto strano: cercava le uova degli uccelli, non mangiava le uova; tutto quello che è nell’interno, lo gettava via e conservava solo il guscio. I gusci d’uovo non sono buoni da mangiare; egli non li mangiava, ma li metteva dentro scatole molli dove non si rompono. Prendeva molti piccoli uccelli, non prendeva che le penne e le metteva dentro scatole. Amava anche le ossa; le ossa non sono buone da mangiare: quell’uomo strano preferiva le ossa vecchie che dissotterrava dal suolo.
«Ma non era un bianco pericoloso e sapevo che sarebbe morto molto facilmente. Allora dissi a Bidarshik “Figlio mio, ecco il bianco che devi uccidere”; e Bidarshik disse che le mie parole erano sagge. Allora andò in un posto dove sapeva che c’erano molte ossa nel suolo, dissotterrò molte di queste ossa e le portò al campo dello strano uomo bianco. Il bianco ne fu molto contento, il suo volto brillava come il sole, sorrideva con molta felicità guardando le ossa. Abbassò la testa, così per vedere le ossa, e allora Bidarshik lo colpì fortemente sulla testa con l’ascia una sola volta, in questo modo, e il bianco strano diede un colpo di piede e morì.
«“Ora” dissi a Bidarshik “il soldato bianco verrà a prenderti per condurti nel paese sotto il cielo dove tu mangerai molto e diverrai grasso”. Bidarshik era felice: la sua malattia era già passata, stava seduto accanto al fuoco e attendeva l’arrivo dei soldati bianchi.
«Come potevo sapere che la maniera del bianco non è mai due volte la stessa?» domandò il vecchio, volgendosi verso di me con ferocia. «Come potevo sapere che ciò che il bianco ha fatto ieri non lo farà oggi, e che quello che ha fatto oggi non lo farà domani?».
Ebbits scosse il capo tristemente:
«Impossibile comprendere il bianco: ieri conduce Yamikan nel paese che è sotto il sole e lo ingrassa con molto cibo. Oggi prende Bidarshik e che ne fa? Lasciami dire quello che fa di Bidarshik. «Io, Ebbits, suo padre, te lo dirò. Egli condusse Bidarshik a Fort Campbell, gli annodò una corda intorno al collo, e così, quando i suoi piedi non toccarono più il suolo, morì».
«Ahi, ahi» pianse Zilla «e mai egli attraversò il lago grande come il cielo, né vide il paese sotto il sole dove la neve non discende mai».
«E così» disse il vecchio Ebbits con una dignità grave «non c’è nessuno per cacciare il cibo per me nella mia vecchiaia, e io seggo accanto al fuoco e dico la mia storia al bianco che mi ha dato il nutrimento, il tè e il tabacco per la mia pipa».
«A causa del bianco miserabile e bugiardo» disse Zilla.
«No» rispose il vecchio con dolcezza «a causa della maniera del bianco che non si comprende, e che non è mai due volte la stessa».

 

La conoscenza di sé, di Luca Doninelli

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TITOLO: La conoscenza di sé

Autore: Luca Doninelli

EDITORE: La nave di Teseo   PAGINE: 262   PREZZO: 17,00

 

di Gianluca Nativo

La conoscenza di sé è una raccolta di quattro racconti, d’ambientazione milanese, con personaggi prevalentemente omosessuali. La recensione potrebbe continuare su questo tono analitico, da sterile parere di lettura. Le quattro storie sono infatti narrate in modo simile, da una voce quasi accademica, modulata su una lingua esplicativa che, senza troppe bellurie, sviluppa più un procedimento dialettico che una trama avvincente.
Quasi ogni racconto si apre con una domanda, una richiesta di senso. E spesso quanto viene messo in dubbio è la cosa che ci spaventa di più perché diamo per assodato che sia vera, intoccabile: la nostra identità.
Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, Fernanda, trentenne proprietaria di un negozio d’antiquariato, ci tiene a precisare sin dall’inizio le motivazioni della sua omosessualità: trauma infantile, condizione genetica, indifferenza al sesso maschile. Fidanzata con una lesbica militante - convinta di essere così perché così ci è nata - Fernanda sente al contrario il bisogno di giustificare la sua condizione. Questa esigenza esplode nell’incontro con Maurizio, giovane e timido insegnante che, non appena mette piede nel negozio d’antiquariato, si innamora di lei. Anche venendo a sapere della sua omosessualità Maurizio non si capacita di quella attrazione. È così innamorato da far saltare la sovrastruttura cui – forse – Fernanda si sente prigioniera: solo donne, niente uomini. E tra i due nascerà una storia che durerà per tutta la loro vita.
Chi si aspettava un ritorno alla propria omosessualità, così come chi una correzione bigotta, resterà in ogni caso deluso. Fernanda, dopo una vita passata con Maurizio, non ha ancora trovato la risposta che cercava.

