La storia di un becchino
di Clarice Tartufari
Sicuro — Felice stesso lo affermava ne’ suoi rari momenti di espansione — gli avevano dato il soprannome di “Uomo del bosco” pel suo carattere taciturno, scontroso, pieno di astio contro tutti e nemico di ogni socievole consorzio. Sicuro; egli non aveva mai letto i libri di nessun filosofo, anzi egli non sapeva nemmeno leggere, eppure aveva condensato, per suo proprio uso e vantaggio, il succo della sua lunga esperienza in due massime laconiche e profonde:
1° “I parenti sono quelle persone che aspettano la nostra mo te nella speranza di ereditare qualche cosa, anche quando non c’è niente da ereditare”.
2° “Gli amici sono quelle persone che vi siedono accanto quando voi bevete, nella speranza di veder colmato il bicchiere loro col liquido spiritoso da voi stesso pagato col danaro vostro”.
Dimodochè Felice, ovvero l’uomo del bosco, il quale, se amava rovesciare in l’ultimo spicciolo delle sue tasche nelle mani degli esercenti liquoristi, amava poi in compenso di travasare in l’ultima stilla di acquavite dal suo bicchiere al suo gorguzzule, non si era mai posto intorno l’impaccio di qualche amico, e, quanto ai parenti, egli, allo scopo d’ignorarne l’esistenza, aveva preso grandissima cura di evitare qualsiasi ricerca intorno al luogo, alla data e all’origine della sua nascita.
Non provava il menomo bisogno di comunicare le sue idee per riceverne in cambio delle altre. L’uomo del bosco sapeva bastare a sè stesso: quando era di buon umore scherzava da solo, ridendo col dorso piegato in due e battendosi forte sulle cosce con le palme delle mani; quando era incollerito si picchiava, a gran colpi, sul petto bolso coi pugni ossuti e, quando oscillava dubbioso tra opposti pareri, bestemmiava a intervalli con mutata voce, ora spingendo in avanti il braccio sinistro, ora sollevando in alto il braccio destro.
Simili discussioni, sostenute animatamente dalle due estremi tà anteriori della propria persona, l’uomo del bosco le espletava, in genere, di sera, lungo la strada, uscendo dallo spaccio del liquorista per tornarsene all’umile dimora solitaria. Ma lo irritava il fatto che ad altre persone fosse lecito camminare dov’egli camminava, mentre egli avrebbe voluto per sè tutta la strada, tanto gli piaceva percorrerla a zig-zag da un marciapiede all’altro in segno di possesso.
Forse per questo, sino dall’infanzia, l’uomo del bosco aveva giudicato che seguire un convoglio funebre era, tra tutti i diverti menti, il divertimento a lui più gradito. Non già che lo rallegrasse la vista dei grossi cavalli neri i quali facevano gravemente di sì con le teste impennacchiate, quasi ad approvare il viaggio intrapreso dal defunto. No, non era questo e non erano nemmeno le facce deformate e congestionate dei bandisti, i quali spingevano fuori le note della marcia funebre con tale zelo da svegliare perfino colui che dormiva dentro la bara, se coloro che si addormentano di un tal sonno non preferissero, in genere, di non de starsi più. No, no, non era questo che divertiva il piccolo Felice, e non era nemmeno l’aspetto compunto dei cappelli a cilindro fa sciati di crespo, i quali cappelli, scendendo con melanconica solennità sui visi distratti dei componenti il corteo, raccoglievano e serbavano intorno alla loro ombra opaca la tristezza invisibile dei cuori. No, no, non era questo che divertiva il piccolo Felice!
Lo divertiva invece il pensiero che al mondo c’era una persona di meno e, conseguentemente, un po’ di spazio di più; lo rallegrava, lo esaltava l’idea che, quando anche il morto si fosse pentito di essere morto, il pentimento non avrebbe servito a nulla, dimodochè Felice tornava a’ suoi trastulli contento e faceva girar la trottola abbandonandosi ad allegri sgambetti. Coll’andar degli anni peraltro la preoccupazione che i morti avrebbero, forse, potuto tornare in vita cominciò a tormentarlo e l’uomo del bosco prese allora l’abitudine di accompagnarli al cimitero per vederli calare nella buca. Oh! la buona terra, che saltava in alto, poi ricadeva nera, umida spessa, provocando un rumore sordo sulle pareti della cassa.
