L’eredità
di Silvio D’Arzo
Quando un giovane di vent’anni, forte, sano, pieno di vita e di speranze si trova al giorno d’oggi con un migliaio di lire in tasca, può veramente dirsi padrone del mondo.
Se si pensa però che questa somma costituisce tutta la sua fortuna con la quale deve sbarcare il lunario fino a che non abbia trovato una occupazione, nessuno certa mente lo invidierà.
Giorgio Nardelli è il nostro giovane, bello e vigoroso, pieno di promesse, ma a corto di quattrini, poiché una vita disordinata e principalmente i cari amici gli hanno fatto sfumare in breve il discreto patrimonio. Aveva tentato varie imprese tutte andate a male, ma perché aveva velleità letterarie si era indotto anche a fondare un periodico che finì per assorbire le sue ultime risorse. Per qualche tempo aveva lottato animosamente con la miseria; poi scoraggiato ed avvilito per tanti in successi, aveva cominciato a covare entro di sé dei tristi propositi: un giorno o l’altro si sarebbe buttato nelle acque dell’Arno. Ma intervenne un fatto che lo trasse da una situazione così disperata. Ricevette da un suo zio, che aveva quasi dimenticato, una lettera. Era un vecchio zio assai ricco che abitava a un ridente paesello di Lombardia, sperduto fra le verdi colline della Brianza. Gli diceva che non essendogli restato molto da vivere, né avendo altri parenti, desiderava averlo vicino negli ulti mi suoi giorni.
Giorgio Nardelli era fuori di sé dalla gioia e, dopo una mezza giornata tumultuosa, in cui riuscì a racimolare un po’ di denaro pel viaggio, vendendo qualche mobile e l’orologio, salì sul treno con l’animo aperto ai sogni più lieti.
Giunto alla bella villa signorile, abitata dallo zio, ebbe accoglienza affettuosa, e tra gli abbracci sgorgarono lacrime, rifiorirono ricordi di tempi lontani. Poi, naturalmente, si venne a parlare del testamento, ma qui, il povero giovane dovette subire una così amara delusione in pieno contrasto con le speranze accarezzate al primo momento. Lo zio Bartolomeo, infatti, dopo aver parlato amorevolmente al suo caro nipote, trasse di sotto il guanciale una busta e gliela porse con mano tremante, accompagnando il lento movimento con queste parole: «Tu sai, è vero, Giorgio? che sono stato sempre buono e generoso con tutti, ma non devi credere però che, nonostante la mia età, io sia uscito fuori di senno, da indurmi a lasciare tutta la mia sostanza, accumulata a via di sudori sacrifici e privazioni, a chi non mi si è reso mai utile in alcun modo. Non posso anteporre i vincoli del sangue a quelli della vera costante amicizia e devo zione. Perciò – converrai anche tu che ho agito giustamente – ho nominato mia erede di tutto, villa, terre e denaro, la buona Giuditta, la donna di servizio che mi ha sempre assistito, curato e fatto buona compagnia; ho voluto così premiarla della sua fedeltà».
Qui il viso del giovane si fece paonazzo prima, poi cinereo; ma lo zio continuò con un filo di voce:
«Non t’ho dimenticato però... In questo portamonete vi sono mille lire in oro, il primo denaro che ho guadagnato con queste mie braccia e che non dubito porteranno fortuna anche a te».
A Giorgio Nardelli, lì per lì, sembrò di aver messo le mani su un tesoro, sufficiente a salvarlo dalle angustie in cui si trovava. Tese la mano e prendendo la borsetta, fece risonare le monete e poi le intascò. Ma ebbe istantaneamente un senso di dispetto e di sdegno ripensando alla grande ricchezza dello zio, e al meschino dono, che poteva essere considerato non più di un’elemosina. Con voce secca ed aspra e con un sorriso beffardo gli domandò: «Solo per questo mi avete chiamato?»
Il vecchio lo fissò un istante, e poi lentamente voltò il capo dall’altra parte, con negli occhi un’espressione in quieta di pentimento.
«Se null’altro avete da dirmi, io vi saluto, caro zio, e a rivederci al di là» e così dicendo il giovane uscì dalla stanza e infilò le scale.
Non appena fuori, Giorgio Nardelli mormorò un’allegra invettiva, in cui dava convegno all’anima dello zio sulle fosche rive dell’Acheronte!