Nella vita che seguì si verificarono molti fatti dolorosi, ma i due compirono anche molti bellissimi viaggi, e in un giorno caldo ma limpido arrivò anche un bambino.
Per l’occasione Maurizio acquistò anche un’automobile nuova. I due costruirono, senza esserselo proposto, senza averlo mai immaginato, qualcosa di simile a una vita insieme, e per anni si domandarono come mai alla loro generazione non fosse più saltata in mente una cosa del genere. […] Era come se la parola “vita” fosse stata cancellata dalla testa delle persone della loro generazione. Una vita, una vita. Vita: non è una parola strana? Ascoltandola dieci, cento volte, si capisce che è proprio strana.

I racconti di Doninelli si esprimono più che su un piano narrativo, su uno decisamente ideologico. I personaggi sono come monadi che interagiscono tra loro fino a formare un sillogismo difettoso, che non va a parare da nessuna parte se non a creare nuove domande, o nuove immagini. La città di Milano, lontana da qualsiasi forma di realismo urbano, dalla classica topografia nebbiosa e industriale, somiglia più a una piattaforma geometrica, dove i personaggi possono muoversi su binari infiniti.
La metamorfosi, la prospettiva di poter cambiare in ogni momento la propria immagine, è forse l’unica condizione attuabile.
Anna, la protagonista del racconto che apre la raccolta, La danza del tempo, ha diciannove anni e non sa riconoscere quando è il momento di divertirsi e quando quello di piangere. Sei depressa? Forse sei lesbica?, sono le domande che le fanno le amiche. Affascinata dalla biografia di Boy George, frontman dei Culture Club, decide che forse ha solo bisogno di cambiare, di diventare qualcosa: diventa così un uomo e un artista, molto quotato, anche all’estero; eppure dopo un po’ anche questa trasformazione non basta.

Spesso l’immagine che ci facciamo della felicità è sbagliata, però un’immagine è sempre necessaria.[…] Ma cosa succede se una persona non è più in grado di produrre nessuna nuova immagine? Non credo, rispose la prof, che questa persona possa esistere, ma penso che se esistesse sarebbe per lui come se il mondo fosse finito.

Le domande restano sempre, in tutti i racconti. Ma leggendoli si tira un sospiro di sollievo: la lieve astrazione della narrazione, la leggerezza dialettica di fronte a domande anguste, accantonano molte metafore superflue, e sembrano seguire le tracce di un nuovo illuminismo che ha l’intenzione testarda di rispondere alla più complessa e antica delle domande: “Ma noi, chi siamo?”

 

Occhiali, una meraviglia di Danilo Soscia

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TITOLO: Atlante delle meraviglie, sessanta piccoli racconti mondo

AUTORE: Danilo Soscia

EDITORE: minimum fax   PAGINE: 280   PREZZO: 18,00

 

Oggi dedichiamo la vetrina a uno dei racconti mondo contenuti nel libro di Danilo Soscia: una scatola magica che racconta sessanta parabole esemplari, memorie infedeli, miti e fantasmi, inventando una sulfurea e personalissima Spoon River e narrando con uno stile potente e originale le inquietudini e le ossessioni che da sempre attanagliano il cuore e la mente degli uomini. 

Ottimo esempio di come l'arte del racconto, in Italia,
sia ancora capace di mostrarci tutto il suo inesauribile potenziale.