Egli seguiva attento coll’occhio il luccichìo della zappa, che s’immergeva sempre più giù, poi seguiva anche più attento coll’occhio il luccichìo della pala, che ributtava la terra dond’era stata tolta e, quando la bisogna era finita, egli rimaneva solo a contemplare quel breve spazio di terra smossa e leggermente ondulata. Talvolta ci passeggiava sopra, talvolta vi girava intorno e sempre, andandosene si rivolgeva indietro a rimirarlo con senso d’inesprimibile soddisfazione.
Ora avvenne che volò a Dio l’anima bella di colui, che, non si sa in quale epoca, non si sa per quale ragione, aveva raccolto il piccolo Felice e gli aveva dato, durante l’infanzia, cotidiane prove d’affetto, bastonandolo di mattina, bastonandolo di sera, ma bastonandolo particolarmente di notte, allorchè rientrava nella sua stamberga dopo prolungate stazioni all’osteria.
Felice, che era già diventato uomo e che aveva già in diverse circostanze restituito al protettore una buona dose delle prove di affetto di cui sopra, non mancò, naturalmente, di scortarlo dove sapete, agitato sopratutto dall’idea fissa che l’uomo potesse rialzare la testa e domandar di nuovo con voce rauca la sua pipa e il suo bicchiere, come aveva avuto abitudine di fare sino all’ultimo respiro. Era stato in vita così burlone colui che poteva benissimo meditare dentro la cassa qualche tiro stupefacente, la qualcosa non avrebbe davvero esilarato troppo l’uomo del bosco. Egli allora, osservando che il becchino scavava la fossa con braccio fiacco, gli strappò di mano la zappa e cominciò a scavare di lena in sua vece.
Scavò, scavò, ed avrebbe continuato a scavare Dio sa fin quando, se egli stesso non si fosse trovato immerso dentro la terra ino alle ascelle.
Da quel giorno l’uomo del bosco divenne becchino per elezione e, contrariamente di quanto in genere accade, che ciascuno si lamenta della professione prescelta, l’uomo del bosco se ne rallegrava e se ne inorgogliva ogni ora di più; anzi, nella gioia del suo cuore e nella pace solenne dei silenzi notturni, egli amava, rincasando, enumerare a sè stesso i principali vantaggi del suo mestiere.
— Primo — egli si diceva — io prendo molta polvere. Questo mi secca il palato e mi aguzza la sete, dimodochè, finito il lavoro, più bevo e più posso bere; secondo, io vivo all’aria aperta e questo mi rende la testa leggera, mentre la mattina quando mi sveglio, ho sempre la testa molto pesante; terzo, i clienti da me serviti non si ripresentano mai a tormentarmi con le loro lamentele. A un calzolaio, per esempio, vengono ordinate scarpe su misura. Il calzolaio eseguisce il lavoro e crede il poveretto di non pensarci più. Invece i dispiaceri cominciano allora. Le scarpe vanno larghe, le scarpe vanno strette, le scarpe schiacciano il pollice o massacrano il calcagno. E così per il sarto, così per il cappellaio, così per il muratore che fabbrica le case e via di seguito. Di me nessuno si lagna. Io non mi curo nemmeno di sape re se la clientela da me servita è contenta o scontenta del fatto mio. Ricchi e straccioni, umili e prepotenti, rimangono dov’io li metto e buona notte.
Questo si diceva l’uomo del bosco nella gioia del suo cuore; ma una sera dovette convincersi che aveva torto.
La mattina aveva calato dentro la buca una gobbetta e la sera stessa, tornando a casa tardi, assai tardi, trovò la gobbetta che trotterellava tra l’uno e l’altro mobile sgangherato della sua tetra stanza.
L’uomo del bosco si arrabbiò, imprecò, minacciò, volle prendere a calci la gobbetta, ma inutilmente, chè anzi, nell’allungare il piede con violenza, cadde riverso sul pavimento e vi rimase fino alla mattina di poi. Quando si svegliò con le ossa rotte per avere dormito in terra e la bocca arida per avere troppo vociferato, la gobbetta era scomparsa, lasciando per altro, a indizio della sua presenza, il piccolo bacile in frantumi e due seggiole capovolte.
Da allora l’uomo del bosco non rimase più solo, di notte, nella sua stanza.
Coloro che di giorno egli aveva serviti, di notte volevano ad ogni costo tenergli compagnia, tantochè egli s’informava con passione del sesso, dell’età, della condizione sociale di ciascun suo cliente.
Ma questo poco gli serviva, perchè fossero giovani o fossero vecchi, fossero uomini o donne, o miserabili o danarosi, di notte, nella sua stanza, diventavano tutti maligni, facendogli dispetti di ogni genere. Soffiavano sulla fiamma della candela e la fiamma della candela oscillava forte davanti agli occhi abbagliati di Felice; ghignazzavano in coro e con tale ostinazione che Felice sentiva nelle orecchie il suono di mille campane, e spingevano la cattiveria ino a trasformarsi in formiche per corrergli su e giù lungo la persona, suscitandogli sulla cute un prurito inestinguibile e lasciandogli poi tutte le membra intorpidite.
L’uomo del bosco non riusciva a cacciarli via, ma teneva loro fronte arditamente. Inveiva, li scherniva, menava pugni in aria, sputava con foga sulle pareti, fracassava i suoi pochi mobili e prometteva, con parole irose, di gettare all’indomani nuova terra sulle loro fosse. E li odiava, li odiava tutti quanti, ma per taluni aveva una predilezione di odio più condensato. A poco a poco la sua ira si ammassò in modo esclusivo sulla buca di un operaio caduto dall’alto di una fabbrica. Gli era stato riferito che l’operaio aveva perduta una gamba e che la testa gli si era quasi spiccata dal busto. L’uomo del bosco si era lusingato che quello almeno non sarebbe sbucato su per andare, di notte, a fargli gazzarra nella stanza. E invece, nossignori, l’operaio fracassato era più turbolento degli altri.
E’ incredibile a dirsi quello ch’egli si sentiva capace di fare con una gamba sola. L’uomo del bosco ne rimaneva sconcertato, anche ripensandoci durante il giorno, all’aria aperta, molto più che, immancabilmente, verso l’ora del tramonto, si presentava al cimitero una biondina malaticcia, vestita di bruno, la quale si trascinava dietro un ragazzetto pallido e rimaneva a lungo, a lungo, china e piangente verso la fossa dell’operaio. Dovevano ordire tra loro, tra il morto e la viva, Dio sa quali complotti, perchè Felice vedeva benissimo le mani che s’intrecciavano, si stringevano in atto di supplica disperata. Allora l’uomo del bosco prese la decisione di affrontare l’operaio; ma non già di notte in casa propria, dove non ci sarebbe stato mezzo di farlo stare quieto, bensì di sera, precisamente sulla sua buca, appena la biondina se ne fosse andata.
Allo scopo di trasfondersi coraggio, l’uomo del bosco si provvide di una mezza bottiglia di acquavite, ch’egli coscienziosa mente sorseggiò e ad ogni nuovo sorso gli aumentavano in petto ira ed audacia; tantochè quando il crepuscolo scese e il campo seminato di croci fu avvolto nel velo grigio dei vapori autunnali, Felice si avanzò spavaldo, tenendo le mani nelle tasche dei pantaloni, verso il luogo del convegno. Sissignori, del convegno, perchè Felice era certissimo che quell’altro lo attendeva.
In principio le cose andarono bene: l’uomo del bosco parlò in tono pacato e convincente, dimostrando a quell’altro come fosse inutile sbizzarrirsi, dal momento che se la buca in cui si trovava non fosse bastante a tenerlo fermo, egli, l’uomo del bosco, era tipo da cambiargli posto per calarlo dentro una buca nuova e più profonda. Anzi, nel proposito d’intimorirlo gl’indicò una larga fossa, scavata appunto la mattina medesima, lì vicino. Tale minaccia, in luogo di sgomentare l’operaio, forse lo imbestialì, onde a Felice parve che l’alta croce finita nel centro del recente tumulo e ornata in cima da una corona, si trasformasse tra i vapori del crepuscolo in corpo stecchito, immobile sopra una sola gamba, con le braccia aperte e la testa oscillante al soffio del vento di tramontana. Fu il colpo di grazia.
L’uomo del bosco avrebbe potuto sopportare ancora per lungo tempo la malvagità dei clienti nel silenzio notturno della sua tetra stanza, ma il sapersi sfidato da essi anche lì, nel recinto del suo dominio, gli trasfuse un senso d’insostenibile terrore per tutte le vene. Indietreggiò a gran passi, barcollando, e andò a cadere all’indietro nella fossa già preparata, dove rimase stecchito senza nemmeno veder le stelle piccoline che cominciavano a punteggiare la volta remota del cielo; senza nemmeno udire la voce del vento, che narrava strane storie alle cime irrequiete dei cipressi.
Cosa poi l’uomo del bosco pensasse per conto suo della terra, quando gli cadde sopra nera, umida, spessa, egli non disse mai, nè io mi permetterò d’indovinare.