Andrea Caterini - Il Giornale


OCCHIALI

Di me e di te, alla fine, rimarranno solo gli occhiali. Mai più l’odore del caffè, né il vuoto che viene dopo i sogni sognati insieme. Mai più il terrore di parlare al mattino, il naso azzerato dai reflui di sapone nelle lenzuola, il tuo viso caduto. Solo gli occhiali non si decomporranno con noi. Quando apriranno un varco nella nostra camera da letto, quando abbatteranno il muro di mattoni con il quale abbiamo sigillato la porta del nostro nido, troveranno solo ciò che il tempo non avrà già trasformato in materia granulosa. Nessuno saprà mai quale sia stato il cibo con cui abbiamo riempito i piatti che mangeremo da morti. Solo noi sapremo qual è stato il nostro bagaglio, la sua verità. Le piante che avremo invasato per ultime, i vestiti che avremo indossato per ultimi, e le scarpe. La saliva nella bocca evaporerà, ma gli insetti non si ciberanno di noi. Noi seccheremo. Saremo polvere rossa, indurita, senza odore. Saremo noi a scegliere se indosseremo i vestiti, oppure se aspetteremo nudi, stanchi di diventare perenni. Non lasceremo alcuna impronta sulle nostre lenzuola. A guardia del letto avremo gli ultimi fori raccolti, legati insieme dal filo di ferro, cosicché dei nostri fori si conserverà almeno il vuoto. Ti ho guardata tutta la vita come non si guarda nessuno, e ogni giorno salutarti per recarmi altrove era uno scandaloso sollievo. Non ti ho mai detto che le tue labbra avevano mille pronunce, ed ero innamorato del tuo sesso quasi nascosto, minuscolo e difeso tra i muscoli delle cosce. Non ti ho mai detto che la tua sagoma era perfetta e pesante, che la tua carne fibrosa mi faceva soccombere quando mi montavi, e la tua noia, impenetrabile, era un dono. Non ti ho mai detto e non ti dirò mai che la tua distanza era la misura giusta di ogni evento. Perché avrei dovuto? Con te tutto finiva, e io ero felice. E la prima volta che nel buio ho visto appassire il tuo sguardo, ho compreso che non mi sarei salvato, che non avremmo avuto altro tempo insieme. Sono stato sublime nel farmi odiare. Ti ho soffocata, mi hai soffocato. Il mio spirito da centometrista si è messo a lacrimare, quando arrivato al traguardo si è voltato verso il punto di partenza e ti ha vista ancora lì, chiusa nella giacca verde militare, e con te i tuoi occhiali, la tua protesi assoluta, la tua parte migliore. Siamo riusciti a diventare vecchi insieme. Insieme abbiamo raggiunto la stessa quantità di squallore, e per questo possiamo tenerci stretti mentre l’aria intorno a noi, senza avviso né fretta, si consuma. Voglio guardare queste mura attraverso di te. Come te, prima di addormentarmi, voglio conoscere il nome delle specie vegetali, e degli uccelli. Dammi la mano. I semi che abbiamo piantato sono rimasti nani. Voglio aggrapparmi alla prima immagine, la più vera, che conservo di te. I nostri occhiali si urtavano ai primi baci, si intrecciavano quando ancora nemmeno sapevamo di amarci. Toglimi i vestiti, io li tolgo a te. Fammi salire sulle tue ginocchia, che sono forti come allora, e lasciati annusare. Il tuo odore simile alla pesca e al fiore di limone è rimasto intatto. Lasciamo che le generazioni future ci immaginino così, raccolti a cucchiaio sul letto, io rinchiuso in te, le dita annodate, la mia testa ritorta alla tua bocca, il mio naso al tuo fiato. Quando anche l’ultimo capello sarà diventato polvere, allora noi saremo simili all’idea del passato, saremo storia ignota, e lo saremo insieme, noi due. Pensa a come apparirà bello il nostro corredo funebre. I piatti dozzinali di porcellana, i coltelli smussati e le forchette con cui avremo mangiato le ultime cose, i bicchieri e la brocca dell’acqua. Se saremo fortunati, anche lo scheletro del nostro letto rimarrà a memoria di noi due. Se saremo fortunati, rimarranno le stampe ormai sbiancate delle nostre fotografie insieme. Così i giovani innamorati che verranno a visitare il nostro sepolcro ci potranno immaginare belli, come per qualche giorno io credo siamo stati. Al gelo di una notte di cui potrei dire il numero, al margine di una città svuotata, tu mi raccogliesti nella tua giacca militare. La radio di un bar sembrava aver scelto la musica peggiore, e noi morivamo di freddo. Chiudi per sempre la porta, amore mio, e le finestre, e per ultimo gli occhi. Colui o colei che fra cento anni profanerà il nostro sonno, sarà ignaro di tutto. È a questa donna, a quest’uomo che affidiamo quello che di noi sarà eterno. I nostri occhiali.